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DELITTO E CASTIGO
Tipologia: Appunti
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Raskól’Nikov è un ex studente che vive a Pietroburgo in una stanza affittata da una signora che non gli sta molto simpatica. La madre e la sorella, rispettivamente Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskól’Nikova e Dunja vivono in un paesino in campagna e qui lavorano, l’una è pensionata e fa la sarta, l’altra come “serva”; una buona parte dei loro profitti viene inviata a Raskól’Nikov, che spesso è in difficoltà economiche. La madre e la sorella sacrificano tutto ciò che hanno per lui, spesso i soldi necessari li chiedono in prestito e, per assicurare una “buona” vita a Raskól’Nikov esse sacrificano loro stesse e i loro desideri.
Un giorno a Raskól’Nikov arrivò una lettera da parte della madre, che annunciava un cambiamento radicale: la sorella aveva deciso di sposarsi con un ricco avvocato: Pëtr Petrovič Lužin. Raskól’Nikov non vuole che la sorella si sposi, perchè comprende che fa tutto ciò unicamente per evitare che lui e la madre muoiano di fame e di stenti. Raskól’Nikov si oppone da subito e cerca un modo per far sì che questo matrimonio non si celebri. La madre scrive, inoltre, che presto arriverà a San Pietroburgo, non solo per trovarlo, ma in occasione del matrimonio tra Dunja e Lužin. Inoltre, la madre spiega al figlio come quest’uomo sia generoso e come, con grande generosità, sia disposto a dare un lavoro a Raskól’Nikov, ovviamente avendolo prima valutato.
Raskól’Nikov, preoccupato per la lettera, va in una bettola e qui incontra un uomo, Marmeladov, che ha una famiglia molto particolare: la moglie è infatti tisica, lui è un alcolizzato, ha perso il suo lavoro e per pagarsi da vivere ha mandato sua figlia primogenita (Sonja) a prostituirsi. Tuttavia i soldi che lei guadagna non bastano per sfamare la moglie e gli altri tre figli, anche perchè lui li sperpera nell’alcol. Raskól’Nikov si rende quindi conto che la vita non è difficile solo per lui, ma che molte altre persone vivono peggio di lui.
Raskól’Nikov era rimasto molto perplesso dalla lettera e decise quindi di attuare la cosa , il piano che da un pò gli girava per la testa. Egli prese un’ascia, se la infilò sotto il cappotto e, con freddezza, si indirizzò verso la casa di Alëna Ivànovna. Qualche giorno prima si era già recato a casa sua per fare le prove con la scusa di impegnare un oggetto; questa volta l’oggetto non c’era e, sapendo che la sorella di Alëna era fuori casa, entrò e la uccise a sangue freddo. Entrò quindi nella sua stanza da letto e le rubò molti oggetti che chissachi aveva impegnato per avere un prestito; si riempì bene le tasche e, mentre stava per uscire, sentì come un gemito provenire dal salotto: Lizaveta (la sorella di Alëna) era tornata a casa ed aveva scoperto il corpo della sorella martoriato in salotto. Raskól’Nikov le si avvicinò e uccise anche lei, per evitare che ci fossero testimoni. Poi, con totale calma, si avvicinò ad un catino colmo d’acqua, lavò accuratamente la scure e le mani che erano grondanti di sangue. Poi, sentì dei passi che si avvicinavano, due uomini bussarono alla porta ma, non avendo alcuna risposta, andarono a chiamare il portinaio. Mentre questi risalirono Raskól’Nikov ebbe il tempo di fuggire. Arrivato a casa si addormentò.
Il giorno seguente, Raskól’Nikov fu chiamato dalla polizia, era terrorizzato al solo pensiero che i poliziotti avessero scoperto tutto. Quando arrivò al commissariato, un poliziotto lo informò che l’avevano convocato solo perchè doveva sottoscrivere una cambiale, perchè già da molti mesi non pagava l’affitto. Nello stesso ufficio c’era poi una donna che piangeva perchè le era morta la sorella, i poliziottti le stavano assicurando che avrebbero preso l’assassino; Raskól’Nikov svenne al sentire quel discorso, perchè sapeva benissimo che l’uomo che i poliziotti avrebbero dovuto cercare era lui.
Raskól’Nikov tornò a casa, preoccupato per la sua sorte e con la paura che da un momento all’altro sarebbero arrivati i poliziotti, andò in strada e, quando giunse nel cortile di un palazzo, nascose tutto il fardello, colmo di oggetti preziosi, sotto ad un sasso. Tornando a casa passò davanti al palazzo dove viveva Razumichin, un suo vecchio amico studente ed egli entrò in casa dell’amico. Razumichin fu felice di rivederlo e subito gli propose di lavorare con lui; Raskól’Nikov, pentitosi di esserlo andato a trovare, scappò via senza dire nulla. Razumichin si preoccupò per l’amico ed iniziò a cercare il suo alloggio.
Raskól’Nikov tornò a casa e, gettatosi sul divano (che fungeva anche da letto), si assopì. Quando si svegliò trovò accanto a se Razumichin che, peroccupato per il suo stato di salute e per il suo comportamento, aveva deciso di andare a cercarlo. Razumichin chiese a Raskól’Nikov se stava male e questi negò; Razumichin sapeva benissimo che negava, perchè il caro amico non si era mai comportato così, sebbene fosse sempre stato un pò strano. Raskól’Nikov per tutto il tempo in cui aveva dormito aveva farneticato su degli oggetti: orecchini, orologi, ...e aveva tenuto stretto le sue calze e nessuno aveva potuto torglierle dalle mani. Quelle calze erano le calze che Raskól’Nikov indossava il giorno prima, il giorno del delitto, egli le teneva strette per paura che qualcuno, prendendogliele, potesse notare delle macchie di sangue.
Razumichin si era rivolto ad un medico suo amico: Zòsimov per prescrivere una terapia a Raskól’Nikov. Quando il medico arrivò Raskól’Nikov stava dormendo, svegliatosi egli non volle saperne di farsi curare, era apatico, sovrapensiero, non gli interessava nulla nè del dottore, nè dell’amico, aveva la testa altrove; solo quando i due si misero a parlare dell’imbianchino Nikolàj, Raskól’Nikov manifestò molto interesse. I due affermavano che l’anziana signora Alëna Ivànovna era stata, secondo i poliziotti, uccisa dall’imbianchino che lavorava al piano sotto a quello dove lei viveva. Nessuno aveva più saputo nulla di lui dal giorno dell’omicidio, inoltre aveva cambiato con del denaro un oggetto abbastanza prezioso in una gioielleria lì vicino. I poliziotti subito lo ritennero colpevole; lo interrogarono, ma egli dichiarò che quell’oggetto lo trovò per strada. Razumichin credeva che il colpevole fosse Nikolàj, ma Zòsimov sosteneva il contrario. Raskól’Nikov si agitò molto, tanto che iniziò ad urlare contro i due presenti perchè voleva rimanere solo.
In quel momento nella minuscola e già affollata stanza di Raskól’Nikov entra un uomo, vestito con molta eleganza, con abiti nuovi e che sicuramente costavano molto. L’uomo si presentò, era Pëtr Petrovič Lužin, il futuro marito di Dunja. Raskól’Nikov, già irritato, lo lasciò presentarsi e poi lo assalì, chiedendo perchè gli interessava la sorella e perchè proprio lei che era povera, e se sposandola volesse fare la carità alla sua famiglia. Pëtr Petrovič Lužin restò molto imbarazzato dal comportamento di Raskól’Nikov, Dunja infatti l’aveva descritto come un ragazzo mite e onesto, di buon animo, ma a Lužin non sembrò affatto così. Egli spiegò le sue ragioni, ma più parlava e più Raskól’Nikov era irritabile, anche Lužin si arrabbiò e se ne andò dicendo che mai e poi mai avrebbe sopportato una persona come lui.
Anche Razumichin e Zòsimov se ne vanno appena dopo Lužin, perchè il medico consiglia di lasciar solo Raskól’Nikov, perchè possa tranquillizzarsi. Appena se ne vanno Raskól’Nikov esce di casa e va in un locale di Pietroburgo dove incontra Zamëtov, un agente di polizia, che chiede a Raskól’Nikov cosa pensa dell’assasinio dell’usuraia, Raskól’Nikov descrive ciò che secondo lui ha fatto l’assassino, quello che realmente lui ha commesso e Zamëtov è impaurito dalla crudeltà e dalla freddezza che dimostra Raskól’Nikov nel descrivere certi atroci dettagli, quali l’uso dell’ascia. I due dopo questo discorso si salutano, Zamëtov ha qualche perplessità e inizia a sospettare di
Quando tutti gli ospiti se ne furono andati Raskól’Nikov spiegò a Razumichin che voleva andare alla polizia per cercare di riavere l’orologio, unico ricordo del defunto padre, che egli stesso aveva impegnato dalla defunta usuraia Alëna Ivànovna. Tutti e due si incamminano e si recano nella casa di un poliziotto che Razumichin conosceva: Porfirij Petrovič.
Il poliziotto appena li vede entrare afferma che aspettava Raskól’Nikov già da un pò. Raskól’Nikov subito si preoccupa, anche perchè seduto su una poltrona c’è Zamëtov, al quale lui aveva, anche se in modo sottointeso, confessato il delitto. Porfirij Petrovič dice che lo aspettava proprio per denunciare qualche oggetto dato come pegno all’usuraia. Raskól’Nikov spiega che vorrebbe riavere l’orologio donatogli dal padre. Porfirij Petrovič spiega che semplicemente deve fare una denuncia su carta semplice e lo invita il prima possibile al commissariato dove Raskól’Nikov la potrà consegnare.
Tornato alla sua abitazione Raskól’Nikov aspetta il giungere della sera. Con Razumichin si avviano verso l’alloggio di Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskól’Nikova che li ha invitati a cena. Ci sarà anche Pëtr Petrovič Lužin. A metà strada Raskól’Nikov tornò indietro, invitando l’amico a proseguire senza lui e promettendogli che non sarebbe arrivato tardi. Torna al suo alloggio di corsa e, per paura che la polizia lo stesse già braccando, controllò nel buco del pavimento (dove inizialmente aveva nascosto la refurtiva dopo l’omicidio), non c’era nulla. Scese la scala e vide, che parlava col portiere, un uomo che lo cercava. Raskól’Nikov lo seguì per strada e, quando lo incontrò faccia a faccia, questo lo accusò di essere l’assassino. Raskól’Nikov aveva capito di che assassinio parlava ma fece finta di non capire. Gli si gelò il sangue. Tornò poi a casa e iniziò a riflettere su quello che sarebbe stato di lui. Doveva costituirsi o doveva aspettare che lo acchiappassero? I poliziotti brancolavano nel buio o sapevano già che era lui l’assassino e aspettavano solo che lui impazzisse? Si era tradito dicendo a Zamëtov tutte quelle cose?
Andò a farsi una passeggiata e trovò l’uomo di prima, un artigiano da come aveva dedotto. Lo seguì, lo condusse nella casa di Alëna Ivànovna; entrò, sentì come delle risate e voltandosi vide la vecchia usuraia e la uccise di nuovo; più lui la colpiva e più l’appartamento si riempiva di persone che lo schernivano.
Si svegliò di soprassalto, con il batticuore per il sogno appena fatto, la scena che aveva davanti non era comunque rassicurante. C’era un uomo in casa sua, egli si presentò: era Arkadij Ivanovič Svidrigajlov.
Era l’ex datore di lavoro di Dunja, Raskól’Nikov sapeva che Arkadij Ivanovič Svidrigajlov ci aveva spudoratamente provato con Dùnečka anche se aveva moglie e figli. Quest’uomo che, dalle descrizioni della madre, gli dette l’impressione di un uomo malvagio, propose a Raskól’Nikov 10000 rubli (un tesoro a quel tempo) per far in modo che Dùnečka non sposasse Pëtr Petrovič Lužin. Arkadij Ivanovič Svidrigajlov chiese anche il permesso a Raskól’Nikov di vedere Dunja, ma quest’ultimo non acconsentì. Gli promise però che le avrebbe parlato non solo dell’offerta fattagli, ma anche dei 3000 rubli che Dùnečka aveva ricevuto come eredità dalla defunta moglie di Arkadij Ivanovič Svidrigajlov. L’uomo se ne va, e sopraggiunge Razumichin che si era preoccupato per Raskól’Nikov ed era venuto a cercarlo.
Tutti e due si avviano definitivamente verso l’alloggio di Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskól’Nikova. Qui li aspettavano la madre e la sorella di Raskól’Nikov e il futuro marito di Dùnečka. Pëtr Petrovič Lužin inizia a infervorarsi quando vede Raskól’Nikov e spiega a Dùnečka
che può scegliere se sposare lui, in tal caso dovrà rinunciare al fratello, o se restare con il fratello e quindi rinunciare al suo matrimonio. Raskól’Nikov riferisce con piacere che ora nessuno di loro ha più bisogno della carità del signor Lužin, perchè la defunta “padrona” di Dunja le ha lasciato 3000 rubli. Dùnečka, sentito tutto ciò, decide di non farsi più trattare come una prigioniera del futuro marito e quindi lo caccia via dicendogli di non farsi più vedere.
Razumichin propone alla famiglia, finalmente riunita e felice, di progettare l’edificazione di una casa editrice. Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskól’Nikova e Dùnečka accettano entusiaste. Raskól’Nikov però è strano, si alza, prende il cappello e se ne va spiegando alla famiglia che tornerà presto. Uscendo Razumichin gli corre appresso e Raskól’Nikov gli raccomanda di stare sempre vicino alla madre e alla sorella e di proteggerle; egli infatti non sa se mai tornerà.
Raskól’Nikov va da Sonja, che gli aveva lasciato il suo indirizzo; Sonja è stupita di vederlo, egli, dopo aver spiegato a Sonja che ha lasciato la sua famiglia, inizia a farfugliare discorsi senza senso, si fa leggere un brano dalla Bibbia, forse per far capire a Sonja che la sua famiglia non può contare solo su di lei e che non ci sarà nessuno a far resuscitare la madre quando morirà (e per di più in breve tempo, visto che è gravemente malata). Raskól’Nikov è molto duro con lei, la fa piangere amaramente, poi le promette che l’indomani se l’avesse rivista le avrebbe confessato chi è l’assassino di Lizaveta Ivànovna, la sua cara amica.
Il giorno seguente Raskól’Nikov si reca al commissariato per la denuncia; Porfirij Petrovič lo accoglie nel suo gabinetto. Porfirij Petrovič inizia un sottile gioco psicologico, come il gatto con il topo, inizia a parlare dell’assassinio davanti a Raskól’Nikov, sapendo benissimo che questo l’evrebbe fatto star male e spera che Raskól’Nikov confessi. L’assasino sta per tradirsi, quando entra Nikolàj che, inginocchiatosi davanti a Porfirij Petrovič, si confessa colpevole dell’omicidio di Alëna Ivànovna e della sorella Lizaveta. Raskól’Nikov è più stupito del commissario, ma anche, in un certo qual modo, felice perchè stava proprio per tradirsi. Raskól’Nikov se ne va a casa e inizia a pensare alla sua grande fortuna, si sente però in colpa, non capisce più nulla. Raskól’Nikov sta per uscire di casa ed andare alla commemorazione di Marmeladov quando si trova davanti l’artigiano del giorno innanzi che si scusa per avergli dato dell’assassino; egli, infatti, ha sentito tutto dalla stanza dietro il gabinetto del commissario.
Raskól’Nikov esce di casa per recarsi al funerale di Marmeladov. Qui, nello stesso tempo, Pëtr Petrovič Lužin, che risiedeva con un amico in un appartamento dallo stesso palazzo dove abitava Caterina Ivànovna (vedova di Marmeladov), offre dei soldi a Sonja per curare la matrigna (Caterina Ivànovna stessa) gravemente malata di tisi. Ella accetta i 10 rubli offerti da Lužin. Tutto accade sotto gli occhi dell’amico di Pëtr Petrovič Lužin, con il quale condivideva l’appartamento.
Durante la commemorazione molti invitati, ma soprattutto la padrona del palazzo, presero in giro Caterina Ivànovna e, ella che aveva un carattere fiero e per di più di origini aristocratiche, sentito che si sparlava di lei, se la prese molto, tanto che arrivò quasi a picchiare la padrona di casa. In quel momento entrò nella stanza Pëtr Petrovič Lužin, che era sicuramente l’ospite più altolocato che Caterina Ivànovna avrebbe potuto avere.
Pëtr Petrovič Lužin però, non era venuto per far piacere alla vedova Ivànovna, ma per accusare Sonja, che poco prima era stata da lui, di avergli rubato 100 rubli. Sonja subito negò, era molto impaurita e agitata, sapeva benissimo di non aver commesso nessun reato, ma quelle accuse la preoccupavano. Trovarono in una tasca del suo vestito i 100 rubli mancanti e tutti la accusarono; in
lo aveva reso davvero felice. Raskól’Nikov diventa cupo al sentir parlare di Dùnečka da lui; ma lo ascolta, è tuttavia preoccupato perchè pensa che Svidrigajlov abbia delle mire su sua sorella. Arkadij Ivanovič Svidrigajlov spiega a Raskól’Nikov che una volta lui era innamoratissimo di Dùnečka, che per lei avrebbe lasciato anche la defunta moglie, ma che lei non voleva perchè rispettava moltissimo la moglie di lui. Ora, che era venuto in cerca di lei, però si è trovato una nuova fidanzata. Raskól’Nikov al sentir questo si rasserenò, Svidrigajlov non rappresentava più una minaccia per la sorella, o almeno così sperava! La fidanzata di Svidrigajlov ha solo 16 anni (contro i 50 di lui) ed è una ragazzina molto timida, ancora casta, ma che gli vuole bene e che presto lo sposerà. Raskól’Nikov segue Arkadij Ivanovič Svidrigajlov fino a casa, Svidrigajlov, però, mentendogli, riesce a liberarsene e così va all’appuntamento che aveva. Egli si incontra con Dunja; vanno a casa di Svidrigajlov e lei, anche se molto impaurita, entra nella casa per parlare di Raskól’Nikov appunto. Arkadij Ivanovič Svidrigajlov aveva delle confessioni da fare a Dùnečka; le raccontò ciò che aveva udito dalla stanza di Sonja la sera prima; voleva che Dunja parlasse con Sonja, ma questa non era in casa. Dùnečka era notevolmente scioccata per la terribile confesione fattale, non ci credeva; non credeva che il fratello avesse potuto commettere un omicidio. Arkadij Ivanovič Svidrigajlov, da vero depravato, approfittò del momento per “saltare addosso” a Dunja. Ella però quando vide che si avvicinava, tirò fuori la rivoltella e fece fuoco su Svidrigajlov. Gli sfiora il capo; Arkadij si avvicina sempre più, ma lei non ha più il coraggio di sparare. Lei lo respinge e confessa lui che non potrà mai amarlo; lei scappa di corsa lasciando Arkadij Ivanovič Svidrigajlov in uno strano malessere; egli è depresso e sfiduciato. Arkadij Ivanovič Svidrigajlov esce di casa e passeggia per Pietroburgo fino a notte innoltrata. Quando torna al palazzo dove alloggia va da Sonja e le offre dei soldi e delle azioni, per renderle più facile il futuro accanto a Raskól’Nikov. Va poi dalla sua piccola fidanzata e le porge dei soldi che le possono servire; le dice che deve partire per l’estero, ma in realtà ha un pensiero ben più tragico in mente. Egli passa la notte in un albergo; verso le cinque del mattino si alza e, recatosi davanti a una caserma di pompieri, proprio di fronte alla guardia si punta la pistola alla tempia destra... Raskól’Nikov va a trovare sua madre, che ha quasi intuito ciò che sta accadendo al figlio. Lui la saluta, spera un giorno di rivederla; i due si commuovono e, abbracciandosi, piangono, tacitamente convinti che non si rivedranno più. Tornando alla sua umile stanzetta Raskól’Nikov trova ad attenderlo Dùnečka. Ella sa tutto ciò che è successo; lo abbraccia,cerca di consolarlo, ma anche lei è afflitta dalla paura di non rivederlo mai più. I due escono di casa insieme e poi si separano, forse per sempre. Raskól’Nikov si incammina verso il commissariato. Passa prima a trovare Sonja, la saluta; Sonja piange, non vuole lasciarlo e così, senza farsi vedere lo segue fino al commissariato. Raskól’Nikov viene informato del ritrovamento del corpo di Arkadij Ivanovič Svidrigajlov. Egli è perplesso, tanto che sta per andarsene quando ha un malore e confessa: “Son io che uccisi la vecchia vedova dell’impiegato e sua sorella Lizaveta con un’accetta e le derubai”.
Non riporto il riassunto dell’epilogo, perchè rovinerei al lettore la scoperta del castigo che verrà riservato a Raskól’Nikov.
Raskól’Nikov Il protagonista dell’opera, ex studente e figlio di Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskól’Nikova e fratello di Avdot’ja Romànovna (detta Dunja o Dùnečka). Le due donne sono per Raskól’Nikov fondamentali; senza l’aiuto economico della madre e della sorella lui non avrebbe mai potuto sopravvivere. Esse sono molto affezionate a Raskól’Nikov; è forse la loro unica ragione di vita. Tutte e due lo amano molto, darebbero la loro vita per lui. Il loro comportamento quando sono venute a conoscienza che Raskól’Nikov aveva ucciso una donna, non è cambiato; l’amore che hanno nei suoi confronti non è diminuito e questo è ammirabile.
Raskól’Nikov si crede un “superuomo” (come definirà Nietzsche questa categoria di uomini), un ragazzo che per il bene dell’umanità può uccidere il male, i pidocchi, le persone insignificanti, per costituire un mondo migliore. Raskól’Nikov si paragona a Napoleone, a Maometto,...Egli, però, dopo aver commesso l’omicidio si sente in colpa e questo gli fa capire che non è per niente un superuomo. Raskól’Nikov sfida in continuazione la polizia, crede davvero che non lo acchiapperanno mai, ma, quando si accorge di essere braccato si affida alla figura di Sonja. Sonja è la figlia di Marmeladov, è stata costretta fin da giovane a prostituirsi per pagare la vita ai fratelli e il vizio dell’alcol al padre. Sicuramente la sua infanzia l’ha molto condizionata; ella infatti è riuscita a superare tutte le difficoltà e ha diventare una donna, dal mio punto di vista, ammirevole. Il personaggio di Sonja è molto interessante,secondo me: ella si prostituisce, e questo non è sicuramente un lavoro dove la virtù è la caratteristica dominante (anzi), come neanche il pudore, i saldi principi; tuttavia Sonja è stata “usata” da Dostoevskij come il simbolo dell’amore, dei principi, lei è infatti molto religiosa e con una fede spiccata, è capace di amare e diventa per Raskól’Nikov l’unico punto di appoggio, la persona su cui contare, su cui aggrapparsi nei momenti difficili. Dostoevskij la descrive come una ragazza minuta, molto timida, con molto pudore e questo rende ancora più difficile capire perchè l’autore l’abbia fatta diventare una donna alla quale Raskól’Nikov si sostiene, una donna piena di forza e di coraggio e di voglia di lottare.
C’è poi Dmitrij Prokof’ič (detto Razumichin); egli è il migliore amico di Raskól’Nikov. Egli si prende cura di lui durante tutto il periodo in cui è malato; si fa in quattro per lui anche se da molto tempo non lo vedeva più. Egli si incarica anche di prendersi cura di Dunja e della madre quando Raskól’Nikov no ci sarà. Questa è una cosa che mi ha fatto molto riflettere. Dostoevskij ha utilizzato una scena della Bibbia: quando Gesù crocifisso dice al suo discepolo preferito di considerarsi figlio di Maria e di accudirla. Secondo me, è un paragone molto significativo, secondo me fa capire che anche se Raskól’Nikov non andava più molto d’accordo con la madre e la sorella, queste anzi lo irritavano, egli ci teneva ancora a loro e dimostra che prova ancora dell’amore verso di loro.
C’è poi Pëtr Petrovič Lužin che si dimostra un uomo “basso”, un uomo che accusa una povera ragazza come Sonja di avergli rubato dei soldi; un uomo che considera le donne come merce da esporre, come “persone” a cui fare la carità; egli, infatti, aveva scelto Dùnečka proprio perchè era una ragazza incline ad essere comandata, non ribelle ma anche lievemente colta. Ma soprattutto ella era povera e quindi gli sarebbe sempre stata riconoscente per averle dato la felicità. Pëtr Petrovič Lužin però non ha neppure immaginato che Dunja avrebbe potuto ribellarsi; e non ha soprattutto
«Ho però pregato che si ricordasse il servo Rodiòn, - gli balenò subitamente in capo, - ma questo... per ogni evenienza! » aggiunse, e subito sorrise egli stesso della sua fanciullesca uscita. Era in un eccellente stato d’animo.
Da questo brano si può capire che, nonostante Raskól’Nikov sia “perseguitato” dal pensiero dell’omicidio di Alëna Ivànovna, egli si sente allegro. Ciò ceh mi ha stupito non è tanto il contenuto del brano sopra riportato, quanto il contesto dove vi è inserito. Difatti era appena morto il suo amico Marmeladov e, vedendolo morire praticamente tra le sue braccia, mi aspettavo che Raskól’Nikov si sentisse quasi castigato per il fatto che il Signore aveva chiamato ingiustamente a se una persona come Marmeladov e non un ragazzo come lui che ha ucciso un altro essere umano. Raskól’Nikov invece, al contrario di tutte le mie aspettative, si sente felice, quasi rincuorato, tanto che sente che la sua vita merita di essere vissuta. In un certo senso si impone di ricominciare a vivere!
In queste pagine viene racchiuso tutto il pensiero di Raskól’Nikov; è anche riportata la giustificazione per il fatto (l’omicidio) che ha commesso. L’omicidio è da lui giustificato come un fatto che avviene per far progredire la società. Se si pensa a Napoleone, Maometto, lo stesso Gesù che ha pagato con la vita, si può capire il perchè di questo ragionamento da parte di Raskól’Nikov; ma se ognuno di noi mettesse in pratica questa teoria vivremmo nel caos. Pensiamo a quante persone potrebbero ritenersi come un Napoleone o un Maometto! Verrebbero compiute stragi ogni qual volta qualcuno si sentisse superiore ad un altro e sono sicura che ognuno di noi almeno una volta si è sentito superiore a qualcun altro. Diventeremmo quindi tutti assassini; ci sentiremo tutti persone speciali e non pidocchi, quindi il mondo regnerebbe nel caos; perchè ognuno si creerebbe una propria legge. Non è possibile pensare che questa teoria sia applicabile a tutta l’umanità e mi sorprende che Raskól’Nikov, pur essendo una persona colta, condivida, anzi abbia formulato, una teoria come questa.
Tutte le vicende si svolgono a Pietroburgo, città a nord di Mosca, quasi sul confine con la Finlandia, che si affaccia sul Mar Baltico. L’ambiente Pietroburgese di fine 1800 è descritto con molta cura;
mentalmente o avendo una cartina della Pietroburgo di allora si possono seguire i percorsi fatti da Raskól’Nikov e dagli altri personaggio dell’opera. Molto dettagliata è, secondo me, la descrizione della situazione dei cittadini di Pietroburgo e la situazione dei contadini delle campagne circostanti. Pietroburgo è la città dove vengono concepiti i movimenti rivoluzionari, dove ognuno ha una sua teoria, una città piena di filosofi e studenti, dove ci sono moti progressisti e dove si cercano le forme migliori per sviluppare il paese. È la culla delle riforme, dei nuovi pensieri, delle nuovi correnti non solo di pensiero, ma anche artistiche, musicali...
Nel racconto viene però anche descritto come sia difficile vivere in una città come questa, viene descritta la povertà della gente, la loro pazzia, la difficoltà che hanno a vivere; vengono descritte le sofferenze di alcuni (come la famiglia di Marmeladov che, per vivere, ha costretto la figlia maggiore a prostituirsi), e la “dolce vita di altri” (come la situazione di Arkadij Ivanovič Svidrigajlov). In questa città è difficile non farsi prendere dai vizi e restare con una propria idea. La città e le correnti di pensiero si evolvono troppo in fretta e molte persone, che non riescono a capire tutto ciò e si sentono inutili per la società, finiscono col bere e/o col ridursi al verde. Questo libro è un chiaro esempio della società di allora, della depressione che esisteva (e che ancora oggi esiste) e delle difficoltà che ogni persona, chi più chi meno, deve affrontare per sopravvivere.
L’opera si basa su un fatto realmente accaduto e riportato su tutti i giornali dell’epoca. Dostoevskij narra la vicenda di questo omicidio sottolineando tutti i risvolti psicologici della vicenda. Il libro si sviluppa su due piani: il primo piano è costituito dal delitto e da tutte le conseguenze che esso provoca nell’animo di Raskól’Nikov. Il secondo piano è costituito da tutta quella serie di eventi che non è strettamente collegata con l’omicidio, ma che influenzano Raskól’Nikov non solo nelle sue scelte, ma anche nei suoi comportamenti. Penso che se la lettera inviatagli dalla madre non fosse stata così sconvolgente, lui forse non sarebbe arrivato ad uccidere l’usuraia; avrebbe comunque affermato la teoria secondo la quale il mondo ècostituito da una parte, da una folla anonima e senza valore chiamati "pidocchi" e dall'altra vi siano gli uomini di valore, quelli che fanno la storia. Chi appartiene a questa seconda casta può arrogarsi il diritto di compiere gesti estremi ma necessari se ostacolano la loro autoaffermazione. Raskól’Nikov è convinto di appartenere a questa seconda casta. Tuttavia è interessante vedere come Raskól’Nikov sia riuscito a commettere un delitto efferato e far finta di nulla, rimuovere l'accaduto o cominciare un'analisi profonda dei motivi che hanno spinto al crimine, scandagliando ogni aspetto interiore perché solo passando di nuovo dall'inferno si può tentare di intravvedere una rinascita e una via d'uscita. Dostoevskij è riuscito a scandagliare l'animo umano alla ricerca delle motivazioni al delitto; il giovane protagonista, per uscire da una situazione insostenibile di miseria e d'insoddisfazione decide di dare ascolto alle idee che ha sviluppato intorno alla giustificabilità di un delitto se commesso da uomini superiori, per i quali la morte di pochi ha significato il raggiungimento del potere, dell'onore e il riconoscimento da parte dell'umanità come condottieri. Egli usa tutta la sua intelligenza programmando il delitto: infatti non ci sono testimoni, non ci sono impronte, nessuno avrebbe mai potuto sospettare di lui; solo che con tutta la sua sua stupidità , e forse anche per sfida, ha attirato l’attenzione della polizia.
Dostoevskij, con quest’opera ha saputo entrare nell'anima esteriorizzando la parte più profonda dell'uomo, giungendo a far vivere al lettore le sofferenze del protagonista fino a chiedersi, come lui, la giusta condanna per questo delitto, non tanto perché è la legge che lo reclama, ma perché lo esige dal punto di vista morale. Una delle morali del libro è che solo non cedendo completamente alla
usurai. Da questa situazione di disperazione assoluta nasce il suo odio per i tranquilli borghesi, i piccoli commercianti, i proprietari, gli accumulatori: incapace di maneggiare i soldi, è generoso fino all'estremo. Nel 1844, destinato a una missione in una lontana fortezza, preferisce ritirarsi dal servizio presso il comando d'Ingegneria militare. A 23 anni è scrittore a tempo pieno. Nel gennaio 1846 esce il suo primo racconto Povera gente ; il manoscritto, prima di essere stampato era stato letto dal critico Belinskij, il quale, colpito dalle doti del giovane scrittore non esitò a paragonarlo ad un nuovo Gogol. Il consenso di Belinskij gli apre le porte dei circoli culturali più esclusivi della capitale. L'anno successivo esce Il sosia. Se per Povera gente il tema sociale ne determinò il successo, il risvolto psicologico de Il sosia non piace altrettanto e i sostenitori del primo racconto, fra cui lo stesso Belinskij, raffreddano l'entusiasmo. Fedor, però, trova nel giovane Valerjan Majkov, critico tra i più apprezzati, uno strenuo difensore. Fedor conosce anche Michail Petrasevskij, convinto sostenitore del socialismo utopistico di Fourier, che lo invita a frequentare il suo salotto dove si discutono nuove questioni sociali ed economiche. Dostoevskij frequenterà le riunioni assiduamente, attratto dall'idea di una società pacifica e dominata dall'amore; egli non è, né mai sarà, un rivoluzionario (prende anzi le distanze dalle posizioni più estreme di alcuni membri del gruppo), ma sogna provvedimenti che possano abolire la servitù della gleba, la censura, la diseguaglianza, l'oppressione, la povertà.
Lo stesso anno esce il racconto La padrona. Nel 1848 escono sulla rivista "Otecestvennye zapiski" (Quaderni patriottici) i racconti Un cuore debole , Polzunkov , Le notti bianche , L'eterno marito. All'inizio del 1849 escono le prime due parti di Netocka Nezvanova. Il 25 aprile 1849, alle cinque del mattino, Dostoevskij viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l'accusa di far parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Nel frattempo esce anche la terza parte di Netocka Nezvanova , ma senza la sua firma. Il 16 novembre è condannato alla pena di morte mediante fucilazione, esecuzione che all'ultimo momento, come era uso a quei tempi per esaltare la grandezza e la magnanimità dello zar, viene commutata in condanna ai lavori forzati in Siberia.
Nella fortezza di Omsk Dostoevskij passa quattro anni a contatto con detenuti di ogni genere, provenienza, estrazione, ognuno con una storia diversa; tutto materiale che verrà utilizzato per Memorie da una casa di morti.
Nel 1854, terminata la pena, viene mandato a Semipalatinsk, non lontano dal confine cinese, come soldato semplice. Là si innamora della moglie di un doganiere del luogo e dopo la morte di questo prende la donna, Marija Dmitrevna, come sposa. Nel novembre 1854 giunge a Semipalatinsk A.E.Vrangel', il nuovoprocuratore, con il quale Dostoevskij stringe una salda e sincera amicizia. Alla morte dello zar Nicola I, nel 1855, sarà lo stesso Vrangel' ad adoperarsi per permettere a Dostoevskij di tornare a Pietroburgo.
Nel 1859 viene congedato per motivi di salute, si trasferisce a Tver, quindi a Pietroburgo, sempre, però, sotto la sorveglianza della polizia segreta. Lo stesso anno escono Il sogno dello zio e Il villaggio di Stepancikovo.
Nel 1860 inizia sulla rivista "Russkij mir" (Il mondo russo) la pubblicazione delle Memorie da una casa di morti.
Nel gennaio 1861 esce il primo numero della rivista "Vremja" (Il tempo), pubblicata dal fratello Michail e di cui Fedor diventa il principale collaboratore. È un mensile di grosso formato dove si
tratta oltre che di letteratura, anche di questioni filosofiche, economiche, finanziarie. Su di essa viene pubblicato a puntate Umiliati e offesi. In questo periodo entra in contatto con due personaggi che, oltre a diventare collaboratori del giornale, saranno per Fedor fraterni amici: Apollon Grigorev e Nikolaj Strachov. Nel 1862 viaggia molto all'estero. Conosce Apollinarija Suslova, con la quale intreccerà un legame turbolento che durerà parecchi anni. Nel 1863 pubblica Note invernali su impressioni estive. Il 24 maggio, per un articolo troppo astratto e poco prudente di Strachov sulla questione polacca, la sua rivista viene chiusa dalla censura. Raggiunge la Suslova a Parigi, con la quale parte per l'Italia. Il rapporto fra i due è turbolento, tra violente scene di gelosia e tragiche perdite al gioco nei casinò di mezza Europa.
Nel 1863 i fratelli Dostoevskij redigono una nuova rivista, "Epocha" (Epoca), in cui appare la parte iniziale delle Memorie del sottosuolo. A distanza di tre mesi l'una dall'altro muoiono la moglie, da tempo malata, ed il fratello Michail, per una fulminea malattia, che lo lascia in gravi difficoltà finanziarie per l'edizione della rivista (quasi 25000 rubli di debito). Dopo poche settimane, per un colpo apoplettico muore anche Apollon Grigorev, l'amico definito da Fedor come "l'uomo più autenticamente russo". L'ultimo numero di "Epocha" sarà quello del 22 marzo 1865, in cui appare il racconto umoristico Il coccodrillo. Inizia a scrivere Delitto e castigo, ma brucia il manoscritto. Nel 1865 firma con l'editore F.Stellovskij un contratto, per il quale dovrà consegnargli entro il primo novembre dell'anno successivo un nuovo romanzo, pena la pubblicazione fuori diritti da parte di Stellovskij di tutte le sue opere. Comincia a scrivere Delitto e castigo , e per velocizzarne la stesura assume una stenografa, Anna Grigorevna Snitkina, che sposerà nel 1867. Nel 1866 esce a puntate sul "Russkij vestnik" (Il messaggero russo), Delitto e castigo. Lo stesso anno termina Il giocatore. Dal 1867 al 1872 fa un secondo viaggio, caratterizzato dalle difficoltà finanziarie e dalle perdite al gioco. Nel gennaio 1868 inizia sul "Russkij vestnik" la pubblicazione a puntate de L'idiota. Gli nasce una figlia, Sonja, che muore due mesi dopo.
Nel 1869 nasce la figlia Ljubov. Nel 1871 inizia la pubblicazione a puntate de I demoni. Nasce il figlio Fedor. Nel 1872 diventa capo-redattore di una rivista conservatrice "Grazdanin" (Il cittadino), presso cui cura una rubrica intitolata Diario di uno scrittore. La collaborazione, però, dura poco. Nel 1875 esce L'adolescente e gli nasce il figlio Aleksej. Nel 1876 cura per suo conto la pubblicazione di una nuova rivista dal titolo Diario di uno scrittore.
Nel 1878 muore il figlio Aleksej, per un gravissimo attacco di epilessia. Nei mesi disperati che seguono incontra spesso il filosofo Vladimir Solovev e con lui si reca al monastero di Optina, centro di spiritualità russa, dove incontra lo starec Amvrosij, prototipo dello starec Zosima de I