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Riassunto La Controriforma, Sintesi del corso di Storia Moderna

Riassunto del libro La Controriforma di Elena Bonora

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 31/01/2022

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giorgia-banzola 🇮🇹

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La Controriforma
1. L’affermazione della Chiesa della Controriforma
Il sacco di Roma e il problema della Riforma della Chiesa
1494 discesa di Carlo VIII re di Francia a Napoli dava inizio alle guerre
d’Italia in cui gli Stati regionali italiani hanno scelte di campo alterne. Il
successo o fallimento di queste scelte avevano ripercussioni all’interno di
ogni stato: radicali trasformazioni istituzionali (a Firenze cacciata dei
Medici e instaurazione di regime repubblicano); repentini mutamenti
sociali e politici (Milano passaggi dal governo ducale al dominio francese
fino a quello di Carlo V); oppure costituire per una classe dirigente un
trauma a partire dal quale ripensare il rapporto con i sudditi e con la
politica estera (patriziato veneziano dopo sconfitta di Agnadello).
Papa Giulio II della Rovere stringeva e rompeva alleanze: nel 1511 passava
dalla lega anti veneziana di Cambrai alla Lega santa contro la Francia —>
Luigi XII decise di riunire concilio di Pisa per deporre il pontefice.
Nello stesso periodo la critica di Erasmo si levava contro il “papa
guerriero” attento più all’espansione del suo Stato che alle esigenze
spirituali del popolo. Erasmo accusava il clero d’aver tradito il messaggio
morale e religioso dei Vangeli.
Di fronte all’instabile situazione politica, all’incapacità dell’istituzione
ecclesiastica di rispondere alle esigenze della vita religiosa, a inizio 500 un
turbine di fermenti profetici, tensioni apocalittiche percorre la penisola e si
diffonde soprattutto grazie alla stampa. L’eredita del savonarole non si era
spenta con il rogo del frate domenicano ma si era dispersa in mille rivoli in
tutta Italia alimentando attese in un rinnovamento radicale della società
che si allargavano all’intera cristianità.
Fogli volanti e opuscoli circolavano in tutti gli strati sociali. Non erano
fenomeni che riguardavano solo il popolo: dotti cubitali e potenti cardinali
forzavano i segreti della Sacra Scrittura per leggervi l’annuncio del “papa
evangelico”. La propaganda politica usava ai propri fini tali inquietudini
identificando ora nel “re dei gigli” Francesco I ora nel suo nemico Carlo V
l’imperatore che avrebbe salvato la cristianità.
1517 a Wittemberg rivolta contro Roma di Lutero aveva avviato processo
storico che avrebbe infranto unità religiosa del mondo cristiano: nella
Roma di Leone X prima e poi di Clemente VII egli venne considerato un
barbaro.
1527 dopo stipulazione della Lega di Cognac tra papa e re di Francia, le
truppe imperiali di Carlo V entravano nella penisola e marciavano su
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La Controriforma

  1. L’affermazione della Chiesa della Controriforma Il sacco di Roma e il problema della Riforma della Chiesa 1494 discesa di Carlo VIII re di Francia a Napoli dava inizio alle guerre d’Italia in cui gli Stati regionali italiani hanno scelte di campo alterne. Il successo o fallimento di queste scelte avevano ripercussioni all’interno di ogni stato: radicali trasformazioni istituzionali (a Firenze cacciata dei Medici e instaurazione di regime repubblicano); repentini mutamenti sociali e politici (Milano passaggi dal governo ducale al dominio francese fino a quello di Carlo V); oppure costituire per una classe dirigente un trauma a partire dal quale ripensare il rapporto con i sudditi e con la politica estera (patriziato veneziano dopo sconfitta di Agnadello). Papa Giulio II della Rovere stringeva e rompeva alleanze: nel 1511 passava dalla lega anti veneziana di Cambrai alla Lega santa contro la Francia —> Luigi XII decise di riunire concilio di Pisa per deporre il pontefice. Nello stesso periodo la critica di Erasmo si levava contro il “papa guerriero” attento più all’espansione del suo Stato che alle esigenze spirituali del popolo. Erasmo accusava il clero d’aver tradito il messaggio morale e religioso dei Vangeli. Di fronte all’instabile situazione politica, all’incapacità dell’istituzione ecclesiastica di rispondere alle esigenze della vita religiosa, a inizio 500 un turbine di fermenti profetici, tensioni apocalittiche percorre la penisola e si diffonde soprattutto grazie alla stampa. L’eredita del savonarole non si era spenta con il rogo del frate domenicano ma si era dispersa in mille rivoli in tutta Italia alimentando attese in un rinnovamento radicale della società che si allargavano all’intera cristianità. Fogli volanti e opuscoli circolavano in tutti gli strati sociali. Non erano fenomeni che riguardavano solo il popolo: dotti cubitali e potenti cardinali forzavano i segreti della Sacra Scrittura per leggervi l’annuncio del “papa evangelico”. La propaganda politica usava ai propri fini tali inquietudini identificando ora nel “re dei gigli” Francesco I ora nel suo nemico Carlo V l’imperatore che avrebbe salvato la cristianità. 1517 a Wittemberg rivolta contro Roma di Lutero aveva avviato processo storico che avrebbe infranto unità religiosa del mondo cristiano: nella Roma di Leone X prima e poi di Clemente VII egli venne considerato un barbaro. 1527 dopo stipulazione della Lega di Cognac tra papa e re di Francia, le truppe imperiali di Carlo V entravano nella penisola e marciavano su

Roma mettendola a sacco = tale evento fu interpretato come segno tangibile della “giusta ira di Dio”. Il sacco non rappresentò solo trauma individuale, ma come avrebbe affermato Guicciardini nella Storia d’Italia, l’umiliazione della Roma cristiana aveva messo in ginocchio non solo una città, non solo il papato, ma la stessa fede nel primato culturale e politico dell’Italia rinascimentale, fondato sulla continuità con l’eredità della Roma antica. A fine anni 20 a dieci anni di distanza dall’affissione delle tesi, la protesta di Lutero era ancora sottovalutata. Negli anni successivi alla tragedia del sacco, dopo la pace di Bologna tra papa e Carlo V (1530), la necessita di una riforma ai vertici inizia a diventare problema politico e religioso anche per il papato —> uomini di chiesa e di cultura iniziano a guardare a Roma come luogo in cui rinnovamenti e proposte avrebbero potuto trovare ascolto e coordinamento. 1534 sale come pontefice Paolo III Farnese ed è in grado di aggregare intorno a sé principali rappresentanti dei circoli riformatori, uomini di Chiesa che avevano animato l’ambiente veneto all’indomani del sacco. Dagli anni 30 questi uomini confluirono a Roma. 1536 una commissione presieduta dal Contarini riceve incarico di tracciare le linee di una riforma universale in vista della convocazione conciliare. L’anno successivo a Paolo III veniva consegnato il documento conosciuto come Consilium de emendanda Ecclesia. Il memoriale affrontava una serie di problemi: controllo sui libri, predicazione al popolo, riforma degli uffici centrali romani, ma tali proposte rimasero lettera morta —> anche se il progetto fallì è essenziale che per un momento tra esponenti dei vertici curiali si riesce a raggiungere un accordo intorno a un comune programma di rinnovamento da presentare al pontefice. All’interno di questo gruppo di uomini presto nascono divergenze: atteggiamento conciliatore verso il mondo protestante di quelli raccolti attorno alla figura del Contarini contro l’intransigenza dei cardinali Carafa e Aleandro —> anni 40 aspre lotte tra i due che conducono alla vittoria degli intransigenti con volontà di scontro dottrinale con il mondo protestante e all’affermazione della Controriforma. Il pontificato farnesiano Con stabilizzazione del dominio imperiale sulla penisola dopo la pace di Bologna i toni apocalittici si spensero a poco a poco. Con elezione di Paolo III la Santa Sede comincia ad affrontare problema della rottura dell’unità

orientare concretamente le scelte e l’esistenza di individui e di piccoli gruppi e su questo sfondo vanno collocate le trasformazioni politiche e religiose in atto negli anni 40 ai vertici dell’istituzione ecclesiastica. Nel 1541 nel corso della Dieta di Ratisbona tra l’imperatore Carlo V e i principi tedeschi, si riaprivano i colloqui tra cattolici e protestanti affidati al legato papale Gasparo Contarini che davanti all’intransigenza di Melantone e alle dimensioni politiche e sociali ormai assunte in Germania dall’eresia, il cardinale veneziano deve rendersi conto dell’impercorribilità della via della riconciliazione. La frattura era insanabile sulle questioni riguardanti il carattere sacramentale della Chiesa e della sua costituzione gerarchica. Il tentativo di mediazione di Contarini fallisce e l’anno successivo lo scontro ai vertici della Chiesa si aggrava —> 1542 con la bolla Licet ab initio Paolo III istituisce il supremo tribunale del Sant’Ufficio romano con compiti di direzione e coordinamento delle inquisizioni locali e facoltà di procedere contro laici ed ecclesiastici senza tener conto di privilegi e immunità. Nelle mani del Carafa l’Inquisizione doveva indirizzarsi verso la repressione del dissenso sul fronte interno ed esterno. Nel maggio 1542 veniva pubblicata la bolla di convocazione del concilio a Trento, presto sospeso per aggravarsi delle guerra tra Francia e Spagna. Nella svolta accentratrice romana di quell’anno (convocazione conciliare e riorganizzazione dell’Inquisizione) e nel fallimento del Contarini, la periodizzazione proposta dallo storico Cantimori ha indicato il momento cruciale del definitivo esaurimento del cosiddetto “evangelismo” italiano, di quello schieramento di potenti curiali e uomini di Chiesa legato al Contarini, disposto a un dialogo con il mondo riformato. Recenti studi hanno invece stabilito la vitalità degli ambienti riformatori italiani tra anni 40 e 50, mettendo in luce il favore e le protezioni di cui questo godevano presso la Santa Sede. Lungi dall’essere sconfitto, il dissenso interno alla Chiesa nel 1542 si andava invece riaggregando intorno a nuove personalità, tendenze spirituali e linee politiche. Figura ispiratrice era Valdès che a inizio anni 30 si era rifugiato a Roma e poi a Napoli per sottrarsi all’Inquisizione del suo paese. Nella città partenopea si riunisce attorno a lui un gruppo che dopo la sua morte si ricostituì a Viterbo alla corte del cardinal Pole. Il passaggio di uomini e libri tra Napoli e Viterbo, la fitta rete di contatti epistolari e personali intorno al cardinale inglese caratterizzarono la cosiddetta Ecclesia Viterbiensis con posizioni ormai distanti dalle moderate posizioni di Contarini. La storiografia oggi indica tale gruppo come “spirituali” nome con cui essi stessi si definirono e vennero designati dai loro nemici.

Tratti fondamentali del messaggio di Valdès: la verità cristiana non si definiva con un nucleo di dogmi e non consisteva in un insieme di contenuti dottrinali e testi, ma si conquistava con una ricerca personale, interiore con diretto rapporto con Dio. Da questa impostazione “spiritualistica” derivano l’assenza di ogni spunto polemico verso la gerarchia ecclesiastica, la possibilità di rimanere al suo interno senza operare rotture. La mancanza di toni violenti celavano l’esiguità di spazi di mediazioni accordati al clero entro una concezione che metteva in risalto aspetti interiori dell’esperienza religiosa. La libertà del cristiano così delineata poteva così condurre a esiti radicali, incompatibili con qualsiasi Chiesa = il messaggio dell’esule spagnolo poteva accompagnarsi ad atteggiamento che esteriormente si conformavano al culto ufficiale per poi professare nascostamente una fede diversa. L’importanza del ruolo della spiritualità valdesiana rispetto ad altri orientamenti che animarono la vita religiosa risiede nel fatto che essa coinvolse uomini che ricoprivano ruoli istituzionali di alto livello entro la struttura ecclesiastica. Gli spirituali pubblicano i trattateli di Valdès e un libro, trattato utilissimo del beneficio di Christo , dove con il linguaggio tipico dei trattati di pietà e al di fuori di ogni controversia dottrinale, il libro condensa il messaggio di salvezza universale grazie al sacrificio di Cristo. All’origine di questa attività di propaganda degli spirituali c’era progetto politico e religioso mirante a orientare i dibattiti conciliari e le scelte dottrinali che la Chiesa stava per affrontare. Le proposte valdesiane rappresentavano proposta di mediazione volta a catturare il consenso delle élite ecclesiastiche e culturali, di cardinali e vescovi impegnati a Trento, intorno a un pensiero alieno da ogni polemica anti romana e al tempo stesso aperto alle dottrine del mondo riformato. 1547 il concilio emanava decreto sulla giustificazione secondo una rigida formulazione che chiudeva ogni possibilità di dialogo con i protestanti ma anche con le posizioni degli spirituali —> il libro valdesiano fu condannato come eretico. Dal conflitto ai vertici della Chiesa alla “guerra spirituale” del cardinale Carafa La battaglia politica entro il Sacro Collegio combattuta durante la prima fase del tridentino non fu semplicemente contrasto tra ambiziosi disegni di opposte fazioni cardinalizi, né il significato di quello scontro rimase confinato entro le aule curiali romani —> con le forze e gli orientamenti che ne uscirono vittoriosi dovettero fare i conti negli anni successivi la società e la vita religiosa della penisola. Da quel conflitto emersero i

A poco più di un mese dall’elevazione della tiara Paolo IV era in grado di aprire segretamente l’inchiesta formale del Sant’Uffizio a carico del cardinal Morone. Iniziativa resa possibile dal sotterraneo lavoro del Carafa inquisitore che aveva continuato ad accumulare materiale segreto, prove e documento contro gli spirituali —> il cardinale fu arrestato improvvisamente con accusa di eresia nel 1557. Il Pole, allora legato papale in Inghilterra sotto Maria Tudor, fu salvato da una sorte simile a quella del Morone solo dalla morte avvenuta nel 1558. La carcerazione del cardinale milanese che godeva del favore imperiale era coerente con gli orientamenti anti asburgici del pontefice che trattava da eretici Carlo V e il figlio Filippo II e si rifiutava di riconoscere il titolo imperiale di Ferdinando, fratello di Carlo V, alla morte di questi nel 1558. La tensione tra papato e Asburgo arriva al culmine tra 1556 e 1557 durante la guerra ispano-pontificia. La svolta centralistica e repressiva dell’istituzione sotto Paolo IV si concretizzò nella promulgazione nel 1559 dell’Indice dei libri proibiti affidato dal papa al Sant’Uffizio. Parallelamente fu ampliato il campo delle competenze dei tribunali inquisitoriali, si stabilì la pena di morte per i colpevoli di eresie, si esclusero dal diritto di voto i cardinali inquisiti o sospettati di eresia. La “guerra spirituale” sotto il Carafa non fu volta solo alla repressione del dissenso, ma si indirizzò anche verso le minoranze religiose come gli ebrei = 1553 l’Inquisizione aveva diretto la confisca e i roghi del Talmud. Divenuto papa, Paolo IV ordina la segregazione nei ghetti di tutti gli ebrei che si trovavano nello Stato pontificio. Alla morte del Carafa nel 1559 popolazione romana prese d’assalto il palazzo del Sant’Uffizio liberando i prigionieri e devastando l’archivio, mentre la violenta satira anti carafesca dilagava anche grazie agli orientamenti del nuovo pontefice Pio IV della famiglia dei Medici. Chiesa, papato e Stati europei All’indomani dell’elezione di Pio IV furono aperti i processi contro i nipoti di Carafa conclusi con la condanna a morte, considerati responsabili della disastrosa politica antiasburgica e colpevoli di tradimento ai danni dello zio. Era in realtà processo alle scelte politiche del Carafa che consentì a Pio IV di colpire il fronte curiale e familiari e uomini fedeli al suo predecessore. Tra i primi provvedimenti del nuovo papa ci fu la liberazione di Morone e la sua reintegrazione nel Sacro collegio. 1562 il papa riapriva il concilio a Trento con incarico di presiederlo affidato al Morone.

Il concilio termina nel 1563 —> la soluzione del problema protestante si era posta con urgenza a Carlo V diventato imperatore nel 1519 che però aveva dovuto lottare con le resistenze del papato che nella convocazione dell’assemblea ecumenica vedeva una minaccia per il primato pontificio e un pericolo di risveglio delle tendenze conciliariste che avevano indebolito l’autorità della Santa Sede. A causa di questo ritardo l’imperatore era stato costretto a una politica di concessione ai ceti imperiali che avevano aderito al luteranesimo, in cambio del loro aiuto contro i turchi e re di Francia. Dopo una prima convocazione nel 1542, il concilio era stato aperto a Trento nel 1545 da Paolo III Farnese, ma nel 1547 venne trasferito a Bologna con una decisione che provocò la protesta dell’imperatore e il ritiro dei vescovi spagnoli. Cose sguarnita l’assemblea conciliare si protrae fino alla morte del pontefice; riconvocata a Trento da Giulio III fu poi nuovamente sospesa nel 1552 e non più ripresa dal Carafa. Quando poi il concilio fu riaperto nel 1562 a Trento da Pio IV, la geografia politica europea era mutata a causa degli assetti dopo la divisione dell’eredità di Carlo V = la spartizione dinastica carolina aveva decretato in Italia la fine di quell’autorità imperiale ispirata a prospettive conciliatrici con il mondo germanico che aveva condizionate le scelte politiche e religiose a inizio

  1. Nel 1555 la dieta d’Augusta aveva riconosciuto la libertà religiosa per i principi protestanti, sancendo la pluralità confessionale della Germania e aprendo la via al consolidamento istituzionale della Riforma in molti dei territori dell’Impero. Da quel momento la corte spagnola e quella imperiale avrebbero svolto politiche autonome rispetto al mondo protestante. La pace di Cateau-Cambresis tra Francia e Spagna fu stipulata nel 1559. In quello stesso anno la morte di Enrico II di Valois inaugurava periodo di debolezza della monarchia, gettando la Francia nelle guerre civili e religiose. L’Inghilterra di Elisabetta I Tudor si preparava a entrare definitivamente nell’orbita della Riforma. Nell’Impero il calvinismo conquistava il principe del Palatinato elettorale, dai Paesi Bassi alle sponde del Mediterraneo, in un’Europa minacciata dal diffondersi delle confessioni riformate la Spagna di Filippo II diventa potenza-leader nella salvaguardia della fede cattolica. 1566 era salito al soglio pontificio Pio V Ghislieri che aveva un’esperienza pluridecennale al servizio del Sant’Uffizio. Tra i suoi primi atti di governo vi fu la revisione dei processi ai nipoti del Carafa, la condanna a morte del rappresentante dell’accusa —> il Morone incarcerato e processato per eresia sotto Paolo IV e riportato in auge da Pio IV divenne nuovamente oggetto di attenzioni del Sant’Uffizio sotto Ghislieri che però rinuncia a

sanciti dalla pace di Cateau l’alleanza tra gli Stati italiani e la Chiesa della Controriforma costituiva carattere essenziale di un rapporto al quale non sfuggirono neanche realtà gelose della propria autonomia e dotate di antica identità politica come la Repubblica di Venezia. Esempio fiorentino: fermenti eterodossi attraversarono la corte negli anni 40 sullo sfondo di un rapporto contrastato con Paolo III Farnese che con colpo di mano aveva costituito per il figlio il ducato di Parma e Piacenza. Negli anni 60 il rapporto tra Cosimo e Roma mutò fino al conferimento da parte della Santa Sede del titolo di gran duca di Toscana. Il prestigioso riconoscimento fu preceduto nel 1567 dalla consegna all’Inquisizione di Carnesecchi e dalle misure antiebraiche adottate dal duca con una politica in consonanza con quella di Pio V. Per quanto riguarda la politica estera, nello stesso anno in cui scomunicava la regina Elisabetta I, Pio V stipulata con la Spagna e Venezia una Lega Santa contro i Turchi che avrebbe portato alla battaglia di Lepanto (1571). Il ruolo che il papato sotto Pio V era ormai in grado di rivendicare nei confronti degli Stati, trovò clamorosa affermazione nel 1568 nella promulgazione della medievale bolla In coena Domini che nella sua tradizionale formulazione regola rapporti tra autorità ecclesiastica e civile, minacciando la scomunica dei principi laici che non avessero rispettato le libertà ecclesiastiche (= privilegi del clero come essere giudicati da tribunali non laici, beni esenti da fiscalità) —> privilegi guardati con preoccupazione dai sovrani. Nell’ultima fase il concilio di Trento si era misurato proprio con questo problema, detto della “riforma dei principi”, ma la questione era stata abbandonata per i contrasti con i rappresentanti di Francia, Spagna e dell’Imperatore. Dopo il fallimento nel trovare una soluzione i contrasti con i governanti furono negli anni successivi affrontati direttamente dal papato. Il ruolo conflittuale rappresentato dalla questione delle libertà ecclesiastiche si sarebbe sciolto solo all’epoca delle riforme del secondo

  1. Nell’età della Controriforma la questione rimase aperta, capace di scatenare crisi al variare degli equilibri internazionali, delle singole personalità coinvolte, degli interessi e delle forze in gioco.
  2. I soggetti istituzionali Il centralismo romano: papa, congregazioni cardinalizie e nunzi Su fine 500 Roma era ormai in grado di proiettare un’immagine diversa da quella di una capitale sconfitta degli anni 20. Era sede di un potere con un

ruolo internazionale di primo piano, la fonte di legittimazione per l’autorità dei principi cattolici. La corte di Roma era anche il “gran teatro del mondo” dove si costruivano carriere ecclesiastiche e fortune familiari. Le incertezze e le inquietudini originate in Italia dalla crisi spirituale e istituzionale di inizio 500 e dal confronto con la Riforma avevano lasciato il posto alla rigida organizzazione gerarchica e ai dogmatici quadri dottrinali di fine secolo. La curia romana era nuovamente in grado di attirare i migliori intellettuali dell’epoca con una fisionomia diversa rispetto a quelli del passato: Bellarmino e Baronio cardinali impegnati a Roma sul fronte della repressione sia su quello dell’elaborazione culturale. Dalle loro opere emerge la convinzione che stabilire quale fosse in verità in tutti i campi del sapere spettasse esclusivamente alla Chiesa, un progetto capace di proporre nuovi contenuti e di trasformare idee della tradizione in compatti sistemi di significato che le riqualificassero. Sarebbe però un errore guardare alla Chiesa della Controriforma ignorando gli scontri, gli insuccessi che accompagnarono il processo di dispiegamento del controllo ecclesiastico sulla cultura, sulla vita religiosa e sulla società italiana. Lotte per il potere si intrecciavano alla corte romana, governata da monarchia elettiva, particolarmente esposta ai condizionamenti delle fazioni politiche e familiari. I conflitti a cui però si deve fare riferimento non riguardano interessi personali o di fazione, ma la gestione stessa del disegno di riforma e di disciplinamento dei fedeli: un problema politico e religioso. Occorre prendere in considerazione le trasformazioni che, all’interno del processo di rafforzamento dell’assolutismo pontificio, condussero dopo la metà del secolo alla creazione di nuovi centri istituzionali di potere: le congregazioni cardinalizie romane. I cardinali erano dopo il papa il livello più alto della gerarchia ecclesiastica. Il Sacro Collegio o Concistoro era stato per secoli il massimo organo di governo della Chiesa. In passato erano stati formulati vari progetti di riforma per porre fine allo sfarzo sfrenato dei “principi della Chiesa” —> erano state perfino avanzate proposte perequazione delle rendite, cioè fissazione di un’entrata uguale per tutti i porporati. Le trasformazioni di cui venne investito il Collegio cardinalizio nel 500 però non furono ispirate da esigenze di riforma di questo tipo, ma da ragioni politiche connesse al crescere dell’assolutismo della monarchia papale a scapito delle aspirazioni oligarchiche che potevano formarsi nel Sacro Collegio. L’erosione del suo peso politico era stata avviata già nel 400 con l’allargamento del numero di cardinali che si trovavano così a dipendere >

luogo di elaborazione delle linee di riforma disciplinare dell’istituzione, di fissazione di verità dottrinali. Emergono però le difficolta incontrate dall’opera di rinnovamento dei vescovi proprio a causa della politica romana e del progressivo svuotamento condotto dalla Santa Sede delle soluzioni e degli strumenti operativi emersi dai dibattiti conciliari. Guardando al concilio si colloca la > attenzione recentemente accordata alla funzione degli ordini regolari. Lungi dall’essere eclissati dal rilancio post tridentino della funzione episcopale e della parrocchia, conventi e monasteri conservarono un’importanza centrale nella cura delle anime e nella vita religiosa. Il concilio di Trento e il ruolo dell’episcopato nell’Italia post tridentina Fin dalla prima fase il concilio si era rivelato un’assemblea controllata dal pontefice attraverso legati papali. Sul piano dottrinale la rottura col mondo ridomato si era consumata presto —> contro la giustificazione sola fide dei protestanti, il decreto del 1547 ribadisce il valore salvifico delle opere; contro la sola Scripta si stabilisce l’importanza della tradizione ecclesiastica; furono confermati i 7 sacramenti contro i 2 dei protestanti e l’autorità papale fu rafforzata. Dopo la promulgazione dei decreti conciliari la loro applicazione fu accettata dagli Stati regionali italiani, suscitando invece reazioni diverse tra i governi die paesi cattolici europei: solo i re di Spagna, Portogallo e Polonia acconsentirono di far applicare i decreti nei loro domini, mentre in Francia si scontra con la raffinata tradizione di autonomia e difesa delle “libertà gallicane” e con l’opposizione dei parlamenti che interpretarono i decreti come pretese lesive alle proprie funzioni di “polizia”. Anche nella Spagna di Filippo II la difesa delle prerogative e degli interessi della corona condusse a un’interpretazione delle norme conciliari che suscitò frequenti disaccordi con Roma. In Italia —> durante il concilio i decreti di contenuto dottrinale si erano alternati ai provvedimenti relativi alla riforma delle strutture ecclesiastiche, in particolare la riorganizzazione delle Chiese locali con potenziamento del ruolo dei vescovi. Fu resa obbligatoria la residenza degli ordinari nella loro diocesi, fu vietato il cumulo di venefici maggiori nelle mani della stessa persona, si ordina l’erezione di seminari, si rinnova l’obbligo per l’ordinario di effettuare visite pastorali nelle diverse località della diocesi, il clero di ogni diocesi doveva riunirsi annualmente nei sinodi presieduti dal vescovo, i parroci ovvero incarico di insegnamento della dottrina in apposite scuole.

La riforma disciplinare era concentrata sul potenziamento delle strutture di governo delle Chiese locali e del vescovo —> si tenta di conferirgli prerogative che lo mettessero in grado di governare la diocesi contro le sacche di privilegi e autonomia. Proprio nel momento in cui l’opera di riforma ispirata al concilio imponeva nuovi oneri agli ordinari diocesani, essi si trovarono penalizzati economicamente e videro decurtate le loro entrate. Il divieto del cumulo di benefici fu aggirato da Roma con l’imposizione di pensioni a favore di terzi sulle rendite delle mense episcopali e de benefici curati minori come quelli parrocchiali. Le pensioni ecclesiastiche venivano gestite direttamente dal pontefice e quindi rappresentavano modo flessibile per soddisfare le esigenze dei papi della Controriforma. Negli impedimento che soffocavano l’azione riformatrice e pastorale dei vescovi oltre al perdurare degli abusi si riflettevano anche i caratteri strutturali dell’evoluzione politica e finanziaria dell’istituzione. Nel 1573 con la creazione della congregazione die Vescovi, Roma rafforzava il controllo sulle Chiese locali. Le accresciute interferenze romane nel governo ecclesiastico e pastorale delle diocesi post tridentine trovano riscontro durante Gregorio XIII nello sviluppo dell’attività dei nunzi e nell’invio di visitatori apostolici con compiti d’ispezione. Nel 1585 Sisto V stabilisce obbligo della visitatio ad limina apostolorum per cui i vescovi dovevano recarsi a Roma periodicamente per presentare una relazione sullo stato della diocesi alla congregazione del Concilio. Per quanto riguarda il reclutamento dell’episcopato da Pio V iniziò a operare una commissione con incarico di selezionare i candidati —> l’assegnazione della titolarità di un beneficio episcopale era in realtà in buona misura frutto di trattative e negoziati tra gli Stati regionali della penisola e il papato. I criteri quindi non erano mutati nella sostanza. Fuori dall’Italia ben più larghe autonomie erano state concesse dal papato alle corone: la Spagna di Filippo II godeva del diritto di nomina dei vescovi, così come la Francia. La conflittualità nel corpo ecclesiastico in età post tridentina appare intensificarsi quando si prendono in considerazione i rapporti tra vescovi e inquisitori. I motivi di contrasto non erano solo per il ruolo istituzionale della congregazione del Sant’Uffizio, ma ai cardinali inquisitori faceva anche capo un’organizzazione periferica concorrenziale, una rete di tribunali gerarchizzata e controllata dal centro. Le prerogative dell’Inquisizione allargatesi dall’eresia al campo del controllo sociale, interferivano direttamente con il progetto di governo

Verso metà del secolo l’episcopato italiano rifluì in un grigiore amministrativo. L’uso strumentale del tridentinismo ai fini dell’autorappresentazione della Chiesa della Controriforma furono analizzati da Paolo Sarpi nell’ Istoria del concilio tridentino dove riconosceva la centralità storica del concilio denunciandone al tempo stesso la vera natura: non punto d’avvio della riforma della Chiesa me tappa fondamentale per il rafforzamento dell’assolutismo papale. L’Inquisizione La preminenza sul piano istituzionale della congregazione dell’Inquisizione sancita dalla riforma sistema del 1588 era esito finale di un contrasto politico e religioso di metà 500 all’interno della Chiesa. Dotato nel 1542 di facoltà che gli consentivano di intervenire contro chi fosse sospetto di reati contro la fede, nel momento della diffusione del dissenso religioso si era rivelato strumento per reprimere l’eresia. Si era creata rete di tribunali inquisitoriali sparsi sul territorio e veniva riorganizzata l’Inquisizione medievale che venne sottoposta a un alto grado di centralizzazione e gerarchizzazione. Con sempre > frequenza i cardinali della congregazione si occuparono delle nomine degli inquisitori periferici sottraendo tale compito ai superiori degli ordini. Le lettere inviate dai cardinali inquisitori ai tribunali locali avevano valore di decreti. Quella romana fu una delle 3 Inquisizioni operanti in età moderna nei paesi cattolici ed è l’unica a non essere completamente scomparsa e dipendevano dalla corona —>

  1. Portoghese nata nel 1547 era diretta al pari di quella spagnola da un organo legato alla monarchia (il Conselbo Geral) e controllava altri 4 tribunali locali
  2. Spagnola 1478 istituita dai re Cattolici aveva rivestito ruolo fondamentale nel processo d’unificazione dello Stato, nella Reconquista e sul piano culturale e della mentalità aveva contribuito alla formazione di identità collettiva “nazionale” rafforzata dalla creazione di meccanismi di esclusione sociale nei confronti die non cristiani (moriscos e conversos)
  3. Italiana dipendeva dal papa che aveva imposto l’esistenza di un tribunale sovrastatale agli altri principi della penisola in nome della propria autorità di capo spirituale della Chiesa. Per i governanti laici ciò significava dover sopportare entri i propri domini tribunali dipendenti da un’autorità esterna. Nonostante l’alleanza creata durante la Controriforma tra autorità civili e ecclesiastiche, i poteri dei

tribunali inquisitoriali erano troppo lesivi della sovranità per non suscitare contrasti. Esempi:

- Venezia era riuscita a imporrare la presenza di 3 magistrati laici

- Genova ottenne di poter affiancare rappresentanti laici agli inquisitori

- Milano funzionava l’Inquisizione romana

- Napoli la lotta all’eresia era affidata ai tribunali vescovili e a un

commissario delegato papale Procedura giudiziaria dell’Inquisizione —> prevedeva pena capitale in 2 casi: per gli eretici impenitenti (non disposti a ritrattare) e per gli eretici relapsi (già processati con sentenza di condanna all’abiura per eresia formale). Sulla base di due bolle di Paolo IV i giudici del Sant’Uffizio erano anche autorizzati a mandare a morte quanti avessero negato vita fondamentali. Le sentenze più miti prevedevano la condanna a “pene salutari” (come la confessione), per i casi più gravi erano previsti carcere perpetuo, quello perpetuo irremissibile, l’ immuratio o la condanna alla galera. Quello inquisitoriale era l’unico tribunale d’antico regime finanzia al quale non valevano privilegi di nascita e sangue né immunità connesse allo status ecclesiastico. Il processo informativo cioè la raccolta di prove, veniva avviato dagli inquisitori su denuncia di testimoni la cui identità era tenuta nascosta all’accusato. In altri casi era il colpevole che si autodenunciava al tribunale. In base a una disposizione papale di Paolo IV i confessori non potevano accordare l’assoluzione ai penitenti, nel caso avessero ammesso di detenere libri proibiti o essersi macchiati d’eresia. Essendo vincolati alla segretezza i confessori dovevano convincere il penitente a presentarsi spontaneamente. Affinché questo sistema funzionasse occorreva che l’obbligo della confessione annuale ribadito dai decreti conciliari fosse applicato: ciò avvenne lentamente, ma tra 500 e 600 l’azione di confessori e inquisitori consentì all’autorità ecclesiastica di allargare il controllo dei comportamenti dei fedeli. Trascorsa la fase delle repressioni il modo di procedere degli Inquisitori e la loro funzione mutò profondamente, una svolta analoga ebbe l’Inquisizione spagnola = da circa anni 80 le deposizioni di uomini e donne erano accuse di credenze magiche, pratiche superstiziose e falsi santi e così i giudici dovettero intervenire con > duttilità e con mano più leggera.

secondo una regola professando i tre voti e cercavano di sottrarsi alla recita dell’ufficio corale e ad altre pratiche religiose collettive per dedicarsi interamente a intensa attività tra il laicato. Questi ordini erano nati durante la crisi dei primi decenni del 500 quando nei centri urbani si era sviluppata una spiritualità dai caratteri mistici e ascetici. Le forme organizzative assunte da queste piccole comunità furono inizialmente fluide non ancora controllate dall’alto: erano luoghi privi di gerarchie con frequenti scambi con la vita esterna e le mura aperte. Solo in una fase più tarda si rifletteranno quei processi di aristocratizzazione in corso nella società. Il carattere non istituzionale ma personale dei legami si riflette anche nelle soluzioni adottate sul piano economico per conciliare l’adesione ai principi della povertà evangelica con la necessità di garantire il sostentamento. Esempio dei barnabiti: per rimanere coerenti con la scelta di povertà i membri erano soliti nominare erede universale Ludovica Torelli, contessa di Guastalla e fondatrice dell’ordine delle angeliche. Nelle sue mani anche i membri dell’ordine maschile pronunciavano i voti ed era detta la “divina madre”. mistiche, divine madri e sante vive rappresentano altra caratteristica della vita religiosa di inizio 500 —> non il concilio ma i pontefici avrebbero spazzato via queste pericolose manifestazioni di santità. Negli anni 60 Pio V impose obbligo della clausura a tutte le comunità religiose femminili = la segregazione e il silenzio imposti inflissero duro colpo. La repressione culturale esercitata verso le letture e la possibilità d’espressione delle monache fu > di quella condotta verso qualsiasi altra componente della società. I nuovi ordini erano all’inizio impegnati nella diffusione di messaggi spirituali di grande fascino tra le élite urbane; con l’affermazione della Controriforma queste esperienze comunitarie dovettero acquisire una fisionomia organizzativa adeguata alle rigorose linee di confine tra chierici e laici fissate dalla Chiesa post tridentina. Questo processo fu particolarmente traumatico per i barnabiti: a metà del secolo l’Inquisizione romana condanna come eretiche le sue dottrine e segrega la “divina madre”. Solo nel 1579 l’ordine porta a compimento quella trasformazione che gli permise di assumere un ruolo nuovo nella Chiesa della Controriforma in campo scolastico e nella cura pastorale. Gli ordini avevano dovuto far fronte a difficili trasformazioni per riuscire a occupare un posto nella Chiesa riformata, entro un contesto diverso rispetto a quello in cui avevano avuto origine. Nel contesto dell’espansione del 500 di ordini vecchi e nuovi, il tasso di conflittualità interno alla cittadella controriformista fu aumentato dalle

rivalità e dalle lotte tra regolari —> da metà 50 ogni ordine inizia a redigere storie partigiane, glorificando fondatori e celebrando i propri martiri. In questo mondo variegato e affollato, un ruolo centrale fu svolto dai gesuiti: Ignazio di Loyola impresse alla congregazione una struttura verticistica e gerarchizzata ma al tempo stesso duttile. Ogni casa fondata dai gesuiti aveva un superiore che rispondeva al provinciale, e questi a sua volta al generale. Ignazio impose che i provinciali fossero nominati direttamente dal generale che aveva incarico a vita come il papa. Sotto la guida di Ignazio si approntarono gli strumenti che avrebbero fatto della Compagnia l’ordine per eccellenza della Controriforma. Fondamentale era la capacita di stabilire con il papato un rapporto privilegiato, già prefigurato nel quarto voto di fedeltà al pontefice. Le relazioni con la Santa Sede variarono nel tempo ma in generale i gesuiti godettero di una posizione di preminenza —> furono l’unico ordine ad avere la facoltà di poter assolvere durante le confessioni i penitenti da peccati d’eresia e dal possesso di libri proibiti. Nel 1559 mentre veniva promulgato l’Indice di Paolo IV essi ottennero la licenza di leggere e usare nelle scuole intere categorie di libri proibiti agli altri cattolici. Quando Ignazio e i suoi compagni si presentarono a Roma dinanzi al papa nel 1540 il loro intento era intraprendere il viaggio in Terra santa per la conversione degli infedeli. Solo negli anni 60 ottennero dal re di Spagna Filippo II il permesso di dirigersi verso il Nuovo Mondo, dove l’attività missionaria era stata monopolizzata dagli ordini mendicanti iberici, domenicani e soprattutto francescani al seguito dei conquistadores. Rispetto a questi, il problema della conversione venne affrontato in modo diverso, allorché ci si incominciò a interrogare sulla validità di quelle conversioni affrettate e spettacolari, celebrate nelle fonti francescane. Si ferma nuovo modello di conversione entro il quale la distanza tra cultura del tutto differenti era colmata da strategie più graduali e raffinate.

  1. Religione, cultura e controllo sociale Conquista missionaria e acculturazione delle masse Seconda metà 500 controllo ecclesiastico sul laicato prende forma di un vasto processo di acculturazione dei fedeli e in questo campo l’ordine dei gesuiti ebbe ruolo predominante. Anni 80 del 500 il disegno diplomati-religioso dei gesuiti fingeva fino all’estremo oriente: nei confronti dei semplici che popolavano il mondo rurale delle cosiddette “Indie di quaggiù”, il compito dei gesuiti si presentò