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Elaborato Filosofie dell'India, Guide, Progetti e Ricerche di Filosofia Indiana

Le quattro nobili verità nel canone pāli e in Nagarjuna

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2021/2022

Caricato il 21/09/2024

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Filosofie dell'India e dell'Asia Orientale (27306)
Le quattro nobili verità nel canone pāli e in Nagarjuna
Il movimento buddhista nasce nel Nord Est dell’India nel primo millennio a.C., in un momento di
mutamenti sociali ed economici, nel quale si diffonde il fenomeno dei “rinuncianti” 1.
Questi asceti abbandonano la vita sociale in cerca di vie diverse da quella indicata dall’egemonia
brahmanica, la quale faceva dipendere l’equilibrio del mondo dal sacrificio vedico, elevando la
posizione della propria casta di professionisti del rito su tutte le altre.
I buddhisti, come i jaina, condividono con le dottrine brahmaniche la credenza nel karman e del
ciclo delle rinascite, ma individuano i propri capostipiti in esseri in tutto e per tutto umani, capaci
di raggiungere l’illuminazione grazie a un percorso di progressiva purificazione, verso
l’autoperfezionamento, che può essere idealmente seguito anche dagli altri uomini.
Gli insegnamenti del Buddha, tramandati dalle comunità monastiche, sono stati fissati in canoni,
suddivisi in tre grandi sezioni dette “canestri”: dei discorsi (sutta-pitaka, dal quale sarebbe
possibile ricostruire l'insegnamento del Buddha storico), delle regole disciplinari e della
sistematica dottrinale. Il cosiddetto Discorso della messa in moto della ruota del dhamma,
Dhammacakkappavattana-sutta in lingua pāli (contenuto nel Theravāda, il canone degli antichi),
noto anche come Predica di Benares, costituisce tradizionalmente il resoconto del primo discorso
a cinque compagni asceti e suoi primi discepoli, dopo il risveglio.
Il Buddha, lo Svegliato appunto, condivide quindi con gli altri la conoscenza acquisita, non rivelata
ma compresa, condensata nelle quattro “nobili verità”. Dopo aver indicato la via mediana,
superamento di una vita di dedizione o ai piaceri o all’astensione all’azione (i due estremi), il
Buddha segue il modello dell’esposizione medica e descrive le quattro nobili verità: fa una
diagnosi della malattia (il dolore), ne individua la causa (l’inquietudine), quindi la possibilità di
cura e, infine, indica il percorso di guarigione per andare oltre il dolore.
La prima nobile verità riguarda il dolore, la sofferenza, che è una frustrazione intrinseca nella
condizione umana perché legata alla distanza incolmabile fra desiderio e soddisfacimento.
La causa del dolore è la “sete”, una inquietudine profonda, avida, che chiede di essere sanata.
Questa sete può essere di desiderio e di esistenza ma anche di non-esistenza, individuando
quindi, anche nella via dell’automortificazione, un attaccamento al desiderio.
Terza verità è la possibilità di una soluzione, il nobile sentiero che permette di distaccarsi dalla
sete, ovvero abbandonarla, liberarsene, per la non dipendenza da essa 2.
Infine, nella quarta nobile verità, si descrivono gli otto passi del nobile sentiero che conduce alla
cessazione del dolore e cioè: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo
di vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione.
Nāgārjuna, pensatore buddhista “estremista” del II secolo d.C, fondatore della scuola
Mādhyamika, con una notevole capacità argomentativa, discute la validità dei pramāna e nega la
possibilità di determinare l’esistenza o la non esistenza della natura propria delle cose,
riprendendo l'antico argomento dell'anattā (nel Dhammāpada: tutti i dhamma sono privi di 3)
come strumento di confutazione delle dottrine.
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Filosofie dell'India e dell'Asia Orientale (27306)

Le quattro nobili verità nel canone pāli e in Nagarjuna

Il movimento buddhista nasce nel Nord Est dell’India nel primo millennio a.C., in un momento di mutamenti sociali ed economici, nel quale si diffonde il fenomeno dei “rinuncianti” 1. Questi asceti abbandonano la vita sociale in cerca di vie diverse da quella indicata dall’egemonia brahmanica, la quale faceva dipendere l’equilibrio del mondo dal sacrificio vedico, elevando la posizione della propria casta di professionisti del rito su tutte le altre. I buddhisti, come i jaina, condividono con le dottrine brahmaniche la credenza nel karman e del ciclo delle rinascite, ma individuano i propri capostipiti in esseri in tutto e per tutto umani, capaci di raggiungere l’illuminazione grazie a un percorso di progressiva purificazione, verso l’autoperfezionamento, che può essere idealmente seguito anche dagli altri uomini. Gli insegnamenti del Buddha, tramandati dalle comunità monastiche, sono stati fissati in canoni, suddivisi in tre grandi sezioni dette “canestri”: dei discorsi ( sutta-pitaka , dal quale sarebbe possibile ricostruire l'insegnamento del Buddha storico), delle regole disciplinari e della sistematica dottrinale. Il cosiddetto Discorso della messa in moto della ruota del dhamma , Dhammacakkappavattana-sutta in lingua pāli (contenuto nel Theravāda, il canone degli antichi), noto anche come Predica di Benares , costituisce tradizionalmente il resoconto del primo discorso a cinque compagni asceti e suoi primi discepoli, dopo il risveglio. Il Buddha, lo Svegliato appunto, condivide quindi con gli altri la conoscenza acquisita, non rivelata ma compresa, condensata nelle quattro “nobili verità”. Dopo aver indicato la via mediana , superamento di una vita di dedizione o ai piaceri o all’astensione all’azione (i due estremi), il Buddha segue il modello dell’esposizione medica e descrive le quattro nobili verità: fa una diagnosi della malattia (il dolore), ne individua la causa (l’inquietudine), quindi la possibilità di cura e, infine, indica il percorso di guarigione per andare oltre il dolore. La prima nobile verità riguarda il dolore, la sofferenza, che è una frustrazione intrinseca nella condizione umana perché legata alla distanza incolmabile fra desiderio e soddisfacimento. La causa del dolore è la “sete”, una inquietudine profonda, avida, che chiede di essere sanata. Questa sete può essere di desiderio e di esistenza ma anche di non-esistenza, individuando quindi, anche nella via dell’automortificazione, un attaccamento al desiderio. Terza verità è la possibilità di una soluzione, il nobile sentiero che permette di distaccarsi dalla sete, ovvero abbandonarla, liberarsene, per la non dipendenza da essa^2. Infine, nella quarta nobile verità, si descrivono gli otto passi del nobile sentiero che conduce alla cessazione del dolore e cioè: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. Nāgārjuna, pensatore buddhista “estremista” del II secolo d.C, fondatore della scuola Mādhyamika , con una notevole capacità argomentativa, discute la validità dei pramāna e nega la possibilità di determinare l’esistenza o la non esistenza della natura propria delle cose, riprendendo l'antico argomento dell' anattā ( nel Dhammāpada: tutti i dhamma sono privi di sé^3 ) come strumento di confutazione delle dottrine.

La sua anti-dottrina della vacuità, śūnyavāda , da shuna (zero) non solo quindi nega la natura propria delle cose, ma anche la fondatezza di ogni tesi positiva e propone una via mediana : non negare esistenza (o inesistenza) ma oltrepassare gli opposti che sono “vuoti”. Già il Sutra del Cuore della P erfezione di Sapienza , al quale il pensatore buddhista si ispira, sembra riformulare anattā e Discorso della messa in moto , alla luce della dottrina della vacuità: Tutti i dharma sono caratterizzati dalla vacuità (...) non c’è dolore, origine, cessazione, sentiero.^4 Nel testo Le stanze del cammino di mezzo , Madhyamaka-karika , seguendo il modello della disputa, Nāgārjuna riporta le critiche di nichilismo ricevute, che sosterrebbero il suo negare le nobili verità e così anche l’essere dello Svegliato. Spiega quindi Nagārjuna che, proprio per la difficoltà dell’uomo di intendere la vacuità e la sua pericolosità quando mal intesa, gli insegnamenti dello Svegliato si riferiscono solo a una più comprensibile “adattata” realtà relativa: E per questo, la mente dell’Anacoreta si tirò addietro dall’insegnamento della legge, pensando alla difficoltà che avrebbero avuto gli uomini di corto vedere a penetrarla. 5 Così Nāgārjuna elabora una dottrina delle due verità, una assoluta e una relativa del mondo. Le quattro nobili verità possono essere dichiarate vuote rispetto alla verità assoluta, ma il dharma buddhista, l’insegnamento, rimane indispensabile all’uomo per raggiungere il nirvāna: la realtà assoluta non può essere insegnata senza prima appoggiarsi sull’ordine pratico delle cose. 6 In I Grandi filosofi , Karl Jaspers dedica il capitolo finale a Nāgārjuna, sottolineando la necessità di superare il “mezzo didattico”, affinché non diventi piuttosto un impedimento. La dottrina è come un barca che ci porta al di là del fiume dell'esserci. Se questo veicolo ci porta da una sponda all'altra diviene del tutto inutile. Chi volesse allora continuare a insegnare la dottrina, così connessa con la corrente illusoria dell'esserci mondano, sarebbe tanto stolto come chi, approdato all'altra riva, volesse inoltrarsi nel nuovo territorio portando la barca sulle spalle. (...). La dottrina è utile per farci sempre sottrarre a ogni realtà, non per farci impiantare in essa.^7 Note .1 Torella, Il pensiero dell’India , Roma, 2008 .2 Bori - Marchignoli, Per un percorso etico tra culture , Roma 2004 .3 Marchignoli, India Filosofica , Bologna 2005 .4 Bori - Marchignoli, Per un percorso etico tra culture , Roma 2004 .5 Nāgārjuna, Madhyamaka-kārikā, trad. Gnoli, Torino 1961 .6 Nāgārjuna, Madhyamaka-kārikā, trad. Gnoli, Torino 1961 .7 Jaspers, I grandi filosofi , trad. Costa, Milano 1973 Bibliografia Torella, Il pensiero dell’India , Carocci Editore, Roma 2008 Bori - Marchignoli, Per un percorso etico tra culture , Carocci Editore, Roma 2004 Marchignoli, India Filosofica , Collana S.O.Fi.E, Bonomo Editore, Bologna 2005