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ESERCIZIO - 1° Test semiotica e linguaggi, Esercizi di Semiotica

Semiotica e Linguaggi - Atti Comunicativi

Tipologia: Esercizi

2012/2013

Caricato il 07/06/2013

maxbruno71
maxbruno71 🇮🇹

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ESERCIZIO: 1° Test semiotica e linguaggi
Domanda unica: Secondo De Mauro, Benedetto Croce e Ferdinand de Saussure ogni atto comunicativo è per sua
natura unico e irripetibile. Quindi ogni volta che sentiamo qualcuno dire una frase, una parola, o vediamo un gesto o
un cartello, ci troviamo di fronte ad una cosa nuova. Perché consideriamo quegli atti comunicativi unici come qualcosa
di familiare a cui sappiamo dare un valore comunicativo?
Il parlare, la scrittura, la gestualità, un segnale stradale ed addirittura la comunicazione digitale all’interno di
un PC, qualsiasi atto comunicativo, è intrinsecamente irripetibile: anche la riproduzione controllata in
laboratorio risulterebbe un’impresa ardua a causa del disturbo / rumore introdotto sia dall’ambiente, anche il
più asettico possibile, che dagli strumenti di misurazione. La stessa comunicazione digitale, che essendo
regolata da macchine potrebbe, a torto, ritenersi ripetibile, utilizza per la trasmissione delle informazioni il
codice binario, sia per le caratteristiche di semplicità di essere un “codice a numero finito di segni”,
addirittura soltanto due, ma soprattutto per massimizzare la differenziazione tra i due significanti, per evitare
che la cifra “0” possa essere confusa con la sua controparte “1”. Trattandosi infatti di segnali elettrici i due
segni “0” e “1” sono realizzati come assenza di tensione elettrica (o comunqe molto bassa) e tensione
elettrica alta: minore è la differenza di tensione elettrica per la realizzazione dei segni “0” e “1”, maggiore è
l’efficacia, in termini di velocità di elaborazione, della comunicazione digitale. Il problema è che diminuendo
questa differenza aumenta la complessità di progettazione e realizzazione dei sistemi di elaborazione e di
conseguenza aumenta la possibilità di errore nella comprensione del significato del segnale.
Del tutto simile è la situazione nel caso di interazioni comunicative di uso più comune.
Quando si parla, la stessa parola pronunciata da persone diverse ha “realizzazioni” diverse, in quanto ognuno
di noi ha un timbro vocale proprio, dovuto alla confermazione dell’apparato fonatorio diverso da persona a
persona, ma anche dai condizionamenti culturali e dall’ambiente sociale in cui si vive (per esempio le
inflessioni dialettali per la lingue storico naturali influenzano il modo di pronunciare certe vocali, consonanti
o qualsiasi altro fonema). Anche se pronunciata dalla stessa persona la stessa parola non ha mai la stessa
realizzazione, sia per motivazioni volontarie (possiamo noi scegliere se sussurrare o urlare per esempio) che
non dipendenti dalla nostra volontà, come il nostro umore, le condizioni del nostro apparato fonatorio (se
siamo raffreddati il nostro modo di parlare ne risentirà inevitabilmente), lo stesso ambiente in cui ci
troviamo, in quanto le parole si muovono su un canale che è l’aria che facciamo vibrare con la nostra voce
(per esempio diversa sarà il suono di una parla pronunciata all’aperto, al chiuso in un appartamento o
all’interno di un teatro) e comunque anche se cercassimo di controllare tutte questi ed altri elementi che
influenzano la realizzazione di una certa parola, utilizzando uno strumento di misurazione appropriato, come
un analizzatore di spettro, ci accorgeremmo che è impossibile riuscire a replicare esattamente il suono che
abbiamo già prodotto.
Se facciamo riferimento ad altri sistemi di comunicazione la situazione è del tutto analoga: la scrittura può
essere in corsivo, in stampatello, in grassetto, possiamo scrivere su dei fogli con una penna o su uno
schermo, ma saremo sempre in grado di riconoscere una certa parola; un segnale stradale, per esempio il
“dare precedenza” non è sempre lo stesso, perché varia a causa dei procedimenti industriali che sono stati
utilizzati per realizzarlo e a causa dell’azione degli agenti atmosferici o del tempo. Gli esempi che potremmo
continuare a fare sono innumerevoli ma potremmo tutti ricondurli alla filosofia di Cratilo che ci riportano sia
il suo discepolo Platone (nel dialogo omonimo) che Aristotele nella sua Metafisica. Già nel V secolo A.C.
Cratilo estremizza il concetto del suo maestro Eraclito del “panta rei” nella frase che “ non solo non ci si può
immergere due volte nello stesso fiume, ma neanche una singola volta poiché l'acqua che bagna la punta del
piede non sarà quella che bagna il tallone”. Questo continuo fluire delle cose vale per il fiume così come per
ogni atto comunicativo, il che renderebbe impossibile che una frase, una parola, un gesto o un qualsiasi altro
segnale possano essere ripetuti sempre nello stesso modo. Il condizionale è d’obbligo, perché se ciò è vero
per la realizzazione fisica del segnale, come avevano già intuito Aristotele e Platone, non lo è per ciò che
avviene nella nostra mente. Il motivo del perché riusciamo a comprendere un atto comunicativo nonostante
la sua intrinseca irripetibilità si spiega quindi con la capacità di astrazione della nostra mente che è in grado
di ricondurre segnali che trasportano lo stesso contenuto/messaggio, ma che hanno realizzazioni fisiche
diverse allo stesso Oggetto, nel senso che Peirce alla parola Oggetto. Utilizzando la terminologia di
Peirce, il segno, anche con realizzazioni fisiche diverse, genera nella nostra mente un’idea, che Peirce
denomina interpretante e che si riconduce ad un Oggetto al quale siamo in grado di dare un determinato
valore.
Per meglio comprendere questo concetto dobbiamo rifarci ad un altro padre della semiotica, Ferdinand De
Saussure, e momentaneamente limitarci a considerare uno specifico tipo di atto comunicativo, la
assimo Bruno – matricola: 1720HHHCLCOMMP email: [email protected]
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ESERCIZIO: 1° Test semiotica e linguaggi

Domanda unica : Secondo De Mauro, Benedetto Croce e Ferdinand de Saussure ogni atto comunicativo è per sua natura unico e irripetibile. Quindi ogni volta che sentiamo qualcuno dire una frase, una parola, o vediamo un gesto o un cartello, ci troviamo di fronte ad una cosa nuova. Perché consideriamo quegli atti comunicativi unici come qualcosa di familiare a cui sappiamo dare un valore comunicativo?

Il parlare, la scrittura, la gestualità, un segnale stradale ed addirittura la comunicazione digitale all’interno di un PC, qualsiasi atto comunicativo, è intrinsecamente irripetibile: anche la riproduzione controllata in laboratorio risulterebbe un’impresa ardua a causa del disturbo / rumore introdotto sia dall’ambiente, anche il più asettico possibile, che dagli strumenti di misurazione. La stessa comunicazione digitale, che essendo regolata da macchine potrebbe, a torto, ritenersi ripetibile, utilizza per la trasmissione delle informazioni il codice binario, sia per le caratteristiche di semplicità di essere un “codice a numero finito di segni”, addirittura soltanto due, ma soprattutto per massimizzare la differenziazione tra i due significanti, per evitare che la cifra “0” possa essere confusa con la sua controparte “1”. Trattandosi infatti di segnali elettrici i due segni “0” e “1” sono realizzati come assenza di tensione elettrica (o comunqe molto bassa) e tensione elettrica alta: minore è la differenza di tensione elettrica per la realizzazione dei segni “0” e “1”, maggiore è l’efficacia, in termini di velocità di elaborazione, della comunicazione digitale. Il problema è che diminuendo questa differenza aumenta la complessità di progettazione e realizzazione dei sistemi di elaborazione e di conseguenza aumenta la possibilità di errore nella comprensione del significato del segnale.

Del tutto simile è la situazione nel caso di interazioni comunicative di uso più comune.

Quando si parla, la stessa parola pronunciata da persone diverse ha “realizzazioni” diverse, in quanto ognuno di noi ha un timbro vocale proprio, dovuto alla confermazione dell’apparato fonatorio diverso da persona a persona, ma anche dai condizionamenti culturali e dall’ambiente sociale in cui si vive (per esempio le inflessioni dialettali per la lingue storico naturali influenzano il modo di pronunciare certe vocali, consonanti o qualsiasi altro fonema). Anche se pronunciata dalla stessa persona la stessa parola non ha mai la stessa realizzazione, sia per motivazioni volontarie (possiamo noi scegliere se sussurrare o urlare per esempio) che non dipendenti dalla nostra volontà, come il nostro umore, le condizioni del nostro apparato fonatorio (se siamo raffreddati il nostro modo di parlare ne risentirà inevitabilmente), lo stesso ambiente in cui ci troviamo, in quanto le parole si muovono su un canale che è l’aria che facciamo vibrare con la nostra voce (per esempio diversa sarà il suono di una parla pronunciata all’aperto, al chiuso in un appartamento o all’interno di un teatro) e comunque anche se cercassimo di controllare tutte questi ed altri elementi che influenzano la realizzazione di una certa parola, utilizzando uno strumento di misurazione appropriato, come un analizzatore di spettro, ci accorgeremmo che è impossibile riuscire a replicare esattamente il suono che abbiamo già prodotto.

Se facciamo riferimento ad altri sistemi di comunicazione la situazione è del tutto analoga: la scrittura può essere in corsivo, in stampatello, in grassetto, possiamo scrivere su dei fogli con una penna o su uno schermo, ma saremo sempre in grado di riconoscere una certa parola; un segnale stradale, per esempio il “dare precedenza” non è sempre lo stesso, perché varia a causa dei procedimenti industriali che sono stati utilizzati per realizzarlo e a causa dell’azione degli agenti atmosferici o del tempo. Gli esempi che potremmo continuare a fare sono innumerevoli ma potremmo tutti ricondurli alla filosofia di Cratilo che ci riportano sia il suo discepolo Platone (nel dialogo omonimo) che Aristotele nella sua Metafisica. Già nel V secolo A.C. Cratilo estremizza il concetto del suo maestro Eraclito del “panta rei” nella frase che “ non solo non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, ma neanche una singola volta poiché l'acqua che bagna la punta del piede non sarà quella che bagna il tallone ”. Questo continuo fluire delle cose vale per il fiume così come per ogni atto comunicativo, il che renderebbe impossibile che una frase, una parola, un gesto o un qualsiasi altro segnale possano essere ripetuti sempre nello stesso modo. Il condizionale è d’obbligo, perché se ciò è vero per la realizzazione fisica del segnale, come avevano già intuito Aristotele e Platone, non lo è per ciò che avviene nella nostra mente. Il motivo del perché riusciamo a comprendere un atto comunicativo nonostante la sua intrinseca irripetibilità si spiega quindi con la capacità di astrazione della nostra mente che è in grado di ricondurre segnali che trasportano lo stesso contenuto/messaggio, ma che hanno realizzazioni fisiche diverse allo stesso Oggetto, nel senso che Peirce dà alla parola Oggetto. Utilizzando la terminologia di Peirce, il segno, anche con realizzazioni fisiche diverse, genera nella nostra mente un’idea, che Peirce denomina interpretante e che si riconduce ad un Oggetto al quale siamo in grado di dare un determinato valore.

Per meglio comprendere questo concetto dobbiamo rifarci ad un altro padre della semiotica, Ferdinand De Saussure, e momentaneamente limitarci a considerare uno specifico tipo di atto comunicativo, la

comunicazione verbale, che come tutti gli atti comunicativi rappresenta una particolare forma di interazione e specificatamente una forma di interazione sociale e simbolica (o segnica).

Nel suo corso di Lingustica Generale all’Università di Ginevra, De Saussure inizia le sue lezioni indicando con uno schema molto semplice il meccanismo con cui avviene la comunicazione verbale: il circuito della “Parole”, dove “Parole” indica la realizzazione concreta dell’atto di esprimersi. Questo schema mette in evidenza la presenza di una fonte della trasmissione, come la chiameranno Shannon e Weaver nel loro modello matematico della comunicazione, che altro non è che la nostra mente, una trasmittente, la bocca, un ricevente (l’orecchio) e la destinazione dell’informazione, che è ancora una volta la mente, questa volta del soggetto a cui è destinato il messaggio. Shannon e Weaver inframmezzano tra bocca ed orecchio il “canale”, che insieme a trasmittente e ricevente sono la fonte di quel “rumore” che rendono unica ed irripetibile la realizzazione fisica del messaggio. L’atto di Parole è in effetti nella sua concretezza unico ed irripetibile. Partendo dal circuito della Parole De Saussure introduce un altro schema che possiamo definire dal concreto all’astratto, che collega agli atti concreti e materiali della fonazione e dell’audizione, che hanno a che fare strettamente con il suono prodotto dalla bocca e udito dall’orecchio, le associazioni astratte di “concetto” ed “immagine acustica” che si formano nella nostra mente. Il particolare concreto della voce che è prodotta dal nostro apparato fonatorio e che viene percepita dal nostro udito è generato in base a forme astratte, concetti presenti nella nostra mente, e compreso riconducendolo sempre a forme astratte, l’immagine acustica anch’essa già presente nella nostra mente. Concetti ed immagini acustiche rappresentano realizzazioni di classi astratte già presenti nella nostra mente, dove per classe si intende un raggruppamento di entità con una qualche caratteristiche in comune. E’ chiaro che per individuare una classe occorre determinare dei criteri di rilevanza che ci consentano di stabilire che un certo Oggetto appartiene ad una classe piuttosto che ad un’altra, criteri di rilevanza che definiamo tratti di pertinenza e che consentono di suddividere il mondo in classi di significanti e significati. Da questa considerazione deriva che la lingua, che noi utilizziamo per attuare una comunicazione verbale, è l’insieme delle classi astratte che permettono di riconoscere e produrre le parole che diciamo e capiamo in quello che Saussure definisce l’atto di “parole”.

A questo punto è possibile generalizzare quanto sopra descritto per la comunicazione verbale a qualsiasi atto comunicativo: ritenendo infatti i termini “concetti” e “immagine acustica” troppo attinenti all’atto concreto a cui si riferiscono, De Saussure introduce i termini di “Significante”, “Significato” e “Segno”. Il Significante rappresenta l’immagine acustica nel caso della comunicazione verbale, ma generalizzando è la classe di suoni o grafie o di qualsiasi altra realizzazione nell’esprimersi concreto di un segno. Il Significato rappresenta i concetti che associamo mentalmente ad un dato suono nella comunicazione verbale, ma generalizzando è la classe dei sensi che nell’esprimersi concreto sono espressi dalla realizzazione di un segno. Il Segno è l’unione di un significato ed un significante.

Accanto al suo significato generale il segno avrà poi un “Senso”, che è ciò che da un valore unico e irripetibile al segno. Il senso dipende dal contesto, dall’esperienza di chi partecipa all’atto comunicativo, dall’umore: per esempio il senso di un semaforo rosso è alterato rispetto al suo significato generale se vado di fretta o la frase “Bravo!” può essere detta per elogiare una persona o in senso ironico per darle un senso esattamente contrario a quello del suo significato generale. Possiamo definire quindi “segno” ciò che in un determinato momento viene indicato con un segnale da uno specifico utente.

Per dare un valore comunicativo ad un’interazione dobbiamo però considerare almeno due caratteristiche dei segni:

  • (^) Un segno coesiste sempre almeno con un altro segno: Il segno secondo Saussure è l’unione di significante e significato, quindi l’unione di due classi e pertanto esso stesso una classe ed in particolare una classe di segnali di stesso significato, pertanto per la teoria delle classi, qualsiasi classe presuppone l’esistenza almeno di un’altra classe (la sua classe complemento). Riprendendo il modello matematico della comunicazione di Shannon e Weaver, tra un emittente ed un ricevente attraverso un canale, perché la trasmissione del messaggio sia comprensibile è necessario condividere un codice. Per esempio se sono un relatore in un convegno che si svolge all’estero avrò concordato precedentemente di parlare in inglese e tutti gli uditori si aspettano che io parli quella lingua, altrimenti diventerebbe difficile riuscire a capirci. Un codice è un insieme di segni coesistenti, che media il rapporto di questi stessi segni con l’atto comunicativo ed il suo contenuto, tra significante e significato.
  • Il segno è una classe generale astratta che ha diverse funzioni che si possono collocare su più dimensioni: le sue realizzazioni, gli utenti che li realizzano, l’insieme di sensi legati al segno e i sensi degli altri segni che sono in relazione con esso.