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Riassunto del libro dalla comunicazione al linguaggio - Ferretti e Adornetti
Tipologia: Sintesi del corso
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1 .Scimmie Il carattere di unicità del linguaggio è solitamente chiamato in causa per garantire uno statuto di specialità dell’essere umano nella natura. La nostra idea in questo libro è che le proprietà che caratterizzano in modo specifico il linguaggio umano non nascano dal nulla in modo improvviso e del tutto nuovo: il che significa che i tratti di peculiarità e di unicità che caratterizzano le nostre capacità verbali devono essere interpretati alla luce di un quadro continuista. Solo considerando il linguaggio in questo modo è possibile evitare le difficoltà in cui incorrono le concezioni della natura umana che, convergono sull’idea della “differenza qualitativa”. Il linguaggio umano in continuità con la comunicazione animale ci è offerto dall’analisi di quel caso esemplare di ibridazione animale in cui le grandi scimmie sono chiamate a misurarsi con i sistemi simbolici umani: il risultato è che le grandi scimmie sanno fare cose col linguaggio che le avvicinano molto a ciò che con il linguaggio sanno fare gli esseri umani. L’ostacolo maggiore che si frappone a una prospettiva di ricerca fondata sul principio della parsimonia evolutiva è che il divario tra noi e gli altri primati ci appare tanto più grande per il fatto che tutte le specie che hanno caratterizzato il processo di ominazione si sono estinte. Non pensa, dunque non parla: tradizione cartesiana Cartesio dice che gli esseri umani sono distinti da tutti gli altri animali a causa della differenza qualitativa dovuta al possesso dell’anima razionale. Secondo Cartesio gli umani sono capaci di strategie comportamentali estremamente flessibili: essi riescono a far fronte a problemi nuovi e inusuali perché dispongono della ragione uno strumento universale. La differenza qualitativa tra umani e animali-macchine dipende dalla relazione tra pensiero e linguaggio. Secondo Chomsky è l’uso creativo del linguaggio: la possibilità degli umani di parlare in modo indipendente da stimoli esterni e interni. Mentre per gli animali la comunicazione è sotto il controllo degli stimoli. Comunicazione animale=macchina. La competenza linguistica umana sia retta dai principi della Grammatica Universale. Dipendenza dai piani gerarchici è un aspetto generale di tutti i sistemi che hanno a che fare con il problema delle sequenze ordinate: la sintassi del linguaggio. L’idea che il linguaggio risponda a un complesso piano di gerarchie è alla base del carattere creativo delle produzioni verbali, tratto specifico della linguistica cartesiana. Infinità produttività e la connessione tra pensieri e linguaggio, aspetti connessi fra loro: l’uso creativo del linguaggio implica un dispositivo di produzione comprensione delle espressioni verbali guidato dalla sintassi. La critica di Chomsky alla tesi dell’ordine seriale del linguaggio, mostrando che “stimolo” e “risposta” e “rinforzo” non è capace di dar conto di ciò che caratterizza il linguaggio in modo specifico. Chomsky enuncia quindi il “principio di dipendenza dalla struttura”. Con l’idea della povertà dello stimolo, cioè che lo stimolo ambientale sia povero e che dunque, ogni tentativo di fondare sull’esperienza le capacità verbali umane sia votato al fallimento. Secondo Chomsky la differenza qualitativa tra umani e animali-macchine: il legame stretto tra pensiero e linguaggio. Mentre autori contrastanti ai cartesiani dicono che la capacità di comunicare verbalmente il pensiero e di comprendere i proferimenti altrui, richiede la capacità di produrre o rispondere a “differenti disposizioni di parole”. Bisogna aggiungere che il vincolo grammaticale imposto dal pensiero al linguaggio presuppone una precisa ipotesi circa la natura del pensiero.
Fodor dice che i pensieri siano rappresentati nelle strutture “proposizionali” del “Linguaggio del Pensiero” e che il linguaggio possa esprimere i pensieri per il fatto che pensiero e linguaggio condividono una forma comune. Secondo l’autore è la struttura in costituenti che gioca il ruolo di interfaccia tra pensiero e linguaggio. Il riferimento alla selezione naturale permette a Darwin di sostenere che la differenza tra gli umani e gli altri animali deve essere interpretata in termini quantitativi e non qualitativi. L’idea di Darwin è che le capacità verbali umane trovino fondamento nei sistemi cognitivi che la nostra specie condivide con altre specie a noi imparentate. La produzione di suoni tipici del linguaggio umano è connessa all’abbassamento del tratto sovra-laringeo, tipico degli homo sapiens che lega la comparsa del linguaggio all’avvento della nostra specie. Quello che bisogna capire è: se la scimmia sia in possesso dei processi di interpretazione che governano la comprensione di ciò che effettivamente le viene detto. Si è cercato un codice espressivo, per esempio la lingua dei segni. Secondo Terrace l’essenza del linguaggio umano risiede nella capacità di creare frasi. Per sostenere che sono capaci di costruire frasi, tuttavia gli scimpanzé devono dimostrare di essere in grado di applicare correttamente un certo numero di regole grammaticali. Solo un uso corretto di queste regole conferisce a una sequenza di parole la struttura adeguata delle frasi in senso proprio. Le parole per riferirsi al mondo, devono poter riferirsi tra di loro. Un’altra questione è quella di capire se le scimmie siano in grado di utilizzare i simboli in senso proprio. La domanda fa perno su una duplice capacità d’uso dei simboli: l’uso richiestivo e quello nominale. Neoculturalismo Il linguaggio è la condizione costitutiva del pensiero. E’ il linguaggio a mettere ordine alla “massa amorfa” del pensiero, dunque senza linguaggio non c’è pensiero. Gli animali che non parlano, quindi non pensano. Secondo Tomasello, invece, le scimmie dispongono di un sistema cognitivo in grado di “mentalizzare” il comportamento altrui, un “lettore della mente” che lo rende in grado di comprendere gli altri come agenti intenzionali/razionali. La competizione è una potente spinta selettiva per la costruzione di cervelli più sofisticati nella gestione dei rapporti sociali. Secondo Tomasello gli umani hanno tratto vantaggio dalle spinte selettive che esaltano gli aspetti della “cooperazione sociale”. Il linguaggio umano è legato all’atto altruistico che il parlante mette in atto al fine di offrire l’informazione pertinente agli scopi e alle necessità di chi ascolta. Le scimmie invece sono guidate da un atteggiamento comptetitivo, esse sono in grado di fare richieste agli altri, ma non riescono ad offrire l’info. descrittiva utile agli altri, le loro espressioni hanno carattere imperativo e non dichiarativo. Però gli esperimenti hanno mostrato che in un contesto appropriato e con il giusto tipo di insegnamento le grandi scimmie utilizzate nella ricerca condividevano con gli umani la capacità di utilizzare frasi dichiarative. La capacità di produrre-comprendere asserzioni è una questione di grado e non di qualità. Secondo in neoculturalisti il linguaggio è un fatto improvviso e inaspettato.
Comparsa del genere Homo Comparsa 2 mln di anni fa. L’elemento caratterizzante è sicuramente riguarda le dimensioni del cervello che tenderanno a crescere sempre più. Dovuto probabilmente ad un aumento della dieta, viene incrementata la carne e che ha modificato l’apparato masticatorio, con una riduzione dei denti molari. Ovviamente sono cambiamenti che sono avvenuti gradualmente. I primi rappresentanti del genere Homo sono Homo habilis e con i primi homo compaiono i primi strumenti, dove si comincia la lavorazione della pietra. Importante è la connessione fra la produzione linguistica e la gerarchia delle azioni “Le teorie motorie” dell’origine della comunicazione umana secondo cui il linguaggio e la sintassi hanno avuto origine dai sistemi d’azione legati alla coordinazione motoria/manipolazione degli oggetti. La prima tecnica di costruzione di strumenti è “l’Industria Olduvaiana”, persiste in Africa per 1 mln di anni. Intorno a 1, mln di anni fa compare l’Industria Acheuleana, dove i strumenti litici sono di forma bifacciale. L’erectus oggi è diviso in due forme: i primi sono gli Homo ergaster, mentre l’Homo erectus è riservato alla ramificazione asiatica. L’aumento delle dimensioni cerebrali va di pari passo con lo sviluppo delle capacità cognitive e con conseguenti cambiamenti comportamentali. Con erectus/ergaster si verifica una complicazione dell’organizzazione sociale e la nascita di attività di caccia sistematiche e la scoperta/domesticazione del fuoco. Nel continente europeo il primo popolamento umano risale ai 1,2 mln di anni fa. L’uomo di Neanderthal viene scoperto nel 1856 in Germania. Presenta una corporatura massiccia, una statura dai 1,60 ai 1,70 cm e un maggiore volume cerebrale. Viene associato all’industria Musteriano che fa la sua comparsa 250.000 anni fa, tecnologia di costruzione degli utensili su nucleo preparato. Incrementano dunque le capacità di pianificazione. Il paleolitico superiore – 50/40.000 anni fa: si contraddistingue per un numero maggiore di tipi di strumenti che variano nel tempo e nello spazio. La filogenesi dei sapiens sarebbe caratterizzata da una discontinuità tra l’evoluzione anatomica e quella comportamentale: mentre la morfologia modera sarebbe comparsa 200. anni fa in Africa. Le innovazioni che caratterizzano la modernità comportamentale sono indici importanti di cambiamenti cognitivi. I fautori della teoria dell’esplosione fanno coincidere l’avvento del pensiero simbolico all’origine del linguaggio. Secondo Tattersal la simbolicità del pensiero segna una differenza qualitativa tra gli esseri umani e tutte le altre specie animali, comprese le specie di ominidi precedenti Homo sapiens. L’avvento della cognizione simbolica può essere spiegato a due ipotesi interpretative: nei termini dei lenti e graduali miglioramenti succeduti nel tempo secondo i dettami della selezione naturale; in riferimento ad un cambiamento repentino a più breve termine. Secondo Tattersal quindi l’idea che i pensieri siano il prodotto del linguaggio, lo strumento per eccellenza dell’attività simbolica. Il ruolo del linguaggio è quello della costituzione dei pensieri. Sostenere che il linguaggio non è una condizione necessaria per l’avvento dei simboli, questo fatto permette di sostenere l’ipotesi di una continuità tra cognizione simbolica umana e animale. La questione è cosa si debba intendere con l’espressione “simbolismo in senso proprio”. Per Deacon considera simbolico soltanto l’uso di simboli in quanto simboli, ovvero simboli linguistici. L’idea di Peirce secondo cui il carattere propriamente simbolico dei
simboli dipende da due fattori costitutivi: la natura sistemica che i segni ereditano dal codice cui appartengono; la dipendenza dei simboli dal sistema cognitivo che funge da interpretante. De Waal propone il modello a matrioska per sostenere che i livelli più complessi di un fenomeno si costituiscono a partire dai fenomeni di livello più semplice. L’avvento del pensiero simbolico dipende dai processi dell’evoluzione biologica e non da quelli dell’evoluzione culturale. In origine era il verbo L’idea di Darwin è che l’evoluzione del linguaggio sia passata attraverso tre fasi distinte: la prima è segnata da un cambiamento nella cognizione dei primati che eleva le capacità cognitive degli ominidi al di sopra delle scimmie. Lo stadio successivo è caratterizzato da un incremento dell’imitazione vocale che permette lo sviluppo di una forma elementare di linguaggio caratterizzato dalla simulazione diretta di numerosi suoni animali e da un canto rudimentale che ha come conseguenza, un perfezionamento dell’apparato vocale degli ominidi. In una terza fase si apre la strada al linguaggio articolato. Secondo Mithen le radici del linguaggio vanno ricercate nei sistemi di comunicazione vocale dei primati non umani nell’ambiente selvatico. I richiami selvatici sono manipolativi, ovvero utilizzano le espressioni di cui sono capaci per cercare di condizionare il comportamento degli altri, non per fornirgli informazioni. I richiami delle scimmie hanno una natura musicale: sono caratterizzati da ritmo e melodia. Mithen sostiene che ritmo/melodia dei richiami dei primati possiedono la stessa funzione che hanno nel canto e nel parlato umano. Dunque, Mithen considera i sistemi di comunicazione di questi animali dei precursori diretti della nostra facoltà di parola. Secondo lui per individuare le radici del linguaggio umano occorra volgere lo sguardo alle capacità comunicative delle grandi scimmie. “Hmmmmm” olistico, multimodale, manipolativo e musicale. Proprietà riscontrabili nei sistemi comunicativi dei primati non umani, risultano integrate tra loro nella comunicazione dei primi ominidi. Olistici perché erano considerati come msg completi anziché parole da combinare. Utilizzate per condizionare il comportamento degli altri. L’evoluzione della comunicazione si ha con la comparsa dell’Homo Ergaster, poiché il bipedismo influisce sul sistema comunicativo, con l’abbassamento della laringe, principale organo della fonazione, insieme alle corde vocali. Situata più in profondità nella gola rispetto alle grandi scimmie. Secondo Mithen la comunicazione degli ominidi si arricchisce di mimesi, ovvero la capacità di produrre atti rappresentazionali coscienti e autoindotti che sono intenzionali ma non linguistici. L’osso ioide è un osso fissato alla cartilagine della laringe a cui sono ancorati i muscoli necessari all’articolazione del linguaggio, ed è molto importante perché fornisce un indizio della posizione della laringe nella gola. Ciò ha portato a ipotizzare che anche la laringe dei Neanderthal fosse posizionata in basso nella gola e dunque, l’apparato vocale di questo ominide fosse simile a quello dei sapiens. Sempre secondo Mithen, attraverso un lento processo di “segmentazione” hanno formato quel tipo di espressioni a base olistica nel linguaggio dotato della struttura in costituenti tipica del nostro modo di comunicazione. La segmentazione permette la nascita della composizionalità. Quindi, con un linguaggio composizionale è possibile comunicare utilizzando un numero teoricamente infinito di espressioni. Le vocalizzazioni delle scimmie hanno poco in comune col linguaggio parlato umano perché sono determinate geneticamente. Sono fissate alla nascita e mostrano minime modificazioni durante lo sviluppo. Ploog ha mostrato l’esistenza di due sistemi neurali
hanno un carattere automatico, involontario e obbligatorio sono alla base della teoria modulare della mente. Il sistema cognitivo umano è composto da numerosi sottoinsiemi di elaborazione, le cui caratteristiche sono la “specificità di dominio” e “l’incapsulamento informativo”. Nell’ipotesi di Fodor, ogni modulo è un sistema di elaborazione dedicato a uno specifico tipo di informazione e impermeabile alle info provenienti da altri domini di conoscenze. Teoria modulare vs mente come un sistema di elaborazione “generale per dominio”. Considerare il linguaggio come un modulo sottolinea l’automaticità di funzionamento tipica di questi dispositivi, che rende l’elaborazione linguistica un processo rapido/efficiente. Per considerare il linguaggio un modulo, bisogna pensarlo come un riflesso. In effetti i moduli funzionano come riflessi per la velocità di elaborazione, però questo pone anche dei problemi: attribuire un carattere “automatico” e “obbligato” ai dispositivi che elaborano l’info linguistica, questo però si contrappone alle caratteristiche poste da Chomsky: flessibilità e libertà. Modello del codice il pensiero viene codificato dal parlante in una successione di suoni che l’ascoltatore decodifica al fine di poter condividere il pensiero che il parlante ha inteso comunicargli. Il legame tra teoria modulare + modello del codice si fonda sul: rapporto tra pensiero e linguaggio. L’idea di Fodor è che il linguaggio possa esprimere il pensiero, perché ha una struttura che riflette la struttura essenziale del pensiero: poiché il pensiero ha una struttura proposizionale. Considerare l’isomorfismo tra pensiero e linguaggio significa attribuire un ruolo chiave alla sintassi: se non ne avesse una, il linguaggio non potrebbe esprimere i pensieri. La tesi autonomista del linguaggio fondata sui processi di codifica e di decodifica del msg poggia sulla nozione di “significato letterale”. Quest’idea trova 2 assunti teorici: l’idea che tutti gli enunciati hanno un significato che dipende dai significati delle parole che lo compongono e dalle regole sintattiche in accordo a cui tali elementi sono combinati; l’idea che il significato di un enunciato deve essere distinto da ciò che il parlante intende significare attraverso l’uso di quell’enunciato. La comprensione del msg è resa possibile dalla condivisione del codice, che permette all’ascoltatore di decodificare il msg ricevuto associando la rappresentazione semantica. La comunicazione è quindi un processo esplicito basato su meccanismi soltanto linguistici: tutto ciò che si vuole comunicare è codificato nell’enunciato che viene proferito, dato che la rappresentazione semantica di una frase corrisponde sempre al pensiero che si vuole esprimere con quella frase. La grammatica sola non basta. Ciò che caratterizza la comunicazione verbale è la produzione, il riconoscimento di intenzioni. Secondo Grice la comunicazione ha successo solo quando l’intenzione comunicativa del parlante viene riconosciuta dal suo interlocutore. Qui è centrale la distinzione fra significato dell’espressione e quello del parlante. Il primo corrisponde al significato codificato linguisticamente, il secondo a quello che il parlante vuole dire. Nel processo comunicativo sono presenti 2 intenzioni: quella di produrre nel destinatario una credenza usando un’espressione; e l’intenzione che il destinatario riconosca che quell’espressione è stata proferita esattamente al fine di produrre nel destinatario una certa credenza. Grice definisce implicatura il contenuto comunicato attraverso un’espressione, senza che quel contenuto sia esplicitamente detto in quell’espressione. L’autore distingue tra implicatura convenzionale e conversazionale. Il principio generale che regola la conversazione è il principio di cooperazione che si declina in 4 tipi: -massime di quantità -massime di qualità
-massima di relazione -massime di modo. Le massime conversazionali sono delle assunzioni/aspettative sul comportamento verbale su cui i destinatari fanno affidamento per comprendere e che i parlanti sfruttano per farsi comprendere. Teoria della pertinenza formulata da Sperber + Wilson, è una teoria cognitiva della comunicazione: cerca di dar conto dei sistemi di elaborazione che permettono agli esseri umani di comprendere i comportamenti comunicativi in generale e di produrre- comprendere le espressioni linguistiche. Teoria legata alle teorie della cognizione e dell’architettura della mente. I due autori propongono un modello ostensivo- inferenziale della comunicazione umana in cui il parlante fornisce all’ascoltatore solo 1 indizio della sua intenzione di comunicare un certo significato e l’ascoltatore comprende quel significato producendo una serie di inferenze guidate dall’indizio precedente. In questo scambio sono in gioco 2 intenzioni: informativa e quella comunicativa. La comunicazione intenzionale ha successo quando si realizza l’intenzione comunicativa, cioè quando i destinatari riconoscono il comportamento comunicativo del parlante. Gli stimoli ostensivi devono catturare l’attenzione del destinatario. Il sistema cognitivo umano si è sviluppato in modo tale che i nostri meccanismi percettivi automaticamente selezionano gli stimoli pertinenti ecc. Sono pertinenti tutti quegli stimoli che si connettono con le info di background che l’individuo ha già a disposizione e che lo conducono a conclusioni significative dal suo punto di vista. La pertinenza è dunque una questione di grado. Gli effetti cognitivi sono il prodotto di processi mentali, e questi ultimi richiedono un certo sforzo/energie. Infine anche l’elaborazione di un info richiede uno sforzo. Maggiori sono gli sforzi di elaborazione, minore è la sua pertinenza. Il grado di pertinenza è inversamente proporzionale allo sforzo di elaborazione necessario per elaborare quell’info. Dunque la pertinenza si definisce attraverso le 2 nozioni di effetto cognitivo + sforzo di elaborazione: a) Maggiore è l’effetto cognitivo ottenuto dall’elaborazione di un info., maggiore sarà la pertinenza di quell’info., in quel dato momento per l’individuo. b) Maggiore sarà lo sforzo di elaborazione richiesto, minore sarà la pertinenza dell’info., in quel dato momento per l’individuo. So quel che pensi la comunicazione inferenziale è resa possibile dalla “psicologia ingenua”, ovvero dalla capacità cognitiva di attribuire stati mentali, es: credenze, desideri, agli altriper interpretare e predire i loro comportamenti. Dunque, la nostra mente è portata a interpretare il comportamento degli altri attribuendo stati mentali. La capacità di avere credenze implica la capacità di avere il concetto di credenza e poiché il possesso di un concetto del genere è legato alla capacità di produrre credenze di credenze: a) Avere una credenza implica capacità metarappresentazionali b) Queste capacità dipendono dal linguaggio c) Solo gli animali parlanti le possiedono d) Solo gli animali parlanti hanno credenze. Teoria della mente in riferimento alle capacità di mentalizzare il comportamento (Premack/Woodruff), i due autori sostengono che gli scimpanzé sono in grado di interpretare il comportamento degli umani attribuendo loro stati mentali. Secondo
strumenti olduvaiani. Secondo l’autore ci sono 2 tipi di rappresentazioni mentali: quelle contestualmente evocate, e quelle dislocate dal contesto. Le proprietà del linguaggio sono da ricercare nei sistemi cognitivi che garantiscono un radicamento flessibile al contesto. I sistemi di proiezione che consentono la dislocazione nello spazio e nel tempo, così come i sistemi che permettono la proiezione nelle menti degli altri sono presenti, di grado diverso anche in altre specie animali. Dato che la flessibilità è una questione di grado, il risultato che emerge è che la creatività/libertà del linguaggio non possono essere sbandierate come proprietà che caratterizzano in modo esclusivo gli esseri umani conferendo loro uno statuto di “specialità” nella natura. La capacità di parlare in modo appropriato al contesto risponde a quel carattere di “specificità nella continuità” deve portare a considerare gli umani come animali tra gli altri animali. La costruzione del discorso nel flusso del parlato, implica un grado estremamente elevato di flessibilità garantito dal ruolo giocato dai sistemi di proiezione al fine di un “radicamento multiplo e simultaneo al contesto fisico e sociale”. Le peculiarità specifiche del linguaggio umano: il carattere direzionale, progressivo e cumulativo delle conoscenze trasmesse nella conversazione. Infatti è soltanto nella conversazione che si concretizza quell’ideale della comunicazione come dialogo in cui parlante e ascoltatore partecipano alla costruzione di un patrimonio comune di conoscenze condivise di cui spesso né il parlante né l’ascoltatore disponevano prima della conversazione. Parlare in modo appropriato implica un notevole sforzo cognitivo. La comunicazione è sempre un equilibrio instabile tra le intenzioni del parlante e le aspettative dell’ascoltatore. E’ solo quando si realizza questo equilibrio che la comunicazione raggiunge il suo scopo fondamentale: ma la costruzione di uno spazio comune di nuove conoscenze. Secondo un esperimento fatto su Panbanisha e gli umani risulta che la “coerenza globale” del discorso è del tutto assente nella comunicazione della scimmia con i suoi interlocutori. La conversazione tra la scimmia e gli umani è costituita da un insieme di blocchi tra loro autonomi e indipendenti: ciò che risulta mancante è la costruzione di un flusso del parlato, in cui la connessione tra i vari frammenti della conversazione è tenuta insieme da un filo unitario comune. La conversazione tra i due soggetti, scimmia + umani, è del tutto priva del carattere direzionale, progressivo e cumulativo che, caratterizza il proprio della comunicazione umana. Durante la comunicazione, la scimmia sottolinea di continuo il fatto che la comunicazione di Panbanisha non va avanti. La scimmia insiste a manifestare il proprio desiderio anche dopo che i ricercatori hanno tentato di distrarla provando a sviare il discorso. Il carattere direzionale, progressivo, cumulativo della conversazione umana si basa sulla capacità degli interlocutori di rivedere continuamente il proprio punto di vista sulla base di ciò che dicono gli altri, una capacità del tutto preclusa alle scimmie. Mentre la comunicazione della scimmia ha un carattere fortemente regressivo.