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Devianza, diversità e differenza, Appunti di Sociologia

Devianza, diversità e differenza - appunti dal Manuale di Sociologia

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 14/06/2022

maraamoroso
maraamoroso 🇮🇹

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CAPITOLO 8: IL COMPORTAMENTO NON CONFORME: DEVIANZA, DIVERSITA’ E DIFFERENZA.
Una società, e più ingenerale qualsiasi associazione umana, è fondata sul conformismo. Sentiamo
di appartenere a un determinato gruppo sociale perché condividiamo con gli altri una serie di
comportamenti e di idee.
A certi livelli, questo sentire comune ha una tale forza sugli individui da far apparire normale ciò
che in realtà è solo tipico di un gruppo specifico: si è così portati a pensare che è normale ciò che è
condiviso, come se idee e comportamenti degli altri fossero anormali.
Studiare il tema della devianza significa affrontare il problema di ciò che è normale e di ciò che non
lo è. Significa studiare il rapporto tra comportamento conforme (“normale” giusto”) e
comportamento non conforme (“anormale”– “sbagliato”).
1. Il concetto sociologico di devianza.
Nell’Europa medievale e premoderna, il comportamento non conforme era visto come peccato.
Normale era ciò che andava in sintonia con i precetti della fede, mentre chi non si conformava
commetteva peccato. La Chiesa regolava il conformismo sociale, fornendo l’insieme delle idee e i
comportamenti che ne erano alla base. La rivoluzione compiuta dal pensiero illuminista ha messo
in discussione il conformismo religioso: le società umane devono “emanciparsi”, trovando un
fondamento al proprio stare insieme, indipendente dalla fede. Tale fondamento deve essere
cercato attraverso lo strumento della ragione.
Questo nuovo modo di pensiero è espresso bene dal libro di Cesare BECCARIADei delitti e delle
pene”. In tale testo vengono radicalmente criticate tutte le vecchie usanze incompatibili con i
diritti individuali; si contesta l’uso della tortura e della pena capitale. Secondo Beccaria, la pena
non deve più essere considerata, come in passato, uno strumento per ristabilire l’ordine morale
infranto dal reato, ma serve a impedire al reo di commettere nuovi reati e a scoraggiare gli altri dal
farlo. Diventa così fondamentale che la pena sia proporzionata al delitto. All’idea di peccato, si
sostituisce quella di crimine, alla legge religiosa la legge civile.
Nasce così la criminologia, il cui scopo è quello di porsi il problema della natura dei delitti e dei
modi per contenerli. L’approccio illuminista viene però presto superato. Il crimine appare ora
come una manifestazione naturale all’interno di un contesto problematico e degradato, come
quello delle periferie urbane. Povertà e crimine diventano quasi sinonimi: il povero è visto come
un potenziale criminale, poiché nella situazione di degrado in cui vive, il crimine è l’unica
alternativa reale alla miseria.
Le work-houses sono un esempio di questo contesto storico. Si tratta di case di lavoro coatto,
destinate all’internamento dei poveri, nei quali essi sono costretti a lavorare per un salario misero.
La loro funzione è molteplice: tengono bassi i salari, abituano al lavoro di fabbrica e servono come
strumento di controllo sociale.
In questo stesso periodo si inizia anche a parlare di assistenza sociale. Diviene presto ben chiaro
che occorrono interventi strutturati e pianificati sui quali poggiare le politiche di controllo sociale e
che sono necessari, quindi, strumenti conoscitivi in grado di mettere in luce le evoluzioni
statistiche del crimine, la sua pericolosità e incidenza, le sue tendenze evolutive.
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CAPITOLO 8: IL COMPORTAMENTO NON CONFORME: DEVIANZA, DIVERSITA’ E DIFFERENZA.

Una società, e più ingenerale qualsiasi associazione umana, è fondata sul conformismo. Sentiamo di appartenere a un determinato gruppo sociale perché condividiamo con gli altri una serie di comportamenti e di idee. A certi livelli, questo sentire comune ha una tale forza sugli individui da far apparire normale ciò che in realtà è solo tipico di un gruppo specifico: si è così portati a pensare che è normale ciò che è condiviso, come se idee e comportamenti degli altri fossero anormali. Studiare il tema della devianza significa affrontare il problema di ciò che è normale e di ciò che non lo è. Significa studiare il rapporto tra comportamento conforme (“normale” – “giusto”) e comportamento non conforme (“anormale”– “sbagliato”).

  1. Il concetto sociologico di devianza. Nell’Europa medievale e premoderna, il comportamento non conforme era visto come peccato. Normale era ciò che andava in sintonia con i precetti della fede, mentre chi non si conformava commetteva peccato. La Chiesa regolava il conformismo sociale, fornendo l’insieme delle idee e i comportamenti che ne erano alla base. La rivoluzione compiuta dal pensiero illuminista ha messo in discussione il conformismo religioso: le società umane devono “emanciparsi”, trovando un fondamento al proprio stare insieme, indipendente dalla fede. Tale fondamento deve essere cercato attraverso lo strumento della ragione. Questo nuovo modo di pensiero è espresso bene dal libro di Cesare BECCARIADei delitti e delle pene ”. In tale testo vengono radicalmente criticate tutte le vecchie usanze incompatibili con i diritti individuali; si contesta l’uso della tortura e della pena capitale. Secondo Beccaria, la pena non deve più essere considerata, come in passato, uno strumento per ristabilire l’ ordine morale infranto dal reato, ma serve a impedire al reo di commettere nuovi reati e a scoraggiare gli altri dal farlo. Diventa così fondamentale che la pena sia proporzionata al delitto. All’idea di peccato, si sostituisce quella di crimine , alla legge religiosa la legge civile. Nasce così la criminologia , il cui scopo è quello di porsi il problema della natura dei delitti e dei modi per contenerli. L’approccio illuminista viene però presto superato. Il crimine appare ora come una manifestazione naturale all’interno di un contesto problematico e degradato, come quello delle periferie urbane. Povertà e crimine diventano quasi sinonimi: il povero è visto come un potenziale criminale , poiché nella situazione di degrado in cui vive, il crimine è l’unica alternativa reale alla miseria. Le work-houses sono un esempio di questo contesto storico. Si tratta di case di lavoro coatto, destinate all’internamento dei poveri, nei quali essi sono costretti a lavorare per un salario misero. La loro funzione è molteplice: tengono bassi i salari, abituano al lavoro di fabbrica e servono come strumento di controllo sociale. In questo stesso periodo si inizia anche a parlare di assistenza sociale. Diviene presto ben chiaro che occorrono interventi strutturati e pianificati sui quali poggiare le politiche di controllo sociale e che sono necessari, quindi, strumenti conoscitivi in grado di mettere in luce le evoluzioni statistiche del crimine, la sua pericolosità e incidenza, le sue tendenze evolutive.

In questo contesto storico e culturale spiccano due approcci teorici: la criminologia italiana e la c.d. statistica morale. Cesare LOMBROSO è il principale esponente della “ scuola criminologica italiana . Il comportamento criminale può essere spiegato da fattori biologici di tipo ereditario. Lombroso, pensa sia possibile, attraverso l’analisi di caratteristiche fisiologiche, costruire un indice di patologia individuale. Aspetti come un cranio sfuggente, degli zigomi sporgenti, una bassa sensibilità al dolore, il mancinismo ecc. sarebbero la prova della tendenziale pericolosità del soggetto che ne è portatore. Lombroso introduce la sua teoria del delinquente nato, secondo cui il crimine rappresenta una regressione verso stati primitivi dell’evoluzione umana. Al contrario, la statistica morale enfatizza gli aspetti sociali nella spiegazione del crimine. Per QUETELET , il suo rappresentante più significativo, si tratta di analizzare sinteticamente, attraverso lo strumento della statistica, un fenomeno che diviene misurabile quantitativamente. Lo scopo più ambizioso del suo progetto è tentare di identificare, attraverso la raccolta sistematica dei dati, le regolarità presenti nel fenomeno criminoso, per giungere alla formulazione di leggi generali in grado di spiegarlo. Secondo Quetelet la società racchiude in sé i germi di tutti i delitti che verranno commessi. Il colpevole non è che lo strumento per compierli. 1.2 Che cos’è la devianza. E’ proprio la sociologia, e in particolare Durkheim a introdurre il concetto di devianza. Per quanto riguarda i padri fondatori della sociologia, sono due di loro ad aprire due prospettive alternative del concetto di devianza: Marx e Durkheim. Marx insiste soprattutto sul tema del conflitto (il crimine deve produrre un conflitto radicale capace di cambiare la società); Durkheim insiste sul tema dell’ ordine (nelle nostre società la devianza appare come il prodotto di una mancanza di ordine sociale). Per MARX il crimine è un prodotto del capitalismo, il quale creando povertà e miseria, produce le condizioni che sono alla base del comportamento criminale. Ora il crimine è visto completamente come un prodotto sociale e la patologia, invece di risiedere nell’individuo, appartiene alla società. Il crimine è, per Marx, la risposta sbagliata, perché parziale e non organizzata, a una giusta domanda di cambiamento sociale e di rivolta. Il criminale è, insomma, un rivoluzionario inconsapevole , che non ha ancora preso coscienza della sua situazione reale. Del tutto diversa è, invece, la concezione di DURKHEIM. Egli è il primo a introdurre il concetto sociologico di devianza. Secondo l’autore, ogni società esiste in quanto condivide un insieme di credenze comuni , che costituiscono la coscienza collettiva. I comportamenti in sintonia con tali credenze (che egli chiama rappresentazioni collettive ) sono normali; gli altri sono devianti. Deviante è dunque un comportamento non conforme rispetto a norme condivise. Da questo punto di vista, la devianza può essere vista addirittura come qualcosa di utile: se non ci fosse devianza, infatti, le società non cambierebbero mai, e tutti si adatterebbero al conformismo generale. Il deviante, quindi, è la fonte del possibile cambiamento. Va inoltre detto che la devianza è normale, nel senso che non ci sarà mai una società senza devianza. Durkheim si sofferma sul modo specifico in cui le società moderne producono devianza. L’idea di fondo è che, nelle nostre società le credenze comuni sono sempre meno legate alla religione, e ciò fa perdere a esse la forza che avevano tradizionalmente. Inoltre, il cambiamento continuo mette in crisi le credenze condivise.

comportamenti devianti e criminali il cui scopo principale non è acquisitivo, ma tende per lo più a rafforzare il senso di identità individuale e di appartenenza al gruppo. 1.4 Dal deviante all’outsider. Un altro approccio di teoria sociale è l’ interazionismo , secondo cui l’oggetto di studio delle scienze sociali sono le interazioni tra gli individui. Dal punto di vista della devianza, occorre studiare non solo l’individuo deviante e le sue azioni, ma anche le reazioni degli altri soggetti. Un atto deviante deve perciò essere riconosciuto ( etichettato ) come tale anche dagli altri. Secondo una celebre definizione di BECKER il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo; un comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale. Da chi? Dalla maggioranza, ovviamente. La minoranza però, che Becker chiama outsiders , può innescare, se lo crede e se ne ha i mezzi, un conflitto sociale perché quel comportamento non venga più considerato deviante. Interessante è anche la concezione dell’individuo. Ognuno di noi è il risultato di un processo, che può essere visto come la progressiva applicazione alla nostra identità profonda di molteplici etichette sociali, ognuna delle quali è socialmente definita e che noi facciamo nostra. Ecco che noi possiamo diventare “bambini”, “madri”, “studenti universitari”, nel momento in cui facciamo nostro l’insieme delle credenze e dei comportamenti che caratterizzano ognuno di questi ruoli sociali. La stessa cosa avviene per l’“essere devianti”. Anche qui si tratta di un processo. In un suo famoso articolo, ironicamente intitolato “ Come si diventa consumatori di marijuana ”, Becker giunge a identificare le fasi del processo che trasforma il principiante in consumatore provetto, fasi che compongono quella che, sempre ironicamente Becker chiama “ carriera deviante ” di un soggetto. L’elemento decisivo della carriera deviante è l’ accettazione dell’etichetta socialmente codificata. 1.5 Devianza e conflitto sociale. Diversi autori, a partire dai primi anni ’60 del ‘900, criticano la teoria interazionista della devianza, perché ritengono che non sia in grado di andare al cuore del problema. TAYLOR , WALTON e YOUNG , vogliono dimostrare che i concetti di legge e di devianza non sono neutri, ma sono piuttosto espressione della capacità che le classi al potere hanno di imporre la loro concezione sulle altre classi sociali; sono quindi una diretta espressione dei rapporti di potere presenti nella società. Gli approcci funzionalisti peccano nel pensare alla devianza in termini di problema sociale. Al contrario il difetto dell’approccio interazionista è quello di vedere il comportamento non conforme solo da un punto di vista soggettivo. Un’analisi corretta della questione deve essere in grado di sottolineare le differenze di potere, di ricchezza e di influenza prodotte dal nuovo capitalismo; mostrare come esse siano la fonte del crimine; sviluppare un approccio realmente critico della società.

  1. Una nuova definizione di devianza. Se per deviante si intende un atto non conforme alle norme socialmente condivise, ne consegue che potrà essere deviante una serie di comportamenti molto diversi tra loro (uccidere, rubare, passare col rosso). Dunque, ogni norma comporterebbe una devianza.

Oggi la faccenda è ancora più intricata: dal momento che le nostre società sono molto articolate, la velocità del mutamento sociale ha reso sempre più incerta la nozione di valore condiviso. Viene dunque elaborata una proposta teorica che parte dall’idea che una sola categoria non può ormai spiegare tutta la tipologia del comportamento non conforme. A questo scopo, vengono introdotti tre concetti – “ devianza ”, “ diversità ” e “ differenza ” e viene definita la nozione di conflitto sociale che sarà utilizzata. 2.1 Oltre la logica bipolare: accettazione e condivisione. Quello di devianza è un concetto tipicamente sociologico. Tale concetto si sostituisce a quello di crimine , nel tentativo di interpretare i grandi processi di cambiamento sociale che portano da società relativamente statiche e rigide ad altre maggiormente dinamiche e flessibili. All’interno di società caratterizzate da stabilità , da un basso tasso di mutamento sociale e dalla presenza di un insieme di valori stabile, coerente e condiviso, il comportamento non conforme viene sostanzialmente vissuto come crimine. Qualsiasi forma di conflitto viene sentita come una minaccia distruttiva dell’ ordine sociale. Il cambiamento sociale porta con sé profondi mutamenti all’interno della coscienza collettiva e anch’essa diventa più dinamica e flessibile. Ciò spiega il progressivo ampliamento del concetto di devianza , che comprende comportamenti ancora considerati da tutti come “criminali” (pedofilia, omicidio, rapine, ecc.), ma anche comportamenti non allineati che esprimono la maggiore complessità della vita collettiva e la sua articolazione interna. Il criterio alla base della nuova teoria è quello di far leva sul diverso grado di accettazione e di condivisione delle norme socialmente condivise, intendendo norme, non giuridiche, ma sociologiche, ovvero: le credenze e i valori caratteristici di una data società. Diventa così centrale la distinzione tra accettazione e condivisione : l’idea è che ci possano essere comportamenti non condivisi ma comunque accettati. La distinzione tra accettazione e condivisione propone un’alternativa alla netta distinzione tra normalità e devianza, perché suggerisce l’idea di comportamenti non conformi – quindi non condivisi – che non sono devianti proprio perché vengono accettati. 1.1 Il concetto di devianza: una definizione. ( DEVIANZA ) Definizione di devianza : deviante è un comportamento non conforme rispetto a norme socialmente condivise, che non mette in discussione queste ultime ma le accetta e le condivide. Si aggiunge quindi l’idea per cui il deviante è un soggetto che accetta e condivide le norme che trasgredisce. Che rapporto c’è tra devianza e crimine? L’atto criminoso è quello per cui il sentimento di condanna sociale è maggiore perché il grado di condivisione della norma di riferimento è più alto. Ci sono cioè “atti criminali” (una strage, la pedofilia, lo stupro, ecc.) davanti ai quali la coscienza collettiva si scatena perché va contro le credenze più diffuse e radicate. Qual è il rapporto tra devianza e mutamento? Si può dire che, finché rimane tale, la devianza non produce cambiamento sociale, perché non mette in discussione i valori condivisi.

Esempio: Gli omosessuali sono uguali tra loro e diversi rispetto agli etero. La diversità è dunque una distinzione accettata a partire da una forma più generale di uguaglianza. 2.3 Il concetto di differenza: una definizione. ( DIFFERENZA ) Per differenza si intende un comportamento non conforme che mette in discussione i valori socialmente condivisi in modo NON gestibile dal sistema sociale. In quanto tale, costituisce un comportamento NON accettato e NON condiviso dalla maggioranza. La differenza è allora quel comportamento non conforme che non solo non condividiamo, ma che non possiamo neppure accettare. Per riflettere sul carattere inquietante della differenza, è utile distinguere tra differenza interna e differenza esterna :  Differenza interna : si intendono comportamenti e identità – che mettono in discussione i valori socialmente condivisi in mondo non gestibile – presenti all’interno di una data società.  Differenza esterna : si fa riferimento alla semplice presenza di società e culture distinte tra loro. Esempi di differenza interna possono essere alcune sette, le mafie ecc.