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Riassunto completo del libro "Dante: guida alla Divina Commedia" di Giorgio Inglese (Carocci Editore).
Tipologia: Sintesi del corso
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Nei canti proemiali (IF 1, 2), Dante disegna la concezione del poema e presenta i 3 protagonisti: il pellegrino mistico, il suo maestro (= Virgilio) e il suo eterno amore (= Beatrice). Intesa a grandi linee come opera di pensiero, la Commedia è un’opera poetica. Per Dante, la poesia è la forma verbale, immaginosa e musicale, che l’arte conferisce a una verità dell’intelletto, per renderla meglio comunicabile. La poesia dà anche forma a una verità interiore altrimenti non attingibile. Infatti la Commedia viene letta non solo come opera in sé, ma il lettore può ritrovare sé stesso e cercare la propria posizione all’interno del testo. La forza dei contenuti morali ed intellettuali è tale da rendere delicato il problema dell’unità dell’opera: Benedetto Croce, infatti, pur affermando che il poema è un’unità perché il momento intellettuale e quello lirico si influenzano, invita a distinguere delle parti strutturali. Secondo Inglese, la Commedia è riuscita unitariamente come opera di poesia, in quanto prevale il momento intuitivo- espressivo, anche se tutti gli altri momenti sussistono e devono essere filologicamente conosciuti per avere una comprensione esaustiva del testo. Lo sguardo dantesco abbraccia una così ampia prospettiva dell’esperienza umana che non tutti i punti hanno la stessa intensità e complessità dell’intuizione-espressione: gli episodi più toccanti sono tali solo se inseriti nella sequenza completa, che permette di capirli a pieno.
1.1 I primi due versi della Commedia segnalano 3 punti di riferimento: il tempo dell’azione, il luogo e la presenza di un io narrante. La data è rintracciabile in IF 21, quando si dice che sono passati 1266 anni dalla morte di Cristo: è quindi l’anno 1300 (= 1° Giubileo). L’identità del narratore è svelata per gradi (è letterario, fiorentino, amico di Beatrice…) e solo in PG 30 Beatrice chiama Dante per nome. “Mi ritrovai” indica un ritorno alla coscienza, il risveglio dal sonno in cui Dante si trova quando smarrisce la retta via ed entra nella selva. Uscito dalla selva, va verso un colle illuminato dal sole, ma 3 bestie (= lonza, leone, lupa) lo respingono indietro. Gli appare all’improvviso lo spirito di Virgilio, che riceve l’omaggio di Dante. La selva è la vita mondana peccaminosa (identificata anche come deserto, valle e pelago); la verace via è Cristo; il sole è Dio, quindi il colle illuminato dal sole è la felicità naturale e si identifica idealmente con la montagna dell’Eden. Le 3 bestie sono tentazioni diaboliche (→ riferimento biblico in Geremia): la lonza è la lussuria, il leone la superbia e la lupa la cupidigia. Virgilio spiega che è la lupa ad impedire l’accesso al colle, finché un veltro (= cane da caccia) non la ucciderà. Lo smarrimento di Dante non è solo una condizione individuale, ma rappresenta anche lo sviamento dell’umanità in quel momento storico: infatti, la cupidigia non è il maggior peccato di Dante (→ superbia, PG) ma una forza che domina il mondo, che si manifesta nella Chiesa corrotta e dominata dalla brama di potere temporale, che si è opposta all’Impero. Dalla Provvidenza verrà dunque colui che, vincendo la lupa, ristabilirà giustizia e pace; l’annuncio è affidato a Virgilio, poeta dell’Impero Romano. A Dante peccatore, la misericordia divina manda una guida che lo conduca alla salvezza tramite un viaggio di conoscenza e liberazione morale attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso (con Beatrice). Virgilio e Beatrice sono le due guide che Dio ha dato agli uomini: la Ragione naturale e la Rivelazione. Nel suo viaggio, Dante è protetto da 3 donne, Maria, Lucia e Beatrice; quest’ultima, si è addirittura spinta fino al Limbo per chiedere a Virgilio di fare da guida a Dante nella prima parte del tragitto. Dante si chiede perché è stato scelto per questo viaggio. I due precedenti sono Enea e San Paolo, rispettivamente fondatori dell’Impero Romano e della Chiesa. Egli incarna entrambi perché chiamato a portare agli uomini verità che daranno loro sia felicità temporale (→ Enea) sia felicità spirituale (→ Paolo). Il mandato è espresso da Beatrice in PG 32 e da San Pietro in PD 27. 1.2.1 Dante ha concepito una cronologia serrata, ricostruibile dalle allusioni sparse nel poema. Dante incontra le 3 fiere il mattino di venerdì 25 marzo 1300. La discesa agli inferi inizia al tramonto e dura tutta la notte e il giorno seguente. La risalita degli inferi dura 21 ore, ma col passaggio al monte dell’Eden che sta nell’emisfero opposto Dante guadagna 12 ore, quindi vi si trova lì la mattina di domenica 27 marzo. La purificazione sul purgatorio si completa a mezzogiorno del 30 marzo (percorso più lungo perché di notte non si può salire). L’ascensione attraverso i cieli fisici dura 19 ore, mentre la visione dell’Empireo si svolge in un tempo mistico incalcolabile. L’esordio della Commedia è in medias res (→ Eneide). L’invocazione alle Muse è posticipata in IF 2 e l’antefatto è solo accennato nel discorso tra Dante e Beatrice in PG 30-33. 1.2.2 Varcata la porta dell’Inferno, ci sono gli ignavi, lasciati nell’anonimato. Le anime dannate devono invece superare il fiume Acheronte, traghettate da Caronte. Dante e Virgilio raggiungono il Limbo, dove si trovano gli innocenti senza fede (= pagani o morti prima del battesimo). Minosse giudica i peccatori. Nel 2° cerchio, i lussuriosi sono trascinati dal vento (→ Paolo e Francesca).
Nella 5^ cornice, avari e prodighi sono stesi a bocconi con mani e piedi legati e alternano lodi alla povertà e deprecazioni dell’avarizia (→ Ugo Capeto). Qui appare l’anima di Stazio, appena liberata dalla penitenza, che prosegue la salita al Paradiso con Dante e Virgilio. Nella 6^ cornice, i golosi affamati e assetati hanno le visioni di un albero carico (→ Forese Donati, Bonagiunta da Lucca). Nella 7^ cornice, i lussuriosi camminano nelle fiamme (→ Guido Guinizzelli, Arnaut Daniel). Giunti in cima al monte, Virgilio conclude il suo percorso e afferma che Dante ha acquisito le forze della ragione naturale (= libertà di volere il bene). Dante entra nell’Eden, custodito da Matelda (= personificazione della felicità che gli uomini avrebbero avuto senza il peccato originale). Qui si anima una processione mistica, i cui componenti rappresentano collettivamente la Parola di Dio; sul carro al centro siede Beatrice, che rimprovera Dante per il suo sviamento peccaminoso dopo la morte della donna. Il rito penitenziale si compie con la confessione di Dante e la sua immersione nel fiume Lete per dimenticare i peccati commessi. Attorno al carro si riproduce un dramma allegorico sulla storia della Chiesa e in particolare sulle conseguenze nefaste della Donazione di Costantino; viene poi annunciato l’arrivo di un Messo divino che porrà fine alle dispute tra potere secolare e temporale (→ IF 1). Dante e Stazio bevono infine l’acqua del fiume Eunoè per ravvivare la memoria del bene operato. 1.2.4 Beatrice e Dante ascendono al cielo attraverso la sfera del fuoco. I beati risiedono tutti nell’Empireo, ma a Dante si mostrano nei cieli che hanno influenzato le loro qualità. Nel cielo della Luna stanno i beati che, mancando ai voti, attenuarono i propri meriti (→ Piccarda Donati). Nel cielo di Mercurio stanno i beati che sono stati attivi nel mondo per ottenere fama (→ Giustiniano = delinea la storia dell’Impero Romano). Nel cielo di Venere appaiono gli spiriti amanti (→ Carlo Martello d’Angiò, Cunizza da Romano, Folchetto di Marsiglia). Nel cielo del Sole stanno le anime dei sapienti (→ Sigieri / Tommaso d’Aquino e fra Bonaventura → lode a San Domenico e San Francesco + critica alla decadenza di due ordini mendicanti / Salomone). Nel cielo di Marte compaiono gli spiriti militanti (→ Cacciaguida = profezie sull’esilio di Dante + indica la Verona di Cangrande della Scala come rifugio sicuro). Nel cielo di Giove, gli spiriti giusti formano il disegno di un’aquila. Nel cielo di Saturno compaiono gli spiriti contemplanti (→ Pier Damiani, Benedetto da Norcia). Nel cielo delle Stelle (o Firmamento), Dante vede Cristo e Maria trionfanti e subisce un esame dottrinale: san Pietro lo interroga sulla Fede, san Giacomo sulla Speranza e san Giovanni Evangelista sulla Carità (→ esaltazione delle virtù teologali). Dante chiede a Adamo chiarimenti sulle prime vicende dell’umanità. San Pietro critica le degenerazioni della Chiesa. Nel cielo Primo Mobile, Beatrice rivela l’ordine delle schiere angeliche, ognuna deputata al movimento di un cielo, e afferma che nelle anime sante l’amore per Dio segue alla visione intellettuale. L’Empireo non ha esistenza fisica né altro luogo che la mente divina. Dante ha una visione di un anfiteatro a forma di rosa in cui siedono i beati; Beatrice raggiunge il suo posto e la nuova guida diventa Bernardo da Chiaravalle (= passaggio dal credere per fede nella verità rivelata alla contemplazione diretta di Dio). A Dante è concessa la visione di Dio, della suprema verità, in forme che egli non può ricordare.
2.1 Secondo la tradizione (→ Trattatello di Boccaccio), i primi 7 canti sono composti a Firenze, ma in IF 6 Ciacco profetizza la caduta dei Bianchi del 1302. Non c’è prova certa per collocare l’inizio effettivo della stesura in anni anteriori al 1307 (anno di interruzione di Convivio e De vulgari eloquentia ). La chiusura definitiva dell’ Inferno è dopo l’aprile 1314 (= morte di papa Clemente V, profetizzata in IF 19). Sempre Boccaccio dice che gli ultimi canti del Paradiso entrano in circolazione dopo la morte di Dante (1321). Dante lavora al poema per almeno 15 anni. 2.2 Il poema fu subito noto come “la Comedìa ”; “Divina Commedia” è una formula boccacciana usata come titolo a partire dal 1555. Dante scegli come titolo un sostantivo che india il genere e lo stile dell’opera, ma per definirla non si può ricorrere alle definizioni del De vulgari eloquentia perché riferite alla poesia lirica. È dante stesso a definire l’opera “comedìa”, contrapposta all’Eneide che è “tragedìa”. Secondo i grammatici medievali, commedia e tragedia sono due tipi di narrazione in versi, che si distinguono per lo stile, umile nella prima ed alto nella seconda. È probabile che Dante voglia alludere all’uso del volgare, al grado stilistico e alle risorse letterarie usate (= lingua, personaggi, oggetti, ambienti). La sostanza di questa scelta stilistica è spirituale perché Dante, assunto come soggetto dell’opera la storia di un’anima cristiana dal peccato alla redenzione, trova il suo punto di riferimento nello stile umile della Sacra Scrittura (→ spesso usa citazioni scritturali per ottenere riscontro contenutistico o solennità). 2.3 Per il lettore medievale, la Commedia fa parte di una tradizione di resoconti di visioni d’Oltretomba, i più famosi dei quali sono la Visio Pauli di San Paolo e la Visione di Alberico da Montecassino (→ vari riscontri in Dante). Dante si presenta come primo tra i “moderni” a cui Dio ha concesso questo viaggio (PG 16) e afferma che il suo modello è la discesa di Enea agli Inferi (= evento reale voluto da Dio per favorire la fondazione dell’Impero Romano). 2.4 L’Inferno è una voragine conica, il cui vertice tocca il centro della terra; essa è contornata da gradoni circolari. La porta dell’Inferno è collocabile vicino a Gerusalemme (= centro del mondo). Il sistema di pene e peccati è basato sull’ Etica di Aristotele, che indica 3 cattive disposizioni morali: malizia, incontinenza e bestialità. Nei cerchi 2- 5 sono puniti coloro che non hanno saputo contenere l’appetito dei sensi (→ incontinenza = lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi). Nel 6° cerchio vengono puniti gli eretici (→ bestialità secondo Boccaccio). La malizia è propria invece dei violenti (7° cerchio) e dei fraudolenti (ingannatori nell’8° cerchio e traditori nel 9°). Al centro del globo, Lucifero ha la testa e il busto nell’emisfero nord e le gambe in quello sud. Un passaggio sotterraneo fa da collegamento con la montagna dell’Eden, posta in mezzo all’Oceano in posizione opposta a Gerusalemme, sopra la quale sta il Paradiso terrestre; da quando Cristo riconciliò l’umanità con Dio, le sue pendici sono sede del Purgatorio. L’ordine delle pene in Purgatorio è diverso da quello infernale perché è riferito ai vizi capitali della morale cristiana. Mentre l’anima dannata è punita nel luogo confacente al più grave dei suoi peccati, l’anima che si purga deve passare tutti i gironi corrispondenti ai peccati commessi. Secondo Dante, le anime si affollano alla foce del Tevere per essere traghettate alla spiaggia del Purgatorio, dove le accoglie Catone. Oltre la porta del Purgatorio, vegliata da un angelo vicario di Dio, il monte è cerchiato da 7 cornici, vigilate ciascuna da un angelo. A salire: superbia, invidia, ira (= amore pecca perché si rivolge al male altrui); accidia (= amore pecca per mancanza di forze); avarizia e prodigalità, gola, lussuria (= amore pecca per eccesso di forza). L’anima ascesa all’Eden beve l’acqua del fiume Lete per dimenticare il ricordo delle colpe e del fiume Eunoè per ravvivare la memoria del bene. Gli spiriti beati contemplano Dio in una dimensione ontologica al di là di spazio e tempo (= Empireo). Ogni beato è soddisfatto della propria capacità di godere di Dio, la quale dipende dalla grazia concessa
3.1 La pluralità di significati della Commedia può essere riportata alla duplicità di senso letterale e allegorico o mistico. 3.1.1 Il senso letterale ha una calcolata costituzione dinamica (→ ritorno di temi). Così Dante traduce in strutture testuali la norma fondativa dell’esegesi biblica medievale, cioè la ricerca nelle Scritture di episodi paralleli connessi tra loro (il più antico prefigura il più recente + il più recente è compimento del più antico). Se le Scritture rispettano l’ordine provvidenziale voluto da Dio, la Commedia cerca di imitare l’opera divina. Per esempio, il tema dell’amore esposto in IF 5 (= Paolo e Francesca) si compie nel discorso di Virgilio di PG 18; il motivo politico si sviluppa in linea ascendente nel canto 6 di ogni cantica; la virtù mondana e l’orgoglio di IF 4 e 15 si completano in PG 11 e 12. Altri motivi profondi sono rappresentati da sistemi metaforici che abbracciano l’intero poema (= navigazione come immagine dell’esistenza e dell’opera stessa / falconeria come immagine di elevazione morale / mangiare come immagine del conoscere). 3.1.2 Il rapporto figura-figurato non è d’ordine convenzionale e arbitrario, ma è stabilito sul piano della realtà narrativa (es: Virgilio è eroe della ragione, Beatrice è santa). In alcuni casi la funzione allegorica eccede la determinatezza del personaggio e si rivela (es: Virgilio è sconfitto alle porte di Dite perché rappresenta il paganesimo e la ragione, insufficienti a trionfare sul male). È Danta stesso ad avvertire del significato spirituale che sta oltre quello letterale di alcuni episodi, alcuni dei quali dotati di complesse figurazioni. Non si può escludere che ogni momento della narrazione sia portato al soprasenso. La ricerca maniacale dell’allusione, però, è condannata a restare priva di verifica obiettiva e risulta inutile nel momento in cui i valori della Commedia sono tutti pertinenti il senso letterale (non c’è nulla di importante che non sia già stato dichiarato dal senso letterale). 3.2 La questione dell’allegorismo è legata al significato da attribuire alla visione dantesca. La finzione narrativa dice che Dante compie il percorso per Inferno e Purgatorio col corpo, mentre non è chiaro come sia nel Paradiso (→ San Paolo dice di non sapere se la visione del Paradiso è con o senza corpo → Dante deve attenersi + pare sia ascensione con corpo mentre all’Empireo sia solo spirito). Bisogna capire se sia solo una creazione intellettuale o un’esperienza mistica realmente vissuta come contatto sol divino. Gli antichi commentatori si dividono tra coloro che sottolineano lo statuto normalmente letterario del poema (→ Pietro Alighieri) e chi ne proclama la validità di testo ispirato. In quel periodo le visioni mistiche sono ammesse non solo dalla fede ma anche dalla filosofia. Il problema permane, tanto che è il poema stesso ad avanzare pretesa di autenticità. Il vero teologico-filosofico è assicurato dalle fonti che, nella Monarchia , Dante chiama documenta spiritualia et phylosophica (= insegnamenti). La poesia, nella coscienza letteraria di Dante, non è involucro didattico e allegorico ma visione del vero. L’alta poesia ha, per divina concessione, la possibilità di sognare verità storico-provvidenziali altrimenti irraggiungibili dall’intelletto umano; in questo modo, l’alta poesia si pone come variante della scrittura profetica. 3.3 Alcuni tratti tipici sono riscontrabili nel Vecchio Testamento: il profeta ha ricevuto da Dio l’incarico di manifestare i peccati del mondo e preannuncia la punizione imminente; ciò lo rende odioso ai suoi concittadini, ma alla fine regnerà la giustizia. La visione dantesca degli avvenimenti politici si risolve nell’indignazione della coscienza morale e nella certezza che la Provvidenza guida la storia. Il mondo di Dante è Firenze, amata ma sede del male, che si configura come antitesi del Paradiso. La passione per la sua città è viva in tutto il poema. Quando chiede a Ciacco i motivi della discordia fiorentina riceve una risposta che rinvia ai motivi universali del peccato (IF 6). Se in IF 10, rispondendo a Farinata, Dante ha accenti di orgoglio Guelfo,
le parole di Brunetto Latini in IF 15 proclamano il distacco dell’esule da entrambe le parti e la sua drammatica separazione dal mondo municipale, ormai insufficiente a sé stesso e irrimediabilmente corruttibile. Il compenso lirico di questa separazione di trova nei canti di Cacciaguida (PD 15, 16), dove si ricordano i fiorentini antichi nella loro quotidianità, in una misura civica e familiare; la nostalgia, però si alterna all’indignazione perché il ricordo del passato nasce dal disgusto per il presente. Cacciaguida afferma che il motivo della decadenza di Firenze è la sua cupidigia: allargando il suo dominio, gli abitanti del contado hanno introdotto nuovi impulsi di conflitto e ambizione sempre più violenti (= commistione di stirpi danneggia purezza etica originaria). Egli, inoltre, riannoda la storia fiorentina con quella universale, collegando l’espansionismo comunale alle lotte tra Chiesa e Impero: la rovina di Firenze è dunque solo un caso particolare di un andamento universale. Anche Guida del Duca (PG 14) e Marco Lombardo (PG 16) ricordano le loro terre con nostalgia, in contrasto con le guerre del presente, iniziate dalla rivolta del pontefice contro l’imperatore Federico (1230 ca). Secondo Dante, le forme comunali si sono pervertite perché è venuta meno la salda guida imperiale. Egli inoltre accusa l’ingerenza della Chiesa nel dominio temporale e l’ignavia dell’imperatore Alberto d’Asburgo. 3.4 Le concezioni politiche presenti nella Commedia sono quelle argomentate nel Convivio e nella Monarchia. In PG 16 (→ Marco Lombardo) afferma che la ragione ultima dello sviamento del mondo è il libero arbitrio dell’uomo: l’anima umana è naturalmente incline al bene, ma può ingannarsi a causa delle cose mondane, quindi è necessaria una legge positiva e un esecutore di giustizia. Mancando l’imperatore, il papa non ha la virtù necessaria ad amministrare la giustizia: se la loro guida mira ai beni materiali, anche i popoli si abbandonano alla cupidigia. L’imperatore, possedendo tutto, è immune alla cupidigia e può amministrare equamente la giustizia. Nessun’altro è immune, nemmeno il papa, che quindi non può amministrare equamente la giustizia, anche perché la sua missione è quella di guida spirituale. Dante sostiene la dottrina dei due soli: il potere temporale e quello spirituale, che non devono mischiarsi o sovrapporsi, permettono rispettivamente di raggiungere la felicità terrena ed eterna. Se chi detiene il potere spirituale prende anche quello temporale, non ha più un freno e cede alla cupidigia, scadendo anche nella sua missione spirituale. I versi che in ogni cantica parlano della degenerazione del sacerdozio sono tra i più sentiti (= Niccolò III in IF 19, San Francesco e San Domenico in PG 11 e 12, San Pietro in PD 27). Per quanto riguarda San Francesco e San Domenico, Dante afferma che essi sono stati voluti dalla Provvidenza per occuparsi della povertà (= sposa di Cristo) e della fede, ma, dopo la loro morte, i due ordini fondati hanno travisato le regole originarie. Sulla scia dei giuristi filoimperiali, Dante ripete più volte che la Donazione di Costantino (= principio del temporalismo ecclesiastico) è illegittima. Marco Lombardo in PG 16 idealizza l’ordine perfetto dei due soli in un passato che ha rispondenza cronologica ma e solo il fondale su cui è ritratta la degradazione del presente. La visione imperiale dantesca è un’utopia che incarna lo spirito antipolitico dell’autore: in un mondo sapientemente guidato dall’imperatore, non c’è spazio per la lotta tra soggetti indipendenti (= politica), che Dante pensa solo come manifestazione storica del male. Qui si coglie l’impotenza dei gruppi intellettuali scolastici davanti allo sviluppo socioeconomico del ‘200. 3.5 Per Dante, i lineamenti fondamentali della storia umana sono scritti nell’ Apocalisse di San Giovanni: nella battaglia tra Dio e Satana, gli eserciti sono guidati dal Messia e dell’Anticristo, affiancato dalla meretrice Babilonia (= Roma imperiale); dopo la prima vittoria di Cristo e il suo regno, Satana tornerà e sarà sconfitto definitivamente, dopodiché verrà instaurato il regno di Dio. Dante riprende interpretazioni duecentesche per cui Babilonia rappresenta la Chiesa corrotta. Lo schema apocalittico influenza la visione dantesca: il Veltro, infatti, unisce tratti romano-imperiali a una fisionomia escatologica perché rimetterà la luca-cupidigia nell’inferno; dopo la sua vittoria, il male sarà sconfitto, non ci sarà più bisogno dell’Impero e il tempo scorrerà in una dimensione simile
4 .1 In Dante le figure del poeta e del filosofo si alternano: il poeta fa propri in forme fantastiche i temi del filosofo e viceversa il filosofo spiega i temi del poeta. Nasce così, sul terreno della meditazione etica, il “cantore della rettitudine” del De vulgari eloquentia , formula applicabile anche al Dante della Commedia. Qui il tema dell’Oltremondo e del viaggio rimandano già ad un complesso sistema dottrinario (→ Etica aristotelica, morale scolastica, cosmologia tolemaica), a cui si aggiungono gli interventi filosofico e teologici di Beatrice, Virgilio e Stazio (→ sorta di piccola enciclopedia che completa il Convivio ). Dante partecipa al tentativo di integrare Aristotele alle basi razionali del pensiero cristiano, anche se non gli si può attribuire un aristotelismo filologicamente attendibile. Egli resta fermo su conclusioni ritenute “ortodosse”, compatibili con la fede cristiana, anche se subisce il fascino delle posizioni averroistiche (→ Averroè è in IF 4). In contrasto col Convivio e in accordo con San Tommaso d’Aquino, la Commedia nega che il naturale desiderio di conoscenza dell’uomo possa soddisfarsi nella vita terrena: esso, infatti, si estende a quel divino che potrà conoscere nella vita ultraterrena. Quindi le anime dannate, che non vedranno mai Dio, non troveranno mai una piena attuazione ontologica. Anche nel rapporto tra i beati e Dio Dante riprende Tommaso: nel momento conoscitivo, l’intendere ha la priorità sull’amare, che ne consegue (→ Salomone PD 14). In ogni caso, l’apertura sincretica della cultura filosofica dantesca toglie significato alla ricerca di un’etichetta, aristotelica o platonica, per la Commedia (anche se il poema conferma il primato di Aristotele → IF 4). Per le specifiche questioni dottrinali, bisogna rifarsi al dibattito antecedente e coevo per le singole questioni, considerando però che i capitoli filosofici del poema non hanno interesse accademico ma sono funzionali all’asse etico del discorso. 4.2 Il più tecnico dei canti filosofici è il 2° del Paradiso: nel cielo della Luna, Dante chiede a Beatrice dei “segni blu” visibili sulla Luna. Viene ripreso Averroè (come già nel Convivio ). La spiegazione di Beatrice si svolge sul piano teologico-filosofico. Se la diversa luminosità delle stelle si spiegasse con il “raro e denso” della materia, tutte le stelle, avendo il medesimo principio formale, sono diverse per un “più e men” di virtù, ma avrebbero anche la stessa influenza sulla generazione dei corpi terrestri (→ per la scienza medievale, gli esseri terrestri sono diversi perché formati da diverse influenze celesti; solo le anime immortali sono create da Dio), che è assurdo. Al contrario, la varia luminosità dei corpi celesti (e quindi la Luna nelle sue parti) dipende dalla molteplicità di virtù. In principio, Dio crea forma e materia pure (= angeli, materia prima, cieli). Il cielo Primo Mobile ha in Dio la virtù formante, che il contiguo cielo stellato distribuisce secondo diverse “essenze”; i cieli inferiori ricevono la virtù dall’alto e la trasmettono sulla terra, generando la molteplicità. I movimenti celesti sono prodotti dagli angeli motori, nel cui volere si riflette la volontà di Dio. Questa rappresentazione del cosmo come sistema di intelligenze produttrici riconduce la molteplicità del mondo sensibile a Dio (→ mondo sensibile è immagine dell’amore divino). 4.3 Nel 25° canto del Purgatorio, Dante chiede come le anime possano scontare pene materiali. Stazio risponde partendo dalla genesi dell’anima umana: la parte migliore del sangue maschile, che possiede la virtù di formare le membra, diventa seme; quando esso si unisce alla parte migliore del sangue della donna, la coagula e ne diventa l’anima vegetativa. L’organismo del feto poi si struttura, acquistando capacità di movimento e sensazione e raggiungendo la compiutezza dell’anima sensitiva. Dante riprende Averroè, esponendo la tesi per cui esiste un intelletto separato e unico per tutto il genere umano, mentre l’anima sensitiva è la “forma” dell’individuo. Il cristiano sa però che l’anima personale e intellettuale è creata da Dio e da lui posta nel feto. Per quanto riguarda le virtù preesistenti, Dante afferma che lo “spirito nuovo” le attira a sé a creare un’anima sola che ha tutte e tre le funzioni (vegetativa, sensitiva, intellettiva). Quando il corpo muore, l’anima immortale imprime la propria
immagine nell’aria circostante e attraverso questo corpo fittizio le anime patiscono pene materiali. Il punto nodale del canto è perciò la presa di posizione antiaverroistica: individualità e personalità dell’anima intellettuale sono fondamento della responsabilità morale dinanzi a Dio. 4.4 La responsabilità morale personale per Dante è determinante. La sua posizione è conforme alla dottrina cattolica “ortodossa” (→ incorpora etica aristotelica e neoplatonica). Nel 16° canto del Purgatorio, Marco Lombardo afferma che le influenze celesti hanno sul temperamento degli individui solo un primo impulso a desideri ed azioni, mentre l’intelletto resta libero di distinguere tra bene e male così come libera è la volontà di perseguirli. Nel 28° canto del Purgatorio, Virgilio difende il libero arbitrio. Egli afferma che bisogna distinguere tra la naturalità dell’amore come tensione dell’animo a cosa che piaccia e la bontà effettiva del desiderio concreto in cui quella tensione si esplica. Nell’anima umana sono impressi dall’origine sia i principi primi della ragione sia la tensione istintiva al bene, alla realizzazione delle proprie potenzialità. Questa tensione istintiva è anteriore alla scelta morale e alla conseguente responsabilità. Esse intervengono invece sull’atto in cui la tensione istintiva si determina: fra la tensione e l’azione concreta interviene il libero arbitrio, dato a tutti. Virgilio qui distrugge la disperata giustificazione delle anime che cedono alla passione. 4.5 La concezione dantesca del libero arbitrio è intellettualistica. Prima la cosa appresa viene giudicata buona o cattiva, poi desiderata o fuggita; invece, negli animali bruti, privi di libertà, i giudizi sono sempre preceduti dal desiderio. Il problema dell’autosufficienza dell’intelletto umano nella scelta del bene ha un’implicazione teologica, vale a dire se l’uomo può salvarsi da solo o se ha sempre bisogno della grazia divina. Secondo la dottrina cattolica, l’uomo, dopo il peccato originale, non può operare il bene senza l’aiuto della grazia. Dante non riesce a dare una risposta conclusiva sul modo in cui possano accordarsi libero arbitrio e grazia divina. Egli di volta in volta pone l’accento sulla libertà dell’uomo quando vuole appellarsi al senso di responsabilità e alle virtù del lettore e sulla misericordia di Dio quando vuole dare speranza a chi è angosciato della propria condizione di peccatore. Amore e speranza possono vincere la volontà divina perché essa vuole essere vinta (→ PD 20 + non si avverte la difficoltà logica nella coerenza morale dell’esortazione al bene). Nella storia complessiva dell’umanità, è certa sia la responsabilità dell’uomo nel peccato originale, sia la gratuità del successivo intervento di Dio per salvare l’uomo. L’attimo del pentimento è ciò che differenzia il destino dei salvati da quello dei dannati (→ Buonconte da Montefeltro, PG 5). Il tema della predestinazione è trattato in relazione ai giusti non credenti. Essi sono posti nel Limbo, nello struggimento della separazione da Dio. Nel Paradiso però, compaiono gli antichi giustissimi Rifeo e Traiano, la cui salvezza prova l’onnipotenza dell’amore divino (+ si realizza in modo miracoloso per entrambi). Quindi nella Commedia la fede nella predestinazione non ha un carattere arcigno e selettivo, ma dà il senso di una speranza illimitata.
svenire alla fine del canto. L’episodio ha un riflesso così forte su di lui perché il suo viaggio è appena iniziato ma soprattutto perché è coinvolto nell’esperienza del peccato d’amore. Tra lo stormo dei lussuriosi si distingue una coppia, che si avvicina ai viaggiatori perché chiamate da Dante. Francesca non ha piena coscienza del suo peccato (→ il dannato non può progredire e avere conoscenza piena → la sua verità resta psicologica, ossia parziale). Ciò che Francesca chiama Amore è sempre stato in realtà ardore dei sensi, che come tale continua a vivere nel personaggio, anche quando il piacere resta un doloroso ricordo. Francesca e Paolo (è accanto a lei e non parla) son cuori gentili, che non hanno però saputo distinguere e ordinare bellezza morale, bellezza dell’arte (→ romanzo di Lancillotto) e bellezza dei corpi. L’insistenza di Francesca sulla mediazione del libro e della lettura rivela lo sforzo di diminuire la responsabilità personale del peccato. Dante dà anche un giudizio etico negativo sulla letteratura che celebra l’eros. 5.4 Nello schema aristotelico che sottostà all’Inferno, il peccato di eresia (IF 10 + dannati in arche infuocate) figura grazie all’estensione della nozione che fa Dante fino a comprendere il rifiuto dell’evidente verità di ragione dell’immortalità dell’anima. Dante si rivolge a Virgilio e due anime lo riconoscono come fiorentino. Il primo si manifesta in posa statuaria e severa; egli è stato nel mondo, e continua ad esserlo nell’Aldilà, un “magnanimo” degno d’onore. È il capo dei ghibellini di Firenze Farinata degli Uberti, che batté due volte i guelfi (1248, 1260); poco dopo la sua morte, i ghibellini vengono sconfitti e la sua famiglia esiliata. La vera pena per lui è l’umiliazione politica e l’odio verso di lui da parte della sua amata patria. È chiaro il legame con l’esperienza di Dante, che si completa nella profezia di Farinata circa l’esilio di Dante. Il Dante personaggio parla ancora come guelfo, ma per il Dante autore sia il conflitto civile fiorentino sia Farinata appaiono sotto una luce diversa (tanto che Farinata merita una difesa che prelude a un giudizio più equo). Nulla di ciò che dice Farinata è riconducibile all’eresia “epicurea”. A metà dell’episodio un secondo personaggio interrompe il discorso tra Dante e Farinata. Cavalcante Cavalcanti, levatosi sulle ginocchia, guarda con ansia se c’è qualcun altro con Dante, poi chiede del figlio. Egli pensa che a Dante sia stato permesso questo viaggio grazie alla sola virtù d’intelletto e per questo spera ci sia anche Guido, il più grande filosofo di Firenze. Dante gli spiega che non è lì per meriti propri ma per volontà di colui “cui Guido vostro ebbe a disdegno” (= Dio). Usa il passato remoto ebbe perché pensa al momento della sua separazione da Guido, ma con quel verbo Cavalcante pensa che il figlio sia morto, cosa che gli pare confermata dal silenzio di Dante. Siccome Dante ha dato ai dannati una capacità di precognizione del futuro, per fuggire dall’impasse, afferma che essa svanisce quando gli eventi sono prossimi (= Cavalcante può vedere Guido morto in futuro ma non può conoscere il presente e il futuro prossimo). Cavalcante è inoltre distrutto dal dolore perché, da epicureo, non conosce altra vita che quella terrena (è paradossalmente prigioniero del suo errore, anche se la morte glielo ha rivelato). La pena dei miscredenti è proprio questa: sentono la sconfitta della vita mondana in sé e nella progenie. 5.5 C’è un costante nesso tra personaggio e scena in cui è presentato, tanto che il suggerimento etico agisce due volte sulla forma del personaggio, attraverso la scena e attraverso il vissuto. Nella selva dei suicidi (IF 13) compare Pietro delle Vigne, cancelliere dell’imperatore Federico II accusato di tradimento e suicidatosi in carcere nel 1249. Egli è grandissimo scrittore di prosa latina, uomo di alta statura intellettuale. La selva è misteriosamente vuota di presenza umana, annidata di Arpie e risuonante di lamenti. Virgilio suggerisce a Dante di staccare un rametto da un pruno, da cui un grido di dolore rivela che negli alberi si celano i dannati. La pianta animata e il modo della rivelazione sono idee virgiliane (→ Polidoro in Eneide ). Dante dà alla metamorfosi la funzione di simboleggiare il rifiuto del corpo umano da parte del suicida: colpendo il corpo dato da Dio a sua immagine e somiglianza, ricco di bellezza e destinato alla resurrezione, il suicida si condanna a un’esistenza ultraterrena che suscita ribrezzo (→ dal tronco sgorgano parole e sangue). Nel suo
discorso, Pietro intreccia il motivo apologetico (= giuramento di innocenza dalle accuse mossegli) e l’analisi del suicidio. Egli si compiace della posizione personale raggiunta in vita alla corte di Federico II e ne traspare un senso di umiliazione, delusione, disprezzo di sé e orrore del disprezzo del sovrano. L’affermazione che il suicidio è un atto “ingiusto fece me contra me giusto” non va letta come consapevolezza del proprio peccato (strutturalmente non plausibile), ma come doppiezza intrinseca alla coscienza di decade fino al suicidio, atto in cui autodistruzione e vittimismo, odio e culto di sé sono indissolubili. 5.6 Anche i consiglieri di frode (IF 26) sono puniti in un modo che sottrae alla vista la loro forma umana: sono racchiusi in una fiamma (→ fuoco si muove verso l’alto = immagine del desiderio in questo caso intellettuale). Ulisse (Dante ne conosce la vicenda tramite fonti latine e la ritiene storica) è punito insieme a Diomede, avendo tramato insieme gli inganni per cui sono dannati (→ cavallo di Troia). Ulisse è un astuto ingannatore del nemico, non un mentitore o un traditore. La coerenza del suo personaggio risiede nella curiosità intelligente, che si presenta nel peccato come ingegno (se non guidato da virtù porta alla frode) e astuzia, mentre nei viaggi è sete di conoscenza. Al termine delle guerre troiane, il desiderio naturale di sapere (→ nel Convivio Dante dice che tutti gli uomini desiderano sapere) insorge in Ulisse come impulso esistenziale, vincendo ogni altro sentimento. Egli percorre col suo equipaggio, che lo segue affascinato dal suo ardore, tutto il mondo abitato fino alle colonne d’Ercole (= sommità della consapevolezza). La sua orazione ai compagni (“fatti non foste a viver come bruti, / ma a perseguir virtute e canoscenza”) è pura verità aristotelica (→ Convivio ), ma il dramma si compie quando questa suprema verità si scopre insufficiente a sé stessa: la sete naturale di conoscenza di Ulisse non è sazia e decide di superare le colonne d’Ercole. La sua condizione è pari a quella dei grandi filosofi come Aristotele e Platone che, giunti all’estremo della verità di ragione, hanno scoperto che il loro desiderio di conoscenza non è placabile. Il cristiano Dante sa che la sua sete di conoscenza verrà placata nella visione eterna di Dio, ma l’Ulisse pagano non può accedervi (la sua rotta è giusta ma non può essere percorsa con “argomenti umani”). Ulisse viaggia nell’Oceano di notte (Sole = grazia divina / Luna = lumen naturale che guida Ulisse), fino a raggiungere la montagna dell’Eden. Egli però non sa cosa si tratta e, per il conseguente naufragio, non lo saprà mai. La follia della sua impresa non è in una perversione o nella trasgressione di un divieto, bensì nella ricerca di un oggetto indisponibile: il suo non è un castigo ma un fallimento. Dante non condanna né esalta la sfida di Ulisse, rappresentando semplicemente il dramma dell’uomo inappagato dalla verità. 5.7 La maggior parte dei rimandi interni la Commedia sono tra Inferno e Purgatorio perché i dannati non hanno piena coscienza del male commesso (altrimenti sarebbe un progresso spirituale) e quindi dalle loro parole il lettore non può avere una completa lezione etica, che dovrà quindi perfezionarsi nelle cantiche seguenti. Un legame tematico molto preciso sta tra Guido da Montefeltro (IF 27) e suo figlio Bonconte (PG 5): quest’ultimo si è salvato grazie a un pentimento estremo, mentre il primo si è dannato proprio per la mancanza di pentimento. Guido è tra i consiglieri di frode e si rivolge a Virgilio per sapere se Dante porta notizie sulla situazione romagnola. La fiamma in cui arde è l’ossessione della vita terrena, col suo ritmo di lotte e vittorie, ansie e tregue. Guido racconta a Dante di essersi ritirato in convento, da cui nel 1297-98 è stato richiamato da Bonifacio VIII (da cui è minacciato e assolto in anticipo) per muovere guerra contro i Colonna. Dopo la morte, Guido scopre che l’assoluzione preventiva non ha valore perché non può venire assolto chi non si pente e non si può, insieme, volere e pentirsi (→ Guido non può essere pentito mentre compie peccato + non se ne pente dopo perché si crede già assolto). Nella paura che Bonifacio potesse serrargli il Paradiso e nell’illusione che un’assoluzione senza pentimento potesse aprirglielo, non bisogna vedere l’errore dottrinario ma l’incompiutezza della conversione morale e l’abitudine morale al calcolo. Il confronto con l’episodio parallelo del figlio suggerisce che
5.11 Le anime del Paradiso hanno raggiunto quasi l’intera loro potenza ontologica; l’ultimo accrescimento di gioia arriverà con la resurrezione dei corpi. Nell’impossibilità di immaginare per i santi una situazione individuale e concreta (perché tali non sono i giochi di luce dei cieli), essi vengono ritratti come figure intellettuali e morali, godenti una felicità piena, di cui sono parte la memoria del bene operato e la cura per i fratelli in vita. Per loro l’esperienza terrena è come una sana giovinezza, dei cui eventuali errori la conquistata maturità può sorridere. Folchetto da Marsiglia (PD
6.1 Il mondo in ogni suo aspetto è splendore divino. Il senso religioso dell’unità del mondo si trova congiunto in Dante con un’apertura francescana, affettuosa e fantastica verso i fenomeni della vita naturale e dell’operosità umana; mondo morale e moti di sentimento improntano di sé la percezione delle cose, tanto da vivificarne le forme. La sfida di rappresentare l’Aldilà si risolve nel conferire un’animazione infernale, purgatoriale o paradisiaca alle forme del mondo terreno. Nell’Inferno va ricordato il “mostruoso”, legato a un filone importante dell’arte medievale, che ha le sue radici nell’immaginario apocalittico. La figura mostruosa si realizza condensando in modo innaturale vari elementi naturali o realistici, secondo un impianto simbolico o liberamente orroroso. L’Inferno, luogo di paura, angoscia e ribrezzo, è un’enorme grotta buia, tempestata di fiamme e piogge; vi si incontrano fiumi ribollenti, paludi, discariche fetide, burroni (→ cammino faticoso e penoso). La suggestione dell’immaginazione a volte si potenzia con l’evocazione di luoghi determinati, sia familiari sia favolosi. Nel Purgatorio c’è luce durante il giorno e buio di notte (→ monte è sulla terra). Di contro all’eternità della disperazione da un lato e della beatitudine dall’altro, qui l’espiazione è nel tempo. Il mare qui diventa un’illuminazione di pura bellezza e speranza (≠ in IF per Ulisse è forza del destino / in PD è abbraccio dell’essere). Nel Purgatorio, sebbene non manchino le tenebre, si dispiega la varietà dei colori. Nell’Eden poi, la bellezza degli elementi terrestri risplende al più alto grado. La visione paradisiaca ha come contenuto la luce intellettuale in cui si esprime la natura divina; la rappresentazione poetica ha quindi come unica possibile materia la luce visibile, immaginata nel mutare dell’intensità e delle forme. I tentativi di riferire direttamente lo spettacolo celeste sono rari (→ visione della Terra dal Cosmo, in un sogno astronomico in cui l’immagine del pianeta è un riflesso affettivo e non visivo) e più frequente è il ricorso a similitudini. Soprattutto nella rappresentazione dei beati, Dante fa ricordo alle gemme che rifrangono la luce. Il gioco della luminosità rievoca i fantasmi del fuoco o la visione dei corpi celesti dalla Terra. Dante inserisce anche complesse figurazioni, di disegno astratta, predisposte ad una lettura miniaturistica e illustrativa (→ nel cielo di Giove e beati danzano fino a formare una M che si trasforma poi nel contorno di un’aquila + geometria mistica della visione finale in PD 33). 6.2 La similitudine è il mezzo principale, più tipico e più duttile, con cui la poesia dantesca, sul solco della tradizione epica, realizza la sua vocazione alla correlazione universale, alla sintesi poetica tra i diversi aspetti del mondo umano e tra il mondo umano e quello naturale. La similitudine dantesca può essere breve e concisa come può giungere alla complessità di un piccolo quadro dinamico; può variare dalle note “basse” a quelle “alte”, a seconda che la materia sia “densa” o “rara”. Quando implica un contenuto mitologico, storico o biblico, ha prevalentemente il valore di allusione letteraria o dotta oppure la felicità di una prospettiva inedita. Le similitudini dal sapore più forte sono quelle che fanno riferimento ai vari modi dell’operare umano (→ es: arsenale di Venezia). I paragoni d’ordine psicologico sono in realtà introspezioni. Tramite la similitudine, anche piante e animali entrano nel sentimento dantesco, che li pervade mentre li umanizza. Sono presenti anche similitudini “ipotetiche”.
7.3 Tutte le componenti dell’esperienza lirica dantesca hanno voce nell’orchestrazione stilistica del poema. Vi si ritrovano l’attitudine argomentativa delle canzoni morali, la melodia stilnovistica (specie nell’Eden), il gusto delle perifrasi dotte e ardue (+ talvolta ermetismo ancora insoluto), lo sfruttamento di motivi e forme comico-realistiche. Caratteristica della Commedia è l’arte della composizione fra “accordi” che, senza essere privati della tonalità originaria, si ritrovano fusi in una misura nuova: la misura dell’accostamento può essere ravvicinatissima, producendo ora un’irruzione di realismo, ora lo svolgimento di una posizione morale in un’immagine concreta. La lettura del poema è costante esperienza di varietà (di oggetti e toni) e di unità (di ispirazione e ritmo). Il concetto di ritmo va oltre al senso propriamente metrico, alludendo all’effetto d’insieme che l’andamento del discorso dantesco produce. È sempre presente una nervatura (→ parallelismo, anafore, antitesi, chiasmi), una solida architettura che regge l’unità logica delle terzine. La firma dantesca è nella scelta di termini con sonorità consistenti, rari o inediti nella lingua poetica, per un traslato dal concreto all’astratto, dal tecnico-pratico allo spirituale. È quindi estremamente rilevante dal punto di vista stilistico la ricerca lessicale dantesca: Dante crea la lingua della Commedia integrando il fiorentino con il latino (classico, biblico, letterario, tecnico) e alcuni volgari italiani e transalpini. Per esigenze speciali vengono poi inserite espressioni o frasi latine, i versi provenzali di Arnaut e gli esperimenti comici delle lingue infernali. Significativamente alto è il numero delle neoformazioni dantesche, perlopiù di tipo parasintetico, volte alla precisione concettuale e alla brevità espressiva. Queste cariche lessicali vengono poste principalmente nella rima, il posto in cui l’aspettativa del lettore è guidata dalla tensione ritmica dell’endecasillabo (→ interesse per la rima come deposito di valori fonici, tecnici e semantici ripreso dalla tradizione lirica). Dante usa poche figure onomatopeiche e la convenzione espressiva di fondo che distingue le sonorità “dolci” da quelle “aspre e chiocce” (+ queste ultime usate per creare atmosfere di degradazione e deformazione dell’umano). L’endecasillabo comico dantesco non risponde ad una canonizzazione assolutamente rigorosa degli schemi accentuativi (→ si afferma dopo Petrarca). Il verso della Commedia è fortemente unitario e la cesura risulta generalmente attenuata, con un addensarsi delle acmi ritmiche al centro del verso o con uno squilibrio di accenti. L’altro fattore della musicalità dantesca è l’allitterazione, che nella Commedia ha funzione enfatica (= amplifica la carica semantica di una parola-guida), per lo più posta tra inizio e fine o in clausola.