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Diritto pubblico romano: -ETA' MONARCHICA -TEORIA DEL PIETRO BONFANTE (1864 -FONDAZIONE DI ROMA. -ASSETTO COSTITUZIONALE MONARCHICO. -FONTE DEL DIRITTO NEL PERIODO MONARCHICO: I MORES -LEGES REGIAE -COMITIA CURIATA -IL SENATO E I SUOI COMPONENTI -PATRIZI E PLEBEI -LA MONARCHIA ETRUSCA -LE RIFORME DEI TARQUINI -LA REPUBBLICA -L'ELABORAZIONE DELL'ASSETTO REPUBBLICANO -DECEMVIRATO LEGISLATIVO -LEGES VALERIAE HORATIAE -LEGES LICINIAE SEXTIAE -LE MAGISTRATURE REPUBBLICANE -IL CONSOLATO -LA PRETURA -IL PROCESSO ROMANO: LE LEGIS ACTIONES -PROCESSO FORMULARE -LA DITTATURA -MAGISTER EQUITUM -LE MAGISTRATURE MINORI -IL SENATO REPUBBLICANO -ASSEMBLEA DEI COMITIA -CONCILIA PLEBIS -LE LEGES -L'ESTENSIONE DEL TERRITORIO ROMANO -VERSO LA CRISI DELLA REPUBBLICA -CONSEGUENZE E CONTENUTI DELLA RIFORMA AGRARIA: LEX SEMPRONIA AGRARIA -LE CARICHE DI CESARE -IL SECONDO TRIUMVIRATO -OTTAVIANO AUGUSTO -NUOVA FONTE DEL PRINCIPATO: COSTITUZIONI IMPERIALI -L'AMMINISTRAZIONE DEL TERRITORIO ITALICO
Tipologia: Appunti
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Che cosa sono le fonti di produzione? Le possiamo individuare in tutti quelli atti o fatti da cui traggono origine le norme giuridiche****. Si parla di atti e fatti ai quali l’ordinamento attribuisce l’attitudine a: creare (cioè inserire all’interno dell’ordinamento norme giuridiche); modificare (cioè cambiare il contenuto di determinate norme giuridiche); estinguere (cioè cancellare dall’ordinamento determinate norme giuridiche). Le fonti di cognizione ci permettono di conoscere il contenuto delle fonti di produzione , quindi l’esistenza e il contenuto delle norme giuridiche. Le più importanti per noi sono le fonti di cognizione giuridiche , cioè quelle fonti che ci sono state trasmesse nel corso del tempo e che ci hanno dato la possibilità di conoscere le norme giuridiche come dei testi di leggi, degli atti del senato, dei documenti della prassi. Anche nelle fonti storiche, retoriche, filosofiche, poetiche troviamo testimonianze sulle norme giuridiche e sul loro contenuto. E’ necessario suddividere l’oggetto del nostro studio in diverse fasi/in diversi periodi:
509 a.C;
repubblicana , che va dal 509 a.C. al 27 a.C., fase in cui si fa strada l’affermazione dell’assetto costituzionale repubblicano;
periodo di Roma che segna l’affermazione del diritto, il cui contenuto fece grande Roma. Il periodo di massima elaborazione e di massima precisione del diritto romano si conclude con il principato;
prosegue sino alla caduta dell’impero romano d’oriente).
1. Il diritto pubblico romano. L’ ordinamento costituzionale romano riguarda le vicende costituzionali sotto il profilo del diritto pubblico di Roma antica dalla fondazione della città di Roma (753 a.C.), fino all’impero di Giustiniano, la cui morte avvenne nel 565 d.C. E’ un periodo di circa 13 secoli suddiviso in diverse fasi. Possiamo parlare di costituzione romana? Esiste? Si, ma non si tratta di una costituzione che può essere associata a un senso moderno di costituzione scritta. Che cosa è la costituzione? La costituzione è un insieme di norme giuridiche e legislative che disciplinano l’assetto fondamentale dell’ordinamento dello stato. Quindi quando si parla di costituzione si parla anche di norma fondamentale (norma fondante l’intero assetto dello stato). Nel diritto romano la costituzione consiste in un insieme di norme di carattere consuetudinario (non scritte), ma comportamenti che vengono ripetuti e precetti giuridici obbligatori. 2. Forme di stato. Che cosa è la forma di stato? Normalmente per forma di stato si intendono i diversi modi attraverso i quali si combinano i 3 elementi costitutivi dello stato moderno: popolo, territorio e governo. Ffacendo quindi riferimento al cosiddetto stato unità o stato ordinamento. Le forme di stato si distinguono a seconda del rapporto che intercorre tra governanti e governati. In base a ciò si distingue tra stato patrimoniale , stato di polizia , stato liberale , stato democratico. In un secondo profilo, le forme di stato si distinguono a seconda della ripartizione verticale del potere (quindi si parla di stati federali e stati unitari ). 3. Forme di governo. Il concetto di forma di governo lo intendiamo in senso ampio, come assetto dei poteri pubblici e riguarda lo stato apparato , lo stato come soggetto all’interno dell’ordinamento statale. Più precisamente le forme di governo sono i diversi modi nei quali viene esercitata la funzione di indirizzo politico dai diversi organi costituzionali. Quindi il rapporto dei vari organi costituzionali fra loro, va a fornire le indicazioni relative alla forma di governo. Per capire una determinata forma di governo in un determinato periodo storico si deve guardare alla funzione di indirizzo politico , al rapporto tra i vari organi dello stato e in particolare quale sia al vertice dell’assetto
costituzionale e come viene determinato l’indirizzo politico. Nella monarchia parleremo di un capo dello stato che è re e anche capo dell’esecutivo. L'assetto costituzionale : è l'equilibrio che caratterizza l’organizzazione pubblica di Roma in un determinato periodo storico. Ci riferiamo in particolare alla modalità attraverso la quale i vari poteri si combinano tra di loro e in particolare all’esercizio della funzione di indirizzo politico. ETA' MONARCHICA. L’età monarchica fonda le sue radici in un tempo molto antico e parte da una situazione economica e sociale che caratterizza il Lazio antico. Nell’VIII a.C. si ha un fiorire dell’attività all’interno del Lazio antico e questo comporta che piano piano si vadano a formare delle comunità (dei centri urbani) sempre più ampi che hanno necessità di un’organizzazione sempre più chiara e articolata (c.d. strutture sociali preciviche ). Inizialmente si parla di piccoli villaggi che vanno piano piano ad ampliarsi, e si parla di realtà proto-urbane , che sono i primordi della grande Roma sviluppata da una certa epoca in poi. Quello che caratterizza questa organizzazione sono i vincoli parentali dei gruppi di persone che danno vita al modello cittadino. Dal momento in cui la comunità si trova ad ampliarsi, ha naturalmente bisogno di regole , che ne devono caratterizzare l’organizzazione. Sotto il profilo pubblicistico saranno le consuetudini costituzionali, che andranno a normare l’aspetto costituzionale romano. Nel corso del tempo si andrà a parlare di città-stato : città che si fanno sempre più grandi e hanno una loro organizzazione e che si fondano partendo dalla famiglia naturale. Il concetto di città-stato viene attribuito solitamente alla Grecia antica, però lo abbiamo anche a Roma, soprattutto in questo periodo, in cui non si ha un vero proprio stato e/o una gerarchia all’interno degli organi costituzionali. Abbiamo delle comunità proto-urbane che vanno piano piano ad articolarsi ed organizzarsi e per questo motivo possono essere paragonate a dei piccoli stati. Si fondano su dei concetti antichi che fanno leva soprattutto sulla famiglia , su un gruppo di persone caratterizzato da elementi omogenei, sulle tribù e sulle città. TEORIA DEL PIETRO BONFANTE (1864-1932) Queste comunità proto-urbane facevano leva su alcune organizzazioni già presenti all’interno di esse che erano le organizzazioni soprattutto riferibili alla famiglia romana. Bonfante parte dalla seguente premessa : lo Stato deve essere identificato con organismi diversi a seconda del grado di sviluppo della società e quindi a seconda del periodo storico. Ogni organismo si sviluppa da forme più elementari verso dimensioni maggiori e complesse. Bonfante notò questo e disse che all’interno di una società arcaica non possiamo considerare esistente uno Stato vero e proprio, ma che in realtà il nucleo politico vero e proprio è la FAMIGLIA. La famiglia romana viene immaginata da una serie di cerchi concentrici in cui all’interno vi è:
Nella famiglia proprio iure fanno parte tutti coloro che sono sottoposti ad un medesimo pater. Immaginiamo la famiglia proprio iure come una piramide con al suo vertice il pater familias ( ossia il capo della famiglia), al quale vengono attribuite tutte le situazioni giuridiche soggettive. Quindi egli è l’unico che ha la capacità giuridica e la capacità di agire (cioè la capacità di essere titolare delle situazioni giuridiche soggettive e la capacità di modificare queste situazioni). I sottoposti al pater familias non ce l’hanno. Gli altri membri della famiglia sono a lui sottoposti, tutti coloro che sono sottoposti ad un pater familias si dice che sono alieni iuris (quindi sono privi di soggettività giuridica). Il pater familias è un soggetto sui iuris (cioè un soggetto indipendente, che è considerato soggetto di diritto e che può essere titolare delle situazioni giuridiche soggettive). Per essere sui iuris , si doveva essere pater familias e cittadini romani necessariamente. Mentre chi era sottoposto al pater non veniva considerato dal punto di vista della capacità di essere titolare delle situazioni giuridiche soggettive. La famiglia communi iure invece, era composta da tutti coloro che erano legati da un vincolo agnatizio (cioè da un vincolo di parentela in linea maschile e tra di loro legati fino al settimo grado).
caratteristiche cercando di abbandonare delle necessarie identificazioni, e in particolare l’identificazione con la familia. La famiglia ha un rilievo assoluto così come la gens. I pagi sono queste comunità proto-urbane che si vanno ad ampliare e che devono trovare il modo di funzionare nella loro organizzazione politica e che vanno piano piano a presentare delle caratteristiche comuni, che sono i vincoli di sangue tra i componenti. Si hanno delle forme primitive di democrazia e di organizzazione costituzionale in cui ha un ruolo molto importante l’ Assemblea dei cittadini ( o degli uomini ). Vediamo che stanno assumendo importanza anche dei meccanismi deliberativi in cui vengono approvate delle decisioni da parte dei componenti della comunità. Piano piano si afferma una struttura più complessa e più articolata , che vede protagonisti i membri dell’aristocrazia che hanno assunto sempre più forza in seguito alle guerre di conquista. Le sovrapposizioni sono problematiche, non bisogna sovrapporli a schemi predeterminati. L’organizzazione si caratterizza per il funzionamento di alcuni organi che vanno ad assumere rilievo pubblicistico e che vanno a formare un ordinamento di carattere costituzionale. FONDAZIONE DI ROMA. La fondazione di Roma viene datata nel 753 a.C. e si fonda sul prevalere di Romolo su Remo. Si fonda quindi sul prevalere della Dinastia inaugurata da Romolo. Roma fu fondata da tre tribù: la tribù di Romolo che si chiama la tribù dei Ramnes ; la tribù dei Luceres che vengono collegati a un originario capostipite che si chiama Lucumone (che era un capo militare etrusco, che sarebbe intervenuto in aiuto di Romolo nella battaglia contro i sabini); la tribù dei Tities di origine Sabina capezzata da Tito Tazio. A prescindere dai singoli nomi dobbiamo notare che:
Quindi la fondazione di Roma si caratterizza per il vedere protagoniste queste tre tribù che hanno origine geografica e tecnica diversa tra di loro. La convivenza di queste tre tribù di origini diverse è il fondamento della prima organizzazione costituzionale romana : perché queste tre tribù hanno al loro interno una loro organizzazione che si fonda sul fatto che ognuna tribù è composta da 10 curie (1 curione per ogni curia) e ogni curia si compone a sua volta di 10 decurie ( decurione per ogni decuria). Quindi abbiamo 3 tribù , 30 curie e 300 decurie. ASSETTO COSTITUZIONALE MONARCHICO. Queste tre tribù nell’organizzarsi tra di loro vanno anche a formare degli organi. Quindi l’assetto costituzionale di Roma antica si caratterizza di tre organi distinti: REX (che è il vertice del sistema ); SENATO (che è l' assemblea dei patres ); COMIZI CURIATI (che è l' assemblea dei cittadini della comunità ). Vediamo che da questa organizzazione embrionale, vanno a fondarsi in seguito alla formazione di Roma, tre tribù con origine diversa che devono organizzarsi tra di loro e lo fanno attraverso i tre organi costituzionali. REX. Il re è il capo politico , militare e amministrativo. Però il suo potere è fondato su un’ organizzazione religiosa. Il re viene inaugurato tramite una procedura religiosa detta inauguratio del re : l’ augure dinanzi al popolo riunito nel Templum chiede agli dei l’assenso di nominare il nuovo Rex. Gli dei devono autorizzare il rex a prendere il potere. Si ha anche l’ autorizzazione del senato (cioè l'assemblea dei patres): questa procedura si conclude con un’autorizzazione e quindi una legge che viene dall’assemblea dei cittadini dai comizi (la cosiddetta lex curiata de imperio , con cui viene trasmesso questo particolare potere). Prima di questa nomina probabilmente si aveva un particolare procedimento, perché quando veniva meno un rex Roma non poteva rimanere senza una guida, quindi si creava l’ interregnum : i patres più importanti all’interno di questa organizzazione che sedevano nel senato esercitavano collegialmente l’ imperium (cioè il potere) e l’ auspicium (cioè il potere religioso, quindi la richiesta agli dei di autorizzazione). Distinguiamo in questo periodo l' auspicia e l' augure che sono le due legittimazioni dell’attività politica che
provengono dagli dei. Prima della nomina si aveva questo esercizio collegiale del potere (quindi dell’ imperium e dell’ auspicia ) che individuavano chi doveva esercitare l’ interregnum (cioè il regno tra un re e un altro). In questo periodo ogni senatore poteva stare in carica da solo per un periodo di 5 giorni e veniva detto interrex (cioè re di mezzo), il quale aveva l’autorizzazione religiosa per continuare e poi passava alla carica un successore. Quindi per 5 giorni ogni senatore diventava interrex finché non si individuava un re. Re di Roma. I Re di Roma furono 7 (almeno così ci dice la tradizione). I primi 4 furono di origine Latina , mentre gli ultimi 3 furono di origine etrusca. Essi sono: Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servo Tullio e Tarquinio il superbo. E' molto importante ricordare che i primi 4 furono latini e che gli altri 3 furono Etruschi. Come facciamo a capire quando inizia la monarchia Etrusca? L’inizio della monarchia Etrusca la capiamo grazie al fatto che questi re avevano dei nomi particolari (in particolare quello dei Tarquini). Quindi, la dinastia dei Tarquini prende il potere determinando la salita al trono di determinati Reges (plurale di rex) che si chiamano: Tarquinio Prisco, Tarquinio il Superbo e Servo Tullio. Compiti del rex. Il re non aveva dei poteri specifici, in questo periodo infatti si sta tutto creando, sta tutto andando a cristallizzarsi: perciò le regole relative all’assetto costituzionale sono le consuetudini costituzionali. Il Rex è garante della pax deorum (ovvero l'assenso degli dei, un continuo accordo degli dei, ma soprattutto autorizzazione ad ogni attività umana). In secondo luogo, un altro ruolo importantissimo del rex è il comando militare perché è in questo periodo che Roma inizia le campagne militari. Il cittadino appartenente all'aristocrazia è infatti un cittadino-guerriero. E' qua che Roma inizia a trasformarsi da piccolo villaggio alla grande città con un’estensione enorme, che scavalca i confini dell’Italia fino ad arrivare nella sua massima espansione (all' Oriente). Quindi si ha l’inizio dell’ espansione di Roma e ovviamente non può che svolgersi attraverso le guerre. Quindi è importantissima la funzione del rex di comandante militare che esercita il proprio potere con due collaboratori/due funzionari-ausiliari sempre nel settore militare che sono: il Magister popoli e il Magister equitum. Il re però non aveva delle competenze specifiche : non dobbiamo pensare che era come ai nostri giorni dove per esempio i nostri articoli della Costituzione indicano che il Presidente della Repubblica fa questo e quest'altro, il governo fa questo, ecc ecc; no, non c'erano delle competenze specifiche. I suoi poteri avevano caratteri unitari , le sue prerogative avevano carattere unitario e anche il suo potere aveva carattere unitario. Il rex aveva poi una funzione importantissima che era quella di giudice supremo , questa funzione di esercizio della funzione giurisdizionale a livello di giudice supremo era sicuramente importantissima. Abbiamo detto che le entità importantissime in questo periodo erano i tre organi costituzionali : rex; comizi curiati; senato. Ma dobbiamo tenere conto anche di altri organismi importantissimi: i collegi sacerdotali. COLLEGI SACERDOTALI. Possiamo capire da una prima riflessione l'importanza di questi collegi, perché gestivano il rapporto tra le divinità e i governanti. Questo rapporto naturalmente era imprescindibile perché ci voleva sempre l'autorizzazione divina alle attività umane e anche in particolare a quelle attività di gestione ed organizzazione del pubblico potere. Quindi i collegi sacerdotali erano fondamentali: perché praticamente i sacerdoti erano coloro che curavano il rapporto tra le divinità e l’uomo (e quindi anche la legittimazione sotto il profilo pubblicistico). Vi ricordate cosa ho detto quando vi ho parlato del rex? Ho fatto riferimento ad un’autorizzazione, oltre che con gli auspicia (cioè con questa autorizzazione quotidiana), ad un’autorizzazione presa dall’ augure nel templum (tempio), che dà appunto il nome al momento dell’ inauguratio del rex. Questo importantissimo momento ci fa capire l’importanza dei sacerdoti e dei collegi sacerdotali che hanno maggior rilievo sotto il profilo religioso perché sì, sono sacerdoti, ma il loro ruolo ha rilievo
tempi che mores ”). Come per dire, ma dove siamo finiti? Cicerone faceva leva su quei sentimenti più importante per i romani, come per dire: “ ricordiamoci da dove veniamo, i precetti del vecchio tempo e la correttezza ”. Sotto il profilo giuridico i Mores sono la fonte principale del diritto del periodo monarchico. I mores sono dei precetti non scritti , in sostanza sono delle norme a formazione consuetudinaria , che assomigliano molto a quelle che noi oggi chiamiamo consuetudini (cioè dei comportamenti ripetuti nel tempo con la convinzione che siano obbligatori). Sotto il profilo del fondamento dei Mores ci sono però degli elementi che ci portano a distinguerli dal concetto di consuetudine che usiamo all'interno del nostro ordinamento perché, per quanto riguarda il fondamento di Mores e quindi sulla convinzione che si tratti di precetti obbligatori, si è molto discusso e si è giunti ad individuare fondamentalmente due ipotesi: la prima è che anche i Mores avessero un fondamento di carattere religioso e quindi che fossero espressione della volontà divina ; la seconda è che i Mores fossero ritenuti obbligatori perché insiti nella realtà delle cose. In realtà non si tratta di due ipotesi necessariamente in contrasto tra loro e si tiene quindi a leggerle e interpretarle come entrambe verosimili. Quindi si ritiene che i Mores abbiamo un fondamento religioso, ma che per questo motivo ordinino la realtà delle cose e quindi entrambi gli aspetti sottolineati da queste due ipotesi vengano ritenuti verosimili e vengono accettati. Questo perché il rapporto tra religione e diritto è a fondamento del funzionamento della Roma arcaica; non riguarda soltanto il singolo, ma bensì anche tutte le attività politiche e tutte le attività dei fedeli. Non abbiamo quindi la netta separazione tra religione e diritto e non abbiamo assolutamente il concetto di stato laico, che è un concetto che invece si farà strada nel corso dei secoli a noi più vicini. Legame tra mores e religione. Il legame tra Mores e religione è così importante perché c'è un evidente collegamento tra le competenze giuridiche e la struttura di carattere religioso (quindi i precetti religiosi e la legittimazione divina). Per questo è ancora più importante sottolineare il ruolo dei pontefici : i mores, essendo dei precetti non scritti, non sono sempre facilmente conoscibili nel periodo monarchico e, per questo, la memoria dei mores e l'individuazione del contenuto di queste regole era demandata al collegio dei pontefici. Quindi, i pontefici, erano coloro che conservavano memoria dei mores e che potevano precisarne il contenuto e di conseguenza potevano anche esplicarli ed interpretarli. In questo periodo attraverso l'attività dei pontefici ha origine quel fenomeno importantissimo che caratterizza tutto il diritto romano e tutta la sua grandezza, questo è il fenomeno esegetico , interpretativo ed ermeneutico che ha la capacità di interpretare le norme giuridiche esistenti in base alla necessità di contemperare gli interessi coinvolti. Questo bilanciamento equilibrato degli interessi, questa attenzione alle varie funzioni e alle varie ragioni che una norma esplica inizia a prendere piede e svilupparsi proprio nel periodo monarchico attraverso l' attività dei pontefici. I mores per quanto siano ritenuti la principale fonte di diritto del periodo monarchico non vengono comunque meno nei secoli successivi e quindi permangono nell'ordinamento. Ad un certo punto verranno anche codificati , messi per iscritto. Anche Cicerone nel I a.C., dinnanzi a un comportamento riprovevole di Catilina, tira fuori i Mores e vuole suscitare nel suo uditorio una forte reazione. Utilizza l'espressione: “ O tempora, o Mores ” che significa letteralmente “ Che tempi, che costumi! ”. Così Cicerone intendeva ' come ci siamo ridotti dopo questa corruzione... '; questo espediente retorico ci fa capire l'importanza dei Mores anche dopo il periodo monarchico come precetti di riferimento per un buon comportamento dei cittadini, soggetti parte dell'ordinamento. LEGES REGIAE. Nel periodo monarchico inizia a svilupparsi anche una certa attività legislativa riconducibile al Rex per questo si parla di leges regiae (cioè leggi emanate dal re). Vi sono diverse ipotesi sul rapporto tra queste leggi e i Mores perché si è tentato di capire se queste leggi andassero solo a codificare e mettere per iscritto o eventualmente anche precisare il contenuto dei Mores. Le leges regiae però facevano qualcosa di più: innanzitutto perché avevano un carattere abbastanza specifico , (ovvero si occupavano di materie particolarizzate ) e quindi non ricomprendevano tutti quelli che erano i precetti dei Mores, ma andavano talvolta ad apportare delle novità (questa è la teoria più verosimile). Naturalmente le leges regiae sono fondate sull'esistenza dei Mores però vanno ad introdurre dei precetti nuovi che
sono espressione della volontà del Rex. Molto importante all'interno di queste leggi e delle notizie su di esse che ci sono arrivate è la cosiddetta “ lex Numae ” (una legge di Numa Pompilio, 2° re di Roma). Si tratta di una norma relativa all'uccisione volontaria di un uomo libero (quindi nella sostanza è una legge relativa all'omicidio ), importante fattispecie criminosa che si ritiene in questo periodo dovesse essere normata e regolata. Questa legge è stata ricostruita in base a quelle che sono le testimonianze delle fonti e si è tentato di individuarne in maniera più precisa il contenuto; in particolare l'attenzione degli studiosi è stata catturata da un inciso che presenta le seguenti parole: paricidas esto. Questo inciso ha dato luogo a interpretazioni differenti. Potrebbe significare per esempio: “ sia considerato parricida ”, quindi l'uomo che uccide un uomo libero volontariamente sia considerato un parricida. Questo inciso riguarda proprio la sanzione, le conseguenze che l'omicidio volontario di un uomo libero avrebbe comportato per colui che l'aveva commesso. Potrebbe essere interpretato in primo luogo come la possibilità di considerare questo tipo di crimine così grave da essere parificato al parricidio (e quindi all'uccisione del proprio padre). L'ipotesi più verosimile è che questo inciso potrebbe essere interpretato diversamente come ' sia parimente ucciso ' (quindi come se la conseguenza dovesse essere l'uccisione dell'autore dell'omicidio). Ciò che è rilevante, è che si fa strada l'applicazione di una norma che preveda conseguenze per l'omicidio volontario molto gravi e specifiche e, probabilmente, è per questo che intervenne il rex attraverso una sua legge e per questo motivo abbiamo anche la possibilità di capire che questa norma (vista la gravità della fattispecie che prendeva in considerazione) si inserisce all'interno di questo sistema di regole comportando una specifica punizione molto grave per l'omicidio dell'uomo libero. Questa sanzione va però a collegarsi con le altre norme già presenti nell'ordinamento che probabilmente comprendevano una disciplina generale dell'omicidio involontario ; mentre qui si disciplina in maniera specifica e particolarmente severa l'uccisione volontaria. Quindi la rilevanza di questa norma la possiamo identificare sotto diversi profili: non soltanto ci fa capire che già tra l'VIII e il VII secolo a.C. si distingueva tra atto involontario e volontario , ma inoltre si apriva anche la strada (attraverso la leges regiae ) alla persecuzione statale dell'omicidio più grave, che si affiancava a quella che era la soluzione della vendetta privata. Vediamo che questa forma embrionale di stato sta avocando a sé la funzione sanzionatoria di determinati crimini, quindi si tratta di un elemento sotto il profilo giuridico di estrema rilevanza. COMITIA CURIATA. Un altro organo costituzionale sono i comizi curiati : ovvero l'assemblea che si formava e funzionava in base al criterio delle curie e aveva un ruolo molto importante nel sistema costituzionale monarchico. I comitia curiata si chiamano così perché si fondano appunto sulle curie che erano l'unità di partecipazione e l'unità di voto. Alcune testimonianze storiche, in particolare quella di Lelio Felice, ci dice che la cittadinanza si sarebbe distribuita fra le varie curie per genera hominum , cioè le curie servivano a distinguere tutta la popolazione per diverse categorie/per generi. Inizialmente la curia era legata al territorio e quindi con il luogo in cui determinati cittadini abitavano. Col tempo però questo legame si indebolisce e quindi si ha un nuovo rapporto tra cittadinanza e territorio che si sgancia dalle vecchie logiche. Il ruolo e il rilievo della curia viene individuato sotto il profilo militare. Per capire questo rilievo della curia dobbiamo far riferimento al funzionamento dei comitia perché, come già detto, i comitia funzionavano facendo leva sul rilievo della curia e, proprio per questo, si chiamano comitia curiata. Innanzitutto le curie servivano per partecipare e per votare : per partecipare significa che la popolazione veniva convocata in base alla curia di cui faceva parte. Inoltre le curie avevano la funzione di quadri della popolazione , quindi dividevano la popolazione sotto il profilo amministrativo. Dionigi di Alicarnasso ci racconta che già al tempo di Romolo, l'esercito era composto da 3000 fanti e 300 cavalieri e che eguagliavano una somma di contingenti fissi di 100 fanti e 10 cavalieri, forniti da ciascuna delle trenta curie. Importante è ricordare che la curia è l’unità di rilievo (principalmente militare ), che serve per convocare e per votare all’interno dei comitia. Ma quest'assemblea, che va formandosi nella sostanza attraverso il collegamento con la curia, ricomprende tutti i rappresentanti dei cittadini: quindi all'interno di questi comitia si può dire che si svolge la funzione di espressione della volontà dei cittadini. Compiti della comitia curiata. Anche qua i compiti dei comitia curiata sono difficilmente individuabili in maniera precisa e in questa fase non sono dei compiti diciamo di tipo propositivo: i comizi non propongono, non hanno un ruolo di tipo propulsivo, ma
In primo luogo, si aveva l' adrogatio : ovvero una sorta di adozione attraverso la quale un pater familias si sottoponeva alla potestas di un altro pater. Si può notare quindi che viene meno una famiglia attraverso l' adrogatio , perché si ha un pater che con tutto il suo patrimonio (con tutta l'unità sotto il profilo patrimoniale, giuridico, eccetera) si sta trasferendo sotto la potestas di un altro pater , ed è una modifica così rilevante del tessuto familiare (ma anche del tessuto cittadino), che deve essere approvata dagli altri. Viene da chiedersi perché un pater che era libero ( sui iuris ), titolare di un patrimonio, ecc.. si doveva fare assoggettare alla potestas di un altro pater: naturalmente ci potevano essere degli importanti vantaggi di carattere economico perché magari quel pater che si sottoponeva con l' adrogatio alla potestas di un altro pater era gravato da debiti , che da un certo momento in poi (attraverso appunto l' adrogatio ), la titolarità di questi debiti sarebbe stata in qualche maniera cancellata; un altro vantaggio per il quale un pater potesse decidere di compiere l' adrogatio è che, sottoponendosi alla potestas di un altro pater, è vero che il soggetto diventava filius , ma è vero anche che questo soggetto che diventava filius maturava delle aspettative ereditarie. Quindi sarebbe stato il successore del nuovo pater e quindi avrebbe potuto ereditare il suo patrimonio. Tra le condizioni per l'adrogatio, però, vi era anche il fatto che il pater adrogante non dovesse avere altri filii in potestà : quindi nella sostanza si andava a creare una discendenza che vedeva l'adrogato come l'unico erede. Poi abbiamo il testamentum calatis comitiis , cioè un atto volontario attraverso il quale un determinato pater individuava i suoi successori nell'eredità: anche qua era necessaria l'approvazione dei comitia, anche qua si trattava di un momento importantissimo della vita privata, ma che assumeva anche un indubbio rilievo pubblicistico. Quindi gli altri cittadini, gli altri rappresentanti della famiglia erano chiamati ad approvarlo. Poi abbiamo la detestatio sacrorum , attraverso la quale un determinato pater tagliava i rapporti giuridici con i suoi sottoposti. La detestatio sacrorum era un atto di formale rifiuto dei sacra della famiglia di origine. Quindi, purché un determinato soggetto entrasse a far parte dell'altra famiglia (attraverso l'adrogatio oppure la donna attraverso il matrimonio), doveva recidere (quindi tagliare) completamente i legami con la famiglia di origine. Anche qui si tratta di una modifica importantissima e proprio questo doveva essere autorizzato dai rappresentanti delle stesse famiglie. Quindi, era un atto attraverso il quale chi entrava a far parte di una nuova famiglia rifiutava (appunto detestatio ) i rapporti coi sacra familiari , con i culti e con tutta la famiglia di origine. Quello che ci interessa è che questi atti privati hanno rilevanza sotto il profilo pubblicistico tanto che i rappresentanti della famiglia che siedono nei comitia sono chiamati ad approvarli. In questo caso si tratta proprio di un approvazione vera e propria, senza la quale questi atti non hanno validità/efficacia. Per quanto riguarda il testamento, parliamo di testamentum calatis comitiis perché i comitia assumevano una particolare composizione soprannominata comitia calata. E' importante ancora sottolineare che vi sono delle importanti modifiche relative alla struttura della famiglia e gli altri rappresentanti della famiglia erano chiamati a votarli. Si tratta di modifiche che erano così rilevanti perché riguardavano le famiglie più abbienti, le famiglie più importanti a livello sociale, quelle facenti parte della cosiddetta aristocrazia. Esse erano quelle famiglie che poi avevano al loro interno dei soggetti di tale prestigio che ambivano alla prosecuzione della carriera politica , quindi ambivano alle cariche più importanti (addirittura alla carica di rex se fa parte del senato). Riprendendole, in breve, nel dettaglio si evince che: Adrogatio : è un'adozione che determina che un pater famiglia (libero sui iuris), diventi alieni iuris e si sottoponga alla potestas di un altro pater ; passa quindi alla famiglia dell’altro pater. Si tratta di una modifica importantissima perchè, la famiglia di cui era originariamente capo il pater che viene adottato (chiamato anche adrogato ) viene meno e viene a trovarsi completamente sotto la potestas del nuovo pater. Le motivazioni erano più che altro di natura economica perché un soggetto poteva avere interesse che le sue situazioni giuridiche soggettive (in particolare i suoi debiti), venissero meno e poteva avere nel contempo interesse ad ereditare il patrimonio del nuovo pater al momento della fine della vita di questi; Testamentum calati comitiis : era appunto il testamento, attraverso il quale, un soggetto individuato dal pater in previsione della sua morte, quindi per il periodo successivo alla sua morte, veniva designato come erede di questi.
Se questo soggetto non era parte della sua famiglia, attraverso la designazione che era presente nel testamento, diveniva comunque erede. In questo modo di sarebbe di nuovo modificata la struttura della famiglia perché un soggetto inizialmente non facente parte della famiglia, sarebbe diventato erede del pater che poneva in essere il testamento; Entrambi questi profili, vengono in rilievo anche nella: Detestatio sacrorum : intesa come quella manifestazione di volontà attraverso la quale il soggetto che entrava a far parte della famiglia, dichiara di porre fine a tutti i rapporti giuridici con la famiglia precedente. Vediamo dunque che è strettamente connesso con le due fattispecie precedenti (esempi: poteva essere una donna che entrava a far parte, in seguito alla manus , della nuova famiglia oppure pater che veniva adrogato e diveniva dunque filius di un altro pater). In questa situazione i comitia hanno un ruolo attivo , devono approvare e verificare l’esistenza di particolari requisiti per mettere in atto una modifica della struttura della familia. Ruolo dei comitia. Il ruolo dei comitia in questo periodo non può essere paragonato a quello di un assemblea legislativa vera e propria (questo ruolo si andrà facendo largo nel corso dei secoli), però è un ruolo sicuramente importante perché i comitia vanno però a partecipare (sebbene dal lato passivo ) a tutti questi atti, in particolare si tratta: della nomina del rex; dell'enunciazione del calendario; delle scelte che riguardano i rapporti con altre popolazioni; della nomina degli ausiliari del re; infine partecipavano anche alle riforme del rex (quindi alle principali leges regiae), attraverso un momento di conoscenza in cui venivano rese note. Quindi non vi è un vero e proprio procedimento legislativo che veniva svolto in sede comizia, ma inizia ad assumere rilievo il ruolo dei comitia all'interno di questo procedimento. Invece i comitia avevano un ruolo attivo , cioè di approvazione fondamentale per consentire la validità e l'efficacia di determinati atti che riguardavano la famiglia: ad es. per particolari atti che cambiavano la struttura della famiglia , di quelle famiglie così importanti anche sotto il profilo politico, il cui cambiamento era proprio assolutamente rilevante per tutta la comunità cittadina tanto che doveva essere assolutamente approvato dai comitia (ovvero dai rappresentanti delle altre famiglia). IL SENATO E I SUOI COMPONENTI. Il Senato è un assemblea in cui siedono i rappresentanti delle famiglie del tripatres ; quindi si tratta di un assemblea in cui non siedono tutti i rappresentanti della famiglia come nel collegio dei comitia, ma siedono soltanto dei soggetti che: per autorevolezza; per età (anche se sotto il profilo dell’età si viveva molto meno, quindi sono anche soggetti che per noi non sono particolarmente avanti con l'età); per prestigio; per ricchezza anche, venivano chiamati a coadiuvare il rex e assumevano anche un ruolo importante con riferimento al procedimento legislativo. Bisogna sottolineare che anzitutto i componenti del Senato sono indicati come patres , quindi si capisce da qui che si trattava probabilmente delle famiglie patrizie in questo periodo (quindi delle famiglie ovviamente più ricche, più prestigiose, facenti parte dell'aristocrazia). Il nome di Senato ovviamente deriva da " senex " quindi è legato alla figura di uomini "anziani" ; ma più che anziani sotto il profilo dell’età, va sottolineato il ruolo di anzianità dal punto di vista del prestigio. Infatti si trattava di soggetti che a livello cittadino avevano un altissimo prestigio. Il ruolo del senato. Il ruolo del Senato in questo periodo è un ruolo di collaborazione col rex nel governo della città. Quindi il Senato veniva consultato dal rex, e inizia ad assumere rilievo anche all'interno del procedimento legislativo. Il ruolo assolutamente nevralgico del Senato riguarda l' interregnum : perché senza il Senato non si sarebbe potuti andare avanti quando veniva meno per morte un rex. Quindi in questo periodo il ruolo fondamentale del Senato è proprio quello di consentire all'attività politica di
nei periodi successivi con nuovi assetti costituzionali. La caratteristica del senato è quella di essere un’assemblea composta dai patres , non sovrapponibile al ruolo dei comitia, perché il senato aveva in se soltanto dei rappresentanti particolarmente autorevoli. Il termine senato riporta, di fatti, alla parola senex che significa anziano. Sappiamo, però, che il significato di senex , in questo contesto, viene in rilievo non soltanto per la caratteristica dell’età anagrafica del soggetto che entra a far parte del senato, quanto per il suo prestigio, per la sua autorevolezza a livello cittadino e per la sua forza economica. Quindi i patres non erano semplicemente i capi delle gentes, erano soltanto alcuni dei soggetti più prestigiosi presenti all’interno della civitas a far parte del senato. Sulla loro nomina non sono presenti numerose informazioni, sappiamo che probabilmente veniva fatta su ordine del Rex. In quanto alle funzioni del senato , abbiamo individuato una funzione fondamentale, nevralgica, nell’ interregnum , cioè nel permettere che la civitas (la vita cittadina), potesse andare avanti nel periodo che intercorreva tra la morte di un Rex e la nomina di un nuovo Rex. In questo periodo i senatori erano chiamati ad esercitare l’interregnum , uno alla volta per un periodo massimo di 5 giorni. In particolare erano chiamati a prendere gli auspicia (cioè l’autorizzazione divina per poter mandare avanti la vita cittadina). Oltre all’interregnum, il senato interveniva anche in varie altre occasioni, in particolare interveniva come organo che dava una consulenza , dunque pareri, al rex. Per quanto attiene al numero dei componenti del senato si passa probabilmente da 100/150 arrivando, con Tarquinio Prisco, probabilmente ad un numero di 300 senatori. Accanto alle competenze del senato come organo di consulenza ed interregnum, questo va ad acquisire progressivamente, un ruolo nell’iter (nel procedimento ) di approvazione delle leggi , che si sta piano piano cristallizzando nel corso dell’età monarchica. Il ruolo del senato, evidenziando i suoi contenuti essenziali, risiedeva soprattutto in un ruolo di intermediazione politica perché, è vero che il rex poteva prendere da solo i suoi provvedimenti, ma attraverso la consulenza e l’ausilio del senato, il rex faceva sì che questi procedimenti fossero anche condivisi e ben visti anche dai suoi destinatari. Il ruolo, dunque, era quello di mediazione politica tra cittadini e rex stesso. Inseriamo nel quadro in cui operano rex, comitia e senato, anche i collegi sacerdotali (dei pontefici, dei feziali e degli auguri). Questi non sono considerati un vero e proprio organo politico, ma hanno un ruolo fondamentale nel consentire l’ esplicarsi della vita politica ; non solo, hanno anche un ruolo di fondamentale importanza per quanto riguarda l’ attività giuridica. PATRIZI E PLEBEI. Nel corso della monarchia, la quale ha un’estensione cronologica molto ampia, si sviluppa un fenomeno che porta, in seguito all’espansione di Roma, all’aumentare del prestigio di Roma, dei commerci, del benessere economico, ecc. Inoltre si iniziano a vedere all’interno del tessuto cittadino, non solo dei soggetti che sono riferibili alle antiche gentes, e quindi alle famiglie patrizie, all’antica aristocrazia, ma anche altri soggetti. Questi soggetti vengono denominati plebei , si parla in generale di plebe. Tuttavia, non sappiamo cosa realmente, all’interno dell’età monarchica, all’interno dell’esplicarsi quotidiano della vita della civitas, abbia portato l’ingresso di questi nuovi soggetti (della plebe). Sappiamo probabilmente che si trattò di un ingresso correlato all’espansione di Roma, ma per quanto concerne l’ identificazione dell’origine della plebe , la dottrina si è lungamente interrogata. Il fatto importante, da evidenziare, è che questi soggetti non appartenevano alle antiche gentes ma, nonostante ciò, piano piano, vanno ad inserirsi nella vita di Roma, entrando a far parte del tessuto della civitas. Questi soggetti, dunque, hanno un origine incerta : quello che sappiamo è che non sono le antiche famiglie, non sono l’antica aristocrazia. Quindi in un primo momento li individuiamo in negativo, cioè diciamo quello che non sono e vengono definiti come: un gruppo di soggetti contrapposto a quello dell’aristocrazia e delle antiche gentes. L’ingresso della plebe, nel tessuto della vita di Roma, determina il sorgere di una contrapposizione. Ciò che è importante, infatti, non è tanto il modo in cui la plebe sia entrata a far parte di Roma, ma è il risultato ottenuto (cioè l’ingresso di questi nuovi soggetti/dei plebei), che non sono aristocratici, non fanno parte delle antiche gente patrizie. Infatti, i plebei si contrappongono ai patrizi.
Abbiamo dunque non solo l’ingresso di un gruppo diverso, ma anche il contrapporsi al gruppo fino ad allora dominante (cioè ai patrizi). Non sappiamo se si trattò di un ingresso graduale , probabilmente fu così, e con riguardo all’origine della plebe si sono sviluppate diverse teorie: Tesi di Niebuhr : studioso tedesco secondo cui i plebei avendo avuto appunto un ingresso all’interno della civitas, erano probabilmente dei soggetti di condizione economica inferiore rispetto ai cittadini romani, che provenivano dalle campagne. Tuttavia la tesi del Niebuhr è stata criticata da subito perché dalle fonti non risulta che questi soggetti siano effettivamente originari delle campagne e che si contrappongano sin da subito dunque ad un gruppo di soggetti aristocratici cittadini (i patrizi). In particolare non risulta la loro capacità di essere un’entità contrapposta: cioè non risulta che sia stato un gruppo di soggetti dotato di una forza tale da opporsi a quello dei patrizi; Tesi di Ihne e Mommsen : questa teoria dovuta a dei grandi studiosi tedeschi (è considerata quella più verosimile), riconduce l’ingresso della plebe all’interno del tessuto cittadino ad un istituto particolare che si chiama clientela. Il nucleo di quest’ipotesi è dunque che i plebei sarebbero stati dei CLIENTES dei patrizi : cioè dei soggetti che, provenendo dall’esterno della civitas, per contribuire ed inserirsi nella vita della medesima, dovevano necessariamente creare un legame e, in qualche modo, mettersi a disposizione dei patres (quindi delle antiche gentes patrizie/delle antiche famiglie). Questo legame si creava attraverso la clientela (ovvero mettendosi al servizio dei patres). Pur essendo più verosimile rispetto alla tesi di Niebuhr, questa ipotesi è stata abbandonata perché la dottrina più moderna ha sottolineato che, andare sempre a tentare di rilevare quella che è l’origine della plebe, è un procedimento non troppo utile perché, a prescindere dall’origine della plebe, è bene guardare più alle conseguenze che questa ha determinato e ai cambiamenti avvenuti con l’ingresso dei plebei all’interno della civitas (all’interno del funzionamento politico di Roma). Questa è la nuova prospettiva adottata: rilevare gli effetti e i cambiamenti determinati dall’ingresso della plebe; quale sia stato il rilievo politico ; come sia stato assunto da parte della plebe. Questo cambio di prospettiva porta anche a vedere il problema e l’ importanza del ruolo della plebe in termini diversi. Si tende ormai ad individuare nella plebe un gruppo di soggetti non appartenente all’antica aristocrazia , alle antiche gentes e alle antiche famiglie, e si tende altresì a sottolineare che probabilmente non si trattò di un gruppo omogeneo. Inizialmente più soggetti ebbero la possibilità di entrare all’interno del tessuto cittadino e in questo modo, piano piano, andarono a costituire un gruppo di soggetti diversi dall’aristocrazia, ma erano soggetti che non avevano tutti le stesse caratteristiche. Di conseguenza, ciò che bisogna sottolineare in questa fase, è che il potere delle antiche gentes e dei patrizi, inizia ad avere un potere, una forza contrapposta composta da soggetti che piano piano aumentavano. Non bisogna riferirsi ai plebei come dei soggetti senza risorse economiche perché questi, nel corso del tempo, aumentarono anche il loro potere economico. Tradizionalmente, su questo punto di vista, si fa una distinzione tra: plebe magra : che è quella parte della plebe composta da soggetti che non avevano potere economico ; plebe grassa : che è quella parte della plebe composta da soggetti che avevano (o stavano acquisendo), un importante potere economico , perché si trovavano ad esercitare attività commerciali e in questo modo si erano arricchiti. Il peso della plebe aumenta progressivamente, il ruolo inteso come ruolo di gruppo di soggetti che si contrapponeva a quello dei patrizi, va piano piano a farsi strada anche attraverso l’ acquisizione di maggiori risorse economiche. In questo modo i plebei sentono anche la possibilità di partecipare alla vita politica. Secondo la teoria del Mommsen , la necessità di partecipare alla vita politica, sarebbe stata accentuata dal fatto che i plebei, probabilmente, andavano con i patres ai quali si erano legati, a vedere come si svolgeva la vita politica. E’ probabile che i plebei, inizialmente, accompagnassero i patres patrizi nelle sedi in cui si svolgeva la vita politica, in particolare nell’ assemblea dei comitia. In questo modo la plebe acquisisce maggiore consapevolezza della necessità di partecipare anche alla vita politica. Si tende quindi a vedere nella plebe, secondo la teoria di Momigliano , un gruppo di soggetti che non apparteneva a quello della legione dei combattenti. È bene ricordare che il ruolo dell’antica aristocrazia era legato al prestigio militare : in questo periodo, infatti, il cittadino più importante è il cittadino-soldato perché Roma si sta
hanno un grande prestigio economico (proprio come i Tarquini). I Tarquini aprono quindi la vita politica anche alle cosiddette gentes nove : quelle famiglie che facendo parte di quelle elitè delle antiche gentes erano comunque famiglie molto ricche, famiglie prestigiose e per questo motivo dovevano, secondo i Tarquini, avere un ruolo determinante all’ interno della vita politica. Quindi sono in primo luogo i Re etruschi, che si emancipano dal controllo delle antiche aristocrazie e questo loro distaccarsi grazie al loro prestigio riflette anche sotto il profilo politico. L’ assetto costituzionale cambia e hanno accesso alla vita politica anche dei soggetti appartenenti alle gentes nove. Queste novità è possibile individuarle in una serie di riforme , che sono caratterizzate dalla logica dell’ingresso di persone che hanno rilievo economico pur non facendo parte delle antiche gentes, ma costituendo le gentes nove. Il prestigio di questi nuovi soggetti si riflette inizialmente sotto il profilo militare. In questo secondo periodo per tutta una serie di fattori si sviluppano e vengono approvate delle importanti modifiche dell’aspetto costituzionale. In generale quando si fa riferimento alla monarchia etrusca, quindi a quella parte della monarchia che inizia con il regno di Tarquinio Prisco, nel 616 a.c., si parla di “ grande Roma dei Tarquini ”, questo perché in questo periodo Roma vive un momento di grande benessere ed espansione e crescita anche sotto il profilo culturale. Abbiamo detto che per isolare facilmente quelli che sono i re della monarchia etrusca dobbiamo vedere la comparsa dei sovrani col nome Tarquinio, infatti il primo è Tarquinio Prisco e l’ultimo Tarquinio il Superbo; tra di essi vi è anche Servio Tullio che a livelli di riforme e di politica diede sicuramente un contributo molto importante come fece il suo predecessore, tanto che si tende normalmente a vedere la politica di questi primi due re etruschi in chiave sostanzialmente unitaria perché le riforme avviate da Tarquinio Prisco furono rafforzate e portate a termine dal figlio Servio Tullio. In generale si fa strada una limitazione, in questo modo, del potere dell’antica aristocrazia gentilizia, quindi delle antiche gentes. E perché si fa strada questa limitazione? Anzitutto perché i Tarquini hanno una particolarità, perché loro stessi non appartengono alle antiche gentes, ma proprio in virtù del loro prestigio, della loro ricchezza, della loro potenza militare e della loro cultura arrivano ad avere il ruolo di capi supremi dell’aspetto costituzionale e quindi della monarchia. E proprio in ragione di queste loro caratteristiche che la loro politica è volta a dare accesso e privilegiare le esigenze di coloro che non appartenevano alle antiche gentes, ma come loro possedevano prestigio economico, prestigio sociale, e volevano partecipare alla vita politica: questi sono gli appartenenti delle “ gentes nove ” ed è proprio il momento della monarchia dei Tarquini che vede quindi finalmente entrare quali protagonisti della vita politica i membri delle gentes nove. Il prestigio dei re Tarquini era principalmente militare , ma non bisogna sottovalutare il loro prestigio sotto l’ aspetto economico e culturale. Questi infatti avevano studiato e avevano acquistato un livello di cultura molto alto e sicuramente fu utile per riformare, sia sotto il profilo politico sia proprio per il profilo dell’aspetto edilizio, la città di Roma. Perché quando arrivarono i Tarquini, Roma aveva l’aspetto di un grande villaggio non organizzato sotto il profilo edilizio e i Tarquini (in particolare Tarquinio Prisco) iniziarono il loro regno con delle importanti modifiche dell’aspetto edilizio della città: vennero costruiti importanti palazzi, importanti strade e la cloaca maxima (cioè il sistema fognario che sicuramente richiedeva competenze ingegneristiche che non erano mai messe in atto). Cambia quindi l’aspetto della città e assume un aspetto di centro urbano organizzato e anche organizzato sotto il profilo del funzionamento e sotto il profilo ingegneristico. LE RIFORME DEI TARQUINI. Le più importanti riforme dei Tarquini sono 4: Riforma dell’esercito ; Riforma dei comitia (che si lega alla riforma dell'esercito); Riforma del senato ; Riforma delle tribù. La riforma dell’esercito. Molto importante è la riforma dell’esercito. In questo periodo il cittadino romano è il cittadino-soldato : cioè il cittadino che si impegna nell’esercito per l’espansione di Roma. Il ruolo del cittadino che partecipa all’attività militare è fondamentale, perché è fortemente legato al ruolo del cittadino che partecipa alla vita politica. Per questo motivo la riforma dell’esercito incide fortemente sulla riforma dei comitia. Questa riforma dell’esercito si caratterizza per il passaggio dall’unità di calcolo e costituzione dell’esercito: dalla curia all’unità della centuria ( ordinamento centuriato ). Anche qui il passaggio è caratterizzato dall’acquisizione di particolari soggetti di potere economico, tanto che vengono ammessi nell’esercito quei soggetti che erano in grado di comprarsi un’armatura. Non era una spesa di poco conto, in quanto le armature avevano costi diversi in base alla fattura, ma sicuramente il fatto che vengono ammessi soggetti in grado di comprarsi l’armatura ci fa capire che questi soggetti vengono fortemente considerati
all’interno dell’organizzazione dell’esercito. Questi soggetti sono soprattutto gli opliti (soggetti molto facoltosi, che erano in grado di comprarsi un’armatura più completa). Nella sostanza quindi, il passaggio dall’ordinamento curiato all’ordinamento centuriato è basato sulla ricchezza dei soggetti che vi partecipano , e in virtù della ricchezza e del loro potere economico i partecipanti dell’esercito vengono divisi in 5 classi. La classe più numerosa è la prima classe : quella composta dai soggetti più ricchi ed è formata da 40 centurie di iuniores e 40 cinture di seniores (quindi soggetti divisi in base alla loro età). Abbiamo poi la seconda , la terza e la quarta classe che sono delle classi formate da soggetti via via meno abbienti, ma che comunque mantengono un certo censo. Sono formate da 10 centurie di iuniores e da 10 centurie di seniores. La quinta classe è formate da 15 centurie di iuniores e da 15 centurie di seniores. A queste 5 classi si uniscono ulteriori centurie che sono le: 18 centurie di cavalieri : quindi soggetti di rango elevato ed economicamente forti; 4 centurie di artigiani e musici ; una centuria per i cittadini che erano privi del livello minimo di ricchezza richiesto e che venivano chiamati capite censi (cioè che venivano censiti in base alla loro testa, alla loro persona, perché non avevano ricchezza rilevante per partecipare alle altre centurie, non possedevano un armatura ne la capacità di armarsi. Erano dunque soggetti meno abbienti). Grazie all’introduzione delle centurie l’esercito sarebbe stato formato da soggetti che avevano maggior rilievo a seconda della loro ricchezza. Per questo quando si fa riferimento all’ordinamento centuriato si parla normalmente di ordinamento timocratico ( timos =ricchezza). Le centurie erano in tutto 193 e di queste la maggioranza era data dalla prima classe (composta da 80 centurie + le 18 centurie di cavalieri). I soggetti più prestigiosi all’interno dell’esercito erano anche quelli che con l’ordinamento centuriato avrebbero potuto ottenere la maggioranza delle centurie. Come abbiamo detto prima non si tratta di modifiche che determinano lo stravolgimento da un giorno all’altro dell’assetto costituzionale, ma si tratta di modifiche progressive. Quindi l’organizzazione politica e la struttura dell’esercito sono indissolubilmente legate. L’ ingresso di soggetti nuovi nell’esercito determina la necessità di una nuova organizzazione (nuove esigenze, nuovi soggetti, nuovi ruoli). Da questo momento in poi l’ unità di calcolo di individuazione e organizzazione dei soggetti all’ interno dell’esercito non sarà più la Curia , ma la Centuria. La curia era l’unità di convocazione e di voto all’interno dei comizi, dove la cittadinanza era convocata e poteva votare in virtù delle curie e assumevano rilievo sotto profilo militare e organizzativo dell’esercito. Mentre la Centuria rappresenta un’ unità governativa formata sul censo/sulla ricchezza. Ricapitolando: la prima classe di cittadini era formata da 40 centurie iuniores e 40 centurie seniores ; la seconda, la terza e la quarta classe erano formate da 10 centurie iuniores e 10 centurie seniores ; la quinta classe era formata da 15 centurie iuniores e 15 centurie seniores. A queste cinque classi si aggiungevano: 18 centurie di cavalieri (cioè soggetti particolarmente ricchi e di rango elevato); 4 centurie di artigiani e musici ; una centuria di cittadini che non avevano ricchezza e non si potevano comprare l’armatura, chiamati Capite censis , cioè quelli che venivano censiti, registrati soltanto in base al loro Caput (alla loro testa). La riforma del senato. La più rilevante sicuramente è la riforma del senato , perché comportò l’aumento del numero dei senatori. Un aumento molto importante, perché Tarquinio Prisco probabilmente consentì che il numero dei senatori aumentasse di 100 o 150 membri e quindi si arrivò all’ammissione in senato delle gentes nove. Bisogna sottolineare che il compito del senato in epoca monarchica è riconducibile ad una sorta di mediazione politica : perché il re acquisendo i pareri del senato e quindi acquisendo l’assenso del senato, andava nella sostanza a rafforzare il suo potere politico e ad avere una legittimazione più forte. In questo caso il senato rappresentava un importante ruolo per connettere il re alla cittadinanza. A quella
Nella sostanza le tribù sembrano delle ripartizioni amministrative e la loro funzione principale era quella di costituire dei distretti di leva e assicurare la riscossione dei tributi. Il tributo era commisurato in base alla ricchezza di ogni cittadino, che si calcolava in base alle sue proprietà. Le tribù nella sostanza vengono distinte in due gruppi: le tribù rustiche ; le tribù urbane , a seconda delle loro dislocazione (se nella campagna o nell’urbe). Ciò non toglie che un cittadino che viveva nell’urbe potesse essere proprietario di terre nella campagna e la sua ricchezza fosse valutata in virtù dell’appartenenza di queste terre. La distinzione delle tribù rustiche e urbane va ad intersecarsi con quello che è il nuovo assetto nell’ordinamento centuriato. Si tratta di un cambiamento importante perché si tratta di un riassetto organizzativo della ricchezza, legato al nuovo atteggiarsi dell’organizzazione militare e politica. In base alla tribù di appartenenza i cittadini sarebbero stati chiamati a pagare determinati tributi. La cacciata dei Tarquini. Queste sono le più importanti riforme dei Tarquini, attribuibili a Tarquinio Prisco e al rafforzamento apportato da Servio Tullio (soprattutto nei comitia e nell’ organizzazione delle tribù ). Dell’ultimo re di Roma (Tarquinio il superbo) si sa poco, ma si sa che il suo comportamento determinò la cacciata dei Tarquini. Qua la storia si interseca con la leggenda perché vi è comunque il racconto da parte di Tito Livio della cacciata dei Tarquini (in particolare di Tarquinio Il Superbo), legata ad una faccenda molto nota: la violazione di Lucrezia. Già Tarquinio Il Superbo si caratterizzava per una minor forza sotto il profilo dell’approvazione e del prestigio; era una figura che aveva meno carisma ed era meno apprezzata dalla popolazione romana. In più la fine della monarchia etrusca viene imputata agli abusi di Tarquinio Il Superbo e la leggenda racconta che la vicenda che fece traboccare il vaso fu il caso di Lucrezia : una figura che è vista come la donna aristocratica, per bene, dedita alla famiglia, ma che fu violentata in seguito a manifestazioni di prepotenza del figlio di Tarquinio Il Superbo. Lucrezia era la moglie di Collatino, un importante cittadino romano impegnato in guerra, anche col figlio di Tarquinio Il Superbo che conobbe Lucrezia proprio grazie al marito. Mentre tutti i cittadini impegnati in guerra si erano riuniti per raccontare come fossero per bene le loro mogli, Collatino descrisse la sua come una donna particolarmente dedita e fedele che non si faceva distrarre dalla vita mondana; e invitò i suoi commilitoni a spiare Lucrezia a casa sua. In questo contesto si resero conto che Lucrezia era una donna per bene sotto tutti i profili perché di notte invece di distrarsi era impegnata a tessere con le sue ancelle. In quell’occasione Sestio Tarquinio (il figlio di Tarquinio Il Superbo) rimase particolarmente colpito. I giorni dopo, mentre tutti i compagni erano tornati alla campagna militare, lui si presentò a casa di Lucrezia che lo accolse come amico del marito e diede lui accesso alla sua domus. In seguito all’accesso, comincio a pressare Lucrezia, che inizialmente negò, e che portò ad una violenza sessuale su Lucrezia. Venne abusata psicologicamente da Sestio e poi violentata. Nonostante Sestio credesse che questa situazione non sarebbe mai resa nota, Lucrezia disse tutto al marito che decise di vendicarsi. Tentò di convincere Lucrezia che quel comportamento potesse essere perdonato visto che venne violato solo il corpo, ma lo spirito si sottrasse. Nonostante ciò Lucrezia era così sconvolta che si suicidò. In seguito al suicidio, il marito con un gruppo di suoi fedelissimi decise di vendicare la violenza subita sulla moglie e questa vendetta portò a cacciare i Tarquini dall’urbe. Finì così, secondo la leggenda, la monarchia dei Tarquini. Ovviamente qui la storia si lega al mito, visto che Tarquinio Il Superbo era una figura molto controversa che già tendeva ad usare il potere con violenza e non accortezza come fecero i predecessori. Sicuramente fu il comportamento dello stesso re che determinò la cacciata dei Tarquini, ma le vicende storiche dei suoi abusi si legano alle leggende e in questo modo possiamo dire che molto verosimilmente la fine della monarchia fu determinata proprio dagli abusi posti in essere dall’ultimo re. La leggenda inoltre, ci fa capire come anche il figlio di Tarquinio Il Superbo fosse un soggetto violento ed è importante sottolineare che in seguito alla cacciata dei Tarquini si pensa che il primo magistrato della fase costituzionale successiva (la Repubblica), fu proprio Collatino, il marito di Lucrezia. Mito e leggenda si fondano, ma un dato è certo: la monarchia si concluse con la cacciata dei Tarquini e tale conclusione avvenne probabilmente nel 509 a.c. Aspetto della donna, virtù delle donne in questo periodo storico.
Dalla leggenda di Lucrezia risalta un dato molto interessante: dalla descrizione della figura di questa donna emerge la possibilità di capire quali erano le virtù della donna romana appartenente alla classe più alta e di capire come queste virtù si connettano anche allo status giuridico della donna. La figura di Lucrezia, nel mito vediamo essere esaltata dallo stesso marito, è una figura di matrona romana ineccepibile, matrona dedita alla casa, che, quando suo marito è impegnato nelle imprese belliche, si dedica a tessere e a quelle attività viste come fondamentali di una donna rispettosa e giusta. Rappresenta quindi il modello di donna per bene nell'epoca arcaica. Molto significativa anche la reazione che quest'ultima ha nei confronti della violenza subita, sceglie infatti di confessare; si tratta di un oltraggio così grave che la porta a confessare la violenza subita al marito e anche questo è un elemento che ci fa capire come la figura di questa donna sia assolutamente ineccepibile sotto i punti di vista. In sede di confessione si sente talmente oltraggiata che non riesce a sopportarlo, lo stesso marito la perdona in quanto ella ha compiuto un atto involontario essendo stato violato il corpo, ma non l'animo, il quale era fedele al marito, ma ciò nonostante non reggendo la vergogna/il disonore (in quanto andava contro quei valori che rappresentava e che portava avanti), decide di suicidarsi. Il passaggio alla Repubblica. In seguito alla fine della monarchia si passa alla fase costituzionale successiva, che fu molto lunga e viene comunemente denominata la Repubblica. Cambia completamente l’assetto costituzionale, però alcuni elementi vengono mantenuti rispetto al passato e cambia in virtù dell’affermarsi di un equilibrio diverso, cioè di un equilibrio fondato sulla presenza di un numero elevato di magistrature al cui vertice vi era la magistratura del Consolato e di due assemblee ( comitia e senato ) che determinavano lo svolgimento della vita politica assieme ai principali magistrati. Conclusione della monarchia e teorie sulla cacciata dei Tarquini. La monarchia si conclude con la cacciata dei Tarquini, la quale viene normalmente associata ad una leggenda: la violenza subita da Lucrezia da parte di Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo. Per ciò che concerne questa vicenda la storia si intreccia con la leggenda: quest'ultima infatti ci narra la vicenda di Lucrezia, ma vi sono anche degli elementi storici per pensare che proprio durante il regno di Tarquinio il Superbo si sviluppò un grande malcontento nei confronti della politica attuata da questo re, il quale, a differenza dei due precedenti, era una figura meno carismatica, che tendeva ad abusare del proprio potere, contribuendo a creare un grande malcontento. Le teorie sono state diverse, c'è chi non accetta affatto la verosimiglianza del mito di Lucrezia. Vi è poi una dottrina che ha ritenuto che il passaggio dalla monarchia alla repubblica sia stato un passaggio non repentino come si è fino a ora ipotizzato, ma graduale di maturazione di malcontento , precedentemente descritto, che avrebbe portato progressivamente alla creazione di un nuovo assetto costituzionale. Secondo altri vi sarebbe invece stata una forte frattura col passato : effettivamente la cacciata dei Tarquini sarebbe stata una reazione repentina e forte rispetto alla loro politica, anche perché questa, probabilmente, avvenne non in maniera imminente, ma in un arco di tempo abbastanza circoscritto. Addirittura vi è un'ipotesi che tende a collegare la cacciata di Tarquinio Il Superbo con una riacquisizione del potere da parte delle antiche gentes. Con riferimento a questa teoria si può dire che probabilmente è dotata anch'essa di un certo grado di plausibilità, ma è probabile che la verità stia nel mezzo: la vicenda di Lucrezia, per quanto tramandata dalla leggenda, potrebbe essersi effettivamente svolta e, se la si combina con il malcontento e con la personalità di Tarquinio Il Superbo, è plausibile che sia stata preceduta da un vero e proprio movimento contrario al re che avrebbe portato alla sua cacciata. È anche possibile che alla base di questo movimento vi fossero le antiche gentes che volevano riprendere il potere, portando alla cacciata dei Tarquini e alla fine della monarchia, che convenzionalmente viene datata nel 509 a.C. Tutti questi quadri di teorie sono sicuramente dotate di verosimiglianza, si tratta di mettere insieme gli elementi a disposizione e di leggerli nel loro complesso. LA REPUBBLICA. In seguito alla cacciata dei Tarquini nel 509 a.C. inizia a formarsi l'assetto costituzionale repubblicano. Si tratta di una data convenzionale che vede il nuovo assetto costituzionale formarsi, ma che si cristallizza in maniera progressiva ; non abbiamo il passaggio da un assetto costituzionale all'altro in maniera improvvisa, ma si ha la cacciata dei Tarquini che da luogo allo sviluppo e all'elaborazione (attraverso dei passaggi importanti), dell'assetto costituzionale repubblicano. Di conseguenza i primi anni dopo il 509 a.C sono gli anni in cui si determina questo nuovo assetto, ma in particolare si determinano i presupposti per cui la Repubblica possa cristallizzarsi (ovvero avere un assetto consolidato che possa andare avanti nel tempo). Erano necessari numerosi passaggi, tante rivendicazioni. Vi erano diversi soggetti che erano protagonisti della politica del tempo e quindi andava trovato un equilibrio tra queste