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Donne Detenute - Riassunto, Sintesi del corso di Pedagogia

Sintesi che indaga con sguardo pedagogico le condizioni delle donne detenute, cercando di tutelare le differenze. Consigliato per sostenere l'esame di Pedagogia Sociale.

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

In vendita dal 02/12/2022

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serena-mazilu 🇮🇹

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DONNE DETENUTE
1. IL CARCERE “ROBA DA MASCHI” ?
La delinquenza delle donne considerate “non pericolose, ma eternamente pericolanti” è stata
attribuita nei casi più gravi alla pazzia.
Fragilità, Vulnerabilità, Inferiorità sono le parole che più ricorrono all’analisi della criminalità
femminile che per lungo si è vista come il tradimento di un ordine precostituito dagli uomini.
Per lungo tempo si è imposta la ‘grammatica patriarcale’ che ha condizionato le relazioni tra i due
sessi, accentuando la subalternità delle donne in un contesto dominato dai paradigmi maschili.
A cominciare dall’800 molte delle azioni in favore delle donne, vanno attribuite all’impiego di altre
donne, vere e proprie pioniere, che hanno lavorato alla trasformazione dei sistemi punitivi.
Juliette Colbert, baronessa della nobiltà torinese, sollecitò il Governo affichè fosse aperta una
struttura a gestione interamente femminile ;
Essa non fu solo tra le prime donne a intervenire in favore delle detenute..
Fu anche l’unica in Europa a dirigere un carcere femminile nel corso dell’800, in grado di contenere
oltre un centinaio di detenute.
Il Codice Zanardelli del 1889, primo codice penale unitario, si dimostra neutrale in materia di
parità/disparità di genere, stabilendo che le donne dovevano essere detenute in “stabilimenti
speciali” ; L’adulterio era considerato Reato in quanto lesivo del rapporto con il compagno.
Nonostante questo però in quel periodo moltissime donne italiane provenivano dal
ceto contadino ed erano prive di istruzione.
Nel 1881 le donne iscritte alla scuola pubblica in tutta Italia erano appena 1300.
Le “delinquenti” appartenenti per di più al sottoproletariato, erano considerate incapaci di
assolvere i compiti che la natura aveva assegnato loro, mogli e madri.
Ribelli i oltraggiose si macchiavano spesso anche del reato di prostituzione con numerosa presenza
di ragazze minorenni.
All’epoca il sistema carcerario era articolato in “case di pena” e nel 1881 solo 6case di pena su 72 in
tutta Italia, erano destinate alle donne.
Le suore vedevano nel carcere “un’istituzione fortemente maschile, violenta, portatrice di sofferenza
e lontana dalla superiore giustizia divina” : nelle prostitute vedevano delle donne ‘traviate’ che
avevano perso il ‘dono di Dio’ ma che potevano ancora ritrovare la strada della fede.
Cesare Lombroso sviluppò una teoria globale della devianza femminile, affidandosi al
determinismo biologico.
Lombroso nel suo libro scritto con Ferrero “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”,
tentò di provare scientificamente la debolezza e l’inferiorità intellettuale e psicologica del genere
femminile, descrivendo la criminale con tratti della virilità maschile e con inclinazioni negative
come la vendetta, l’astuzia, il rancore, l’inganno.
La prostituzione era proprio una forma di sessualità aggressiva.
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DONNE DETENUTE

1. IL CARCERE “ROBA DA MASCHI”?

La delinquenza delle donne considerate “non pericolose, ma eternamente pericolanti” è stata attribuita nei casi più gravi alla pazzia. Fragilità, Vulnerabilità, Inferiorità sono le parole che più ricorrono all’analisi della criminalità femminile che per lungo si è vista come il tradimento di un ordine precostituito dagli uomini. Per lungo tempo si è imposta la ‘grammatica patriarcale’ che ha condizionato le relazioni tra i due sessi, accentuando la subalternità delle donne in un contesto dominato dai paradigmi maschili. A cominciare dall’800 molte delle azioni in favore delle donne, vanno attribuite all’impiego di altre donne, vere e proprie pioniere, che hanno lavorato alla trasformazione dei sistemi punitivi. Juliette Colbert , baronessa della nobiltà torinese, sollecitò il Governo affichè fosse aperta una struttura a gestione interamente femminile ; Essa non fu solo tra le prime donne a intervenire in favore delle detenute.. Fu anche l’unica in Europa a dirigere un carcere femminile nel corso dell’800, in grado di contenere oltre un centinaio di detenute. Il Codice Zanardelli del 1889 , primo codice penale unitario, si dimostra neutrale in materia di parità/disparità di genere, stabilendo che le donne dovevano essere detenute in “stabilimenti speciali” ; L’ adulterio era considerato Reato in quanto lesivo del rapporto con il compagno. Nonostante questo però in quel periodo moltissime donne italiane provenivano dal ceto contadino ed erano prive di istruzione. Nel 1881 le donne iscritte alla scuola pubblica in tutta Italia erano appena 1300. Le “delinquenti” appartenenti per di più al sottoproletariato, erano considerate incapaci di assolvere i compiti che la natura aveva assegnato loro, mogli e madri. Ribelli i oltraggiose si macchiavano spesso anche del reato di prostituzione con numerosa presenza di ragazze minorenni. All’epoca il sistema carcerario era articolato in “case di pena” e nel 1881 solo 6case di pena su 72 in tutta Italia, erano destinate alle donne. Le suore vedevano nel carcere “un’istituzione fortemente maschile, violenta, portatrice di sofferenza e lontana dalla superiore giustizia divina” : nelle prostitute vedevano delle donne ‘traviate’ che avevano perso il ‘dono di Dio’ ma che potevano ancora ritrovare la strada della fede. Cesare Lombroso sviluppò una teoria globale della devianza femminile, affidandosi al determinismo biologico. Lombroso nel suo libro scritto con Ferrero “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, tentò di provare scientificamente la debolezza e l’inferiorità intellettuale e psicologica del genere femminile, descrivendo la criminale con tratti della virilità maschile e con inclinazioni negative come la vendetta, l’astuzia, il rancore, l’inganno. La prostituzione era proprio una forma di sessualità aggressiva.

- Nel nostro Paese, nel secondo Novecento si scrissero pagine importanti per l’ emancipazione femminile. Per esempio abolendo l’istituto dell’autorizzazione maritale, si aprirono a tutte le italiane le porte del mondo del lavoro e la loro disponibilità a farsi carico di mansioni fino ad allora svolte da uomini. Il ‘Biennio 1945-1946’ segna un vero e proprio cambio di marcia favorito dalle conquiste come il diritto di voto attivo e passivo, la cittadinanza e l’entrata nella vita politica delle donne. Con gli articoli : 3 (in generale) 29 (in famiglia) 37 (nel lavoro) 51 (nelle attività pubbliche) si stabilì l’abolizione di ogni discriminazione fra uomini e donne. In questo Biennio anche in tutte le carceri della Penisola esplosero delle rivolte, a cominciare da “Regina Coeli” a Roma e il carcere di “San Vittore” a Milano. Nel Luglio 1973 le detenute del carcere femminile di Roma Rebibbia salirono sul tetto in segno di protesta per chiedere un incontro con il Ministro di Grazia e Giustizia. In Italia con la legge 354 del 1975 venne regolamentata la condizione di maternità consentendo alle madri detenute di tenere con sé i figli fino all’età di 3anni disponendo nei reparti di appositi asili nido. Questa fu indubbiamente una conquista perché va tenuto presente che l’immagine della donna delinquente come madre amorale, e quindi inabile a svolgere il suo ruolo materno, aveva convinto sino ad allora sia il legislatore che gli operatori. Con la legge Gozzini si favorì la concessione di permessi e misure alternative, come la detenzione domiciliare e ciò consentì a molte donne di ricostruirsi una vita, avere un lavoro, re-incontrare la famiglia e recuperare il ruolo genitoriale. - Uguaglianza del rispetto della Differenza è quindi dopo gli anni 90 che viene riconosciuta una specificità di trattamento tutelando i bisogni fisici, psicologici, professionali e sociali delle recluse ; Vale la pena richiamare la quarta conferenza dell’ONU svoltasi a Pechino nel 1995 : “Smise di essere per le donne e cominciò a essere delle donne”, impiegando gli Stati Membri a promuovere interventi specifici in materia di empowerment (processo di crescita e sviluppo chefa leva sulla stima di sé al fine di far emergere il potenziale inespresso). La Donna non è vulnerabile di per sé, ma è portatrice di “particolari vulnerabilità” che generalmente coprono i diversi ambiti dell’esperienza umana : Circostanze Domestiche come la violenza domestica, la cura dei bambini, l’essere madre single.. Circostanze Personali come una malattia mentale, una scarsa autostima, un disordine alimentare.. Fattori Socioeconomici come la povertà, la disoccupazione.. L’ obiettivo di un’educazione emancipatrice dovrebbe essere quello di insegnare alle donne ad autodifendersi, anche in ambito penitenziario, dove continuano ad essere trattate come vulnerabili anche quando tali non sono, e questo comporterebbe un contrasto di pregiudizi e discriminazioni che da sempre accompagnano le autrici di reato in maniera più marcata rispetto agli uomini.

2. L “UMANITÀ FEMMINILE” : LE RISORSE PER LA RINASCITA

NEL TEMPO E NELLO SPAZIO DELLA PENA

Ci sono molte testimonianze amare e disperate dalle quali si coglie il non senso della vita fra le mura Lasciano intendere quanto il carcere rappresenti per la maggior parte delle donne un laboratorio di sofferenza, una “doppia pena” piuttosto che un dispositivo di empowerment per il proprio futuro. Il momento dell’ingresso in carcere è la prima presa d’atto che la detenzione sarà una condizione molto pesante da sopportare, una vera e propria esperienza di sottrazione. La nuova giunta viene privata di tutti i suoi effetti personali e perquisita. Si viene spogliate per indossare panni diversi, per essere tutte uguali. È un’ omologazione che spersonalizza ; L’impatto è sempre traumatico, si lasciano fuori le presenza che prima affollavano la quotidianità. Il tempo della pena, è un tempo sospeso, pesante, perché carico di grida silenziose, di scritte affidate ai muri, quando non si hanno altre forme di comunicazione. Sembra si possa vivere solo il presente, in quanto il futuro immaginato è una tensione difficile da gestire, un’incognita che crea inquietudine. << Che ti entra dentro, e che non dimentichi più, è il rumore dell’oblio che ti consuma, della solitudine che ti avvolge e della paura che non ti fa prendere sonno ..>> Si vive nell’attesa di un colloquio con l’avvocato o un familiare o di un permesso. Si è sempre sotto esame, sotto il controllo dello sguardo altrui. Le regole si sentono addosso come raccontano le detenute e ci si muove per questo con diffidenza, per timore di commettere altri errori.. ma si finisce così con il subire una pressione psicologica molto forte che diventa fonte di insicurezze, turbamenti e ribellioni. La Sociologia Carceraria ha dimostrato che ci sono profonde differenze fra i territori in cui sono collocati i carceri. Il senso di abbandono è meno violento se lo spazio del carcere è inserito in un contesto naturale come L’ Istituto Femminile di Pozzuoli prossimo al mare. Sul territorio nazionale gli Istituti Femminili sono 4 : Roma Rebibbia, Casa Circondariale di Pozzuoli, 2 Case di Reclusione di Venezia “Giudecca” e Trani. Tra l’altro il sovraffollamento, l’essere molte in cella, aumenta i problemi di relazione. In molte sezioni mancano figure specialistiche come ginecologi per prevenire malattie come tumori.

- IL PROFILO DELLE “RAGAZZE” La maggior parte delle detenute appartiene a una fascia anagrafica compresa tra 25 e 50 anni e proviene da contesti segnati da violenza e condizioni di marginalità, di forte disagio socio-economi. Secondo i dati del 2020 sono provengono principalmente da Romania, Nigeria, Marocco, Bosnia, Brasile e rappresentano più del 50% di tutte le detenute straniere in Italia. Molte donne non avendo altre opportunità delinquono per ribellione illudendosi di risolvere i problemi della propria vita.

Sono spesso vittime o complici di uomini che decidono per loro, le tossicodipendenti ricercano nelle sostanze psicotrope l’annullamento del dolore, mentre le prostitute spesso da vittime diventano carnefici obbligando altre donne a fare la medesima cosa. C’è poi il caso delle trafficanti , spesso provenienti dal Centro America, che si trasformano in corrieri ingoiando centinaia di ovuli e mettendo a repentaglio la loro stessa vita. Per le straniere spesso si è parlato di “straniere due volte” proprio perché non solo vengono recluse in un paese che non è il loro, ma il carcere stesso con le sue regole, i suoi codici e linguaggi, è un altro Paese sconosciuto.

- L’esperienza vissuta : temi d’indagine è possibile parlare di patchwork ovvero le tante storie singole e diverse vanno a comporre una storia più grande che ci restituisce una nuova visione del femminile. Diventare identità resilienti è un obiettivo molto complesso. Non si esce dal carcere uguali a prima, ma diverse e se il processo di resilienza ha funzionato, se ne esce consapevolmente diverse. Le ricerche internazionali hanno sistematizzato le strategia di coping in 2 categorie : “auto-distrattive” intendendo tutte quelle forme che solitamente riempono i tempi vuoti e spesso impegnano la mente, e “auto-distruttive” si riferiscono agli atti di autolesionismo in cui si incorre quando la sofferenza prende il sopravvento. Ma cosa motiva le donne a resistere, a scommettere su se stesse ??? Qui giocano un ruolo importante le relazioni : ci si impegna per i propri figli, per il proprio compagno. Proprio come ha insegnato Foucault, il dispositivo carcerario esercita potere e controllo proprio sui corpi per renderli docili e disciplinati, in realtà scatenando turbamenti, reazioni e resistenze. Sono stati individuati casi di allucinazione visiva, tattile, del gusto e dell’olfatto, difficoltà a camminare, a leggere e a scrivere e irregolarità del ciclo mestruale. Molti questi effetti perdurano anche una volta “usciti” dal carcere. Le riflessioni sul corpo ci portano ad accennare una delle questioni più scottanti, delicate e complesse che negli ultimi anni il penitenziario si è trovato ad affrontare.. i transgender. Queste figure sono gestite prevalentemente negli istituti maschili ed è la ctegoria più a rischio di marginalizzazione perché maggiormente segnata da pregiudizi. Si sono individuate 4 piste per lavorare sull’autodeterminazione delle donne per una progettazione di percorsi educativi liberanti : Recupero di possibili espressioni di Libertà La riscoperta della Bellezza come risorsa Condizione di maternità, affettività negata e nostalgia dell’amore Le diverse forme di intimità e sorellanza

A volte però, queste madri decidono di tenere i bambini con sé proprio per garantirgli condizioni migliori di quelle che può avere fuori, quando manca una rete familiare. Le diverse provenienze geografiche qualificano diversamente anche la condizione di maternità. È noto l’episodio della Donna tedesca che nel 2018 ha scaraventato, uccidendoli, i suoi due figli di 2 e 4 anni dalle scale del Carcere della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia. 4– Le forme si Sorellanza Esiste sempre un comportamento formale che gli internati assumono proprio per assicurarsi condizioni minime di sopravvivenza. Si va così “in scena”, come in una finzione, adottando il giusto linguaggio, tentando di sottrarsi al controllo ; Se infatti con gli uomini predominano i codici della violenza, tra le donne le logiche sono diverse. Le “concelline” che in gergo carcerario significa “compagne di cella” vengono avvertite come una minaccia alla propria sopravvivenza, specie negli ultimi anni dove ci si trova di fronte alle etnie più diverse e la differenza linguistica è il primo ostacolo da superare. Ognuna preserva la propria tradizione quasi per una sorta di protezione identitaria. Un’altra difficoltà è data dalla discriminazione per i reati commessi tendendo a fare gruppo secondo la stessa tipologia. È quindi un cammino lungo quello da percorrere per arrivare a percepire le “altre” come “compagne”, con le quali dividere il peso della reclusione. Il fare squadra diventa un vero e proprio traguardo educativo. È stato osservato che alcune vengono identificate come mentori e guide perché in grado di dare insegnamenti formando quindi delle leadership. La solidarietà in questo contesto è ormai un valore da perseguire se si vogliono rafforzare le strategie di sopravvivenza. Un’esperienza che si vuole valorizzare è quella della “battitura” che consiste nello sbattere sulle sbarre delle celle pentole coperchi o qualunque arnese si abbia a disposizione. Esistono 3 tipi di ‘battitura’ : Quella per protestare ; Quella degli agenti per verificare l’integrità delle sbarre ; Quella per chi esce, che è piena di felicità.

- “DONNE SI DIVENTA” è ora possibile affrontare la questione della ricostruzione del sé, di chi è richiamato a vedere i propri errori per provare a ricominciare. Il desiderio delle detenute di esprimersi, di conoscersi e di empatizzare per provare a costruire un patto fra donne, le aiuta ad usare il tempo e lo spazio della pena come una ‘palestra’. Si cerca di restituire così una dignità , rendendole artefici del proprio destino, e conoscendo parti del proprio essere che prima erano sconosciute. L’impegno di allestire processi educativi che fortifichino le donne, le liberino dalle catene dello stigma promuovendo la loro adultità, è un compito gravoso. Il periodo di detenzione dovrebbe favorire una presa di coscienza,

una riflessione profonda tra chi sono state e sul debito di risarcimento nei confronti della società. Il gioco è distensione, in grado di staccarsi dalla quotidianità afflittiva.

**3. PER UNA NUOVA VITA

  • CRITICITÀ E OPPORTUNITÀ Tamar Pitch** sin dagli anni ‘90 del secolo scorso, ha individuato e analizzato 2modelli di intervento: Il Just Model orientato in senso formalista e retributivo, più centrato sullo standard maschile; e il Care Model orientato maggiormente alla presa in carico e alla riabilitazione. Gli Stati Generali hanno suggerito di istituire commissioni formate dalle stesse detenute proprio per favorire l’autodeterminazione e capire quali sono per certo i loro reali bisogni. Alle donne spettano pochissime attività e proprio per questo si è parlato di“Dispari opportunità” che giocano a sfavore del processo di empowerment. Spesso chi meno ha, meno chiede ed è proprio quello che accade spesso nelle sezioni femminili. Proprio per questo il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute, ha richiesto una progressiva evoluzione del carcere istituendo nuovi spazi di lavoro, di formazione, di creatività, di attività sportiva ecc per le donne. - Professionalità a sistema : continuità e discontinuità Il carcere è un setting complesso anche per chi è chiamato ad intervenire professionalmente.. In un sistema basato su regole rigide rimangono tutti dei ‘prigionieri’ ; Il lavoro con le donne proprio perché ad alto traffico emotivo è ritenuto più coinvolgente, meno banale, ma anche più impegnativo rispetto a quello con gli uomini. Le mansioni legate al controllo, quali la “conta”, la “battitura” alle sbarre e le perquisizioni nelle celle hanno condizionato l’immaginario, lasciando in ombra i tratti più umani di questo lavoro che è comunque di trincea, considerando che si è chiamati a confrontarsi quotidianamente con la sofferenza e la deprivazione. La professione del funzionario giuridico-pedagogico comporta che ciò che si fa dentro si porta anche fuori, con sé ; è una professione in cui è molto difficile stabilire i confini in quanto costringe a misurarsi ogni giorno con il limite. “Non si tratta di un lavoro come tutti gli altri… lavorare con le ragazze e con le donne detenute ti ruba il cuore. Le tante donne che non hai diritto a chiamare “amiche” o “sorelle” non riescono a rimanere indifferenti..”

Tutte le realizzazione di Renata raffigurano i suoi rimpianti : nei disegni si incontrano spesso donne incinte : una condizione a cui lei non ha fatto seguire cure, attenzioni o responsabilità. Nel suo impegno tenace nelle attività, c’è il desiderio profondo di riscattarsi non solo agli occhi della società, ma soprattutto a quelli dei suoi figli. Prese il diploma con 86/100 nel 2019. Apprendere ha dato un senso alla sua esistenza, con le mani non ruba più, ma plasma il suo futuro.

- Il lavoro per la dignità, oltre gli stereotipi Nelle recenti ricerche scientifiche è emerso che per le donne recluse il lavoro è una ‘Questione di Confine’ .. confine tra spazi interni e spazi esterni, tra legalità e illegalità. I lavori tipicamente femminili si sono infatti distinti da quelli maschili per una serie di elementi, tra i quali, minore autonomia, peggiori condizioni salariali. L’ Art.20 ord.penit. Ha stabilito che in materia lavoristica i metodi devono riflettere il più possibile quelli della società libera, senza distinzioni di genere. In maggioranza questi lavori si svolgono per brevi periodi e a rapida turnazione. È il cosidetto lavoro intramurario : pulizia delle zone comuni ed esterne del carcere per esempio, lavanderia, cucina e zone agricole. - Appunti per la progettazione educativa Il carcere deve essere considerato un “territorio educante” ; La prospettiva più privilegiata è quella emancipativo-trasformativa in cui avviare percorsi di cambiamento e costruire possibilità di futuro. Oltre ad essere un luogo attraversato da profonde sofferenze, è anche una fonte di possibili rinascite in quanto da un sentimento di ‘fallimento’ a volte nasce un senso di libertà, di leggerezza. È necessario pertanto sostenere e favorire processi di empowerment che rendano le donne consapevoli e capaci, stimolando il sé adulto : Partire non dagli errori, dalle mancanze, da ciò che non si è riusciti a fare : cittadine oneste, bravi mogli o madri, bensì dalle risorse e anche dalle aspettative. Tutte le ‘cadute’ possono trasformarsi in possibilità di emancipazione, di cambiamento, ed è proprio questa la finalità dei percorsi educativi. L’alta percentuale di straniere e quindi, la compresenza di molte culture, qualificano il carcere come un contesto eterogeneo. Si tratta di fare di quest’eterogeneità una risorsa, operando con flessibilità , cioè rimettendo costantemente in discussione il proprio operato, per essere disposti a cambiare rotta pure a metà del cammino. Per fare ciò è necessaria l’ empatia , quella capacità in grado di farci ‘accorciare le distanze’ con l’altro e ci fa cogliere i suoi aspetti plurali.

Anche l’ immaginazione è riconosciuta come vera e propria competenza di base per chi è chiamato a lavorare con il disagio e consente di esplorare soluzioni inedite per l’individuazione di percorsi autentici in grado di generare innovazione.

4. NELL’ATTESA DI UN NUOVO GIORNO : ESPERIENZE E PROGETTI “LIBERANTI” “CAMBIARE ROTTA” PER UN DIVERSO RAPPORTO TRA IL DENTRO E IL FUORI “Non sapendo quando l’alba possa venire Lascio aperta ogni porta” … Emily Dickinson Il Carcere è in un momento di sofferenza.. La pandemia COVID-19 ha sconvolto il mondo costringendoci a sperimentare nuovi modi di stare insieme, di fare comunità. Le riflessioni di Sergio Tramma nel testo ‘Pedagogia della contemporaneità’ hanno sostenuto la necessità di un’ epidemia educativa spiegata e giustificata con la metafora rovesciata del ‘Paziente Zero’, cioè di colui al quale di solito è attribuita l’origine del diffondersi del male. Per lo studioso va invece ricercato il ‘Medico Zero’ cioè l’esperienza esemplare, la buona pratica, si deve trasmettere dal medico zero a settori sempre più estesi tramite la testimonianza. Si tratta di esperienze che si sono qualificate come esemplari e sono riuscite a ‘contagiare’ superando forme di resistenza e pregiudizio. Vengono chiamate attività Liberanti proprio perché attivano un ponte con il fuori, disegnando un carcere diverso e regalano alle donne una seconda possibilità. - Narrazioni ‘Speciali’ Le Donne attraverso il ‘narrarsi’ recuperano una stanza tutta per sé in cui rigenerarsi per il proprio riscatto. Sono note 3esperienze nella Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia. ...In Biblioteca.. Oggi grazie alle pratiche di lettura è possibile promuovere veri e proprio progetti di sviluppo sociale. L’aver a disposizione un luogo in cui poter leggere in tranquillità, lontano dai rumori assordanti, ha sempre rappresentato una forma di evasione, dove i libri rappresentano una risorsa per ridare significato all’esistenza. Leggere aiuta molto queste donne a non lasciarsi inghiottire dal dispositivo disciplinare, a non soffocare la propria femminilità ed essere buone madri, nonostante la detenzione. Si è pensato che lavorare con narrazioni vicine al mondo dei piccoli avrebbe anche consentito alle madri di sentirsi più prossime ai propri figli ; ‘Sperimentazione’ è quindi la prima parola da associare a questo progetto. Gli elementi dell’interpretazione narrativa si sono mescolati con quelli autobiografici cercando nuovi termini per proporre un vocabolario diverso dal gergo carcerario, provando a costruire un lessico differente. ‘Prossimità’ è la seconda parola che può qualificare quest’esperienza. Il nome scelto dal gruppo fu ‘La fortuna delle coccinelle’ con appuntamento il lunedì pomeriggio. La maggior parte delle donne al termine degli incontri ha chiesto la possibilità di una riedizione, per questo la terza parola è ‘Continuità’.

- Incontri e Ripartenze : istantanee Si è deciso di valorizzare il Corpo Femminile : Sessualità e Prevenzione con la dott.ssa Daniela Bertoldini , ginecologa, presso la Casa di Reclusione Donne della Giudecca-Venezia, con la finalità di perseguire un benessere psico-fisico delle recluse partendo dalla conoscenza del proprio corpo. Questo corso del 2018 ha coinvolto 18 detenute, prevalentemente rom e sinti, e ha trattato e sviluppato una decina di incontri settimanali : La storia della sessualità, le malattie sessualmente trasmissibili, i tumori femminili , La maternità, il travaglio, il parto e il puerperio (periodo di tempo che trascorre tra il parto e il ritorno alla normalità degli organi genitali femminili). Le partecipanti, inizialmente molto timide e turbanti, hanno poi mostrato un interesse sempre più crescente e vivace. Si è svolta una matassa dei ricordi valorizzando anche diverse tradizioni. - Lieviti per nuovi fermenti di vita Qui parliamo di pane come espressione di arte e cultura che ci riporta allo scorrere della vita nei suoi momenti più significativi : nascita, matrimonio, morte. Il titolo scelto per il laboratorio è ‘Tutta l’umanità è nel pane’ , perché nel ritrovarsi insieme a impastare con ingredienti semplici ma essenziali si può non solo contrastare la spersonalizzazione, ma anche recuperare quel lievito di vita che è spesso la molla per cambiare. Attorno a quello stesso tavolo “s’impasta, si legge, si parla delle tradizioni, si tace nella creazione delle forme e infine si sforna”. - Reti per l’ empowerment al femminile Si tratta di promuovere attività lavorative dove detenute ed ex detenute possano essere coinvolte in modo attivo e creativo, rafforzando consapevolezza, autonomia, proattività. L’esperienza SIGILLO ha avviato una formazione professionale delle detenute, e progetti come FILOME’ sviluppatosi in provincia di Napoli, vengono indirizzati verso donne che vivono in situazioni di forte disagio sociale ed escluse dai circuiti produttivi, fra cui appunto ex-detenute. ‘Made in Carcere’ è un laboratorio sartoriale sorto nel 2007 tra le mura del carcere nella sezione femminile nella Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce e a Trani, in cui si realizzano borse di stoffa, ma anche accessori e gadget personalizzati, tutti composti con materiale di recupero. Le “ragazze” coinvolte nella scelta del nome hanno voluto rivendicare il loro essere ristrette, dimostrando che nonostante la loro condizione vissuta per i propri errori, sono in grado di ‘fare del bene’, di essere responsabili e indipendenti. Ogni manufatto è unico e originale, personalizzato a seconda delle richieste e delle scelte del cliente.

- Avventura imprenditoriale di Luciana Delle Donne Questa donna cerca di far sì che donne segnate dai propri sbagli possano tornare a sorridere, soddisfatte ogni giorno per quello che fanno. Luciana non nasconde le fatiche degli inizi, anni difficilissimi in quanto il linguaggio del carcere prevedeva ‘sicurezza’ e non ‘impresa’. Il tempo ha dato prova della bontà del progetto creando una sinergia tra Polizia Penitenziaria, educatori, direzioni delle carceri locali, regionali e nazionali. Il ‘Modello Made in Carcere’ è un modello di economia rigenerativa che fa bene a tutti : individuo, comunità e ambiente. È un’impresa sociale capace di promuovere benessere a persone svantaggiate, spesso considerate scomode. L’ obiettivo è quello di coniugare buon senso e creatività dimostrando, attraverso la raccolta di tessuti in esubero per le aziende tessili con la realizzazione di laboratori in carcere, che “il bello esiste e va ricercato ovunque” ; Si offre così una seconda chance a donne e tessuti, trasformando la detenzione in una molteplicità di valori, tra cui la sostenibilità ambientale. Alle donne sono stati consegnati tessuti di recupero affinché, attraverso la loro capacità creativa, riacquistassero vita, trasformati in manufatti dotati di eleganza e bellezza. Sono stati coinvolti anche i ragazzi ai quali è stato chiesto di realizzare con ingredienti biologici un prodotto d’eccellenza : Sono nate così le ‘Scappatelle’, biscotti vegani certificati bio, a Bari. La Maison è un luogo di bellezza dove imparare a prendersi cura di sé, quella cura che fa da esperienza educativa dando vita ai manufatti ‘Made in Carcere’. Durante la Pandemia COVID-19 sono state confezionate mascherine, innovative ed ecologiche, da riutilizzare come bandane dopo l’emergenza sanitaria, in modo da abbattere l’inquinamento. Nel marzo 2020 Made in Carcere ha donato oltre 10.000 mascherine in quasi tutta Italia. Dl Giugno 2020 è stato avviato il BIL (Benessere Interno Lordo) con l’obiettivo di identificare non il benessere in termini economici di produzione, ma che sia in grado di includere nella valutazione anche variabili sociali e ambientali. - Riprogettare gli Spazi : dall’istituto alla casa La questione degli spazi adeguati è al centro del dibattito, specie in questi tempi di pandemia in cui le norme per il distanziamento sociale hanno fatto emergere molte criticità. Si ritiene pertanto che ripensare agli spazi e progettarne di specifici, che tengano conto delle sensibilità e dei trattamenti femminili, significhi non solo ‘compiere dei passi di civilità’, ma anche favorire processi di empowerment. L’essere una casa dove riassaporare e sperimentare un nucleo familiare ha un grande valore che può regalare serenità, ma la riuscita del progetto è una sfida continua.