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[Dispensa] Rischio tecnologico e interessi diffusi, Dispense di Economia Dell'innovazione

Rischio tecnologico e interessi diffusi Argomenti:La questione tecnologica,La reimpostazione del problema della decisione,Che cosa si deve intendere per rischio tecnologico,La prospettiva storico-filosofica sui rischi,La comunicazione sul rischio,Dibattito pubblico e conflitti sui rischi,Come educare e informare il pubblico sui rischi

Tipologia: Dispense

Pre 2010

Caricato il 02/06/2010

LucaLucia
LucaLucia 🇮🇹

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Rischio tecnologico e interessi diffusi
Gaetano Borrelli – Sergio Sartori
1. La questione tecnologica
La questione tecnologica è intrisa di dimensioni professionali, ideologiche, politiche,
e culturali per cui i vari autori presentano non solo le loro teorie e/o indagini empiriche,
ma implicitamente anche la visione che essi hanno del ruolo della scienza nel processo
decisionale e nella società, del ruolo del rischio, del modello di sviluppo economico-
sociale. Non a caso il campo scientifico che si è occupato del rischio ha fatto rilevare il più
elevato indice di conflittualità mai registrato nell'ambito dei dibattiti scientifici che hanno
segnato il nostro sviluppo storico. Non sarebbe corretto allora stralciare il contributo
metodologico e teorico dal contesto culturale che lo ha generato, e lo stesso dibattito tra
gli esperti è materia di analisi e valutazione. Sul piano espositivo ciò rende difficile
ricondurre gli approcci a quadri riassuntivi. Estirpare ciò che un accademico, un analista
professionale dice riguardo al rischio, dalla filosofia politica, scientifica, sociale e culturale
che in maniera palese o meno lo ispira, significa devitalizzare lo stesso contributo. Nei
limiti concessi dalla economia espositiva si cercherà di ridurre al massimo questa
penalizzazione.Va sottolineato che gli elementi qui trattati sono desunti per lo più da una
letteratura straniera, e soprattutto anglosassone. Nella letteratura italiana, questa materia
non risulta trattata in maniera organica ed estensiva, corroborata da un sostanziale
apporto di ricerca sperimentale.
Si fornisce un primo quadro dello stato dell'arte in materia di contributi dalle scienze
sociali e comportamentali a tutto l'arco dei problemi che vanno dalla analisi, alla
valutazione e gestione dei rischi tecnologici e ambientali nel contesto del conflitto
tecnologico che si è venuto delineando in questo ultimo ventennio. In particolare si
focalizzerà l'attenzione sui contributi volti a caratterizzare i determinanti della percezione
dei rischi che hanno i gruppi sociali e gli individui. L'utilità degli studi sulla percezione del
rischio è evidente se si considera che per molte decisioni in ambito pubblico inerenti alla
tecnologia e alla gestione ambientale, le informazioni di carattere strettamente tecnico non
sono sufficienti e la conoscenza anche sommaria di come la gente perviene a stendere il
proprio bilancio rischi - costi - benefici contribuisce a prendere delle decisioni socialmente
accettabili.
Negli ultimi 25 anni nell'ambito delle società industrialmente sviluppate le
politiche di innovazione e di sviluppo tecnologico hanno visto aumentare
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Rischio tecnologico e interessi diffusi

Gaetano Borrelli – Sergio Sartori

1. La questione tecnologica La questione tecnologica è intrisa di dimensioni professionali, ideologiche, politiche, e culturali per cui i vari autori presentano non solo le loro teorie e/o indagini empiriche, ma implicitamente anche la visione che essi hanno del ruolo della scienza nel processo decisionale e nella società, del ruolo del rischio, del modello di sviluppo economico- sociale. Non a caso il campo scientifico che si è occupato del rischio ha fatto rilevare il più elevato indice di conflittualità mai registrato nell'ambito dei dibattiti scientifici che hanno segnato il nostro sviluppo storico. Non sarebbe corretto allora stralciare il contributo metodologico e teorico dal contesto culturale che lo ha generato, e lo stesso dibattito tra gli esperti è materia di analisi e valutazione. Sul piano espositivo ciò rende difficile ricondurre gli approcci a quadri riassuntivi. Estirpare ciò che un accademico, un analista professionale dice riguardo al rischio, dalla filosofia politica, scientifica, sociale e culturale che in maniera palese o meno lo ispira, significa devitalizzare lo stesso contributo. Nei limiti concessi dalla economia espositiva si cercherà di ridurre al massimo questa penalizzazione.Va sottolineato che gli elementi qui trattati sono desunti per lo più da una letteratura straniera, e soprattutto anglosassone. Nella letteratura italiana, questa materia non risulta trattata in maniera organica ed estensiva, né corroborata da un sostanziale apporto di ricerca sperimentale. Si fornisce un primo quadro dello stato dell'arte in materia di contributi dalle scienze sociali e comportamentali a tutto l'arco dei problemi che vanno dalla analisi, alla valutazione e gestione dei rischi tecnologici e ambientali nel contesto del conflitto tecnologico che si è venuto delineando in questo ultimo ventennio. In particolare si focalizzerà l'attenzione sui contributi volti a caratterizzare i determinanti della percezione dei rischi che hanno i gruppi sociali e gli individui. L'utilità degli studi sulla percezione del rischio è evidente se si considera che per molte decisioni in ambito pubblico inerenti alla tecnologia e alla gestione ambientale, le informazioni di carattere strettamente tecnico non sono sufficienti e la conoscenza anche sommaria di come la gente perviene a stendere il proprio bilancio rischi - costi - benefici contribuisce a prendere delle decisioni socialmente accettabili. Negli ultimi 25 anni nell'ambito delle società industrialmente sviluppate le politiche di innovazione e di sviluppo tecnologico hanno visto aumentare

considerevolmente, rispetto al passato, resistenze e conflitti da parte di segmenti sempre più ampi di opinione pubblica, tanto da richiedere un riesame dei contenuti e dei modi dei relativi processi decisionali sia pubblici che privati. Emerge oggi un orientamento della opinione pubblica sempre più attento e critico verso i costi sociali e ambientali della tecnologia e dello sviluppo e, tutto sommato, meno disponibile verso i vantaggi che ne derivano. In particolare, tale accresciuta sensibilità investe specifiche linee di sviluppo tecnologico ma la connessione con una tendenza più generale sembra evidente senza con ciò intendere una reazione generalizzata di rigetto della scienza e delle applicazioni tecnologiche ma piuttosto verso un loro cattivo uso, abuso, eccesso. Gli effetti di tali mutamenti hanno investito in primo luogo i processi decisionali pubblici e un elemento che va subito segnalato nell'ambito di quello che potremmo chiamare il "conflitto tecnologico", riguarda l'accresciuta sfiducia della gente nella abilità delle istituzioni pubbliche preposte al controllo della tecnologia, mentre il dato saliente è che le "preferenze sociali" riguardo alla tecnologia e allo sviluppo fanno la loro entrata nelle agende politiche mutando radicalmente gli schemi precedenti di bilanciamento dei rischi, dei costi e dei benefici. E' nel contempo più che noto che i governi delle avanzate economie di mercato assegnano in maniera crescente al miglioramento dei propri tassi di innovazione tecnologica un ruolo strategico. Essi vengono considerati fattori chiave per migliorare la produttività dei settori manufatturieri, l'efficienza del settore dei servizi e le compatibilità ambientali dello sviluppo. Nuove tecnologie come quelle informatiche e le biotecnologie, assieme alle "tecnologie pulite" e all'eco-tecnologia, dovrebbero creare nuove branche industriali e nuovi prodotti e servizi e sostanzialmente rilanciare la crescita economica mondiale. I conflitti tecnologici non sono una novità nel corso storico dello sviluppo delle società e quasi sempre la penetrazione di nuove tecnologie ha incontrato opposizioni da parte di interessi costituiti che si sono sentiti minacciati, per pregiudizi e paure di vario genere, o per altri motivi ancora. A volte le opposizioni sono state così forti da mettere fuori campo la proposta tecnologica; molto spesso la nuova tecnologia, dopo un certo periodo conflittuale, penetra e si conquista la sua legittimità sociale; a volte vive uno stato conflittuale endemico dagli sbocchi imprevedibili. Quello che è nuovo è la dinamica e l'ampiezza che in molti casi il conflitto tecnologico ha assunto, e di conseguenza i suoi costi sociali: la messa a punto di una opzione tecnologica richiede grandi investimenti e tempi lunghi di risposta in termini di accettabilità sociale. Questa divaricazione aumenta i rischi stessi di investimento, facendo mancare la sicurezza del loro rientro, e spingendo così verso forme di investimento di più immediato realizzo, oppure verso forme autoritarie di intervento pubblico tese a frenare o a spegnere le voci contrarie.

proprie catastrofi o crisi ambientali globali, quali le piogge acide, il buco dell'ozono e l'aumento della CO2 con il conseguente effetto serra e scioglimento dei ghiacciai. Il tema rischio è presente in maniera diffusa nei problemi di traffico, nelle condizioni di vita urbana (rifiuti, inquinamento nei luoghi chiusi) e nel settore dell'agricoltura intensiva. E' in fase di incubazione per quanto riguarda la manipolazione genetica e le nuove tecnologie riproduttive. La gestione tecnologica investe anche dimensioni istituzionali, politiche e sociali (si parla infatti di rischio tecnologico di tipo politico-istituzionale, di tipo sociale e così via) fino a investire problemi etici (gli effetti sulle future generazioni, l'equità della distribuzione dei vantaggi e svantaggi delle nuove tecnologie) e filosofici in genere. L'accenno fatto ai problemi etici e filosofici chiama in causa principi religiosi, morali, civili, sottoposti a tensione per opera della tecnologia. Tra questi si possono ad esempio indicare discussioni e conflitti sulla predeterminazione del sesso del nascituro, sulla eutanasia, sull'aborto. Il conflitto tecnologico non si esaurisce dunque in un conflitto sui rischi, ma vede emergere un orientamento da parte della opinione pubblica sempre più attento e critico verso i costi della tecnologia e meno disponibile verso i vantaggi che procura. Accanto a considerazioni etiche entrano in ballo anche considerazioni di natura economica a cominciare dall'uso ottimale della risorsa tecnologica. Viene documentato ad es. da uno studio di un gruppo di ricercatori della Clark University (C. Hohenemser et al.,

  1. che il 17-31% delle mortalità annue in USA possono essere associate ad effetti diretti e collaterali indesiderabili delle tecnologie. Ciò comporterebbe una perdita di produttività del 3-6%. Una stima che sale al 7-12% se si aggiungono anche le spese per la prevenzione e mitigazione di questi effetti indesiderabili. E si tratterebbe, secondo gli stessi studiosi, di stime in difetto, rispetto a una realtà non sufficientemente studiata da questa prospettiva. Di contro a queste stime dei costi, ve ne sono altre che mettono in luce i vantaggi, in termini di aumento strepitoso della aspettativa di vita, del benessere materiale e così via. In questo confronto di stime, si erge però la realtà di un conflitto tecnologico che fa perno non tanto su una concezione di uno sviluppo a rischio tecnologico zero, ma piuttosto di uno sviluppo reale che faccia correre i minori rischi possibili. Con caratteristiche e dinamiche diverse tutti i paesi si stanno misurando con contenuti, modi e ruoli di una istituzionalizzazione e validazione democratica della gestione del rischio tecnologico. Pesa su ciò la difficoltà a definire in maniera largamente accettabile cosa debba comprendere e non comprendere una "valutazione del rischio tecnologico", chi la debba fare e a quale titolo, chi vi debba partecipare, e come ci si rapporta con il processo decisionale relativo. Del resto, come la moneta è venuta prima di

una scienza economica, così la controversia sui rischi tecnologici è venuta prima del crearsi di una scienza della valutazione tecnologica e di istituzioni a ciò preposte. L'intrusione della questione tecnologica non è stata cruenta solo per l'area politico- amministrativa pubblica, assestata su processi e criteri decisionali vetusti, ma anche per campo accademico e delle competenze professionali dal momento che erano più impegnate nella comprensione e razionalizzazione dell'esistente che nella individuazione dell'emergente. La tematizzazione del "rischio tecnologico" si trasforma da problema tecnico-economico e politico-amministrativo a problema politico-sociale e di conseguenza la decisione tecnologica diventa decisione sociale. Si ha cioè il passaggio del "rischio" da residuato di una ingegneria di sicurezza a costrutto sociale situato in quei campi di problemi aperti e non strutturabili in maniera definita, quali sono i problemi sociali. In particolare, l'evoluzione processuale ha visto l'analisi fattuale dei rischi e i concetti e le pratiche tradizionali di sicurezza perdere continuamente di ruolo nel processo decisionale relativo alle tecnologie, a favore dell'entrata di nuove istanze, di operatori e di nuovi comportamenti di ottimizzazione nella distribuzione di vantaggi e svantaggi. Il mutamento sopra esposto coinvolge direttamente legislatori, amministratori, istituzioni private e pubbliche di vario tipo, e chiama in causa scienziati ed esperti di varie discipline e in particolare di quelle inerenti ai comportamenti individuali e collettivi, sfortunatamente in un momento di basso profilo circa la credibilità pubblica dell'esperto. A seguito di ciò, si sono avuti mutamenti nelle tecniche consuetudinarie di analisi, valutazione e gestione dei rischi, spesso legate a schemi canonici di tipo ingegneristico ed economico, oltre che strategico (sviluppo, occupazione, competitività e potere internazionale, controllo sociale) e abbondano i tentativi di recupero, sotto forme più o meno sofisticate o sottili, della capacità decisionale messa in crisi. C'è generale e sostanziale accordo tra gli esperti, tra i responsabili dei settori industriali produttivi, tra gli amministratori pubblici e tra le varie rappresentanze sociali sulla necessità di riformulare, alla luce dei suddetti mutamenti, il problema della gestione dei rischi, come vi è accordo sulla necessità di assegnare attenzione e peso maggiore ai fattori di contesto, per un superamento di visioni e modelli statici e consuetudinari a vantaggio di visioni più evolutive, e per liberare il concetto e il ruolo delle culture nelle dinamiche sociali da incrostazioni di vario genere validando la potenzialità della dialettica interculturale come base della democrazia pluralista. Ma tali concordanze perdono assai presto validità operativa tornando ognuno a differenziarsi sulle priorità, modi e costi per riformularlo.

i fenomeni in gioco, sperando di ritrovare l'unità della scienza stessa e dei suoi sostenitori. Con una migliore conoscenza dei fenomeni, inoltre, l'intervento normativo può anche sperare di ridurre l'iniquità nella distribuzione dei suoi costi e benefici, oltre che la sfiducia e il sospetto verso la tecnologia. Il dato negativo è la forte polarizzazione e la dialettica scarsamente costruttiva che tra queste diverse visioni scaturisce ai fini della capacità politico-sociale di prendere decisioni. Un dato saliente della società umana è la sua complessità e la capacità di prendere decisioni sociali in grado di permettere agli individui di adattarsi e di sfruttare le condizioni naturali di vita più di quanto possano i suoi meccanismi biologici. Questa capacità decisionale permette al consorzio di persone di rafforzarne le capacità di azione. Permette di realizzare differenziazioni ed elasticità, quindi adattamento a situazioni nuove. L'abilità a prendere decisioni, e a prenderle in modo da ottimizzare i risultati sociali attesi, di determinare cioè i suoi obiettivi sociali e i percorsi ottimali per realizzarli è la peculiarità che caratterizza la specie umana, e la capacità di esprimere questa peculiarità differenzia poi i diversi sistemi sociali, mentre la capacità di ridurre i rischi connessi con il raggiungimento degli obiettivi, diventa oggi un imperativo ineludibile. Esperti di varie discipline, in particolare economisti, analisti decisionali, scienziati politici ed esperti di management, vanno da tempo sostenendo l'essenzialità di decisioni prese dai governi in maniera razionale, cioè scientificamente assistita. Solo in tal modo si possono conseguire obiettivi sociali più consoni e a costi minori. Nel contempo scienziati sociali d'orientamento filosofico, storico, psico-sociale, antropologico, vanno sostenendo con sempre maggior forza la necessità per gli stessi governi di tenere conto nelle loro politiche dei determinanti più profondi e di lungo periodo che fanno della natura e dinamica dei conflitti sociali sulla tecnologia un fatto di portata più generale e molto probabilmente una caratteristica peculiare delle nostre società nel loro divenire. Scienziati d'orientamento costituzionale/istituzionale operano nel contempo per aggiornare/individuare nuove regole del gioco, compito particolarmente arduo dal momento che le regole tendono a mutare mentre il gioco è in corso. Queste forbici di giudizio polarizzano spesso il confronto e vedono contrapposti da un lato esperti che accusano di disinformazione, malintenzione e irrazionalità o astrattezza gli altri; dall'altro esperti che irridono della neutralità della scienza, che ironizzano sul disaccordo tra gli stessi esperti scientifici, accusandoli, infine, di essere al servizio di interessi particolari. L'entità, la profondità e la costanza dei disaccordi disorienta sia il decisore che l'opinione pubblica. La storia di questi ultimi quindici anni di riflessione scientifica sui rischi tecnologici è pesantemente segnata da conflitti attorno alla definizione e misura del rischio e manca tuttora un corpo coerente, comprensivo, ampiamente

condiviso di concetti, definizioni, criteri analitici, valutazioni e comparazioni tra le varie forme di rischio tecnologico presenti nelle nostre società oggi. Il risultato è che le politiche pubbliche inerenti alla tutela della salute, sicurezza e ambiente sono oggi investite da una incertezza sostanziale circa le cause e gli effetti di molte attività e iniziative tecnologiche, produttive di servizi e di beni di consumo. Uno stato di incertezza che si può far risalire ad almeno quattro cause: a) incertezze sulle definizioni e confini del campo di fenomeni da considerare, derivanti dal disaccordo sul significato e sulla interpretazione di concetti chiave; b) incertezze sui fatti scientifici, a seguito di disaccordi su dati e modelli interpretativi, sulle probabilità e magnitudo delle conseguenze, sui rapporti causa- effetto, sui modi di esposizione, ecc.; c) incertezze circa la percezione degli atteggiamenti relativi ai rischi, con disaccordo su ciò che può costituire un livello accettabile o giusto di rischio; d) incertezze sui valori, a seguito dei disaccordi su ciò che è desiderabile o valido sia come processo decisionale di scelta tecnologica che di gestione dei rischi e delle conseguenze. L'uscita da questa zona di incertezza è connessa con la capacità di superare le polarizzazioni delle posizioni oggi assunte da molti riguardo al problema tecnologico e dei suoi rischi e di ampliare le prospettive concettuali e metodologiche di osservazione e studio dei problemi in gioco. E' legata soprattutto a una nuova capacità politico- istituzionale di governo dei problemi, e delle società di ridefinire i propri obiettivi circa lo sviluppo futuro. Sul processo decisionale sulla tecnologia si viene a sprigionare un conflitto politico che riguarda in particolare:

  • i livelli accettabili di sicurezza e di rischio;
  • un diverso bilanciamento nella distribuzione sociale dei vantaggi e svantaggi dello sviluppo di una tecnologia;
  • ostacoli e timori di tipo strategico nazionale e internazionale connessi con i mutamenti nei modelli di sviluppo;
  • timori di crisi economiche e paure per la stabilità sociale;
  • timori sull'allargamento dello spettro partecipativo e decisionale. L'assistenza scientifica alla decisione, per guadagnare efficacia, deve affrontare in maniera nuova la tematica dello sviluppo tecnologico.

 potenziamento delle capacità di monitoraggio e lettura delle situazioni e dinamiche sociali, sia a livello macro che micro-territoriale. L'obiettivo è quello di smascherare le false certezze nel modo di pensare e di agire proprio della nostra cultura politico - amministrativa e scientifico - tecnica. In un mondo così complicato e pieno di incertezze dove mancano i consensi, e i ruoli e le responsabilità non sono identificabili in maniera netta, le certezze sono il nemico numero uno e la discrezionalità è deresponsabilizzante. Si può trasformare la crisi della certezza in potenzialità aumentando la consapevolezza del limite, nel senso che lo strumento è usabile al massimo della sua potenzialità solo conoscendone appieno i suoi limiti e riconoscendo che la certezza limitata spinge verso la creatività e il pluralismo di idee, con arricchimento del portafoglio di opzioni percorribili e riconoscendo che la monocultura porta a trattare tutto come se fosse omogeneo col risultato di non saper leggere il diverso e l'emergente e perdere così la capacità di lettura del mutamento e la capacità previsiva. Si è convinti che la prospettiva sociologica sia la più adatta a cogliere i contesti e i determinanti processuali che segnano la produzione normativa di tutela e la implementazione relativa, nonché i conflitti di interessi, valori e preferenze che segnano i conflitti ambientali e tecnologici, in altre parole il nodo del rapporto sviluppo/qualità della vita. Nelle pagine che seguono si cerca il chiarimento sulla natura concettuale e sociale dei problemi di rischio tecnologico, piuttosto che la proposizione di nuovi modelli normativi o progettuali. Ci si muove su di un piano descrittivo alla ricerca dei limiti insiti negli approcci nella gestione del rischio tecnologico. La letteratura sul rischio tecnologico è ormai immensa e la tematica rischio più di molte altre ha richiamato su di sé l'attenzione di diverse discipline scientifiche e sociali. Le visioni che ne scaturiscono finiscono per inquadrare il rischio in un contesto, come si diceva prima, non solo scientifico-tecnico e/o politico-economico, ma anche etico-sociale, per cui la valutazione del rischio è interna alle scelte di modi di vita. Una internalizzazione che coinvolge sia la gente comune che gli esperti e i decisori. Mutamenti di ruoli e di tecniche analitiche sono avvenuti sul piano ingegneristico ed economico, ma la novità più significativa è data dal massiccio ricorso alle scienze sociali e comportamentali (sociologia, psicologia, antropologia, scienze politiche, filosofia, analisi decisionale, ecc.) per affrontare l'area dei conflitti tecnologici. Un ulteriore elemento viene poi dalla constatazione della differente percezione e valutazione che dei rischi fa l'esperto, scientifico e l'uomo comune.

L'ossigenazione più forte del dibattito attorno ai rischi tecnologici e al loro controllo è venuta soprattutto dalla constatazione dei limiti della razionalità scientifica, dall'esplodere di conflitti di valutazione all'interno stesso della comunità scientifica, dall'emergere politico di altre forme di razionalità sociale, dall'esigenza di aprire fronti nuovi sul piano intellettuale come la razionalità valoriale (axiology, secondo il linguaggio anglosassone). Di conseguenza il governo dei rischi, da tematica scientifico-tecnico- economica, è diventato interfaccia tra scienza e società, assumendo le dimensioni più di una arte che di una scienza. Si apre così il cosiddetto "paradosso tecnologico", nel senso che proprio mentre più si avverte l'esigenza di un supporto conoscitivo e interpretativo, cioè scientifico, più se ne avvertono anche i limiti. In altre parole, il decisore di atti tecnologici, mentre ha sempre più bisogno di contributi scientifici, al contempo si sente sempre più responsabilizzato e isolato nella sua decisione. Questo processo si verifica sia nel caso che il decisore debba agire in un campo strettamente tecnologico (ad esempio la adozione di una nuova tecnologia) sia in campo ambientale (ad esempio l'implementazione di una nuova politica di conservazione). La questione tecnologica, infatti, non è disarticolata da una parallela "questione ambientale". Nel rapporto dialettico che si determina nelle nostre società oggi fra il vecchio modello di sviluppo industriale e i nuovi modelli di sviluppo produttivo uno dei grandi problemi sociali riguarda la gestione e la regolamentazione (controllo sociale) del rapporto tra società - tecnologia - ambiente, centrale nel concetto emergente di "sviluppo sostenibile". Tuttavia, la categoria materiale e psicologica di tecnologia annovera conflitti specifici e puntuali sui suoi rischi e si può considerare una area specifica di studio dei rischi tecnologici, anche per non perdere la continuità storica con gli studi già svolti e ancorati a specifiche tecnologie e specifici conflitti tecnologici. La forza dell'analisi dei rischi ambientali è giocata tutta sulla caratterizzazione dell'ambiente naturale esterno all'uomo, mentre quella dei rischi tecnologici sull'uomo. Con concetti quali quelli di ambiente, natura, ecologia, territorio, paesaggio, impatto ambientale e altri vestiamo cose esterne a noi, mentre con i concetti di rischio, di limite, di pericolo, di probabilità, incertezza, repentaglio, vestiamo cose la cui genesi e portata va cercata nell'individuo, nella nostra società e nelle nostre culture politiche. Si tratta di diversità che si rispecchiano sulle stesse analitiche messe in campo e che danno luogo a due discipline ben distinte: l'Analisi Ambientale e l'Analisi dei Rischi. La prima pone al centro delle sue preoccupazioni la "natura" e l'uomo è la minaccia. La seconda pone al centro "l'uomo", in un qualche modo minacciato o limitato dalla natura esterna e dai limiti della sua naturalità (tecnologia come protesi). Con ciò non si intende dire che nell'analisi ambientale la tematica del rischio tecnologico non sia trattata perché ve

  • timori ed esigenze crescenti verso i rischi tecnologici, che hanno origini diverse e che fanno perno sulla paura di perdere capacità di controllo sulle proprie scelte, paure di disequità nella distribuzione di vantaggi e svantaggi e paure di eventi catastrofici generati dall'uomo;
  • istituzioni governative che, basandosi su considerazioni implicitamente ed esplicitamente tecnocratiche e professionali nei loro contenuti e su consensi ritualistici, ritengono le scelte tecnologiche necessarie e gestibili in maniera compatibile con la società. Vi sottende a tale convincimento la percezione che la decisione politica e l'analisi degli esperti costituiscono la naturale espressione dei bisogni e dei voleri della gente nelle nostre società democratiche e che gli esperti, i professionisti e i policy maker costituiscono parte integrante ed esclusiva della fase preparatoria della decisione politica. L'area di tensione si è ampliata in quanto l'acutizzarsi di una coscienza dei rischi tecnologici implica la consapevolezza crescente della esistenza e della necessità di scelte tecnologiche alternative. Solamente in presenza di alternative il rischio tecnologico può essere distintamente percepito come problema politico. In tal modo la tecnologia viene sempre più spogliata delle sue parvenze di oggettività e ineluttabilità e viene collocata in misura sempre maggiore nel contesto di una discussione politica. Una decisione su una determinata tecnologia implica anche una decisione contro le sue alternative. Una scelta tra alternative implica spesso uno scontro politico tra progetti tecnologici diversamente legati a strutture di potere politico, economico e sociale. Infine, il confronto tra una entità materialmente esistente e dominante e un progetto tecnologico radicato in parte in tecnologie già esistenti e sperimentate chiama in causa la percezione sociale del progresso tecnico come scelta tra alternative e quindi i valori da porre alla base di tali alternative. Un fatto che minaccia sempre di più di sottrarre il consenso sociale alle politiche statali nel settore tecnologico. Sul versante delle istituzioni pubbliche l'immediato ricorso alla consultazione diretta del pubblico in merito alla validità o meno di certe scelte di pianificazione sottende una percezione della società e del cittadino come di una "scatola nera", dimenticando tutte le differenziazioni strutturali e istituzionali e le situazioni informative reali che deprivano di fatto la gente del loro diritto di esprimersi, cioè gli si affida un potere che non ha. Circa poi la esclusiva appartenenza alla fase preparatoria della decisione politica, del supporto scientifico e la sua presunta oggettività, si tratta di una credenza quanto meno frutto di ignoranza di molti consiglieri scientifici della realtà politica. Una ignoranza di comodo perché toglie agli esperti l'esigenza di una loro legittimazione pubblica e di una loro responsabilità sociale, conservandosi le prebende. Un taglio netto tra decisione e sua

preparazione e tra ruolo o momento politico e ruolo o momento conoscitivo sono pura illusione come è presunzione confondere la fattibilità tecnica di un'opera con quella politica. In questo polarizzarsi dei conflitti attorno alla tecnologia si corre sempre di più il rischio di una mancanza di consenso sociale non solamente sui metodi di intervento, ma addirittura sulla natura del problema da risolvere, assistendo così allo strutturarsi di una dicotomia tra le preoccupazioni del pubblico per le politiche di gestione tecnologica e le politiche pubbliche per lo sviluppo tecnologico con le annesse strategie di gestione dei rischi. C'è il rischio di una divergenza permanente tra i criteri operanti nella messa a punto delle politiche statali e i criteri di valutazione adottati dal pubblico nella sua percezione della tecnologia in connessione con gli impatti sulla salute, sicurezza e ambiente. Ciò deve preoccupare perché può condurre ad una conflittualità permanente tra iniziative dei cittadini e istituzioni statali impegnate nel controllo dello sviluppo tecnologico. In questo quadro di valutazioni divergenti non ci si può fermare a considerare solamente il dato relativo alle implicazioni sociali e ambientali delle tecnologie ma anche il processo decisionale, anche perché il cittadino non percepisce il singolo caso tecnologico isolato dal contesto individuale e sociale ma come espressione dell'intero sistema di decisione tecnologica e della sua implementazione. Si tratta di una tematica che può fornire gli ingredienti per un più ampio schema di studio dei problemi associati con la tecnologia e la società dove il rischio è rappresentativo di un insieme più ampio di problemi che non quelli relativi alle probabilità e conseguenze di un incidente pericoloso. L'interesse politico-amministrativo pubblico per ricerche sul rischio e sulla sicurezza è dettato da una serie di sviluppi tecnologici nuovi che hanno investito le società in questi ultimi anni e che sono accompagnati tra l'altro da una diminuita fiducia nella capacità degli esperti ad assicurare progettazioni e gestioni tecnologiche sicure e nello stesso tempo da un impegno insufficiente di analisi scientifiche circa la natura e portata stessa dei rischi.Va poi aggiunto il riconoscimento crescente che ad una cognizione scientifica va affiancata una analisi dei valori e le preferenze della gente verso la tecnologia e i suoi rischi. Infine sempre più corpo prende l'esigenza di una partecipazione diretta del pubblico alle decisioni sui rischi ai quali la gente viene esposta. Quindi: riconquista di una immagine e fiducia nella analisi scientifica, integrazione della analisi scientifica con quella sui valori e preferenze del pubblico e partecipazione pubblica al processo decisionale , sono tre aspetti che spingono per una reimpostazione delle ricerche sui rischi tecnologici, ricerche che devono investire anche l'area dei benefici sociali che scaturiscono dalla applicazione tecnologica e, più in generale,

utilizzati per giustificare atteggiamenti preconcetti; oppure, il vuoto conoscitivo viene riempito con elucubrazioni di tipo soggettivo da parte degli stessi analisti;

  • il processo decisionale assume di fatto un andamento dinamico e sequenziale in cui le differenti parti entrano nel confronto in stadi diversi a seconda della rilevanza delle istanze. Ne deriva che, per determinare come una particolare decisione emerge, occorre identificare le varie istanze che sembrano importanti. Non solo ma la nozione del "potere" come di un "tiro alla fune" tra alternative genera una nozione di potere come influenza su un processo decisionale che deve comunque portare alla decisione, richiamando scarsa attenzione sulla natura stessa della decisione presa. In sostanza, l'agenda dell'organismo pubblico stabilisce l'orientamento dell'interesse e l'agenda, a sua volta, è formulata sotto l'influsso della congiuntura. Essa si satura assai presto, saltando con ciò un qualsiasi schema razionale di priorità. Dalla differenza di interessi, visioni e comportamenti inerenti ai rischi tecnologici da parte dei diversi gruppi sociali, dalla incompletezza delle conoscenze circa la pericolosità e le conseguenze delle attività tecnologiche e dalla natura sequenziale e dinamica dei processi decisionali in genere e relativi alla tecnologia in specie, scaturisce un impatto delle istituzioni politico-amministrative, scientifiche, di controllo e gestione dei rischi sul trattamento del rischio a tutti i livelli. Esiste poi una diversità di significati assegnati alla analisi del rischio a seconda dei tipi, focalizzazioni e metodologie impiegate nell'affrontare i problemi che coinvolgono rischi. Il problema dei rischi tecnologici sembra avere la sua essenza nella minaccia di una perdita di controllo umano sul corso della vita sia individuale che sociale, dalla quale minaccia scaturiscono i seguenti dilemmi :
  • una tendenza per un controllo crescente accompagnata da un aumento della astrattezza e globalità concettuale del sistema a spese della conoscenza concreta delle sue specifiche condizioni operative;
  • ila gestione dei sistemi complessi richiede modelli affidabili e a portata di mano che rappresentino adeguatamente i sistemi da gestire e, a sua volta, la costruzione di questi modelli richiede condizioni di stabilità dei sistemi. Ma queste condizioni portano ad una concezione di rigidità che riduce e la capacità di adattamento del sistema alle nuove evenienze;
  • per le nuove tecnologie manca la sperimentazione delle loro conseguenze sociali e ambientali e quando queste ci sono può diventare costoso, se non praticamente impossibile, operare gli aggiustamenti attesi;
  • il controllo porta ad una continua espansione degli apparati burocratici a ciò preposti e a vincoli di varia natura. Ciò è in contrasto acuto con i movimenti e le tendenze innovative operanti attualmente nelle moderne società industriali. I dilemmi di cui sopra scaturiscono dalle seguenti coordinate socio - politiche:
    1. E' venuta aumentando in questi ultimi anni l'attenzione pubblica sui rischi tecnologici alla salute, sicurezza e ambiente (stress sociale e psicologico).
    2. Ne deriva una maggiore responsabilità per le istituzioni pubbliche e private in un qualche modo coinvolte nelle decisioni di sviluppo tecnologico e di tutela a causa di una percepita necessità di anticipare, prevenire o ridurre i rischi tecnologici e quindi una maggiore capacità di innovazione istituzionale per i corpi legislativi e politico-amministrativi (stress istituzionale e organizzativo).
    3. Una responsabilità che richiede, in primis, un processo decisionale più compartecipe, trasparente, legittimato e accettato (stress decisionale e da democrazia al lavoro).
    4. Nel tentativo di fare fronte a queste responsabilità, istituzioni legislative, normative, giudiziarie e settori privati hanno dovuto misurarsi con problemi straordinariamente complessi di valutazione e bilanciamento di rischi, costi e benefici dello sviluppo tecnologico, facendo emergere una maggiore necessità di assistenza scientifico-tecnica a carattere multidisciplinare e multiprospettico (stress scientifico-tecnico).
    5. Ne deriva una maggiore responsabilità sociale e politica per i decisori e gli esperti nel migliorare le condizioni di compatibilità e accettabilità della gente a convivere con i rischi tecnologici (stress comunicativo sul rischio). Da qui una impresa intellettuale che deve misurarsi con istanze sociali e comportamentali nell'ambito della valutazione e gestione dei rischi. Impresa che richiede l'elevato concorso e la cooperazione di scienziati di varie discipline.
    6. Infine le politiche pubbliche sono sempre più pressate nel ridefinire obiettivi di sviluppo e di tutela in un campo di tensione dialettica tra aspettative e interessi concorrenti presenti nella società (stress politico-istituzionale). Questi stress sono particolarmente avvertiti nel caso di rischi di larga scala intendendo per tali e grossolanamente, quelli che conseguono ad attività tecnologiche e industriali che superano la stretta dimensione individuale o privata. Vanno comunque considerati tali non solo i rischi connessi con la gestione di impianti e processi fisicamente
  1. Perché decisioni governative su attività di larga scala sono inaccettabili per segmenti significativi di popolazione?
  2. Perché rischi associati a certe attività attirano maggiormente l'attenzione pubblica di altri?
  3. Premesso che ogni attività tecnologica unisce in maniera non districabile vantaggi e svantaggi, come si determina che un livello di sicurezza è sicuro abbastanza? In altre parole: quanto rischio o quale insieme di effetti è accettabile per la salute degli individui, delle popolazioni e della società nel suo insieme? Quale insieme di danno alle risorse viventi e ai sistemi ecologici è tollerabile in termini di capacità di sopportazione dell'ambiente naturale?
  4. Si può costruire una categorizzazione dei rischi in modo da stabilire una politica differenziata sui rischi e realizzare interventi più coerenti ed efficaci? In altre parole, quali sono i criteri per valutare comparativamente politiche di gestione di differenti rischi?
  5. Come affronta e risolve una società il problema di convivere con rischi che sono invisi a segmenti significativi di essa (diritti delle minoranze ma anche delle maggioranze)?
  6. Come vengono bilanciate, nelle decisioni sui rischi, questioni di equità e giustizia sociale (sia intragenerazionale che intergenerazionale) e le esigenze di breve con quelle di medio e lungo periodo?
  7. Come si possono spiegare le discrepanze apparenti tra rischi "calcolati" e rischi "vissuti" e su quale fondamento si definiscono "oggettive" e "normative" certe determinazioni e "soggettive" altre?
  8. In quale maniera si possono stimare gli effetti potenziali di possibili incidenti? Di quale conoscenza di base e metodologie abbiamo bisogno? Come si incorporano nella decisione queste stime? Quando il rischio viene espresso in una probabilità per una conseguenza, come pesiamo i due fattori? Come tratta il decisore le incertezze di cui sopra?
  9. Quale è l'influenza del contesto istituzionale e storico-culturale dei corpi decisionali? 1O. Quali fattori influenzano la percezione individuale del rischio e di conseguenza come si incorpora nel processo decisionale la percezione dei rischi e dei benefici? Quale è il contenuto della parola "amenità", ad es. nel senso di difenderla o conseguirla, anche come misura della "qualità della vita" associata con un uso legittimo dell'ambiente? Come si tiene conto della percezione pubblica dello stesso processo decisionale inerente ai rischi?

Le dieci domande di natura politica prima elencate, nel loro insieme, vanno a costituire il dilemma del controllo sul rischio e sulla decisione : controllo politico- istituzionale, politico - amministrativo e controllo sociale. Ricerche sul rischio, che verranno esposte di seguito, cominciano a delineare risposte. Alle prime due domande si risponde orientativamente che ciò può dipendere dalla riduzione del grado di controllo (percepito) che tali decisioni inducono su importanti aspetti della vita giornaliera. Per la stessa ragione la gente indirizza più attenzione su attività rischiose anziché su altre. La domanda 4 può trovare risposta nel fatto che si hanno in gioco concezioni interamente differenti. Il tentativo di integrare il concetto psicologico di rischio con quello matematico ha senso solamente se al primo si assegna il carattere di "corpus" umano e al secondo di astrazione mentale e non il contrario. L'incunearsi della ricerca psico-sociologica nel problema del rischio fa emergere la questione cruciale del "decisore politico". La percezione del rischio dipende dalla informazione alla quale la gente è esposta, a quale informazione la gente ha scelto di credere, dalla esperienza sociale cui ha avuto accesso, dalla dinamica dei gruppi di sostegno, dalla legittimità delle istituzioni, dalla varietà del processo politico e dal momento storico nel quale tutto si trova. La base empirica assemblata fino a oggi è insufficiente per supportare in maniera convincente le convinzioni circa i fattori specifici che influenzano la percezione dei rischi. Tuttavia ricerche recenti hanno trovato correlazioni plausibili: ad es. classificazioni di rischi correlabili con sentimenti di paura e con possibilità di conseguenze fatali. Altri fattori che influirebbero sulla percezione dei rischi risultano la volontarietà, la controllabilità, la sua conoscenza scientifica, ecc. Per comprendere appieno i percorsi delle ricerche sul rischio svolte al fine di supportare strategie di gestione è indispensabile prima soffermarsi sul concetto di rischio e sulla sua operatività.

3. Che cosa si deve intendere per rischio tecnologico Fin dagli inizi della nostra storia l'uomo e la sua tecnologia hanno costantemente vissuto una tensione dialettica che scaturisce dal carattere ambivalente proprio della tecnologia e del progresso in generale: il prezzo da pagare per i vantaggi acquisiti. Si può osservare che l'umanità ha sempre sperimentato rischi nel corso del suo sviluppo e l'uso di strumenti tecnici gli ha permesso di alleviare la pressione della selezione naturale e i pericoli derivanti da ostilità naturali. Imparando a fabbricare e ad usare strumenti l'uomo ha potuto migliorare le sue prestazioni originariamente non specializzate. Può muoversi