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Rischio tecnologico e interessi diffusi Argomenti:La questione tecnologica,La reimpostazione del problema della decisione,Che cosa si deve intendere per rischio tecnologico,La prospettiva storico-filosofica sui rischi,La comunicazione sul rischio,Dibattito pubblico e conflitti sui rischi,Come educare e informare il pubblico sui rischi
Tipologia: Dispense
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1. La questione tecnologica La questione tecnologica è intrisa di dimensioni professionali, ideologiche, politiche, e culturali per cui i vari autori presentano non solo le loro teorie e/o indagini empiriche, ma implicitamente anche la visione che essi hanno del ruolo della scienza nel processo decisionale e nella società, del ruolo del rischio, del modello di sviluppo economico- sociale. Non a caso il campo scientifico che si è occupato del rischio ha fatto rilevare il più elevato indice di conflittualità mai registrato nell'ambito dei dibattiti scientifici che hanno segnato il nostro sviluppo storico. Non sarebbe corretto allora stralciare il contributo metodologico e teorico dal contesto culturale che lo ha generato, e lo stesso dibattito tra gli esperti è materia di analisi e valutazione. Sul piano espositivo ciò rende difficile ricondurre gli approcci a quadri riassuntivi. Estirpare ciò che un accademico, un analista professionale dice riguardo al rischio, dalla filosofia politica, scientifica, sociale e culturale che in maniera palese o meno lo ispira, significa devitalizzare lo stesso contributo. Nei limiti concessi dalla economia espositiva si cercherà di ridurre al massimo questa penalizzazione.Va sottolineato che gli elementi qui trattati sono desunti per lo più da una letteratura straniera, e soprattutto anglosassone. Nella letteratura italiana, questa materia non risulta trattata in maniera organica ed estensiva, né corroborata da un sostanziale apporto di ricerca sperimentale. Si fornisce un primo quadro dello stato dell'arte in materia di contributi dalle scienze sociali e comportamentali a tutto l'arco dei problemi che vanno dalla analisi, alla valutazione e gestione dei rischi tecnologici e ambientali nel contesto del conflitto tecnologico che si è venuto delineando in questo ultimo ventennio. In particolare si focalizzerà l'attenzione sui contributi volti a caratterizzare i determinanti della percezione dei rischi che hanno i gruppi sociali e gli individui. L'utilità degli studi sulla percezione del rischio è evidente se si considera che per molte decisioni in ambito pubblico inerenti alla tecnologia e alla gestione ambientale, le informazioni di carattere strettamente tecnico non sono sufficienti e la conoscenza anche sommaria di come la gente perviene a stendere il proprio bilancio rischi - costi - benefici contribuisce a prendere delle decisioni socialmente accettabili. Negli ultimi 25 anni nell'ambito delle società industrialmente sviluppate le politiche di innovazione e di sviluppo tecnologico hanno visto aumentare
considerevolmente, rispetto al passato, resistenze e conflitti da parte di segmenti sempre più ampi di opinione pubblica, tanto da richiedere un riesame dei contenuti e dei modi dei relativi processi decisionali sia pubblici che privati. Emerge oggi un orientamento della opinione pubblica sempre più attento e critico verso i costi sociali e ambientali della tecnologia e dello sviluppo e, tutto sommato, meno disponibile verso i vantaggi che ne derivano. In particolare, tale accresciuta sensibilità investe specifiche linee di sviluppo tecnologico ma la connessione con una tendenza più generale sembra evidente senza con ciò intendere una reazione generalizzata di rigetto della scienza e delle applicazioni tecnologiche ma piuttosto verso un loro cattivo uso, abuso, eccesso. Gli effetti di tali mutamenti hanno investito in primo luogo i processi decisionali pubblici e un elemento che va subito segnalato nell'ambito di quello che potremmo chiamare il "conflitto tecnologico", riguarda l'accresciuta sfiducia della gente nella abilità delle istituzioni pubbliche preposte al controllo della tecnologia, mentre il dato saliente è che le "preferenze sociali" riguardo alla tecnologia e allo sviluppo fanno la loro entrata nelle agende politiche mutando radicalmente gli schemi precedenti di bilanciamento dei rischi, dei costi e dei benefici. E' nel contempo più che noto che i governi delle avanzate economie di mercato assegnano in maniera crescente al miglioramento dei propri tassi di innovazione tecnologica un ruolo strategico. Essi vengono considerati fattori chiave per migliorare la produttività dei settori manufatturieri, l'efficienza del settore dei servizi e le compatibilità ambientali dello sviluppo. Nuove tecnologie come quelle informatiche e le biotecnologie, assieme alle "tecnologie pulite" e all'eco-tecnologia, dovrebbero creare nuove branche industriali e nuovi prodotti e servizi e sostanzialmente rilanciare la crescita economica mondiale. I conflitti tecnologici non sono una novità nel corso storico dello sviluppo delle società e quasi sempre la penetrazione di nuove tecnologie ha incontrato opposizioni da parte di interessi costituiti che si sono sentiti minacciati, per pregiudizi e paure di vario genere, o per altri motivi ancora. A volte le opposizioni sono state così forti da mettere fuori campo la proposta tecnologica; molto spesso la nuova tecnologia, dopo un certo periodo conflittuale, penetra e si conquista la sua legittimità sociale; a volte vive uno stato conflittuale endemico dagli sbocchi imprevedibili. Quello che è nuovo è la dinamica e l'ampiezza che in molti casi il conflitto tecnologico ha assunto, e di conseguenza i suoi costi sociali: la messa a punto di una opzione tecnologica richiede grandi investimenti e tempi lunghi di risposta in termini di accettabilità sociale. Questa divaricazione aumenta i rischi stessi di investimento, facendo mancare la sicurezza del loro rientro, e spingendo così verso forme di investimento di più immediato realizzo, oppure verso forme autoritarie di intervento pubblico tese a frenare o a spegnere le voci contrarie.
proprie catastrofi o crisi ambientali globali, quali le piogge acide, il buco dell'ozono e l'aumento della CO2 con il conseguente effetto serra e scioglimento dei ghiacciai. Il tema rischio è presente in maniera diffusa nei problemi di traffico, nelle condizioni di vita urbana (rifiuti, inquinamento nei luoghi chiusi) e nel settore dell'agricoltura intensiva. E' in fase di incubazione per quanto riguarda la manipolazione genetica e le nuove tecnologie riproduttive. La gestione tecnologica investe anche dimensioni istituzionali, politiche e sociali (si parla infatti di rischio tecnologico di tipo politico-istituzionale, di tipo sociale e così via) fino a investire problemi etici (gli effetti sulle future generazioni, l'equità della distribuzione dei vantaggi e svantaggi delle nuove tecnologie) e filosofici in genere. L'accenno fatto ai problemi etici e filosofici chiama in causa principi religiosi, morali, civili, sottoposti a tensione per opera della tecnologia. Tra questi si possono ad esempio indicare discussioni e conflitti sulla predeterminazione del sesso del nascituro, sulla eutanasia, sull'aborto. Il conflitto tecnologico non si esaurisce dunque in un conflitto sui rischi, ma vede emergere un orientamento da parte della opinione pubblica sempre più attento e critico verso i costi della tecnologia e meno disponibile verso i vantaggi che procura. Accanto a considerazioni etiche entrano in ballo anche considerazioni di natura economica a cominciare dall'uso ottimale della risorsa tecnologica. Viene documentato ad es. da uno studio di un gruppo di ricercatori della Clark University (C. Hohenemser et al.,
una scienza economica, così la controversia sui rischi tecnologici è venuta prima del crearsi di una scienza della valutazione tecnologica e di istituzioni a ciò preposte. L'intrusione della questione tecnologica non è stata cruenta solo per l'area politico- amministrativa pubblica, assestata su processi e criteri decisionali vetusti, ma anche per campo accademico e delle competenze professionali dal momento che erano più impegnate nella comprensione e razionalizzazione dell'esistente che nella individuazione dell'emergente. La tematizzazione del "rischio tecnologico" si trasforma da problema tecnico-economico e politico-amministrativo a problema politico-sociale e di conseguenza la decisione tecnologica diventa decisione sociale. Si ha cioè il passaggio del "rischio" da residuato di una ingegneria di sicurezza a costrutto sociale situato in quei campi di problemi aperti e non strutturabili in maniera definita, quali sono i problemi sociali. In particolare, l'evoluzione processuale ha visto l'analisi fattuale dei rischi e i concetti e le pratiche tradizionali di sicurezza perdere continuamente di ruolo nel processo decisionale relativo alle tecnologie, a favore dell'entrata di nuove istanze, di operatori e di nuovi comportamenti di ottimizzazione nella distribuzione di vantaggi e svantaggi. Il mutamento sopra esposto coinvolge direttamente legislatori, amministratori, istituzioni private e pubbliche di vario tipo, e chiama in causa scienziati ed esperti di varie discipline e in particolare di quelle inerenti ai comportamenti individuali e collettivi, sfortunatamente in un momento di basso profilo circa la credibilità pubblica dell'esperto. A seguito di ciò, si sono avuti mutamenti nelle tecniche consuetudinarie di analisi, valutazione e gestione dei rischi, spesso legate a schemi canonici di tipo ingegneristico ed economico, oltre che strategico (sviluppo, occupazione, competitività e potere internazionale, controllo sociale) e abbondano i tentativi di recupero, sotto forme più o meno sofisticate o sottili, della capacità decisionale messa in crisi. C'è generale e sostanziale accordo tra gli esperti, tra i responsabili dei settori industriali produttivi, tra gli amministratori pubblici e tra le varie rappresentanze sociali sulla necessità di riformulare, alla luce dei suddetti mutamenti, il problema della gestione dei rischi, come vi è accordo sulla necessità di assegnare attenzione e peso maggiore ai fattori di contesto, per un superamento di visioni e modelli statici e consuetudinari a vantaggio di visioni più evolutive, e per liberare il concetto e il ruolo delle culture nelle dinamiche sociali da incrostazioni di vario genere validando la potenzialità della dialettica interculturale come base della democrazia pluralista. Ma tali concordanze perdono assai presto validità operativa tornando ognuno a differenziarsi sulle priorità, modi e costi per riformularlo.
i fenomeni in gioco, sperando di ritrovare l'unità della scienza stessa e dei suoi sostenitori. Con una migliore conoscenza dei fenomeni, inoltre, l'intervento normativo può anche sperare di ridurre l'iniquità nella distribuzione dei suoi costi e benefici, oltre che la sfiducia e il sospetto verso la tecnologia. Il dato negativo è la forte polarizzazione e la dialettica scarsamente costruttiva che tra queste diverse visioni scaturisce ai fini della capacità politico-sociale di prendere decisioni. Un dato saliente della società umana è la sua complessità e la capacità di prendere decisioni sociali in grado di permettere agli individui di adattarsi e di sfruttare le condizioni naturali di vita più di quanto possano i suoi meccanismi biologici. Questa capacità decisionale permette al consorzio di persone di rafforzarne le capacità di azione. Permette di realizzare differenziazioni ed elasticità, quindi adattamento a situazioni nuove. L'abilità a prendere decisioni, e a prenderle in modo da ottimizzare i risultati sociali attesi, di determinare cioè i suoi obiettivi sociali e i percorsi ottimali per realizzarli è la peculiarità che caratterizza la specie umana, e la capacità di esprimere questa peculiarità differenzia poi i diversi sistemi sociali, mentre la capacità di ridurre i rischi connessi con il raggiungimento degli obiettivi, diventa oggi un imperativo ineludibile. Esperti di varie discipline, in particolare economisti, analisti decisionali, scienziati politici ed esperti di management, vanno da tempo sostenendo l'essenzialità di decisioni prese dai governi in maniera razionale, cioè scientificamente assistita. Solo in tal modo si possono conseguire obiettivi sociali più consoni e a costi minori. Nel contempo scienziati sociali d'orientamento filosofico, storico, psico-sociale, antropologico, vanno sostenendo con sempre maggior forza la necessità per gli stessi governi di tenere conto nelle loro politiche dei determinanti più profondi e di lungo periodo che fanno della natura e dinamica dei conflitti sociali sulla tecnologia un fatto di portata più generale e molto probabilmente una caratteristica peculiare delle nostre società nel loro divenire. Scienziati d'orientamento costituzionale/istituzionale operano nel contempo per aggiornare/individuare nuove regole del gioco, compito particolarmente arduo dal momento che le regole tendono a mutare mentre il gioco è in corso. Queste forbici di giudizio polarizzano spesso il confronto e vedono contrapposti da un lato esperti che accusano di disinformazione, malintenzione e irrazionalità o astrattezza gli altri; dall'altro esperti che irridono della neutralità della scienza, che ironizzano sul disaccordo tra gli stessi esperti scientifici, accusandoli, infine, di essere al servizio di interessi particolari. L'entità, la profondità e la costanza dei disaccordi disorienta sia il decisore che l'opinione pubblica. La storia di questi ultimi quindici anni di riflessione scientifica sui rischi tecnologici è pesantemente segnata da conflitti attorno alla definizione e misura del rischio e manca tuttora un corpo coerente, comprensivo, ampiamente
condiviso di concetti, definizioni, criteri analitici, valutazioni e comparazioni tra le varie forme di rischio tecnologico presenti nelle nostre società oggi. Il risultato è che le politiche pubbliche inerenti alla tutela della salute, sicurezza e ambiente sono oggi investite da una incertezza sostanziale circa le cause e gli effetti di molte attività e iniziative tecnologiche, produttive di servizi e di beni di consumo. Uno stato di incertezza che si può far risalire ad almeno quattro cause: a) incertezze sulle definizioni e confini del campo di fenomeni da considerare, derivanti dal disaccordo sul significato e sulla interpretazione di concetti chiave; b) incertezze sui fatti scientifici, a seguito di disaccordi su dati e modelli interpretativi, sulle probabilità e magnitudo delle conseguenze, sui rapporti causa- effetto, sui modi di esposizione, ecc.; c) incertezze circa la percezione degli atteggiamenti relativi ai rischi, con disaccordo su ciò che può costituire un livello accettabile o giusto di rischio; d) incertezze sui valori, a seguito dei disaccordi su ciò che è desiderabile o valido sia come processo decisionale di scelta tecnologica che di gestione dei rischi e delle conseguenze. L'uscita da questa zona di incertezza è connessa con la capacità di superare le polarizzazioni delle posizioni oggi assunte da molti riguardo al problema tecnologico e dei suoi rischi e di ampliare le prospettive concettuali e metodologiche di osservazione e studio dei problemi in gioco. E' legata soprattutto a una nuova capacità politico- istituzionale di governo dei problemi, e delle società di ridefinire i propri obiettivi circa lo sviluppo futuro. Sul processo decisionale sulla tecnologia si viene a sprigionare un conflitto politico che riguarda in particolare:
potenziamento delle capacità di monitoraggio e lettura delle situazioni e dinamiche sociali, sia a livello macro che micro-territoriale. L'obiettivo è quello di smascherare le false certezze nel modo di pensare e di agire proprio della nostra cultura politico - amministrativa e scientifico - tecnica. In un mondo così complicato e pieno di incertezze dove mancano i consensi, e i ruoli e le responsabilità non sono identificabili in maniera netta, le certezze sono il nemico numero uno e la discrezionalità è deresponsabilizzante. Si può trasformare la crisi della certezza in potenzialità aumentando la consapevolezza del limite, nel senso che lo strumento è usabile al massimo della sua potenzialità solo conoscendone appieno i suoi limiti e riconoscendo che la certezza limitata spinge verso la creatività e il pluralismo di idee, con arricchimento del portafoglio di opzioni percorribili e riconoscendo che la monocultura porta a trattare tutto come se fosse omogeneo col risultato di non saper leggere il diverso e l'emergente e perdere così la capacità di lettura del mutamento e la capacità previsiva. Si è convinti che la prospettiva sociologica sia la più adatta a cogliere i contesti e i determinanti processuali che segnano la produzione normativa di tutela e la implementazione relativa, nonché i conflitti di interessi, valori e preferenze che segnano i conflitti ambientali e tecnologici, in altre parole il nodo del rapporto sviluppo/qualità della vita. Nelle pagine che seguono si cerca il chiarimento sulla natura concettuale e sociale dei problemi di rischio tecnologico, piuttosto che la proposizione di nuovi modelli normativi o progettuali. Ci si muove su di un piano descrittivo alla ricerca dei limiti insiti negli approcci nella gestione del rischio tecnologico. La letteratura sul rischio tecnologico è ormai immensa e la tematica rischio più di molte altre ha richiamato su di sé l'attenzione di diverse discipline scientifiche e sociali. Le visioni che ne scaturiscono finiscono per inquadrare il rischio in un contesto, come si diceva prima, non solo scientifico-tecnico e/o politico-economico, ma anche etico-sociale, per cui la valutazione del rischio è interna alle scelte di modi di vita. Una internalizzazione che coinvolge sia la gente comune che gli esperti e i decisori. Mutamenti di ruoli e di tecniche analitiche sono avvenuti sul piano ingegneristico ed economico, ma la novità più significativa è data dal massiccio ricorso alle scienze sociali e comportamentali (sociologia, psicologia, antropologia, scienze politiche, filosofia, analisi decisionale, ecc.) per affrontare l'area dei conflitti tecnologici. Un ulteriore elemento viene poi dalla constatazione della differente percezione e valutazione che dei rischi fa l'esperto, scientifico e l'uomo comune.
L'ossigenazione più forte del dibattito attorno ai rischi tecnologici e al loro controllo è venuta soprattutto dalla constatazione dei limiti della razionalità scientifica, dall'esplodere di conflitti di valutazione all'interno stesso della comunità scientifica, dall'emergere politico di altre forme di razionalità sociale, dall'esigenza di aprire fronti nuovi sul piano intellettuale come la razionalità valoriale (axiology, secondo il linguaggio anglosassone). Di conseguenza il governo dei rischi, da tematica scientifico-tecnico- economica, è diventato interfaccia tra scienza e società, assumendo le dimensioni più di una arte che di una scienza. Si apre così il cosiddetto "paradosso tecnologico", nel senso che proprio mentre più si avverte l'esigenza di un supporto conoscitivo e interpretativo, cioè scientifico, più se ne avvertono anche i limiti. In altre parole, il decisore di atti tecnologici, mentre ha sempre più bisogno di contributi scientifici, al contempo si sente sempre più responsabilizzato e isolato nella sua decisione. Questo processo si verifica sia nel caso che il decisore debba agire in un campo strettamente tecnologico (ad esempio la adozione di una nuova tecnologia) sia in campo ambientale (ad esempio l'implementazione di una nuova politica di conservazione). La questione tecnologica, infatti, non è disarticolata da una parallela "questione ambientale". Nel rapporto dialettico che si determina nelle nostre società oggi fra il vecchio modello di sviluppo industriale e i nuovi modelli di sviluppo produttivo uno dei grandi problemi sociali riguarda la gestione e la regolamentazione (controllo sociale) del rapporto tra società - tecnologia - ambiente, centrale nel concetto emergente di "sviluppo sostenibile". Tuttavia, la categoria materiale e psicologica di tecnologia annovera conflitti specifici e puntuali sui suoi rischi e si può considerare una area specifica di studio dei rischi tecnologici, anche per non perdere la continuità storica con gli studi già svolti e ancorati a specifiche tecnologie e specifici conflitti tecnologici. La forza dell'analisi dei rischi ambientali è giocata tutta sulla caratterizzazione dell'ambiente naturale esterno all'uomo, mentre quella dei rischi tecnologici sull'uomo. Con concetti quali quelli di ambiente, natura, ecologia, territorio, paesaggio, impatto ambientale e altri vestiamo cose esterne a noi, mentre con i concetti di rischio, di limite, di pericolo, di probabilità, incertezza, repentaglio, vestiamo cose la cui genesi e portata va cercata nell'individuo, nella nostra società e nelle nostre culture politiche. Si tratta di diversità che si rispecchiano sulle stesse analitiche messe in campo e che danno luogo a due discipline ben distinte: l'Analisi Ambientale e l'Analisi dei Rischi. La prima pone al centro delle sue preoccupazioni la "natura" e l'uomo è la minaccia. La seconda pone al centro "l'uomo", in un qualche modo minacciato o limitato dalla natura esterna e dai limiti della sua naturalità (tecnologia come protesi). Con ciò non si intende dire che nell'analisi ambientale la tematica del rischio tecnologico non sia trattata perché ve
preparazione e tra ruolo o momento politico e ruolo o momento conoscitivo sono pura illusione come è presunzione confondere la fattibilità tecnica di un'opera con quella politica. In questo polarizzarsi dei conflitti attorno alla tecnologia si corre sempre di più il rischio di una mancanza di consenso sociale non solamente sui metodi di intervento, ma addirittura sulla natura del problema da risolvere, assistendo così allo strutturarsi di una dicotomia tra le preoccupazioni del pubblico per le politiche di gestione tecnologica e le politiche pubbliche per lo sviluppo tecnologico con le annesse strategie di gestione dei rischi. C'è il rischio di una divergenza permanente tra i criteri operanti nella messa a punto delle politiche statali e i criteri di valutazione adottati dal pubblico nella sua percezione della tecnologia in connessione con gli impatti sulla salute, sicurezza e ambiente. Ciò deve preoccupare perché può condurre ad una conflittualità permanente tra iniziative dei cittadini e istituzioni statali impegnate nel controllo dello sviluppo tecnologico. In questo quadro di valutazioni divergenti non ci si può fermare a considerare solamente il dato relativo alle implicazioni sociali e ambientali delle tecnologie ma anche il processo decisionale, anche perché il cittadino non percepisce il singolo caso tecnologico isolato dal contesto individuale e sociale ma come espressione dell'intero sistema di decisione tecnologica e della sua implementazione. Si tratta di una tematica che può fornire gli ingredienti per un più ampio schema di studio dei problemi associati con la tecnologia e la società dove il rischio è rappresentativo di un insieme più ampio di problemi che non quelli relativi alle probabilità e conseguenze di un incidente pericoloso. L'interesse politico-amministrativo pubblico per ricerche sul rischio e sulla sicurezza è dettato da una serie di sviluppi tecnologici nuovi che hanno investito le società in questi ultimi anni e che sono accompagnati tra l'altro da una diminuita fiducia nella capacità degli esperti ad assicurare progettazioni e gestioni tecnologiche sicure e nello stesso tempo da un impegno insufficiente di analisi scientifiche circa la natura e portata stessa dei rischi.Va poi aggiunto il riconoscimento crescente che ad una cognizione scientifica va affiancata una analisi dei valori e le preferenze della gente verso la tecnologia e i suoi rischi. Infine sempre più corpo prende l'esigenza di una partecipazione diretta del pubblico alle decisioni sui rischi ai quali la gente viene esposta. Quindi: riconquista di una immagine e fiducia nella analisi scientifica, integrazione della analisi scientifica con quella sui valori e preferenze del pubblico e partecipazione pubblica al processo decisionale , sono tre aspetti che spingono per una reimpostazione delle ricerche sui rischi tecnologici, ricerche che devono investire anche l'area dei benefici sociali che scaturiscono dalla applicazione tecnologica e, più in generale,
utilizzati per giustificare atteggiamenti preconcetti; oppure, il vuoto conoscitivo viene riempito con elucubrazioni di tipo soggettivo da parte degli stessi analisti;
Le dieci domande di natura politica prima elencate, nel loro insieme, vanno a costituire il dilemma del controllo sul rischio e sulla decisione : controllo politico- istituzionale, politico - amministrativo e controllo sociale. Ricerche sul rischio, che verranno esposte di seguito, cominciano a delineare risposte. Alle prime due domande si risponde orientativamente che ciò può dipendere dalla riduzione del grado di controllo (percepito) che tali decisioni inducono su importanti aspetti della vita giornaliera. Per la stessa ragione la gente indirizza più attenzione su attività rischiose anziché su altre. La domanda 4 può trovare risposta nel fatto che si hanno in gioco concezioni interamente differenti. Il tentativo di integrare il concetto psicologico di rischio con quello matematico ha senso solamente se al primo si assegna il carattere di "corpus" umano e al secondo di astrazione mentale e non il contrario. L'incunearsi della ricerca psico-sociologica nel problema del rischio fa emergere la questione cruciale del "decisore politico". La percezione del rischio dipende dalla informazione alla quale la gente è esposta, a quale informazione la gente ha scelto di credere, dalla esperienza sociale cui ha avuto accesso, dalla dinamica dei gruppi di sostegno, dalla legittimità delle istituzioni, dalla varietà del processo politico e dal momento storico nel quale tutto si trova. La base empirica assemblata fino a oggi è insufficiente per supportare in maniera convincente le convinzioni circa i fattori specifici che influenzano la percezione dei rischi. Tuttavia ricerche recenti hanno trovato correlazioni plausibili: ad es. classificazioni di rischi correlabili con sentimenti di paura e con possibilità di conseguenze fatali. Altri fattori che influirebbero sulla percezione dei rischi risultano la volontarietà, la controllabilità, la sua conoscenza scientifica, ecc. Per comprendere appieno i percorsi delle ricerche sul rischio svolte al fine di supportare strategie di gestione è indispensabile prima soffermarsi sul concetto di rischio e sulla sua operatività.
3. Che cosa si deve intendere per rischio tecnologico Fin dagli inizi della nostra storia l'uomo e la sua tecnologia hanno costantemente vissuto una tensione dialettica che scaturisce dal carattere ambivalente proprio della tecnologia e del progresso in generale: il prezzo da pagare per i vantaggi acquisiti. Si può osservare che l'umanità ha sempre sperimentato rischi nel corso del suo sviluppo e l'uso di strumenti tecnici gli ha permesso di alleviare la pressione della selezione naturale e i pericoli derivanti da ostilità naturali. Imparando a fabbricare e ad usare strumenti l'uomo ha potuto migliorare le sue prestazioni originariamente non specializzate. Può muoversi