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Il Gioco nella Cultura: Un'Analisi di Huizinga e Caillois, Schemi e mappe concettuali di Antropologia Culturale

È sufficiente per passare l’esame

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 23/07/2023

olivitoaurora97
olivitoaurora97 🇮🇹

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ETICA E ANTROPOLOGIA DELLE RELAZIONI
Prima lezione 7.03.2022
Introduzione
Partiamo con delle domande principali
Quali tradizioni, riflessioni filosofiche, etiche e antropologiche hanno avuto un ruolo dominante
nella storia dell’idea di gioco?
In che modo riattiviamo dei processi nella nostra vita che sono stati tipici di altre culture?
Che cos’è il gioco?
Perché l’uomo gioca ad ogni età?
Cosa accede nei bambini e negli adulti quando giocano?
Quando cerchiamo di capire che cos’è il “Gioco” parliamo non solo del modo in cui l’uomo gioca ma anche
del modo in cui educhiamo al gioco e attraverso esso.
Il nostro rapporto con il medesimo viene influenzato in modo profondo dalla nostra cultura di
appartenenza, in quanto, non si gioca nello stesso modo in tutte le epoche e in tutti i contesti.
Con il termine cultura intendiamo il risultato, l’esito e l’evoluzione di altre epoche, civiltà e culture.
Il gioco viene visto come un potente strumento di trasformazione, crescita e formazione.
Si parla di Trasformazione in quanto la personalità di chi gioca si sospende alla vita ordinaria e sospende i
rapporti con l’altro introducendosi in un’altra sfera che ci fa provare altre vite, così facendo, ci forma.
La filosofia per rispondere alle sue domande, per comprendere i diversi modi in cui l’uomo ha giocato e per
indagare le ragioni che spiegano il perché l’essere umano ha sempre giocato, ha dovuto fare riferimento a
dei testi antropologici i quali spiegano che cos’è e come si è creato il gioco nelle diverse culture.
Ovviamente per affrontare tale procedimento, sia l’etica che l’antropologia, non si sono rivolte solo al
mondo dell’infanzia ma hanno dilatato lo sguardo anche nel contesto adulto.
PRIMO CAPITOLO “NATURA E SIGNIFICATO DEL GIOCO COME FENOMENO CULTURALE” di HUIZINGA
Huizinga ritiene che l’uomo non sia soltanto sapiens, non è soltanto l’essere in grado di costruire e fare ma
è anche Ludens, cioè, l’uomo si caratterizza anche la per sua capacità di giocare.
Il gioco viene visto e trattato come un FENOMENO CULTURALE e l’autore prende come riferimento i giochi
di carattere sociale perché vengono visti come delle forme più evolute di gioco in quanto hanno come
caratteristiche principale un’istituzione sociale.
Per comprende a fondo che cos’è il gioco non bisogna analizzare solamente gli aspetti fisici, biologici e
psicologici ma bisogna comprendere come viene inteso il gioco da chi sta giocando.
Chi gioca crea un altro mondo, un altro ambiente e per il soggetto tale mondo possiede un valore e un
significato.
Nel momento in cui si inizia a comprendere che cosa pensa colui che gioca, in quel momento, ci avviciniamo
a comprendere l’essenza del gioco.
Tale capitolo si apre con una critica che viene fatta alle scienze quantitative, quindi alla
-Psicologia
-Biologia
-Fisiologia
poiché vengono viste come delle scienze limitate in quanto concentrano la loro attenzione sul “Fine” che
solitamente è quello dello sviluppo ma nessuna teoria psicologica, biologica o fisiologica è in grado di
spiegare che cos’è il gioco in sé e che cos’è il gusto del gioco.
Tale critica viene rivolta poiché secondo Huizinga bisogna studiare il gioco sui suoi aspetti qualitativi non
quantitativi perché il gioco non è qualcosa di materiale ma si attribuisce al medesimo un valore spirituale.
Questo pensiero dimostra che l’uomo è qualcosa di più di un semplice essere razionale poiché il gioco è
irrazionale.
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ETICA E ANTROPOLOGIA DELLE RELAZIONI

Prima lezione 7.03. Introduzione Partiamo con delle domande principali

  • Quali tradizioni, riflessioni filosofiche, etiche e antropologiche hanno avuto un ruolo dominante nella storia dell’idea di gioco?
  • In che modo riattiviamo dei processi nella nostra vita che sono stati tipici di altre culture?
  • Che cos’è il gioco?
  • Perché l’uomo gioca ad ogni età?
  • Cosa accede nei bambini e negli adulti quando giocano? Quando cerchiamo di capire che cos’è il “Gioco” parliamo non solo del modo in cui l’uomo gioca ma anche del modo in cui educhiamo al gioco e attraverso esso. Il nostro rapporto con il medesimo viene influenzato in modo profondo dalla nostra cultura di appartenenza, in quanto, non si gioca nello stesso modo in tutte le epoche e in tutti i contesti. Con il termine cultura intendiamo il risultato, l’esito e l’evoluzione di altre epoche, civiltà e culture. Il gioco viene visto come un potente strumento di trasformazione , crescita e formazione. Si parla di Trasformazione in quanto la personalità di chi gioca si sospende alla vita ordinaria e sospende i rapporti con l’altro introducendosi in un’altra sfera che ci fa provare altre vite, così facendo, ci forma. La filosofia per rispondere alle sue domande, per comprendere i diversi modi in cui l’uomo ha giocato e per indagare le ragioni che spiegano il perché l’essere umano ha sempre giocato, ha dovuto fare riferimento a dei testi antropologici i quali spiegano che cos’è e come si è creato il gioco nelle diverse culture. Ovviamente per affrontare tale procedimento, sia l’etica che l’antropologia, non si sono rivolte solo al mondo dell’infanzia ma hanno dilatato lo sguardo anche nel contesto adulto. PRIMO CAPITOLO “NATURA E SIGNIFICATO DEL GIOCO COME FENOMENO CULTURALE” di HUIZINGA Huizinga ritiene che l’uomo non sia soltanto sapiens , non è soltanto l’essere in grado di costruire e fare ma è anche Ludens , cioè, l’uomo si caratterizza anche la per sua capacità di giocare. Il gioco viene visto e trattato come un FENOMENO CULTURALE e l’autore prende come riferimento i giochi di carattere sociale perché vengono visti come delle forme più evolute di gioco in quanto hanno come caratteristiche principale un’istituzione sociale. Per comprende a fondo che cos’è il gioco non bisogna analizzare solamente gli aspetti fisici, biologici e psicologici ma bisogna comprendere come viene inteso il gioco da chi sta giocando. Chi gioca crea un altro mondo, un altro ambiente e per il soggetto tale mondo possiede un valore e un significato. Nel momento in cui si inizia a comprendere che cosa pensa colui che gioca, in quel momento, ci avviciniamo a comprendere l’essenza del gioco. Tale capitolo si apre con una critica che viene fatta alle scienze quantitative, quindi alla
  • Psicologia
  • Biologia
  • Fisiologia poiché vengono viste come delle scienze limitate in quanto concentrano la loro attenzione sul “Fine” che solitamente è quello dello sviluppo ma nessuna teoria psicologica, biologica o fisiologica è in grado di spiegare che cos’è il gioco in sé e che cos’è il gusto del gioco. Tale critica viene rivolta poiché secondo Huizinga bisogna studiare il gioco sui suoi aspetti qualitativi non quantitativi perché il gioco non è qualcosa di materiale ma si attribuisce al medesimo un valore spirituale. Questo pensiero dimostra che l’uomo è qualcosa di più di un semplice essere razionale poiché il gioco è irrazionale.

Noi giochiamo perché ci piace, il gioco nel bambino e nell’animale è certamente qualcosa d’istintivo ma l’attività ludica viene guidata da un’attenzione particolare che è caratterizzata dalla gioia e dal piacere che superano l’istinto. Il gusto del giocare ha una speciale intensità che nessuna teoria è in grado di spiegare. Es. il giocatore non riesce a smettere di giocare. Quell’intensità è secondo l’autore la QUALITA’ e L’ESSENZA del gioco. Secondo tale autore il gioco è più antico della cultura perché il concetto di cultura presuppone in ogni modo la convivenza umana ma gli animali non hanno aspettati che gli uomini insegnassero loro a giocare. Se il gioco è un qualcosa che precede la cultura come fa ad essere anche un fenomeno culturale? Il gioco precede la cultura e la cultura è tale perché si innesta sul gioco, l’uomo gioca e poi costruisce sul gioco la proprio cultura. Prima l’uomo gioca e poi gli attribuisce un valore culturale. Le grandi attività della cultura umana sono tutte intessute dal gioco.. come la poesia, la filosofia, i miti, i riti, le industrie e il linguaggio. Nella nostra coscienza il gioco SI OPPONE alla serietà, ma questo giudizio è estremamente precario perché il gioco può essere benissimo serio. Possiamo incontrare parecchie categorie fondamentali nella vita classificabili nella non serietà e che non corrispondono al gioco. Il riso si oppone senz’altro alla serietà, eppure, non si unisce affatto direttamente al gioco. Ciò che vale per il riso vale anche per il comico, anch’esso fa parte della categoria della non serietà, ha un certo rapporto col riso, ma il suo rapporto col gioco è di natura secondaria. Il comico è strettamente collegato alla follia, ma il gioco non è folle. - Il gioco viene visto come qualcosa di innegabile, si possono negare tutte le astrazioni come la

  • Bellezza, la Giustizia, la Verità, la Bontà e la Serietà ma NON il gioco LE CARATTERISTICHE PRINCIPALI DEL GIOCO SONO QUATTRO
    1. ATTO LIBERO: Il gioco è soprattutto un atto libero poiché il gioco comandato non è più un gioco. Per l’uomo adulto il gioco può essere visto anche come un qualcosa di superfluo ma il bisogno del medesimo è urgente in quanto il desiderio lo rende tale. Non si può obbligare qualcuno a giocare poiché nel momento in cui si costringe un soggetto a giocare mancherà la caratteristica principale del medesimo, il piacere. La psicologia sostiene che il gioco serve allo sviluppo ma per Huizinga tale affermazione non significa che il gioco non sia libero perché il soggetto, il bambino e il cucciolo di animale gioca in quanto prova piacere, quindi, tanto per il bambino quanto per l’adulto il gioco è un atto libero e non ha un fine preciso. Il gioco in sé è originariamente libertà.
    2. SFERA TEMPORANEA PROPRIA: Il gioco non è la vita ordinaria, non è la vita vera. Giocando ti allontani dalla realtà per entrare in una sfera temporanea con delle finalità proprie. Huizinga introduce un elemento essenziale, cioè la serietà. Ogni gioco, per quanto si svolga in una dimensione diversa dalla vita ordinaria, è comunque un qualcosa che si svolge con serietà, anche se il bambino è consapevole che sta fingendo, nel suo gioco è estremamente serio. In questa vita “Altra”, vi sono inoltre, delle finalità diverse rispetto a quelle della vita quotidiana, cioè, il fine del gioco è il piacere. es: il bambino gioca al treno lo fa non per spostarsi da Modena a Bologna effettivamente ma solo perché gli provoca piacere

Huizinga fa riferimento anche ad alcuni etnologici, quali? 1)Leo Frobenius → 1873 - 1938, è un grande etnologico tedesco, studioso soprattutto dell’Africa. Secondo Huizinga il medesimo etnologico ha un ruolo fondamentale poiché sostiene che i miti africani sono dei giochi. In un’opera del 1933 intitolata “Storia della civiltà Africana”, sostiene che l’umanità gioca l’ordine della natura, cioè, nella vita degli uomini primitivi vi sono stati due fasi nella vita cultuale e culturale:

  • Una fase primitiva nella quale si concentra sullo spettacolo della natura che non sa spiegare e neanche interpretare e reagisce con il sentimento della commozione. L’umanità viene turbata dalla potenza della natura e questa commozione accomuna i popoli arcaici, i bambini e gli artisti. Perché artisti? Poiché sono colore che di fronte alla vita provano un’emozione e una commozione particolarmente forte e creano delle opere dando un ordine a quello che sentono, a quell’emozione. A questa prima fase di commozione segue una seconda fase, la cosiddetta fase creativa.
  • Fase creativa , quello che cerca di fare l’uomo di fronte ad un fenomeno è di razionalizzare, comprendere e spiegare, facendo ciò l’uomo ha meno paura, e cerca di prendere le redine della situazione attraverso dei gesti e dei riti che vengono ripetuti e che sono caratterizzate da delle regole precise. Successivamente inizia ad avere acquisito senso del tempo e dello spazio, dei mesi e delle stagioni, del corso solare e ora gioca con l’ordine dell’universo in un gioco sacro, in tale modo, la natura smette di essere qualcosa che spaventa ma diventa oggetti di controllo rituale. Il soggetto che riuscirà, per esempio, a fare cessare le piogge con i vari rituali, diventerà lo sciamano e da un ordine rituale religioso si costruisce anche un ordine sociale e si creano le società così come le conosciamo. La critica che viene fatta da Huizinga nei confronti di Frobenius è che utilizza la parola gioco ma non la spiega. La definizione più importante che da Frobenius è che “il gioco serve a rappresentare nel culto gli avvenimento cosmici che spaventano” e rappresentandoli, l’uomo, cessa di avere paura. Il problema principale è che il gioco, in tale definizione, ha un ruolo secondario poiché viene visto come un mezzo che serve all’uomo per esprimere la sua commozione, ma potrebbe farlo anche in un altro modo, quindi, il fatto che l’uomo utilizza il gioco è qualcosa di casuale. Ma secondo Huizinga se vi è un fine, non è un gioco, se il gioco serve per far cessare la pioggia non è più tale. Huizinga ritiene che il culto sia un gioco e che non è un caso che il primitivo esprime la sua commozione giocando. Secondo il medesimo, il gioco dei primitivi, è uguale al gioco dei bambini, quindi privo di finalità e anche il rito stesso viene compiuto solo per il piacere di farlo. In semplici parole, la cultura primitiva gioca esattamente come giocano i bambini e solo successivamente in una fase più avanzata di culturale inizia ad attribuire un significato religioso al proprio gioco. Qual è la differenza tra H. e F.? In F. vi sono due momenti, il primo caratterizzato dalla commozione e il secondo dalla creatività mentre per H. vi sono tre fase: 1) Commozione 2) Gioco, l’uomo danza e si maschera per il piacere di farlo 3) L’idea della religione si innesta su quella di gioco, è con il gioco che l’uomo primitivo crea ordine della natura, il gioco viene prima.

Come può il culto innescarsi sul gioco se il culto è qualcosa di serio? In questo mondo altro, separato dal mondo quotidiano, è molto difficile stabilire un rapporto rigido tra finzione e serietà. Per capire come mai qualcosa di così serio come il culto viene considerato gioco, l’autore, spiega in maniera profonda il rapporto tra finzione e serietà. es: L’attore recita, finge di essere un altro, eppure è serio. Il musicista suona, gioca, ma è preso e catturato dalla musica che produce. Queste figure fanno vedere che nel gioco è presente una sorta di duplicità, in quanto, tutti i soggetti sono consapevoli del fatto che stanno giocando ma allo stesso tempo lo fanno in maniera seria. Nel gioco vi è

  • Serietà
  • Distanza
  • Consapevolezza E’ vero che in ogni atto di culto-religioso è presente il gioco? Secondo Huizinga SI. E com’è possibile che un sacerdote stia giocando? È possibile perché il tutto dipende al senso e al significato che attribuiamo alla parola gioco, è possibile ciò se vediamo il gioco come ciò che trasferisce i partecipanti in un mondo diverso. Il rito è qualcosa che separa lo spazio fisico a quello spirituale, quindi in questo il rito è gioco. Qual è la critica che fa Huizinga all’antropologia e all’etnologia? H. critica alla etnologia e all’antropologia il fatto che non hanno compreso che i riti religiosi necessitano, da chi li compie, un atteggiamento giocoso, quel piacere e quella gioia che è il senso del gioco. Huizinga cita Platone il quale sostiene che “gli uomini sono i giochi degli dei e l’uomo deve vivere giocando e che giocare per lui significa compiere dei riti.” Questa citazione gli interessa poiché anche Platone ha compreso che i riti e le danze sono dei giochi. Analizziamo la festa la quale è il momento più importante dei popoli arcaici. La festa per H. è la dimostrazione del fatto che chi compie i riti si trova in uno stato d’animo giocoso, perché per i primitivi pregare significare fare una festa. Nella situazione festiva sono inquadrati i momenti principali della vita cultuale, cioè, le danze, le gare, i sacrifici e le rappresentazioni. La festa viene vissuta come un gioco. Ad un certo punto citerà Kareni, autore dello studio fondamentale sulle feste dell’antica Grecia. Perché lo cita? Lo citerà non solo perché dice cos’è la festa, ma perché lui si lamenta rispetto alla festa, della stessa cosa di cui si lamenta Huizinga del gioco. Si era lamentato che la festa era stata trascurata da diversi studi, nessuno aveva capito l’importanza che aveva nella vita sociale. La festa come il gioco è sospensione della vita ordinaria, felicità, allegria, piacere di chi partecipa, circoscrizione del tempo e dello spazio, libertà. La festa è l’apice della vita rituale e ha tutti i caratteri che costituiscono l’essenza dell’attività ludica a cui si aggiunge però la coscienza, la consapevolezza del fare per gioco. Chi partecipa alla festa è impossibile dire se sia serio o se stia fingendo di essere. Crede davvero al rito, di essere diventato quel personaggio o finge? La festa è la prova che si può pregare con un atteggiamento ludico, chi va ad una festa religiosa va con un atteggiamento e stato d’animo festoso, di gioia. Il soggetto si sente di partecipare ad un evento eccezionale separato dalla vita quotidiana.

Nella mentalità primitiva, laddove il rito è un gioco, va perdura la distinzione che per noi è così rigida, tra ciò che è creduto e ciò che è simulato. Per Huzinga siccome il gioco non è qualcosa di superficiale o una forma inferiore di cultura rispetto alla serietà della vita può convivere con il sacro. Questa convivenza non è soltanto qualcosa che appartiene solo alle culture primitive ma rimane qualcosa che permane, in maniera meno evidente, nelle culture meno sviluppate. Com’è possibile che in culto religioso ci sia lo stesso atteggiamento che ha un bambino che gioca? Kerenyie sostiene che il problema del credere è un nostro problema, non è un problema dei primitivi. Tale problema nasce dal fatto che osserviamo con i nostri occhi un’altra cultura. Kerenyi che fu uno studioso della mitologia greca dice che la mitologia greca non si fonda sulla fede che i racconti mitologici siano veri, non esiste l’idea che il greco abbia fede sul fatto che davvero esiste Zeus o che sia sposato con Atena. Il greco non si pone la domanda o il problema se esiste o meno Zeus, i greci hanno una certezza assoluta che il mondo mitologico esista, per il Greco la vita dell’olimpo esiste come esiste la sua vita quotidiana. Kerenyie dice che nessun antropologo o etnologoco, nonostante osserva la festa e il rituale, non può vivere la stessa esperienza che prova il primitivo. Non dobbiamo pensare che la danza del primitivo sia la danza che facciamo noi occidentale, non è un divertimento in senso moderno, ma è una diretta manifestazione della festività, è un momento in cui si è trasportati in un altro spazio e in un’altra realtà. Nessun primitivo danzerebbe in un contesto di vita quotidiana e viceversa senza danzare non compirebbe mai un atto rituale. Perché? Perché per il primitivo, la danza, è la sua effettiva trasformazione del dio e dello spirito, è un momento di ecstasy in cui l’uomo diviene qualcun altro. APPROFONDIMENTO DI MICHEL LEIRIS “Zar e Gurri” (zar è lo spirito e gurri è l’atto della possessione) Scrive “L’Africa fantasma” nel 1934, ed è una sorta di reso-conto del suo viaggio. Diversi anni dopo, nel 58, pubblica un piccolo libro in cui rifletto nuovamente sulla sua esperienza, approfondendo la situazione dell’uomo primitivo che crede e non crede. Questo libro s’intitola “La possessione e i suoi aspetti teatrali tra gli etiopi di Gondar”. I riti di possessione da parte degli spiriti hanno per lui un carattere teatrale, la cerimonia viene svolta esattamente come uno spettacolo, gli attori credono realmente di essere posseduti nonostante fingano. Michel Leiris ritiene che, molto spesso, chi viene posseduto dallo Zar, quindi dallo spirito, mente. Molte di queste persone che fingono di essere possedute, sono solo degli imbroglioni in cerca di divertimento o di cibo. Nel 1958 torna sul medesimo problema perché non è convinto che siano tutti imbrogli, crede che vi sia qualcosa in più, crede che via una strana condizione intermedia tra la sincerità e l’imbroglio. Leiris ritiene che questa condizione è la condizione tipica dell’attore. Questi uomini posseduti dallo spirito sono come degli attori, quindi, è presente un legame molto stretto tra la religione e il teatro, infatti, il teatro nella Grecia antica è nato in un contesto religioso. Il teatro diviene l’unico mezzo che sia capace di spiegare il fatto che il soggetto crede effettivamente di essere posseduto. Come viene educato l’iniziato al rito di possessione? Viene educato in ore notturne, sono presenti dei soggetti che attraverso la musica evocano lo spirito. Il maestro insegna al soggetto come deve essere posseduto tramite l’insegnamento di gesti, insegna come utilizzare la voce ecc.. e il giovane inizia ad entrare in uno stato di trans. Oppure viene utilizzata l’imitazione, quindi, il maestro cade in uno stato di trans e il giovane lo imita cadendo a sua volta nel medesimo stato.

Quando un uomo ha un malessere, come un mal di testa, può diventare un gurri poiché si ritiene che sia posseduto, il gurri avviene soltanto in certi periodi dell’anno, cioè, soltanto quando c’è la bella stagione. Inoltre, chi viene posseduto riceve in dono dei gioielli, dunque, il gurri è un’occasione per ottenere oggetti preziosi e per sfoggiarli e attraverso il gurri si ottiene il successo delle proprie attività. Lo zar è un personaggio molto tipico, esige una mimica ben precisa, non vi è libertà di movimento, hanno un carattere recitativo e teatrale. Chi viene posseduto dallo zar può essere paragonato ad un attore? Si, ma quello del gurri non è un teatro recitato con consapevolezza ma è un teatro vissuto. Leiris ritiene che tra la possessione autentica (spontanea) e non autentica (recitata) ci sono troppe sfumature e troppi stadi intermedi, quindi, non è possibile tracciare una linea chiara tra la finzione e la consapevolezza, non si può parlare di una vera e propria premeditazione quando si parla di gurri. Secondo Leiris non c’è mai una totale perdita di consapevolezza, quindi è sempre presente l’elemento recitativo. Quelli che osservano non sono dei semplici spettatori perché la possessione può essere contagiosa. Nel teatro Gurri le persone si incontrano rendendo la collettività coesa, perché tutti partecipano, poi è vero che vi possono essere anche degli elementi di imbroglio, vi è anche qualcuno che fa il gurri per ottenere qualcosa. La parte seria, vissuta, diventa sempre più simulata. I Gurri hanno un effetto catarchico su chi partecipa e le passioni diventano meno pericolose, quindi, ha anche una funziona di sfogo. 2 capitolo “LA NOZIONE DEL GIOCO NELLA LINGUA” Bisogna partire dalla nozione di “gioco” così com’è familiare a noi, cioè, un’azione o un’occupazione volontaria, compiuta entro certi limiti definiti di tempo e di spazio, accompagnata da un senso di tensione e di gioia e dalla coscienza di essere diversi dalla vita ordinaria. Il gioco viene visto come un elemento fondamentale spirituale della vita. Tutti i popoli giocano e lo fanno in modo molto simile ma non ciò non significa che in tutte le lingue si racchiude l’idea di gioco in un’unica parola con tanta sicurezza e anche con tanta larghezza come fanno le lingue moderne europee.

  • Il greco utilizza diverse espressioni per indicare il gioco utilizzando la desinenza inda e la medesima non significa altro che giocare. Per dominare l’ambiente del gioco in generale, i greci, utilizzano la parola “ PAIDIA ” la quale è la parola più evidente per indicare ogni sorta di forma di gioco, dalle più elevate alle più sacre. La parola che viene paragonata a Paidia e serve per esprimere la sfumatura della leggerezza e dell’insignificante è “ ATHYRO ” Però ciò che appartiene all’ambito del gioco nella nostra terminologia mentre nella terminologia greca no, è il campo delle giostre e delle gare, in questo campo domina la parola “ AGON ” il quale è un termine che no corrisponde né a Paida e neanche ad Athyro, il concetto centrale di tale termine è l’idea del non serio. Nonostante i greci facciano una sorta di differenza tra gioco e gara, l’autore si oppone al medesimo giudizio, in quanto ritiene che la gara agonistica, sia nella vita greca, sia altrove, ha tutte le caratteristiche formali del gioco, e, per quel che riguarda la sua funzione, appartiene anzitutto all'ambito della festa, alla sfera cioè del gioco. Per spiegare il fatto che nel greco i concetti di gioco e di gara sono separati nella terminologia occorrerà spiegare che la concezione di un'idea comune, universale, e logicamente omogenea del gioco si è formata molto tardi. Le gare d'ogni specie e in ogni occasione erano venivano considerate come "cosa ordinaria" e pienamente valida, e non erano più riconosciute come gioco.

Qual è l’elemento semantico? L’elemento semantico di trova nel vincere e nel gareggiare. Il rapporto tra Koani e Kachtsi è molto simile al rapporto che vi è tra la Paidia e l’Agon. Pe tutto quello che rientra nell’ambito magico e religioso, le danze e la solennità, non servono né koani né kachtsi. In complesso, la concezione di blackfoot dell’idea di gioco, sembra non differire molto da quella greca anche se non è identica. Il fatto che noi troviamo dunque nel greco, nel sanscrito e nel cinese l'espressione dell'idea gara separata da quella dell'idea gioco in generale, mentre il Blackfoot pone i limiti diversamente, potrebbe farci pensare che questa separazione linguistica corrisponda a una profonda differenza sociologica e psicobiologica fra gioco e gara. A questa conclusione si oppone però non soltanto tutto il materiale storico-culturale, ma anche il fatto che a questo riguardo si può confrontare con le lingue citate, una serie di lingue ugualmente distanti fra loro e nelle quali l'idea gioco ha una più ricca varietà di concetti. Ciò vale, oltre che per la maggior parte delle lingue europee, anche per il latino, per il giapponese, e per una almeno delle lingue semitiche.

  • Per quanto riguarda il Giapponese , in contrasto con il cinese e conformemente con le lingue occidentali moderne, ha una parola specifica per la funzione del gioco in generale e un termine opposto che indica la serietà. Il sostantivo ASOBI e il verso ASOBU significano giocare in generale, ricreazione, divertimento, passatempo, gita, imitare qualcosa o rappresentare. Il termine asobu viene utilizzato anche per significare “studiare con qualcuno o studiare in qualche modo” che fa pensare al latino ludus con il senso di scuola. Anche il termine asobu è un altro termine differenziale tra agone e gioco e si può paragonare al wan cinese. I giapponesi nascondono l'eccezionale serietà del loro ideale di vita dietro la finzione che tutto il vivere non è che un gioco. Il bushido giapponese (codice di condotta e stila di vita) si svolgeva completamente nella sfera del gioco, era recitato in forme ludiche. La lingua conserva tale concezione nel linguaggio di cortesia, letteralmente lingua per gioco, che si usa rivolgendosi ai superiori. Delle classi sociali superiori si presuppone che agiscano sempre per gioco, qualunque cosa facciano. es: la forma cortese per dire “voi arrivate a Tokyo?” vene tradotta letteralmente con “Voi giocate arrivo a Tokyo?” oppure la frase “Ho sentito che vostro padre è morto” si traduce con “Ho sentito che vostro padre ha giocato morte”. Di fronte a questa tendenza a dissimulare la vita nobiliare entro la sfera del gioco, il giapponese oppone un concetto molto pronunciato della serietà, del non-gioco. La parola MAJIME viene utilizzata per indicare la serietà, sobrietà o solennità. Nelle lingue semantiche la zona semantica del gioco è dominata dalla radice AB.
  • In Arabo aramaico la ab significare ridere e beffare ed anche in siriaco questa radice ha il significato dello sbavare del neonato, quando il bambino fa le bollicine con la saliva, ciò può essere inteso infatti come un gioco.
  • In contrasto con il greco vi è il Latino che non si ha che una sola parola per esprimere il dominio del gioco e del giocare: LUDUS. Nel latino classico però non significa propriamente gioco in quanto la base etimologica di ludere non coincide con il dominio del movimento veloce, come tante altre parole che designano il gioco, ma piuttosto con quello della non-serietà, dell'apparenza, dello scherno. Ludus, ludere comprende il gioco del bambino, la ricreazione, la gara, la rappresentazione liturgica e scenica in generale, il gioco d'azzardo. Le parole “Lares ludentes” insieme significano "danzare". Nel latino la nozione "darsi l'apparenza di" sembra stare in primo piano anche i composti alludo, colludo, illudo, tendono tutti al senso dell'irreale, dell'ingannevole. Da questa base semantica si allontana ludi nel significato di giochi pubblici, i quali occuparono un posto così importante nella vita romana, e ludus col senso di scuola, il primo partendo dal significato gara, il secondo probabilmente da quello di esercizio. Ben presto abbiamo la scomparsa del ludus poiché in tutte le lingue romanzate si inizia ad utilizzare il termine IOCARI. E ben presto nelle lingue romanze e in quelle germaniche il concetto di giocare si inizia ad estendere e inizia a ricoprire una zona sempre maggiore, più grande di quella di paida o ludere.
  • Il gruppo linguistico Germanico non ha un’unica parola comune per esprimere il gioco e il giocare. Nel limitato patrimonio si è tramandato dal gotico non esiste una parola per indicare il gioco ma dalla traduzione che venne fatta risulta con grande probabilità che il gotico esprimesse il giocare con la stessa parola LAIKAN che nelle lingue scandinave veniva utilizzata come parola comune per indicare il gioco. Nell’Inglese si usano le parole “play” o “to play”, cioè è molto più curioso a livello semantico. A causa della differenza nel significato si è creduto sempre finora che l’inglese to play , giocare, e il tedesco pflegen partissero da basi somiglianti sì, ma pure diverse. Osservando più attentamente, si vede che le due parole si sviluppano una in linea concreta, l’altra in linea astratta. A questo punto chi potrebbe negare che con la nozione della gara, della sfida o del pericolo siano dei concetti vicinissimi al concetto di gioco? Il gioco, il pericolo, l’azzardo o l’impresa rischiosa sono tutte delle parole confinanti tra di loro, in tutte le lingue germaniche, e non in queste soltanto, il termine gioco serve alla lotta seria con le armi. A questo punto bisogna trasferirsi nell’ambito del pensiero primitivo, in cui, tanto la lotta serie con le armi, quanto la gara posseggono un rischio regolato da delle leggi. Anche la semplice musica possiede delle caratteristiche naturali del gioco, perché l’attività si volge entro un limite di spazio definito, è suscettibile di ripresa, è caratterizzata dall’ordine e dal ritmo. Dobbiamo esaminare inoltre un altro uso della parola gioco, diffuso ed ovvio quanto l’identificazione di gioco e lotta, cioè l’uso della parola gioco in senso erotico. La parola giocare si applica in modo particolare alle relazioni amorose che si svolgono al di fuori delle norme sociali. Il contrasto tra gioco e serietà è presente nel linguaggio comune in quanto per esprimere ciò che non è un gioco viene utilizzato il concetto comune di “serietà” ma il concetto gioco è un concetto ben superiore a quello di serietà poiché LA SERIETA’ CERCA DI ESCLUDERE IL GIOCO, MA IL GIOCO PUO’ INCLUDERE LA SERIETA’.

Ogni transazione è regolata da un rituale molto preciso ci sono norme, convenzioni sociali che impongono di scambiare gli oggetti soltanto con qualcuno, soltanto in un certo periodo e soltanto in un certo modo. Alcuni scambi avvengono in contesti di riti magici, feste in cui si scambiano questi doni, ogni dono viene scambiato con il suo contrario. (la collana può essere solo scambiata con un bracciale.) In ogni isola vi è un numero ben preciso di uomini che possono scambiare gli oggetti ed è presente anche un pre-stabilito numero di quanti oggetti possono essere scambiati in un determinato momento. Con la persona con cui si scambia l’oggetto si crea un rapporto di amicizia eterno, un rapporto che non si può rompere. “Una volta nel kula, per sempre nel kula”, “Una volta amici, per sempre amici”. Ciò non vale soltanto per le persone che hanno scambiato l’oggetto ma anche per l’oggetto stesso, nessuno può entrare in possesso dell’oggetto kula. Perché intorno all’oggetto magico si muove l’economica di queste isole? E’ importante specificare anche che accanto allo scambio kula avviene tutta una vita commerciale, perché nel momento in cui gli indigeni si spostano per portare gli oggetti magici, ne approfittano per vendere, scambiare, comprare ecc. Gli oggetti Kula devono essere scambiati in luoghi pubblici, durante delle cerimonie e i medesimi non vengono indossati tutti i giorni ma solo in determinate situazioni particolari e chi riceve l’oggetto magico non solo può usarlo ma può anche prestarlo. A cosa serve l’oggetto Kula? L’oggetto Kula serve per consolidare i legami con gli altri e le amicizie tra villaggi e isole. La vita sociale di queste tribù è strettamente legata al ruolo sociale che l’indigeno ha. A seconda della posizione sociale che assume il soggetto nella propria tribù varia la quantità di amici che possiede e l’amicizia è fondamentale per il benessere della tribù. Ogni nuovo scambio garantisce rapporti di amicizia, quindi, protezione. La caratteristica principale : divieto assoluto di entrare in possesso degli oggetti scambiati, doni che non hanno durata permanente, nessuno è in maniera permanente proprietario del bracciale o collana, se si trattiene oggetto, ne conseguiranno soltanto guerre. Benché tutti gli indigeni siano consapevoli dell’importanza dello scambio degli oggetti, nessun indigeno è in realtà consapevole della complessità totale di ciò che comporta tutto ciò. (es: non sanno quante isole siano coinvolte) Perché sul potlatch e sulle cerimonie si fonda la vita sociale? La cerimonia del dono è fondata sull’amicizia e ha delle regole molto precise che se non vengono rispettate possono scatenare delle guerre tra le diverse tribù. Lo scopo del Potlatch è quello di dimostrare agli altri la propria superiorità, infatti, bisogna contraccambiare il dono che si riceve con un qualcosa che sia, meglio ancora, più prezioso. E’ presente uno strano rapporto tra l’amicizia e la rivalità, ovvero, l’amicizia e la rivalità sono inseparabili, l’atto di donare è in sé un atto di sfida. Chi è in possesso per un periodo limitato dell’oggetto magico, è felice. Il soggetto è felice di essere colui che garantisce un nuovo rapporto di amicizia al proprio popolo, quindi garantisce rapporti di pace e di benessere. Huizinga leggendo Malinowski si rese conto che il piacere che si prova nell’essere colui che riceve l’oggetto magico è lo stesso piacere che si prova nel gioco. L’oggetto magico studiato da Malinowski è in tutto e per tutto un Potlatch, è un oggetto che ha il vincolo di contraccambiare.

L’immagina che ci arriva dagli studi di Malinowski è molto positiva, insiste molto sul fatto che attraverso questi scambi si consolidano e fondano le loro società, quindi, le società sono fondate sull’amicizia che si crea grazie agli scambi di questi doni. E’ presente un valore etico e morale di questi scambi, Il possedere che nella nostra cultura è qualcosa di immorale, per queste civiltà primitive, possedere significa essere ricchi, avere molti amici, garantire sicurezza e benessere al proprio popolo, significa essere generosi perché chi possiede deve scambiare. E’ impossibile separare la ricchezza dal valore etico, chi è ricco garantisce il benessere per tutti, chi possiede da. Uniche idee morali degli indigeni : L’avarizia è un qualcosa che viene molto disprezzato in queste popolazioni, è la sola cosa su cui gli indigeni hanno delle salde idee morali, mentre la generosità viene vista come l’essenza della bontà. Malinowski disse che “ Il principale segno del potere è la ricchezza e il principale segno della ricchezza è la generosità .” 5) Marcel Mauss → Una delle sue opere più importanti venne scritta nel 1923-1924 e si chiama “Saggio sul dono”. La ricerca che Mauss fece è molto più ampia geograficamente rispetto a quella di Malinowski perché prende in considerazione altri posti del mondo come l’America del sud e del nord o l’Africa Fece questa ricerca così ampia geograficamente perché vuole comprendere la caratteristica misteriosa del Potlatch : “ L’atto generoso che si fa nel momento in cui si regala un qualcosa è anche un atto di sfida ”. La generosità sembra essere per i popoli primitivi una menzogna, una finzione, perché apparentemente ti regalo qualcosa ma allo stesso tempo ti sto sfidando. Qual è la forza che fa sì che chi riceve un dono si sente obbligato a contraccambiare? Nelle popolazioni maonia si ha l’idea che all’interno dell’oggetto ci sia un “mana”, ogni oggetto possiede una propria spiritualità ed è la medesima a costringere il soggetto a contraccambiare il regalo poiché, in caso non lo facesse, è l’oggetto stesso a trasmettere una sorta di “negatività” e far accadere determinate situazioni negative. Se non si rispetta la regola dello scambio, il mana contenuto nell’oggetto, ha il compito di distruggere chi non lo scambia a sua volta. Se io regalo l’oggetto magico continuo, in qualche modo, ad essere responsabile dello spirito dell’oggetto. Sono presenti anche delle popolazioni che ritengono che vi sia l’obbligo morale di condividere il proprio pasto con chi ha partecipato o assistito al medesimo durante la creazione. Mentre Malinowski si sofferma sul valore del donare, Mauss si sofferma sull’aspetto negativo, quindi, su ciò che succede nel momento in cui l’oggetto non viene contraccambiato perché rifiutarsi di accettare o contraccambiare significa dichiarare all’altro guerra. Si fanno doni perché si è obbligati. Huizinga ritiene che il rapporto antagonistico con l’altro è strettamente legato, fin da bambini, al fine di dimostrare a sé stesso e all’altro la propria superiorità. Secondo i greci è la virtù che spinge di dimostrare la propria abilità, è virtuoso chi è abile, chi vince una gara. Anche la persona che dimostra di essere molto intelligente è una molta virtuosa e i greci dimostrano la virtù all’interno di un contesto agonistico. es: gare di cavalli Teatro, rito e gara sono strettamente collegati e il Potlatch è una gara che permette di dimostrare la propria generosità. Le gare diventano ancora più importanti nella società latina. Es: lotta tra i gladiatori

L’elemento della scommessa vive in due maniere nella procedura giuridica

  • LA PRIMA → Il protagonista nel processo scommette il suo diritto, cioè egli sfida l’avversario a contrastare il suo diritto ponendo una scommessa
  • NELLA SECONDA → esiste l’uso che gli spettatori scommettano sull’esito del processo. Noi distinguiamo tre forme ludiche del processo
  • Il gioco d’azzardo
  • La competizione o scommessa
  • Gara nella parola. Il processo mantiene naturalmente quest’ultima forma pure dopo che, col progredire della civiltà, ha perduto la sua qualità ludica. Nella fase arcaica l’agone consiste qui nel superarsi a vicenda in oltraggi scelti e restare i più forti. ES: Un esempio importante è la relazione tra gioco e cultura nelle gare di tamburo o competizioni di canto degli eschimesi groenlandesi. Quando un eschimese vuole sporgere querela ad un altro, lo sfida ad una gara di tamburo, ossia una competizione di canto. I due avversari s’indirizzano a vicenda canzoni oltraggiose, accompagnate dal tamburo, nelle quali si rimproverano i loro reciproci reati. Così facendo, non distinguono fra accusa fondata, satira ridicola e calunnia abbietta. Il canto va accompagnato da torture e maltrattamenti: soffiare e sbuffare sul viso dell’altro, colpirlo fronte a fronte; tutte le cose che il colpevole deve sopportare con la massima rassegnazione, anzi, con risate ironiche. Gli spettatori accompagnano cantando i ritornelli, applaudono aizzando le due parti. Durante gli intervalli le due parti si trattano amichevolmente, infine gli spettatori decidono chi debba essere considerato vincitore. In primo luogo importa qui il fatto che tali competizioni occupino presso le tribù che scelgono di praticarle il posto di sentenze giuridiche, esse rappresentano l’unico mezzo di decisione d’un conflitto , perfino nei casi di omicidio sono svelati in questa forma. Ci troviamo davanti a un esercizio culturale che compie la funzione di giurisdizione in forma assolutamente agonale e allo stesso tempo è un gioco nel senso più proprio. Tutto si svolge tra allegre risate. Le gare di tamburo sono il principale divertimento della vita sociale, in mancanza di un conflitto sono indette anche per puro gusto. È evidente che le gare di tamburo degli eschimesi appartengono allo stesso ambito del potlach, delle gare di millanterie e d’invettive nel vecchio mondo arabico, delle competizioni cinesi, nel vecchio mondo norvegese. La cosa più importante da sottolinea e Il fatto primario è la decisione di cose serie per mezzo di gioco e in gioco. Anche a Roma era per molto tempo ancora valido, nella procedura giuridica, ogni mezzo per atterrare l’avversario. Se il carattere ludico nelle civiltà primitive era evidente… durante la modernità viene però maggiormente nascosto.

5 capitolo la “GUERRA” Anche la guerra viene vista come un gioco poiché è un gioco ogni forma di combattimento o di gara governato da un sistema di regole. Non importa che la guerra sia violenta perché anche nella lotta tra i cuccioli di animale o tra bambini è presente. Le guerre nel medioevo erano governate da una ritualità cavalleresca che aveva un carattere ludico, esempio, la guerra “dei trenta” viene definita un gioco perché possiede tutti i caratteri che possiedono i giochi cavallereschi: 1.Combattono delle persone scelte

  1. Combattono un numero preciso di persone (30 e 30)
  2. Ha origine di un atto di sfida 4.Il combattimento si svolge in un ruolo preciso 5.Il combattimento si svolge nelle regole della cavalleria Huizinga riflette su: che cosa diventa la guerra nella modernità? Ha ancora oggi il carattere ludico che aveva nel medioevo? Huizinga ritiene che oggi la guerra ha smesso di essere un gioco per svariati motivi.
  • Il primo è che non considera il nemico come uomo, come pari, ma lo considera come un barbaro. Es: Gli ebrei nella seconda guerra mondiale Il nemico viene visto come un soggetto inferiore per il quale non si deve nessun rispetto, mentre nella guerra medievale non avviene tutto ciò poiché il nemico è di pari valore.
  • Il secondo motivo per il quale non viene vista come un gioco è che ad oggi chi è in guerra non ha un limite a cui attenersi mentre nel medioevo si dovevano rispettare delle regole.
  • Il terzo motivo è che possiede un carattere di “conquista” mentre le guerre gioco si hanno nel momento in cui le parti hanno nello stesso territorio pari diritti e condividono accettando che l’altra parte possiede lo stesso diritto. Es: combattiamo nello stesso territorio con gli stessi diritti per vedere chi è più bravo a conquistarlo.
  • Il quarto motivo è che Il combattimento, nell’epoca primitiva, è un momento in cui si dimostra il proprio onore, la propria virtù, perciò non si violano le regole. Si prevede anche la stessa parità nella armi di combattimento.
  • Il quinto motivo è che nella guerre antiche vi è un carattere di “sacralità”, carattere che ovviamente non è presente nella guerra moderna Ciò che noi chiamiamo “Giustizia” nel mondo arcaico poteva chiamarmi benissimo “ volontà degli dei”. Il duello poteva anche sostituire la battaglia in modo tale a evitare uno spargimento di sangue e dimostrare la superiorità di una delle due parti e viene vista come la prova migliore. Anche oggi la battaglia giudiziaria continua a contenere dei caratteri ludici nella solo esistenza delle regole del diritto internazionale, cioè, nel diritto internazionale c’è ancora l’idea che vi siano delle regole di rispetto reciproco e che violare questi leggi è sbagliato. Ma nel momento in cui, in un atto di guerra, si violano le regole del diritto internazionale la civiltà cade in uno stato di barbarie, al di sotto delle popolazioni arcaiche, quindi viene a mancare la civiltà. La cultura e la civiltà non può esistere se non mantiene, almeno in una certa misura, un carattere ludico. es: vi sono delle regole che governano i legami tra stati e popoli e chi viola le medesime è condannabile.

7 capitolo “IL GIOCO E LA POESIA” Iniziando a parlare delle origini della filosofia greca e del loro rapporto con le antiche sacre di competizione e saggezza ci si trova già a fare vagare sui confini tra la RELIGIONE e la POESIA. Mentre la religione, la scienza, il diritto, la guerra e la politica sembrano perdere via via i loro contatti con il gioco, il poetare invece, nato nella sfera ludica, non se ne allontanerà mai definitivamente. La poesia non sarà mai completamente seria. Essa è situata al di là della serietà, in quella zona in cui si sfiorano il bambino, l’animale, il selvaggio, l’indovino, nella zona del sogno, dell’estasi, dell’ebrezza e della risata. E’ necessario sapersi allontanare dall’idea che la poesia ha una funziona puramente estetica poiché la poesia, in ogni civiltà, possiede una funzione vitale, sociale e liturgica. Ogni poesia antica è sia culto, gioco di società, indovinello, profezia e persuasione. Il poeta viene visto come un sapiente e secondo la mitologia dell’Edda solo chi beveva una bevanda preparata con il sangue del più saggio delle creature, colui a cui nessuno poteva fare una domanda che resettasse priva di risposta, poteva diventare un poeta vate. Dal poeta “Indovino” nascono man mano altre figure come quello del profeta, del prete, del divinatore o del filosofo. La poesia è nata nel gioco e come gioco, tale gioco sfiora continuamente la zona dello scherzo e del divertimento. Dovrà passare molto tempo prima che si verifichi effettivamente un consapevole appagamento dell’impulso estetico. Esempi di poesia come gioco: Gli abitanti della regione Rana conoscono un canto festivo alternato, detto inga fuka. Uomini e donne cantano gli uni agli altri delle canzonette improvvisate oppure solamente riprodotte. Si distinguono non meno di cinque generi di questo inga fuka****. È sempre stato basato su un alternare di strofe e contro strofe, domanda e risposta, sfida e vendetta. L’elemento formale di questa poesia è l’assonanza che lega tesi e antitesi riprendendo la stessa parola o variando le parole. Sebbene si faccia uso di un repertorio fisso di strofe inga fuka tradizionali, essenziale però è l’improvvisazione. Le strofe esistenti vengono perfezionate da felici aggiunte o variazioni. Una poesia molto differente fu trovata su un’isola del Sud-Est, qui non si fa che improvvisare. Il pantun malese, poesia di quattro versi a rime incrociate, mostra tutte le caratteristiche d’un gioco d’ingegnosità. La parola pantun nei secoli anteriori significava di solito parabola o proverbio e solo in secondo luogo quartina. Molto affine al pantun è la poesia giapponese generalmente detta hai-kai : è una poesiola di tre versi di rispettivamente cinque, sette e cinque sillabe e dev’essere stato in origine un gioco di rime incatenate, che uno cominciava e gli altri dovevano continuare. Si può riscontrare ovunque e in molte forme il poetare come gioco sociale, con un’intenzione che non è quasi mai una consapevole produzione di bellezza. Raramente vi manca l’elemento competitivo. Tutte queste forme si trovano abbondantemente sviluppate nell’Asia orientale. Nelle culture più progredite resta conservata per molto tempo ancora la situazione arcaica, in virtù della quale la forma poetica serve ad esprimere tutto ciò che sia importante o vitale nella convivenza degli uomini. Si usa esprimere in poesia quel che è sacro o solenne, Poetare è il modo naturale di esprimere qualsiasi cosa elevata.

Tutto quel che è poesia si svolge in gioco: gioco sacro di devozione, gioco festoso del corteggio d’amore, gioco battagliero di rivalità, insolenza e scherno, gioco di ingegnosità e d’abilità. Come si fa a conservare la qualità ludica della poesia a mano a mano che si sviluppa e si specializza la cultura? Il mito in qualunque forma ci venga tramandato è sempre poesia. Esso ci offre in forma poetica e coi mezzi dell’immaginazione un racconto di cose che ci rappresentiamo come realmente accadute. Può essere denso dei significati più profondi e sacri. Ora, mano a mano che la cultura si sviluppa aumentano i settori dove il carattere ludico non è percettibile, la cultura cambia e diventa più seria, la giustizia e guerra, l’arte e la scienza sembrano perdere completamente il loro contatto con il gioco. Il mito può mai essere chiamato completamente serio? Il mito è serio in quanto la poesia può essere seria. Poesia e mito si muovono insieme entro l’ambito del gioco, ma con ciò non significa che si muovono entro un ambito inferiore. Può avvenire che il mito giocando si innalzi a delle altezze a cui l’intelletto non può arrivare. Secondo l’uomo primitivo, per il suo ristretto ordine logico dell’universo, tutto è possibile ed il mito con le sue assurdità non lo vede ancora come una cosa non possibile. Appena il mito diventa letteratura, non appena viene retto da uno scheda tradizionale fissato da elementi culturali, viene soggetto alla distinzione tra gioco e serietà. Il mito è sacro, dunque dev’essere serio, ma continua ad usare la lingua dei selvaggi, cioè una lingua che esprime immagini sulle quali non influisce ancora il contrasto gioco-serietà. La connessione tra poesia e gioco è presente

  • Nell’immaginazione, poiché quel che il linguaggio poetico fa con le immagini è un gioco, in quanto le distribuisce in serie retoriche, dispone dei segreti e ogni immagine risponde ad un indovinello.
  • Nella rivalità, cioè, nella maggioranza dei casi il tema centrale poetico o letterario è caratterizzato dall’impegno che l’eroe deve assolvere, il compito deve essere difficile e apparentemente impossibile.
  • Tutto ciò va unito alla sfida o all’appagamento di un desiderio, un saggio, un voto o una promessa. Come la gara d’enigmi promuove saggezza, così il gioco poetico crea la parola bella.