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Diritto Angloamericano, riassunti ben fatti dei capitoli : II - III - IV - V - VI - VIII
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 08/02/2017
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1. Privacy e common law L’origine della privacy è strettamente connessa alla rivoluzione industriale e alla diffusione del mass-media; dopo questi eventi si definisce una nuova figura di tort : the tort of invasion of the privacy, con lo scopo di contenere gli eccessi dei mass-media e tutelare l’intimità dell’individuo. Il termine privacy compare per la prima volta nel panorama giuridico nel 1890 ( con la pubblicazione dell’articolo “the right to privacy” di Samuel Warren e Louis D. Brandeis ). La privacy moderna ha origine dalle prime decisioni della Suprema Corte Federale degli USA, e successivamente viene riconosciuta dalle Corti Costituzionali dei principali Paesi. In Inghilterra la privacy nasce dal celebre case del 1949, Price Albert versus Strange : in tale case, un dipendete della casa reale aveva riprodotto abusivamente i quadretti che raffiguravano la regina Vittoria ed il principe Alberto, ed era stato condannato per aver violato l’obbligo di riserbo (discrezione, riservatezza) che sussiste tra il dipendente ed il datore di lavoro. In realtà la privacy è già comparsa in Europa, nella metafora utilizzata nel 1766 da Lord Chatham nel suo discorso sulle garanzie personali pronunciato nel Parlamento Inglese, affermando che every man’s home is his castle. Infatti, anche il più povero degli uomini, nella sua piccola e fragile casa, con il tetto traballante, il vento che può soffiare da ogni parte penetrandovi pioggia e tempesta, può opporsi alla Corona e il Re non può entrarvi anche con tutte le sue forze. Nel 1890 i due giovani avvocati di Boston, Warren and Brandeis, nella causa delle indiscrezioni riguardanti la vita matrimoniale della moglie di Warren, incominciarono a studiare quali casi potevano essere di pubblico dominio e quali meritevoli della tutela dalla curiosa invadenza altrui. Nel loro saggio, The right to privacy. The Implicit Made Ex-plicit , ribadirono che l’ordinamento giuridico fonisse una tutela giusta a questo nuovo diritto della persona, che loro hanno definite come the right to be let alone. In realtà, la questione di tutelare adeguatamente la riservatezza dell’individuo comparve già due anni prima, nel 1888, nel saggio del giudice Thomas Cooley sugli illeciti extracontrattuali, in cui considerò il diritto alla privacy positivo alla sicurezza della persona. Inoltre, Cooley e gli avvocati Brandeis e Warren sancirono, all’unisono, il principio della inviolate personality. Nel XX secolo la privacy è riconosciuta pienamente come diritto e potere, che scaturisce da una volontà insindacabile, ovvero che non può essere discussa. Dunque, vi è la pretesa legittima nel decidere se e in che misura voler condividere con gli altri una parte di sé, riservandosi la piena facoltà di mutare opinione. 2. William L. Prosser e i Privacy Torts. Nel 1960 Prosser pubblica un articolo: Privacy, a legal analysis , che subentra al Warren and Brandeis paper. Prosser analizza più di 300 cases notevoli ed individua quattro tipi di invasione della privacy:
Nella prima metà degli anni ’60, con la diffusione dei computer, la privacy inizia a mutare e divenne più semplice raccogliere informazione grazie alle banche dati. Con lo sviluppo della banche dati le informazioni relative ad un individuo, definite dati personali, acquisiscono un valore economico poiché le imprese commerciali mirano ad acquisirle per fini commerciali. Nasce così il direct marketing, in base al quale le imprese utilizzano i dati personali per ricostruire i gusti e le preferenze degli individui con lo scopo di inviare comunicazioni pubblicitarie mirate.
4. Evoluzione della nozione di privacy in common law e civil law Per la circolazione dei dati personali è necessario il consenso dell’interessato. A tal riguardo gli Stati Europei adottano due diversi modelli. Alcuni Stati, come Francia, Olanda, Spagna, Portogallo adottano il modello dell’ opt-out, in base al quale i dati personali possono essere utilizzati solo se l’interessato viene informato che i suoi dati vengono utilizzati per fini commerciali. Altri invece come la Germania e L’Italia adottano il modello dell’ opt-in, in base al quale i dati personali possono essere utilizzati solo se l’interessato ha dato il consenso. 5. Privacy e responsabilità civile Gli ordinamenti europei stabiliscono che il soggetto che subisce un danno a causa del trattamento illecito dei dati personali ha diritto al risarcimento del danno. Il titolare del trattamento può essere esonerato dal risarcimento del danno se prova che il danno non è a lui imputabile. 6. Privacy e dati generali Fino agli anni 70 non era emersa la necessità di una tutela normativa dei dati personali. La cura della salute era incentrata sul rapporto fiduciario tra paziente e medico curante. Con il diffondersi delle nuove tecnologie, il sistema sanitario si trasforma e si trova di fronte a grandi quantità di informazioni mediche, scienti che e sanitarie: i pc diventano essenziali per la gestione dei pazienti come il rilascio dei referti di un’attività diagnostica. Il trattamento dei dati sanitari si configura come un diritto/dovere al fine di favorire il progresso scientifico, quindi è importante un’adeguata
un principio generale della legge contrattuale, in particolare dopo l’opinione della Corte d’Appello di New York espressa in Kirke la Shelle.
La maggioranza delle giurisdizioni americane riconoscevano nell’obbligo di eseguire un contratto di buona fede un principio generale della legge contrattuale. Il principio afferma che: “ogni contratto impone a ciascuna parte un dovere di buona fede e correttezza nelle sue prestazioni e la sua applicazione”.
La good faith di diffonde come principio generale nella contract law statunitense, grazie soprattutto al caso Kirke la Shelle versus Armstrong , e al case Wood Versus Lady Duff Gorgon.
3. Il case Kirke la Shelle versus Armstrong L’obbligo di esecuzione seecondo buona fede fu articolato per la prima volta nel 1993 dalla Corte d’Appello di New York nel case di Kirke la Shelle versus Armstrong. La Kirke la Shelle aveva ottenuto il diritto di ricevere dall’Armstrong Company il 50% dei profitti delle futuri rappresentazioni teatrali di un dramma, tranne i diritti cinematografici perché il contratto venne creato prima dell’invenzione del sonoro. Successivamente l’avvento del sonoro, la Armstrong Company vende il diritto di realizzare un film sul dramma senza richiedere il consenso a Kirke la Shelle, che citò in giudizio chiedendo il 50% dei profitti ricavati dal film. La Corte d’Appello di New York diede ragione a Kirke la Shelle, dicendo che se il contratto fosse stato fatto dopo l’invenzione del sonoro, sarebbero sicuramente rientrati nel contratto anche i diritti cinematografici. Pertanto la Corte assegnò a Kirke la Shelle la metà dei proventi della vendita dei diritti per la realizzazione del film poiché ritenne violato il patto implicito di buona fede. 4. Il case Wood versus Lady Duff Gorgon, 1917 L.D. Gordon, una nota stilista di moda, aveva stipulato un contratto con la Wood per la concessione del diritto esclusivo di vendita relativo a tutti gli articolati da lei firmati; in cambio avrebbe ottenuto il 50% dei profitti ricavati dalla vendita. Ma Gordon vendette i suoi modelli ad altri, violando così l’accordo di esclusiva con Wood. La Wood la portò in giudizio e la Corte diete torto a Gordon per inadempimento contrattuale, poiché Wood si era impegnato per pubblicizzare e vendere i suoi modelli. 6. La Dottrina di Burton La dottrina di good faith trova attuazione nella prassi giudiziaria quando le parti raggiungono un accordo che concede una certa discrezionalità ad una di esse. La buona fede dipende dalle motivazioni del comportamento della parte che si serve di quella discrezionalità; è legata all’accordo delle parti che permette o vieta ciascuna azione. Il dovere di eseguire in good faith è riconosciuto come principio generale del diritto dei contratti. Ne consegue che in qualsiasi momento una della parti può essere accusata di non tenere un comportamento conforme a tale obbligazione; tuttavia, non è stato ancora articolato uno standard di condotta che distingua l’esecuzione in good faith dall’esecuzione contraria a buona fede. Le parti confidano nella good faith dei partners per l’adempimento, in quanto non è attuabile né
consigliabile una previsione dettagliata circa l’esecuzione.
Burton si sofferma a riflettere sul criterio di buona fede. Egli sostiene che ad esse vanno aggiunti i costi dell’esecuzione previsti dal promittente (promittente: persona che obbliga mediante promessa). Il Burton afferma che la good faith costituisce un limite all’esercizio della discrezionalità che il contratto può attribuire ad una delle due parti. La parte che possiede tale discrezionalità può esercitarla per determinare elementi del contratto quali prezzo, tempo e quantità: di conseguenza essa è in grado di privare la controparte di benefici del contratto inerenti a tali elementi. Ciò può avvenire per una ragione legittima e quindi secondo good faith; se, al contrario; l’azione discrezionale è intrapresa per una ragione illegittima o contraria a buona fede, essa sarà un inadempimento contrattuale. In particolare, se la parte che detiene la discrezionalità la esercita per perseguire uno scopo che è tra quelli contemplati o impliciti nel contratto, si avrà esecuzione secondo good faith, se invece la esercita per uno scopo che non rientra tra quelli contemplati del contratto si avrà esecuzione contraria a good faith.
Per il Burton ogni azione, compresa quella di negoziare, ha un costo economico, che corrisponde al valore economico delle opportunità a cui un soggetto rinuncia scegliendo quella determinata azione. Quindi ogni azione comporta la perdita di altre opportunità, che possono essere beni, denaro o servizi. Quando si stipula un contratto, le opportunità a cui le parti rinunciano si vanno a collocare ad di fuori del contatto. Se però si verificano poi degli avvenimenti per cui la parte ritiene di non aver scelto bene o vuole riappropriarsi delle opportunità a cui aveva rinunciato, non adempirà il contratto e violerà il patto implicito di buona fede.
Per il Burton in uno scambio si possono individuare due costi indipendenti : il costo della stipulazione e il costo dell’esecuzione. Se lo scambio avviene nel presente, i due costi sono sopportati insieme; se lo scambio mediante una promessa viene proiettato nel futuro, il costo della stipulazione è sopportato nel presente mentre quello dell’esecuzione sarà sopportato in un momento successivo. Pertanto per avere una esecuzione del contratto contraria a good faith occorre valutare lo scopo per cui la parte ha esercitato tale discrezionalità. (discrezionalità = Facoltà di libera azione e decisione entro i limiti generali fissati dalla legge )
Infatti se tale scopo rientra tra quelli contemplati dal contratto, il danno causato alla controparte rientra tra i rischi che la controparte aveva assunto stipulando, e quindi l’esecuzione non sarà contraria a good faith. Se invece lo scopo per cui la parte ha esercitato la sua discrezionalità non rientra tra quelli contemplati dal contratto, perché tende a riappropriarsi di opportunità a cui aveva rinunciato, il danno causato va al di là dei rischi che la controparte aveva assunto, e l’esecuzione sarà contraria a good faith.
Nell’esecuzione secondo good faith rileva anche lo standard della contemplation (contemplazione), che offre due parametri per la valutazione della condotta di buona fede:
suoi impianti.
11. Il case Ulmas versus Acey Oldsmobile, 1970 Ulmas aveva acquistato dalla Acey Oldsmobile un’auto che gli sarebbe stata consegnata in un momento successivo alla stipulazione del contratto. Ricevuto il veicolo, Ulmas denunziò il venditore perché al momento della consegna aveva valutato diversamente l’auto che il compratore gli aveva consegnato in permuta. Il contratto assegnava al venditore il diritto di valutare nuovamente l’auto usata al momento della consegna di quella nuova. La nuova valutazione si riduceva da 650 a soli 50 dollari. La Corte accertò che il veicolo valeva effettivamente da 300 a 400 dollari: inoltre, il prezzo avrebbe potuto essere diminuito in buona fede, e il venditore avrebbe potuto esercitare la propria discrezionalità restando nel corso normale degli affari e all’interno della ragionevole contemplazione delle parti. Il venditore si era comportato in modo disonesto e contrario alla good faith, per riappropriarsi delle opportunità perdute con quando avrebbe risparmiato. _12. Il caso Miller versus Othello Packers, Inc. 1966
1. Economic Analysis of Law (Analisi economica del diritto) L’Economic Analysis of Law (EAL) è la metodologia di studio e di interpretazione dei fatti giuridici che si è affermata negli Stati Uniti intorno gli anni ’60. L’EAL esamina con strumenti economici gli strumenti giuridici soprattutto in due fasi fondamentali: la fase della creazione degli strumenti giuridici e la fase della loro effettività, ovvero il loro concreto operare. Nella prima, fattori politici, religiosi, sociali ed economici spingono le collettività ed i loro rappresentanti a stabilire le norme del comportamento. Nella seconda fase l’analisi economica del diritto analizza il modo di operare degli strumenti giuridici e gli effetti da loro prodotti, cioè analizza il loro costo per la collettività e per le parti interessate. L’EAL ha il compito di accertare quali decisioni economiche hanno determinato l’introduzione di principi giuridici e quali effetti economici hanno i principi giuridici vigenti. Le principali scuole che si sono occupate dell’EAL sono l’università di Yale e l’università di Chicago. Alla scuola di Chicago appartiene Richard Posner, secondo il quale l’efficienza consiste nell’utilizzare le risorse economiche in modo che il valore, cioè la soddisfazione umana, raggiunga il massimo livello; dunque il suo pensiero è retto dal principio secondo cui ogni parte persegue il proprio interesse economico ed è proprio il conflitto a spingere le parti a presentare al giudice i dati per giungere alla verità dei fatti: gli individui, inoltre, agiscono come i razionali massimizzatori delle loro soddisfazioni e quindi porranno fine alla lite solo quando raggiungeranno un accordo che soddisfi le loro esigenze. Posner aggiunge due corollari: il primo sostiene che la violazione di uno standard of care (cura) stabilito dalla legge costituisce negligenza, per cui il danneggiato non deve provare colpa del convenuto, ovvero colui che è citato in giudizio, se quest’ultimo non ha adottato misure di sicurezza e di prevenzione in quanto troppo costose_. Il secondo_ corollario permette di negare il risarcimento alla vittima che con il suo comportamento colposo ha concorso a creare il danno. Ne consegue, riguardo agli incidenti sul lavoro, che se vie è una colpa, anche minima, del lavoratore non si ha la responsabilità del datore di lavoro. Invece Guido Calabresi, appartenente all’università di Yale, possiede una vision che contrasta quella di Posner. Riguardo alla responsabilità civile, Calabresi sostiene che non bisogna prevenire gli incidenti, ma il loro costo, che va amministrato in maniera efficiente e razionale. Calabresi rifiuta sia il modello individualistico (teoria di Posner) poiché ritiene il comportamento contrattuale troppo costoso, sia quello collettivistico puro. Il suo modello ideale è un modello misto, senza assumere in toto nessuno dei due. La sua teoria è molto equilibrata e può essere applicata sia ai paesi di civil law che di common law. Per Calabresi una società di mercato determina i diritti in modo tale che l’onere degli incidenti venga attribuito al titolare di quell’attività che può evirare in modo più economico gli incidenti stessi. Posner: modello individualistico puro; Calabresi: posizione più equilibrata. In conclusione, l’EAL, ha raccolto sia consensi che critiche: il compito del giurista resta quello di applicare modelli etici e di giustizia mentre l’economista non deve prendere decisioni ma descrivere come opera il mondo e prevedere come opererebbe in caso di mutamento.
CAPITOLO V
sulla base di un affidamento a seguito di una promessa gratuita di fare o di dare priva della forma del deed. Il superamento di questo limite si ha negli Stati Uniti, dove l'estoppel diventa lo strumento generale con il quale una parte può pretendere una prestazione promessale gratuitamente se questa promessa ha generato affidamento. La conseguenza logica consiste nella messa in forse del concetto di contract: il contract è la promessa assistita da consideration, se è sufficiente che la promessa (anche senza consideration) generi affidamento ragionevole per diventare vincolante allora si distrugge la nozione di contract come promessa basata sulla consideration, ed è ciò che alcuni giuristi hanno paventato. In realtà non vi è grande applicazione dell'estoppel. Il funzionamento dell'equity: Tutto quanto premesso serve a spiegare come funziona l'equity. L'equity è un set di norme che si aggiunge alla common law per evitare che la stretta applicazione di quest'ultima possa portare ad una soluzione ingiusta. Nel caso dell'estoppel, aggiungendo o meno questo rimedio alla common law si ottiene una soluzione giusta. Gilmore proclama la morte del contratto o meglio la morte della dottrina della consideration, dato che l’estoppel qui opera in assenza di una consideration che a lungo ha sostituito un principio cardine della tradizione del contract law.
1. La doctrine of frustration La doctrine of frustration riguarda l’impossibilità di realizzare lo scopo del contratto perché sono sopraggiunte delle circostanze esterne. La doctrine of frustration va distinta dal breach of contract
possibilità della sua distruzione nell’incendio non era stata espressamente prevista. Egli affermava che in presenza di un contratto positivo di compiere qualcosa il contraente deve eseguirlo o pagare i danni da inadempimento, per quanto sia divenuto inaspettatamente gravoso o impossibile a causa di aventi imprevisti; ma questa regola è applicabile solo quando il contratto è positive and absolute, e non soggetto ad alcuna condizione espressa od implicita. Ma sin dall’inizio sapevano che il contratto sarebbe stato adempiuto solo se al tempo dell’adempimento continuava a sussistere la situazione iniziale. Quindi il contratto doveva essere interpretato come un contratto positive and absolute, ma doveva essere interpretata una condizione implicita che esonerava le parti nel caso in cui, prima della prestazione, l’adempimento fosse divenuto impossibile per il perimento della cosa, pur senza colpa del contraente.
4. Frustration per esecuzione commercially sterile. I Coronation’s cases. Il caso più famoso è quello di Krell v. Henry del 1903. Henry aveva preso in affitto da Krell una stanza per poter ammirare dal suo balcone il corteo dell’incoronazione di Edoardo VII, anche se tale scopo non risultava dal contratto. A causa della malattia del re il corteo non ebbe più luogo, ed Henry non pagò il canone: Krell lo citò in giudizio. La Corte d’Appello riconobbe che il passaggio del corteo costituiva lo scopo del contratto e lo dichiarò frustrated (frustrato) essendovi verificata una circostanza contraria allo scopo stesso. 5. The Suez Canal Cases La doctrine of frustration costituisce il punto di riferimento di una serie di cases. Il caso Carapanayoti riguardava la vendita e l’invio di una partita di semi di cotone da Porto Sudan a Belfast, reso assai difficile per il venditore, in seguito alla chiusura del Canale di Suez, che avrebbe potuto eseguire la sua prestazione solo inviando la merce per una rotta assai più lunga.
Pertanto, il venditore non eseguì. La pretesa di risarcimento dell’acquirente fu respinta, in quanto il giudice McNair ritenne una buona ragione, per assoggettare il contratto a frustration e riconoscere le parti discharged (scaricate) dalle obbligazioni assunte. Nel caso assai simile Tsakiroglou del 1960 , con decisione apposta il giudice negò la frustration del contratto di vendita di una partita di arachidi da trasportare dal Sudan ad Amburgo, sulla base dell’accertamento degli arbitri d’appello i quali affermarono che la spedizione dei beni tramite il Capo di Buona Speranza non era commercially or fundamentally diversa dalla spedizione tramite il Canale di Suez. Il giudice Diplok dichiarò che solo in base a questo accertamento emise un giudizio opposto a quello del giudice McNair. Il terzo di una “trinity of very similar cases” (trinità di casi molto simili) è quello del 1961 riguardante la Sociètè Franco-Tunisienne d’Armemen versus Sidermar , in cui gli armatori ritenevano il contratto di noleggio per il trasporto di minerali ferrosi dalla costa orientale dell’India a Genova frustrated per la chiusura del Canale. Il giudice considerò la rotta alternativa fondamentalmente contraria al contratto presentato, dando così una decisione opposta a quella del giudice Diplok.
6. The self-induced frustration. Il case Ocean Tramp Tankers Corporation versus V/O Sovfracht. In tale case la nave Eugenia, noleggiata per trasportare merci da Genova in India via Black Sea era
esistente nel mondo reale i visitatori del sito potrebbero essere tratti in inganno circa la provenienza dei prodotti e servizi, e associare tali prodotti a un soggetto diverso da quello cui afferiscono sul sito.
Di tutti i servizi Internet, il Domain Name System (DNS) è uno tra i meno compresi ma allo stesso tempo uno tra i più importanti. Definito negli RFC 1034 e 1035, il DNS ha l'importante compito di convertire i nomi delle macchine collegate in rete in indirizzi IP e viceversa. Ogni computer di Internet possiede un indirizzo numerico chiamato indirizzo IP, che identifica in modo unico solo quella macchina. I computer hanno bisogno di questi indirizzi per poter comunicare. Quando digitiamo nel browser l'URL www.pubblinet.com , il DNS dell'Internet Provider, o del server tramite cui accediamo ad Internet, traduce il nome mnemonico del sito nell'indirizzo IP 64.26.63.
Quando Internet muoveva ancora i primi passi, il collegamento tra due macchine veniva effettuato solamente mediante gli indirizzi IP. Dato che gli indirizzi non sono certo facili da ricordare, si è deciso molto presto di adottare l'uso di nomi simbolici al posto di indirizzi numerici. Questo nuovo modo di identificare le macchine necessitava tuttavia di un qualche sistema in grado di tradurre gli indirizzi in nomi e viceversa. Inizialmente la gestione delle corrispondenze tra indirizzi IP e nomi mnemonici di tutte le macchine collegate, era affidata allo Stanford Research Institute Network Information Center (SRI-NIC) che si preoccupava di mantenere tutte le corrispondenze in un singolo file, chiamato HOSTS.TXT. Tutte le macchine periodicamente accedevano a questo file per ottenere una copia aggiornata. Con la crescita esponenziale del numero di macchine collegate ad Internet, questo semplice sistema di traduzione è stato presto abbandonato in favore di un sistema più flessibile, il Domain Name System, o più semplicemente DNS, di cui ci occuperemo nel resto di questo articolo.
E' importante notare che l'uso del file HOSTS non è scomparso del tutto. Trova ancora applicazione all'interno di reti di piccole dimensioni, dove l'uso un singolo file per mantenere le corrispondenze risulta spesso molto più pratico che installare un server DNS interno. Nelle comunicazioni tra rete locale e rete Internet rimane comunque indispensabile affidarsi ad un DNS.
Il sistema DNS è stato concepito nel 1982 quando nessuno si sarebbe aspettato uno sviluppo di Internet pari a quello degli ultimi anni. Nonostante la sua età, ha dimostrato di essere un sistema in grado di scalare molto bene all'aumentare delle macchine collegate. Il DNS è un grande database distribuito. Questo significa che non esiste un unico computer che conosce l'indirizzo IP di tutte le macchine collegate in Internet (come avveniva usando il file HOSTS). Le informazioni sono invece distribuite su migliaia di macchine, i server DNS. Ognuno di questi server è responsabile di una certa porzione del nome, detta dominio. I server sono organizzati secondo una struttura gerarchica ad albero che presenta forti somiglianze con la struttura del file system UNIX. Il suo nome è albero dei domini. Si tratta di un albero inverso al cui capo troviamo il dominio radice (di solito denotato con un punto '.') e dove ogni nodo dell'albero corrisponde ad un dominio, o equivalentemente, al server DNS che lo gestisce. Le foglie dell'albero sono i nomi delle macchine. Per fare un esempio prendiamo il sito www.networkingitalia.it. Il nome www.networkingitalia.it è il dominio di livello più basso, al di sopra di esso troviamo networkingitalia.it. Questo a sua volta è un sottodominio di .it. "www" è per convenzione il nome della macchina che risponde alle richieste di pagine html. Si definisce Fully Qualified Domain Name (FQDN) un nome di dominio che include tutti i domini di livello superiore al suo. Un FQDN è anche detto nome di dominio completo. Se si pensa al DNS come ad un albero, il FQDN di un certo nodo è costituito dal nome del nodo seguito da quello di tutti gli altri nodi tra esso e la radice dell'albero. In sostanza si tratta di risalire l'albero fino alla radice leggendo via via tutti i nodi che si incontrano. Quindi il FQDN di una certa macchina comprende il nome di quella macchina, seguito da tutti i domini di cui l'host è parte fino al dominio di radice, compreso. Come è noto, quando un utente digita un nome di dominio, i nomi dei singoli nodi vengono separati dal punto '.'. Questi nomi vanno dal più specifico (più lontano dalla radice) verso il meno specifico (più vicino alla radice). Dato che un nome di dominio completo finisce con l'etichetta radice, e che questa è sempre rappresentata da una stringa nulla, un nome completo finisce sempre con un punto. Se non viene specificato il punto, quello che abbiamo è un nome incompleto. Di solito i nomi incompleti vengono completati automaticamente dal software, provando con il dominio locale e con alcuni domini predefiniti, tra cui il '.' della radice. Quindi se viene omesso il punto finale quando si digita un nome di dominio, questo viene facilmente riconosciuto come un nome da risolvere rispetto al dominio radice. Allo
stesso modo la macchina host1.networking.net.wind.it. può comunicare con la macchina host2.networking.net.wind.it. usando solo la stringa 'host2'. Il dominio radice, o dominio di root, che troviamo a capo dell'albero contiene un elenco di tutti i server DNS dei domini di primo livello. Sparsi per Internet esistono una decina di DNS radice, ma sono usati solo per creare ridondanza e contengono tutti le stesse informazioni. I domini di primo livello, detti anche TLD (Top Level Domain) possono essere: com Organizzazioni commerciali edu Istituzioni inerenti l'educazione gov Istituzioni governative int Organizzazioni internazionali mil Istituzioni militari net Organizzazioni inerenti le reti org Organizzazioni non-profit Oltre a questi sette, detti anche i domini generici (gTLD), esistono domini di primo livello di sole due lettere (stabilite dall'ISO) per i domini geografici, come ad esempio .it per l'Italia, .fr per la Francia, .de per la Germania, .uk per il Regno Unito e così via. Sono detti ccTLD (Country Code TLD). Al di sotto dei domini di alcuni paesi esiste una gerarchia che rispecchia quella dei domini di primo livello. Ad esempio i nomi delle organizzazioni commerciali di Regno Unito (.UK) e Giappone (.jp) finiscono rispettivamente in .co.uk e .co.jp, mentre l'equivalente dei .edu sono .ac.uk e .ac.jp (dove ac è l'abbreviazione di academic). Anche per gli Stati Uniti è stato previsto il codice .us Viene usato in combinazione del codice di ogni stato (ad esempio .ny.us indica lo stato di New York). Un DNS che copre un dominio di primo livello conosce gli indirizzi di tutti i DNS di secondo livello sottostanti ad esso. Quindi un DNS .it conosce tutti i domini del tipo qualche-cosa.it Un DNS di secondo livello di una certa organizzazione conosce a sua volta tutte le macchine il cui nome Internet finisca con nome-organizzazione.it. Tra queste, come già accennato, molto spesso troviamo la macchina speciale "www", che identifica il server Web della società. Il suo compito consiste nel rispondere alle richieste di pagine Html. Ogni dominio viene amministrato da un'organizzazione. Ad esempio il dominio .it è amministrato dalla Registration Authority Italiana. Molto spesso queste organizzazioni delegano l'amministrazione dei loro sottodomini a terzi. Quindi ad esempio il dominio wind.it viene gestito da Wind per delega dalla Registration Authority, il dominio net.wind.it è gestito da Net per delega da Wind. Tutte le informazioni relative alla zona coperta da un server DNS vengono memorizzate in un file sotto forma di Resource Record (RR). Il formato generico di un RR dispone dei seguenti campi: Nome: Il nome di dominio a cui questo RR si riferisce. TTL: Time-To-Live, indica in secondi quanto a lungo questo RR rimarrà nella cache dei server DNS prima di essere scartato. Un'intero a 32 bit unsigned. Classe: Identifica la famiglia di protocollo. Il valore usato è sempre IN che indica il sistema Internet. In realtà esistono altri due valori: HS per i server Hesiod e CH per i Chaosnet ma non hanno a che fare con le reti TCP/IP di Internet. Tipo: Il tipo di RR. I tipi principali sono: A: E' il tipo più usato. Indica che il RR contiene l'indirizzo IP per il dominio specificato. Usato nella normale risoluzione del nome. CNAME: Record Canonical Name, usato per indicare un nome di alias per il dominio. MX: Mail eXchanger, indica un host che gestisce la posta per il dominio. Lo descriveremo meglio dopo. NS: Un server DNS per il dominio specificato. PTR: Usato per associare un indirizzo IP al nome del dominio specificato. Usato nella risoluzione inversa. SOA: Start of Authority, un RR che indica il server DNS dove risiedono i dati autoritativi per questo dominio ed alcuni dati amministrativi. Rdata: Contiene le informazioni per il tipo specificato. A seconda del tipo abbiamo i seguenti casi. A: Un indirizzo IP a 32 bit CNAME: Un nome di dominio MX: Un valore di preferenza a 16 bit seguito da un nome di dominio. NS: Il nome di un host PTR: Un nome di dominio SOA: Comprende diversi campi Associato ad un nome di dominio possiamo trovare più RR, ciascuno contenente informazioni di vario tipo, ma relative sempre allo stesso nome. L'ordine in cui vengono memorizzati non è importante. Vediamo ora il meccanismo DNS al lavoro. Quando un utente desidera collegarsi con il sito www.networkingitalia.it vengono eseguiti i seguenti passi. Sul computer dell'utente viene consultato il file HOSTS alla ricerca del server WWW di Networkingitalia.
indirizzi. Server DNS più sofisticati sono in grado di restituire un solo indirizzo IP basandosi sul carico delle macchine e sulla loro disponibilità. Per ottenere il nome di una macchina sapendo l'indirizzo IP le cose diventano più complesse. Sapere i nomi a partire da indirizzi IP torna utile per varie ragioni. Ad esempio, per produrre un output leggibile nei file di log, altre volte viene usato per controlli di autenticazione. Per ricavare un indirizzo IP dato il nome, si può seguire la struttura gerarchica dell'albero dei domini nel modo visto in precedenza. Per effettuare l'operazione inversa non è più possibile seguire questa gerarchia. Per rendere possibile questo servizio è stato riservato il dominio speciale "in-addr.arpa", chiamato anche dominio inverso. Termina in "arpa" perchè Internet era originariamente denominata ARPAnet. Dato che i nomi dei domini sono organizzati in modo tale da avere la parte più significativa a destra, mentre gli indirizzi IP, nel formato decimale, hanno i byte più significativi a sinistra, è necessario creare il nome di dominio inverso mettendo i numeri dell'indirizzo IP in ordine inverso e aggiungendo in-addr.arpa alla fine. In questo modo viene rispettata la natura gerarchica del DNS. Un esempio di dominio in-addr.arpa può essere 34.16.1.151.in-addr.arpa Quando viene effettuata una richiesta di traduzione da IP a nome, viene effettuata una normale ricerca del nome di dominio. Ad esempio se in Unix si digita il comando "nslookup 151.1.16.34" viene eseguita una ricerca per il nome di dominio "34.16.1.151.in-addr.arpa". Per poter funzionare sono presenti nei DNS i RR di tipo PTR il cui funzionamento ricalca a grandi linee quello dei record A. Il server DNS ha un'altra importante funzione oltre a quelle viste finora. Gioca infatti un ruolo molto importante nella gestione della posta elettronica. Normalmente quando si pensa alla posta elettronica si pensa che il mail server del computer mittente debba solo conoscere il mail server del dominio del destinatario per arrivare a destinazione. Se questo fosse vero il mail server del mittente si limiterebbe ad interrogare il proprio DNS per scoprire l'indirizzo IP del mail server del destinatario. In realtà il DNS non si limita a fornire un servizio di traduzione da indirizzi IP a nomi e viceversa. E' infatti in grado di fornire alcune utili informazioni di routing per la posta al mail server mittente. Per ogni dominio che è in grado di ricevere posta, il DNS è in grado di fornire una lista di computer a cui si può inviare il messaggio. In questo modo, se il mail server principale del destinatario non è operativo, è possibile inviare il messaggio verso un computer di backup in grado di gestire la posta altrettanto bene. Queste informazioni sono contenute nei record MX (Mail eXchanger). Il mail server deve sempre chiedere al proprio DNS quali host possono gestire la posta per un certo dominio. Inserendo informazioni appropriate nei record MX di un DNS si può informare il mail server associato a quel DNS che, per un certo dominio, esistono varie macchine che possono ricevere la posta. Ogni record MX restituito al mail server contiene tra le altre cose un valore di preferenza. Il valore di preferenza indica al mail server un ordine di scelta tra gli host MX a cui è possibile consegnare il messaggio per il dominio specificato. Quando si allaccia il proprio computer o la propria rete ad Internet è essenziale disporre di un servizio DNS in modo da trovare e farsi trovare sulla rete. Per far questo ci sono sostanzialmente due strade. La prima è di affidarsi ai server DNS di un provider Internet. La seconda è di installare un server DNS all'interno della propria rete. Nel primo caso bisogna contattare un Internet Service Provider informandolo riguardo i record che si vogliono inserire per permettere l'accesso dall'esterno. L'Isp informerà la Registration Authority del fatto che esso fornisce servizi DNS per il o i computer che si vogliono allacciare ad Internet. Fatto questo si procede con il configurare le proprie macchine in modo che usino i DNS dell'Isp. Se invece si vuole dotare la propria rete di un server DNS interno bisogna prima di tutto dotarsi di due server DNS, uno primario ed uno secondario, altrimenti l'InterNIC o la RA Italiana non acconsentiranno all'inserimento del nome di dominio nel database dei propri DNS. Fatto questo si procede alla registrazione di un dominio presso la Registration Authority. A questo punto si possono configurare i propri DNS per strutturare al meglio la propria rete. Un secondo server DNS è sempre richiesto per ragioni di fault tolerance. Le informazioni contenute nel DNS secondario sono una copia del primario. Periodicamente (di solito ogni 6 ore, ma è possibile specificare qualsiasi intervallo) il DNS secondario interroga il primario per controllare se la tabella dei domini indirizzati è cambiata. In caso affermativo questa viene copiata nel secondario. La Registration Authority varia a seconda del dominio di primo livello sotto cui si vuole inserire la propria organizzazione. Come abbiamo detto, per il dominio .it esiste la Registration Authority Italiana (http://www.nic.it/RA). Nel caso si usi uno dei domini generici .com, .edu, .gov, .org, .net bisogna rivolgersi all'InterNIC (http:// www.internic.net). L'autorità centrale al di sopra di queste organizzazioni e responsabile del coordinamento e della gestione del sistema DNS è l'Internet Assigned Numbers Authority (IANA). Si può trovare una lista dei domini di primo livello e delle relative organizzazioni che li gestiscono al sito http:// www.norid.no/domreg.html Avere il proprio server DNS comporta diversi vantaggi, tra cui una più veloce risoluzione dei nomi dato che il server DNS dell'Isp è di solito piuttosto caricato di traffico. Inoltre, nel caso ci siano frequenti cambiamenti nei nomi delle macchine della propria rete, si può effettuare l'aggiornamento dei propri DNS in modo diretto, mentre con un Isp bisogna aspettare un certo intervallo di tempo, di solito stabilito dall'Isp stesso. Se ciò che vogliamo è solo risolvere i nomi più velocemente senza registrare alcun dominio e senza rivolgersi all'Isp o all'Authority, è sufficiente impostare un server DNS con semplici funzioni di caching. Questo sistema velocizza le richieste di risoluzione, specialmente se il DNS del proprio Isp è sovraccaricato. Inoltre questo sistema funziona senza problemi anche con gli indirizzi IP dinamici. Un DNS caching è un server non autoritativo. Ottiene tutte le sue informazioni dai server DNS primario e secondario, non ha autorità su nessuna zona e richiede almeno un RR NS da cui poter ricavare inizialmente informazioni. A questo punto è opportuno fare una precisazione. Ciò di cui abbiamo parlato è la registrazione di un nome di dominio. Non stiamo parlando dell'attribuzione di indirizzi IP per le proprie macchine. Per fare questo ci sono altre organizzazioni, come la RIPE per Europa, Medio Oriente e parte dell'Africa, l'ARIN per Nord e Sud America, Caraibi e Africa Sub- Sahariana, e l'APNIC per l'Asia del Pacifico. Diversamente dal caso dei nomi, per avere un indirizzo IP fisso rivolgersi al proprio Isp è spesso l'unica strada dato che gli indirizzi non vengono rilasciati direttamente agli utenti finali ma solo agli Isp e ad altre organizzazioni che fanno uso di un grande numero di indirizzi. E' bene notare che i server DNS non producono nessun tipo di broadcast per rendersi visibili nella rete. E' necessario effettuare la registrazione presso l'autorità sotto la quale vogliamo comparire. Se si installasse un server DNS senza
registrare il dominio che si intende coprire, questo non avrebbe effetto sulla rete perchè il server DNS di livello superiore non lo indirizza (o ne indirizza un altro se il dominio è già stato registrato da un'altra organizzazione). Per ottenere informazioni su un dominio e sul suo gestore esiste un sistema, il WHOIS (definito nell'RFC 954), che permette di collegarsi ed effettuare richieste ad un server NIC. Esistono diversi database Whois in Internet. Whois fornisce solo le informazioni registrate presso quel server NIC. in particolare citiamo whois.internic.net e whois.nic.it, entrambi accessibili sulla porta 43. Per accedervi è sufficiente lanciare il comando: telnet whois.nic.it 43 Fatto questo basta digitare il dominio cercato e premere invio. Un'alternativa molto più completa ed user-friendly è senz'altro il programma CyberKit, reperibile all'indirizzo http:// www.cyberkit.net
3. Il contract on line. Nell’internet age il commercio elettronico può definirsi:
I contratti online possono classificarsi in :
I contratti business to business riguardano il rapporto contrattuale tra imprese o professionnels. Questa tipologia di contratto può avere carattere soggettivo se riguarda la natura del professionnel che viene a qualificarsi come l’imprenditore del commercio online; mentre il carattere oggettivo riguarda la prassi e il contenuto dei contratti, che consistono negli accordi tra l’impresa e i suoi fondatori. Quindi i business to business contract sono un vero e proprio scambio economico tra imprenditori. I contratti business to consumer riguardano il rapporto commerciale tra l’impresa e il consumatore. Sotto il profilo soggettivo il consumer ha bisogno di una particolare tutela e una maggiore attenzione alle garanzie della libertà di scelta.
L’ordinamento italiano per imprenditore intende colui che esercita un’attività economica, organizzata al fine della produzione o dello scambio di bene e servizi. Il decreto legislativo 31 Marco 1998 n.114 la riforma del commercio, all’art. 21 affida al ministero dell’industria il compito di promuovere e favorire il commercio elettronico. L’imprenditore per potere esercitare l’attività commerciale online deve essere in possesso dei requisiti imposti per l’attività commerciale off line. L’impresa che intende esercitare un’attività commerciale tramite Internet deve darne comunicazione almeno 30 giorni prima dell’inizio dell’attività commerciale. Se si tratta di un impresa business to business oppure di import-export la comunicazione va indirizzata al Registro delle imprese.
4. Il diritto dei consumatori nell’ e-contract****. In un contratto online la controparte può essere l’imprenditore o un consumatore. Nella disciplina europea il consumatore è una persona fisica che, in relazione ai contratti a distanza, agisce per scopi non referibili all’attività professionale svolta. Il contratto a distanza è il contratto avente per oggetto bene o servizi che viene stipulato tra un fornitore e un consumatore nell’ambito di un sistema di
E se tutto questo, invece che farlo io essere umano, lo facessi fare ad un programma, cosa farei? Scriverei, per l’appunto, un programma che si comporterebbe come se fosse un essere umano, in grado cioè di capire cosa succede e di agire di conseguenza.
Non è poi così difficile capire il concetto: se è vero che, per esempio, esistono programmi contro i quali è possibile giocare a scacchi, non vedo perchè non si possa immaginare un programma (quel tantino intelligente) da poter giocare da solo a Farmville.
Non c’è nulla di strano, l’unica cosa complessa è scrivere un programma che compia tali azioni.
Esistono poi diversi altri tipi di BOT:
Il web-crawler, ovvero il motore di ricerca che indicizza le pagine di un sito web come questo. Google ha il suo googlebot che scandaglia la rete ed indicizza tutto quello che trova. E’ un po’ come se fosse una scopa elettrica che passa per la strada, dove passa, raccoglie.
i famosi BOT IRC, programmi che girano all’interno di chat room (come IRC) e che compiono le più svariate operazioni, dal semplice log delle chat, alla gestione di chat-games, alla impersonificazione di una utenza.
i BOT nei videogiochi, come ad esempio quello di Automation Labs o il ben più famoso Glider, vero e proprio programma che gioca a World of Warcraft al nostro posto.
gli AIM-BOT, usati nei giochi sparatutto per mirare automaticamente e fare più punti (considerato un trucco ed una vera piaga dagli incalliti giocatori online di FPS – First Person Shooter – come Quake, Unreal Tournament, Soldier of Fortune, Call of Duty, ecc…)
Per ciò, non confondiamo il bot informatico, vero e proprio programma il cui scopo è giocare ad un gioco al nostro posto, con il bot inteso come strumento finanziario emesso da uno stato o da un ente promotore.
7. Nullità e annullabilità dell’e-contract. La nullità per illiceità della causa ricorre, invece, quando la causa stessa è contraria a norme imperative. Nullità: il contratto è nullo se privo di un elemento essenziale, illecito o contrario a norme imperative. Annullabile: se contrario alle regole che tutelano l’interesse delle parti. 8. La responsabilità del provider Il commercio elettronico si attua quando un soggetto imprenditore offre beni e servizi on line, disponendo di uno spazio di memoria di un computer connesso ad internet. Lo spazio di memoria e l’accesso ad internet sono messi a disposizione da un fornitore di accesso, il service provider, il quale è un semplice intermediario. Il ruolo del provider si configura nelle diverse ipotesi operative, la problematica che lo pone al centro di un acceso dibattito riguarda la questione della responsabilità. La responsabilità del prestatore intermediario può essere connessa oppure no agli obblighi di natura contrattuale che lo legano ai suoi abbonati/utenti: nel primo caso, essa può configurarsi al verificarsi di inadempienze, di disservizi riscontrabili nella rete o nel sito da lui fornito; nel secondo, la responsabilità è connessa ad illeciti posti in essere da terzi a danno di altri in assenza di vincoli contrattuali.
Secondo il decreto legislativo 70/2003 il provider non sarà responsabile delle informazioni trasmesse a patto che:
Il provider non sarà responsabile penalmente solo se non era effettivamente a conoscenza dell’illiceità delle informazioni.
I providers che assicurano ai propri utenti/abbonati una memorizzazione durevole delle informazioni messe in rete è richiesto uno standard di esonero da responsabilità più gravoso, dato il maggiore rischio di pericolosità connesso con la più rilevante durata della permanenza in rete delle informazioni. L’host provider appena viene informato dei fatti illeciti, deve agire per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso. Il provider è tenuto ad informare l’autorità giudiziaria o amministrativa avente funzione di vigilanza, qualora venga a conoscenza di attività illecite riguardanti un destinatario del suo servizio; e a fornire le informazioni in suo possesso che consentono di individuarlo e di prevenire le attività illecite stesse.
9. I reati commessi on line. Negli USA si è diffusa una classifica di reati:
L’art 635 bis cod. pen. Punisce il danneggiamento di sistemi, dati, programmi: