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Dottrine sunto completo, Appunti di Storia Delle Dottrine Politiche

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Tipologia: Appunti

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Rousseau
Jean-Jacques Rousseau nasce a Ginevra nel 1712. Egli è un acuto critico della sua epoca, infatti,
sebbene abbia collaborato con gli enciclopedisti, di discosta ben presto dai loro ideali.
SOVRANITÀ
Egli affronta il tema della sovranità: per Bodin, la sovranità è legge e, conseguentemente, anche il
potere di fare la legge, che viene riconosciuto allo Stato. Rousseau crede che la sovranità non possa
mai essere delegata perché chi la delega la perde: la sovranità esprime volontà, se essa non mi
appartiene, appartiene ad un altro soggetto diverso da me.
Ciononostante, Rousseau crede sia possibile delegare la sovranità al verificarsi di due casi:
- che il rinnovo dei rappresentanti sia frequente;
- che vi sia il vincolo del mandato imperativo.
Rousseau è il teorico della democrazia diretta: la sovranità è del popolo inteso come cittadini del
corpo politico pubblico e in quanto cittadino io devo volere l’interesse generale, e non il mio.
Per Rousseau l’uomo è libero quando autodetermina le leggi a cui si sottomette.
Ogni individuo sarà costretto ad obbedire alla legge ma, obbedendo alla legge che lui stesso
autodeterminerà, rimarrà libero.
RAPPRESENTANZA
Rousseau vuole ridurre il più possibile l’intermediario: i rappresentanti, le associazioni, il governo.
Il governo per Rousseau dev’essere costituito da magistrati e commissari: dev’essere interpretato
come un semplice organo esecutivo della legge.
Darsi dei rappresentanti per Rousseau significa non essere più liberi, ma avere dei padroni. Non si
fida del governo in quanto è una microsocietà dentro la società ed incarna volontà parziali.
Il governo è formato da una pluralità di uomini, da uno solo o da un gruppo: esso detiene in egual
modo il solo potere esecutivo e non legislativo, che appartiene al popolo. Rousseau preferisce il
governo democratico in quanto è un solo soggetto che ha il potere legislativo ed esecutivo.
Tuttavia, il governo democratico è impossibile a meno che ci troviamo dinnanzi ad un popolo di
uomini perfetti: può essere aristocratico naturale, cioè per anzianità, ereditaria, e la forma elettiva,
dove si sceglie il migliore.
Ogni forma di governo presenta due elementi: la forza e la rettitudine. La forza è la capacità di
operare immediatamente ed efficacemente le leggi e, quindi, eseguire la volontà generale. La
rettitudine è la correttezza, che consente di aderire con maggior immediatezza alla volontà generale.
La forza è inversamente proporzionale al numero di componenti, la rettitudine è proporzionale al
numero di componenti.
DISCORSO SULLE SCIENZE E SULLE ARTI (1751)
Con quest’opera, Rousseau vince il premio dell’Accademia di Digione che lo rende celebre. In
quest’opera, si analizza come le scoperte scientifiche, le creazioni e le arti siano utilizzate in
maniera nefasta. Rousseau si sofferma sul modo in cui sono utilizzate, non giudica la scoperta
scientifica ma il modo in cui viene usata.
Nel corso della storia, le scoperte sono state utilizzate in modo tale da approfondire la
disuguaglianza tra gli uomini. Rousseau non crede che la colpa sia della natura umana, egli accusa
la società e mai l’uomo. Purtroppo, noi viviamo in una società malsana che ha corrotto l’animo
buono dell’uomo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo ritornare alla natura.
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Rousseau

Jean-Jacques Rousseau nasce a Ginevra nel 1712. Egli è un acuto critico della sua epoca, infatti, sebbene abbia collaborato con gli enciclopedisti, di discosta ben presto dai loro ideali. SOVRANITÀ Egli affronta il tema della sovranità: per Bodin, la sovranità è legge e, conseguentemente, anche il potere di fare la legge, che viene riconosciuto allo Stato. Rousseau crede che la sovranità non possa mai essere delegata perché chi la delega la perde: la sovranità esprime volontà, se essa non mi appartiene, appartiene ad un altro soggetto diverso da me. Ciononostante, Rousseau crede sia possibile delegare la sovranità al verificarsi di due casi:

  • che il rinnovo dei rappresentanti sia frequente;
  • che vi sia il vincolo del mandato imperativo. Rousseau è il teorico della democrazia diretta: la sovranità è del popolo inteso come cittadini del corpo politico pubblico e in quanto cittadino io devo volere l’interesse generale, e non il mio. Per Rousseau l’uomo è libero quando autodetermina le leggi a cui si sottomette. Ogni individuo sarà costretto ad obbedire alla legge ma, obbedendo alla legge che lui stesso autodeterminerà, rimarrà libero. RAPPRESENTANZA Rousseau vuole ridurre il più possibile l’intermediario: i rappresentanti, le associazioni, il governo. Il governo per Rousseau dev’essere costituito da magistrati e commissari: dev’essere interpretato come un semplice organo esecutivo della legge. Darsi dei rappresentanti per Rousseau significa non essere più liberi, ma avere dei padroni. Non si fida del governo in quanto è una microsocietà dentro la società ed incarna volontà parziali. Il governo è formato da una pluralità di uomini, da uno solo o da un gruppo: esso detiene in egual modo il solo potere esecutivo e non legislativo, che appartiene al popolo. Rousseau preferisce il governo democratico in quanto è un solo soggetto che ha il potere legislativo ed esecutivo. Tuttavia, il governo democratico è impossibile a meno che ci troviamo dinnanzi ad un popolo di uomini perfetti: può essere aristocratico naturale, cioè per anzianità, ereditaria, e la forma elettiva, dove si sceglie il migliore. Ogni forma di governo presenta due elementi: la forza e la rettitudine. La forza è la capacità di operare immediatamente ed efficacemente le leggi e, quindi, eseguire la volontà generale. La rettitudine è la correttezza, che consente di aderire con maggior immediatezza alla volontà generale. La forza è inversamente proporzionale al numero di componenti, la rettitudine è proporzionale al numero di componenti. DISCORSO SULLE SCIENZE E SULLE ARTI (1751) Con quest’opera, Rousseau vince il premio dell’Accademia di Digione che lo rende celebre. In quest’opera, si analizza come le scoperte scientifiche, le creazioni e le arti siano utilizzate in maniera nefasta. Rousseau si sofferma sul modo in cui sono utilizzate, non giudica la scoperta scientifica ma il modo in cui viene usata. Nel corso della storia, le scoperte sono state utilizzate in modo tale da approfondire la disuguaglianza tra gli uomini. Rousseau non crede che la colpa sia della natura umana, egli accusa la società e mai l’uomo. Purtroppo, noi viviamo in una società malsana che ha corrotto l’animo buono dell’uomo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo ritornare alla natura.

DISCORSO SULL’ORIGINE E FONDAMENTI DELLA DISEGUAGLIANZA TRA GLI

UOMINI (1755)

In quest’opera, Rousseau critica fortemente le istituzioni, la società ed individua le cause della diseguaglianza, quali:

  • La proprietà;
  • Il potere politico. Secondo Rousseau, l’uomo allo stato di natura è pacifico: la malvagità è un carattere esclusivo dell’uomo civile. L’uomo naturale è guidato da due istinti: l’autoconservazione e la pietà. Quando nasce la diseguaglianza sociale? Quando l’uomo, in quanto essere perfettibile, trasforma se stesso. L’uomo sviluppa la ragione scissa in due componenti: una utilitaristica, intellettuale; una emotiva, che possiamo tradurre in ‘’amor proprio’’. Il passaggio da stato di natura a stato civile è composto da molte tappe: il linguaggio, le armi, l’agricoltura, la metallurgia; la nascita della proprietà privata. Il primo uomo che dopo aver recintato un pezzo di terra definendolo proprio, dopo averlo detto ad un altro uomo che fu così sciocco da credere alle sue parole, è il creatore della società civile. La diseguaglianza fa in modo che i ricchi accumulino e i poveri, essendo in uno stato di necessità, sono costretti a darsi al brigantaggio. I ricchi, quindi, capendo che continuando in tal modo non possono avere la certezza che i poveri restino poveri e, quindi, creano un governo che è incaricato di dare la legge e di farla eseguire: queste non sono altro che la ratifica della diseguaglianza sociale, perché è frutto dell’astuzia, è un artificio ingannevole: i ricchi dicono ai poveri di accettare il loro accordo in cambio di qualcosa in più. CONTRATTO SOCIALE (1762) Rousseau cerca di individuare tutti i requisiti necessari per capire perché io sono sottoposto alla legge e come contemporaneamente riesco a rimanere libero. Rousseau, quindi, si rifà ad un modello già collaudato: il contrattualismo. Tuttavia, il nostro autore precisa che tale non nasce con l’entità giuridica della creazione dello Stato: un popolo è tale ancor prima di darsi un re. Il contratto previsto da Rousseau non prevede la rinuncia della libertà: per lui il contratto è già stato creato e non è un contratto valido. Esso ha eliminato la libertà dell’uomo, lo ha messo in catene sebbene l’uomo sia nato libero. L’uomo è in catene nella società civile. Bisogna creare un nuovo contratto il cui scopo dev’essere la realizzazione del bene comune, la difesa della libertà dell’uomo. Noi siamo liberi solo quando dipendiamo dalla legge. Io mi impegno con me stesso a fare certe cose e, ugualmente, mi impegno con altri soggetti che fanno parte del patto. Ogni associato deve alienarsi alla comunità di cui lui sta costituendo parte impegnandosi nei confronti di tutti e non sottomettendosi a nessuno. L’uomo, nel corpo politico sovrano, resta pur sempre un uomo: continua a sostenere la propria volontà particolare: se la volontà generale fosse la somma di tutte le volontà individuali, allora essa sarebbe la somma di volontà particolari. Il corpo politico deve costringere l’uomo ad obbedire alla volontà generale e solo così sarà libero: sottomettendomi alla volontà del corpo politico rimango libero perché vuol dire che io, in quanto uomo, non avevo colto il bene comune. La volontà generale non può nuocere ai membri che ne fanno parte: non può volere qualcosa che ponga in catene gli uomini. Ciononostante, io posso restare libero nella mia sfera privata, è la collettività a decidere quello che ha rilevanza comune.

Montesquieu

Montesquieu nasce nel 1689 a muore nel 1755. Egli è membro del parlamento di Bordeaux: tale carica poteva essere comprata e venduta e l’autore la eredita dallo zio. Il suo pensiero non pone le sue basi su come si conquista il potere, bensì su come si regola. Egli passa alla storia come il teorico della democrazia rappresentativa, che ricollega al modello inglese. Ogni popolo deve avere le proprie leggi in quanto esse risentono delle abitudini, del clima, dei costumi del popolo; altra caratteristica è che la legge deve risentire dell’equilibrio delle forze sociali che compongono il corpo di quella nazione. LETTERE PERSIANE (1721) Romanzo pubblicato in forma anonima dove si analizza la Francia attraverso gli occhi di due stranieri, Usvelt e Rica: essi provengono dall’oriente ed hanno lasciato il proprio paese perché insoddisfatti dei costumi del loro natio paese dispotico. Attraverso questi due personaggi, Montesquieu esprime il suo pensiero riguardo la Francia: essi notano la decadenza del sistema francese. Il depotenziamento dei parlamenti, la mancata indipendenza della magistratura: sembra che tutto in Francia porti verso il dispotismo. Montesquieu, data la sua mancanza di fiducia, vende la carica di magistrato e va in Inghilterra, dove scopre la libertà, l’uguaglianza: di ritorno, scriverà il suo più celebre testo, la libertà politica, sesto capitolo dell’undicesimo libro della sua magna opera: Lo spirito delle leggi. CONSIDERAZIONI SULLE CAUSE DELLA GRANDEZZA DEI ROMANI E DELLA LORO DECADENZA (1734) In questo testo, l’autore medita su cosa ha permesso ad una città, Roma, di diventare un grande Impero e soprattutto sul motivo della sua decadenza. I contrasti a Roma vi erano sempre stati: l’unione del corpo politico venne data dall’armonia esistente tra le varie parti del corpo, un’armonia sorta nonostante le divisioni, la diversità di vedute: Roma ebbe questa capacità di autocontrollo delle forze. LO SPIRITO DELLE LEGGI (1748) Dopo la sua esperienza inglese, l’Inghilterra diverrà agli occhi dell’autore l’esempio di un governo moderato, quindi libero. Tale equilibrio è dato dalla presenza delle regole. Lo spirito delle leggi è il risultato dell’indagine scientifica per stabilire le cause che sono alla base delle norme giuridiche, alla base delle istituzioni politiche: tali leggi sono diverse da Stato a Stato e dipendono dal periodo storico. La fonte esclusiva della legge non può essere totalmente la volontà del legislatore: deve essere limitata da molteplici relazioni, rapporti necessari che regolano tutto il funzionamento del sistema. La ragione del legislatore deve connettersi ai costumi del popolo, ai due elementi che caratterizzano un governo: il principio e la natura. Montesquieu per governo moderato intende un governo dove vi è separazione dei poteri: libertà vuol dire autodeterminazione e la libertà è legata alla legge. L’indagine dell’autore è volta a far emergere le cause che hanno provocato le norme giuridiche. La legge positiva non può avere come unica fonte la volontà legislatore ma deve essere coordinata ad una molteplicità di fattori esistenti in un dato periodo storico. Il legislatore con mano tremante può cambiare la legge perché cambiarla vuol dire non riconoscere i costumi. Per cui la legge

positiva è l’atto di volontà della ragione dell’uomo che deve tener conto del complesso sistema della vita sociale. L’uomo sociale è malvagio, se non fosse visto così non avremmo bisogno di leggi. Vi è necessità di creare leggi con la nascita della società. Il problema principale di Montesquieu è evitare che il potere abusi del proprio potere: deve trovare dinnanzi a sé dei limiti. Tali possono essere considerati i corpi intermedi, o anche i parlamenti. Secondo Montesquieu, la sovranità può essere esercitata solo delegandola: il concetto di nazione entra in pieno nel pensiero di Montesquieu, in quanto il rappresentante rappresenta la nazione e non il suo elettorato. Vi dev’essere una politica generale e indipendente. Montesquieu dubita che il popolo possa direttamente esercitare il potere politico, e non solo per un fattore strutturale, ma anche perché il popolo non è capace di capire quale dev’essere l’interesse della nazione. Montesquieu reputa illegale il dispotismo: le altre forme legali di governo si distinguono per natura e principi, intesi come idee guida. Troviamo, che:

  • la repubblica democratica ha come principio la virtù: riconoscendosi nella repubblica si rinuncia ai propri interessi per riconoscersi in qualcosa di comune, tramite l’amore per la patria; essa si corrompe quando viene meno la virtù e, quindi, lo spirito di uguaglianza. Essa è attuabile negli Stati di piccole dimensioni dove non è diffusa la ricchezza.
  • La repubblica aristocratica ha come principio la moderazione;
  • la monarchia ha come principio l’onore: inteso come svolgere bene i propri doveri; attuabile in stati di media grandezza. SEPARAZIONE DEI POTERI Per formare un governo moderato occorre mettere insieme i vari poteri facendoli agire e contemporaneamente dandogli una zavorra affinché l’uno possa resistere all’altro potere. Deve esistere un equo bilanciamento dei poteri tra i vari corpi in modo tale che ogni organo non possa mai agire se non entro regole e confini. Per Montesquieu la monarchia è l’unico esempio di governo moderato, ma non quella francese, ormai spoglia della nobiltà delle sue funzioni che aveva reso inutile l’aristocrazia ricoprendola di privilegi, bensì quella inglese, dove nessun potere ha un potere assoluto. Lo scopo cardine è la liberà, non intesa come libertà di fare ciò che si vuole, ma intesa come libertà di poter fare tutto ciò che la legge stabilisce. La libertà è il potere della legge, non del popolo. Tuttavia, vi è la tendenza umana di chi detiene il potere di attentare alla sicurezza dei cittadini, per cui il potere dev’essere diviso: non vi è una separazione rigida in quanto i poteri sono interconnessi tra loro, legislativo, esecutivo e giurisdizionale.

Burke

Edmund Burke è un autore irlandese nato nel 1729 : come molti autori, tratta anch’egli la Rivoluzione francese. È un liberale moderato, noto esponente dei whigs. RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE (1790) Con lo scoppio della Rivoluzione francese, molti esponenti dei whigs accostarono tale evento alla gloriosa rivoluzione inglese: l’autore sostiene che sono due cose totalmente diverse. Non vi è alcuna affinità tra le due rivoluzioni: i francesi hanno fatto tabula rasa delle istituzioni che si erano formate nel corso dei secoli. Non è possibile fare una nuova costituzione: essa è un’inalienabile eredità del passato e dev’essere trasmessa ai posteri. Le riforme vanno fatte quando necessarie e conservando la struttura d’insieme: è come se la Rivoluzione francese avesse rotto la prima regola della scienza politica, ovvero quella di adattare le parti nuove alle parti vecchie. Burke accetta l’idea della rappresentanza e critica il mandato imperativo. Egli richiede un rappresentante che parli la lingua della verità e non quella dell’interesse momentaneo.

Constant

Benjamin Constant è un autore francese nato nel 1767. Il suo obiettivo è la difesa della libertà e dell’uguaglianza, principi liberali, ponendosi contro la soluzione giacobina che aveva estremizzato i principi originari della Rivoluzione francese. PRINCIPI DI POLITICA (1806) Il fatto che il potere politico nasca dal popolo non è sinonimo di garanzia della difesa della libertà. In quest’opera, l’autore vuole spiegare come limitare il potere politico. Constant crede nel progresso, crede nella perfettibilità dell’uomo: egli attua una separazione tra

  • sensazioni: impressioni che l’uomo riceve perché trasmesse dai propri sensi che non lasciano una traccia nell’uomo perché sono sfuggenti e non si concatenano tra loro;
  • idee: costituiscono il vero patrimonio dell’uomo perché si possono associare tra di loro, nuove idee si producono anche da idee sbagliate. La capacità dell’uomo è di sottomettere le sensazioni alle idee: così si permette il progresso, che si sviluppa in
  • rivoluzione teocratica;
  • distruzione della schiavitù;
  • distruzione della feudalità;
  • distruzione dei privilegi (Rivoluzione francese). Per realizzare l’uguaglianza vi devono essere tutte queste tappe. Se l’obbedienza alla legge è un dovere, non lo è quando il potere si macchia di dispotismo. È necessario che la legge non leda i diritti dell’uomo e resti entro determinati limiti. Per Constant la libertà è il bene massimo da tutelare: non basta che la fonte della legge sia legittima, è necessario imporre dei limiti che non intacchino la libertà del popolo. La libertà dev’essere il trionfo dell’invidualità contro l’autorità. Constant critica Rousseau in quanto per lui la sovranità può essere solo limitata e soprattutto nella sfera privata e nel rispetto delle minoranze. Il potere senza limiti è un male qualunque siano le mani che lo detengono. Altra critica: non è vero che dandosi a tutti si dà a nessuno, bensì si dà al corpo che agisce in nome della sovranità. Questi pochi possono sopraffare i diritti dell’individuo per cui è necessario porre dei limiti, dei confini alla giurisdizione della sovranità, stabilendo ciò che è materia competente e ciò che non lo è. Rousseau assegna alla politica il compito di stabilire ciò che è bene e ciò che è male: essa non può invadere la sfera privata. Solo attraverso un sistema istituzionale possiamo avere la certezza che tali diritti siano garantiti. La costituzione deve definire a monte le prerogative dei poteri ed è la prima garanzia di libertà. Attraverso il bilanciamento dei poteri si evita che se ne faccia un uso illegale. Constant, ciononostante, non è per un potere debole, ma per un potere forte, seppur limitato, nell’esercizio delle funzioni. POTERE Constant divide il potere in:
  • potere reale (capo dello Stato);

Tocqueville

Tocqueville nasce nel 1805 ed è l’autore che affronta il rapporto tra liberalismo e democrazia. Egli rapporta il concetto base di libertà al ruolo che ha nella sfera privata o nell’azione politica: secondo il liberismo, il compito dello Stato è quello di tutelare con la legge i diritti dei cittadini, non invadendo la sfera privata dell’individuo, ovvero come egli voglia raggiungere la felicità. Tocqueville è amico di John Stuart Mill, a cui dona una copia del proprio testo sull’antico regime: Mill lo ringrazierà scrivendogli che pochi uomini avevano scritto capolavori simili. Quale deve essere il rapporto tra la libertà e l’uguaglianza? Ciò che fa l’autore è, quindi, un’analisi della democrazia attraverso il suo principio di legittimazione. Secondo Tocqueville, la storia dell’umanità è caratterizzata da una tendenza inarrestabile: essa o fa sì che vengano concessi a tutti i diritti politici oppure negandoli a tutti. Tocqueville è allievo di Constant. LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (1835) Testo redatto a seguito di un viaggio fatto nel 1831 per allontanarsi dal contesto francese. Egli compie uno studio ravvicinato della democrazia: Tocqueville prende atto che il suffragio universale debba essere riconosciuto anche ai non proprietari dato che la massa è realmente sovrana. Analizza le caratteristiche del sistema democratico cercando di focalizzare su cosa ha permesso che l’uguaglianza si sia combinata con la liberta; il tutto senza eludere i pericoli. Il pericolo è che in nome dell’uguaglianza possa verificarsi la cosiddetta ‘’tirannide della maggioranza’’, ovvero un’altra forma di dispotismo: Tocqueville teme per la Francia. Tale potere riduce gli individui in gregge, essendo l’uguaglianza frutto del rifiuto del popolo americano dei privilegi, dello status, del ceto. Definisce i legislativi americani ignoranti; d’altro canto, con entusiasmo parla delle caratteristiche della democrazia americana, quali: decentramento, associazionismo, adorazione della libertà. Esistono due forme di individualismo:

  • la prima è quella senza qualificazioni, una sorta di egocentrismo che porta l’uomo a chiudersi nei propri interessi;
  • l’altra risiede nel fatto che l’uomo ha una forte autocoscienza di sé ma come essere morale, che capisce che ha doveri da adempiere ed anche diritti da chiedere alla società (buon individualismo); tuttavia, il cattivo individualismo risiede nella forma estrema dell’egoismo, che porta inevitabilmente all’invidia. In America troviamo grandi praterie che permettevano a tutti di avere un appezzamento di terra e di poterla coltivare. La cultura politica che troviamo si riassume in: libertà di religione, assenza di feudalismo, assenza di privilegi. I primi coloni si recano in America non per fini economici, ma per fini religiosi: la fede non preparava i sudditi all’obbedienza di un sovrano, ma dei cittadini mossi dalla libertà, capaci di resistere alle pressioni politiche in nome di un valore più alto: la fede. Un altro valore risiede nel fatto che tutti in America partivano da zero: tutti si sentivano uguali nei diritti e nei doveri, indipendentemente dai privilegi che lasciavano nella madrepatria. La Rivoluzione è stata la dimostrazione che ad unire tutti i soggetti vi fossero le comuni aspirazioni, il sentire comune del popolo americano: la rivoluzione mostra sul piano politico l’uguaglianza delle condizioni come principio base della repubblica.

ANTICO REGIME E LA RIVOLUZIONE (1856)

Per Tocqueville la democrazia rappresenta il destino dell’uomo ed in Francia tramite la Rivoluzione si era realizzata: l’ordine sociale scaturito però non corrispondeva ad un sistema democratico responsabile. Il primo volume dell’opera si sofferma sulle caratteristiche dell’uomo democratico, valutandolo come competitivo, attivo, e sulle possibili conseguenze del sistema egualitario. Il secondo volume parla della Francia in tono ben diverso: nel primo libro si parla dell’uomo americano, si ha un tono fiducioso, mentre parlando della sua patria Tocqueville è più dubbioso: lui teme che possa verificarsi una democrazia dispotica. Tocqueville crede che l’antidoto contro l’individualismo risieda nell’associazionismo: in Francia non troviamo tale soluzione perché la Rivoluzione altro non fece che rafforzare il sistema già esistente dall’antico regime, rafforzando l’organizzazione statale. Una volta eliminati i privilegi, le barriere economiche e sociali, i più meritevoli potevano affermarsi nell’uguaglianza delle condizioni. Le colonie americane erano già predisposte a garantire la libertà, una libertà borghese frutto delle capacità. Le classi sono mobili, nel senso che la società civile fa sì che l’intraprendenza possa avere i propri meriti. Le associazioni rendono la società ricca di vitalità e alleggeriscono i poteri dello Stato, in quando interessandosi alla cosa pubblica evitano che lo Stato vi intervenga. Le associazioni spronano lo spirito di iniziativa degli individui. Il decentramento amministrativo costituisce un utile strumento per istituire una democrazia liberale. Garantiscono l’autonomia amministrativa la contea, il comune, ‘’il miglior giudice di ciò che ci riguarda direttamente siamo noi’’. Lo Stato deve governare, sì, ma non amministrare: è giusto che i cittadini scelgano i propri amministratori.

Mill

John Stuart Mill nasce a Londra nel 1806 e muore ad Avignone nel 1873. È figlio di James Mill, grande amico di Bentham. La base del suo pensiero, dei principi dell’utilitarismo, è contenuta ne ‘’Principi della morale e della legislazione’’, che riprende il pensiero di Bentham circa il dolore e il piacere. Utilitaristico è quel calcolo che stabilisce la maggiore o minore bontà di un’azione e le conseguenze che queste azioni producono sul benessere delle persone coinvolte nell’azione. Essa può non contenere l’elemento morale. JAMES MILL Era un economista, funzionario delle Indie Orientali (come il figlio): egli parte dall’idea che tutti noi siamo mossi dall’elemento egoistico: il dover essere è legato all’essere, quindi potremo definire l’essere come la sensazione di felicità, seppur non si raggiunge l’obiettivo. Tutte le attività del governo devono conciliare l’interesse degli individui mossi dal piacere o dal dolore con l’interesse di coloro che detengono il potere. I legislatori devono adottare una linea di condotta verso la massima felicità del maggior numero: questo schema, però, non rende John Stuart Mill padrone di se stesso. Lo fece cadere in depressione, vivendo male il confitto tra la cultura paterna e il fatto che accettandola non avrebbe mai avuto in mano le redini della sua vita. Mill uscirà da questa depressione con il matrimonio con Harriet Taylor, il cui marito aiutò i due a congiungersi. PENSIERO Una cosa diventa importante in base al suo effetto sul benessere umano: è possibile solo in questo modo o ci sono delle cose importanti a prescindere della società? Il problema si acuisce se poi ci chiediamo se la moralità dev’essere ambito delle istituzioni, non solamente vietando la violenza, ma anche sostenendo l’altruismo? Ciò che manca all’utilitarismo è il lato morale della vita. Ci sono dei valori che hanno effetto prima di tutto su noi stessi e questi valori vanno promossi perché virtuosi. Il problema è che utilitarismo così facendo poteva provocare degli effetti perversi nella società, spingendo gli individui ad avere gli stessi piaceri, a fare le stesse cose. Se il successo è dato dall’avere molti piaceri e pochi dolori, diventa difficile comprendere il valore delle azioni. Mill sostiene che ci sono diverse forme di felicità, per quantità e per qualità: meglio essere un uomo insoddisfatto che un animale soddisfatto. SULLA LIBERTÀ (1859) Questo testo è un vero e proprio inno alla diversità. Secondo Mill, l’opinione pubblica aveva annientato l’individualità: noi preferiamo imitare gli altri invece di coltivare quelle qualità tipicamente umane. Mill da vita ad un liberalismo radicale, caratterizzato sulla difesa della libertà intesa come anticonformismo individuale. Mill difende l’autonomia intellettuale e psicologica dell’individuo: ognuno ha diritto a perseguire la felicità a modo suo, la propria percezione dell’utile, con l’unico limite di non invadere la libertà altrui. Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, tutti gli uomini non avrebbero il diritto di far tacere quell’uno e viceversa.

L’unanimità è inutile: solo dal confronto otterremmo l’opinione vera, essendo la verità un elemento dialogico. I PRINCIPI DI ECONOMIA POLITICA (1848) Mill proviene dalla scuola Saint-Simoniana la quale esercita un certo influsso: il capitale ed il lavoro devono essere amministrati nell’interesse comune. Mill appoggia, quindi, l’intervento dello Stato nell’economia: si deve avere una regolamentazione del lavoro attraverso una legislazione sociale a tutela del lavoratore e contro l’alienazione. Mill non vuole eliminare la proprietà, vuole migliorarla con la piena partecipazione di ogni suo membro ai benefici offerti dalla proprietà. Questo cambiamento può avvenire con le associazioni tra lavoratori e capitalisti. Bisogna agire sulla distribuzione della ricchezza, quindi sulle leggi, modificabili attraverso l’intervento cosciente dell’uomo. È possibile cambiare il sistema economico senza ricorrere alla violenza. La proprietà deve essere frutto del proprio lavoro e il lavoro dev’essere ampiamente ricompensato. CONSIDERAZIONI SUL GOVERNO RAPPRESENTATIVO (1863) Mill non usa il termine democrazia, pur analizzandola. Piuttosto egli parla di un governo rappresentativo che associa all’idea di responsabilità elettorale: il popolo non può governarsi direttamente per cui è necessario trovare un’élite a cui affidare l’interesse generale. Secondo Mill, l’uomo crede che tutto vada sempre per il meglio, sebbene il progresso non sia una certezza. La libertà è la fonte del progresso: il valore di uno Stato è dato dal valore che esso attribuisce alla libertà. La perfezione di uno Stato consiste nell’efficienza amministrativa, una perfezione meccanica a cui tutto viene sacrificato, ovvero la libertà dell’uomo. Solo lo stato democratico può garantire la libertà di opinione. Esistono due democrazie, una vera, se è il governo di tutto il popolo, e una falsa, se è sinonimo di inuguaglianza e quindi basato sul principio di maggioranza numerica. Quando una maggioranza vuole rappresentare l’intera società si va contro al principio democratico: una vera democrazia deve basarsi su una giusta rappresentanza delle minoranze: il sistema proporzionale è il migliore. La libertà di associazione permette al popolo di uscire dall’anonimato della folla. L’elettore deve, anche, essere in grado di poter votare una persona anche non appartenente al proprio collegio: solo così si può permettere l’elezione di persone competenti.

Owen

Owen è un industriale britannico proprietario di una fabbrica in Scozia. PENSIERO La natura umana è malleabile, trasformabile dal contesto: il controllo sociale serve a cambiare la natura umana. Si reca in America e crea la New Armony, una comunità di lavoratori all’interno delle quali costruisce le loro case. Egli, immaginando un sistema economico basato sullo scambio, elimina il denaro. È contrario alla violenza: tutto parte da una convinzione umana che i nostri caratteri siano fatti per noi ma non da noi; è la società a creare i nostri caratteri. La violenza o la punizione non è necessaria se si cambia il contesto.

Fourier

Fourier crede che il socialismo avrebbe cambiato la natura umana e soprattutto che con questi cambiamenti l’uomo avrebbe realizzato la propria felicità. FANLASTERI – TEORIA DEI 4 MOVIMENTI (1808) Per fanlasteri si intendono grandi cooperative dove è presente una certa diseguaglianza, dato che gli imprenditori che investono avrebbero guadagnato il 35% degli introiti della comunità. Il lavoro produce felicità e il dovere non è basato sulla natura umana o sul volere di dio, è un’invenzione. Dio ci ha intrisi di desideri che nelle giuste condizioni sociali ci avrebbero resi felici: serve una forma di autocontrollo. Per risolvere l’immoralità del sistema economico-capitalistico bisogna creare grandi comunità lavorative per soddisfare tutte le emozioni dove le passioni fanno da collante tra i diversi soggetti. Questi potevano contenere circa 1600 persone portatrici di qualcosa, come un’abilità, una passione. Tale visione interessò gli studi di Marx ed Engels: il lavoro come attrattiva. La divisione del lavoro in forma meccanica porta l’uomo ad instupidirsi: nel lavoro gli uomini realizzano se stessi e seguendo dei ritmi di lavoro potevano attivare la passione della qualità. È vero che il progresso ha dato all’uomo più autonomia ma è anche vero che si è creata una sottomissione del lavoratore. Nella grande fabbrica il lavoratore diventa parte della macchina. Per far sì che l’uomo coltivasse le proprie passioni era necessario che fossero diminuite le ore di lavoro ma ciò a cui mirava l’autore era la libertà nel lavoro. Il lavoratore, come l’artista, deve sentirsi libero e sovrano di produrre ciò che vuole.

Marx

  • Critica alla filosofia Hegeliana del diritto pubblico(1843)
  • Il capitale(1867)
  • Manifesto del partito comunista(1848)
  • La miseria della filosofia(1847) Karl Marx ai giorni d’oggi è considerato il padre del comunismo, assume un ruolo importante nell’interpretazione del nuovo scenario industriale.
  1. L’idea di marx è che nella società di hegel ogni individuo è visto come singolo e che i rapporti siano fatti solo da contratti, infatti per marx la libertà di hegel è astratta ed è solo un modo per organizzare la società nel caso si dimenticasse la società stessa. il compito della teoria è quella di svelare la vera natura dei rapporti sociali che sono alla base della concreta condizione degli uomini. Marx argomenta molto le sue idee nella sua opera più importante “IL CAPITALE”, in quest’opera si può vedere che marx sposta la sua attenzione dalla politica all’economia politica cioè quella scienza che spiega il funzionamento dei rapporti sociali. Esso si proietta verso l’orizzonte della nascente economia politica con la convinzione che solo grazie ad essa possa divenire possibile un’ anatomia della società definendo i rapporti tra borghesi e proletari. Marx elabora alcuni concetti chiave importanti per l’età moderna, questi concetti si uniranno sotto il nome di “società capitalista”. Infatti Marx ha una visione diversa su tutto il campo economico-sociale, egli vede che la struttura economica di quel tempo era fatta dal denaro, che per lui era una finzione reale che maschera l’asprezza dei rapporti di sovra e subordinazione che caratterizzano le condizioni di vita degli uomini. Marx pensa che in ogni epoca la divisione del lavoro si presenti in stretta correlazione con la proprietà infatti egli considera la proprietà come la divisione del lavoro in riferimento alle attività, il lavoro quindi corrisponde alla ripartizione della proprietà che diventa una ripartizione iniqua perché gli strumenti di produzione vanno a concentrarsi nelle mani di poche persone e le molte persone per sopperire ai loro bisogni hanno bisogno di lavoro per conto terzi. Marx in uno dei scritti più importanti “ il manifesto comunista” parla tanto di lotta di classi che non riguarda due individui singoli ma due collettivi cioè il collettivo della classe capitalista e il collettivo della classe operaia. Egli si batterà sempre per la classe operaia e nutrirà sempre lotte di emancipazione politica, a partire dall’estensione del suffragio universale. Il proletariato si distingue anche per la sua estraneità alle dinamiche dei processi produttivi, e per marx, la visione del proletariato è una visione paladina che porterà all’abbattimento del capitalismo poiché è una classe che dovrà fronteggiare un'altra classe fino a sfociare in una rivoluzione socialista che farà scomparire il capitalismo e fondando una nuova società basata sull’appropriazione sociale dei mezzi di produzione, solo allora il proletariato cesserà di essere una classe poiché questa classe finirà per coincidere con tutta l’umanità creando un clima di eguaglianza e senza sfruttamento.

Lui distingue due tappe che si succederanno con l’avvento del proletariato:

  • Fase socialista: ciascuno secondo le sue capacità, ciascuno secondo il suo lavoro
  • Fase comunista: ognuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i suoi bisogni
  • Egli argomenta nella sua opera “la miseria della filosofia” l’importanza del potere politico e di come il proletariato possa prendere in mano il potere attraverso la rivoluzione, infatti, egli introduce una fase transitoria in cui si afferma una dittatura del proletariato, questa dittatura consiste nella conquista del potere da parte del proletariato che lo sfrutta al di là dei loro limiti istituzionali al fine di garantire il fatto che lo spazio mobile di soppressione delle classi sia mantenuto aperto.
  • Gli obiettivi sono quelli di concentrare le risorse finanziarie per favorire il passaggio dalla proprietà privata alla proprietà collettiva.