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Riassunto del libro "Estetica del vuoto" di Giangiorgio Pasqualotto. Interessante per scoprire il mondo della filosofia orientale. Utile per chi deve sostenere l'esame in breve tempo e per chi è interessato al concetto filosofico e artistico del vuoto.
Tipologia: Sintesi del corso
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Nucleo centrale del buddhismo chan e zen è dato dall’esperienza del vuoto, ottenibile solo mediante pratica di un particolare tipo di meditazione. Vuoto =/= Nulla. Il vuoto è un termine dialettico, impensabile senza il riferimento al suo opposto complementare. Molteplicità è condizione di esistenza, pensabilità e rappresentabilità del vuoto. Estetica del vuoto = non teoria estetica che ponga il vuoto come principio di analisi, ma attenzione a una serie di esperienze del vuoto.
I. Le fonti del vuoto
Cap. XI Daodejing: wu non come assenza indeterminata, ma come assenza determinata (ciò che in qualcosa non c’è). Vuoto appare nel Daodejing anche come qualcosa di assimilabile a una sostanza. Il vuoto, nei testi taoisti classici, si presenta con connotazione insieme dialettica e trascendentale. Zhuangzi presenta posizione agnostica riguardo all’origine del mondo (se dal nulla o dall’essere): ciò che si può conoscere è il non essere di qualcosa. Necessità del vuoto per la costituzione di ogni cosa è la conoscenza suprema. Non essere non è parte dell’essere, né qualcosa di separato dall’essere, ma sua funzione costitutiva. Vuoto come campo dei fenomeni. Problema del vuoto affrontato anche in termini di tempo: vuoto temporale non è assenza di tempo né temporalità assoluta, ma ha funzione dialettica: tempo assente si dà solo in rapporto al tempo presente, e viceversa. Il tempo dell’assenza è trascendentale, appartiene a ciascuna cosa particolare e anche è condizione di possibilità per la durata di ogni cosa particolare. Dimensione temporale rende lo spazio vuoto p. es. di un vaso risultato di uno svuotamento avvenuto o premessa di un riempimento a venire. Il tempo è ciò che rende provvisorio il vuoto e il pieno dello spazio; ma questo tempo non è il tempo in sé: è tempo vuoto, tempo assente (passato o futuro).
Connessione funzionale tra tempo e spazio: due modi di funzione dialettica: complementarietà e alternanza (-> taiji tu). Valore gnoseologico del vuoto: conoscenza umana procede solo grazie a ciò che è ancora da conoscere: vuoto è limite interno di ogni conoscenza particolare, ma anche come limite della conoscenza in generale.
II. (^) Esperienze del vuoto
Non solo analisi fisiche, logiche o gnoseologiche dell’esperienza: anche analisi etica, politica. Non azione: Dao è la spontaneità, wu wei è identificazione dell’azione con la spontaneità. Non agire del Dao esprime la propria virtù in termini di efficacia: manifestazione di qualità e capacità naturali, come estrinsecazione di ciò che un essere o una cosa può. Non agire del saggio ha conseguenza che ogni agire spontaneamente si compia. Condizione necessaria della qualità morale dell’azione è l’assenza di intenzionalità morale e dell’idea generale di bontà. Viene negata l’eccellenza dell’azione che voglia ispirarsi a una norma di eccellenza. Eccellere in una tecnica dipende dall’esercizio, ma l’esercizio non è ripetizione di gesti finalizzata al dominio della cosa; esercizio implica incremento della virtù di cogliere e assecondare il dao. Si ottiene qualcosa quando l’idea di ottenere svanisce.
III. Pratiche del vuoto
Discipline psicofisiche permettono di cogliere il vuoto delle cose e fare il vuoto dentro di sé – non operazione meramente intellettuale. Il corpo taoista non è un semplice oggetto di indagine anatomica, né involucro di qualche essenza spirituale, ma è corpo di trasformazione, luogo di processi da tenere in equilibrio. Corpo umano è elemento di un corpo più vasto, sociale e astrale. E’ funzione del corpo sociale e del corpo cosmico. Condizioni fisiche del corpo hanno rapporti con ciò che non è immediatamente riconducibile ad anatomia e fisiologia. Necessaria assenza di finalità per produrre un nesso immediato tra benessere personale e
benessere generale. Ciò permette un’azione che possa fungere da modello dell’equilibrio generale, esempio per il benessere sociale. Luogo fondamentale in cui imparare l’uso del vuoto è il corpo. Fondamentale è la respirazione: è essa a rendere il corpo un organismo di trasformazioni. Inoltre, la respirazione è l’attività che mette in contatto tra di loro i soffi interni e questi con i soffi esterni (nei qi, wai qi): produce osmosi tra il piccolo corpo di ogni essere e il grande corpo dell’universo. Salute vuol dire equilibrio tra la circolazione dei soffi interni tra loro e quella tra soffi interni ed esterni. E’ dinamica: è prodotta incessantemente da un processo di equilibri tra diversi soffi da un processo definito fusione unificante (hun he). Non discorso puramente biologico: per il taoismo, l’uomo è costituito da principio jing (umido, yin), formazione dei fluidi presenti nel corpo, e dal qi (soffio, yang), formazione egli elementi aerei interni al coro. Il loro rapporto dinamico interessa anche le relazioni tra elementi “spirituali”. Meditazione: cinese zuo wang, “stare seduti dimenticando”. Importanza di abbandonare ogni forma di sapere intellettualistico. Necessario mettere in sordina sia le sollecitazioni sensibili che quelle provenienti dall’attività mentale. Rimane fondamentale però la sola concentrazione sulla respirazione per ottenere il vuoto. Essa permette realizzazione della calma e capacità di adattamento. In questo vuoto ogni parola, fatto o pensiero non scompaiono, ma esaltano la loro presenza, si manifestano pienamente. Respirazione è, in scala ridotta, attività che si esplica in dimensioni cosmiche. Taoismo ha elaborato anche una forma di meditazione dinamica, taijiquan, che rende evidente la dialettica tra pieni e vuoto nel corpo come determinazione della dialettica in natura. Taijiquan non è esercizio solamente fisico, perché attività fisica presuppone concentrazione mentale; diversa qualità dell’azione.
I. Il vuoto nel Canone
Sutta Nipata 1119: stato di attenzione e di concentrazione produce meditazione che crea il vuoto: più importante della teoria. Cogliere il mondo come vacuità conduce al trionfo sulla morte: connotazione soteriologica più esplicita che nel taoismo.
Vacuità: ogni forma materiale, ogni sensazione, ogni percezione ecc. non ha natura propria. Nessun elemento (dhamma) sussiste in sé. Coproduzione condizionata (paticcasamuppada). Mondo come vacuità = mondo come strutturato da elementi interdipendenti. Anche accezione temporale indicata in anicca: costitutiva assenza di continuità delle realtà. Anatta e anicca caratterizzano la coscienza stessa che coglie ed esprime anicca e anatta. Vuoto della vacuità. Impossibilità di identificarsi in qualcosa è salutare, perché evita ogni forma di attaccamento -> connessione tra gnoseologia ed etica. Tanto più si conoscono anatta e anicca, tanto meno si soffre.
Conoscenza del vuoto non è affidata a intelletto, ma è denominazione del risultato di una pratica meditativa. Meditazione buddhista non è preghiera né supplica né invocazione: è lavoro di osservazione esteriore ed interiore il più possibile neutra e oggettiva, attenzione concentrata su ciò che accade nella mente, nel corpo e nel mondo. =/= pratiche di ascetismo. Conoscenza non si limita al theorein, ma implica anche un’esperienza corporea: attenzione alla respirazione, che diventa attenzione a ogni movimento. Ciò consente di diventare sempre presenti, costantemente attenti a tutto ciò che ci accade.
II. Il vuoto nella Prajnaparamita
Cinque aggregati: la loro essenza è ritenuta vuota. Nessun aggregato può porsi né sussistere se non in rapporto agli altri: ogni skandha è conosciuto per riferimento a ciò che non è. Ogni skandha ha un vuoto di essenza, in quanto è impossibile pensarlo come absolutus. Vacui sono anche tutti i dharma: dharma = insegnamento di un sapere sistematico, condotta secondo giustizia, condizione causale, fenomeno, realta ultima… Massima radicalizzazione: assenza di essenza propria = assenza di sé, non interpretabile soltanto come io soggettivo, ma come equivalente di ogni entità, fisica o psichica ecc. che sia.
attento senza tensioni (contrasti pieno-vuoto, chiaro-scuro). Perché questo accada, sukiya deve essere non una cosa da vedere, ma un modello da diventare: attenzione massima al gioco dei pieni e dei vuoti fa sì che la mente non percepisca quel gioco dialettico come qualcosa di esterno. Vuoto sonoro interrotto solamente dal rumore dell’acqua che bolle nel bricco: questo sfondo di silenzio permette che emergano le differenze tra i diversi tipi di suono prodotti dai diversi tipi di movimenti provocati dai pezzetti di metallo dentro il bollitore. Rapporto tra pieni e vuoti ordina anche la qualità dei gesti. Il maestro incorpora il gesto, è il gesto, che appare spontaneo e necessario come un evento naturale. Differenziazione radicale rispetto al gesto profano della quotidianità, perlopiù affrettato e approssimativo, alienato. Ogni gesto ora appare dotato di un proprio fine interno. Gesti perfetti perché il maestro dimentica ogni altro gesto pur essendo attento a ciascun gesto. Ciotola in cui si beve il tè è realizzato secondo tecnica raku (pezzi estratti dal forno quando sono ancora incandescenti): risultati della produzione mostrano i segni del vuoto. Superficie della ciotola è piena di irregolarità, fenditure, pori ecc.: metafora viva dell’esistenza, caratterizzata da elementi privi di natura autonoma e di permanenza. Esperienza della temporalità nel tokobashira: tronco che funge da colonna e da elemento di delimitazione tra l’area del sukiya e l’angolo del tokonoma (vano del sukiya che ospita il kakemono, rotolo con una calligrafia), nel quale i segni del tempo non vengono cancellati da levigature o verniciature. Aspetto del sabi: tranquillità, solitudine, rustica semplicità: condizione di cose e oggetti che presentano segni di una vita vissuta. Sabi spesso associato a wabi, piacere del sabi: chi entra in contatto con un oggetto sabi si sente wabi, fa proprio l’accumulo di tempi e vicende che rende sabi quell’oggetto.
II. (^) Il vuoto nel sumie
Sumie = tecnica per la calligrafia/pittura a inchiostro (connessione scrittura e pittura). Introduzione uso pennello II sec. a.C. rende identici non solo gli strumenti, ma anche lo spazio fisico e i movimenti compositivi. Tracciare segni richiede quattro virtù: precisione (dosare finezza o grossezza del tratto), regolarità dell’espansione delle setole, coerente rotondità per tracciare i tratti circolari senza sbavature, energica elasticità: questa è la virtù per eccellenza che consente di tracciare ogni tipo di tratto con un’energia che non tradisca alcuna forzatura. Ottenerla richiede un’intensa pratica meditativa per produrre il vuoto dentro sé. Esercizi specifici: rilassamento del corpo, presa del pennello in verticale, esecuzione di vari movimenti lungo immaginarie linee orizzontali, verticali, diagonali ecc., scioglimento dell’inchiostro con la mano sinistra (per non distogliere la destra dall’esercizio dell’elasticità), che si ottiene sfregandone un pezzo nel cavo bagnato d’acqua di una piccola pietra; si prova a tracciare una linea o a fare una macchia sul supporto per controllare la pressione del pennello e valutare il grado di assorbimento della carta e infine si tracciano gli otto tratti fondamentali. Quando l’askesis è perfettamente compiuta, i confini del soggetto-pittore non hanno più alcunché di solido da limitare, la pittura si compie spontaneamente. Analogie tra pittura e scrittura anche nella composizione dei caratteri: presenza del vuoto nell’equilibrare tra loro i singoli tratti in un insieme unitario, rappresentato da un quadrato immaginario. Ogni carattere ha un centro ideale verso cui convergono linee e punti; questo baricentro dà stabilità dinamica, perché i vuoti che circondano i singoli tratti producono concentrazioni, dissipazioni, simmetrie e asimmetrie. Vuoto si manifesta comunque al meglio nella pittura, dove appare anche nel singolo tratto stesso, per esempio con la tecnica del bianco volante (fei pai). Vuoto è prodotto anche dal rapporto tra diverse prospettive, spesso presenti contemporaneamente: shen yuan, dall’alto, kao yuan, in basso, ping yuan, al centro. Movimento viene prodotto dall’uso del vuoto anche mediante l’allusione (yin-xien, visibile- invisibile), es. tav. 3 spazio bianco circonda quasi completamente gli elementi disegnati, lasciando libertà di indovinare realtà diverse, tratti della vegetazione sono rapidi e accennati… Si allude all’incompiutezza reale della natura ritratta: significato ontologico. Vuoto nel sumie:
Che esprimono: a. (^) Struttura non sostanziale ma relazionale delle cose (anatta) b. Struttura temporale, impermanente di ogni realtà (anicca)
Lo stesso modo di fruire il dipinto, lo srotolamento, fa nascere il dipinto dal movimento, lo fa emergere dal fondo bianco del foglio. Utilizzo della temporalità nell’esperienza estetica, prossimità alla musica e al cinema.
III. Il vuoto nello haiku
Vuoto come assenza di soggetto. L’evento viene registrato come se la mente del poeta fosse uno specchio pulito. L’evento stesso non ha un soggetto unico. Poesia di Basho, tre eventi equivalenti e contemporanei: presenza stagno, tonfo rana, rumore acqua. Non c’è soggetto forte, nessuno ha senso senza l’altro. Fuga no makoto e zoka no makoto: genuinità del gusto e genuinità delle cose. Incontro di queste due genuinità, soggettiva e oggettiva: il poeta si rende equivalente all’evento, allora c’è un unico vuoto che si determina come poesia e come evento. I versi sono resi vuoti, diventano eventi naturali. Funzioni di shoryaku e yohaku nello haiku: il primo si riferisce a termini che indicano pause o sospensioni es. kana, kamo, ya). Pausa = vuoto non solo a livello metrico, sonoro, ma anche a livello di dinamica delle immagini. Compenetrazione degli elementi e anche apertura della struttura che li connette. Yohaku (dimensione vuota) è fenomeno prodotto dallo haiku nel suo insieme: ogni haiku risulta da un processo di concentrazione dell’attenzione su un evento e, nel contempo, di rarefazione degli eventi esclusi dalla concentrazione, cfr. funzione del vuoto nel sumie, dove l’efficacia dei singoli tratti risulta dallo spazio bianco che li circonda, ma nella poesia la comunicazione è più mediata, ottenuta con una pluralità di mezzi (shoryaku, riduzione al minimo della quantità di parole, impiego di una certa qualità di parole che suggerisce lo yohaku come sfondo alle figure che vi emergono).
IV. Il vuoto nell’ikebana
Nel tokonoma o appesa al tokobashira spesso sta una composizione vegetale. Arte che regola questa composizione è ikebana (forme antiche di ikebana = seika). Si compone secondo uno schema particolare, che ammette varianti per lunghezza, grossezza, numero e curvatura dei singoli rami.
Elementi realizzabili tutti solo mediante l’uso calibrato del vuoto. Schema triadico caricato di significati simbolici: ramo verticale per il cielo, mediano per l’uomo e orizzontale per la terra: il vuoto rende possibile l’armonia del mondo. Schema serve solamente a creare condizioni formali ottimali perché emerga la natura dei fiori: la regola va quindi in un primo momento applicata con intensità, ma in seguito va assimilata fin quando non la si avverta più come un vincolo condizionante. Fenomeno, presente soprattutto nello stile chabana/nageire (fiori da tè/ stile informale, lett. gettare dentro a caso), della “regola senza regole”. Vuoto di regola che sospende l’esteriorità dello schema, consentendo il dispiegarsi della libertà che è condizione della creazione. Presenza di un altro vuoto, più evidente: nelle composizioni si manifestano muga e mujo (anatta, anicca): ogni elemento della composizione non possiede consistenza e significati propri, ma solo in relazione agli altri. Materiale dell’ikebana (fiori e rami) mostra poi carattere di transitorietà. Vs. caducità occidentale (spesso legata a malinconia), si apprezzano i fiori per la bellezza della loro impermanenza. Condizione fisica che rende possibile l’ikebana è il vuoto del vaso, inteso come vuoto pieno di possibilità di differenziazione. Vuoto dialettico del vaso è reso operante dal kubari, sostegno a forma di forcella che tripartisce lo spazio vuoto della bocca del vaso e dal tomegi, che compatta i rami.
contenuto nelle parole dello shite, continuazione dell’umore, ma anche invocazione a spezzare i legami con il particolare umore contenuto nelle parole dello shite, come annuncio di una possibile catarsi. Scritti di Zeami rendono evidente convergenza tra no e zen. Il “fiore”, il culmine dell’arte è il saper produrre l’insolito, l’effetto di originalità rispetto alle aspettative degli spettatori. Allontanamento da parte dell’attore dai codici scenici consueti: capacità di produrre l’insolito comporta la capacità dell’attore di fare il vuoto dentro di sé, in modo che l’invenzione si produca per sottrazione di ciò che egli già sa. “Il fiore non ha esistenza propria”: cogliere il fiore, quindi, è saper interpretare la Stimmung del tempo, del luogo e degli spettatori. Disposizione mentale richiesta per questo è la non-mente (mushin). La tecnica è posseduta in modo tale che è del tutto assimilata e incorporata, fino a essere dimenticata. L’attore raggiunge scioltezza, disinvoltura nel passaggio da una tecnica a un’altra. Ribadendo il carattere etico del valore estetico di queste arti: non solo capire che anatta e anicca sono qualità universali, ma diventare anatta e anicca.