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Prima lezione 7.03. Introduzione Partiamo con delle domande principali
Noi giochiamo perché ci piace, il gioco nel bambino e nell’animale è certamente qualcosa d’istintivo ma l’attività ludica viene guidata da un’attenzione particolare che è caratterizzata dalla gioia e dal piacere che superano l’istinto. Il gusto del giocare ha una speciale intensità che nessuna teoria è in grado di spiegare. Es. il giocatore non riesce a smettere di giocare. Quell’intensità è secondo l’autore la QUALITA’ e L’ESSENZA del gioco. Secondo tale autore il gioco è più antico della cultura perché il concetto di cultura presuppone in ogni modo la convivenza umana ma gli animali non hanno aspettati che gli uomini insegnassero loro a giocare. Se il gioco è un qualcosa che precede la cultura come fa ad essere anche un fenomeno culturale? Il gioco precede la cultura e la cultura è tale perché si innesta sul gioco, l’uomo gioca e poi costruisce sul gioco la proprio cultura. Prima l’uomo gioca e poi gli attribuisce un valore culturale. Le grandi attività della cultura umana sono tutte intessute dal gioco.. come la poesia, la filosofia, i miti, i riti, le industrie e il linguaggio. Nella nostra coscienza il gioco SI OPPONE alla serietà, ma questo giudizio è estremamente precario perché il gioco può essere benissimo serio. Possiamo incontrare parecchie categorie fondamentali nella vita classificabili nella non serietà e che non corrispondono al gioco. Il riso si oppone senz’altro alla serietà, eppure, non si unisce affatto direttamente al gioco. Ciò che vale per il riso vale anche per il comico, anch’esso fa parte della categoria della non serietà, ha un certo rapporto col riso, ma il suo rapporto col gioco è di natura secondaria. Il comico è strettamente collegato alla follia, ma il gioco non è folle. - Il gioco viene visto come qualcosa di innegabile, si possono negare tutte le astrazioni come la
Huizinga fa riferimento anche ad alcuni etnologici, quali? 1)Leo Frobenius → 1873 - 1938, è un grande etnologico tedesco, studioso soprattutto dell’Africa. Secondo Huizinga il medesimo etnologico ha un ruolo fondamentale poiché sostiene che i miti africani sono dei giochi. In un’opera del 1933 intitolata “Storia della civiltà Africana”, sostiene che l’umanità gioca l’ordine della natura, cioè, nella vita degli uomini primitivi vi sono stati due fasi nella vita cultuale e culturale:
Come può il culto innescarsi sul gioco se il culto è qualcosa di serio? In questo mondo altro, separato dal mondo quotidiano, è molto difficile stabilire un rapporto rigido tra finzione e serietà. Per capire come mai qualcosa di così serio come il culto viene considerato gioco, l’autore, spiega in maniera profonda il rapporto tra finzione e serietà. es: L’attore recita, finge di essere un altro, eppure è serio. Il musicista suona, gioca, ma è preso e catturato dalla musica che produce. Queste figure fanno vedere che nel gioco è presente una sorta di duplicità, in quanto, tutti i soggetti sono consapevoli del fatto che stanno giocando ma allo stesso tempo lo fanno in maniera seria. Nel gioco vi è
Nella mentalità primitiva, laddove il rito è un gioco, va perdura la distinzione che per noi è così rigida, tra ciò che è creduto e ciò che è simulato. Per Huzinga siccome il gioco non è qualcosa di superficiale o una forma inferiore di cultura rispetto alla serietà della vita può convivere con il sacro. Questa convivenza non è soltanto qualcosa che appartiene solo alle culture primitive ma rimane qualcosa che permane, in maniera meno evidente, nelle culture meno sviluppate. Com’è possibile che in culto religioso ci sia lo stesso atteggiamento che ha un bambino che gioca? Kerenyie sostiene che il problema del credere è un nostro problema, non è un problema dei primitivi. Tale problema nasce dal fatto che osserviamo con i nostri occhi un’altra cultura. Kerenyi che fu uno studioso della mitologia greca dice che la mitologia greca non si fonda sulla fede che i racconti mitologici siano veri, non esiste l’idea che il greco abbia fede sul fatto che davvero esiste Zeus o che sia sposato con Atena. Il greco non si pone la domanda o il problema se esiste o meno Zeus, i greci hanno una certezza assoluta che il mondo mitologico esista, per il Greco la vita dell’olimpo esiste come esiste la sua vita quotidiana. Kerenyie dice che nessun antropologo o etnologoco, nonostante osserva la festa e il rituale, non può vivere la stessa esperienza che prova il primitivo. Non dobbiamo pensare che la danza del primitivo sia la danza che facciamo noi occidentale, non è un divertimento in senso moderno, ma è una diretta manifestazione della festività, è un momento in cui si è trasportati in un altro spazio e in un’altra realtà. Nessun primitivo danzerebbe in un contesto di vita quotidiana e viceversa senza danzare non compirebbe mai un atto rituale. Perché? Perché per il primitivo, la danza, è la sua effettiva trasformazione del dio e dello spirito, è un momento di ecstasy in cui l’uomo diviene qualcun altro. APPROFONDIMENTO DI MICHEL LEIRIS “Zar e Gurri” (zar è lo spirito e gurri è l’atto della possessione) Scrive “L’Africa fantasma” nel 1934, ed è una sorta di reso-conto del suo viaggio. Diversi anni dopo, nel 58, pubblica un piccolo libro in cui rifletto nuovamente sulla sua esperienza, approfondendo la situazione dell’uomo primitivo che crede e non crede. Questo libro s’intitola “La possessione e i suoi aspetti teatrali tra gli etiopi di Gondar”. I riti di possessione da parte degli spiriti hanno per lui un carattere teatrale, la cerimonia viene svolta esattamente come uno spettacolo, gli attori credono realmente di essere posseduti nonostante fingano. Michel Leiris ritiene che, molto spesso, chi viene posseduto dallo Zar, quindi dallo spirito, mente. Molte di queste persone che fingono di essere possedute, sono solo degli imbroglioni in cerca di divertimento o di cibo. Nel 1958 torna sul medesimo problema perché non è convinto che siano tutti imbrogli, crede che vi sia qualcosa in più, crede che via una strana condizione intermedia tra la sincerità e l’imbroglio. Leiris ritiene che questa condizione è la condizione tipica dell’attore. Questi uomini posseduti dallo spirito sono come degli attori, quindi, è presente un legame molto stretto tra la religione e il teatro, infatti, il teatro nella Grecia antica è nato in un contesto religioso. Il teatro diviene l’unico mezzo che sia capace di spiegare il fatto che il soggetto crede effettivamente di essere posseduto. Come viene educato l’iniziato al rito di possessione? Viene educato in ore notturne, sono presenti dei soggetti che attraverso la musica evocano lo spirito. Il maestro insegna al soggetto come deve essere posseduto tramite l’insegnamento di gesti, insegna come utilizzare la voce ecc.. e il giovane inizia ad entrare in uno stato di trans. Oppure viene utilizzata l’imitazione, quindi, il maestro cade in uno stato di trans e il giovane lo imita cadendo a sua volta nel medesimo stato.
Quando un uomo ha un malessere, come un mal di testa, può diventare un gurri poiché si ritiene che sia posseduto, il gurri avviene soltanto in certi periodi dell’anno, cioè, soltanto quando c’è la bella stagione. Inoltre, chi viene posseduto riceve in dono dei gioielli, dunque, il gurri è un’occasione per ottenere oggetti preziosi e per sfoggiarli e attraverso il gurri si ottiene il successo delle proprie attività. Lo zar è un personaggio molto tipico, esige una mimica ben precisa, non vi è libertà di movimento, hanno un carattere recitativo e teatrale. Chi viene posseduto dallo zar può essere paragonato ad un attore? Si, ma quello del gurri non è un teatro recitato con consapevolezza ma è un teatro vissuto. Leiris ritiene che tra la possessione autentica (spontanea) e non autentica (recitata) ci sono troppe sfumature e troppi stadi intermedi, quindi, non è possibile tracciare una linea chiara tra la finzione e la consapevolezza, non si può parlare di una vera e propria premeditazione quando si parla di gurri. Secondo Leiris non c’è mai una totale perdita di consapevolezza, quindi è sempre presente l’elemento recitativo. Quelli che osservano non sono dei semplici spettatori perché la possessione può essere contagiosa. Nel teatro Gurri le persone si incontrano rendendo la collettività coesa, perché tutti partecipano, poi è vero che vi possono essere anche degli elementi di imbroglio, vi è anche qualcuno che fa il gurri per ottenere qualcosa. La parte seria, vissuta, diventa sempre più simulata. I Gurri hanno un effetto catarchico su chi partecipa e le passioni diventano meno pericolose, quindi, ha anche una funziona di sfogo. 2 capitolo “LA NOZIONE DEL GIOCO NELLA LINGUA” Bisogna partire dalla nozione di “gioco” così com’è familiare a noi, cioè, un’azione o un’occupazione volontaria, compiuta entro certi limiti definiti di tempo e di spazio, accompagnata da un senso di tensione e di gioia e dalla coscienza di essere diversi dalla vita ordinaria. Il gioco viene visto come un elemento fondamentale spirituale della vita. Tutti i popoli giocano e lo fanno in modo molto simile ma non ciò non significa che in tutte le lingue si racchiude l’idea di gioco in un’unica parola con tanta sicurezza e anche con tanta larghezza come fanno le lingue moderne europee.
Qual è l’elemento semantico? L’elemento semantico di trova nel vincere e nel gareggiare. Il rapporto tra Koani e Kachtsi è molto simile al rapporto che vi è tra la Paidia e l’Agon. Pe tutto quello che rientra nell’ambito magico e religioso, le danze e la solennità, non servono né koani né kachtsi. In complesso, la concezione di blackfoot dell’idea di gioco, sembra non differire molto da quella greca anche se non è identica. Il fatto che noi troviamo dunque nel greco, nel sanscrito e nel cinese l'espressione dell'idea gara separata da quella dell'idea gioco in generale, mentre il Blackfoot pone i limiti diversamente, potrebbe farci pensare che questa separazione linguistica corrisponda a una profonda differenza sociologica e psicobiologica fra gioco e gara. A questa conclusione si oppone però non soltanto tutto il materiale storico-culturale, ma anche il fatto che a questo riguardo si può confrontare con le lingue citate, una serie di lingue ugualmente distanti fra loro e nelle quali l'idea gioco ha una più ricca varietà di concetti. Ciò vale, oltre che per la maggior parte delle lingue europee, anche per il latino, per il giapponese, e per una almeno delle lingue semitiche.
Ogni transazione è regolata da un rituale molto preciso ci sono norme, convenzioni sociali che impongono di scambiare gli oggetti soltanto con qualcuno, soltanto in un certo periodo e soltanto in un certo modo. Alcuni scambi avvengono in contesti di riti magici, feste in cui si scambiano questi doni, ogni dono viene scambiato con il suo contrario. (la collana può essere solo scambiata con un bracciale.) In ogni isola vi è un numero ben preciso di uomini che possono scambiare gli oggetti ed è presente anche un pre-stabilito numero di quanti oggetti possono essere scambiati in un determinato momento. Con la persona con cui si scambia l’oggetto si crea un rapporto di amicizia eterno, un rapporto che non si può rompere. “Una volta nel kula, per sempre nel kula”, “Una volta amici, per sempre amici”. Ciò non vale soltanto per le persone che hanno scambiato l’oggetto ma anche per l’oggetto stesso, nessuno può entrare in possesso dell’oggetto kula. Perché intorno all’oggetto magico si muove l’economica di queste isole? E’ importante specificare anche che accanto allo scambio kula avviene tutta una vita commerciale, perché nel momento in cui gli indigeni si spostano per portare gli oggetti magici, ne approfittano per vendere, scambiare, comprare ecc. Gli oggetti Kula devono essere scambiati in luoghi pubblici, durante delle cerimonie e i medesimi non vengono indossati tutti i giorni ma solo in determinate situazioni particolari e chi riceve l’oggetto magico non solo può usarlo ma può anche prestarlo. A cosa serve l’oggetto Kula? L’oggetto Kula serve per consolidare i legami con gli altri e le amicizie tra villaggi e isole. La vita sociale di queste tribù è strettamente legata al ruolo sociale che l’indigeno ha. A seconda della posizione sociale che assume il soggetto nella propria tribù varia la quantità di amici che possiede e l’amicizia è fondamentale per il benessere della tribù. Ogni nuovo scambio garantisce rapporti di amicizia, quindi, protezione. La caratteristica principale : divieto assoluto di entrare in possesso degli oggetti scambiati, doni che non hanno durata permanente, nessuno è in maniera permanente proprietario del bracciale o collana, se si trattiene oggetto, ne conseguiranno soltanto guerre. Benché tutti gli indigeni siano consapevoli dell’importanza dello scambio degli oggetti, nessun indigeno è in realtà consapevole della complessità totale di ciò che comporta tutto ciò. (es: non sanno quante isole siano coinvolte) Perché sul potlatch e sulle cerimonie si fonda la vita sociale? La cerimonia del dono è fondata sull’amicizia e ha delle regole molto precise che se non vengono rispettate possono scatenare delle guerre tra le diverse tribù. Lo scopo del Potlatch è quello di dimostrare agli altri la propria superiorità, infatti, bisogna contraccambiare il dono che si riceve con un qualcosa che sia, meglio ancora, più prezioso. E’ presente uno strano rapporto tra l’amicizia e la rivalità, ovvero, l’amicizia e la rivalità sono inseparabili, l’atto di donare è in sé un atto di sfida. Chi è in possesso per un periodo limitato dell’oggetto magico, è felice. Il soggetto è felice di essere colui che garantisce un nuovo rapporto di amicizia al proprio popolo, quindi garantisce rapporti di pace e di benessere. Huizinga leggendo Malinowski si rese conto che il piacere che si prova nell’essere colui che riceve l’oggetto magico è lo stesso piacere che si prova nel gioco. L’oggetto magico studiato da Malinowski è in tutto e per tutto un Potlatch, è un oggetto che ha il vincolo di contraccambiare.
L’immagina che ci arriva dagli studi di Malinowski è molto positiva, insiste molto sul fatto che attraverso questi scambi si consolidano e fondano le loro società, quindi, le società sono fondate sull’amicizia che si crea grazie agli scambi di questi doni. E’ presente un valore etico e morale di questi scambi, Il possedere che nella nostra cultura è qualcosa di immorale, per queste civiltà primitive, possedere significa essere ricchi, avere molti amici, garantire sicurezza e benessere al proprio popolo, significa essere generosi perché chi possiede deve scambiare. E’ impossibile separare la ricchezza dal valore etico, chi è ricco garantisce il benessere per tutti, chi possiede da. Uniche idee morali degli indigeni : L’avarizia è un qualcosa che viene molto disprezzato in queste popolazioni, è la sola cosa su cui gli indigeni hanno delle salde idee morali, mentre la generosità viene vista come l’essenza della bontà. Malinowski disse che “ Il principale segno del potere è la ricchezza e il principale segno della ricchezza è la generosità .” 5) Marcel Mauss → Una delle sue opere più importanti venne scritta nel 1923-1924 e si chiama “Saggio sul dono”. La ricerca che Mauss fece è molto più ampia geograficamente rispetto a quella di Malinowski perché prende in considerazione altri posti del mondo come l’America del sud e del nord o l’Africa Fece questa ricerca così ampia geograficamente perché vuole comprendere la caratteristica misteriosa del Potlatch : “ L’atto generoso che si fa nel momento in cui si regala un qualcosa è anche un atto di sfida ”. La generosità sembra essere per i popoli primitivi una menzogna, una finzione, perché apparentemente ti regalo qualcosa ma allo stesso tempo ti sto sfidando. Qual è la forza che fa sì che chi riceve un dono si sente obbligato a contraccambiare? Nelle popolazioni maonia si ha l’idea che all’interno dell’oggetto ci sia un “mana”, ogni oggetto possiede una propria spiritualità ed è la medesima a costringere il soggetto a contraccambiare il regalo poiché, in caso non lo facesse, è l’oggetto stesso a trasmettere una sorta di “negatività” e far accadere determinate situazioni negative. Se non si rispetta la regola dello scambio, il mana contenuto nell’oggetto, ha il compito di distruggere chi non lo scambia a sua volta. Se io regalo l’oggetto magico continuo, in qualche modo, ad essere responsabile dello spirito dell’oggetto. Sono presenti anche delle popolazioni che ritengono che vi sia l’obbligo morale di condividere il proprio pasto con chi ha partecipato o assistito al medesimo durante la creazione. Mentre Malinowski si sofferma sul valore del donare, Mauss si sofferma sull’aspetto negativo, quindi, su ciò che succede nel momento in cui l’oggetto non viene contraccambiato perché rifiutarsi di accettare o contraccambiare significa dichiarare all’altro guerra. Si fanno doni perché si è obbligati. Huizinga ritiene che il rapporto antagonistico con l’altro è strettamente legato, fin da bambini, al fine di dimostrare a sé stesso e all’altro la propria superiorità. Secondo i greci è la virtù che spinge di dimostrare la propria abilità, è virtuoso chi è abile, chi vince una gara. Anche la persona che dimostra di essere molto intelligente è una molta virtuosa e i greci dimostrano la virtù all’interno di un contesto agonistico. es: gare di cavalli Teatro, rito e gara sono strettamente collegati e il Potlatch è una gara che permette di dimostrare la propria generosità. Le gare diventano ancora più importanti nella società latina. Es: lotta tra i gladiatori
L’elemento della scommessa vive in due maniere nella procedura giuridica
5 capitolo la “GUERRA” Anche la guerra viene vista come un gioco poiché è un gioco ogni forma di combattimento o di gara governato da un sistema di regole. Non importa che la guerra sia violenta perché anche nella lotta tra i cuccioli di animale o tra bambini è presente. Le guerre nel medioevo erano governate da una ritualità cavalleresca che aveva un carattere ludico, esempio, la guerra “dei trenta” viene definita un gioco perché possiede tutti i caratteri che possiedono i giochi cavallereschi: 1.Combattono delle persone scelte
7 capitolo “IL GIOCO E LA POESIA” Iniziando a parlare delle origini della filosofia greca e del loro rapporto con le antiche sacre di competizione e saggezza ci si trova già a fare vagare sui confini tra la RELIGIONE e la POESIA. Mentre la religione, la scienza, il diritto, la guerra e la politica sembrano perdere via via i loro contatti con il gioco, il poetare invece, nato nella sfera ludica, non se ne allontanerà mai definitivamente. La poesia non sarà mai completamente seria. Essa è situata al di là della serietà, in quella zona in cui si sfiorano il bambino, l’animale, il selvaggio, l’indovino, nella zona del sogno, dell’estasi, dell’ebrezza e della risata. E’ necessario sapersi allontanare dall’idea che la poesia ha una funziona puramente estetica poiché la poesia, in ogni civiltà, possiede una funzione vitale, sociale e liturgica. Ogni poesia antica è sia culto, gioco di società, indovinello, profezia e persuasione. Il poeta viene visto come un sapiente e secondo la mitologia dell’Edda solo chi beveva una bevanda preparata con il sangue del più saggio delle creature, colui a cui nessuno poteva fare una domanda che resettasse priva di risposta, poteva diventare un poeta vate. Dal poeta “Indovino” nascono man mano altre figure come quello del profeta, del prete, del divinatore o del filosofo. La poesia è nata nel gioco e come gioco, tale gioco sfiora continuamente la zona dello scherzo e del divertimento. Dovrà passare molto tempo prima che si verifichi effettivamente un consapevole appagamento dell’impulso estetico. Esempi di poesia come gioco: Gli abitanti della regione Rana conoscono un canto festivo alternato, detto inga fuka. Uomini e donne cantano gli uni agli altri delle canzonette improvvisate oppure solamente riprodotte. Si distinguono non meno di cinque generi di questo inga fuka****. È sempre stato basato su un alternare di strofe e contro strofe, domanda e risposta, sfida e vendetta. L’elemento formale di questa poesia è l’assonanza che lega tesi e antitesi riprendendo la stessa parola o variando le parole. Sebbene si faccia uso di un repertorio fisso di strofe inga fuka tradizionali, essenziale però è l’improvvisazione. Le strofe esistenti vengono perfezionate da felici aggiunte o variazioni. Una poesia molto differente fu trovata su un’isola del Sud-Est, qui non si fa che improvvisare. Il pantun malese, poesia di quattro versi a rime incrociate, mostra tutte le caratteristiche d’un gioco d’ingegnosità. La parola pantun nei secoli anteriori significava di solito parabola o proverbio e solo in secondo luogo quartina. Molto affine al pantun è la poesia giapponese generalmente detta hai-kai : è una poesiola di tre versi di rispettivamente cinque, sette e cinque sillabe e dev’essere stato in origine un gioco di rime incatenate, che uno cominciava e gli altri dovevano continuare. Si può riscontrare ovunque e in molte forme il poetare come gioco sociale, con un’intenzione che non è quasi mai una consapevole produzione di bellezza. Raramente vi manca l’elemento competitivo. Tutte queste forme si trovano abbondantemente sviluppate nell’Asia orientale. Nelle culture più progredite resta conservata per molto tempo ancora la situazione arcaica, in virtù della quale la forma poetica serve ad esprimere tutto ciò che sia importante o vitale nella convivenza degli uomini. Si usa esprimere in poesia quel che è sacro o solenne, Poetare è il modo naturale di esprimere qualsiasi cosa elevata.
Tutto quel che è poesia si svolge in gioco: gioco sacro di devozione, gioco festoso del corteggio d’amore, gioco battagliero di rivalità, insolenza e scherno, gioco di ingegnosità e d’abilità. Come si fa a conservare la qualità ludica della poesia a mano a mano che si sviluppa e si specializza la cultura? Il mito in qualunque forma ci venga tramandato è sempre poesia. Esso ci offre in forma poetica e coi mezzi dell’immaginazione un racconto di cose che ci rappresentiamo come realmente accadute. Può essere denso dei significati più profondi e sacri. Ora, mano a mano che la cultura si sviluppa aumentano i settori dove il carattere ludico non è percettibile, la cultura cambia e diventa più seria, la giustizia e guerra, l’arte e la scienza sembrano perdere completamente il loro contatto con il gioco. Il mito può mai essere chiamato completamente serio? Il mito è serio in quanto la poesia può essere seria. Poesia e mito si muovono insieme entro l’ambito del gioco, ma con ciò non significa che si muovono entro un ambito inferiore. Può avvenire che il mito giocando si innalzi a delle altezze a cui l’intelletto non può arrivare. Secondo l’uomo primitivo, per il suo ristretto ordine logico dell’universo, tutto è possibile ed il mito con le sue assurdità non lo vede ancora come una cosa non possibile. Appena il mito diventa letteratura, non appena viene retto da uno scheda tradizionale fissato da elementi culturali, viene soggetto alla distinzione tra gioco e serietà. Il mito è sacro, dunque dev’essere serio, ma continua ad usare la lingua dei selvaggi, cioè una lingua che esprime immagini sulle quali non influisce ancora il contrasto gioco-serietà. La connessione tra poesia e gioco è presente