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Riassunto del volume "dalla parte degli ultimi" di Fiorucci sulla figura di Don Sardelli.
Tipologia: Appunti
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Si racconta la storia della scuola 725 attraverso le parole stesse di Don Roberto e con la trascrizione di lunghi colloqui che Fiorucci ho avuto con lui tra il 2015 e il
PRIMO INCONTRO -> si parte dall'attualità parlando dei migranti e dell'incapacità della nostra società di rispondere seriamente ai problemi degli emarginati e degli esclusi. L'unica risposta che si offre in modo ben organizzato e sistematico è quella assistenziale, la più facile è la più scontata, ma Sardelli dice che il loro movimento aveva altri obiettivi: non solo l'assistenza, chiaramente necessaria per i poveri, ma si puntava sulla SCUOLA COME STRUMENTO DI EMANCIPAZIONE (fa l'esempio del Papa che dice che ogni parrocchia dovrebbe prendere una famiglia, ma si chiede se il Papa abbia capito che ci sono bambini che hanno bisogno di scuola, intelligenze che devono essere formate, non solo delle bocche da sfamare). I ragazzi di don Sardelli gli dicevano grazie perché avevano scoperto l'ipocrisia dell'assistenza: oltre all'assistenza, bisogna aggiungere quello che oggi viene chiamato empowerment -> dare alle persone gli strumenti per autodifendersi e per autorappresentarsi. Don Sardelli non voleva il pallone (episodio del pallone che taglia) l'oratorio, non voleva ridursi alla squallida figura comune del clero romano. Come Don Milani, scrisse contro la ricreazione , Sardelli propone l'iniziativa della cosiddetta ora del tè alle 5 , quando i ragazzi andavano a prenderlo a casa, o forse andavano a fare qualche servizio alla famiglia, ma poi ritornavano a scuola e ritornavano anche volentieri. RAPPORTO CON DON LORENZO MILANI -> Sardelli conosce don Lorenzo nel 1961, quando il collegio permetteva di andare in vacanza dove si voleva; egli voleva mettersi in contatto con delle esperienze per imparare bene le lingue e leggere degli autori non italiani, quindi andò in Francia. In quel mese sulle montagne incontrò dei ragazzi che stavano come in una sorta di campeggio e i ragazzi di Don Milani; successivamente, scrisse ai ragazzi di Barbiana e andò lì. Viene descritta la figura di Don Milani come un uomo colto ma che snobbava i colti , gli intellettuali e l'alta cultura facendo finta di non conoscerli -> quando per la prima volta Sardelli gli parla di alcuni teologi tedeschi che per i seminaristi erano dei geni, egli finse di non conoscerli. Inoltre, lo contraddiceva sempre per dimostrare l'inutilità della sua ricerca che riteneva troppo intellettuale. Milani viene descritto come duro, a volte anche provocatore, ci teneva a mettere alla prova Sardelli. Il rapporto tra i due era nascosto e rimase clandestino perché Don Milani non era visto in maniera positiva dai seminaristi -> c'era un processo contro di lui per la lettera ai cappellani. Lo stesso don Lorenzo gli diceva sempre di stare zitto e di imparare a tacere se voleva diventare prete; Sardelli racconta di quanto fu difficile tacere, anche perché era giovane, in un ambiente come quello del seminario. Quando venne mandato a Vitinia ebbe un impatto drammatico perché la sua intenzione di innovazione trovò subito un muro: anzi, gli veniva detto di non aprire la porta nel caso fossero stati dei migranti italiani Del Sud. Sardelli dice di non aver avuto dubbi durante gli anni del seminario perché si convinceva che quella era la scelta che dovesse seguire. Fare il prete che invade
la politica e la cultura ; un prete che credeva profondamente nel Vangelo come messaggio di liberazione degli ultimi e degli oppressi , e la sua ispirazione veniva direttamente dalla fede in Dio. Racconta di come sia stata dura, di come questi potenti con il tema del divorzio (spiegava la dottrina di San Tommaso) cercarono di bollarlo e lo interdissero, ossia nei luoghi in cui andava non poteva celebrare la messa nelle chiese. Fu lui ad andarsene nelle baracche.
2. DON SARDELLI E DON MILANI, SCELTE VOCAZIONALI E DEBITI CULTURALI Nel secondo incontro emergono i debiti culturali e quali sono i modelli pedagogici con cui don Roberto Sardelli ha potuto ispirarsi. Viene indagato il rapporto con Don Milani e con la scuola di Barbiana , un esempio che offre spunti indispensabili per l'avvio della scuola 725. L'esperienza del priore in Toscana viene considerato un evento eccezionale in grado di rovesciare le prospettive. Le scelte sono radicali, a favore degli ultimi: distrarre i poveri dalla loro miseria non li aiuta a uscire dallo stato di esclusione marginalità in cui versano. Sardelli dice che il problema della scuola scoppiò totalmente con Don Milani perché alla base della sua scelta c'era un'opzione che gli altri esitavano in qualche modo a fare: l'opzione per i poveri. Prima di andare a Barbiana, l'opzione lui l'aveva già maturata a Calenzano con gli operai allora, per il desiderio nell'ambiente operaio di emanciparsi con la cultura. Radunò questi giovani intorno al progetto di una cultura che si basasse sull'opzione: io scelgo gli ultimi e in quel momento gli operai erano gli ultimi. Questo non lasciò indifferente la chiesa perché una proposta del genere non era affatto diffusa, era dominante l'idea dell’interclassismo. Infatti, Don Milani fu cacciato da Calenzano e fu mandato a Barbiana, una parrocchia abbandonata del Mugello, dove però egli riuscì a trovare il suo ambiente e ad operare con il suo metodo la sua iniziativa di scuola. Dopo essere stato mandato a Vitinia, dove la sua intenzione di innovazione trovò subito un muro (ai superiori interessava solo otturare un buco, uno che dicesse la messa e facesse il catechismo, non erano interessati a un elemento che cercava di ragionare), Sardelli viene mandato in periferia a San Policarpo. Quando si affacciò sulla parte posteriore della Chiesa vide le baracche e in quel momento gli venne l'idea della scuola, ne parlò con i ragazzi che all'inizio rimasero indifferenti. Il suo scopo era spiegare loro perché si trovavano nelle baracche, che si rendessero conto che non erano imbecilli i loro genitori. Individua una baracca piccolissima, 725, dove fare scuola; all'interno di essa si sarebbe parlato dei problemi reali. Per questo, quando iniziò a fare scuola a modo suo fu accusato di fare politica , dato che il suo scopo era spiegare loro perché si trovavano nelle baracche. All'inizio i ragazzi andavano ma avevano l'idea del doposcuola, fatti i compiti volevano andare via e non li si poteva neanche trattenere più di tanto visto l'ambiente malsano e umido. Sardelli spiega come lo schema di Don Milani per lui fosse limitato , perché mentre Don Milani poteva dedicarsi prevalentemente a un'opera formativa,
loro capacità critica di leggere gli eventi di interpretare il mondo. Il progetto è ambizioso perché la scuola non è solo studio, ma soprattutto militanza politica: studiare non significa solo apprendere conoscenze e imparare a relazionarsi, bensì essere cittadini attivi e saper incidere nel proprio contesto per trasformarlo e collocare la propria esperienza nel mondo. Sardelli racconta che uno degli strumenti didattici che aveva cercato di valorizzare molto era il disegno : spesso faceva tradurre ai ragazzi in immagine quello che avevano spiegato con le parole (affido ai loro disegni la copertina del libro non tacere). Sulla polemica delle vacanze e della ricreazione, Sardelli veniva spesso accusato di privare ragazzi del gioco. Secondo lui, ricreazione significa ricreare delle cose, perciò egli non la disdegnava, ma semplicemente voleva dare ai ragazzi uno scopo un senso: ad esempio, una gara di corse di 100 m, dove bisognava far vedere di valere più degli altri oppure il canto. Erano degli strumenti che puntavano sul loro orgoglio : avevano ormai interiorizzato la stupidità, l'inferiorità e il non valere nulla. Tutti gli argomenti erano buoni per dirgli “fai questo, fai vedere a questo agente che tu ascolti Vivaldi”. Sardelli racconta anche di come discutesse con gli insegnanti quando dicevano a più bambini che fossero stupidi perché, se il genitore ci credeva e rinunciava a mandarli a scuola, egli non aveva intenzione di cedere. Sempre riallacciandosi a Don Milani, appoggia le sue accuse alla scuola pubblica, che la scuola di Barbiana aveva sostituito, ma dice che a volte esagerava perché la scuola pubblica è da salvare, non da condannare, e lui voleva essere anche uno stimolo per la scuola pubblica. Bisognava dare all'insegnante gli strumenti e le condizioni per lavorare nel migliore dei modi: non è la stessa cosa insegnare in un liceo classico del centro o nell'istituto professionale di periferia, con studenti che hanno condizioni di socioeconomiche difficili; non è facile insegnare in classi di 25 o 30 alunni in cui non esiste più il rapporto interpersonale che nell'educazione fa la differenza. Sardelli parla della credibilità : egli aveva autorità perché stava con i ragazzi tutta la giornata, una credibilità che si poteva avere con il tempo pieno e la scelta di condividere tutto, non con una presenza di sole quattro ore al giorno. Si parla anche del problema della competizione, quando qualche genitore si lamentava perché voleva che il figlio dovesse emergere, dato che il rapporto comunitario tende ad abbassare un po’ toni in tal senso. Difficile il passaggio a nuova Ostia , in cui entri in crisi per primo Sardelli nel 1973, perché significò uscire dalla dimensione in cui si erano abituati e il venir meno di quel tessuto culturale e comunitario che era la loro forza, che li sosteneva pur nelle difficoltà.
4. LETTERA AL SINDACO: il percorso di scrittura collettiva L'attenzione si focalizza sul percorso di redazione della lettera al sindaco, soffermandosi sulle motivazioni che l'hanno generata, le diverse fasi del processo di scrittura, le ricadute politiche culturali ed educative. Un processo che suscitò entusiasmi e forti riserve, cambia profondamente tutti gli attori coinvolti, in primis i ragazzi. Nel colloquio si sottolinea anche il valore formativo della lettera da intendersi in maniera attiva come avveniva nella scuola 725, in cui le narrazioni dei ragazzi venivano utilizzate per affinare le capacità critiche e un processo di coscientizzazione : è bandito il fiabesco e ciò che può essere menzognero evasivo.
La lettera al sindaco ricalca ovviamente il modello di Don Milani e diventa metodologia per rivolgersi ai potenti ; lo stile epistolare è arma degli oppressi nei confronti degli oppressori. La lettera nasce dal pensiero che si avvicinava il Natale e di fare una lettera di Natale; i ragazzi fanno la lettera a tutti gli anni i genitori, e anche noi facciamo una lettera al sindaco, come cominciarla? Allora qualcuno disse caro sindaco e gli risposero che non era caro di lasciar perdere quel termine; i pensierini crescevano ogni giorno. Sardelli non pensava che questa lettera avrebbe interessato l'opinione pubblica e invece ne vennero in possesso alcuni giornali. Poi anche le case editrici parteciparono alla diffusione di questo documento che venne anche tradotto in giapponese, tedesco, francese e spagnolo. Il fatto che per la prima volta un prete a Roma si mettesse in quella posizione metteva a disagio il mondo politico e il clero, perché si metteva in evidenza la pigrizia delle tue istituzioni responsabili della situazione di baraccati. Sardelli parlando della lettera usa il termine incoscienza, incoscienza dell'età e delle conseguenze perché lui dice di avere la chiesa di fronte, compatta contro di lui, e l'idea che da un baraccato potesse uscire un documento per le autorità era una cosa impensabile. Racconta di questa chiamata del cardinale vicario che li disse che sarebbe andato lui a parlare con il sindaco: egli non aveva capito che l'intervento di Sardelli nella scuola era proprio quello di DARE LA PAROLA AGLI ULTIMI e che quell'espressione contraddiceva tutto il suo lavoro di un anno. Egli gli rispose che sarebbe andato lui perché la sua era un'iniziativa laica, non clericale. Per 10 mesi raccolsero pensierino dopo pensierino mettendo il contributo di tutti ; la lettera fu un'occasione per Sardelli, per prendere coscienza della sua presenza lì, ma soprattutto per i ragazzi che furono portati a riflettere sulla loro situazione e a prendere la parola: finalmente potevano esprimersi, vedersi riconosciuti come soggetti, cosa che nella scuola pubblica in quel momento non accadeva, perché anzi li si umiliava. I ragazzi capirono, durante il processo, che non c'era da vergognarsi ma che si poteva parlare e denunciare la propria condizione. RICADUTA DELLA LETTERA -> la lettera mise in crisi anche il Vicariato, che non faceva niente per la situazione, e tutto il sistema democristiano di governo della città (dopo qualche anno, scrissero anche la lettera ai cristiani di Roma, appellarsi i cristiani significava scavalcare le gerarchie ecclesiastiche, che si allarmarono e in quel periodo nacque anche la Caritas). I gruppi parrocchiali cominciarono a mobilitarsi intorno alla lettera, e ci fu il convegno sui mali di Roma, dove intervenne anche Sardelli, dal quale nacque la crisi dell'asse democristiano che l'anno dopo dovette cedere alla sinistra il potere del governo della città. Si fece avanti questo centro di documentazione di Pistoia che venne a conoscenza della lettera e andò a trovarli; per alcuni era proprio un pensiero estraneo a loro potersi rivolgere al sindaco. Sardelli capisce che la scrittura collettiva è quella la base : erano loro che dovevano parlare al popolo, non dovevano permettere che fossero altri a farlo per loro, che era l'idea del cardinale e del clero. In quel momento il sindaco non c'era, ma dopo poco sarebbe stato nominato Darida, un personaggio potente. Per la prima volta scoprirono che i soggetti erano loro e non gli altri che parlavano di loro. Ragazzi si divisero il compito e presentarono questa lettera a sindaco.
Proposta didattica di don Sardelli -> importanza di conoscere e imparare attraverso le diverse forme espressive , per molto tempo trascurata era la scuola italiana. Sardelli afferma che ancora oggi non si è capito bene quanto siano importanti le forme espressive del corpo, che la scuola deve attivare tutti i linguaggi del ragazzo. Lui e Don Milani si erano limitati alla parola perché era una priorità, in quanto i ragazzi non sapevano parlare, possedevano un vocabolario troppo limitato. E gli altri linguaggi espressivi però sono fondamentali perché ti educano; Sardelli usava molto il disegno, la musica con la quale cercava sempre di dire ai ragazzi di immaginare e di vivere in quel mondo. Secondo Sardelli i ragazzi non parlavano perché non erano motivati a farlo, perché poi quando si trattava di litigare per lo sport riusciva a parlare anche in modo fantastico e creativo. Lo sforzo della scuola era quindi fornire loro la motivazione per impossessarsi di un vocabolario : la motivazione è il nucleo centrale per un processo di apprendimento di successo, specie sui soggetti nella formazione provengono da contesti di marginalità. Sardelli parla delle ipocrisie e delle scuole che la domenica organizzavano la carità distribuendo dei pasti, dei pacchetti tra le baracche, o anche gli studenti universitari che andavano lì due ore e se ne andavano convinti di poter sovrastare i ragazzi con il loro ragionamenti. Sardelli in questo ambito si dimostra duro, anche quando il regista De Seta gli chiesi di rimanere gli dissi di stare zitto e di non entrare nel discorso che li teneva con i ragazzi. Parla della situazione delle classi differenziali , dove venivano mandati gli insegnanti più scadenti anziani e stanchi: sono in qualche modo i ragazzi migranti e i ragazzi rom di oggi con gli stessi pregiudizi le stesse ingiuste diffidenze. Erano mandati nelle classi differenziali perché si portavano dietro il dialetto e nella scuola non era permesso esprimersi in dialetto. LETTURE -> Malcom X, Gandhi , qualche articolo di giornale particolarmente interessante oppure la lettura di telegrammi che si scambiavano Saragat e deputati. Il libro non tacere è una critica radicale i libri di testo e di scuola che parlano di un altro mondo per loro assolutamente distante e irreale. Ci hanno lavorato insieme per più di un anno, la domanda cruciale fu se accontentarsi di quello che gli altri scrivevano per loro, di come parlavano spesso di cose che erano completamente fuori dall'esperienza immediata dei ragazzi. Sardelli diceva loro di parlare del loro paese e delle strade dove abitavano, ma delle baracche ragazzi non volevano scrivere facilmente perché erano rimosse. La loro proposta finale era quella che ciascuno facesse il suo libro, usandolo come strumento didattico per metterli nella condizione di dire “io sono capace di scrivere un libro”. La casa editrice è la stessa di lettera alla professoressa, la libreria editrice Fiorentina, 1971. Andarono direttamente ai ragazzi a parlare a Firenze con il direttore della casa editrice. In quel periodo in tutta Italia vi fu un impegno enorme, perché queste scuole alternative nascevano in ogni luogo e avevano come riferimento sempre le classi di disagio; ogni gruppo parrocchiale senti il bisogno di dire e di fare qualcosa. Parla della relazione con le esperienze di Mario Lodi, la conoscenza con Ernesto Balducci. Il riferimento al mondo della sofferenza sociale è obbligatorio, non si
legge la storia attraverso le battaglie di Napoleone ma attraverso le storie delle classi più disagiate, del movimento contadino in riferimento è la sofferenza sociale. Lettera al Sindaco :
quella a guida Lega Movimento 5 stelle che hanno eliminato uno dei pochi elementi positivi della legge 107, la formazione degli insegnanti. La pandemia ha avuto forti ripercussioni sul mondo della scuola e dell'educazione, con la chiusura delle scuole che è stata pesante e delicata sul piano sociale, poiché una scuola chiusa è una comunità che viene a mancare. La DAD è stata essenziale in questa fase ma non può sostituire una didattica in presenza che rappresenta il cuore della relazione educativa. La scuola oggi non è in grado di contrastare la dispersione materiale, figlia degli elevati tassi di abbandoni, intellettuale, figlia di nozionismo che intossicano la creatività degli allievi, e relazionale, figlia della competitività, dell'aggressività e del bullismo. Avviata nell'ottobre del 1968, la scuola 725 non fu la sua esperienza di scuola Popolare di borgata nella capitale, ma si contraddistinse per lo stile e le modalità impresse al suo fondatore. In quegli anni la situazione delle baracche non era stata sanata, poiché dal secondo dopoguerra, gli agglomerati urbani abusivi erano cresciuti. La zona dell'acquedotto felice, a ridosso della Chiesa di San Policarpo, dal ventennio fascista fino ai primi anni 70 era un susseguirsi di baracche, in cui avevano trovato dimora circa 650 famiglie di migranti, provenienti perlopiù dall’Abruzzo e da altre regioni del Sud. Al degrado e alla povertà materiale di quel contesto si sommavano la rassegnazione un destino di marginalità e perciò una sfiducia nelle proprie capacità. Costruire un'alternativa all'istituzione statale significava prendere una posizione forte nei confronti di una scuola che era ancora uno strumento di esclusione più che di mobilità; don Roberto intuì che l'esperienza scolastica non poteva essere disgiunta da un'esigenza viva e militante di partecipazione. Don Roberto era convinto che la proposta di Don Milani fosse quella giusta da attuare; quindi, la va a riadattare al contesto romano; la sua scelta si manifesta dopo l'incontro con il priore a Barbiana: fare scuola ai poveri è una vocazione che non può essere esclusa. Don Roberto fin dagli ultimi anni del seminario del 1965 era venuto a conoscenza del fatto che nella città ci fosse un centro una periferia, con parrocchie in e parrocchie out: le prime di prestigio, le seconde desolate e abitate al malaffare. Matteo Amati che ha preso parte in prima persona alla scuola 725 trasferendosi a vivere nelle baracche, descrive la scuola di don Roberto: “Una scuola dove non c'era elettricità e in inverno si accendevano le candele e si rimaneva fino alle 9 per imparare a stare insieme; don Roberto aveva capito che per la vita di quei ragazzi c'era solo un antidoto: la cultura , studiare per ribellarsi a un destino che li relegava dell'invisibilità. Aveva inoltre scoperto che i fili delle baracche erano stati confinati nelle classi differenziali, anche se non presentavano handicap o difficoltà di nessun tipo: non dovevano frequentare una scuola normale, godere dell'amicizia di nuovi compagni, ma venivano collocati in un luogo diverso perché erano diversi, in classi dove insegnavano docenti e anziani e demotivati, in aule ricavate in stanze provvisorie squallide. Un contesto di emarginazione, perché ci si sentiva separati dai coetanei, infatti, spesso quegli alunni finivano in strada a dedicarsi alla corretti precari. Fu la scuola 725 a dare loro accoglienza: uno spazio aperto e disponibile per i giovani baraccati, dove si parlava dei loro problemi e si affrontavano temi attuali, si leggevano i quotidiani. Don Roberto li stimolava con iniezioni di fiducia e incoraggiamento”.
Come ricorda lo stesso Sardelli, anche il suo ragazzo più umile doveva poter coltivare l'ambizione di diventare sindaco. Il risultato principale che ottenne è quello di aver liberato con il sapere, la cultura è la parola, bambini e ragazzi in una condizione di emarginazione sociale culturale economica geografica esistenziale : ancora oggi la scuola 725 è un esempio concreto di risposta all'emarginazione. La proposta per agogiche didattica di Sardelli si è mostrata fin dal principio molto critica rispetto alle attività della scuola pubblica che continua a discriminare e a riprodurre le differenze socioeconomiche e culturali, a curare i sani e respinge i malati. La scuola chiuse nel 1973, quando dopo 5 anni di lotte i baraccati furono trasferiti in abitazioni a nuova Ostia, passaggio definito come un trauma da don Roberto -> si passa da una marginalità all'altra, questo dimostra come per gli ultimi ogni conquista sia precaria e spesso deludente, oggi ho un quartiere difficile della periferia romana. Don Roberto pagò le sue scelte radicali a caro prezzo, dovette tacere per 5 lunghi anni di seminario tra provocazione e minacce di un sistema che interiormente rifiutava. L'elemento centrale della sua didattica era la parola e il valore a esso connesso , si tratta di un recupero della lezione di Don Milani, una sorta di mentore per sardelli, colui che a barbiana ha offerto una possibilità di studio a chi si era allontanato precocemente dalla scuola. I due furono legati da un intenso rapporto di amicizia ma il legame non era ben visto la la gerarchia ecclesiastiche, restia a condividere le idee di giustizia e uguaglianza di Don Milani. Tra i due c'è una differenza sostanziale: