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Riassunto donne detenute, Sintesi del corso di Pedagogia

Breve riassunto del libro donne detenute, diviso per capitoli

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020
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RIASSUNTO “DONNE DETENUTE”
Introduzione: Fare luce e dare voce
Il fatto che le donne detenute siano in numero consistentemente minore rispetto agli uomini ha fatto sì che queste venissero
emarginate; soprattutto in carcere i problemi si amplificano. E’ necessario quindi fare luce perché non si leda più la dignità umana
e si avviino percorsi di responsabilizzazione e di emancipazione dalla subalternità. Molte battaglie per migliorare le condizioni
detentive sono state combattute da altre donne; questo è un impegno fondamentale per la Pedagogia militante, ovvero quella
che si fa carico delle situazioni più estreme e non accantona progetti di cambiamento. Si è provato ad andare al di là dell’identità
reclusa, delle situazioni di vita e delle condizioni di fragilità esistenziale, per scoprire queste donne in nuovi ruoli.
1.1- Le parole che ricorrono con maggior frequenza quando si parla di criminalità femminile sono: fragilità, vulnerabilità,
sregolatezza ed inferiorità; la criminalità femminile è vista come il dissociamento da un modello prestabilito dagli uomini e la
donna è sempre stata vittima di un “accanimento classificatorio” (amante, angelo…). Per molto tempo si è verificata una
“grammatica patriarcale”, ovvero l’avallamento della subalternità femminile in contesti, paradigmi e approcci prevalentemente
maschili. La baronessa Colbert fu l’unica donna in Europa a dirigere un carcere femminile nell’800, battendosi per impartire
l’istruzione alle donne recluse, affidando anche loro degli incarichi di responsabilità in base ad una precisa gerarchia. L’istruzione
avrebbe liberato le donne da uno status di minorità. L’adulterio era considerato reato perché minava il rapporto con il legittimo
compagno e i presupposti del potere maschile sulla famiglia e per quanto riguardava gli aspetti riproduttivi. Data la scarsissima
istruzione femminile in Italia, specialmente le donne appartenenti alla borghesia e alla nobiltà si sono adoperate per i ceti più
poveri; le “delinquenti” appartenevano al sottoproletariato e non erano considerate in grado di assolvere i compiti assegnati loro
dalla natura (madri, mogli…), erano insofferenti alle norme, ribelli e oltraggiose. L’istituzionalizzazione era considerata la giusta
operazione per porre rimedio alle condizioni che le avevano portate a deviare. Il sistema carcerario prevedeva:
- case di pena (detenzione superiore ai due anni);
- carceri giudiziarie (per condanne inferiori o persone in attesa di processo);
- case di custodia, anche dette “riformatori” (minori di 18 anni).
Specialmente nelle case di pena, la gestione era affidata alle suore di diversi ordini e visto che la delinquenza femminile richiedeva
tutela, prevenzione e ravvedimento morale, le strutture in cui erano ospitate richiamavano il carcere-convento, con un
orientamento ispirato alla carità cristiana. Lombroso sviluppò una teoria sulla devianza femminile, considerando la donna meno
incline alla violenza, incapace di compiere reati con piena consapevolezza; per lui la criminale era un soggetto irregolare, con tratti
propri della virilità maschile e con inclinazioni negative (vendetta, astuzia…). Tale teoria è stata tramandata nel tempo.
1.2- A partire dal 1956-46, in Italia, si sono compiuti molteplici passi avanti nell’emancipazione femminile, a partire
dall’acquisizione del diritto di voto, passando per l’abolizione di ogni discriminazione tra uomini e donne. Sempre in quegli anni
scoppiarono delle rivolte anche nelle carceri, si rivendicava una riforma che restituisse dignità ai reclusi; altre proteste iniziarono
nel 1968 e coinvolsero anche le donne. Le inchieste svolte in quel periodo si concentrarono solamente sul mondo maschile, a
causa della mancanza di autorizzazioni per entrare nelle sezioni femminili. Nel 1972 una delle fondatrici del mensile Effe, Gabriella
Parca, iniziò ad indagare sulle condizioni delle recluse, anche se non poté interagire direttamente con le detenute. Pubblicò 37
storie, le quali raccontavano che la maggior parte della popolazione femminile fosse poco scolarizzata, perché proveniente dal
sottoproletariato urbano. Le battaglie dei reclusi portarono all’approvazione nel 1975 delle Norme sull’ordinamento penitenziario
e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, che insieme alle Regole minime per il trattamento dei detenuti del
1955, sosteneva un modello riabilitativo non punitivo. L’introduzione di professionalità specifiche, come quella dell’educatore,
dimostrarono che la criminalità andasse spiegata attraverso un’analisi delle condizioni strutturali della società che favorivano la
devianza. L’istituto penitenziario diventa quindi una realtà in grado di offrire una seconda possibilità, contando sul territorio e
sull’ampliamento dei servizi. L’empowerment (processo di crescita e sviluppo, si punta sull’autostima, sull’autoefficacia e
sull’autodeterminazione per far emergere le risorse latenti e il potenziale inespresso) di ogni singolo soggetto diventa un impegno
della comunità. Con la legge 354 il carcere diventa un luogo di educazione, sebbene neutrale, perché l’unico elemento di
trattamento specifico per le donne è la maternità: viene concesso loro di tenere con sé i figli fino ai 3 anni, disponendo di speciali
servizi per le gestanti e le puerpere. Nonostante l’approvazione di diverse leggi, le condizioni femminili nelle carceri italiane
rimangono comunque difficili. Le detenute del carcere di San Vittore sottolinearono che la maggior parte delle detenute,
provenienti da condizioni di marginalità, possedeva solamente la licenza elementare, mentre molte altre erano addirittura
analfabete; i reati più diffusi erano quelli contro il patrimonio (prostituzione, spaccio…). La L.663/1986, detta Gozzini, favorì la
decarcerizzazione e la concessione di permessi e misure alternative, come la detenzione domiciliare, consentendo alle donne di
ricostruirsi una vita, avere un lavoro, recuperare il ruolo genitoriale, ecc.
1.3- Nel 1995 si svolse la Quarta Conferenza mondiale dell’ONU, in cui gli Stati membri si impegnarono a promuovere interventi
specifici su empowerment e gender mainstreaming (approccio strategico alle politiche per raggiungere l’uguaglianza delle
opportunità tra donne e uomini in ogni ambito della società). Tale conferenza ha valorizzato il contributo delle organizzazioni e
dei gruppi femministi, decisivo per il cambiamento e per tutte le azioni sociopolitiche finalizzate all’equità e all’uguaglianza.
Documenti fondamentali sono: la relazione Women in Prison and the Children of Imprisoned Mothers e le Regole delle Nazioni
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RIASSUNTO “DONNE DETENUTE”

Introduzione: Fare luce e dare voce Il fatto che le donne detenute siano in numero consistentemente minore rispetto agli uomini ha fatto sì che queste venissero emarginate; soprattutto in carcere i problemi si amplificano. E’ necessario quindi fare luce perché non si leda più la dignità umana e si avviino percorsi di responsabilizzazione e di emancipazione dalla subalternità. Molte battaglie per migliorare le condizioni detentive sono state combattute da altre donne; questo è un impegno fondamentale per la Pedagogia militante, ovvero quella che si fa carico delle situazioni più estreme e non accantona progetti di cambiamento. Si è provato ad andare al di là dell’identità reclusa, delle situazioni di vita e delle condizioni di fragilità esistenziale, per scoprire queste donne in nuovi ruoli. 1 .1- Le parole che ricorrono con maggior frequenza quando si parla di criminalità femminile sono: fragilità, vulnerabilità, sregolatezza ed inferiorità; la criminalità femminile è vista come il dissociamento da un modello prestabilito dagli uomini e la donna è sempre stata vittima di un “accanimento classificatorio” (amante, angelo…). Per molto tempo si è verificata una “grammatica patriarcale”, ovvero l’avallamento della subalternità femminile in contesti, paradigmi e approcci prevalentemente maschili. La baronessa Colbert fu l’unica donna in Europa a dirigere un carcere femminile nell’800, battendosi per impartire l’istruzione alle donne recluse, affidando anche loro degli incarichi di responsabilità in base ad una precisa gerarchia. L’istruzione avrebbe liberato le donne da uno status di minorità. L’adulterio era considerato reato perché minava il rapporto con il legittimo compagno e i presupposti del potere maschile sulla famiglia e per quanto riguardava gli aspetti riproduttivi. Data la scarsissima istruzione femminile in Italia, specialmente le donne appartenenti alla borghesia e alla nobiltà si sono adoperate per i ceti più poveri; le “delinquenti” appartenevano al sottoproletariato e non erano considerate in grado di assolvere i compiti assegnati loro dalla natura (madri, mogli…), erano insofferenti alle norme, ribelli e oltraggiose. L’istituzionalizzazione era considerata la giusta operazione per porre rimedio alle condizioni che le avevano portate a deviare. Il sistema carcerario prevedeva:

  • case di pena (detenzione superiore ai due anni);
  • carceri giudiziarie (per condanne inferiori o persone in attesa di processo);
  • case di custodia, anche dette “riformatori” (minori di 18 anni). Specialmente nelle case di pena, la gestione era affidata alle suore di diversi ordini e visto che la delinquenza femminile richiedeva tutela, prevenzione e ravvedimento morale, le strutture in cui erano ospitate richiamavano il carcere-convento, con un orientamento ispirato alla carità cristiana. Lombroso sviluppò una teoria sulla devianza femminile, considerando la donna meno incline alla violenza, incapace di compiere reati con piena consapevolezza; per lui la criminale era un soggetto irregolare, con tratti propri della virilità maschile e con inclinazioni negative (vendetta, astuzia…). Tale teoria è stata tramandata nel tempo. 1.2- A partire dal 1956-46, in Italia, si sono compiuti molteplici passi avanti nell’emancipazione femminile, a partire dall’acquisizione del diritto di voto, passando per l’abolizione di ogni discriminazione tra uomini e donne. Sempre in quegli anni scoppiarono delle rivolte anche nelle carceri, si rivendicava una riforma che restituisse dignità ai reclusi; altre proteste iniziarono nel 1968 e coinvolsero anche le donne. Le inchieste svolte in quel periodo si concentrarono solamente sul mondo maschile, a causa della mancanza di autorizzazioni per entrare nelle sezioni femminili. Nel 1972 una delle fondatrici del mensile Effe, Gabriella Parca, iniziò ad indagare sulle condizioni delle recluse, anche se non poté interagire direttamente con le detenute. Pubblicò 37 storie, le quali raccontavano che la maggior parte della popolazione femminile fosse poco scolarizzata, perché proveniente dal sottoproletariato urbano. Le battaglie dei reclusi portarono all’approvazione nel 1975 delle Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà , che insieme alle Regole minime per il trattamento dei detenuti del 1955, sosteneva un modello riabilitativo non punitivo. L’introduzione di professionalità specifiche, come quella dell’educatore, dimostrarono che la criminalità andasse spiegata attraverso un’analisi delle condizioni strutturali della società che favorivano la devianza. L’istituto penitenziario diventa quindi una realtà in grado di offrire una seconda possibilità, contando sul territorio e sull’ampliamento dei servizi. L’ empowerment (processo di crescita e sviluppo, si punta sull’autostima, sull’autoefficacia e sull’autodeterminazione per far emergere le risorse latenti e il potenziale inespresso) di ogni singolo soggetto diventa un impegno della comunità. Con la legge 354 il carcere diventa un luogo di educazione, sebbene neutrale, perché l’unico elemento di trattamento specifico per le donne è la maternità: viene concesso loro di tenere con sé i figli fino ai 3 anni, disponendo di speciali servizi per le gestanti e le puerpere. Nonostante l’approvazione di diverse leggi, le condizioni femminili nelle carceri italiane rimangono comunque difficili. Le detenute del carcere di San Vittore sottolinearono che la maggior parte delle detenute, provenienti da condizioni di marginalità, possedeva solamente la licenza elementare, mentre molte altre erano addirittura analfabete; i reati più diffusi erano quelli contro il patrimonio (prostituzione, spaccio…). La L.663/1986, detta Gozzini , favorì la decarcerizzazione e la concessione di permessi e misure alternative, come la detenzione domiciliare, consentendo alle donne di ricostruirsi una vita, avere un lavoro, recuperare il ruolo genitoriale, ecc. 1.3- Nel 1995 si svolse la Quarta Conferenza mondiale dell’ONU, in cui gli Stati membri si impegnarono a promuovere interventi specifici su empowerment e gender mainstreaming (approccio strategico alle politiche per raggiungere l’uguaglianza delle opportunità tra donne e uomini in ogni ambito della società). Tale conferenza ha valorizzato il contributo delle organizzazioni e dei gruppi femministi, decisivo per il cambiamento e per tutte le azioni sociopolitiche finalizzate all’equità e all’uguaglianza. Documenti fondamentali sono: la relazione Women in Prison and the Children of Imprisoned Mothers e le Regole delle Nazioni

Unite riguardo il trattamento delle donne detenute e le misure non privative della libertà ( Regole di Bangkok ) e l’ art. 34 delle Regole penitenziarie europee. I problemi del femminile vengono ricondotti all’affettività, alla maternità e al rapporto con i figli, alla dimensione psicofisica del processo identitario minato dalla reclusione. Molto importante è stato il lavoro svolto dagli Stati Generali dell’esecuzione penale, che ha rilanciato i principi della giustizia riparativa e le politiche del welfare territoriale. Emerge l’urgenza di focalizzare un modello di trattamento che tenga conto dei reali bisogni e delle legittime aspettative delle donne, nonché delle diverse culture di cui sono portatrici; bisogna quindi cambiare prospettiva, scardinando l’antica idea di cosa sia e cosa debba fare il femminile. Le disparità ancora presenti sono dovute anche ad una condizione strutturale dei rapporti di potere tra i sessi. Elemento fondamentale da tenere in considerazione è la vulnerabilità , anche se porta con sé una connotazione di minorità riconosciuta; viene associata a particolari condizioni esistenziali e tiene conto di un’ampia gamma di fattori sia ambientali sia individuali. La donna non è vulnerabile di per sé, ma è portatrice di “particolari vulnerabilità” che ricoprono vari ambiti dell’esperienza umana. L’obiettivo di un’educazione emancipatrice dovrebbe essere quello di insegnare alle donne ad autodefinirsi, anche in ambito penitenziario, dove continuano ad essere trattate come vulnerabili anche quando non lo sono. E’ un lavoro complesso perché in primis deve contrastare pregiudizi e discriminazioni verso le autrici di reato. Nel contesto italiano le parole chiave che meglio descrivono la situazione sono residualità e neutralità. La ricerca porta ad individuare un approccio metodologico che riconosca e valorizzi la specificità femminile, facendo uscire dall’ombra i corpi e le voci delle donne, per dare speranza e generare cambiamento. 1.4- Chi vuole educare in carcere deve decostruire i luoghi comuni che vengono associati a questa istituzione. Il penitenziario è un mondo complesso, specialmente per i rapporti in esso presenti: recluse, professionalità, agenti, funzionari...; vanno ascoltate le voci di chi lo vive ogni giorno, ne subisce le contraddizioni e prova a cambiarlo. E’ indispensabile presidiare i luoghi e mantenere un dialogo costante con chi opera per la tutela dei diritti e assumere quindi un approccio “militante”. Importante in Italia è l’operato degli attivisti-ricercatori dell’Associazione Antigone onlus, che analizzano anche le condizioni detentive delle donne. Nonostante vi sia un regolamento cui attenersi, ogni istituto interpreta e realizza le norme in base alle risorse interne e territoriali disponibili e quindi la qualità del trattamento varia da struttura a struttura ed è monitorata da questi attivisti. Esistono approcci etnografici, come il Convict criminology (valorizza le potenzialità decostruttive rispetto al discorso ufficiale sul carcere per svelare dinamiche e poteri e promuovere umanizzazione e trasformazione); si parte dall’esperienza vissuta e, attraverso testimonianze orali e scritte di detenuti ed ex detenuti, si offre la possibilità di osservare il carcere da una prospettiva interna. La Davis, attivista americana, ribadisce che il carcere abbia riprodotto e rafforzato la struttura sessista della società e che le detenute sono spesso costrette a subire diverse forme di violenza durante il periodo di detenzione e la marginalizzazione è più spiccata verso le donne di colore. Altre esperienze “militanti” che scardinano le immagini stereotipate delle donne in carcere sono “Ristretti Orizzonti” e “NOIDONNE”. La parola reti restituisce non solo una modalità propria dell’operare femminile, ma anche uno stile che dovrebbe caratterizzare le iniziative volte a promuovere empowerment tra le sbarre, a cui vanno aggiunte tenacia e determinazione nell’individuare e valorizzare tutte le altre esperienze che hanno provato a cambiare le cose. Altra parola chiave è narrazione : nelle donne è vivo il bisogno di raccontarsi per confrontarsi e provare a costruire insieme una visione del mondo alternativa, che valorizzi le diversità e le pratiche collaborative. 1.5- Alcune testimonianze importanti per vedere il carcere dall’interno sono fornite dal genere prison movie , reperti fotografici, ecc. Da anni la ricerca pedagogica ha mostrato l’utilizzo delle storie individuali come strategia formativa per l’emancipazione. E’ grazie alle autobiografie che si può indagare l’universo femminile, osservarlo e comprenderlo, perché esse ci svelano identità e ci restituiscono “rinunce, aspirazioni, sconfitte, violenze dolorosamente subite, ma anche cambiamenti e metamorfosi”. Queste storie si pongono pertanto come risorse educative, ma anche come veri e propri strumenti di indagine. Le scritture femminili assumono anche una valenza politica. 2.1- Le esperienze penitenziarie dimostrano che la pena è uno spazio e un tempo in cui intervengono più variabili che non sono facilmente definibili e riconducibili alla dimensione pedagogica. Il carcere rappresenta, per la maggior parte delle donne, un laboratorio di sofferenza, una sorta di “doppia pena”, anziché un dispositivo di empowerment per il proprio futuro; tale situazione emerge sia a livello nazionale, sia internazionale. Il momento dell’ingresso in carcere è la prima presa d’atto che la detenzione sarà una condizione molto pesante da sopportare, un’esperienza di “sottrazione”; la donna viene privata di tutti i suoi effetti personali e perquisita: è la prima spoliazione e l’inizio di una mortificazione di sé. Il fatto di indossare poi panni uguali a tutte le altre rappresenta un’omologazione che spersonalizza la singola donna; lo status di detenuta che poi assume offusca tutti gli altri. L’esperienza di detenzione diventa grigiore in grado di appannare e rendere invisibili tutti gli aspetti dell’esistenza: ogni persona smarrisce la sua identità. Tamar Pitch definisce “i grandi rimossi” la negazione di affettività e sessualità: l’universo emozionale è costretto e represso all’interno del carcere, il senso di colpa pervade e sovrasta tutto, al punto di compromettere la stessa cura di sé; il carcere ha insito nella sua stessa identità il rischio della disumanizzazione. Il tempo della pena è un tempo sospeso, pesante, carico di grida silenziose, sembra si possa vivere solo il presente, perché immaginare il futuro è una tensione difficile da gestire. Lo spazio è ristretto, misurato, controllato. La vita, privata degli affetti, è limitata da un regime disciplinare basato su un sistema sanzionatorio e premiale; per accedere a qualsiasi attività o per esternare le proprie esigenze, si deve inoltrare una richiesta (la “domandina”): è una delle forme della burocrazia carceraria, scandisce la quotidianità e genera sofferenza e “dis-empowerment”, infatti si parla di meccanismi di regressione. L’esperienza detentiva costringe a misurarsi con le parti più profonde di sé, può trasformarsi in una palestra per la costruzione di una nuova identità, può insegnare ad essere forti. E’ compito dell’educazione intervenire su questi processi e sui meccanismi di deresponsabilizzazione pianificando interventi educativi in grado di scommettere sulle risorse interiori che ogni donna possiede, perché la sofferenza “imposta” insegna solo ad obbedire. La sociologia carceraria ha rilevato che il penitenziario non è un universo omogeneo perché c’è profonda differenza fra gli Istituti, ma anche fra i territori

pervasivo del dispositivo disciplinare: nel tentativo di assumere un aspetto gradevole c’è in fondo il grido sordo di un’entità che rivendica la possibilità di opporsi alle diverse forme di limitazione e di spersonalizzazione. E’ indicativo rilevare che le donne, quando escono dalle “stanze di pernottamento” (celle) per svolgere le diverse attività, curino con grande attenzione il loro aspetto. L’essere belle non si limita solo all’estetica, va inteso come una forma più piena di benessere: dietro allo sforzo di sentirsi belle si cela l’esigenza di esserci e di far sentire la propria voce. C’è una bellezza esteriore che rende desiderabili e rafforza l’autostima, ma vi è anche un equilibrio interiore che rende più forti e che apparentemente non sembra sperimentabile nel contesto carcerario, ma il sentirsi attive mina quell’immagine negativa e svalutante che il reato ha contribuito a consolidare. 2.3.3- La configurazione del dispositivo carcerario compromette il pieno esercizio dell’affettività ed è uno tra gli effetti più disumanizzanti: le relazioni non agite comportano squilibri. Recentemente si è intervenuti con provvedimenti di ordine organizzativo, rinnovando la richiesta di dispositivi e spazi adeguatamente attrezzati, proprio per garantire relazioni di qualità. Per le donne la situazione è sempre stata ed è più complessa, anche e soprattutto per l’esperienza della maternità; ma le donne sanno coltivare sentimenti che sfuggono alle maglie del penitenziario, amicizie particolari, innamoramenti fuori dagli schemi e dalle regole imposte: lo raccontano con ritrosia ed è proprio spesso da questi rapporti che si trae l’energia per andare avanti. Per una concezione della pena strettamente legata alla reclusione e un utilizzo poco sapiente delle misure alternative, l’essere genitori in carcere non ha ancora trovato soluzioni adeguate. Le madri in carcere rappresentano la maggior parte e hanno figli “visibili” e “invisibili”: questi ultimi rimangono fuori dalle mura e il rapporto con loro è sempre fonte di ansie e frustrazioni; l’essere genitore è quindi compromesso da sentimenti di inadeguatezza. I “visibili” sono i minori di età che secondo la legge possono rimanere con il genitore nelle cosiddette Sezioni nido; l’essere responsabili di una nuova vita è una condizione profondamente alterata se vissuta tra le sbarre, perché implica un agire che oltrepassa la naturalità dell’evento. Nel circuito penitenziario sono stati introdotti gli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri, sono progettati secondo gli standard di un’abitazione civile, gli apparati di sicurezza non sono visibili ai bambini e gli stessi agenti non indossano la divisa) dove, compatibilmente con esigenze cautelari non particolarmente rilevanti, il giudice può disporre la custodia cautelare o l’espiazione della pena. Sono state previste anche le Case famiglia protette destinate a supportare, con forme di tipo comunitario, l’esternalizzazione della detenzione dei genitori con prole fino ai 10 anni d’età. Il problema sta nei Nidi che nelle sezioni, spesso di piccole dimensioni ospitate nei reparti maschili, si riducono a celle attrezzate con lettini a fianco della branda della mamma. Fanno eccezione gli Istituti femminili dove il Nido è un reparto a sé, con confort e servizi consoni alla prima infanzia e dove le madri possono avere un sostegno e un aiuto nell’esercizio della genitorialità. 2.3.4- Esiste nelle istituzioni totali sempre un comportamento formale che gli internati assumono proprio per assicurarsi condizioni minime di sopravvivenza. Su un sistema che basa la vita interna su regole e richieste che devono ricevere approvazione dalle autorità e su un modello che privilegia gli strumenti della disciplina e della premialità, l’assumere atteggiamenti di circostanza, l’imparare le regole del gioco diventano compiti inevitabili. Se tra gli uomini predominano i codici della violenza, tra le donne le logiche sono diverse: sono più portate all’introspezione, meno disposte ad affidarsi, almeno inizialmente, perché abituate alla cura, all’assistenza, a prendersi carico delle diverse situazioni e dei bisogni altrui. L’opposizione tra recluse e le agenti di polizia è caratterizzata da climi collaborativi. Lewin ha insegnato che i gruppi sono “totalità dinamiche”: ogni gruppo è di più dell’insieme dei suoi membri e genera interdipendenze. Le dinamiche anti-gruppo che caratterizzano lo stare insieme forzato di persone diverse, non solo per percorsi di vita, ma anche per provenienza geografica, aumentano la sensazione di estraneità e pregiudicano le possibilità di comprensione; nei casi più estremi si arriva a forme di condizionamento o “bullismo”, soprattutto verso i nuovi arrivati. Un’altra difficoltà è data dalla discriminazione per i reati commessi: si tende a fare gruppo secondo la stessa tipologia. C’è sempre chi tenta di esercitare un controllo sulle altre e riacquistare quello che ha perso e lasciato fuori: questo accade alle autrici che ricoprivano ruoli di spicco all’interno delle organizzazioni criminali. Il fare squadra, nonostante le evidenti difficoltà date dalla prossimità forzata e dalla ricerca di dare sollievo all’affettività negata, diventa un vero e proprio traguardo educativo. La solidarietà diventa un valore da perseguire se si vogliono potenziare le strategie di sopravvivenza; esistono 2 livelli: c’è un bisogno affettivo da colmare che porta a instaurare rapporti che possono sconfinare in qualcosa di più intimo di un’amicizia e il riconoscersi nelle abitudini e nelle tradizioni della propria etnia. Spesso le donne si incontrano e si invitano nelle celle anche per la preparazione di cibi, oltre che per rituali di bellezza: quando varcano la porta del carcere le ricette riconsegnano una dimensione domestica che aiuta a sopravvivere. La preparazione del caffè è tra le mura un vero e proprio rito che va a innestarsi nella quotidianità del dispositivo disciplinare e diventa occasione di incontro e recupero dei ritmi che scandivano le giornate fuori. Il bisogno di comunicare affiora come una necessità insopprimibile: ogni donna ha un racconto da restituire, un peso che se condiviso diventa più leggero. Le forme di sorellanza sperimentate tra le sbarre ricordano quelle relazioni fra donne che hanno permesso la costruzione di uno “spazio altro”, favorendo l’emergere di uno pensiero nuovo, di nuove progettualità. 2.4- Per le detenute riprendere in mano la propria vita e provare a ricostruire il proprio percorso biografico comporta lavorare e affrontare alcuni nodi problematici; molte di loro vivono lo stigma che il comportamento deviante genera in chi lo compie. L’identità delle detenute è minata nella sua adultità proprio perché il processo di minorazione del sé indotto dalla vita carceraria porta a un progressivo ridursi delle capacità di autodeterminazione. L’uscire dai ruoli imposti dal dispositivo disciplinare, se accompagnato e sostenuto dalla progettualità educativa, può favorire un’azione decostruttiva. La psicologa Estés ha sperimentato laboratori di scrittura creativa tra le sbarre e ci ha consegnato l’immagine di una donna “selvaggia”, sottratta dallo sguardo maschile e in grado di trasformare l’aggressività distruttiva; è un modello che scommette sull’autodeterminazione per esplorare la parte più profonda di sé, per risvegliarsi e lottare; si restituisce così alle donne dignità, rendendole artefici del proprio destino. A chi educa è richiesta la capacità di aprire prospettive con la pratica dell’ascolto attivo, decostruendo falsi miti, favorendo nelle detenute una ricomposizione tra l’immagine reale, ideale e sociale. Va evitato il rischio di rifugiarsi in un falso sé, rifuggendo da

una presa di coscienza; è necessario sostenere un profondo processo di messa in discussione, valutando quali siano le risorse per il cambiamento. Si tratta di promuovere l’adultità compromessa, lavorando sulla relazione fra responsabilità , memoria e futuro. L’alternanza frequente fra comportamenti distruttivi e autodistruttivi richiede una cura educativa e l’allestimento di setting che sappiano contenere questa densità emotiva; in nome dell’eterogeneità è richiesta una differenziazione di trattamento che valorizzi le diversità e le renda patrimonio comune. Il primo continuum ad essere messo in discussione è il riconoscimento : l’adulto ha bisogno di identificarsi rispetto a luoghi e persone e misurarsi con compiti e ruoli. Per sostenere il percorso di autoconsapevolezza è importante promuovere il narrarsi: è un dispositivo pedagogico prezioso tra le sbarre perché aiuta a rivedere spazi, tempi, regole/relazioni e a rielaborare i vissuti, delineandosi nel tempo e attraverso lo spazio. Il secondo continuum è la magistralità , cioè la pratica riproduttiva: la sublimazione prova a sostituire la carenza, ma la sofferenza rimane e logora. Vi è poi il continuum della lucidità : è la pratica della leggerezza, che può avvenire attraverso un rapporto fecondo con il gioco; il continuum dell’ avventura consiste nella possibilità di esplorare con una mente libera, in grado di (attraverso iniziative mirate) staccarsi dalla quotidianità afflittiva. Ci sono altri 3 continuum: la decisionalità (pratica della scelta), la reciprocazione (pratica dello scambio) e la proiettività (pratica del futuro). Nuovi percorsi identitari attraverso: attivazione vs apatia; resilienza vs fragilità/vulnerabilità; adultità vs minorazione del sé; memoria vs oblio; coscientizzazione vs inconsapevolezza; decisionalità vs rassegnazione. 3.1- Con la legge 354 del 1975 sono state coinvolte le diverse professionalità che compongono le équipe e i Gruppi di osservazione e trattamento (GOT) affinché possa essere assolto il cosiddetto mandato rieducativo che la legislazione ha normato nel tempo. Le parole “rieducazione” e “trattamento” andrebbero epurate da accezioni medico-terapeutiche e bisognerebbe lavorare in una prospettiva di long life learning , salvaguardando l’uguaglianza delle opportunità e la specificità degli interventi. In ambito penitenziario si deve lavorare per un carcere, definito da Palma, “responsabilizzante” e non “paternalista” che induce a forme improduttive e invalidanti di “passivizzazione”. Con il termine “trattamento” si intendono tutte quelle pratiche volte a far sì che il periodo trascorso in carcere possa effettivamente tradursi in una revisione critica del proprio vissuto e in una riprogettazione della propria esistenza; aiuto e cambiamento vengono considerati i due elementi cardine su cui impostare le attività. Importante è l’osservazione scientifica della personalità, per cui ci si può avvalere di professionisti esterni: ciò si avvia all’inizio dell’esecuzione della pena e registra l’evoluzione della personalità del detenuto in relazione al suo grado di adesione alle offerte trattamentali. Si tratta di creare le giuste condizioni per una ripartenza, nonostante le difficoltà di adattarsi al contesto, nel comprendere il valore delle norme, nel contenere sentimenti contrastanti come rabbia e disperazione. L’ équipe è composta dal direttore dell’istituto, dal funzionario della professionalità giuridico-pedagogica, dal funzionario della professionalità di servizio sociale; il loro compito è organizzare l’attività di osservazione ed elaborazione di un programma. Il Gruppo di osservazione e trattamento si riunisce periodicamente ed è formato dagli stessi membri dell’équipe e tutti quelli che possono offrire una consulenza sul percorso detentivo. Ragionare con lo sguardo pedagogico significa affrontare la sfida, in quanto l’educazione riacquista senso e riscopre forza e valori proprio nei contesti più estremi. Pitch ha individuato e analizzato 2 modelli di intervento: il Justice Model , orientato in senso formalista/garantista e retributivo, centrato sullo standard maschile; il Care Model , orientato alla presa in carico e alla riabilitazione, ha privilegiato la costituzione di spazi adeguati e speciali, proponendo una forte differenziazione dell’esecuzione penale, anche se continua ad avallare la logica della premialità rispetto a quella dei diritti. Dal punto di vista metodologico si dovrebbe far sì che ciò che è offerto sia scelto, per superare la passivizzazione del dispositivo disciplinare; si è manifestata l’esigenza di guardare alla qualità dei percorsi educativi, restituendo centralità ai bisogni e agli interessi del condannato. Gli Stati Generali hanno suggerito di istituire commissioni formate dalle stesse detenute per ottenere rilevazioni reali sui bisogni e valorizzare forme di cogestione e favorire l’autodeterminazione. Si parla di “dispari opportunità” che sfavoriscono l’empowerment perché le attività riservate alle donne scarseggiano, sono stereotipate e poco attrattive, nonostante l’esiguità numerica consentirebbe l’allestimento di percorsi maggiormente personalizzati. Il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella Relazione al Parlamento del 2019 ha chiesto una progressiva evoluzione del carcere in un “complesso residenziale speciale”, con spazi di lavoro, di formazione, di creatività, di attività sportiva, sociali e residenziali. 3.2- Le attività del trattamento dovrebbero essere allestite in un setting dove mitigare le “ansie securitarie” e dove le diverse professionalità abbiano la possibilità di confrontarsi, intervenire e agire in maniera sinergica. Come è stato rilevato dagli operatori, è propria del mondo femminile “una maggiore ricchezza relazionale” che pone sfide importanti, specie ai professionisti che devono tenere in considerazione le diversità e le molteplici identità delle autrici di reato. Questa ricchezza rende più praticabile un approccio sistemico, necessario ad arginare la ricorrente tendenza a fornire un falso sé; bisogna superare una sorta di diffidenza dettata dalla paura di svelarsi ed affidarsi. Con le detenute è necessaria un’azione di contrasto più forte al dispositivo disciplinare perché l’”inferiorizzazione” del femminile richiede la messa in campo di valori, concezioni e modelli culturali che trascendono la reclusione stessa. La creazione di un contesto educante sistemico favorisce una collaborazione più stretta fra le diverse professionalità, coinvolgendo anche figure esterne, e genera molti vantaggi: 1- il lavoro condiviso e di rete contiene il pain of punishment (sofferenza legata alle istituzioni totali); il ruolo dell’agente ha sempre subito una doppia stigmatizzazione da parte dei detenuti e della collettività; sono state osservate forme collaborative negli istituti femminili in cui le agenti riescono a cogliere maggiormente aspettative e bisogni reali e si mostrano più solidali e il fatto che le recluse ricorrano meno all’aggressività, spesso perché provengono da contesti in cui la violenza è stata prima subita e poi agita, favorisce un clima più aperto al dialogo. 2- il rafforzamento della componente “materna”: la collaborazione tra le diverse professionalità aiuta a stabilire le giuste distanze da parte degli operatori stessi. 3- l’approccio sistemico favorisce il lavoro degli educatori, che hanno faticato ad imporsi come professionisti: grazie alla riforma penitenziaria e i decreti attuativi, la figura dell’educatore è diventata centrale nell’osservazione del comportamento della detenuta e all’interno dell’équipe degli operatori; la burocratizzazione dei processi ha progressivamente svuotato di senso il ruolo e l’agire è sempre più stretto nelle maglie del penitenziario. L’esiguità e la mancanza di percorsi formativi in itinere e la difformità dei modelli teorico-culturali di riferimento compromettono e rendono più complesso l’operare tra le

3.5- I lavori tipicamente femminili si sono distinti da quelli maschili per difficoltà di accesso, minore autonomia, peggiori condizioni salariali, infatti l’accesso a ruoli di responsabilità e a incarichi di potere, benché con differenze e limitazioni, è recente. La dimensione biologica (matrimonio e maternità) è sempre stata centrale nel destino della donna. L’Ordinamento penitenziario con l’art. 20 ha regolato la materia lavoristica, stabilendo che i metodi devono riflettere il più possibile quelli della società libera, per far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata che agevoli il reinserimento sociale; non vi sono distinzioni di genere. Si tratta spesso di attività non edificanti, fortemente condizionate dal dispositivo disciplinare, interne al “casermaggio”, si svolgono per brevi periodi e con rapida turnazione. E’ il lavoro intramurario , alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e di supporto alla quotidianità della comunità carceraria. In genere le attività per le donne si perimetrano nell’ambito dei servizi di lavanderia e cucina, ultimamente anche agricoli, ma anche nella manutenzione ordinaria del fabbricato (idraulica, falegnameria, giardinaggio) se si hanno qualifiche o se si sono acquisite nel periodo di detenzione. Vi è comunque una distanza dalle attività esterne, tanto da sollevare dubbi sulla valenza rieducativa. Tra le mura tutta la comunità risente di dinamiche di marginalizzazione, senza distinzione tra i sessi. L’analisi delle diverse realtà locali restituisce una situazione a macchia di leopardo: esistono istituti che potenziano il rapporto con il territorio e riescono a creare progetti di eccellenza, in altri (molto numerosi) prevalgono attività stereotipate. Nel progettare vanno tenute in considerazione 2 dimensioni correlate: una strumentale (possibilità per le recluse di acquisire competenze spendibili una volta rientrate in società) e una connessa al benessere della persona (valenza sociale, culturale ed etica dell’attività lavorativa). 3.6- Assumere lo sguardo pedagogico significa considerare il carcere un “territorio educante”, dove promuovere progetti ed esperienze in grado di modificarne gli assetti; si tratta di reinterpretare le dialettiche classiche dell’educazione e la loro reciprocità. L’ostilità è dovuta a una serie di fattori, in primis al contesto che reca in sé le criticità, le contraddizioni e le logiche perverse dell’istituzione totale. L’educazione si trova perimetrata tra regole e norme non scritte e questo comporta che gli operatori, prima di tutti, ne abbiano piena consapevolezza e siano disposti, con la presa in carico, a rischiare. Il non sentirsi al sicuro accumuna detenute ed operatori che sperimentano quotidianamente l’incertezza e si devono mettere in gioco come persone e come professionisti. Non può esserci neutralità: educare è sempre un atto politico ed ha una valenza più forte in ambito di detenzione femminile. La prospettiva privilegiata è quella emancipativo-trasformativa , riconfigurando gli Istituti penitenziari come “istituzioni-istituenti”, dinamiche, capaci di rimodularsi costantemente in riferimento all’utenza diversificata e di “coltivare autonomia e responsabilità sociale”. L’immagine è quella del “ cantiere pedagogico ” per investire sull’educazione come forza trasformativa che contrasta tutto ciò che la vita detentiva accentua, evita la coazione a ripetere e apre prospettive. Il carcere è una fonte di possibili rinascite se si scommette sui processi di autodeterminazione. Paradossalmente molte donne tra le sbarre sperimentano una libertà mai esperita prima, perché hanno potuto affrancarsi dalle sottoculture dei clan in cui sono cresciute; per molte “autobiografie periferiche” il periodo trascorso tra le mura può essere realmente un’occasione di riscatto, non solo dal reato commesso. E’ necessario sostenere e favorire processi di empowerment che rendano le donne consapevoli e capaci, partendo dalle risorse e dalle aspettative; assumere questo approccio significa uscire dalla “retorica del merito e della colpa”. Nussbaum ha sostenuto l’importanza di un approccio centrato sulle capacità umane, su ciò che si è in grado di fare ed essere; è una prospettiva “femminista” che tratta le persone come fini e non mezzi e tutela le fragilità esistenziali, senza negare a nessuno la possibilità di piena realizzazione. Tutte le “cadute” e gli errori possono rivelarsi non vincoli, ma possibilità di emancipazione e cambiamento. Questa è la finalità dei percorsi educativi liberanti , che liberano energie promuovendo autoconsapevolezza e potenzialità inespresse; si punta sull’ottimismo della volontà di chi prova a cambiare. Si deve allestire un setting educativo che punti alla cura del contesto e all’attivazione dei soggetti, considerando che un’attenta progettualità dovrebbe promuovere nelle donne: - un profilo emotivo , restituendo primo piano alle emozioni nei percorsi di riscatto; - un profilo cognitivo , per favorire l’apprendimento delle soft skills; - un profilo etico , per far acquisire con la libertà di espressione la responsabilità del proprio agire. Il cambiamento è una delle parole chiave per scommettere sulle reali capacità delle autrici di reato di cogliere nella detenzione l’opportunità di reindirizzare la propria vita, attraverso un apprendimento trasformativo. E’ importante che la reclusione diventi anche tempo di cura , intesa come etica e umana, che privilegiano il tempo lento dell’ascolto attivo e lo spazio per l’incontro, partendo dalla fragilità e vulnerabilità della condizione umana, valorizzando anche il tempo della non-azione. I silenzi vanno interpretati come segnali di disagio, ma anche di introspezione, bisogno di rigenerarsi. Il carcere è un contesto eterogeneo, ad alta complessità; l’educazione interculturale diventa un approccio necessario, un progetto intenzionale. Si tratta di fare dell’eterogeneità una risorsa; bisogna operare con flessibilità , rimettendo in discussione costantemente il proprio operato. Standardizzare troppo le procedure rischia di svuotare il senso dell’agire educativo, quindi si rende necessaria una relazione educativa basata sull’ empatia , che va saputa comprendere in un progetto di “educazione sentimentale”, che riguarda le detenute e chi opera con loro. Anche l’ immaginazione è riconosciuta come una competenza di base per chi lavora con il disagio e consente di esplorare soluzioni inedite per individuare percorsi autentici che generino innovazione. La bellezza è profondamente connessa al processo identitario della donna e connota una progettazione attenta alle specificità femminili. 4.1- Con il Covid-19 si è acuito il problema delle disuguaglianze in diverse forme, dimostrando che la salute non è solo assenza di malattia, ma uno stato complessivo di benessere fisico ed equilibrio psichico da assicurare a tutti. Sono quindi riemerse in modo più eclatante le criticità del mondo penitenziario. Si è aperto il dibattito sui rischi del “trattamento inumano e degradante” vietato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e che sollecita la ricerca di soluzioni diverse dal dispositivo carcerario per l’espiazione della pena. Si parla sempre di più di welfare generativo , un modello-concetto messo a punto dalla Fondazione Emanuela Zancan per assumere una prospettiva orientata a valori come solidarietà, responsabilità ed uguaglianza. In questa visione il carcere non è un’istituzione totale, ma sociale, in una progettualità integrata con le comunità locali; si tratta di ripensare ad una quotidianità detentiva con sguardo pedagogico, orientando in senso trasformativo le pratiche per garantire dignità e favorire i processi di responsabilizzazione. Sergio Tramma sostiene la necessità di una “ epidemia educativa ”, in cui va ricercato il

“medico zero”, ovvero colui da cui si diffonde l’esperienza esemplare e la buona pratica. Quindi si dovrebbero ricercare le buone pratiche educative da usare come punto di partenza per realizzare un serio e possibile piano di riforma. Si è guardato quindi a quei progetti che sono riusciti a valorizzare l’osmosi dentro-fuori in termini di self-empowerment e di politiche di gender mainstreaming , superando forme di resistenza e pregiudizio. Alcune attività sono state definite “liberanti” perché, attivando un ponte con il fuori, disegnano un carcere diverso e regalano alle donne una seconda possibilità e spazi per sentirsi protagoniste del proprio riscatto. 4.2- La narrazione ha un potere trasformativo; le donne, attraverso il narrarsi, recuperano una stanza tutta per sé, indispensabile per contrastare l’inaridimento interiore e l’impoverimento emotivo. 4.2.1- Le public libraries hanno riconvertito, dalla fine degli anni ’90, la loro mission andando a intercettare una nuova utenza, specie nelle aree più a rischio in cui è più difficile trovare dei lettori: hanno allargato il loro raggio d’azione per qualificarsi come organismi vivi e aperti, per riattivare relazioni generative. Diventano: - una palestra di cittadinanza , favorendo l’incontro tra culture diverse e rafforza l’identità individuale e collettiva; - spazio dell’altrove , consentono sconfinamenti e nutrono l’immaginario con la lettura; - dispositivo di trasformazione , favorendo esperienze collettive. Anche il carcere è un luogo di confine , quindi il servizio delle public libraries assume un pieno significato anche tra le sbarre. Grazie alle pratiche di lettura è possibile promuovere veri e propri progetti di sviluppo sociale e di comunità: l’aver a disposizione un luogo dove poter leggere in tranquillità ha sempre rappresentato una forma di evasione, dove il libro è una risorsa per ridare significati all’esistenza. Nel carcere di Roma le donne accedono a volte senza molto interesse al servizio biblioteche, infatti nella maggior parte dei casi si tratta di una scoperta: il leggere, prima della detenzione, era qualcosa di non indispensabile; l’incontro con il libro è avvenuto in occasione di iniziative speciali e può diventare un compagno, mentre la biblioteca può arrivare ad essere uno “spazio di socialità” dove incontrarsi, scambiare riflessioni, ecc. La biblioteca si rivela così un luogo di cura e benessere, ma anche un ottimo osservatorio per studiare ed analizzare le dinamiche dell’universo penitenziario femminile. Gli interessi letterari svelano la priorità di un percorso di “rigenerazione identitaria”, che può rafforzarsi grazie a progetti promossi in biblioteca. La pratica della lettura ha sempre avuto valore per le donne perché ha rappresentato una conquista di uno spazio autonomo, di un tempo per sé, l’occasione per emanciparsi e sottrarsi dalle attività quotidiane di cura della casa. Negli anni 2014/15 nella Casa Circondariale Femminile di Roma si è realizzato un progetto nella sezione Nido ed erano state raccolte le fiabe che abitualmente le mamme narrano ai figli, mostrando quali benefici possa apportare al rapporto genitoriale recluso. Nel progetto del 2018, insistendo sulla valenza educativa del narrare, si è proposto un circolo di lettura con i silent books o wordless picture books , per incoraggiare il protagonismo delle lettrici/partecipanti e arginare il rischio della colonizzazione culturale. Lo sviluppo della storia è affidato alle sole immagini e l’assenza di parole favorisce la pluralità delle interpretazioni e una maieutica (metodo pedagogico fondato sulla partecipazione attiva del soggetto) delle emozioni. E’ un “leggere insieme”, mettendo in comune mondi e culture: i silent books sono suscitatori di dialogo e lo sguardo viene educato a più prospettive. In questo caso si è pensato che lavorare con narrazioni vicine al mondo dei più piccoli avrebbe consentito alle madri di sentirsi più vicine ai loro figli. Sperimentazione è la prima parola da associare a questo progetto, i quali obiettivi sono: - evadere dalla quotidianità spersonalizzante; - riscoprire l’infanzia come categoria esistenziale; - rinforzare i percorsi di responsabilizzazione. 11 donne di diverse nazionalità e differenti livelli di istruzione, grazie alla lettura di questi libri, si sono lasciate trasportare in un altro mondo: un’esperienza di bellezza che ha potuto tradursi in un inedito modo di stare insieme e di condividere. Il rapporto educativo è stato mediato dai libri: gli elementi di interpretazione narrativa si sono mescolati con quelli autobiografici, si è ricercato un vocabolario diverso da quello carcerario. La scelta dei libri è stata orientata a temi vicini al sentire delle detenute, offrendo diversi percorsi per: - provare ad essere gruppo con una forma di “sorellanza” più piena e carica di significati simbolici; - guardare l’infanzia allo specchio ricordandosi bambine e riscoprendosi madri; - indagare le diverse accezioni del viaggio, scoprendo che il migrare è una condizione esistenziale che non coinvolge solo la sfera fisica; - provare a rovesciare le aspettative, dando nuovi significati al senso di appartenenza; - trovare la forza di rialzarsi dopo una caduta, per dare nuovo ritmo alla propria esistenza. L’esperienza ha assunto un carattere intimo, confidenziale, trasportando tutte (anche le operatrici) in un’altra dimensione, in cui non contavano ruoli e diversità di percorsi esistenziali; la memoria è stata soprattutto quella delle emozioni e dei sentimenti. Attraverso questi libri è stato possibile privilegiare un lavoro connettivo, generativo, in grado di promuovere relazioni solidali di prossimità, reciprocità e fiducia. La seconda parola che si può associare a questo progetto è prossimità. E’ emersa la necessità di sottrarsi ai meccanismi di spersonalizzazione delle società contemporanee; l’esperienza ha rivelato l’urgenza delle partecipanti di costruire modelli alternativi per evitare che qualcuno rimanga indietro. I testi sono diventati territori da esplorare per ritrovare le parole per costruire un futuro, sperimentare con l’immaginazione una nuova forma di libertà; le parole sono state quelle pronunciate, pensate, trattenute, evitate, perché anche i silenti fatti di sguardi e gesti comunicano. Un’altra parola da riferire a questo progetto è continuità : le donne hanno chiesto di poter ripetere l’esperienza, infatti l’anno successivo ci sono stati nuovi ingressi, ma anche alcuni ritorni. Nella seconda edizione dell’iniziativa, oltre ai libri senza parole e agli albi illustrati, si è abbinato alla lettura collettiva un laboratorio esperienziale; con la bellezza dei silent books è entrata anche la potenza della natura: a causa della scarsità di aree verdi nel carcere, le scelte sono state orientate verso libri che raccontavano di natura, trattando di piante in grado di crescere in luoghi impervi e di resistere alle condizioni più estreme, perché dotate di un’energia e di una capacità di adattamento straordinarie, quindi resilienti. La quarta parola da mettere in campo è appunto resilienza, perché le detenute insegnano a rinnovarsi, a trovare nella resistenza nuovi slanci. Il maggior coinvolgimento è stato favorito dall’allestimento di un laboratorio creativo, creando così uno spazio neutro in cui confrontarsi ed esprimersi attraverso un’attività di pratica. Le partecipanti hanno gustato le sensazioni olfattive riguardo alcune piante aromatiche (rosmarino, timo limone e menta) e, dopo averli annusati e strofinati, sono stati riposti in barattoli assegnati a ciascuna: un gesto evocativo per stimolare e rievocare ricordi e provare a condividerli. E’ stata inoltre promossa un’iniziativa di pittura ad acquarelli, in cui le detenute realizzavano i propri ritratti lasciando vagare l’immaginazione; si è composto un “Erbario

insegnanti e delle agenti attratte dalla bellezza dei manufatti e così si sono intrecciate memorie ed aneddoti, si sono alternati momenti di spensieratezza ad altri più riflessivi. 4.4- La gestione di un lavoro in forma autonoma può essere una modalità efficace per superare i problemi di integrazione umana e di socializzazione, propri delle ex detenute inserite in contesti professionali tradizionali. Si devono quindi promuovere attività lavorative in cui detenute ed ex detenute possano essere coinvolte in modo attivo e creativo, rafforzando consapevolezza , autonomia , proattività , attitudini e capacità relativi all’agire imprenditoriale che comprende la dimensione economica, intellettuale, etica e sociale. Si possono richiamare 3 termini: reti , originalità , innovatività , perché le iniziative migliori nascono da idee nuove e brillanti, riescono a realizzarsi in virtù di rapporti fecondi e stabili tra l’istituzione carceraria e il territorio, valorizzano le risorse della comunità e producono innovazione. Questo era l’obiettivo posto con l’esperienza di SIGILLO, per promuovere un’azione di sistema per sviluppare l’imprenditorialità femminile, contribuendo a creare legami con il territorio. Si può richiamare il progetto FILOME, realizzato in provincia di Napoli ed indirizzato a donne in situazioni di forte disagio sociale; l’obiettivo è realizzare un modello strutturale di sviluppo nel settore dell’impresa sociale per la sperimentazione di percorsi di auto-impiego. Una delle iniziative più rappresentative è Made in carcere , un vero e proprio brand nato nel 2007, dedicato alla produzione di oggetti “sostenibili”. La parola d’ordine è efficienza , il ritmo è serrato come nelle aziende competitive sul mercato, ma la cura è rimasta artigianale. E’ un progetto d’impresa che lavora anche sulla comunità all’esterno perché attraverso la validità dei prodotti e l’autorevolezza dei partner si producono beni relazionali. Il punto di forza del brand è la personalizzazione dell’oggetto: ogni manufatto è unico ed originale, sulla base delle richieste e delle scelte del cliente. 4.4.1- A sostenere l’impresa di Luciana Delle Donne (Made in carcere) c’è un’idea di felicità che diviene progetto: far sì che le donne segnate dai propri sbagli possano tornare a sorridere. Si tratta di una scelta di vita importante e coraggiosa, a conferma dell’approccio militante. Una delle maggiori difficoltà che incontra nel portare a compimento il suo progetto è quella del frequente turnover delle risorse in carcere, quindi Delle Donne capisce che bisogna dare la possibilità alle detenute di acquisire competenze tecniche e di vita dirottando l’investimento verso altri settori; a questo punto decide di sensibilizzare la collettività, quindi la comunità all’esterno. Nasce anche una comunicazione sociale legata alle aziende che sostengono l’iniziativa acquistando i gadget che portano cucito addosso il logo dell’impresa. Si è creata una vera sinergia tra polizia penitenziaria, educatori, direzioni delle carceri locali, regionali e nazionali. L’impresa sociale Officina Creativa tiene insieme le logiche dell’impresa e i valori del sociale. Made in Carcere è un modello di economia riparativa e generativa: l’obiettivo è quello di coniugare buon senso e creatività, si raccolgono tessuti in esubero per le aziende tessili e si offre così una seconda chance a donne e tessuti, trasformando la detenzione in una molteplicità di valori. Alle donne sono stati consegnati tessuti di recupero affinché, attraverso la loro capacità creativa, riacquistassero vita, trasformati in manufatti dotati di eleganza e bellezza. Se si lavora con la prospettiva della comunità lo sguardo si allarga e le iniziative si arricchiscono; per questo sono stati coinvolti anche i ragazzi minori in stato di detenzione ai quali è stato chiesto di realizzare con ingredienti biologici di prima qualità un prodotto d’eccellenza, scoprendo i sapori e gli odori della materia prima locale. Sono nate così le “Scappatelle” (biscotti vegani certificati bio), il primo progetto Made in carcere realizzato all’interno delle pasticcerie di Bari. L’attività di questa realtà coinvolge 6 Istituti Penitenziari e sostiene lo sviluppo di sartorie sociali di periferia e cooperative di diverse zone del territorio nazionale. Essere una Maison tra le sbarre significa saper mettere cura nel prodotto, ma anche nelle postazioni di lavoro, diffondere cioè la bellezza, perché lo stare sul mercato ed essere competitivi non basta, è necessaria una pienezza che genera benessere; sono perciò stati creati ambienti dove le detenute possono trascorrere momenti di condivisione. Per far fronte all’emergenza sanitaria, Made in carcere ha confezionato mascherine, innovative ed ecologiche, da riutilizzare come bandane dopo l’emergenza sanitaria. C’è dunque in quest’impresa un modello alternativo di sviluppo, ricco di insegnamenti educativi. E’ stato avviato un altro progetto, il BIL, che influisce in maniera sistematica sullo stile di vita delle persone, trasferendo capacità creativa, consapevolezza e dignità, acquisibili attraverso un’attività lavorativa. L’obiettivo è quello di identificare nel BIL un nuovo indice (per analogia al PIL), che non identifichi più il benessere in termini economici di produzione, ma che sia in grado di includere nella valutazione anche variabili sociali e ambientali. Si vuole stimare, attraverso il lavoro di ricerca inserito nel progetto, il social impact generato dall’attività di Made in carcere su più livelli, valutando variabili tangibili come quelle relative alla salute e all’abbattimento della recidiva e quelle intangibili come il senso di realizzazione personale. 4.5- C’è un legame forte, una corrispondenza mai casuale tra gli immobili e la loro destinazione d’uso, specie per gli edifici destinati a funzioni pubbliche. L’architettura delle prigioni per lunghi anni si è visibilmente conformata agli intenti correttivi e punitivi dell’istituzione, le planimetrie hanno rimarcato l’esigenza di controllo e sorveglianza, i diversi modelli hanno ben espresso le funzioni che venivano via via assegnate all’istituzione carceraria. Nella Relazione al Parlamento del 2019 curata dal Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ci si è soffermati sull’importanza di “ripartire dal luogo” per i significati simbolici evocati. Negli istituti femminili, negli ultimi anni, la minore pericolosità delle donne ha maggiormente favorito l’apertura delle celle, regolata dal provvedimento di sorveglianza dinamica, consentendo così alle detenute di tessere relazioni non solo con le “concelline”, ma anche con le altre ospiti dei reparti. La questione di spazi adeguati è tornata al centro del dibattito specie in questi tempi di pandemia in cui le norme per il distanziamento sociale hanno fatto emergere con maggior forza le criticità; si ritiene quindi che ripensare gli spazi e progettarne di specifici, che tengano conto delle sensibilità e dei tratti femminili, significhi non solo compiere passi di civiltà, ma anche favorire processi di empowerment. Le Case famiglia protette di Roma e Milano sono una modalità di esecuzione della pena che funzionano per donne con figli da 0 a 10 anni, italiane e straniere, che possono scontare la detenzione domiciliare speciale o altro beneficio in un domicilio protetto, come stabilito dalla normativa; così si risponde alle situazioni di particolare complessità (si pensi alle donne rom provenienti dai campi, per le quali il reinserimento nel nucleo familiare può non essere percorribile) nella convinzione che il carcere non sia ambiente consono alla crescita educativa di un minore e all’esercizio delle funzioni genitoriali. Queste strutture riflettono un investimento pedagogico più grande rispetto

agli ICAM e ben interpretano un modello di welfare generativo. La Casa di Leda , quella romana, è gestita con la formula dell’Associazione Temporanea d’Impresa (ATI), frutto di un lavoro sinergico tra istituzioni e privato sociale; si tratta di un bene confiscato con sede nel quartiere EUR e può ospitare 6 donne in pena alternativa alla detenzione o agli arresti domiciliari e 8 minori da 0 a 10 anni. Le ospiti sono seguite da educatori professionali e operatori, collaborano anche volontari appositamente formati. Gli ingressi avvengono su segnalazione e su richiesta inoltrata dai servizi della giustizia e sono regolati da apposito controllo per accertare la situazione giuridica e di disagio sociale della donna, a cui segue un periodo di osservazione e di valutazione professionale da parte degli operatori per valutare la reale volontà dell’interessata all’inserimento. Sono previsti un periodo di prova e la stesura di un Progetto Educativo Individuale per fissare obiettivi e metodologie. Si assicura al bambino un’infanzia serena non solo con la presenza rassicurante della madre, ma con una serie di attività di cura e si sostiene la donna nel suo ruolo genitoriale; si lavora per rafforzare la relazione madre-figlio, anche tramite la rete integrata dei servizi. L’obiettivo è di restituire gradualmente alle ospiti l’autonomia, ma la riuscita del progetto è una scommessa continua per la fragilità degli equilibri interni e del territorio. Un altro progetto che riguarda il benessere dei bambini e delle loro madri e che rilancia il valore dello spazio simbolico della casa e dei suoi significati di cura e protezione delle relazioni è il M.A.MA. ( Modulo per l’Affettività e la Maternità ), pensato per la Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia. E’ una Casa dell’Affettività, un luogo di incontro tra detenute e famiglie, non asettico, per permettere alle donne di riconquistare il loro ruolo all’interno del nucleo familiare. Il fabbricato è in un’area verde protetta, con gli ambienti essenziali allo svolgimento delle attività tipiche della vita domestica; il simbolo della casa richiama riti che scandiscono la vita e le restituiscono senso. Il progetto risponde a quanto indicato dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale con Visite senza controllo visivo. Emerge quindi la necessità di un ripensamento delle strutture per favorire un’“intimità sociale”, ridisegnando i luoghi detentivi partendo dai bisogni delle donne e restituendo benessere in tutte le forme. 4.6- Ci si dovrebbe orientare verso una “decisa decarcerizzazione”, soprattutto per le donne, perché come sostiene Tamar Pitch, oltre che desiderabile è del tutto possibile; la scommessa sul femminile è una delle opzioni più sensate. Le varie iniziative che si sono svolte nei penitenziari hanno insegnato che il carcere non è solo quello delle rivolte, una discarica di “vite di scarto”, ma un luogo che, seppur al confine, deve essere parte attiva della comunità, un altro “territorio educante”. Bisognerebbe: - sostituire alla cultura della premialità quella dei diritti; - costruire un modello che orienti le pratiche e tenga conto della ricchezza dei diversi percorsi biografici; - recuperare e valorizzare il materno come “cura” e “apertura”; - diffondere i percorsi scolastici e arricchire l’offerta trattamentale; - favorire i linguaggi estetico-espressivi; - puntare, nei percorsi di formazione professionale, all’imprenditorialità femminile; - ripensare e riprogettare gli spazi; - provare a mettere a sistema tutte le esperienze eccellenti.