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Riassunto del libro Controriforma di Elena Bonora
Tipologia: Appunti
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Controriforma processo di trasformazione vissuto tra ‘500 e ‘600 dalla Chiesa di Roma che, pur estendendo i suoi effetti in Europa, lasciò l’impronta più profonda e duratura sulla vita religiosa, la cultura e la società della penisola italiana. Ruolo centrale ebbe la congregazione romana del Sant’Uffizio , creata nel 1542. L’Inquisizione riuscì a far prevalere un’intransigente politica di difesa e di affermazione dell’ortodossia, dell’autorità ecclesiastica e del primato papale. Viene qui analizzato il mutamento: dalla reazione di fronte alla frattura protestante al rafforzamento del ruolo politico e spirituale del papato; dalla predisposizione dell’arsenale istituzionale e ideologico per la lotta contro l’eresia e l’affermazione del modello di controllo clericale sulla società; dal suo consolidarsi e stabilizzarsi nella prima parte del ‘600 sino al progressivo sfaldarsi verso la metà del secolo.
Quadro generale nel settembre 1494 la discesa di Carlo VIII re di Francia fino a Napoli, dava inizio alle guerre d’Italia, in cui la penisola diventava tragico teatro di scontri tra le ambizioni di Francia e Spagna. Il successo o il fallimento delle alleanze tra opposti schieramenti potevano condurre a radicali trasformazioni istituzionali, come quelle avvenute a Firenze rispettivamente nel 1494 e nel 1527 con la cacciata dei Medici e l’instaurazione di un regime repubblicano ( 1494-1512; 1527-1530 ). Al centro degli eventi italiani, papa Giulio II della Rovere (1503-1513) stringeva e rompeva alleanze, conquistava città e territori, comandava eserciti. Nel 1511 egli passava dalla lega anti veneziana di Cambrai (= Venezia aveva conquistato la Romagna e si creò contro di essa una lega, formata dal papa Giulio II della Rovere e da tutti i più potenti sovrani europei; nel 1510 Venezia veniva sconfitta e privata dei suoi territori sulla terraferma) alla Lega santa contro la Francia (re Luigi XII). Nello stesso periodo la critica di Erasmo da Rotterdam si levava contro questo papa guerriero attento più all’espansione del suo Stato che alle esigenze spirituali del suo popolo, contro una Chiesa imbevuta di interessi temporali, contro una religione affidata a frati corrotti e ignoranti, a un clero secolare avido. In alcuni suoi scritti Erasmo accusava il clero di aver tradito il messaggio morale e religioso dei Vangeli, di aver ridotto la fede a un cumulo di pratiche superstiziose, cerimonio esteriori e preghiere oscure.
All’inizio del ‘500 si diffuse l’esigenza di una riforma della Chiesa che comportasse un ritorno alla purezza e alla semplicità delle origini. Chi sosteneva tale idea, era convinto che un grave processo di degenerazione avesse investito le strutture ecclesiastiche e se ne individuavano le cause:
Dunque, nel primo trentennio del ‘500, si diffuse la speranza nell’arrivo di un’età di rigenerazione della cristianità che si articolò secondo molteplici esperienze nutrite, a tutti i livelli sociali, dalla diffusione della stampa.
Nel 1517 a Wittenberg la rivolta contro Roma del frate agostiniano Martin Lutero aveva avviato un processo storico che avrebbe infranto l’unità religiosa del mondo cristiano. A occupare in quel periodo il sacro soglio erano papi fiorentini della famiglia dei Medici, con la breve interruzione di Adriano VI (1522-1523), ex precettore di Carlo V. Nella Roma di Leone X (1513-1521), e poi di Clemente VII (1523-1534), Lutero fu considerato un barbaro per i suoi ideali di riforma e per l’indifferenza verso le arti e le lettere.
Nel 1527, in seguito alla stipulazione della Lega di Cognac tra il papa Clemente VII e il re di Francia (Lega di Cognac: papa Clemente VII, Firenze, Venezia, Milano e Re di Francia), le truppe imperiali di Carlo V entravano nella penisola e marciavano senza ostacoli sino a Roma mettendola a sacco e tenendola in pugno per quasi un anno. Il funesto evento, il sacco di Roma, fu interpretato come segno tangibile della giusta ira di Dio. Come avrebbe sostenuto Francesco Guicciardini nella Storia d’Italia, l’umiliazione della Roma cristiana aveva messo in ginocchio non solo una città, non solo il papato, ma la stessa fede nel primato culturale e politico dell’Italia rinascimentale fondato sulla continuità con l’eredità della Roma antica.
Negli anni successivi al sacco di Roma, dopo la pace di Bologna del 1530 tra il papa e Carlo V (= Carlo V doveva restituire al papa i suoi domini, mentre Clemente VII riconosceva i diritti di imperatore sui territori italiani, incoronando Carlo V imperatore a Bologna nel 1530), la necessità di una riforma ai vertici cominciò a diventare problema politico e religioso anche per il papato. Nel 1534 fu eletto papa Paolo III Farnese; il nuovo papa fu in grado di riunire intorno a sé i principali rappresentanti dei circoli riformatori:
Tutte queste personalità furono elevate alla porpora cardinalizia: Contarini nel 1535, Carafa e Pole nel 1536, Bembo nel 1539. Nel 1536 una commissione presieduta dal Contarini ricevette l’incarico di tracciare le linee di una riforma universale in vista della convocazione conciliare (Concilio di Trento). L’anno successivo a papa Paolo III veniva consegnato il documento conosciuto come “ Consilium ad emendada Ecclesia ”, cioè “Parere sulla riforma della Chiesa”. Il memoriale affrontava una vasta serie di problemi: dal controllo sui libri, sulla predicazione al popolo e sull’insegnamento universitario, agli abusi del clero regolare e secolare sino alla riforma degli uffici centrali romani. Anche se il progetto di riforma ecclesiastica delineato dal Consilium fallì, il fatto essenziale è che per un breve momento tra gli esponenti dei vertici curiali si riuscì a raggiungere un accordo intorno a un comune programma di rinnovamento da presentare al pontefice.
Con la stabilizzazione del dominio imperiali sulla penisola italiana dopo la pace di Bologna del 1530 tra il papa e Carlo V, i toni apocalittici si spensero a poco a poco. Con l’elezione di Paolo III, la Santa Sede cominciò finalmente ad affrontare il problema della rottura dell’unità religiosa europea e della propagazione dell’eresia nella penisola. La diffusione delle idee riformate in Italia ebbe una dimensione urbana, con caratteristiche specifiche da città a città:
repressione colpì soprattutto i convertiti dall’ebraismo e dall’islamismo, sospettati di continuare a praticare in segreto la propria religione). Nella città partenopea si riunì intorno a lui un gruppo che dopo la sua morte (1541) si ricostituì a Viterbo alla corte del cardinale Pole. Il passaggio di uomini liberi tra Napoli e Viterbo, l’intrecciarsi di frequentazioni ed esperienze religiose intorno al cardinale inglese (Pole) caratterizzarono la cosiddetta Ecclesia Viterbiensis : ne fecero parte uomini di chiesa, vescovi, umanisti, illustri aristocratici e gentildonne, che si trovarono così raccolti intorno al messaggio religioso valdesiano e ormai lontani dalle posizione moderate di Contarini.
Importanza Valdés la fede che stava al centro della proposta valdesiana non si definiva attraverso un determinato nucleo di dogmi; la verità cristiana non consisteva in un insieme di contenuti dottrinali e di testi scritti, ma si conquistava attraverso una ricerca personale, sulla base di una trasformazione interiore sviluppata nel rapporto diretto con Dio. L’importanza del ruolo della spiritualità valdesiana rispetto ad altri orientamenti che animarono la vita religiosa italiana degli anni ‘30/’40 risiede nel fatto che essa coinvolse uomini che ricoprivano ruoli istituzionali di altissimo livello entro la struttura ecclesiastica. In particolare, l’attività degli spirituali si fece frenetica nel periodo compreso tra la prima fallita convocazione del concilio del 1542-1543 e la sua apertura nel dicembre del 1545 sotto la presidenza del cardinale Pole. Gli spirituali pubblicarono in quel periodo i trattatelli di Valdés e soprattutto un libricino nato nell’ambiente valdesiano destinato a grande circolazione, il “Trattato utilissimo del beneficio di Christo”, redatto a Napoli nel 1540 e successivamente rielaborato nel 1542: il libro condensava il rassicurante messaggio valdesiano di salvezza universale grazie al sacrificio di Cristo, arricchendolo con numerose citazione calviniane sulla giustificazione per fede. Le dottrine valdesiane rappresentavano una proposta di mediazione volta a catturare il consenso delle élite ecclesiastiche e culturali, di cardinali e vescovi impegnati a Trento.
Gennaio 1547: il concilio emanava il decreto di giustificazione secondo una rigida formulazione che chiudeva ogni possibilità di dialogo con la Riforma protestante, ma anche con le posizioni degli spirituali. Il “Beneficio di Christo” e i trattatelli valdesiani furono condannati dagli Indici di libri proibiti come opere eretiche. Nel 1549, alla morte di papa Paolo III Farnese, durante il lunghissimo e tormentato conclave che ne seguì, le fervide aspettative riposte nell’elezione del cardinale d’Inghilterra al soglio pontificio non si realizzarono per un solo voto, a causa delle accuse di eresia rivolte a Pole dal Carafa sulla base di una documentazione.
Momento cruciale fu il pontificato di Giulio III (1550-1555): durante il suo governo, l’Inquisizione andò accumulando una ricca documentazione a carico di cardinali e vescovi per mezzo di indagini e processi in cui erano imputati personaggi di secondo piano. Elemento trainante dell’Inquisizione romana era il cardinal Carafa: nel 1532 egli aveva inviato a papa Clemente VII un memoriale sulla repressione dell’eresia luterana e la riforma della Chiesa nel quale proponeva di risolvere il problema del rinnovamento della Chiesa attraverso l’intransigente affermazione del primato papale e la guerra spirituale condotta con ogni rigore e asprezza contro l’eresia. Papa Giulio III più volte si oppose alla volontà del cardinal Carafa, dando il via ad un sotterraneo braccio di ferra da papa e Inquisizione, a testimonianza dell’enorme potere politico detenuto dal Sant’Uffizio.
Nonostante gli aspri contrasti tra il papa e il Sant’Uffizio riguardo alla repressione del dissenso ai vertici della Chiesa, sotto il pontificato di Giulio III la stretta inquisitoriale si fece più incisiva nei confronti della società, volgendosi anche contro movimenti e orientamenti maturati dal basso nel corso della crisi cinquecentesca. Nel 1552 fu processato l’interno ordine dei barnabiti, di cui furono messi sotto accusa le dottrine ispiratrici, le visioni ecclesiologiche e i capi carismatici, tutti investiti da imputazioni d’eresia che rischiarono di mettere in discussione l’esistenza della congregazione di chierici regolari fondata a Milano circa vent’anni prima.
Nei primi anni ’50 il Sant’Uffizio riuscì gradualmente a diventare il principale strumento di repressione non solo dell’eresia, ma di ogni dissenso interno che fosse in contrasto con ideali, certezze e indirizzi dello schieramento intransigente, un centro di potere in grado di contrastare la politica papale e di condizionare la stessa elezione del pontefice.
Alla morte di Giulio III nel 1555, con il nome di Marcello II veniva eletto papa il Cervini, più volte membro del Sant’Uffizio. In seguito alla sua prematura scomparsa ascendeva al soglio pontificio Gian Pietro Carafa con il nome di papa Paolo IV: la politica dell’Inquisizione diventava politica del papato. Il rafforzamento delle strutture ecclesiastiche fu perseguito sotto il suo governo per mezzo d’iniziative rigorosamente tese a salvaguardare il primato pontificio quali:
a. Riforma dall’alto degli uffici curiali;
b. Istituzione di commissioni cardinalizie;
c. Scelta dei porporati;
d. (^) Attribuzione di importanti incarichi a quanti tra i porporati erano membri del Sant’Uffizio.
La svolta centralistica e repressiva dell’istituzione sotto Paolo IV si concretizzò nella promulgazione nel 1559 dell’Indice dei libri proibiti, il primo mai emanato per iniziativa pontificia, uno strumento potentissimo affidato dal papa al Sant’Uffizio, elaborato al di fuori dell’assemblea conciliare ormai sospesa da anni (dal 1552 al 1562 a causa delle resistenze del partito degli intransigenti). Parallelamente fu ampliato il campo delle competenze dei tribunali inquisitoriali, estese a bestemmiatori, sodomiti, celebranti senza ordinazione; furono revocati permessi di lettura dei libri proibiti; si stabilì la pena capitale per i colpevoli di eresie gravissime come l’antitrinitarismo; si esclusero dal diritto di voto in conclave i cardinali inquisiti o sospettati d’eresia.
La guerra spirituali sotto papa Paolo IV Carafa non fu volta solo alla repressione del dissenso, ma si indirizzò anche verso le minoranze religiose come gli ebrei. L’offensiva antiebraica era iniziato nel 1553 quando l’Inquisizione aveva diretto la confisca e i roghi del Talmud, testo che si pone a fondamento della tradizione e delle leggi ebraiche postbibliche, condannato come sacrilego e blasfemo, di cui venivano proibiti il possesso e l’uso. Divenuto papa, Paolo IV con una bolla del 1555 ordinò la segregazione nei ghetti di tutti gli ebrei che si trovavano nello Stato pontificio, impose la vendita dei beni immobili di proprietà ebraica, proibì loro l’esercizio dell’arte medica e il commercio di beni alimentari di prima necessità, li obbligò a indossare abiti con il segno giallo distintivo e decretò la validità del battesimo per i marrani, gli ebrei convertiti forzatamente in massa nel 1497 in Portogallo, e per i loro discendenti. Alla morte del Carafa nel 1559 la popolazione romana prese d’assalto il palazzo del Sant’uffizio liberando i prigionieri e devastando l’archivio, mentre le pasquinate e la violenta satira anticarafesca divampavano, approfittando degli orientamenti del nuovo pontefice Pio IV della famiglia milanese dei Medici.
All’indomani dell’elezione di papa Pio IV furono aperti i processi contro i nipoti del Carafa, conclusisi con la condanna a morte degli imputati. Tra i primi provvedimenti del nuovo pontefice vi furono la liberazione del cardinal Morone e la sua reintegrazione nel Sacro Collegio. Nel gennaio 1562 il papa riapriva a Trento il concilio. L’incarico di presiederlo fu affidato proprio a Morone che diresse i lavori dell’assemblea dal suo inizio sino alla conclusione nel dicembre del 1563.
Dicembre 1563 terminava così il concilio di Trento svoltosi nell’arco di due decenni di storia europea densi di trasformazioni sul piano politico e religioso. La soluzione del problema protestante si era
ecclesiastiche e i luoghi sacri nei confronti della giurisdizione laica. In base a tali prerogative gli ecclesiastici non potevano essere giudicati da tribunali laici, i beni della Chiesa erano esenti dalla fiscalità statale, un reo non poteva essere perseguito dal braccio secolare nei luoghi di culto.
I SOGGETTI ISTITUZIONALI
Sul finire del ‘500, Roma era la sede di un potere con un ruolo internazionale di primo piano, il centro di elaborazione delle certezze religiose e delle norme di comportamento che dovevano indirizzare la società. La corte di Roma era anche il gran teatro del mondo dove si costruivano carriere ecclesiastiche e fortune familiari. La curia romana era nuovamente in grado di attirare i migliori intellettuali dell’epoca. Roberto Bellarmino e Cesare Baronio furono entrambi membri di ordini religiosi, entrambi cardinali, entrambi impegnati a Roma sia sul fronte della repressione (come membri delle congregazioni dell’Inquisizione e dell’Indice) sia su quello dell’elaborazione culturale attraverso la redazione di catechismi e dei due monumenti ideologici della Controriforma, le “COntroversiae” e gli “Annales Ecclesiastici”: le due opere, pubblicate nell’ultimo scorcio del ‘500, rappresentano il punto d’arrivo di una cultura egemone che aveva espunto il dissenso equiparandolo all’eresia.
Dopo la metà del secolo si assiste alla creazione di nuovi centri istituzionali di potere: le congregazioni cardinalizie romane. I cardinali erano dopo il papa il livello più alto della gerarchia ecclesiastica; il Sacro Collegio, o Concistoro, nelle riunioni celebrate in presenza del papa, era stato per secoli il massimo organo di governo della Chiesa a fianco di quel particolare sovrano che era il pontefice. Alla morte del papa i porporati di riunivano in conclave e non ne uscivano prima di aver scelto tra loro il successore. In passato erano stati formulati vari progetti di riforma per porre fino allo sfarzo sfrenato dei “principi della Chiesa”; alla crescita spropositata delle loro famiglie, cioè le corti cardinalizie i cui membri godevano di esenzioni e privilegi; allo scandaloso cumulo di benefici nella mani della stessa persona. Le trasformazioni di cui venne investito il Collegio cardinalizio nel corso del ‘500 furono ispirate da ragioni politiche connesse al crescere dell’assolutismo della monarchia papale a scapito delle aspirazioni oligarchiche e dei poteri di condizionamento e di controllo che potevano formarsi entro il Sacro Collegio.
Sacro Collegio l’erosione del suo peso politico era stata avviata già nel ‘400 con l’allargamento del numero dei cardinali che in questo modo, sul piano economico, si trovavano a dipendere in misura maggiore dal papa. Dai 18 porporati del pontificato di Eugenio IV (1431-1447) si giunse ai 76 sotto Pio IV, sino al tetto massimo di 70 stabilito nel 1586 da Sisto V. Nell’ultimo scorcio del secolo lo svuotamento dei poteri di quello che un tempo era considerato l’antico Senato del pontefice era un fatto compiuto: le sue riunioni furono sempre più rade e convocate per consultazioni puramente formali, per cerimonie e allo scopo di attribuire i benefici concistoriali.
Nel 1542 creazione della congregazione romana dell’Inquisizione sul modello di questa ne furono istituite altre:
▲ Congregazione della Stamperia Vaticana sorta lo stesso anno per la pubblicazione dei testi ufficiali di patristica, dei dottori della Chiese e nel 1566 del Catechismo romano;
▲ Congregazione dell’Indice istituita nel 1571, cui era affidato il controllo sulla produzione libraria;
▲ Congregazione del Vescovi e dei Regolari nel 1601, con competenze sulle questioni più disparate riguardanti sia il governo episcopale delle diocesi italiane sia gli ordini religiosi;
▲ Congregazione dei Riti, 1588, cui erano affidati il controllo sulla liturgia, sul culto dei santi e le procedure di canonizzazione;
▲ (^) Congregazione del Cerimoniale, 1588, che si occupava delle precedenze tra ecclesiastici, tra dignitari laici, delle cerimonie solenni;
▲ Congregazione De propaganda fise (= per la propagazione della fede), 1622, cui spettava di regolare le questioni riguardanti la fondazione di missioni, di collegi per la formazione dei missionari e la stampa di libri da diffondere tra le popolazioni da convertire.
Nel 1588 papa Sisto V Peretti, francescano ed ex inquisitore, con una bolla papale aveva riorganizzato l’intero sistema in quindici congregazioni: sei erano deputate al governo temporale dello Stato pontificio (congregazione Navale, dell’Università Romana o Sapienza, dell’Annona o Abbondanza dello Stato, degli Sgravi, delle Acque e delle Strade, Supremo Tribunale della Consulta); le rimanenti nove erano deputate al governo spirituale della Chiesa, nonostante le due sfere non fossero nettamente distinte. La preminenza su tutte era assicurata alla congregazione dell’Inquisizione, presieduta direttamente dal papa che solitamente partecipava alle riunioni del giovedì.
Altre istituzioni possono essere considerate espressione del centralismo romano. Durante il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), le nunziature (=rappresentanze diplomatiche presso le corti italiane e straniere) ricevettero stabile assetto e crebbero di numero. In Italia, nunziature apostoliche permanenti si trovavano a Venezia, Napoli, Torino e Firenze. A quelle già esistenti in Spagna, Portogallo, Francia, Polonia e alla corte imperiale di Praga, Gregorio XIII ne aggiunse altre: a Lucerna per la Svizzera, a Coloni per il Nord-Ovest tedesco, a Bruxelles per la Fiandra.
Il nunzio rappresentava un elemento di collegamento tra Roma e il principe presso sui era accreditato, tra Roma e i vescovi dello Stato in cui svolgeva le proprie funzioni. Era una figura istituzionale dotata di ampissimi poteri, direttamente in contatto non colo con il cardinal nipote, ma anche con le congregazioni cardinalizie; le sue facoltà potevano spaziare dal campo diplomatico ai problemi di governo pastorale, dai conflitti tra le autorità ecclesiastiche locali sino alla lotta contro l’eresia.
Ultima fase conciliare fu quella cui presero parte in maggior numero i rappresentanti degli episcopati non italiani, in particolare francesi e spagnoli; parteciparono a pieno titolo i generali degli ordini mendicanti (francescani, domenicani, agostiniani, carmelitani, serviti) e, senza diritto di voto, i cosiddetti “periti”, cioè consulenti teologi e canonisti.
Sul piano dottrinale, la rottura con il mondo riformato si era consumata ben presto; contro la giustificazione per sola fide dei protestanti, il decreto del 1547 ribadì il valore salvifico delle opere. Sulle fonti della Rivelazione, contro la sola Scriptura, si stabilì l’eguale importanza della tradizione ecclesiastica. Furono approvati i decreti sui sacramenti, confermati nel numero di 7 (battesimo, eucarestia, penitenza, estrema unzione, ordine sacro e matrimonio) contro i due ammessi dalla dottrina luterana (battesimo ed eucarestia). Furono decretati il carattere di sacrificio della messa offerto per mezzo dei sacerdoti e la non convenienza dell’uso del volgare nella celebrazione del rito. Furono riaffermati l’esistenza del purgatorio, la validità delle indulgenze, il culto dei santi e della Vergine. Ma, soprattutto, l’autorità papale fu nel complesso rafforzata come mai in precedenza.
fronte alle spese di un apparato burocratico. Amministrativo in espansione, per alimentare il nepotismo papale e dei porporati, per mantenere alto lo splendore della corte pontificia e di quelle cardinalizie.
Seminari: spesso si trattava di modeste scuole dove pochi e mal pagati insegnanti fornivano nozioni basilari di canto, grammatica e liturgia ai fanciulli poveri che continuavano a vivere presso le loro famiglie.
Dotato nel 1542 di facoltà che gli consentivano di intervenire contro chiunque fosse sospettato di reati contro la fede, il tribunale del Sant’Uffizio si era rivelato un formidabile strumento per imporre uomini e ideologie ai vertici dell’istituzione ecclesiastica prima, per reprimere l’eresia nella società poi. La congregazione romana aveva lentamente creato una struttura stabile di tribunali inquisitoriali sparsi sul territorio della penisola e riorganizzato l’Inquisizione medievale.
Tra ‘500 e ‘600 una serie di manuali redatti da funzionari del Sant’Uffizio descrisse le procedure degli inquisitori: alcuni di essi ebbero circolazione manoscritta, altri furono pubblicati a stampa.
Quella romana fu una delle tre inquisizioni operanti in età moderna nei paesi cattolici, ed è l’unica a non essere completamente scomparsa: nel 1965 la congregazione del Sant’Uffizio (cui nel 1917 erano passate le competenze proprie dell’abolita congregazione dell’Indice) ha modificato norme e procedure ed è divenuta congregazione per la Dottrina della fede. Le altre due inquisizione, quella spagnola e quella portoghese, avevano origini e natura diverse da quella romana: nate per iniziativa delle corone, si erano rivelati potenti strumenti nel processo di consolidamento delle monarchie iberiche, realizzato attraverso l’imposizione dell’uniformità religiosa contro le minoranze di ebrei e musulmani.
Inquisizione portoghese sorta nel 1547 era diretta da un organo legato alla monarchia e controllava altri quattro tribunali locali: quello di Lisbona (con giurisdizione in Brasile e nelle isole dell’Atlantico), di Coimbra, di Evora e di Goa nella penisola indiana (con competenza su tutte le colonie dell’Oriente).
Inquisizione spagnola istituita nel 1478 dai re cattolici Ferdinando e Isabella; anche il Consejo de la Suprema y General Inquisición di Madrid, da cui dipendevano i 21 tribunali sparsi nei domini spagnoli, dal Perù alla Sardegna, dalla Navarra alla Sicilia, era uno dei consigli della corona.
Dopo l’unione tra Spagna e Portogallo nel 1580 le due Inquisizioni iberiche avevano continuato a funzionare in modo autonomo. Il rapporto con l’Inquisizione romana fu costruito di volta in volta sul piano politico della relazione diretta tra la monarchie spagnola e il papato.
La situazione era completamente diversa in Italia: qui il papa aveva imposto l’esistenza di un tribunale sovrastatale agli altri principi della penisola in nome della propria autorità di capo spirituale della Chiesa. Nonostante l’alleanza creatasi nell’Italia della Controriforma tra autorità civili ed ecclesiastiche per la lotta contro l’eresia, i poteri dei tribunali inquisitoriali erano troppo lesivi della sovranità degli Stati per non suscitare contrasti. Per questi motivi l’Inquisizione si era organizzata nei vari Stati regionali italiani secondo forme diverse:
▲ Venezia : nei processi era riuscita ad imporre la presenza di tre magistrati laici (Savi all’eresia) membri dell’aristocrazia di governo; all’inizio degli anni ’50 nuovi conflitti con Roma erano sorti perché la Repubblica volle introdurre rappresentanti dell’autorità civile anche nei tribunali inquisitoriali della Terraferma.
▲ Genova : ottenne di poter affiancare rappresentanti laici agli inquisitori.
▲ Lucca : nel 1545 aveva istituito l’ Offizio sopra la religione , una magistratura cittadina contro l’eresia, riuscì ad opporsi ai tentativi romani d’introdurre il tribunale dell’Inquisizione.
▲ Domini italiani dipendenti dalla corona spagnola: Sicilia e Sardegna;
▲ Milano : funzionava l’Inquisizione romana;
▲ (^) Napoli : nel 1547 il tentativo d’insediare l’Inquisizione spagnola aveva incontrato fortissime resistenze, la lotta all’eresia era affidata ai tribunali vescovili e a un commissario delegato papale dotato di ampi poteri, che di fatto dipendeva dal Sant’Uffizio.
Nel complesso l’Inquisizione romana possedeva nell’area centrosettentrionale un’organizzazione periferica forte, mentre nel Mezzogiorno continentale i tribunali vescovili (eccetto quello napoletano) partecipavano della debolezza delle strutture episcopali meridionali.
La procedura giudiziaria dell’Inquisizione prevedeva la pena capitale solo in due casi:
Abiura: secondo l’espressione spagnola auto de fe , cioè atto di fede, consisteva in una dichiarazione in cui l’imputato ritrattava le proprie precedenti convinzioni ed era solitamente redatta per iscritto dal giudice, sulla base di testimonianze processuali.
Le sentenze più miti prevedevano la condanno a pene salutari (confessioni, digiuni, recita giornaliera di salmi, litanie e rosari); altre pene andavano dall’obbligo d’indossare l’infamante abitello giallo sino all’imposizione di pubblici atti di penitenza come il presentarsi davanti alla chiesa nei giorni di festa con una candela in mano e una cinghia di cuoio al collo. Per i casi più gravi erano previsti il carcere perpetuo (tre anni di reclusione), il carcere perpetuo irremissibile (otto anni), l’ immuratio (carcere a vita) o la tremenda condanna alla galera, cioè ai lavori forzati ai remi. Le esecuzioni capitali erano eseguite dal braccio secolare, non dai membri della gerarchi ecclesiastica i quali non potevano macchiarsi del sangue di un uomo: per gli eretici che avessero confatto il loro pentimento era prevista l’impiccagione, gli altri erano bruciati. Quello inquisitoriale era l’unico tribunale d’antico regime dinanzi al quale non valevano i privilegi della nascita e del sangue né l’immunità connesse allo statu ecclesiastico.
Per quanto riguarda le pene capitali, la più ferma nel rifiutarne la trasformazione rituale auspicata dall’autorità ecclesiastica fu la Repubblica di Venezia, dove le esecuzioni degli eretici avvenivano non pubblicamente sul rogo, ma di notte per annegamento nelle acque della laguna.
Il processo informativo, ossia la prima fase di raccolta di notizie e di prove a carico, veniva avviato dagli inquisitori su denuncia di testimoni la cui identità era tenuta nascosta all’accusato, oppure perché gli stessi inquisitori avevano avuto notizia di qualche reato. In altri casi era lo stesso colpevole che si autodenunciava al tribunale del Sant’Uffizio.
Tra gli anni ’20 e ’40 i predicatori appartenenti agli ordini regolari erano stati in Italia importanti canali di diffusione delle idee eterodosse. Nell’Italia del ‘500 i regolari non furono soltanto un elemento di resistenza all’autorità del vescovo nelle Chiese locali; prima e dopo Trento gli ordini svolsero una funzione insostituibile nella cura d’anime a fronte delle permanenti carenze e assenze del clero secolare. I membri delle nuove congregazioni religiose fornirono un valido supporto ai vescovi nel loro disegno di disciplinamento ecclesiastico della società; inoltre negli ultimi decenni del secolo aumentò il numero dei membri di ordini antichi e recenti elevati all’episcopato. All’espansione cinquecentesca dei vecchi ordini si era affiancata, a partire dagli anni ’20 del ‘500, la creazione delle prime congregazioni di chierici regolari:
▲ Prima Casa dei catecumeni per conversione degli ebrei.
Quando Ignazio e i suoi compagni si presentarono a Roma dinanzi al papa nel 1540 era loro intenzione intraprendere il viaggio in Terrasanta per la conversione degli infedeli; sin dalla prima generazione, lo slancio missionario gesuitico prese la direzione di paesi lontani.
RELIGIONE, CULTURA, CONTROLLO SOCIALE
Nella seconda metà del ‘500 il controllo ecclesiastico sul laicato prese la forma di un vasto processo di acculturazione dei fedeli; in questo campo l’ordine dei gesuiti ebbe ruolo predominante per varietà di metodi, diversificazione delle proposte, attenzione per i diversi livelli culturali e sociale dei destinatari dei messaggi. In Cina e in Giappone i missionari avevano dovuto adattarsi a culture e riti elaborati da civiltà antiche e complesse; la conquista delle élite giapponesi e cinesi si affiancava a quella dei ceti dominanti europei nei collegi e nelle università e a quella dei principi di cui i gesuiti divennero confessori e direttori spirituali. A questi spazi d’intervento si aggiunsero i paesi dove si era diffusa la fede riformata: Francia, Germania, Polonia, Austria, Boemia, Ungheria e Moravia.
Nei confronti dei rudes e dei semplici che popolavano il vasto mondo rurale delle Indie, il compito dei gesuiti si presentò nelle forme sperimentate nelle missioni americane, cioè non come conquista spirituale di eretici, ma di barbari immersi in culture e credenze estranee al cattolicesimo. Estirpare l’idolatria, colmare l’ignoranza, cancellare superstizioni, disciplinare i comportamenti: questo era il compito che si presentava di fronte a popolazioni in larga parte non alfabetizzate. Alla fine del ‘500 i gesuiti non erano soli, affiancati dai cappuccini e dai membri degli antichi ordini regolari; seguirono le congregazioni di sacerdoti tra cui i Pii Operai (1606) e la Congregazione dell’Assunta (1646). Ma sono soprattutto i gesuiti che tra ‘500 e ‘ incarnarono la figura del missionario.
C’erano diversi tipi di missioni e nel corso del tempo si sviluppò un dibattito tra i membri degli ordini su quale fosse il modello più appropriato. Quando giungevano nei luoghi delle missioni, i gesuiti prendevano informazioni sui conflitti tra individui, famiglie, gruppi funzionari che dividevano la società locale; il componer pace fu percepito dai membri della Compagnia come un aspetto importante del loro lavoro; quella offerta dai gesuiti era una soluzione extragiudiziale (al di fuori delle aule dei tribunali) alle tensioni, alle vendette e alle faide che laceravano la società. Per risvegliare la devozione i gesuiti utilizzavano vari mezzi: manifesti propagandistici, immaginette e persino medaglie benedette, piccoli doni preziosi in un mondo materiale poverissimo. Per l’educazione del popolo, oltre alla predicazione, c’era l’insegnamento di orazioni e canzoni. Si diffondeva l’uso della corona del rosario cui era legato il radicamento delle devozioni mariane, cioè alla Vergine. L’opera di indottrinamento si serviva anche di libri stampati come i catechismi che esponevano le verità cristiane fondamentali in forma di messaggi semplici e di indiscutibili certezze.
Le missioni sono solo un aspetto del progetto ecclesiastico di acculturazione di massa caratteristico della Controriforma: un aspetto importante, vista l’entità e la novità dei problemi posti dal mondo delle campagne che l’istituzione si trovò per la prima volta ad affrontare attraverso l’attività degli ordini religiosi.
1596: definitivamente proibita dall’Indice clementino la lettura della Bibbia in volgare. Insieme alla Bibbia in volgare, l’Indice aveva vietato una vastissima gamma di opere di argomento biblico: pericopi (= raccolte di brani della Scrittura inseriti nella liturgia della messa che servivano per seguirla e capirla), poesie, compendi, commenti e scritti di pietà ispirati ai Vangeli e alla vita di Cristo, la censura si era anche estesa a moltissimi testi devozionali o perché coinvolti nel divieto dei volgarizzamenti biblici o in quanto rientravano nelle regole e proibizioni generali aggiunte all’Indice.
A partire dagli anni ’80 del ‘500 la maggior parte dei reati perseguiti dai tribunali inquisitoriali riguardava non più eretici in senso stretto, ma uomini e soprattutto donne immersi in un mondo di credenze e comportamenti definiti superstiziosi. I giudici passarono ad occuparsi di tutte quelle pratiche, culti, devozioni e costruzioni culturali per mezzo dei quali gli individui intrattenevano autonomamente relazioni con il soprannaturale influenzati da culture arcaiche che sfuggivano al tentativo di clericalizzazione del rapporto con il sacro messo in atto dalle autorità ecclesiastiche. Questo allargamento delle competenze dell’Inquisizione fu sancito da due bolle dell’ex inquisitori Sisto V, una del 5 gennaio 1586 che condannava la magia, l’altra del 22 gennaio 1587 che confermava la giurisdizione della congregazione del Sant’Uffizio su ogni reato contro la fede.
La dottrina cristiana della stregoneria fondata sul patto con il diavolo si era formata attraverso una tradizione plurisecolare che risaliva ai padri della Chiesa e si richiamava al testo biblico.
Benandanti: nome attribuito in Friuli a coloro che erano nati con la camicia, ovvero avvolti nella placenta. Tra ‘500 e ‘600 dinanzi al tribunale dell’Inquisizione di Udine furono celebrati molti processi al termine dei quali i giudici condannarono i benandanti come stregoni.
La caccia alle streghe è un dato comune a molte società: nel ‘500 e ‘600 essa conobbe picchi altissimi in Europa e fu particolarmente feroce là dove il reato di stregoneria era di competenza non dei tribunali ecclesiastici, ma di quelli laici, come in Germania, Francia, Inghilterra e persino nelle colonie americane.
Instructio pro formandis processibus in causis strigum et maleficiorum : opera redatta da un autorevole personaggio della curia romana; l’opera cominciò a circolare nei vari tribunali manoscritta e anonima a partire dal 1624 ; destinata ai vescovi e agli inquisitori, non elaborava definizioni teologiche della stregoneria, ma forniva indicazioni di carattere procedurale per la conduzione delle inchieste e dei processi, richiamando i giudici periferici all’osservanza di regole precise a fronte degli eccessi verificatisi nelle varie sedi locali: obbligo di consultare i medici per stabilire le eventuali cause naturali dei delitti, divieto di condanno senza prove sufficienti, divieto di estorcere confessioni con un uso improprio della tortura e degli interrogatori, di considerare valida la testimonianza di streghe contro altro streghe. Le accuse di operare malefici erano spesso frutto di interpretazioni della realtà provenienti dalla stessa società e andavano a loro volta sorvegliate e contenute. La linea di confine tra stregoneria e pratiche superstiziose non malefiche era infatti labile e sfocata: la donna che godeva della fiducia della comunità per le sue capacità terapeutiche e per l’abilità a manipolare qualche sostanza, poteva facilmente venire accusata da quella stessa comunità di essere una strega dotata di poteri diabolici e la responsabile di morti e malattie.
Ricca documentazione dell’Inquisizione veneziana le tante donne che a partire dal tardo ‘ comparvero dinanzi ai giudici non andavano al sabba, frequentavano la messa pregando Dio, la Madonna e i santi, ma nello stesso tempo invocavano il diavolo «per ottenir dalli amanti ogni suo contento» facendo incetta di reliquie e oggetti benedetti che utilizzavano in riti superstiziosi. Incorrevano nel reato di abuso di sacramenti perché trafugavano dalla chiesa l’olio della cresima benedetto per spalmarselo sulle labbra e sotto gli occhi.
La repressione delle pratiche magiche e superstiziose costituisce un ulteriore aspetto del tentativo controriformistico di controllo delle devozioni fondato sulla netta separazione tra chierici e laici e sul rafforzamento del ruolo dei primi come unici tutori autorizzati nella gestione del rapporto con il sacro. Importanza crescente entro tale processo acquisirono gli esorcisti: quella dell’esorcista era una figura complessa il cui potere si fondava sulla convinzione che le forze diaboliche fossero costantemente operanti nella società, nei corpi e nelle anime dei fedeli e in particolare delle donne, monache e laiche. Gli esorcisti erano a volte personaggi scomodi, la cui attività finiva con il rafforzare quelle stesse credenze magico-
Matrimonio: effetti straordinari in ordine al controllo dei comportamenti sociale e morali furono quelli seguiti al decreto conciliare “Tametsi” sulla riforma del matrimonio emanato dopo accese discussione nel
Le situazioni di disordine sociale che la Chiesa dovette affrontare in questo campo furono molte: matrimoni clandestini, cioè contratti in assenza di testimoni semplicemente pronunciando parole di reciproco consenso, che permettevano alla coppia di sottrarsi al controllo parentale; diffuse situazioni di concubinato punite con la scomunica; matrimoni tra persone senza fissa dimora per celebrare i quali fu imposto ai parroci l’obbligo di raccogliere informazioni sui contraenti e di richiedere l’autorizzazione del vescovo. Queste situazioni davano luogo a infinite controversie: i matrimoni clandestini in particolare, difficilmente dimostrabili, erano facile strumento di seduzioni, inganni e abbandoni, rendevano possibile la bigami e causavano incertezze sulla prole nata da quell’unione. Solo dopo la rivoluzione francese (1789) fu sancito il principio che lo stato civile degli uomini debba essere indipendente dalle loro opinioni religiose e dalla confessione a cui aderiscono. Le controversie matrimoniali spettavano ai vescovi e ai loro tribunali, il reato di bigamia era giudicano dall’Inquisizione.
N.B: nessuna norma ecclesiastica proibiva alla coppia di avere rapporti sessuali prima del matrimonio.
L’accresciuto controllo della Chiesa su tali aspetti del sociale si complicò nell’esigenza di controllo degli stessi mediatori ecclesiastici. Di qui la definizione di un nuovo reato la cui competenza fu attribuita ai tribunali inquisitori: la sollicitatio ad turpia , cioè l’adescamento dei penitenti da parte del sacerdote durante la confessione. Le severe pene previste contro gli ecclesiastici, la rilevante quantità dei casi giudicati dai tribunali inquisitoriali romani e spagnoli, il fatto che gran parte di questi casi riguardasse proposte sessuali fatte alle donne, indicano la volontà di tutela di una pratica sacramentale che aveva gettato radici profonde in questa componente della società.
A partire dalla fine del ‘500 l’ingresso del mondo femminile e dei suoi problemi nello spazio d’ascolto e di controllo clericale costituito dalla confessione condusse a una sorta di «femminilizzazione» della vita religiosa: la nascita e la diffusione nelle chiese del confessionale, il mobile che separa confessore e penitente.