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Domande e risposte dettagliate con esempi e appunti per l'esame di Filosofia morale. Anno 2021. Esame da 9 crediti.
Tipologia: Prove d'esame
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mnemonico, il punto è che nell’atto riflessivo c’è un legame tra il me stesso che è capace di riflessione e il me stesso pre riflettente che era già sempre consapevole di sé. Se l’autocoscienza riflessa (quella cartesiana) fosse tutt’altra cosa rispetto alla coscienza non tematica di sé, tutta la nostra sfera riflessa sarebbe per definizione falsa. In un passaggio successivo Sartre introduce la distinzione tra riflessione pura e riflessione impura.
appartiene ad una dimensione che non è personale, non appartiene a nessuno. D’altro canto dice Sartre sono qualcosa che comunque viene avvertito (ascolto la musica e sono inebriato dalla musica, mentre ascolto la musica mi sento percipiente ma non in quanto individuo particolare), è la coscienza non tematica del sé, una coscienza di sè che però non è riflessiva (in cui non c’è uno sguardo interiore, in quel caso sarebbe stata una coscienza tematica).
intenzionale nella loro purezza, eliminando tutti gli aspetti di natura realistica. Se io provo ad esaminare ad esempio qualunque fatto del mondo io tendo a congetturare cioè a costruire delle teorie su quello che vedo. Quello che Husserl vuole fare è fare piazza pulita di tutte le teorie infondate lo si può fare comprendendo che io posso lasciar cadere e disinteressarmi di tutte le questioni fattuali intorno a quello che sta succedendo nella realtà. Non mi interessa sapere se la sedia esiste o qualunque teoria a riguardo, ma valutare la sedia per come mi appare. Sospendere il giudizio di realtà permette di aprirmi uno spazio in cui posso muovermi in sicurezza, io vedo quali sono le mie credenze intorno a quello che succede (osservando la tazza posso capire che esiste una parte posteriore della tazza anche se non la vedo, adombramenti si chiamano). Quello che giudichiamo implicitamente quando vediamo la poltrona è anche ciò che non si vede di fatto, io valuto tutte le innumerevoli prospettive (poltrona al contrario, abbassata, con colore diverso ecc.). Assumiamo esistano delle parti anche se non le vedo in quel momento. Quando sistematicamente facciamo questo si scoprono che ci sono diversi livelli di evidenza, la nostra evidenza primaria ci dice che non possiamo mettere in discussione la presenza della sedia. La seconda percezione non sostituisce la prima (ex del bastone nell’acqua). A noi interessa l’uso che ne fa Sartre di questa posizione di Husserl, Sartre vuole isolare la coscienza intenzionale a prescindere da che cosa sia l’io, su questo si sospende il giudizio. Prima di costruire tutte le teorie ciascuno di noi si affacci al mondo e comincia a esperire in certe forme, questo è lo stato primario. Sartre tramite Husserl ci dice di dimenticarci delle teorie sull’Ego, ci chiede di capire e vedere il mondo dal punto di vista che io incarno (che non è la mia percezione, niente mi dice che questa è la mia), io posso descrivere il mondo dal mio punto di vista ma è pur sempre il mio e non quello di tutti. Il mondo non mi si presenta sempre come un unità, il mondo non l’ha mai visto nessuno perché è la totalità all’interno della quale ci collochiamo. Possiamo dire che abbiamo visto stelle, pianeti ecc. ma il punto è che il mondo non è un fatto nel mondo. Il mondo non è un’invenzione, è un evidenza fenomenica non fattuale, siamo noi a sintetizzarlo come una forma unitaria e sulla quale assumiamo diverse posizioni. Un oggetto è realmente là solo quando saremo d’accordo che effettivamente è là. Questa non è un evidenzia fattuale ma è il modo con il quale costruiamo la nostra visione. L’epoquè o la riduzione fenomenologica di husserl funziona perché gli consente di fare piazza pulita di tutte quelle componenti inessenziali dell’Io che verranno poi reintrodotte. Cominciamo a vedere il mondo senza parteciparvi, facciamo un passo indietro rispetto alla nostra descrizione.
che io “ho visto che non c’era?”. Questa dimensione dell’aspettativa mancata è una dimensione della de- realizzazione (la coscienza è in grado di creare una dimensione irreale, di non essere, il per sé è in grado di generare una dimensione che può essere riempita dall’essere). Lo spazio tra la verifica e la congettura è uno spazio in cui di fatto non c’è nulla.
rappresentabile (non spaziale) ed esibisce la sfera della libertà in maniera perspicua. Lo fa mostrando come io posso essere mosso da quel fine e mentre sono mosso da quel fine sono necessariamente libero di acquisire quel fine in una pluralità di percorsi infiniti, (ad ex voglio mangiare la mela, questa è un azione elementare ma che posso fare in molteplici modi, si apre uno spazio di libertà se voglio prendere una mela con la mano destra, con un bastone ecc.). Quando abbiamo creato questo spazio di nulla fra il movente e l’agente, questo nulla può essere riempito in maniera infinita. Noi possiamo desiderare una mela, ma possiamo anche desiderare oggetti assenti, ad entità che non hanno un esistenza attuale (io posso desiderare di laurearmi, questo è un non-esistente che esiste solo nella misura in cui viene posto dal mio atto intenzionale). Tutto questo ambito si sta producendo dal nulla della mia coscienza attraverso atti intenzionali. Nel caso della mela presente lo spazio sembra limitato nel modo in cui posso raggiungere l’oggetto, nel caso invece dell’entità non esistente si ha a che fare potenzialmente con infiniti progetti che non sono dati. Questo è un atto libero, cioè un atto che è causato da un nulla, cioè da un oggetto inesistente. Se la prima coscienza del bambino è già una prima distanza fra sè e sé, nel momento in cui si struttura, si moltiplica lo spazio delle immaginazioni possibili, si moltiplica a sua volta lo spazio delle libertà che diventa di fatto infinita. Rimanendo su questo piano descrittivo, capiamo come questo carico acquisito dalla libertà sul piano ontologico è enorme. In che rapporto stavano le nozioni di libertà, nulla, valore e angoscia?
con una struttura valoriale che noi in quel momento incarniamo (il non saltare giù non è semplicemente un dato empirico, ma è la nostra struttura valoriale che ci dice che è meglio rimanere vivi). Questo significa che quando Sartre parla del passato immaginandolo come qualcosa che deve essere riscelto nel presente in qualche modo è come se il passato non esistesse (esempio del deserto che cancella le tracce= metafora della libertà assoluta). Ma in realtà le tracce presenti hanno creato la disposizione valoriale in cui io sono in quel momento, il mio passato non opera su di me come una causa determinante, tuttavia è anche vero che la mia libertà non può essere intesa semplicemente come il piacere di scegliere per virtù propria. Rimane vero che tu puoi agire diversamente, ma il punto è capire perché mai tu dovresti agire diversamente. La possibilità di farlo non qualifica la libertà come un opzione da cogliere (se posso farlo devo farlo per forza), questo non è un argomento che Sartre pone. La sfera del valore viene presentata da lui come l’essenza del sé. Dopo aver preso una pozione cosi netta e radicale intono alla natura del per sé, della coscienza e del valore come strutturalmente connesse alla coscienza, lui lascia cadere il tema del valore. Rimane un problema, lui può arrivare a questa posizione perché il valore per come lui lo presenta è qualcosa che ha una natura esclusivamente legata alla dimensione del singolo soggetto, il valore per me è questo, per te è un altro, qualcosa che è valido per tutti quanti invece riguarda l’atteggiamento nei confronti del valore, ovvero la consapevolezza della libertà nei confronti delle nostre possibilità e condizioni di valore, per Sartre tutti sono liberi in quanto coscienze. Mentre per i valori che incontriamo invece non c’è ragione di credere che siano comuni, la dimensione valoriale in nessun modo viene integrata nel quadro decisionale. L’esito è di tipo nichilista. Il progetto filosofico sartiano non riesce a sottrarsi ad un piano inclinato che lo conduce ad una strada di equivalenza ed equiparazione di tutti i valori (un soggettivismo radicale). Sartre rigetta questo tipo di soggettivismo, è per disposizione avverso a questo, ma il nichilismo è la conclusione a cui lui giunge senza volerlo. Sartre commenta il tema hegeliano della coscienza infelice. Sartre prende la coscienza infelice come emblema e come caratterizzazione della coscienza in quanto tale. La rappresentazione della coscienza infelice è quella che corre in parallelo alla storia del Medioevo ed è la condizione dell’uomo che si sa finito, ma aspira all’infinito. Quindi nella ricerca costante di una sintesi tra la finitezza della propria condizione storica (la propria mortalità) e la dimensione presagita dell’infinito (dimensione del divino percepito come ignoto, silente, non come il Dio rassicurante delle scritture). La coscienza infelice è la consapevolezza dell’infinita distanza del divino, della incommensurabilità del divino, del fatto che noi in quanto finiti non possiamo comprendere questa dimensione, ci è preclusa la dimensione dell’infinito e del divino. Tuttavia la coscienza per Hegel sente la necessità di ricongiungersi con l’infinito. Questa sintesi ricercata di per sé e in sé (cosi chiamata da Sartre) caratterizza la natura della coscienza, perché la coscienza in quanto tale cerca sempre di raggiungere una dimensione di compimento e acquisizione, che però strutturalmente alla coscienza si sottrae. Nel momento in cui è in un certo momento e per il fatto di essere cosciente, è nella natura della coscienza aspirare a qualcosa di altro rispetto allo status quo. Non può fare altrimenti. Il valore è incastonato nella coscienza , il per sé non può riposare in se stesso. Un sasso può riposare in sé stesso, un sogg invece è sempre proteso verso qualcosa altro da se stesso. Questo movimento però rigenera costantemente una condizione di fuga, rinvio, in cui il sogg brama di ricongiungersi con una dimensione di realizzazione (per sé e in sé, sintesi di Sartre per indicare il raggiungimento del divino). Termini in sé e per sé non coincidono col significato che hanno in Hegel. Sartre senza forzare il testo Hegel ritrova nella dimensione di sintesi del in sé e per sé questa aspirazione strutturale della coscienza. La coscienza si muove costantemente al di là di sé stessa. Essa non può che guardare oltre ciò che ha davanti. Questa realizzazione è l’essenza della coscienza in quanto strutturalmente infelice.
dall’interno. Una qualità importante dunque è quella di reinventarsi, ma è una situazione rischiosa (a livello psichiatrico). Il passaggio successivo che caratterizza l’esistenzialismo sartriano è legato alla nozione di AUTENTICITÀ. In Kierkegaard questa nozione è valorialmente positiva, è il momento in cui il sogg comprende la pienezza delle sue possibilità, qui è implicita anche la conversione (religiosa). Questo in Heidegger non c’è, lui è molto attento a dire che la dimensione dell’autenticità non va pensata come qualcosa da proporre come un modello di valore, lui si sforza di darne una descrizione più neutrale possibile. È quella dimensione che è colta nel momento in cui io ho la chiarezza intorno a quelle che sono esclusivamente le mie possibilità, che posso fare solo io, questo coincide con l’essere per la morte, ovvero il pensiero anticipatore che il proprio destino a finire ci chiama alle responsabilità di cosa è più nostro. Mentre la dimensione del Sì è quella cosa in cui ci si può immergere. L’autenticità invece è quella dimensione che prende in considerazione attraverso la comprensione di quel messaggio anticipatore del proprio destino finito (finitezza) facendosi carico di ci ciò che noi siamo. Ma in Heidegger non c’è un espressione in cui possiamo dire che la dimensione del Sì sia negativa valorialmente perché per quanto sia una dimensione del pubblico, dell’esposizione all’altro, dell’estraneo, non è così semplice liquidarla come se fosse una dimensione valorialmente negativa. Sartre a più riprese pensa il per sé della dimensione della libertà che però non ha un Ego e invece l’identità personale come una dimensione cristallizzata e dunque valorialmente inferiore. Questa concezione in Sartre c’è ma è anche problematica, la sfera dell’ego non emerge accidentalmente, emerge piuttosto come una modalità di sviluppo necessaria del per sé, la coscienza cerca un Ego. In questo modo si realizza diventando un Ego, ma soffre di elementi di potenziale inautenticità e delega allo sguardo altrui. Esempio del cameriere: se un soggetto si immedesima integralmente nel ruolo sociale, questo ruolo diventa una maschera e la sua autoriduzione a questo ruolo può essere intesa come una falsificazione e quindi di inautenticità. “Essere ciò che ci è più proprio” diceva Heidegger. Quindi c’è una sorta di dualità, tensione: tra cosa ci è di più proprio (autentico) e cosa è altro in quanto non a noi proprio (inautentico). Si viene a creare una distanza fra il ruolo investito e il per sé caratterizza la dimensione di autenticità. Ciascun per sé necessariamente si investe di ruoli e di rappresentazioni di sé (egoiche). Una delle tesi complesse di Sartre è l’idea che noi siamo responsabili anche delle nostre emozioni. L’idea di fondo è quella per cui l’emozione è un atteggiamento incarnato di un giudizio, ma qualunque giudizio dipende da qual è il nostro progetto rispetto ad una situazione. Una cosa si presenta come un ostacolo nel momento in cui c’è una volontà che lo vede come un ostacolo (una roccia non è un ostacolo in sé). Se io rioriento la mia volontà, posso sottrarmi all’emozione di rabbia (ad esempio l’ira nel vedere la frana sulla strada, ma non è la frana in senso oggettivo che suscita l’ira, ma è il significato che ha quella frana in rapporto al mio progetto). La frana non mi suscita più ira se modifico il mio progetto. Ma Sartre dice che modificare il proprio progetto non è un atto semplice e ci possono essere delle conseguenze. Il fatto che noi possiamo sempre modificare il progetto non significa che non vi sia un costo da pagare. La situazione di disorientamento può diventare angoscia profonda quando prendo consapevolezza che ogni mio progetto è sempre revocabile, questo crea una dimensione di spaesamento (legata proprio al fatto che ho realizzato la gratuità delle mie scelte). Il punto da valutare eticamente è capire cosa avviene nel momento in cui entriamo in questa dimensione di coscienza, quando comprendiamo questo spazio delle possibilità, quando comprendiamo che il principale costo di questa scelta potrebbe essere il totale annullamento di noi stessi. Perché scopro di poter essere nessuno. Questa è una scoperta fenomenologica, scoprire quali potenzialità ha la coscienza. Concepirla in una prospettiva etica è il passo successivo. Ex del giocatore che decide di smettere di giocare o di Zeno che decide di smettere di fumare. La decisione pregressa non ha la capacità di vincolare il futuro. Sartre ci tiene a mostrare come la nostra libertà sia talmente radicale da rimetter in gioco le nostre decisioni passate, al tempo stesso lui è anche il filosofo del progetto nel senso che nel momento in cui decidi per un progetto devi costantemente rinforzare il tuo progetto nel presente, rivificarlo, perché è la tua libertà che lo rende vivo. Questa idea di libertà assoluta presentata sarà oggetto di notevoli e faticose riflessioni di mediazione perché è una visione in conflitto con quella che è l’esperienza primaria e brutale che Sartre fa durante la guerra. Nell’Essere e il nulla l’unico concetto che limita la libertà è l’essere in situazione, cioè l’insieme delle condizioni materiali, morali e valoriali date, rispetto a cui io vengo al mondo, sono gettato in questo contesto e il contesto è già un insieme di vincoli. Nella sua opera ha la meglio il tema della libertà come tutto o niente, come elemento che c’è o non c’è, e se c’è non può che essere assoluto. Sartre percepisce la libertà come una goccia di colorante nell’acqua, la libertà nel momento in cui cade nel bicchiere d’acqua contamina, fa cambiare di colore la situazione in cui siamo, dunque basta una goccia
quadro, i valori in quanto tali devono esseri scelti in quanto liberi, la libertà diventa l’unico valore originario. Se questo quadro è plausibile allora Sartre vuole preservare la libertà per sottrarla allo sguardo altrui.
quello di inserire un piolo all’interno della coscienza in quel luogo in cui per Heidegger non c’è nulla da differenziare (per lui il soggetto storico è autonomo), per Sartre invece è un soggetto prelinguistico, è una concezione che cerca di sottrarre la dimensione della soggettività alla sfera dell’alterità a cui appartengono tutte le categorie linguistiche. Per Sartre è abbastanza chiaro che il per sé non può in nessun modo esistere senza prima essere generato dallo sguardo altrui.
cui sono accumulate le sinfonie ascoltate, l’esperienza data dalla sinfonia esiste in quella scansione temporale definita, se si cambiano gli intervalli cambia il significato. Questa struttura vale per qualsiasi esperienza dalla nascita alla morte, una costruzione inter temporale di ordini che hanno un ordine temporale da cui osiamo estrarre il significato, in assenza di quel “prima” e “dopo” le cose non avrebbero il significato che hanno. Lez 21-22 del 24/03/ La temporalità emerge come un correlato di coscienza e che non è fondabile o motivabile, non si può dare ragione alla temporalità. Tema della dimensione del passato immediato, Husserl lo chiama la sfera ritensiva. Abbiamo fatto l’esempio di un evento che si dispiega nel tempo ma questo dispiegarsi non va inteso come se il tempo fosse una grata predisposta nel mondo in cui si vanno ad innestare gli eventi. La temporalità è definita come una specifica dimensione dell’essere cosciente, solo in rapporto alla nostra coscienza si danno successioni obiettive. Il sogg va inteso come punto di vista, ma il punto di vista è la forma primaria con la quale descriviamo di essere coscienti di qualcosa. La definizione del prima e del dopo, della simultaneità, dipende dal riferimento, dalla posizione della coscienza. Non c’è un prima e un dopo al di fuori di una linea di trasmissioni di segnali, vero la massima velocità con cui una forma causale può trasmettersi. A seconda di dove posizioniamo una coscienza e a seconda di qual è la velocità relativa della coscienza rispetto agli oggetti misurati, determina la realtà degli eventi. Il punto è che tutte le unita formali che apprendiamo, ad esempio le unita formali di un ogg fisico, noi facciamo una continua ricostruzione fisica dell’oggetto, questa operazione avviene nel tempo, la percezione visiva si dispiega in maniera temporale. Non esiste un modo per sottrarre il brano musicale dalla sua scansione temporale. È sempre legata ad un ordinamento specifico e temporale (non è semplicemente dire che qualcosa avviene prima di qualcos’altro) ma che tra una cosa e un qualcos’altro ci può essere una differente quantità di vuoto, di nulla (ad esempio la pausa musicale). Si tratta di una concatenazione di rinvii strutturati, qualcosa sta per qualcosa altro. Finora abbiamo parlato di eventi del passato recenti, preparare il pranzo ad esempio: c’è un momento di rielaborazione protesa verso il futuro, ciò che è appena accaduto rimane in una condizione di ricuperabilità per il futuro in vista di quello che sto per fare. Nel processo della preparazione del pranzo abbiamo percepito diverse componenti, queste dopo un breve periodo non sono più recuperabili (memoria a breve termine o working memory). Si tratta di una coda di memoria che dura poco (30/40 sec), se questa coda non viene usata dalla coscienza diventa parte dell’esperienza stabile, noi possiamo rappresentare il funzionamento della memoria come un sistema in cui qualcosa in prima istanza è disponibile per un breve lasso di tempo in forma passiva (ex del frigo acceso che produce il ronzio ma a cui noi non facciamo caso, ma se il ronzio smette allora ci accorgiamo di questo, il vuoto temporale mette in allerta i sensi). Questo evento tuttavia è recuperabile poi. Quello che stiamo descrivendo avviene sul piano della percezione che non ha bisogno di un attività riflettente (io posso cucinare senza dover riflettere su quello che sto facendo, le mie mani sanno quello che devono fare), questo atto di recuperare qualcosa dal passato richiede invece un atto riflettente (se uno mi chiede “hai cucinato tu il pranzo?” In questo caso devo fare mente locale riflettendo). Sono in grado di rammemorare l’evento perché quell’evento nella parte che è stata elaborata è sempre a disposizione, si parla di memoria a lungo termine, essa fa da deposito della memoria. Un cane o una scimmia non è in grado di fare questa operazione. Questo recuperare qualcosa dal passato non appena trascorso richiede un atto di riflessione. Questo atto di riflessione di un passato non immediato è un atto che crea l’idea stessa di passato nella sua complessità. Dove è andato il passato dalla nascita delle stelle ecc...? Questo “dove” si pone all’interno di una sfera che è creata dall’atto riflessivo di recupero del passato. Dove sta il passato? Il primo passo per filosofare in maniera non ingenua è capire che la quasi totalità delle cose che noi riteniamo assolutamente reali e che non possiamo pensare se non come reali sono cose assenti. In presenza abbiamo sempre una infinitesima sezione del mondo. A seconda di quell’immagine del passato creiamo una diversa immagine del futuro. Non possiamo non assumere una qualche versione del passato e al tempo stesso tutto questo è necessariamente e strutturalmente assente. Tutto questo vale anche per il futuro. Tutto il passato e tutto il futuro esistono solo per l’atto di riflessione temporale. Quando parliamo dell’inizio del tempo (ex del big bang) per la coscienza temporale che ci abita, anche di fronte ad un evento considerato come primo assoluto (big bang) non possiamo che chiederci: e prima? Cosa c’era prima? Noi non possiamo non pensare che ci fosse qualcosa anche prima, se l’evento reale noi ci immaginiamo in presenza e automaticamente ci proiettiamo verso un passato sconosciuto. Il passato e il futuro sono quindi infiniti. La determinazione di ciò che per noi è passato e di ciò che per
noi è futuro è essenziale per la forma che noi diamo alle nostre intenzioni, alla nostra esistenza, che viene influenzata dalla nostra idea del passato e del futuro. Noi ci muoviamo in una dimensione in cui il passato è strutturato e il futuro ha un aspettativa strutturata che ancora non è reale, ma ha comunque un aspettativa. Noi non possiamo definire chi siamo e cosa vogliamo essere se non poniamo simultaneamente la questione della nostra apprensione della temporalità, le due cose non sono separabili. Il punto importante è quello di intendere come noi non ci stiamo muovendo su un piano meramente psicologico, il punto è che la temporalità di cui noi parliamo è la temporalità, punto. Tutte le altre forme di temporalità sono derivate o dedotte, è soltanto per un soggetto che sia in grado di attingere alla temporalità della forma della ritensione (passato obiettivo) e della protensione (futuro obiettivo) riuscire a costruire l’idea di tempo assoluto, relativo, tutte le operazioni che avvengono in seguito al funzionamento preliminare di quella temporalità. In che senso quando noi parliamo di temporalità lo facciamo in un senso di temporalità irriducibile? Le info temporali possono avere significato solo quando sono lette da una coscienza. Ex della videocamera piazzata in un luogo per 10 anni, alla fine da quell’oggetto si potrà estrarre un informazione. Il problema è che il filmato di quell’evento potrà essere estratto solo in unica forma: guardandolo dal vivo. Non c’è un modo per estrarre l’informazione dotata di significato se non guardare l’intero filmato della durata di 10 anni. Se una sinfonia di 45 min la suono in 3 ore la musica si deforma e perde il significato. Questo vuol dire che la struttura della coscienza temporale (come coscienza che attribuisce significato agli eventi) non è riducibile all’informazione che noi abbiamo ottenuto in un singolo video o dispositivo. Il passare del tempo in assenza di eventi è paragonabile alla pausa musicale, vi è sempre un significato in quel vuoto che è riempito dalla nostra coscienza temporale, che si estingue nel momento in cui non siamo coscienti (per esempio quando dormiamo), la mia coscienza è spenta e non ho un aspettativa, dunque non ho percezione di durata e di una mia collocazione temporale. Il fatto è che ogni spiegazione avviene attraverso un’operazione di riduzione in cui si riduce qualcosa a qualcosa altro che può essere considerato esplicativo (explanans). In che senso la coscienza temporale non è in nessun modo qualcosa che può essere posta nella posizione dell’“explanandum”, cioè nella cosa da spiegare, qualcosa che può essere spigato attraverso processi scientifici o fisici? Semplicemente perché qualunque descrizione noi diamo di un processo fisico, materiale, celebrale ecc. è qualcosa che può avvenire solo presupponendo il funzionamento della coscienza temporale. Conosco qualcosa scientificamente in modo causale se vi è precedente la struttura temporale. È un illusione concettuale quella di ipostatizzare una forma del presente (ex la pen drive su cui è salvato il video). Quando dico “è qui dentro” non faccio riferimento al significato, esso esiste solo quando qualcuno lo estrarrà prendendone coscienza e quel qualcuno sarà qualcuno che avrà quella particolare facoltà di estrazione e di temporalizzazione. Quando immaginiamo che un dispositivo abbia dentro di sé un contenuto del passato noi in realtà stiamo facendo un errore categoriale fondamentale perché noi stiamo dicendo che quell’informazione è sì presente nella pen drive, ma non l’evento con la sua struttura. Se vuoi intenderla la musica la devo ascoltare dall’inizio alla fine, se fai altro avrai semplicemente un'altra esperienza. L’esperienza è fattibile solo con la sua durata temporale, non è comprimibile. Ex della visione di un filmato, per poterne capire il significato devo vederlo per intero e non a pezzi o riassunto. Noi non possiamo estrarre il tempo e metterlo in tasca nella pen drive. Il tempo può esistere solo nella forma dell’esperienza, la coscienza temporale non è spiegabile attraverso nessun altro concetto, è impossibile perché la coscienza temporale è un primum assoluto, tutto il resto sono cose successive. E questo coincide con la coscienza immediata di sé, ovvero il cogito preriflessivo secondo Sartre. Io so di essere consapevole, se io mi annoio significa che la mia coscienza temporale si sta tessendo a vuoto perché non sta succedendo nulla, in quella condizione io so comunque di essere cosciente perché sono consapevole della durata pura (di nessun evento sensoriale). Anche se non sta succedendo nulla la durata c’è e viene percepita dalla coscienza nella dimensione ritensiva o protensiva. Stiamo parlando di qualcosa che è al centro del nostro mondo, il mondo è il nostro mondo, perché il mondo è qualcosa che a noi si pone come la totalità degli oggetti intenzionali (assenti) per noi. Lez 23-24 del 25/03/ Ulteriori punti da esporre relativamente alla coscienza temporale, in particolare sulla dimensione del futuro. Abbiamo introdotto la dimensione della protensione, è un aspettativa non tematica (tematica cioè quando mi aspetto un
15- Solipsismo, intersoggettività, costituzione del Sé. L’impianto fenomenologico Husserliano è un impianto che parte da un auto-analisi (del sogg riflettente) che inizia ad analizzare la struttura degli atti della coscienza. Il problema è che questo atto presuppone una riflessione, tutto avviene in un sogg riflettente che attraverso la riflessione cerca un accesso alla verità. Il problema è come si fa a riattingere all’evidenza della coscienza altrui. Come facciamo a riallacciarci al giudizio degli altri esseri viventi cercando il grado di evidenza altrui? La difficoltà è percepire l’altro come altra coscienza. Husserl cerca di rispondere a questa domanda per 20 anni, rimane una questione irrisolta. Negli ultimi testi Husserl trova una strada particolare all’evidenza dell’altro. Husserl osserva che il giudizio di oggettività è un giudizio che fa parte dello strato costitutivo dei nostri atti intenzionali, la percezione si manifesta a noi come percettiva. La domanda è: cosa significa qui oggettivo? Husserl dice che il percetto è oggettivo (è vissuto da noi come oggettivo) in quanto viene percepito come qualcosa che si da per un infinita pluralità di sguardi. (Percetto cioè percepito). Quando io intendo un percetto come oggettivo è implicito il riferimento ad una totalità di altri punti di vista a me nascosti da cui quell’oggetto potrebbe manifestarsi.(Se guardo la casa non posso vedere tutti i punti di vista oggettivi della casa, ogni singolo angolo è un punto di vista) L’entità è oggettiva in quanto è intersoggettivamente valida. Il criterio di oggettività si mostra essere quello di validità intersoggettiva. La percezione da sempre un oggetto e quell’oggetto sta per la sua intersoggettività (per dire che il muro è reale possiamo assumere che il muro è formato da elementi, molecole ecc. anche se non le vedo). Guardare, toccare ecc. sono tutti punti di vista. La questione cruciale è che il nostro giudizio di soggettività fa sempre riferimento in maniera implicita ad una altra totalità di soggetti potenziali. Questo fa parte della struttura della percezione. L’evidenza percettiva ha sempre questa struttura: c’è da un lato in semplice presenza e poi c’è un adombramento che è un rinvio alla sfera intersoggettiva. Il punto è che all’interno della soggettività, all’interno degli atti intenzionali, sono incastonati riferimenti all’altro da me. Questo è l’unico modo secondo Husserl per accedere all’altro, l’altro mi si da quando io ho evidenza della nozione di soggettività. La nozione di oggettività certifica che altre coscienze esistano, noi non possiamo immaginare che non ci siano. Sartre fa un passo in più e dice che questo ragionamento non sconfigge il solipsismo, il solipsista infatti non nega che l’altro abbia lo stesso statuto del mondo oggettivo, dice che l’esistenza dell’altro non è più sicura della nostra percezione del mondo oggettivo. Posto che l’oggettività sia, allora l’altro sogg deve essere. L’obiezione di Sartre è: si ma “posto che l’oggettività sia” non è qualcosa che ha superato il test del solipsista. In prima istanza Sartre prende Husserl per la nozione di intersoggettività, questa è la massima forma di evidenza che possiamo avere dell’altro come coscienza? Rispetto a questo punto Sartre risponde con un NO, noi possiamo avere accesso ad una coscienza dell’altro che è più originaria di questa e non soffre di questo logicismo. Per arrivare a questo altro accesso Sartre cita Hegel. Sartre dice che il punto di vista di Hegel sul rapporto fra il soggetto e l’altro (tra ego e alter ego) rappresenta un progresso su quello di Husserl perché l’altro è indispensabile per la costituzione del mondo e del mio ego empirico, per l’esistenza della mia coscienza come autocoscienza. Ci dice che in Hegel l’autocoscienza emerge dal confronto fra coscienze, la coscienza che uno ha di me emerge nel momento in cui sono sottoposto al giudizio altrui e questo mi determina. Sul piano dell’interpretazione filosofica il sé come autocoscienza non ha una natura di per se originaria, ma è un costituito. E come costituito emerge da una sfida di riconoscimento che è rappresentata nella celebre dialettica servo padrone , questa è la forma tramite la quale Hegel rappresenta il gioco dei rapporto tra coscienze che cercano il riconoscimento. Nella dialettica servo padrone abbiamo già degli esseri riflettenti dotati di autocoscienza, ma qui viene messo in luce come il riconoscimento altrui sia indispensabile affinché il sogg sia quello che è di fronte ai propri occhi. Lotta per il riconoscimento diceva Hegel, una lotta in cui ciascuno vuole essere riconosciuto per quello che è e quindi come sogg. Io posso vedere qualcuno anche come un oggetto, come qualcosa che sterilizzo con lo sguardo, se io dico a qualcuno “quello è fatto cosi”, lo giudico, lo liquido, Io lo reifico, lo rendo oggetto e gli tolgo la dimensione di coscienza (di natura originante), gli sottraggo la sua libertà. Le cose vengono infatti percepite come oggetto per il soggetto che si rivolge alla cosa. Nella dinamica della dialettica due soggetti cercano ciascuno di ottenere il riconoscimento da parte dell’altro e questo riconoscimento emerge quando uno dei due ha la meglio, il servo è colui che cede in quanto teme di morire, il padrone è colui il quale acquisisce una posizione di superiorità in quanto non teme la morte. Il capovolgimento della dialettica hegeliana è data da questa dinamica: a questo punto il padrone agisce nel mondo attraverso il servo che era più attaccato alla vita, il padrone dopo averlo
asservito entra in contatto con il mondo sempre attraverso di lui, il servo fa da mediatore tra il padrone e il mondo, in questo processo il servo progressivamente acquisisce tutte le capacità che aveva il padrone fino a quando la sua debolezza (il suo attaccamento alla vita) non gli servirà per rendere il padrone a sua volta servo. Quindi il servo che inizialmente viene subordinato per il suo desiderio di vivere finisce per rovesciare la situazione in quanto ottiene un punto di vista preferenziale e diventa lui il padrone. Perché questo riferimento alla dialettica servo padrone è cruciale? Perché ci fa capire il modo in cui lui interpreta il confronto tra autocoscienze (tra sogg coscienti di sé). Il confronto tra due soggetti che si osservano, si obbiettivano, è letto da Sartre come una sfida per la supremazia, come un rapporto competitivo. Il suo modo di intendere il rapporto intersoggettivo nella sua forma primaria è un rapporto di supremazia e competizione. Ognuno cerca di reificare l’altro. Come si sta configurando il rapporto che Sartre immagina tra l’autocoscienza e l’alterità? Il soggetto cerca costantemente di sopraffare l’altro per privarlo della sua libertà. Io voglio che l’altro sia libero ma allo stesso tempo non lo deve essere affatto, vi è un rapporto competitivo, dove uno vince e l’altro perde la sua libertà. Io voglio che l’altro sia quello che voglio io. Questa concezione esprime l’idea del rapporto con l’altro in termini problematici. Questa analisi porta Sartre alle pagine che lui dedica alla nozione di sguardo. Come si configura questo discorso sullo sguardo? Il punto è capire come faccio ad accedere all’altro come coscienza che può percepire me. Il colpo di genio sartriano è di partire dalla sua analisi dal fenomeno della vergogna: ex dello spiare nella fessura della porta, lo sguardo altrui mi mette vergogna e mi sottrae dalla mia posizione di dominio e di sogg non visto, io divento ogg di giudizio se qualcuno mi guarda e quindi provo vergogna, essa rivela l’altro come coscienza. Quando io sono cosciente di poter essere oggetto per l’altro io ho l’evidenza della coscienza altrui, questa operazione può avvenire in forme di rapporto reale (io vedo il sogg che mi guarda). Se i nostri occhi si guardano, se io mi so visto, io posso sapere che ci stiamo guardando ma non sapere di che colore sono gli occhi di chi mi sta guardando (il dettaglio corporeo è secondario, io riconosco nell’atto un atto di coscienza rivolto a me). Essere esposti al giudizio altrui è la primaria forma di limitazione della libertà. Lez 27-28 del 31/03/ Giudizio altrui è un momento di contenimento della mia libertà, nel momento in cui il per sé (la soggettività) è essenzialmente la libertà e la dimensione di valore per eccellenza, il fatto che lo sguardo altrui sia un contenimento è una restrizione del mio spazio di libertà dato che divento un giudicato. Quando l’altro mi giudica come qualcosa, qualunque fosse il giudizio, questo stesso momento di giudizio è percepito come una riduzione del mio spazio di libertà. Questo è lo sbocco ultimo dell’essere e il nulla dal punto di vista etico. Per questo Sartre percepisce la relazione con l’altro come qualcosa di competitivo, entrambi non possono uscire vincenti. Uno sarà sogg e l’altro oggetto. Questo può essere percepito come qualcosa che mi opprime. In questa rappresentazione l’essere con altri si presenta come un esistenziale, come un essenziale della natura umana (secondo Heidegger), ma in realtà da un lato Husserl opera una riflessione sull’intersoggettività (facendo molta fatica). Sartre riconosce l’originalità dello sguardo altrui, l’altro ci si da in forma originaria non diversamente dai perfetti materiali, noi percepiamo la coscienza dell’altro con la stessa immediatezza con la quale percepiamo un colore. Lo sguardo come atto rivolto a noi è oggetto di una percezione primaria che ci introduce ad una sfera di intersoggettività primaria. Nell’essere e il nulla però questa soggettività ha un carattere competitivo. Sartre non riesce a risolvere la questione dell’intersoggettività che viene vissuta in maniera conflittuale. L’Ego, posto come sfera degli attributi che gli altri hanno dato a noi, appare qualcosa che limita la libertà. Sartre la rigetta come inautentica perché tratta la dimensione della libertà. Quando qualcuno ci da un giudizio il problema sta proprio nel “tu sei”, il fatto che veniamo risolti in un attributo è per Sartre un elemento negativo. L’unico limite posto alla libertà è dato dal giudizio altrui. Non esistono ostacoli in sé (coefficienti di avversità), ma l’opposizione è opposizione solo per un telos (non è la roccia ad essere un ostacolo, lo diventa quando io ho la volontà di oltrepassarla). Nessuna delle nostre volontà è vincolante. I valori esistono, però siamo noi che scegliamo di aderirvi. In questo senso il ragionamento di Sartre mette tutto il peso nella libertà (nell’atto di scelta) alleggerendo la componente valoriale. Ci vuole un motivo, devo appellarmi ad un valore, per poter compiere e comprendere l’atto (che è possibile però solo ancorandosi ad un valore, ex del samurai che si toglie la vita per onore). È sempre vero che ogni atto è liberamente sceglibile, quando io prendo consapevolezza della realtà mi si aprono possibilità di principio che prima non vedevo perché non appartenevano alla sfera delle possibilità per me sensate, richiamare quindi questa sfera originaria è importante. Comunque sia l’atto libero, è sempre un atto