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Disability Studies: Emancipazione, Inclusione Scolastica e Sociale, Cittadinanza, Sintesi del corso di Didattica generale e speciale

DISABILITY STUDIES E INCLUSIONE

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

Caricato il 22/09/2021

damiano-franciolini
damiano-franciolini 🇮🇹

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Disability Studies
Emancipazione, inclusione scolastica e sociale, cittadinanza
Storie dei Disability Studies
Un tentativo di schematizzazione degli orizzonti dello studio delle disabilità è stato intrapreso da
David Pfeiffer. Nel campo dei Disability Studies si possono individuare almeno nove interpretazioni
o versioni del paradigma della disabilità:
1. la versione socio-costruzionista americana. Erving Goffman ha scritto sulla differenza tra le
persone normali e disabili. Questa differenza ha alla base il comportamento, l'aspetto e il
modo in cui funzionano. Sono state mosse tre obiezioni al paradigma socio-costruzionista
americano: (1) l'accettazione dei ruoli sociali esistenti una visione della disabilità come
obiettiva e inevitabile; (2) I ruoli si basano su giudizi di valore, anche in relazione a ciò che
è “buono”; (3) è un modello del deficit, perché la persona disabile è incolpata per non essere
in grado di assecondare un ruolo sociale.
2. la versione inglese del modello sociale: questa prospettiva sottolinea come sia
l'organizzazione del sociale a impedire a determinate categorie la piena partecipazione alla
società in termini occupazionali e di cittadinanza attiva. Secondo il modello sociale, la
società ritiene che le persone disabili non siano in grado di prendere decisioni riguardo la
loro vita, pertanto delega la potente categoria dei medici ad assumerne la gestione, anche
negli ambiti che non sono in alcun modo di pertinenza medica.
3. la “impairment version” (versione del deficit): questa versione sostiene che è il deficit a
differenziare le persone con disabilità dalle persone abili e che esso è pertanto una variabile
importante. Viene in più visto come un modello del deficit in quanto l'impairment è nella
persona, mentre la disabilità è prodotta dall'organizzazione strutturale della società.
4. la versione (politica) della minoranza oppressa: questa versione afferma che le persone
disabili vengono trattate come cittadini di seconda categoria, che si trovano ad affrontare
una serie di barriere e che subiscono una discriminazione. La critica principale è che manca
di adeguate basi teoretiche, enfatizzando la struttura a danno dell'importanza dei discorsi.
Ricorre a dicotomie che sono limitanti e fittizie.
5. la versione della “vita indipendente”: sottolinea il diritto fondamentale dell'individuo
disabile a decidere in prima persona della propria vita; la persona non ha deficit che debbano
essere corretti. La soluzione è l'attivismo per eliminare le barriere.
6. la versione post-moderna (post-strutturalista, umanista, esperienziale, esistenziale): la
disabilità è un costrutto culturale e politico che deve essere codificato e decostruito al fine di
porre le basi per un'interpretazione degli orientamenti e degli assunti impliciti che orientano
la visione della disabilità e delle persone disabili. Ciascuno ha priorità e le priorità devono
essere esposte. Per fare ciò si focalizza sugli artefatti culturali e sui testi per comprendere ciò
che sta accadendo.
7. la versione della continuità: questa versione non è stata ancora ben sviluppata. Si tratta di
una prospettiva utile perché motiva ciascuno a preoccuparsi della discriminazione collegata
alla disabilità.
8. la versione della diversità umana: i promotori di questa versione sono Richard Scotch e Kay
Schriner. Sostegono che mentre le persone disabili sono assimilabili alle altre categorie di
persone oppresse, soffrono discriminazione perché la comunità disabile è tanto differenziata,
non solo differente.
9. la versione della discriminazione: una persona conn disabilità si sente tale solo quando si
confronta con la discriminazione.
Il modello sociale inglese
Agli anni Sessanta risale la prima antologia di testi di autori disabili, curata da Paul Hunt (1966),
dallo stesso titolo, Stigma, scelto da Erving Goffman (1963), per il suo testo sulla gestione delle
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Disability Studies

Emancipazione, inclusione scolastica e sociale, cittadinanza Storie dei Disability Studies Un tentativo di schematizzazione degli orizzonti dello studio delle disabilità è stato intrapreso da David Pfeiffer. Nel campo dei Disability Studies si possono individuare almeno nove interpretazioni o versioni del paradigma della disabilità:

  1. la versione socio-costruzionista americana. Erving Goffman ha scritto sulla differenza tra le persone normali e disabili. Questa differenza ha alla base il comportamento, l'aspetto e il modo in cui funzionano. Sono state mosse tre obiezioni al paradigma socio-costruzionista americano: (1) l'accettazione dei ruoli sociali esistenti dà una visione della disabilità come obiettiva e inevitabile; (2) I ruoli si basano su giudizi di valore, anche in relazione a ciò che è “buono”; (3) è un modello del deficit, perché la persona disabile è incolpata per non essere in grado di assecondare un ruolo sociale.
  2. la versione inglese del modello sociale: questa prospettiva sottolinea come sia l'organizzazione del sociale a impedire a determinate categorie la piena partecipazione alla società in termini occupazionali e di cittadinanza attiva. Secondo il modello sociale, la società ritiene che le persone disabili non siano in grado di prendere decisioni riguardo la loro vita, pertanto delega la potente categoria dei medici ad assumerne la gestione, anche negli ambiti che non sono in alcun modo di pertinenza medica.
  3. la “impairment version” (versione del deficit): questa versione sostiene che è il deficit a differenziare le persone con disabilità dalle persone abili e che esso è pertanto una variabile importante. Viene in più visto come un modello del deficit in quanto l' impairment è nella persona, mentre la disabilità è prodotta dall'organizzazione strutturale della società.
  4. la versione (politica) della minoranza oppressa: questa versione afferma che le persone disabili vengono trattate come cittadini di seconda categoria, che si trovano ad affrontare una serie di barriere e che subiscono una discriminazione. La critica principale è che manca di adeguate basi teoretiche, enfatizzando la struttura a danno dell'importanza dei discorsi. Ricorre a dicotomie che sono limitanti e fittizie.
  5. la versione della “vita indipendente”: sottolinea il diritto fondamentale dell'individuo disabile a decidere in prima persona della propria vita; la persona non ha deficit che debbano essere corretti. La soluzione è l'attivismo per eliminare le barriere.
  6. la versione post-moderna (post-strutturalista, umanista, esperienziale, esistenziale): la disabilità è un costrutto culturale e politico che deve essere codificato e decostruito al fine di porre le basi per un'interpretazione degli orientamenti e degli assunti impliciti che orientano la visione della disabilità e delle persone disabili. Ciascuno ha priorità e le priorità devono essere esposte. Per fare ciò si focalizza sugli artefatti culturali e sui testi per comprendere ciò che sta accadendo.
  7. la versione della continuità: questa versione non è stata ancora ben sviluppata. Si tratta di una prospettiva utile perché motiva ciascuno a preoccuparsi della discriminazione collegata alla disabilità.
  8. la versione della diversità umana: i promotori di questa versione sono Richard Scotch e Kay Schriner. Sostegono che mentre le persone disabili sono assimilabili alle altre categorie di persone oppresse, soffrono discriminazione perché la comunità disabile è tanto differenziata, non solo differente.
  9. la versione della discriminazione: una persona conn disabilità si sente tale solo quando si confronta con la discriminazione. Il modello sociale inglese Agli anni Sessanta risale la prima antologia di testi di autori disabili, curata da Paul Hunt (1966), dallo stesso titolo, Stigma , scelto da Erving Goffman (1963), per il suo testo sulla gestione delle

spoiled identities. Hunt è il padre fondatore dello studio critico della disabilità in Inghilterra. È un disabile fisico che ha posto le basi del modello sociale della disabilità. Per Hunt, le persone disabili pongono una sfida ai valori della società occidentale. Per primo Hunt ha interpretato la disabilità come una serie di vincoli imposti alla persona da un'organizzazione coartante del sociale. Hunt è stato uno dei membri fondatori di UPIAS (Unione delle Persone con Invalidità Fisica Contro la Segregazione), che ha prodotto un testo cardine per l'interpretazione della disabilità, Fundamental principles of disabilityi (1976). Uno dei motivi di interesse dei principi è il loro tono radicalmente affermativo, una novità assoluta per il discorso sulla disabilità, da sempre nelle mani di specialisti e filantropi. Sul piano teorico, il testo propone la distinzione tra impairmenti e disability. Impairment (invalidità o menomazione) è la condizione contingente in cui si trova la persona, mentre disabilità è il vincolo che questa si trova a subire in ragione di un'organizzazione abilista e coartante del sociale. Vic Finkelstein è considerato il fondatore del modello sociale della disabilità. In Attitudes and disabled people: Issues for discussion (1980), mette in questione il modello individuale/medico egemone, secondo cui la disabilità è un problema legato alle sventure private degli individui, per proporre al contrario l'interpretazione della disabilità come relazione sociale oppressiva. Spostare l'attenzione della sventura individuale di un corpo fallato all'organizzazione del sociale che esclude dalla cittadinanza attiva chi non corrisponde alle sue aspettative abiliste, significa riconfigurare integralmente il modello interpretativo. In Emancipating Disability Studies (1998), viene affrontato il tema dell'istruzione del corso sulla condizione disabile presso la Open University. Vi è lo sviluppo della prima proposta accademica dei discorsi emancipativi sulla disabilità, passando da un'impostazione ancora legata alla proposta del mondo professionale medico ed educativo, a un vero corso in Disability Studies. I Disability Studies inglesi, almeno fino agli anni Novanta, devono molto, nell'impianto teorico e nella topica sociale, alla riscoperta di Gramsci da parte del Marxismo inglese. In The politics of disablement (1990), Mike Oliver si è proposto di esporre in termini sociologicamente adeguati il modello sociale della disabilità. Il libro si articola su un doppio registro: per un verso è una decostruzione radicale dell'interpretazione del modello medico- individualista della disabilità; per un altro verso è la proposta radicale alternativa di tale prospettiva ideologica, che si concretizza nel modello sociale della disabilità. Ciò che è dunque urgente per Oliver è l'elaborazione di una teoria sociale della disabilità come “teoria dell'oppressione sociale”. Quel che muta, sostanzialmente, è che in questo caso la disabilità si trova integralmente inscritta nell'orizzonte sociale e mai è riducibile alla patologia biologica. Per poter comprendere come si sia affermata la centralità della visione della disabilità come tragedia personale in quanto prospettiva egemone è necessario indagare la genesi attraverso l'analisi dell'evoluzione storica della gestione sociale delle problematiche legate alla disabilità. Porsi nella prospettiva teorica del materialismo storico significa in primo luogo localizzare le relazioni sociali in una situazione storica, ma anche fornire una prospettiva evolutiva della società. Finkelstein coglie che il passaggio dalla società agricola premoderna alla società industruale il problema. La costruzione del capitale e l'esplicarsi della sua logica portano quindi all'esclusione progressiva delle persone disabili dal lavoro e dalla partecipazione sociale attiva. Questo induce a considerare le persone disabili come un problema sociale e educativo. I Disability Studies in America In Nord America la crescita contemporanea dell'analisi accademica dei temi legati alla disabilità è stata vincolata all'utilizzo di paradigmi teorici e interpretativi legati alla filosofia pragmatista e alla sociologia interazionista, nel solco tracciato da Stigma di Erving Goffman. Si è manifestata la necessità di un ampiamento degli orizzonti del modello del “minority group”, in particolare nell'opera di un autore centrale nella produzione teorica americana sulla disabilità, Irving Kenneth Zola. Il crescere dell'aspettativa di vita nel mondo industrializzato ha evidenziato come la disabilità più diffusa sia legata all'invecchiamento e alle patologie ad esso correlate. Da questa

individualizzando le questioni relative alla saluta, le relega nello spazio del problema personale. Rilievi critici dei DS riguardano la centralità della caratterizzazione individuale nel definire il funzionamento delle persone e le conseguenti tipologie di disabilità, configurando in tal modo una sovrapposizione fra la persona e il deficit. Il XX secolo rappresenta un periodo molto significativo. Vi è un cambiamento concettuale, un nuovo atteggiamento sociale e culturale nei confronti della disabilità a causa del gran numero di mutilati che la guerra provoca. Il problema che si presenta è quello di riportare all'origine la condizione dei mutilati e ciò avviene ad opera di un grande investimento sul concetto di protesi. In questa dimensione ci si pone il problema di una disabilità intesa come un'insufficienza da compensare, di una debolezza da occultare e un qualcosa da reintegrare. Il deficit e il corpo La definizione di normale e di patologico e l'interpretazione di processi disabilitanti non sono assolute, me relative, in quanto rimangono all'interno del sistema che li vive e delle relazioni culturali e sociali che li definiscono. Se il modello inglese tende a omogeneizzare il concetto di deficit, arrivando in tal modo a rappresentare la disabilità in termini di classe sociale, il recupero della condizione, dell'esperienza e della specificità del deficit mette al centro della riflessione le esperienze soggettive delle persone con disabilità e, in esse, l'esperienza della malattia e le rappresentazioni che la società costruisce attorno alle diverse tipologie. Gareth Williams, con la sua teoria “fenomologia materialista”, sottolinea come sia limitante teorizzare la disabilità esclusivamente secondo l'ottica dell'oppressione sociale. Per questo autore, la disabilità è allo stesso tempo una categoria potenzialmente aperta a tutte le persone e all'esperienza di ciascuno. Citando Zola, il processo di invecchiamento collega gli interessi delle persone abili a quello delle persone disabili. La sola prospettiva sociale non spiega la complessità della concettualizzazione della disabilità, per questo diventa più produttiva un'analisi multidimensionale che comprenda le esperienze, i processi mentali, le relazioni e i contesti in cui hanno luogo, i significati che emergono per le persone, l'oppressione e lo svantaggio esperito in circostanze sociali peculiari. Ciò significa che ci sono differenti ontologie della disabilità che si collocano nel cortpo costruito dal sapere biomedico, nella relazione individuale al proprio corpo, nelle relazioni delle persone disabili con il mondo sociale e tra una società strutturata e la persona che ne è parte.