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Storia dello Stato Italiano dall'unità a oggi (dispensa).
Tipologia: Dispense
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Indice
Premessa
Scheda. Personaggi: Mussolini rivoluzionario
Scheda. Personaggi: Luigi Sturzo
Scheda. Personaggi: Giacomo Matteotti
articolata dei processi di trasformazione della società e delle istituzioni. Non a caso, contro la tesi della continuità si era alzata sin dal 1944 la voce autorevole di Benedetto Croce che in alcuni scritti accreditò l’interpretazione del fascismo come “parentesi” nella storia d’Italia, una «malattia morale» intervenuta nel corpo sano della democrazia liberale, frutto avvelenato dell’irrazionalismo e del trauma psicologico provocati dalla prima guerra mondiale. Anche se l’approccio crociano non è esente da critiche, soprattutto per lo scoperto disegno di riproporre il modello etico-politico del liberalismo nel mutato contesto della democrazia repubblicana, esso ha avuto il merito di dimostrare la sostanziale discontinuità tra Stato liberale e fascismo, provocata dalla cesura epocale della «grande guerra», che accelerò la nazionalizzazione delle masse e l’improvviso emergere di ideologie estremistiche di destra e di sinistra accomunate dal disprezzo verso i partiti politici e gli strumenti della democrazia parlamentare. A differenza degli altri paesi vincitori, infatti, un triplice ordine di fattori «politici» contribuì a scardinare i fragili equilibri dello Stato liberale ottocentesco: l’ideologia combattentistica che attribuiva la responsabilità della “vittoria mutilata” ad una classe dirigente inetta e pacifista; il mito bolscevico di una «rivoluzione proletaria» che allontanò le masse lavoratrici dal solco del riformismo socialista; la violenza «militare» dello squadrismo fascista che seppe sfruttare le paure della piccola e media borghesia per distruggere la rete associativa del movimento socialista e cattolico e rifondare un «nuovo ordine» basato sul partito unico e sulla mobilitazione nazionalistica delle masse. Questi fattori «politici», tuttavia, non erano inevitabili ed aprono una lunga catena di interrogativi: perché i nuovi soggetti politici emersi nel dopoguerra, il Partito socialista ed il Partito popolare, non seppero trovare un terreno d’intesa per riformare in senso democratico le istituzioni liberali? Quanto influì la deriva estremistica del movimento operaio nel provocare la reazione di classe della borghesia italiana? Perché la classe dirigente liberale s’illuse di potere «costituzionalizzare» il fascismo dopo averlo utilizzato come forza d’urto contro il pericolo “rosso”? E quali furono le componenti sociali e le diverse “anime” che confluirono nel movimento fascista?
Croce e il fascismo come «malattia morale»
Le ragioni della discontinuità
La vittoria conseguita nella prima guerra mondiale promosse al rango di grande potenza l’Italia, che aveva sconfitto il suo nemico storico - l’impero asburgico - ed aveva conquistato i suoi confini naturali sul versante nord-orientale. Alla conferenza internazionale di pace a Parigi, tuttavia, la delegazione italiana guidata dal presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando e dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino si trovò subito impegnata in una trattativa delicata e difficile. In base al patto di Londra siglato nel 1915 l’Italia ottenne l’annessione del Trentino, del Friuli Venezia-Giulia e dell’Istria (nonché il possesso delle isole egee del Dodecanneso), ma non ebbe riconosciuta la Dalmazia, abitata prevalentemente da slavi e dagli Alleati assegnata al nuovo al nuovo regno di Iugoslavia in base al principio di nazionalità. A complicare ulteriormente la situazione si aggiunsero le mire irredentistiche su Fiume, la città portuale che serviva da sbocco sull’Adriatico al commercio ungherese ma abitata in maggioranza da italiani: in base al patto di Londra essa sarebbe dovuta restare sotto dominio asburgico, ma in seguito alla dissoluzione dell’impero truppe italiane l’avevano occupata ed il consiglio municipale aveva votato l’annessione all’Italia. La politica estera italiana si trovò così di fronte ad un bivio strategico: chiedere il rispetto integrale del patto di Londra, che però contrastava con i “quattordici punti” di Wilson, oppure rivendicare Fiume ed accettare la rinuncia alla Dalmazia aderendo ai principi wilsoniani ed avviando relazioni d’amicizia con la Iugoslavia. Come sostiene Roberto Vivarelli ( Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma , 2 voll., Il Mulino, Bologna 1991), la seconda alternativa era l’unica credibile nel mutato contesto internazionale segnato dal crollo degli imperi plurinazionali, ma Orlando e Sonnino si mostrarono indecisi e finirono per attestarsi su una posizione indifendibile, quella cioè di rivendicare contemporanea- mente la Dalmazia in base ai canoni della vecchia diplomazia (che non aveva previsto lo sfaldamento dell’Austria-Ungheria) e la città di Fiume in base alla politica wilsoniana delle nazionalità. Si trattava di una linea contraddittoria, giustamente criticata dall’ala democratica dell’interventismo (Bissolati, Salvemini) che con la liberazione di Trento e Trieste riteneva compiuto il programma risorgimentale, ma purtroppo sostenuta dalla martellante propaganda della destra nazionalista a favore dell’immediata annessione delle « sei città da redimere »: Trento, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara. Il presidente degli Stati Uniti si oppose con forza a tali richieste e nell’aprile del 1919 si appellò direttamente al popolo italiano con un pubblico
L’Italia alla conferenza di pace
Le contraddizioni della politica estera italiana
aspetti ricordati, il corporativismo elaborato durante la Reggenza (Governo provvisorio) fiumana anticipa temi cruciali del fascismo, così come l’altra idea di una «marcia su Roma» per porre fine al disfattismo dei governi liberali. Sul piano internazionale la sedizione fiumana indebolì non poco l’immagine dell’Italia, paese vincitore ma incapace di mantenere fede agli accordi diplomatici e di garantire l’ordine pubblico. Spettò perciò al nuovo governo presieduto dall’anziano Giolitti sbrogliare la «la matassa adriatica» nell’unico modo possibile, quello del negoziato diretto con la Iugoslavia. Si giunse così, nel novembre del 1920, alla firma del trattato Rapallo , che oltre a Trieste, Gorizia e all’Istria assegnò all’Italia la città di Zara, mentre la Dalmazia restò alla Iugoslavia. A Fiume venne riconosciuto lo status di «città libera», e solo il successivo accordo italo-iugoslavo del 1924 ne decretò la temporanea appartenenza all’Italia. D’Annunzio, il poeta-comandante che si era autoproclamato governatore della Reggenza del Carnaro, si rifiutò di obbedire al governo Giolitti e si preparò alla resistenza armata, ma nel dicembre del 1920 (il «Natale di sangue») la flotta navale italiana ebbe l’ordine di intervenire e le truppe regolari sbarcate costrinsero alla fuga il governo provvisorio. L’impresa dannunziana di Fiume era durata quindici mesi, trasformandosi in un straordinario laboratorio politico dove si erano contaminate “destra” e “sinistra”, il nazionalismo imperialista ed il sindacalismo rivolu- zionario. Questa miscela ideologica esplosiva avrebbe alimentato il nascente movimento fascista.
Il trattato di Rapallo
Oltre alle polemiche sulla “vittoria mutilata” ed all’avventura fiumana, il secondo fattore di crisi che indebolì le già fragili basi di consenso dello Stato liberale fu l’eccezionale ondata di lotte ed agitazioni sociali del 1919-20. All’origine del cosiddetto biennio rosso stava un duplice ordine di cause. Da un lato, nonostante la vittoria, permaneva assai grave la situazione economica-finanziaria del paese, che presentava un enorme deficit del bilancio statale, un’inflazione galoppante ed una elevata disoccupazione dovuta alla riconversione produttiva dell’industria. Dall’altro lato si registrò un processo di radicalizzazione politica delle masse, decise ad ottenere miglioramenti economici e le promesse fatte dai vari governi durante la guerra (la terra ai contadini, pensioni ed assistenza sociale), ma pure infiammate dalle vicende rivoluzionarie della Russia bolscevica. La guerra aveva accelerato potentemente la nazionalizzazione delle masse, che nella crisi economico-sociale del dopoguerra assumevano un inedito ruolo di protagoniste del cambiamento politico. Questa massiccia mobilitazione popolare fu un fenomeno comune a tutti gli Stati usciti dal conflitto, ma si manifestò in forme più acute in Italia, dove lo sviluppo economico era cominciato in ritardo e le istituzioni politiche liberali non si erano profondamente radicate nella società. Con ha ben documentato Stefano Musso nella sua Storia del lavoro in Italia dall’Unità ad oggi (Marsilio, Venezia 2002), nei primi mesi del 1919 il conflitto sociale si aprì nelle campagne, dove si registrarono tre fenomeni contemporanei ma distinti: l’invasione dei latifondi e delle terre incolte nel Mezzogiorno, le lotte contrattuali dei mezzadri nelle regioni dell’Italia centrale, gli scioperi dei braccianti per l’aumento dei salari nella Valle Padana. La classe dirigente liberale cercò di fronteggiare le agitazione alternando misure repressive (l’intervento della forza pubblica provocò frequenti eccidi proletari) e caute riforme. In particolare, il governo Nitti nel novembre del 1919 emanò il decreto Visocchi, che assegnò in affitto temporaneamente i terreni occupati dalle cooperative contadine, ed incoraggiò l’attività dell’ Opera nazionale combattenti , un ente pubblico istituito nel 1917 da Alberto Beneduce (Futuro presidente dell’IRI) e finalizzato alla bonifica agraria ed alla formazione della piccola proprietà. Mancò tuttavia ai governi del dopoguerra una lucida e complessiva strategia riformatrice nelle campagne, sia per democratizzare l’accesso alla proprietà fondiaria, sia per migliorare i livelli produttivi dell’agricoltura italiana. I movimenti contadini furono diretti da forze politiche anti-sistema, come le leghe rosse socialiste, le leghe bianche cattoliche, le associazioni combattentistiche, che dal punto di vista
La crisi sociale del dopoguerra
Le lotte contadine
nei trasporti dove le vertenze contrattuali furono condotte con i cosiddetti scioperi a singhiozzo (astensioni dal lavoro brevi e ripetute) che provocarono le prime reazioni contrarie dell’opinione pubblica contro la “scioperomania”. A raccogliere i frutti dell’importante mobilitazione di massa del dopoguerra non furono certo i vecchi esponenti della classe politica, ma piuttosto le forze d’opposizione allo Stato liberale come i cattolici ed i socialisti. Proprio dal mondo cattolico venne la più importante novità con l’ Appello ai liberi e ai forti pubblicato il 18 gennaio 1919 da don Luigi Sturzo (1871-1959), che sancì la nascita del Partito popolare italiano (Ppi). Il programma di questo nuovo soggetto politico andava ben oltre le tradizionali rivendicazioni del movimento cattolico anteguerra in tema di difesa della famiglia e della libertà d’insegnamento, perché rimodulava in modo originale e democratico il rapporto tra Stato e società civile, proponendo un largo ventaglio di autonomie locali (istituzione delle regioni e decentramento amministrativo), l’introduzione del sistema elettorale proporzionale, il voto alle donne, la diffusione della piccola proprietà contadina, più incisiva legislazione sociale e a favore del Mezzogiorno, la riforma tributaria su base progressiva. Nel primo congresso nazionale del Ppi, che si svolse a Bologna nel giugno 1919, Sturzo riaffermò il carattere aconfessionale del partito, che pur ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa era aperto all’adesione di tutti i cittadini. Nelle sue file confluirono gli eredi della Democrazia cristiana di Romolo Murri, i dirigenti delle leghe bianche (l’ala socialmente più avanzata), ma pure gli esponenti della corrente clerico-moderata più contigua alla classe dirigente liberale. Come ha riconosciuto Gabriele De Rosa nella sua fondamentale monografia Il Partito Popolare italiano (Laterza, Bari 1966) si chiudeva finalmente l’anomalia storica rappresentata dall’esclusione dei cattolici dalla vita politica (decisa da Pio IX dopo la presa di Roma nel 1870) e si completava il loro pieno reinserimento nello Stato nazionale. Il successo elettorale non si fece attendere. Quando nel novembre 1919 si votò per la prima volta col sistema proporzionale introdotto dal governo Nitti, il Ppi raccolse il 20,6 per cento dei suffragi e mandò 101 deputati in Parlamento, diventando di colpo il secondo partito politico italiano. Le aspettative di rinnovamento politico e sociale si concentrarono soprattutto nel Partito socialista italiano (Psi), che nella stessa tornata elettorale ottenne con quasi due milioni di voti il 32,6 per cento dei suffragi e 156 deputati al Parlamento. Nelle successive elezioni amministrative dell’autunno del 1920 la conquista di oltre un quarto dei comuni e di un terzo delle province lo confermò come il più grande partito italiano e gli attribuì un ruolo cruciale nella crisi del
La nascita del Partito popolare
I cattolici e lo Stato
I successi elettorali del Partito socialista
dopoguerra. Come sostiene Massimo L. Salvadori nell’opera La Sinistra nella storia italiana (Laterza, Roma-Bari 1999), al Psi sarebbe spettata legittimamente la direzione politica del paese se la sua classe dirigente fosse stata capace di elaborare un programma di riforme sociali compatibili con l’economia di mercato e con la democrazia parlamentare, così da favorire la naturale alleanza col Ppi e con i gruppi liberali più progressisti. La possibilità di una «rivoluzione democratica», pacifica e per vie legalitarie, che avrebbe potuto evitare all’Italia la tragedia della ventennale dittatura fascista, sfumò tuttavia assai presto nel clima infuocato del biennio rosso. Nel congresso nazionale del Psi a Bologna (ottobre 1919) prevalse ancora una volta l’ala massimalista, che riconosceva come suoi leaders più prestigiosi (dopo l’espulsione di Mussolini) il segretario Costantino Lazzari e il direttore dell’ Avanti! Giacinto Menotti Serrati, mentre venne relegata all’opposizione la corrente riformista di Filippo Turati, Anna Kuliscioff e Claudio Treves, che pure risultava maggioritaria nel gruppo parlamentare e nel sindacato Cgil. Oltre all’adesione all’Internazionale comunista (Comintern), il congresso di Bologna approvò una mozione programmatica che sanciva l’adozione del modello bolscevico come via maestra per la rivoluzione socialista, il ricorso necessario alla violenza di classe per abbattere lo Stato borghese ed instaurare la dittatura del proletariato, nonché l’aboli- zione della proprietà privata e la socializzazione dei mezzi di produzione. «Fare come in Russia» diventò perciò lo slogan vincente nel movimento operaio italiano, abbagliato da mito di una «repubblica dei soviet» dove poter realizzare l’utopia dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Una siffatta radicalizzazione della linea politica comportò tuttavia due conseguenze negative. La prima fu l’isolamento politico del Psi, che accettando in modo acritico il bolscevismo russo si precluse qualunque ipotesi di collaborazione con le altre forze democratiche allarmate dalla sbandierata minaccia di una dittatura comunista. Il programma di completa statizzazione dell’economia, ad esempio, bloccò a priori ogni dialogo col Ppi; in particolare, sulla questione agraria il progetto massimalista di «socializzazione della terra» impedì in Parlamento la convergenza con i cattolici per una riforma che quotizzasse i latifondi meridionali e favorisse la formazione della piccola proprietà contadina. La stessa fideistica riproposizione dell’internazionalismo operaio scavò un solco incolmabile verso gli ex-combattenti e verso i valori patriottici della piccola e media borghesia, che si spostò su posizioni politiche di destra sia per paura della «rivoluzione mondiale», sia perché conquistata dalla polemica di nazionalisti e fascisti contro il «disfattismo socialista» responsabile della «vittoria mutilata». La seconda conseguenza fu la netta cesura
Il massimalismo socialista
Radicalismo ideologico ed isolamento politico del Psi
di “democrazia socialista” da estendere al resto del paese attraverso un’alleanza strategica con i contadini poveri del Mezzogiorno. La teoria gramsciana dei «consigli operai» come strumento di contropotere in fabbrica ed insieme germe del futuro «autogoverno dei produttori» nella società socialista fu messa a dura prova nella primavera-state del 1920 dalla vertenza sindacale aperta dagli operai metalmeccanici per il contratto di lavoro e per il riconoscimento delle commissioni interne. Guidata dalla Fiom, la federazione più combattiva della Cgil, la lotta si concentrò sul tema cruciale del potere operaio in fabbrica e trovò un fronte padronale compatto a difesa dell’assoluta libertà d’impresa in tema di organizzazione del lavoro. In aprile a Torino il licenziamento di tre rappresentanti della commissione interna della Fiat, che avevano rifiutato l’introduzione dell’ora legale spostando le lancette dell’orologio ai cancelli della fabbrica, diede vita al cosiddetto sciopero delle lancette , allargandosi per solidarietà ad altre industrie ma conclusosi dopo un mese con una secca sconfitta dei lavoratori per l’indisponibilità a trattare da parte della Confindustria. Maggiore estensione ebbero invece le agitazioni promosse dalla Fiom in estate, allorché in risposta alla serrata (chiusura dell’opificio) decisa dalla direzione dell’Alfa Romeo di Milano il sindacato ordinò ai suoi aderenti l’occupazione delle fabbriche. Muovendo dagli stabilimenti del “triangolo industriale”, il movimento si allargò ai principali centri siderurgici delle penisola, dal Piemonte al Veneto, dalla Toscana alla Campania, coinvolgendo circa seicento fabbriche in mano a quasi mezzo milione di lavoratori. Fu questo il momento di più alta tensione sociale nel “biennio rosso”: sui tetti degli stabilimenti sventolarono le bandiere rosse , per la difesa da eventuali attacchi esterni fu organizzata la vigilanza armata delle guardie rosse, mentre le maestranze cercarono di proseguire ad ogni costo la produzione, tentando di trasformare ogni fabbrica in un luogo-simbolo di autogestione operaia. Nonostante le oggettive difficoltà (mancanza di materie prime e di linee di credito bancario, chiusura dei mercati di sbocco, impreparazione tecnico-gestionale), la maggior parte degli scioperanti considerò questa lotta come l’avvio di un moto rivoluzionario destinato ad assumere una dimensione nazionale,ed in effetti numerose manifestazioni di solidarietà si registrarono in tutta la penisola, a cominciare dal sindacato dei ferrovieri che si rifiutò di trasportare a Torino e a Milano la forza pubblica mobilitata per l’eventuale repressione armata. Nella fase cruciale, tuttavia, il movimento di occupazione delle fabbriche difettò di una chiara direzione politica, non riuscendo a collegarsi con le altre lotte sociali (come l’invasione delle terre nel centro-sud) né a porsi in modo concreto la conquista del potere statale.
Lo sciopero delle «lancette»
L’occupazione delle fabbriche
I limiti del movimento
Al di là degli sterili proclami insurrezionali dell’ Avanti! , i dirigenti massimalisti del Psi non tentarono nessuna saldatura tra lotta sindacale e lotta politica, lasciando di fatto il movimento nelle mani della Cgil riformista. E a Milano l’11 settembre gli stati maggiori della Confederazione generale del Lavoro «misero ai voti la rivoluzione», bocciando a larga maggioranza l’ipotesi dello sciopero generale e limitandosi a chiedere al governo il riconoscimento giuridico del “controllo sindacale”. Come sottolinea E. Giovannini nel volume L’Italia massimalista. Socialismo e lotta sociale e politica nel primo dopoguerra (Ediesse, Roma 2002), tramontava così qualsiasi ipotesi di sbocco rivoluzionario e l’intera vicenda dell’occupazione delle fabbriche venne ridimensionata nei limiti di un’ordinaria vertenza sindacale. L’accordo siglato il 19 settembre tra Cgil e Confindustria, infatti, stabilì adeguati aumenti salariali ai metalmeccanici ed affidò ad una commissione paritetica (di imprenditori, operai e funzionari ministeriali) il compito di elaborare il disegno di legge sul “controllo sindacale”, che dopo vari rinvii non fu mai approvato dal Parlamento. Furono soprattutto le correnti di estrema sinistra del Psi ad attaccare la dirigenza massimalista del partito accusata di subalternità al riformismo della Cgil. La polemica condotta da Bordiga e Gramsci si intrecciò a questo punto con le decisioni del secondo congresso del Comintern, che a Mosca aveva fissato le «21 condizioni» per aderire all’Internazionale comunista; in particolare, le norme più severe riguardarono l’obbligo di assumere la denominazione di «partito comunista» e quello di espellere subito i dirigenti riformisti e centristi, in modo da assicurare la purezza rivoluzionaria dei nuovi partiti. Nonostante la fitta corrispondenza scambiata nell’autunno del 1920 con Lenin e con i capi bolscevichi, Serrati ed i massimalisti alla fine rifiutarono di sottostare al diktat di Mosca, nella consapevolezza che l’espulsione dell’ala riformista avrebbe fatto perdere al Psi la maggior parte dei quadri sindacali, della deputazione parlamentare e degli amministratori locali. Al congresso di Livorno, nel gennaio del 1921, a staccarsi dal Psi fu dunque la minoranza di sinistra rappresentata da Bordiga e Gramsci, che fondarono il Partito comunista d’Italia (Pcd’I)con un programma risorgente leninista ma con una base sociale assai ristretta e concentrata in prevalenza nei centri industriali del Nord. In realtà, la scissione comunista fu doppiamente dannosa per il movimento operaio italiano, sia perché non servì all’ipotesi rivolu- zionaria (il Comintern già 1921 giudicò “prematura” la prospettiva della rivoluzione mondiale), sia perché ne indebolì la forza unitaria nel momento in cui occorreva opporsi alla violenza fascista. La frattura fra socialisti e comunisti divaricò in modo irreparabile le divergenze ideologiche della sinistra ed assestò un ulteriore colpo alle già fragili basi della democrazia in Italia.
Il congresso di Livorno e la fondazione del Partito comunista
Figlio di un modesto impiegato sardo, Antonio Gramsci (1891-1937) studiò al liceo classico di Cagliari e nel 1911 emigrò a Torino dove grazie ad una borsa di studio poté iscriversi alla facoltà di Lettere e filosofia. Entrò subito in contatto con i dirigenti del movimento operaio torinese, aderendo nel 1914 al Partito socialista e collaborando all’edizione locale dell’ Avanti! e al Grido del popolo. La sua figura di leader politico rivoluzionario emerse nel dopoguerra come fondatore del periodico L’ordine nuovo (organo di battaglia della sinistra socialista) e protagonista principale del movimento dei consigli e dell’occupazione delle fabbriche nel 1919-20. In aperto contrasto con l’ala riformista e con la stessa maggioranza massimalista, nel gennaio del 1921 Gramsci favorì la scissione al congresso di Livorno, da cui nacque il Partito comunista d’Italia, sezione del Comintern. Dal marzo del 1922 al maggio del 1924 soggiornò a Mosca dove conobbe personalmente Lenin ed i capi bolscevichi ed a Vienna dove frequentò gli intellettuali austromaxisti rientrando in Italia appena in tempo per candidarsi alle elezioni ed essere eletto deputato. Critico nei confronti dell’inerzia politica dell’Aventino, Gramsci fondò durante la crisi Matteotti L’Unità , il quotidiano ufficiale del Partito comunista che combatté una coraggiosa battaglia contro la dittatura fascista. Perseguitato dal regime ed in cattive condizioni di salute, egli s’impegnò in un grande sforzo di elaborazione teorica per una rivoluzione socialista che aderisse alle peculiarità della storia d’Italia. Partendo dall’analisi del blocco agrario-industriale che aveva dominato dall’Unità in poi, Gramsci individuò nell’alleanza tra gli operai del nord e i contadini del sud l’alternativa rivoluzionaria che avrebbe consentito di risolvere la “questione meridionale” con un nuovo “modello socialista” di sviluppo. Al terzo congresso del Pci tenutosi a Lione nel 1926 la linea gramsciana si affermò, mettendo in minoranza l’intransi- gente operaismo di Bordiga. Al rientro in Italia Gramsci fu però arrestato e nel 1928 venne condannato dal tribunale speciale a 20 anni di reclusione da scontarsi nella casa penale di Turi (Bari). Distrutto dal duro regime carcerario, si spense in una clinica di Roma nel Roma nel 1937. Per lo studio del pensiero gramsciano sono fondamentali i 32 Quaderni del carcere (pubblicati postumi in sei volumi) e le sue Lettere dal carcere , documento tra i più belli della letteratura epistolare italiana. La sua più recente biografia è quella di Aurelio Lepre, Il prigioniero. Vita d Antonio Gramsci (Laterza, Roma-Bari 1998).
Nell’Italia del dopoguerra, in contrapposizione col socialismo pacifista ed internazionalista si diffuse la nuova ideologia del combattentismo fra ex-ufficiali e soldati smobilitati, che nel 1919 diedero vita all’ Associazione nazionale combattenti (Anc) con un programma centrato sui valori patriottici e sulle rivendicazioni economico-sociali a favore dei reduci (concorsi riservati nella pubblica amministrazione , pensioni di guerra, sussidi agli invalidi, riforma agraria). Come ha dimostrato lo storico Giovanni Sabbatucci (nella sua monografia I combattenti nel primo dopoguerra , Laterza, Roma-Bari 1974), si trattò di un movimento composito che per un breve periodo diede voce agli interessi ma anche alle frustrazioni di chi aveva combattuto la guerra e ne sentiva traditi gli ideali dai socialisti, cattolici, liberali «neutralisti». La sua originalità consistette nel contaminare temi di destra (il nazionalismo) e di sinistra (la terra ai contadini) e nel propugnare un totale ricambio della classe dirigente. L’Anc non si trasformò in partito politico, ma in alcune regioni centromeridionali (Lazio, Campania, Puglia, Sicilia) guidò con successo le occupazioni dei latifondi e la loro successiva quotizzazione agli ex-fanti contadini; in particolare, in Sardegna dal movimento combattentistico prese le mosse il Partito sardo d’azione , che nelle elezioni del 1919 e del 1921 ottenne lusinghieri risultati grazie ad un programma di regionalismo democratico. Dopo la marcia su Roma l’Anc si divise in diverse componenti, ma buona parte dei suoi aderenti confluì nel fascismo. In siffatto contesto di «sovversivismo patriottico» si inserisce la fondazione a Milano, il 23 marzo 1919, dei Fasci di combattimento di Benito Mussolini e del gruppo di arditi, futuristi e sindacalisti rivoluzionari raccolti attorno alla redazione del giornale Il Popolo d’Italia. «Fascio» è un termine adoperato dalla democrazia mazziniana post-risorgimentale e dal socialismo di fine ottocento (si pensi ai Fasci siciliani del 1892-93) per significare unione e compattezza di forze politiche e movimenti di diversa origine; nel 1914 esso venne ripreso dell’interventismo di sinistra per organizzare «blocchi patriottici» contro i neutralisti. All’assemblea milanese di piazza S. Sepolcro fu presentato un programma elaborato dal poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti, dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris e dallo stesso Mussolini. Esso prevedeva l’istituzione della repubblica al posto della monarchia, il controllo operaio sulle aziende, la distribuzione delle terre ai contadini ex- combattenti ed un’imposta straordinaria sui sovrapprofitti di guerra, ma nello stesso tempo proclamava una politica estera di potenza per
L’Associazione nazionale combattenti
I Fasci di combattimento
Il programma di piazza S. Sepolcro
Nella formazione e diffusione dello squadrismo non svolsero alcun ruolo né Mussolini, né il Comitato centrale dei fasci. Esso fu un’invenzione del fascismo provinciale e dei suoi ras (il termine designava i signori feudali dell’Etiopia e dell’Eritrea), i leader locali che nelle regioni “rosse” della Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Puglia cominciarono a reclutare ufficiali e soldati smobilitati, studenti, piccoli esercenti, disoccupati nelle «squadre d’azione» da guidare nelle «spedizioni punitive» contro i socialisti. I ras più famosi furono Italo Balbo a Ferrara, Leandro Arpinati e Dino Grandi a Bologna, Roberto Farinacci a Cremona, Augusto Turati a Brescia, Dino Perrone Compagni a Firenze, Carlo Scorza a Lucca, Giuseppe Caradonna a Cerignola, personaggi carismatici e ben inseriti nell’èlite delle rispettive città, ma cinicamente “competenti” nell’uso politico della violenza. Alcuni di loro provenivano dalle file della sinistra (Balbo era repubblicano, Farinacci socialriformista, Arpinati ex-anarchico), ma il loro bersaglio comune era rappresentato dai dirigenti delle leghe “rosse” e “bianche”, dai sindacalisti ed attivisti dei partiti democratici, dai consiglieri comunali socialisti e popolari. I fascisti irrompevano nelle loro case di notte, li picchiavano col manganello, li umiliavano costringendoli ad ingoiare in pubblico l’olio di ricino, talvolta li uccidevano, così come devastavano senza scrupoli i luoghi-simbolo della presenza socialista e cattolica – sezioni di partito, camere del lavoro, cooperative, municipi, sedi di giornali, circoli ricreativi – che venivano saccheggiati ed incendiati per seminare dovunque terrore e morte. Fra gli episodi più efferati si possono ricordare la lunga catena di omicidi perpetrati nelle campagne ferraresi dalle “colonne di fuoco” di Balbo e le continue rappresaglie dei fascisti toscani che utilizzarono camion armati di mitragliatrici per mettere a ferro e fuoco interi paesi. Ad esempio, il 29 e 30 giugno 1921 l’occupazione fascista di Grosseto, roccaforte socialista, comportò un rastrellamento casa per casa dei «sovversivi» che si concluse con 55 morti e numerosi feriti. Colpite al cuore dalla violenza militare dello squadrismo, le organiz- zazioni del movimento operaio e contadino si collassarono dovunque, e lo stesso Partito socialista si dimostrò impreparato all’autodifesa. Nonostante la retorica rivoluzionaria usata nei giornali e nei comizi, i dirigenti massimalisti non disponevano di alcun «servizio d’ordine» per difendersi dagli attacchi fascisti. Quando nel novembre del 1920 le squadre d’azione cinsero d’assedio Palazzo d’Accursio a Bologna per sabotare la cerimonia d’insediamento della nuova amministrazione comunale, i socialisti si rivelarono talmente disorganizzati da sparare sui loro stessi sostenitori, provocando una diecina di morti e dando pretesto ai fascisti per scatenare una serie impressionante di ritorsioni antisocialiste senza trovare alcuna resistenza. L’unica esperienza di
I ras e il fascismo provinciale
Le spedizioni punitive fasciste
Il collasso del movimento socialista
organizzazione paramilitare della sinistra furono gli Arditi del popolo , dove nell’estate del 1921 confluirono alcune migliaia di socialisti, comunisti ed anarchici per ripagare i fascisti con la stessa moneta della violenza armata, ma che i contrasti interni e la repressione delle forze dell’ordine ridussero presto al silenzio. Oltre all’evidente inferiorità militare, almeno altri due fattori contribuirono alla sconfitta della sinistra. Da un lato pesarono gli errori politici dell’estremismo ideologico ed alcuni tratti autoritari del sistema padano delle leghe: il mito della socializzazione della terra o il boicottaggio di coloro che si sottraevano alle regole del collocamento, ad esempio, crearono malcontento e paura tra coltivatori diretti, mezzadri e piccoli affittuari che costituirono i primi nuclei del sindacalismo fascista nelle campagne. Dall’altro lato vanno segnalate le complicità e le connivenze degli apparati statali, centrali e periferici, che assicurarono una quasi totale impunità alle gesta criminose delle «camicie nere». Ad eccezione di qualche raro episodio, come quello di Sarzana in Liguria, dove nel luglio 1921 la forza pubblica aprì il fuoco contro gli squadristi giunti dai paesi vicini per una delle tante spedizioni punitive, le simpatie per il fascismo erano largamente diffuse tra prefetti, magistrati, questori e poliziotti, che lo consideravano un alleato naturale nella difesa della patria minacciata dal caos rivoluzionario. Gli stessi governi favorirono il generale clima d’impunità verso il movimento fascista, pensando di utilizzarlo come braccio violento della repressione antisocialista e di poterlo successivamente “costituzionalizzare” inserendolo in modo subalterno nelle file della maggioranza liberalmoderata. Non a caso, fu questo il preciso disegno politico di Giolitti, che nelle elezioni del maggio 1921 aprì i «blocchi nazionali» ai candidati fascisti, consentendo così a Mussolini e ad altri 34 suoi seguaci di entrare in Parlamento. Il movimento fascista fu perciò legittimato dalla classe dirigente di uno Stato liberale ormai in declino, ma non rinunciò ai metodi illegali: durante la campagna elettorale non si contarono più le violenze e le sopraffazioni contro gli avversari politici che si allargarono a quasi tutto il territorio nazionale. La formazione del nuovo governo presieduto dal socialriformista Ivanoe Bonomi (1871-1953) ed appoggiato da una coalizione di liberali e popolari rappresentò l’estremo tentativo di porre fine alla guerra civile e di restaurare la concordia nazionale. Il 2 agosto 1921, alla presenza del presidente della Camera, Enrico De Nicola, fu sottoscritto tra fascisti e socialisti un patto di pacificazione , in base al quale le due parti si impegnavano a far cessare gli atti di violenza ed a rispettare la libera attività delle reciproche organizzazioni politiche e sindacali. La tregua fu firmata da un lato da Mussolini e da rappresentanti del Comitato centrale dei fasci (De Vecchi, Giuriati,
Gli arditi del popolo
I limiti del leghismo rosso
La connivenza degli apparati statali
Il governo Bonomi e il patto di pacificazione