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Jean-Jacques Rousseau nasce a Ginevra nel 1712. Egli è un acuto critico della sua epoca, infatti, sebbene abbia collaborato con gli enciclopedisti, di discosta ben presto dai loro ideali. SOVRANITÀ Egli affronta il tema della sovranità: per Bodin, la sovranità è legge e, conseguentemente, anche il potere di fare la legge, che viene riconosciuto allo Stato. Rousseau crede che la sovranità non possa mai essere delegata perché chi la delega la perde: la sovranità esprime volontà, se essa non mi appartiene, appartiene ad un altro soggetto diverso da me. Ciononostante, Rousseau crede sia possibile delegare la sovranità al verificarsi di due casi:
In quest’opera, Rousseau critica fortemente le istituzioni, la società ed individua le cause della diseguaglianza, quali:
Montesquieu nasce nel 1689 a muore nel 1755. Egli è membro del parlamento di Bordeaux: tale carica poteva essere comprata e venduta e l’autore la eredita dallo zio. Il suo pensiero non pone le sue basi su come si conquista il potere, bensì su come si regola. Egli passa alla storia come il teorico della democrazia rappresentativa, che ricollega al modello inglese. Ogni popolo deve avere le proprie leggi in quanto esse risentono delle abitudini, del clima, dei costumi del popolo; altra caratteristica è che la legge deve risentire dell’equilibrio delle forze sociali che compongono il corpo di quella nazione. LETTERE PERSIANE (1721) Romanzo pubblicato in forma anonima dove si analizza la Francia attraverso gli occhi di due stranieri, Usvelt e Rica: essi provengono dall’oriente ed hanno lasciato il proprio paese perché insoddisfatti dei costumi del loro natio paese dispotico. Attraverso questi due personaggi, Montesquieu esprime il suo pensiero riguardo la Francia: essi notano la decadenza del sistema francese. Il depotenziamento dei parlamenti, la mancata indipendenza della magistratura: sembra che tutto in Francia porti verso il dispotismo. Montesquieu, data la sua mancanza di fiducia, vende la carica di magistrato e va in Inghilterra, dove scopre la libertà, l’uguaglianza: di ritorno, scriverà il suo più celebre testo, la libertà politica, sesto capitolo dell’undicesimo libro della sua magna opera: Lo spirito delle leggi. CONSIDERAZIONI SULLE CAUSE DELLA GRANDEZZA DEI ROMANI E DELLA LORO DECADENZA (1734) In questo testo, l’autore medita su cosa ha permesso ad una città, Roma, di diventare un grande Impero e soprattutto sul motivo della sua decadenza. I contrasti a Roma vi erano sempre stati: l’unione del corpo politico venne data dall’armonia esistente tra le varie parti del corpo, un’armonia sorta nonostante le divisioni, la diversità di vedute: Roma ebbe questa capacità di autocontrollo delle forze. LO SPIRITO DELLE LEGGI (1748) Dopo la sua esperienza inglese, l’Inghilterra diverrà agli occhi dell’autore l’esempio di un governo moderato, quindi libero. Tale equilibrio è dato dalla presenza delle regole. Lo spirito delle leggi è il risultato dell’indagine scientifica per stabilire le cause che sono alla base delle norme giuridiche, alla base delle istituzioni politiche: tali leggi sono diverse da Stato a Stato e dipendono dal periodo storico. La fonte esclusiva della legge non può essere totalmente la volontà del legislatore: deve essere limitata da molteplici relazioni, rapporti necessari che regolano tutto il funzionamento del sistema. La ragione del legislatore deve connettersi ai costumi del popolo, ai due elementi che caratterizzano un governo: il principio e la natura. Montesquieu per governo moderato intende un governo dove vi è separazione dei poteri: libertà vuol dire autodeterminazione e la libertà è legata alla legge. L’indagine dell’autore è volta a far emergere le cause che hanno provocato le norme giuridiche. La legge positiva non può avere come unica fonte la volontà legislatore ma deve essere coordinata ad una molteplicità di fattori esistenti in un dato periodo storico. Il legislatore con mano tremante può cambiare la legge perché cambiarla vuol dire non riconoscere i costumi. Per cui la legge
positiva è l’atto di volontà della ragione dell’uomo che deve tener conto del complesso sistema della vita sociale. L’uomo sociale è malvagio, se non fosse visto così non avremmo bisogno di leggi. Vi è necessità di creare leggi con la nascita della società. Il problema principale di Montesquieu è evitare che il potere abusi del proprio potere: deve trovare dinnanzi a sé dei limiti. Tali possono essere considerati i corpi intermedi, o anche i parlamenti. Secondo Montesquieu, la sovranità può essere esercitata solo delegandola: il concetto di nazione entra in pieno nel pensiero di Montesquieu, in quanto il rappresentante rappresenta la nazione e non il suo elettorato. Vi dev’essere una politica generale e indipendente. Montesquieu dubita che il popolo possa direttamente esercitare il potere politico, e non solo per un fattore strutturale, ma anche perché il popolo non è capace di capire quale dev’essere l’interesse della nazione. Montesquieu reputa illegale il dispotismo: le altre forme legali di governo si distinguono per natura e principi, intesi come idee guida. Troviamo, che:
Edmund Burke è un autore irlandese nato nel 1729 : come molti autori, tratta anch’egli la Rivoluzione francese. È un liberale moderato, noto esponente dei whigs. RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE (1790) Con lo scoppio della Rivoluzione francese, molti esponenti dei whigs accostarono tale evento alla gloriosa rivoluzione inglese: l’autore sostiene che sono due cose totalmente diverse. Non vi è alcuna affinità tra le due rivoluzioni: i francesi hanno fatto tabula rasa delle istituzioni che si erano formate nel corso dei secoli. Non è possibile fare una nuova costituzione: essa è un’inalienabile eredità del passato e dev’essere trasmessa ai posteri. Le riforme vanno fatte quando necessarie e conservando la struttura d’insieme: è come se la Rivoluzione francese avesse rotto la prima regola della scienza politica, ovvero quella di adattare le parti nuove alle parti vecchie. Burke accetta l’idea della rappresentanza e critica il mandato imperativo. Egli richiede un rappresentante che parli la lingua della verità e non quella dell’interesse momentaneo.
Benjamin Constant è un autore francese nato nel 1767. Il suo obiettivo è la difesa della libertà e dell’uguaglianza, principi liberali, ponendosi contro la soluzione giacobina che aveva estremizzato i principi originari della Rivoluzione francese. PRINCIPI DI POLITICA (1806) Il fatto che il potere politico nasca dal popolo non è sinonimo di garanzia della difesa della libertà. In quest’opera, l’autore vuole spiegare come limitare il potere politico. Constant crede nel progresso, crede nella perfettibilità dell’uomo: egli attua una separazione tra
Tocqueville nasce nel 1805 ed è l’autore che affronta il rapporto tra liberalismo e democrazia. Egli rapporta il concetto base di libertà al ruolo che ha nella sfera privata o nell’azione politica: secondo il liberismo, il compito dello Stato è quello di tutelare con la legge i diritti dei cittadini, non invadendo la sfera privata dell’individuo, ovvero come egli voglia raggiungere la felicità. Tocqueville è amico di John Stuart Mill, a cui dona una copia del proprio testo sull’antico regime: Mill lo ringrazierà scrivendogli che pochi uomini avevano scritto capolavori simili. Quale deve essere il rapporto tra la libertà e l’uguaglianza? Ciò che fa l’autore è, quindi, un’analisi della democrazia attraverso il suo principio di legittimazione. Secondo Tocqueville, la storia dell’umanità è caratterizzata da una tendenza inarrestabile: essa o fa sì che vengano concessi a tutti i diritti politici oppure negandoli a tutti. Tocqueville è allievo di Constant. LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (1835) Testo redatto a seguito di un viaggio fatto nel 1831 per allontanarsi dal contesto francese. Egli compie uno studio ravvicinato della democrazia: Tocqueville prende atto che il suffragio universale debba essere riconosciuto anche ai non proprietari dato che la massa è realmente sovrana. Analizza le caratteristiche del sistema democratico cercando di focalizzare su cosa ha permesso che l’uguaglianza si sia combinata con la liberta; il tutto senza eludere i pericoli. Il pericolo è che in nome dell’uguaglianza possa verificarsi la cosiddetta ‘’tirannide della maggioranza’’, ovvero un’altra forma di dispotismo: Tocqueville teme per la Francia. Tale potere riduce gli individui in gregge, essendo l’uguaglianza frutto del rifiuto del popolo americano dei privilegi, dello status, del ceto. Definisce i legislativi americani ignoranti; d’altro canto, con entusiasmo parla delle caratteristiche della democrazia americana, quali: decentramento, associazionismo, adorazione della libertà. Esistono due forme di individualismo:
Per Tocqueville la democrazia rappresenta il destino dell’uomo ed in Francia tramite la Rivoluzione si era realizzata: l’ordine sociale scaturito però non corrispondeva ad un sistema democratico responsabile. Il primo volume dell’opera si sofferma sulle caratteristiche dell’uomo democratico, valutandolo come competitivo, attivo, e sulle possibili conseguenze del sistema egualitario. Il secondo volume parla della Francia in tono ben diverso: nel primo libro si parla dell’uomo americano, si ha un tono fiducioso, mentre parlando della sua patria Tocqueville è più dubbioso: lui teme che possa verificarsi una democrazia dispotica. Tocqueville crede che l’antidoto contro l’individualismo risieda nell’associazionismo: in Francia non troviamo tale soluzione perché la Rivoluzione altro non fece che rafforzare il sistema già esistente dall’antico regime, rafforzando l’organizzazione statale. Una volta eliminati i privilegi, le barriere economiche e sociali, i più meritevoli potevano affermarsi nell’uguaglianza delle condizioni. Le colonie americane erano già predisposte a garantire la libertà, una libertà borghese frutto delle capacità. Le classi sono mobili, nel senso che la società civile fa sì che l’intraprendenza possa avere i propri meriti. Le associazioni rendono la società ricca di vitalità e alleggeriscono i poteri dello Stato, in quando interessandosi alla cosa pubblica evitano che lo Stato vi intervenga. Le associazioni spronano lo spirito di iniziativa degli individui. Il decentramento amministrativo costituisce un utile strumento per istituire una democrazia liberale. Garantiscono l’autonomia amministrativa la contea, il comune, ‘’il miglior giudice di ciò che ci riguarda direttamente siamo noi’’. Lo Stato deve governare, sì, ma non amministrare: è giusto che i cittadini scelgano i propri amministratori.
John Stuart Mill nasce a Londra nel 1806 e muore ad Avignone nel 1873. È figlio di James Mill, grande amico di Bentham. La base del suo pensiero, dei principi dell’utilitarismo, è contenuta ne ‘’Principi della morale e della legislazione’’, che riprende il pensiero di Bentham circa il dolore e il piacere. Utilitaristico è quel calcolo che stabilisce la maggiore o minore bontà di un’azione e le conseguenze che queste azioni producono sul benessere delle persone coinvolte nell’azione. Essa può non contenere l’elemento morale. JAMES MILL Era un economista, funzionario delle Indie Orientali (come il figlio): egli parte dall’idea che tutti noi siamo mossi dall’elemento egoistico: il dover essere è legato all’essere, quindi potremo definire l’essere come la sensazione di felicità, seppur non si raggiunge l’obiettivo. Tutte le attività del governo devono conciliare l’interesse degli individui mossi dal piacere o dal dolore con l’interesse di coloro che detengono il potere. I legislatori devono adottare una linea di condotta verso la massima felicità del maggior numero: questo schema, però, non rende John Stuart Mill padrone di se stesso. Lo fece cadere in depressione, vivendo male il confitto tra la cultura paterna e il fatto che accettandola non avrebbe mai avuto in mano le redini della sua vita. Mill uscirà da questa depressione con il matrimonio con Harriet Taylor, il cui marito aiutò i due a congiungersi. PENSIERO Una cosa diventa importante in base al suo effetto sul benessere umano: è possibile solo in questo modo o ci sono delle cose importanti a prescindere della società? Il problema si acuisce se poi ci chiediamo se la moralità dev’essere ambito delle istituzioni, non solamente vietando la violenza, ma anche sostenendo l’altruismo? Ciò che manca all’utilitarismo è il lato morale della vita. Ci sono dei valori che hanno effetto prima di tutto su noi stessi e questi valori vanno promossi perché virtuosi. Il problema è che utilitarismo così facendo poteva provocare degli effetti perversi nella società, spingendo gli individui ad avere gli stessi piaceri, a fare le stesse cose. Se il successo è dato dall’avere molti piaceri e pochi dolori, diventa difficile comprendere il valore delle azioni. Mill sostiene che ci sono diverse forme di felicità, per quantità e per qualità: meglio essere un uomo insoddisfatto che un animale soddisfatto. SULLA LIBERTÀ (1859) Questo testo è un vero e proprio inno alla diversità. Secondo Mill, l’opinione pubblica aveva annientato l’individualità: noi preferiamo imitare gli altri invece di coltivare quelle qualità tipicamente umane. Mill da vita ad un liberalismo radicale, caratterizzato sulla difesa della libertà intesa come anticonformismo individuale. Mill difende l’autonomia intellettuale e psicologica dell’individuo: ognuno ha diritto a perseguire la felicità a modo suo, la propria percezione dell’utile, con l’unico limite di non invadere la libertà altrui. Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, tutti gli uomini non avrebbero il diritto di far tacere quell’uno e viceversa.
L’unanimità è inutile: solo dal confronto otterremmo l’opinione vera, essendo la verità un elemento dialogico. I PRINCIPI DI ECONOMIA POLITICA (1848) Mill proviene dalla scuola Saint-Simoniana la quale esercita un certo influsso: il capitale ed il lavoro devono essere amministrati nell’interesse comune. Mill appoggia, quindi, l’intervento dello Stato nell’economia: si deve avere una regolamentazione del lavoro attraverso una legislazione sociale a tutela del lavoratore e contro l’alienazione. Mill non vuole eliminare la proprietà, vuole migliorarla con la piena partecipazione di ogni suo membro ai benefici offerti dalla proprietà. Questo cambiamento può avvenire con le associazioni tra lavoratori e capitalisti. Bisogna agire sulla distribuzione della ricchezza, quindi sulle leggi, modificabili attraverso l’intervento cosciente dell’uomo. È possibile cambiare il sistema economico senza ricorrere alla violenza. La proprietà deve essere frutto del proprio lavoro e il lavoro dev’essere ampiamente ricompensato. CONSIDERAZIONI SUL GOVERNO RAPPRESENTATIVO (1863) Mill non usa il termine democrazia, pur analizzandola. Piuttosto egli parla di un governo rappresentativo che associa all’idea di responsabilità elettorale: il popolo non può governarsi direttamente per cui è necessario trovare un’élite a cui affidare l’interesse generale. Secondo Mill, l’uomo crede che tutto vada sempre per il meglio, sebbene il progresso non sia una certezza. La libertà è la fonte del progresso: il valore di uno Stato è dato dal valore che esso attribuisce alla libertà. La perfezione di uno Stato consiste nell’efficienza amministrativa, una perfezione meccanica a cui tutto viene sacrificato, ovvero la libertà dell’uomo. Solo lo stato democratico può garantire la libertà di opinione. Esistono due democrazie, una vera, se è il governo di tutto il popolo, e una falsa, se è sinonimo di inuguaglianza e quindi basato sul principio di maggioranza numerica. Quando una maggioranza vuole rappresentare l’intera società si va contro al principio democratico: una vera democrazia deve basarsi su una giusta rappresentanza delle minoranze: il sistema proporzionale è il migliore. La libertà di associazione permette al popolo di uscire dall’anonimato della folla. L’elettore deve, anche, essere in grado di poter votare una persona anche non appartenente al proprio collegio: solo così si può permettere l’elezione di persone competenti.
Owen è un industriale britannico proprietario di una fabbrica in Scozia. PENSIERO La natura umana è malleabile, trasformabile dal contesto: il controllo sociale serve a cambiare la natura umana. Si reca in America e crea la New Armony, una comunità di lavoratori all’interno delle quali costruisce le loro case. Egli, immaginando un sistema economico basato sullo scambio, elimina il denaro. È contrario alla violenza: tutto parte da una convinzione umana che i nostri caratteri siano fatti per noi ma non da noi; è la società a creare i nostri caratteri. La violenza o la punizione non è necessaria se si cambia il contesto.
Fourier crede che il socialismo avrebbe cambiato la natura umana e soprattutto che con questi cambiamenti l’uomo avrebbe realizzato la propria felicità. FANLASTERI – TEORIA DEI 4 MOVIMENTI (1808) Per fanlasteri si intendono grandi cooperative dove è presente una certa diseguaglianza, dato che gli imprenditori che investono avrebbero guadagnato il 35% degli introiti della comunità. Il lavoro produce felicità e il dovere non è basato sulla natura umana o sul volere di dio, è un’invenzione. Dio ci ha intrisi di desideri che nelle giuste condizioni sociali ci avrebbero resi felici: serve una forma di autocontrollo. Per risolvere l’immoralità del sistema economico-capitalistico bisogna creare grandi comunità lavorative per soddisfare tutte le emozioni dove le passioni fanno da collante tra i diversi soggetti. Questi potevano contenere circa 1600 persone portatrici di qualcosa, come un’abilità, una passione. Tale visione interessò gli studi di Marx ed Engels: il lavoro come attrattiva. La divisione del lavoro in forma meccanica porta l’uomo ad instupidirsi: nel lavoro gli uomini realizzano se stessi e seguendo dei ritmi di lavoro potevano attivare la passione della qualità. È vero che il progresso ha dato all’uomo più autonomia ma è anche vero che si è creata una sottomissione del lavoratore. Nella grande fabbrica il lavoratore diventa parte della macchina. Per far sì che l’uomo coltivasse le proprie passioni era necessario che fossero diminuite le ore di lavoro ma ciò a cui mirava l’autore era la libertà nel lavoro. Il lavoratore, come l’artista, deve sentirsi libero e sovrano di produrre ciò che vuole.
Lui distingue due tappe che si succederanno con l’avvento del proletariato: