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La filosofia di arthur schopenhauer, concentrandosi sulla sua concezione del mondo come volontà e rappresentazione. Viene analizzata la distinzione tra fenomeno e noumeno, la natura della volontà di vivere, le sue manifestazioni e le sue conseguenze, come il dolore universale e l'illusione dell'amore. Anche le critiche di schopenhauer all'ottimismo cosmico, sociale e storico, e le sue proposte per la liberazione dal dolore attraverso l'arte, la morale e l'ascesi.
Tipologia: Dispense
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1. Introduzione È influenzato da Platone, Kant, illuminismo, romanticismo (da cui prende il tema del dolore e della visione pessimistica della realtà). Un ruolo importante nello sviluppo della sua riflessione è rivestito dal pensiero idealistico, che lui definisce “filosofia delle universalità” in modo spregevole in quanto è al servizio di successo e potere e difende la visione della chiesa. Il suo concetto di filosofia è “filosofia libera” (critica a Hegel per la divinizzazione dello stato). Schopenhauer fu il primo filosofo occidentale a tentare il recupero dei motivi del pensiero orientale, traendo da esso un vasto repertorio di immagini ed espressioni significative. 2. Il velo ingannatore del fenomeno Il punto di partenza della sua filosofia è la distinzione kantiana tra fenomeno (cosa come appare) e noumeno (cosa in sé): per Schopenhauer il fenomeno è illusione, sogno, velo di Maya, mentre il noumeno è la realtà che si nasconde dietro la trama del fenomeno e che il filosofo deve scoprire. Il fenomeno per lui è la rappresentazione soggettiva, cioè esiste sono nella coscienza. La rappresentazione (realtà in quanto oggetto di conoscenza) ha due aspetti essenziali e inseparabili: soggetto rappresentante e oggetto rappresentato. Nessuno di questi può separarsi dall’altro o precederlo-> critica al materialismo (nega il soggetto riconducendolo all’oggetto) e all’idealismo (opposto al materialismo). Elogia Kant per aver capito che nella mente dell’uomo ci siano delle forme a priori, ma a differenza di Kant, lui ne ammette 3: spazio, tempo e causalità (unica categoria in quanto tutte le altre sono riconducibili a questa). Quest’ultima categoria assume forme diverse a seconda degli ambiti in cui opera: principio del divenire (regola i rapporti tra oggetti naturali), del conoscere (rapporti tra premesse e conseguenze), dell’essere (rapporti spazio-tempo) e dell’agire (rapporto tra azioni e motivi). Considera quindi la rappresentazione come un sogno ingannevole, ma oltre questa c’è la realtà che il filosofo che è nell’uomo deve scoprire: l’uomo è un animale metafisico che, a differenza degli altri esseri viventi, è portato ad interrogarsi sull’essenza ultima della vita. 3. Tutto è volontà Schopenhauer presenta la sua filosofia come un0integrazione a quella di Kant: è riuscito a trovare l’accesso al noumeno, che Kant non aveva trovato. Ma come arrivarci? Se fossimo solo conoscenza e rappresentazione non potremmo uscire dal mondo fenomenico, ma siccome siamo anche corpo, ci viviamo anche dall’interno, gioendo e soffrendo. Ci rendiamo conto che la cosa in sé del nostro essere è la volontà di vivere, cioè un potente impulso che ci spinge ad esistere e agire. Il nostro corpo è quindi la manifestazione esteriore delle nostre brame interiori. Da qui deriva il titolo della sua opera più famosa , Il mondo come volontà e rappresentazione. Fondandosi sul principio di analogia afferma che la volontà di vivere è l’essenza segreta di tutte le cose, ossia la cosa in sé dell’universo (infatti tutti gli esseri viventi la possiedono). 4. Dall’essenza del mio corpo all’essenza del mondo Come posso affermare che la volontà è l’essenza del mondo intero? Quando io vivo il mio corpo lo sottraggo all’approccio fenomenizzante, invece di renderlo oggetto tra gli oggetti. Così facendo mi privo degli strumenti che pongono i fenomeni come molteplicità di cose distinte. L’essenza del mio corpo ha quindi perso i limiti dell’individualità. Per questo è corretto parlare di fenomeni al plurale (spazio e tempo distinguono le cose che riscontriamo in ambito fenomenico) e di noumeno al singolare (non agiscono né spazio né tempo). Per Schopenhauer l’io è la coincidenza di coscienza, volontà e corpo (quindi non c’è rinuncia alle componenti umane)-> rivalutazione dell’individuo nella sua interezza.
5. Caratteri e manifestazioni della volontà di vivere La volontà di vivere quindi ha caratteristiche opposte alla rappresentazione perché si sottrae a spazio, tempo e causalità. Per prima cosa la volontà primordiale è inconscia-> volontà=energia, impulso. La volontà è unica poiché esistendo al di fuori di spazio e tempo si sottrae al principio di individuazione. È eterna e indistruttibile, una forza libera e cieca, ossia energia incausata (senza scopo), non ha meta se non sé stessa. Secondo Schopenhauer Dio non può esistere e l’unico assoluto è la volontà stessa, i cui caratteri sono quelli che i filosofi antichi hanno sempre attribuito a Dio. La volontà di vivere secondo lui si manifesta attraverso due fasi logicamente distinguibili: la volontà si oggettiva in un sistema di forme immutabili che egli chiama idee la volontà si oggettiva negli individui del mondo naturale Tra idee e individui esiste un rapporto copia-modello per cui gli esseri risultano riproduzioni di idee. Il mondo delle realtà naturali si struttura a sua volta in gradi: quello più basso è costituito dalle forze generali della natura, quelli superiori dalle piante e dagli animali. Questa piramide cosmica culmina nell’uomo, nel quale la volontà diventa pienamente consapevoli. La ragione è meno efficace dell’istinto-> uomo come “animale malaticcio”. 6. Il pessimismo -dolore, piacere, noia- L’essere è la manifestazione di una volontà infinita, quindi vivere significa soffrire-> vivere=desiderare=trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa. Per definizione quindi il desiderio è assenza. Nell’uomo la volontà è più cosciente rispetto agli altri esseri viventi e quindi per questo l’uomo risulta più bisognoso e mancante, destinato a non trovare mai un appagamento. La gioia/godimento è la cessazione del dolore: perché ci sia piacere, secondo Schopenhauer, è necessario che prima ci sia stato uno stato di tensione/dolore. Tuttavia il dolore non può essere sempre preceduto dal piacere (un uomo può provare una serie di dolori senza che questi siano stati preceduti da piaceri, ma al contrario, il piacere deriva sempre da un sentimento precedente di dolore). Il dolore è durevole, il piacere è momentaneo e in mezzo c’è la noia, che subentra quando viene meno il desiderio. Quindi la vita umana è un pendolo che oscilla tra dolore e noia e solo alcuni istanti sono piacere. -la sofferenza universale- Poiché la volontà di vivere è comune a tutti gli esseri umani, il dolore investe ogni creatura. L’uomo soffre di più rispetto alle altre creature perché, essendo più consapevole, è destinato a sentire in modo più accentuato il sentimento-> pessimismo cosmico: il male non è solo nel mondo, ma nel principio stesso da cui il mondo dipende. Espressione di questo dolore universale è la lotta crudele di tutte le cose-> auto-lacerazione dell’unica volontà in una molteplicità conflittuale di parti e individui reciprocamente ostili. -illusione dell’amore- L’amore è uno dei più forti stimoli dell’esistenza. Il suo scopo è solo l’accoppiamento. L’amore procreativo è inconsapevolmente avvertito come peccato e vergogna. È uno strumento per perpetuare la specie (es mantide religiosa che divora il maschio dopo l’unione sessuale). 7. Critica alle forme di ottimismo -rifiuto dell’ottimismo cosmico- Schopenhauer critica le “menzogne” con cui gli uomini nascondono a loro stessi i dati negativi del vivere. Per questo “smascheramento” verrà associato a filosofi come Marx e Freud con il nome di “maestri del sospetto”. Mette a nudo la falsità di ogni forma di ottimismo. La sua critica si scaglia in modo particolare contro l’ottimismo cosmico (schema di pensiero che interpretava il mondo come organismo perfetto): questa visione, nonostante sia consolatrice, è falsa poiché la vita è un’esplosione di forze irrazionali e il mondo è teatro di illogicità e sopraffazione. Schopenhauer inoltre getta le basi di quello che sarà l’ateismo filosofico.
giustizia: ha carattere negativo in quanto consiste nel non fare male ed essere disposti a riconoscere agli altri ciò che riconosciamo a noi stessi carità: volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo, amore disinteressato, autentico. Nei suoi massimi livelli la morale si concretizza nella pietà, cioè nel far propria la sofferenza di tutti.