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Diritto ecclesiastico - Parte speciale prof. Ferrante, Sintesi del corso di Diritto Ecclesiastico

Riassunto della parte speciale del prof. ferrante "sangue e diritto"

Tipologia: Sintesi del corso

2016/2017

In vendita dal 12/10/2017

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CAPITOLO PRIMO
IL SANGUE DI CRISTO
Di Nola sostiene che da sempre il sangue, umano o animale, diviene un elemento religiosamente e
magicamente significante in una dimensione del tutto diversa da quella che è rilevata dalle scienze
fisiologiche: il sangue acquista valenze magiche e religiose, soprattutto nel momento in cui si
manifesta esternamente, come liquido visibile e secrezione del corpo umano o animale. Esso è stato
costantemente riguardato quale realtà espressiva di POTENZA, venendo spesso, più che
identificato, sovrapposto alla vita stessa. È necessario la presenza del sangue per avere vita: il
sangue, poi, non può comunque non assolvere a un ruolo nella sessualità e nel processo generativo,
infatti non ha lasciato impassibile nessuna civiltà o antropologia e nessuna religione.
Il punto di partenza della nostra narrazione non può che essere il GOLGOTA: il luogo in cui il
sangue di Dio è stato versato per redimere il mondo (secondo la novella cristiana).
Il sangue di cristo come superamento del sacrificio e suggello della nuova alleanza
L'ebraismo ha rivolto un'attenzione particolare al sangue, largamente documentata nella Bibbia, ove
assume un significato spesso terreno e profano e non solo sacrale. Esercitava un ruolo importante
nei sacrifici e in ogni comunicazione con Dio, poiché rappresentava la Sua presenza in ogni essere
vivente. Esso era considerato, oltre che essenza dell'anima, anche un mezzo di purificazione e di
espiazione attraverso i sacrifici degli animali. In particolare con il sangue dell'agnello pasquale gli
ebrei, per ordine di Dio attraverso Mosè, cosparsero architravi delle loro porte nell'imminenza della
fuga dall'Egitto e furono risparmiati dalla strage dei primogeniti dell'angelo sterminatore. Questo
sangue diviene nel cristianesimo, figura di quello che Gesù avrebbe versato sul Golgota per la
redenzione degli uomini. Così, in tutta la tradizione cristiana, le espressioni “spargere il sangue,
bere il sangue e mangiare la carne di Cristo”, rievoca l'evento storico del sangue di Cristo effuso
sulla croce e quello della celebrazione della Pasqua ebraica.
Nel Nuovo Testamento, invece, “carne” e “sangue”, definiscono l'uomo come creatura terrena
immensamente inferiore all'Altissimo. Ma qui acquista il suo più alto significato teologico quando è
usato in connessione con la morte di Cristo, visto come rappresentazione icastica della sua morte
salvifica e non come elemento di vita fisica.
Vi sono 2 controversie assai singolari che deflagrarono però nel XV secolo. Esse pure nella loro
singolarità costituiscono una prova lampante di quanto proprio il sangue di Cristo costituisse il
nocciolo della riflessione di teologi e canonisti. La prima verteva sul dubbio se il sangue sparso da
Cristo durante la passione fosse o no separato dalla persona del Verbo e se dovesse o no essere
adorato. Ci si domandava, in secondo luogo, se questo sangue fosse o no conservato in reliquie e se
dovesse essere oggetto di adorazione. La controversia continuava in quanto alcuni rimarcavano che
Cristo nella resurrezione aveva recuperato tutto il sangue versato, mentre per altri il sangue di Cristo
era rimasto sulla terra.
Così Nicolò V confermò il culto del sangue con la Bolla del 19 agosto 1449: tale papa confermò la
sua approvazione sulla persistenza in terra di qualche particella del sangue effuso da Gesù. Ma al
tempo stesso già San Tommaso aveva consentito di non smentire neppure l'asserzione secondo la
quale Cristo aveva riassorbito l'integrità del suo sangue al momento della resurrezione.
Erano schierati su posizione opposte i domenicani e i francescani. Fu Giacomo da Brescia a
sostenere ufficialmente che il sangue di Cristo era rimasto unito al Verbo, al suo corpo e alla sua
divinità ed era dunque degno di adorazione. Il pontefice, pur essendo simpatizzante verso l'opinione
dei domenicani, come anche la maggioranza dei prelati, giudicò però inopportuno ratificarla
solennemente e con la Bolla del 1464 interdisse ai contendenti di altercare ulteriormente.
Comunque il sentimento popolare cristiano, senza curarsi troppo di tali controversie, si volse senza
indugio all'adorazione del sangue di Cristo.
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CAPITOLO PRIMO

IL SANGUE DI CRISTO

Di Nola sostiene che da sempre il sangue, umano o animale, diviene un elemento religiosamente e magicamente significante in una dimensione del tutto diversa da quella che è rilevata dalle scienze fisiologiche: il sangue acquista valenze magiche e religiose, soprattutto nel momento in cui si manifesta esternamente, come liquido visibile e secrezione del corpo umano o animale. Esso è stato costantemente riguardato quale realtà espressiva di POTENZA, venendo spesso, più che identificato, sovrapposto alla vita stessa. È necessario la presenza del sangue per avere vita: il sangue, poi, non può comunque non assolvere a un ruolo nella sessualità e nel processo generativo, infatti non ha lasciato impassibile nessuna civiltà o antropologia e nessuna religione. Il punto di partenza della nostra narrazione non può che essere il GOLGOTA: il luogo in cui il sangue di Dio è stato versato per redimere il mondo (secondo la novella cristiana). Il sangue di cristo come superamento del sacrificio e suggello della nuova alleanza L'ebraismo ha rivolto un'attenzione particolare al sangue, largamente documentata nella Bibbia, ove assume un significato spesso terreno e profano e non solo sacrale. Esercitava un ruolo importante nei sacrifici e in ogni comunicazione con Dio, poiché rappresentava la Sua presenza in ogni essere vivente. Esso era considerato, oltre che essenza dell'anima, anche un mezzo di purificazione e di espiazione attraverso i sacrifici degli animali. In particolare con il sangue dell'agnello pasquale gli ebrei, per ordine di Dio attraverso Mosè, cosparsero architravi delle loro porte nell'imminenza della fuga dall'Egitto e furono risparmiati dalla strage dei primogeniti dell'angelo sterminatore. Questo sangue diviene nel cristianesimo, figura di quello che Gesù avrebbe versato sul Golgota per la redenzione degli uomini. Così, in tutta la tradizione cristiana, le espressioni “ spargere il sangue, bere il sangue e mangiare la carne di Cristo”, rievoca l'evento storico del sangue di Cristo effuso sulla croce e quello della celebrazione della Pasqua ebraica. Nel Nuovo Testamento, invece, “carne” e “sangue”, definiscono l'uomo come creatura terrena immensamente inferiore all'Altissimo. Ma qui acquista il suo più alto significato teologico quando è usato in connessione con la morte di Cristo, visto come rappresentazione icastica della sua morte salvifica e non come elemento di vita fisica. Vi sono 2 controversie assai singolari che deflagrarono però nel XV secolo. Esse pure nella loro singolarità costituiscono una prova lampante di quanto proprio il sangue di Cristo costituisse il nocciolo della riflessione di teologi e canonisti. La prima verteva sul dubbio se il sangue sparso da Cristo durante la passione fosse o no separato dalla persona del Verbo e se dovesse o no essere adorato. Ci si domandava, in secondo luogo, se questo sangue fosse o no conservato in reliquie e se dovesse essere oggetto di adorazione. La controversia continuava in quanto alcuni rimarcavano che Cristo nella resurrezione aveva recuperato tutto il sangue versato, mentre per altri il sangue di Cristo era rimasto sulla terra. Così Nicolò V confermò il culto del sangue con la Bolla del 19 agosto 1449: tale papa confermò la sua approvazione sulla persistenza in terra di qualche particella del sangue effuso da Gesù. Ma al tempo stesso già San Tommaso aveva consentito di non smentire neppure l'asserzione secondo la quale Cristo aveva riassorbito l'integrità del suo sangue al momento della resurrezione. Erano schierati su posizione opposte i domenicani e i francescani. Fu Giacomo da Brescia a sostenere ufficialmente che il sangue di Cristo era rimasto unito al Verbo, al suo corpo e alla sua divinità ed era dunque degno di adorazione. Il pontefice, pur essendo simpatizzante verso l'opinione dei domenicani, come anche la maggioranza dei prelati, giudicò però inopportuno ratificarla solennemente e con la Bolla del 1464 interdisse ai contendenti di altercare ulteriormente. Comunque il sentimento popolare cristiano, senza curarsi troppo di tali controversie, si volse senza indugio all'adorazione del sangue di Cristo.

Le controversie eucaristiche Il significato del sangue di Cristo trova la sua sintesi nella celebrazione dell'eucarestia, facendo cadere l'antico tabù contro il bere il sangue: i cristiani sono ora chiamati a condividerlo per partecipare alla vita divina. Fu tra l'XI e XII secolo che venne definita con rigore e sistematizzata la commemorazione dell'eucarestia (o Ultima Cena) nella sua natura sacrificale, avviandosi a divenire, quello eucaristico, il principale sacramento. Da qui iniziarono una serie di controversi riguardo la natura e la forza di questo sacramento. Intorno al 1050-1060, Lanfranco da Pavia, confutò l'interpretazione patrocinata dal maggiore esponente di una scuola monastica: Berengario di Tours. Egli negava che l'efficacia del sacramento dipendesse dalla trasformazione del pane e del vino che rimanevano tali, essendo solo a “forma e somiglianza” di Cristo. Lanfranco, invece, utilizzando le categorie aristoteliche di sostanza e accidente, rigettò l'opinione di Berengario asserendo che, nel sacramento, la sostanza del pane e del vino, al momento della consacrazione, si trasformano miracolosamente nel vero corpo e sangue di Cristo. Tale teoria, successivamente perfezionata e denominata della transustanziazione, sarà adottata ufficialmente nel IV Concilio lateranense (durante il regno di Innocenzo III). La battaglia continuò e Lutero negò la transustanziazione per affermare, invece, la consustanziazione, e cioè la contemporanea presenza nel pane e nel vino del corpo e del sangue di Cristo. È proprio da questa sua constatazione che egli giunge ad abbandonare la fede nella perpetuazione sacramentale da parte della Chiesa del sacrificio di Cristo. E anche Calvino negherà la presenza di Cristo nell'eucarestia sotto qualsiasi forma. Questa questione nel corso dei secoli è stata al centro dei vari dibattiti, perché oltre alle riforme protestanti, ha dovuto pure confrontarsi con una traumatica frattura tutt'oggi non ancora composta: lo scisma d'Oriente. Anche qui l'eucarestia ha costituito terreno fertile per accentuare i vari dissapori tra Oriente e Occidente, in cui il punto focale rimane non a casa il sangue di Cristo nel vino eucaristico. Fra Oriente e Occidente Le varie controversie fino ad ora trattata rimangono come ignorate in Oriente, ma in seguito, a partire dalla determinazione della sua materia, tende a divaricarsi da quella della Chiesa trainata da Roma. Tale periodo viene a essere designato dalla storiografia come “riforma gregoriana”. La teologia ORIENTALE è tutta proiettata sul trascendente, su Dio Padre (concezione più mistica e carismatica) , il Creatore; mentre la teologia OCCIDENTALE, è sempre più spostata sulla seconda persona della Trinità, sull'incarnazione di Dio in questo mondo ( concezione incline alla correttezza e razionalità e innervata dallo spirito giuridico). Inoltre, mentre in Occidente si utilizzava il pane azzimo, in Oriente si adoperava il pane lievitato: ragione che fu questa di accaniti dissidi, tanto da essere considerata una delle cause che portarono allo scisma. La possibilità della comunione sotto le due specie è stata rinnovata dalla Cost. “sacrosantum concilium” nel 1963 durante il Concilio Vaticano II, oggi largamente ammessa. Il vino eucaristico L'eucarestia è al centro della riflessione della cristianità, adattandosi altresì alle varie circostanze locali, temporali, sinanco personali, assai differenti tra loro. Chi vuole, volga lo sguardo e consideri come attualmente, nella Chiesa cattolica, di regola la comunione deve essere distribuita sotto la sola specie del pane, in omaggio all'assioma secondo cui anche con una sola specie si riceva Cristo tutto intero e il sacramento in tutta la sua verità. Tuttavia sono ammessi delle norme liturgiche dei casi in cui è possibile comunicare con i fedeli sotto le due specie in modo che tale ratio sia evidenziata. Si concede ai Vescovi la facoltà di permetterla ogniqualvolta ciò possa risultare opportuno a giudizio del sacerdote responsabile della comunità e a condizione che la celebrazione non risulti troppo difficoltosa per il gran numero di partecipanti o per altra causa. Inoltre nell'ord. Canonico si continuano a dettare disposizioni segnatamente il vino (sangue di Cristo), che deve essere rigorosamente di vite. Durante la Conferenza Episcopale del 1995 si è concesso la licenza si di usare come materia eucaristica il mosto al posto del vino, per i sacerdoti

monastero, ma non si può realmente sapere se esse siano state mai attuate. Stabilito il divieto dell'uso delle armi per i chierici, si pone, all'alba del secondo millennio, il tema della “guerra giusta”. Tale guerra, infatti, deve avere una sua legittimazione proprio nel cuore della lotta. Nella lotta tra Chiesa e Impero, urge rinvenire una soddisfacente legittimazione dal punto di vista giuridico al bellum Christi cui sono chiamati i cristiani per salvaguardare il Sacerdotium dagli assalti del Regnum, in cui il sangue versato è quello di battezzati e non di infedeli. Ad accingersi a quest'impresa anzitutto fu Anselmo da Baggio, nipote di papa Alessandro II e suo successore alla cattedra vescovile di Lucca e uno dei più ostinati campioni del suo piano rinnovatore. Egli compose un'opera di 13 libri sulla quale ancora oggi fervono gli studi: in essa, per la prima volta, compare una parte dedicata allo ius belli della Chiesa. Il ricorso alla guerra e allo spargimento del sangue costituivano infatti il rimprovero ricorrente nei confronti dei gregoriani, a cui venivano imputati rimproveri con l'incriminazione di strage. Ma nel XIII libro Anselmo dichiara che in determinate circostanze non solo è lecito, ma anche doveroso l'utilizzo di una forza coercitiva materiale per preservare gli interessi spirituali della Chiesa. Questo poiché ogni fedele ha il compito di proteggere il proprio prossimo e la società dal male; i cristiani sono tenuti a combattere, in caso di necessità, una GUERRA GIUSTA per la giustizia e il bene comune contro tutti coloro che non sono cristiani e vogliano distruggere l'Unità della Chiesa (eretici, scomunicati, scismatici), permettendo agli erranti di andar incontro ad una riconciliazione con la Chiesa romana scongiurando la loro dannazione. La dottrina anselmiana ambisce a orchestrare una conciliazione tra lo ius belli, di cui la Chiesa pretende la titolarità e che può causare lo spargimento di sangue cristiano, con il rigoroso divieto incombente sui chierici di compiere azioni simili: portando Anselmo a valutare la dicotomia tra pubblico e privato. Un altro personaggio di rilievo che si cimentò in questo campo fu Bonizone, che i occuperà del tema, tanto caro ai gregoriani, senza commettere plagio nei confronti di Anselmo, non sottraendoli quindi il merito della fondazione canonistica della teoria gregoriana della guerra. Ma nonostante punti di accordato, Bonizone si rivela tutt'altro che pedissequo (imitatore) rispetto ad Anselmo proprio riguardo al problema dello spargimento di sangue, arricchendo il tema di ulteriori profili. L'apporto dell'età classica in materia e i successivi sviluppi e approdi contemporanei La lotta contro i potei secolari e contro i nemici dell'ortodossia e degli infedeli, non viene condotta solo con la guerra in campo aperto, passando anche attraverso a procedure giurisdizionali. Nell'età aurea del diritto canonico, quando lo scontro della Chiesa sui due fronti si fa più serrato, questa preoccupazione emerge in tutta la sua interezza. Il Decreto Graziano confermava il divieto tassativo che i chierici non devono prendere le armi, ma nella seconda parte la perentorietà si smorza: poiché se essi non possono prendere le armi, possono però chiamare i laici ad arruolarsi e stimolarli al combattimento. La conclusione prevede, infine, di proibire ai vescovi di arruolare e guidare milizie secolari. Rinnovano tale tradizione la proibizione da parte di decreti papali fino alla costituzione 18 del Concilio Lateranense IV, convocato nel 1215 dal papa Innocenzo III, col il quale l'egemonia della Chiesa sulla società cristiana raggiunse, forse, il suo culmine (ricapitolando quanto in precedenza si era affermato). La cononistica classica poi si soffermerà ampiamente su chierici, armi e guerre: chierici di tutti i gradi, compreso il papa, sono esclusi dall'esercizio personale del gladio del sangue. Lo stesso San Tommaso arriverà ad affermare tale divieto: prima di tutto perché gli esercizi guerreschi implicano gravi turbamenti e quindi distolgono troppo l'animo dalla contemplazione delle cose divine; e poi perché tutti gli ordini sacri sono ordinati al servizio dell'altare: perciò ai chierici non si addice uccidere, bensì essere pronti a spargere il “proprio” sangue. Pertanto ad essi è assolutamente vietato prendere parte alle guerre.

Fu emanato il Corpus Iuris Canonici nel 1917, in cui vengono assemblate norme che non si discostano e anzi riproducono quelle ereditate dalla canonistica classica, lievemente aggiustate senza mutarne il merito. Tale Codice intervenne, non appena terminata la Prima guerra Mondiale, e non sceverava più tra guerra giusta e ingiusta, offensiva e difensiva, concentrandosi solo sul soldato: esso considerava come irregolari tutti i chierici che avessero prestato servizio militare e partecipato alla guerra, anche se obbligati per costrizione legale. Sarà solo la codificazione giovanneo-paolina del 1983 ad abrogare tali norme, stabilendo che i chierici non prestino servizio militare, se non su licenza del proprio ordinario. Tale Codice, ancora, continua a giudicare irregolare l'attribuzione degli ordini a coloro che hanno commesso omicidio (o coloro che hanno aiutato nel farlo), chi ha procurato l'aborto o chi ha tentato di togliersi la vita. Anche qui il soggetto ha versato del sangue, ma ora, più del versamento di sangue nella sua materialità, ciò che si vuole colpire è evidentemente il significato e il disvalore sotteso a tali delitti volontari. Pare quindi che si sia ribaltata la prospettiva dell'ord. Canonico, ora proteso non tanto a preservare in prima istanza lo status clericale da macchie disdicevoli, bensì ad aprire l'accesso agli ordini solo a coloro che non hanno mostrato col loro comportamento una mancanza di sintonia con i valori fondamentali sui quali si fonda. Inquisizione e braccio secolare In epoca medievale si faceva ricorso alla fictio iuris, per rendere efficaci le condanne ed eseguire materialmente con pene non spirituali le condanne emesse dai tribunali ecclesiastici. Ricorso al braccio secolare che restò tristemente famigerato in relazione soprattutto all'operare dei tribunali dell'Inquisizione (romana, spagnola, portoghese). Essa era finalizzata alla lotta per la purezza della fede che implicava la repressione dei devianti: in ogni caso essa dovette essere armonizzata con una tradizione che riteneva estraneo al ministero sacerdotale l'esercizio diretto della violenza cruenta, per quanto legittima. L'allargarsi a macchia d'olio delle eresie a cavallo tra primo e secondo millennio obbliga la Chiesa ad una risposta più urgente e organizzata: un braccio armato che ne traduca automaticamente in forza fisica la tempra spirituale. Questa non era la rima volta che la Chiesa si rivolgeva ai poteri secolari per essere difesa e combattere l'eresia: basti pensare allo ius belli della Chiesa avviate dalla canonistica gregoriana. Già Giustiniano aveva ipoteticamente parlare di una possibile alleanza tra i due poteri. Consolidata la centralità del potere spirituale, definitivamente sancita dal Concordato di Worms (1122) , la Chiesa non solo può rivendicare l'assolutezza della sua giurisdizione in materia di eresia, ma chiama a raccolta i poteri feudali, affidando loro il compito di portare ad esecuzione le sentenze di colpevolezza pronunciate dai tribunali canonici. Per di più, per i laici che partecipano allo sterminio degli eretici vengono previsti privilegi sia in questo mondo che nell'altro. A causa della lotta alle eresie e per le crociate è stata questa la ragione per cui la Chiesa ha lasciato dietro di sé una scia di sangue. È chiaro che in questo clima si inserisce in maniera logica che sostiene l'esistenza e la legittimazione del braccio secolare. Altro impasse poteva essere creato dall'uso della tortura da parte dei giudici ecclesiastici, come elemento probatorio al fine di far emergere la verità dall'imputato. I nnocenzo IV con la Bolla del 1252 decide di consolidare l'inquisizione e a consentire l'uso della tortura, ma senza implicare pericolo di morte o mutilazioni, possibilmente non cruenta (ad es. la sottoposizione ad estenuanti digiuni o privazioni d'acqua). Ma la polemica riguardo alle cifre e percentuali dei soggetti condannati a morte o torturati è tutt'oggi accesa. Le sentenze giudiziali da parte del tribunale erano spesso accompagnate da suppliche perché il braccio secolare a cui si affidavano gli eretici manifesti fosse “dolce”, o un'esortazione del vescovo o dell'inquisitore al giudice secolare per essere salvati dalla morte. Qualora i tribunali fossero a composizione mista, i giudici chierici, dopo aver partecipato al processo, si ritiravano unicamente al momento dell'emissione della pronuncia, lasciando la grave incombenza ai giudici laici; oppure i giudici chierici si confessavano tra loro dopo aver emesso

CAPITOLO TERZO

I DIVIETI BASATI SUL VINCOLO DEL SANGUE

Gli ostacoli al conferimento degli ordini sacri Facendo appello al legame parentale (che ci perviene tramite il DNA presente nel nostro sangue) ricorre la proibizione dell'accesso agli ordini per coloro che non possono vantare natali legittimi (divieto che non durerà nel tempo). Infatti già il divieto di avere rapporti sessuali con consanguinei si rinviene già in una dei primi libri dell'Antico Testamento. Tale contrarietà vero questo tipo di unioni è andata via via crescendo a dismisura, fino a diventare una repulsione, una sorta di fobia verso qualunque tipo di unione matrimoniale del genere (anche tra persone tra cui intercorreva un lontanissimo vincolo familiare). La prole quindi generata da tale unione era considerata illegittima a ricevere l'ordine sacro. Veniva inoltre interdetto l'accesso agli ordini per i figli di sacerdoti. Secondo Graziano, invece, i figli nati da relazione adulterina potevano essere ammessi agli ordini sacri. La ratio è chiara: la riforma gregoriana aveva trainato con sé l'idea della purezza della casta sacerdotale ma non si era spinta fino al punto di escludere dal sacerdozio tutti i figli illegittimi, purché in essi fosse presente la virtù richiesta per assumere l'ufficio. Anche la Chiesa ha invero eliminato ogni discriminazione a svantaggio dei figli illegittimi. Il Codice del 1917 distingueva:

  • figli naturali, nati non in costanza di matrimonio ma da persone che avrebbero potuto sposarsi;
  • figli spuri, che erano invece quelli generati fuori dal matrimonio, ma tra persone che non avrebbero potuto sposarsi per l'ostacolo di un impedimento dirimente. Peraltro, in tale Codificazione, non si rinvenivano vere e proprie difformità di trattamento tra le diverse categorie di figli. Tali norme furono totalmente espulse dal Concilio Vaticano II. Impedimenti alla celebrazione del matrimonio Nell'ordine cristiano questo divieto si sostiene altresì in virtù della ragione sacramentale del matrimonio e del bisogno di difenderlo nel suo essere immagine dell'unione mistica di Cristo e della Chiesa. La “comunanza di sangue” costituisce nel diritto della Chiesa un impedimento al matrimonio. Per consanguineità si intende il vincolo che lega in linea retta le persone che discendono l'una dall'altra in linea obliqua o collaterale. Con il termine “affinità”, invece, s'intende il vincolo che lega un coniuge ai parenti dell'altro coniuge (linea collaterale). Le innumerevoli ramificazioni del proprio albero genealogico prima era ricostruito non certo, come oggi, sulla base di un pubblico registro anagrafico, ma in maniera approssimativa. Da tale vincoli illegittimi pendeva la dichiarazione di nullità. Il IV Concilio lateranense attuò la riforma legislativa, confermando in linea retta all'infinito, ma fissando al quarto grado il limite all'impedimento di consanguineità e di affinità in linea collaterale. In questi ultimi anni i prodigiosi avanzamenti in tale settore permettono verifiche, come quella sul DNA, in cui non residua alcuno spazio a incertezze sulla paternità e quindi sulla discendenza di ogni individuo. Ma all'avanzare della scienza, sono cresciuti parametri ancora più allarmanti, come quello della procreazione artificiale, definita come una vera e propria rivoluzione copernicana “destinata a cambiare gli sviluppi e il destino della nostra stirpe sulla terra”. Infatti la riproduzione umana sta percorrendo nuove strade rispetto a quelle naturali, che non vengono accettate dall'ordinamento canonico. Le tracce della famiglia tradizione tendono a confondersi e diventano più palpabili le violazioni di quei tabù che la tragedia greca ci ha tramandato nelle vicende di Edipo e della sua stirpe.

Purezza del sangue e trasmissione della fede e dell'eresia La rivendicazione e la purezza dei natali era invocata come ragione dirimente nella percezione e valorizzazione della persona umana. La questione si riconnetteva all'attività dell'Inquisizione spagnola e portoghese che aveva perseguitato i c.d. “conversos, marrons e moriscos”, cioè rispettivamente ebrei e musulmani che si erano battezzati, ma la cui conversione si reputava fosse stata effettuata solo per opportunismo, fingendosi, questi, cattolici per ricavarne vantaggi ma continuando a praticare in segreto la loro religione originaria, andandoli a punire come “eretici” insieme ai loro discendenti. Conflitti sotterranei esplosero, travolgendo quella decantata convivenza armoniosa e pluralista tra comunità cristiane, ebraiche e musulmane dell'alto medioevo iberico. Il crescente numero di queste popolazioni comportò il terrore dell' “invasione dei protestanti”, trasformandosi in una necessità di purificazione etnica nell'ottica di una rivalità razziale e di impulso xenofobo, piuttosto che dall'ansia di un'ortodossia religiosa. In quest'ordine di considerazione, il sangue riveste una rilevanza inusitata, perché esso è elemento che può portare o alla salvezza o alla dannazione eterna. Si è stabilito che per combattere l'eresia, si dovrà colpire anche i discendenti dei condannati: la pena è l'interdizione dagli uffici ecclesiastici, tesi sostenuta anche da Bonifacio VIII. Il pontefice, dopo averli apostrofati come “scismatici” nel Sextus, li spoglia del cardinalato e poi di ogni dignità, scomunicandoli. La collera furiosa del pontefice si abbatte, oltre che su di loro, sui nati e sui posteri fino alla quarta generazione, l'impossibilità di occupare qualsiasi ufficio o ministero ecclesiastico. A causa di queste vicende la Chiesa si è macchiata di colpe e ingiustizie, come ha riconosciuto Giovanni Paolo II, facendo ammenda e chiedendo perdono, soprattutto nella “purificazione della memoria” in occasione dell'anno giubilare. CAPITOLO QUARTO SANGUE E ANTROPOLOGIA CRISTIANA Il sangue è un termine polisemico, dotato di notevole densità connotativa, indicando al tempo stesso la vita e la morte. All'inizio si vede la chiamata di Abramo e il patto di alleanza, dove il patriarca accetta l'ordine incomprensibile di Dio di immolargli il figlio Isacco. Nella sostituzione di Isacco con un ariete, avvenuta per mano di Javhé, si inscrive il superamento definitivo del sacrificio umano come tramite per poter affrontare il divino. Il sacrificio compiuto da Gesù lo configura come il nuovo Isacco che viene immolato sul monte Calvario. Qui non è il figlio di un uomo a essere sacrificato, né un animale, bensì il figlio stesso di Dio, offertosi come preda retributiva per la salvezza di tutti gli uomini, a prezzo del suo sangue. E, inoltre, Cristo muore veramente, non è stato rimpiazzato con nessuna vittima predestinata. Dopo il Calvario, nessun uomo o animale, dovrà essere più sacrificato. Il divieto di mangiare sangue Il cristianesimo pare rigettare le prescrizioni giudaiche sulla macellazione degli animali e le connesse prescrizioni concernenti certe modalità di preparare cibi per nutrirsi (restando ancora consolidate le tradizioni giudaiche sul non bere il sangue di animali sgozzati o carne di animali immolati agli idoli). Poco dopo il Mille, durante la controversia tra la Chiesa d'Oriente e quella romana che preluderà allo scisma, l'Oriente ha deciso di macellare le bestie secondo le usanze ebraiche. Ulteriori divieti investono bestie che avevano divorato carne umana. Si deve anche rammentare la privazione del pasto, o meglio l'alimentarsi di solo pane e acqua, oppure la privazione del vino o di taluni cibi particolarmente ghiotti o costosi, come proprio la carne, per certi periodi di tempo erano spesso imposte dai Penitenziari come sanzioni per numerosi peccati. Inoltre, per ragioni igieniche e sanitarie, bisognava usare alimenti che non compromettessero la

  • distruzione per opera di un incendio;
  • lo spargimento del sangue;
  • l'effusione del seme di qualunque uomo. Le liturgie del sangue Nelle cadenze del sacro, liturgia e antropologia divengono così vicine sino quasi a confondersi, divenendo l'una lo specchio dell'altra. Le “liturgie del sangue” erano riti religiosi svolti in pubblico durante la Settimana Santa, in cui alcuni fedeli si colpiscono, flagellandosi le gambe e il petto con dischi pieni di spilli o schegge di vetro. Molti uomini, come auto-punizione, solevano colpirsi la spalla destra con un frusta fino a farne uscire del sangue, come elemento simbolico, poiché Gesù aveva portato la croce sulla sua spalla destra. I flagellanti soddisfacevano la sete di rinnovamento spirituale attraverso il plateale atto di costrizione che riproduceva crudelmente la passione di Cristo. Tutto ciò, seppur per certi aspetti simile, era tenuto distinto dai c.d. “spettacoli di sangue”, ludi gladiatori, gare di audacia e di prodezza che la Chiesa ha sempre condannato. Infine, non era considerato un vizioso spettacolo di sangue l'esecuzione pubblica di una sentenza capitale, bensì considerato un atto dal carattere esemplare. CAPITOLO QUINTO IL SANGUE GLORIOSO Sangue e resurrezione Il sacrificio di Dio sulla croce diviene un gesto attorno al quale la comunità che lo pone si costruisce. Il sangue glorioso del Salvatore troverà il compimento completo del suo essere versato proprio al momento della resurrezione finale e il ritorno definitivo. Il suo sangue versato, viene recuperato totalmente nel momento della resurrezione ed esso è diventato, insieme al corpo, l'elemento centrale della fede. Acqua e vino perdono le loro caratteristiche terrene per diventare il sangue glorioso di Cristo, dello stesso vino non è consentito disperdere nemmeno una goccia. Se dunque un po' del sangue di Cristo dovesse essere versato per terra, esso dovrà essere raccolto solo con la lingua, dopodiché l'asse del pavimento dovrà essere piallata. Se il pavimento non fosse in legno, allora, affinché non venga calpestato il punto in cui si è versato, dovrà essere grattato e purificato con il fuoco, avendo successivamente cura nel conservare la cenere relativa presso l'altare: il sacerdote responsabile del fatto dovrà fare penitenza per 40 giorni. Se invece la colpa di tale dispersione fosse di un foro presente nel calice, allora egli dovrà fare penitenza solo per 3 giorni. Inizialmente il calice in cui veniva contenuto il sangue di Cristo era di legno, ma per paura che lo stesso potesse insediarsi nelle venature del legno, a poco a poco gli oggetti sacri hanno cominciato ad essere creati con materiali sempre più pregiati, per sottolineare la gloria di cui essi sono tramiti. Il sangue dei martiri La devozione dei primi cristiani per il sangue dei martiri è dimostrata dalla vastità di testimonianze dei Padri della Chiesa e di altri scrittori ecclesiastici. In passato, soprattutto all'epoca della controriforma, sono state rinvenute nelle catacombe romane numerosissime ampolle di vetro poste dentro i sepolcri. Successivamente si verificò che non tutti i vasi tombali ritrovate contenevano sangue, ma acqua benedetta e vino eucaristico, e dunque che forse non tutti i defunti erano martiri. I martiri sono coloro che, imitatori in sommo grado di Cristo, effusero il sangue per non tradire e rinnegare la loro fede. Proprio per questo si sviluppa ben presto e spontaneamente il culto dei martiri nella comunità cristiana: la loro vicenda li assimila a Cristo e quindi ne fa dei modelli evidenti per tutti i credenti. I martiri cristiani non sono solo quelli trucidati durante le persecuzioni romane, poiché essi, assai numerosi, hanno continuato a cospargere col loro sangue il sentiero percorso dalla Chiesa nei diversi paesi in cui hanno annunciato la Buona Novella. Ogni cristiano dovrebbe essere pronto a

perire per la sua fede. Sangue, reliquie e miracoli. Il culto del “prezioso sangue” Non solo il sangue di Cristo, ma anche quello dei martiri è stato oggetto nei secoli di perenne e inesauribile devozione. È stata fatta alla città di Mantova una concessione del ritrovamento del sangue di Cristo e del calice dell'Ultima Cena. In seguito, smarrita e poi recuperata la reliquia, essendo impossibile traslarla a Roma senza evitare una sommossa popolare, Leone IX nel 1053 si recò a Mantova in adorazione del sangue di Cristo e ordinò di conservarlo sotto un altare marmoreo dove ancora oggi si trova, nella cripta della basilica albertiana di Sant'Andrea. Così il culto delle reliquie ha continuato ad avere cittadinanza dentro la fede cristiana, connotandola poi del valore di un'adesione popolare. Ogni epoca, poi, ha i suoi “miracoli del sangue” recensiti diligentemente dalle fonti, anche in relazione alle ragioni politiche e sociali, oltre che a quelle religiose.