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Euripide: Innovazione e Realismo nel Teatro Greco, Appunti di Storia Della Letteratura Greca

Euripide - Euripide

Tipologia: Appunti

2013/2014

Caricato il 12/01/2014

eleonora.fracalanza1
eleonora.fracalanza1 🇮🇹

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Euripide
Sofocle ed Euripide vissero nella stessa città, furono spettatori della stessa realtà
politica e sociale ma il loro teatro fu diversissimo. Il teatro di Sofocle poggia su tre
elementi: rappresenta un personaggio che, in ossequio ad un valore per lui
irrinunciabile, entra in conflitto con gli altri. Apparentemente il suo teatro ignora i fatti
storici e trascura la società del tempo, in realtà tratta il rapporto tra individuo, valori e
società. Di questi conflitti ad Euripide interessava discutere i moventi e rappresentare
gli effetti sull’animo dei personaggi. I suoi eroi e le sue eroine non sono statue
immobili, ferme in un gesto o in un atteggiamento significativo, ma persone concrete,
con una mobilissima psicologia e una loro umanissima naturalezza. Sono gente comune
col nome di eroi. I contemporanei di Eurpide non capirono e non amarono questo suo
teatro sperimentale. Nessuno fu più curioso di lui dei problemi della città, più
interessato alla politica del tempo, più aperto alle ideologie e alle suggestioni della
nuova poetica e filosofia. Perciò la tradizione lo dice amico di Socrate e discepolo di
filosofi sofisti. Per capire Euripide occorre tenere presenti gli eventi politici e culturali
contemporanei: il ruolo egemonico di Atene, lo sviluppo della democrazia guidata da
Pericle, la promozione della città a centro della cultura poetica e filosofica, la guerra del
Peloponneso (431-421). Disfatta di Atene: 404 a.c. Tutte le tragedie di Euripide, a parte
Alcesti e Medea, sono state scritte durante la guerra del Peloponneso. Tutto era posto in
discussione, religione, principi, tradizioni, costumi, mentalità, ruoli, leggi universali e
cittadine. In questo clima Euripide riconsiderò il ruolo della donna, la immaginò in
alcune situazioni emblematiche, ne esplorò il cuore e la mente, ne rappresentò l’indole,
le passioni, la volontà. Prime le donne erano immagine fisse, ferme in un unico ruolo.
Euripide scelse le trame mitiche in cui comparivano delle eroine e misura la loro
personalità secondo la scala di valori tradizionalmente maschili, postulando una
sostanziale parità tra uomo e donna.
La grande innovazione di Euripide è quella di aver portato sulla scena l’uomo. Degli
eroi del mito i suoi personaggi hanno solo il nome. Il mito stesso non è mai
rappresentato da lui nelle sue implicazioni religiose o nella sua dimensione eroica, come
da Eschilo e da Sofocle, ma nei suoi aspetti concreti e quotidiani. I personaggi non sono
tipi o caratteri ma persone con una psicologia spesso oscillante, combattuta, frantumata.
A differenza di Eschilo e Sofocle che avevano rappresentato nei loro drammi l’azione e
la responsabilità, l’eroismo e la sopportazione, Euripide rappresenta gli errori e i dolori
degli uomini. Egli è il creatore del teatro borghese. Lo sfondo dei suoi drammi è la
famiglia, non come in Eschilo o in Sofocle tutto il popolo o la città. L’utilizzo del deus
ex machina alla fine dei drammi o l’apparizione della divinità nel prologo non ha la
funzione di inserire le storie in un disegno provvidenziale. Anzi, per Euripide le vicende
degli uomini sono esposte all’arbitrio del caso. La stessa religione è per lui proiezione
dei pensieri e degli impulsi degli uomini. Ma Euripide non è ateo. Intuisce che la
divinità deve essere diversa da come gli uomini la concepiscono, ma conoscerla è
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Euripide

Sofocle ed Euripide vissero nella stessa città, furono spettatori della stessa realtà politica e sociale ma il loro teatro fu diversissimo. Il teatro di Sofocle poggia su tre elementi: rappresenta un personaggio che, in ossequio ad un valore per lui irrinunciabile, entra in conflitto con gli altri. Apparentemente il suo teatro ignora i fatti storici e trascura la società del tempo, in realtà tratta il rapporto tra individuo, valori e società. Di questi conflitti ad Euripide interessava discutere i moventi e rappresentare gli effetti sull’animo dei personaggi. I suoi eroi e le sue eroine non sono statue immobili, ferme in un gesto o in un atteggiamento significativo, ma persone concrete, con una mobilissima psicologia e una loro umanissima naturalezza. Sono gente comune col nome di eroi. I contemporanei di Eurpide non capirono e non amarono questo suo teatro sperimentale. Nessuno fu più curioso di lui dei problemi della città, più interessato alla politica del tempo, più aperto alle ideologie e alle suggestioni della nuova poetica e filosofia. Perciò la tradizione lo dice amico di Socrate e discepolo di filosofi sofisti. Per capire Euripide occorre tenere presenti gli eventi politici e culturali contemporanei: il ruolo egemonico di Atene, lo sviluppo della democrazia guidata da Pericle, la promozione della città a centro della cultura poetica e filosofica, la guerra del Peloponneso (431-421). Disfatta di Atene: 404 a.c. Tutte le tragedie di Euripide, a parte Alcesti e Medea, sono state scritte durante la guerra del Peloponneso. Tutto era posto in discussione, religione, principi, tradizioni, costumi, mentalità, ruoli, leggi universali e cittadine. In questo clima Euripide riconsiderò il ruolo della donna, la immaginò in alcune situazioni emblematiche, ne esplorò il cuore e la mente, ne rappresentò l’indole, le passioni, la volontà. Prime le donne erano immagine fisse, ferme in un unico ruolo. Euripide scelse le trame mitiche in cui comparivano delle eroine e misura la loro personalità secondo la scala di valori tradizionalmente maschili, postulando una sostanziale parità tra uomo e donna. La grande innovazione di Euripide è quella di aver portato sulla scena l’uomo. Degli eroi del mito i suoi personaggi hanno solo il nome. Il mito stesso non è mai rappresentato da lui nelle sue implicazioni religiose o nella sua dimensione eroica, come da Eschilo e da Sofocle, ma nei suoi aspetti concreti e quotidiani. I personaggi non sono tipi o caratteri ma persone con una psicologia spesso oscillante, combattuta, frantumata. A differenza di Eschilo e Sofocle che avevano rappresentato nei loro drammi l’azione e la responsabilità, l’eroismo e la sopportazione, Euripide rappresenta gli errori e i dolori degli uomini. Egli è il creatore del teatro borghese. Lo sfondo dei suoi drammi è la famiglia, non come in Eschilo o in Sofocle tutto il popolo o la città. L’utilizzo del deus ex machina alla fine dei drammi o l’apparizione della divinità nel prologo non ha la funzione di inserire le storie in un disegno provvidenziale. Anzi, per Euripide le vicende degli uomini sono esposte all’arbitrio del caso. La stessa religione è per lui proiezione dei pensieri e degli impulsi degli uomini. Ma Euripide non è ateo. Intuisce che la divinità deve essere diversa da come gli uomini la concepiscono, ma conoscerla è

impossibile. In Omero l’intervento degli dei spiegava il corso degli eventi umani. In Euripide non lo spiega più. La speranza che aveva Eschilo di capire le intenzioni degli dei era stata perduta da Sofocle. Il destino dell’uomo non si gioca più tra cielo e terra ma tra individuo ed individuo. Per mettere al corrente gli spettatori dei presupposti e dello svolgimento della vicenda, Euripide conferisce ai suoi prologhi un carattere informativo, alla sorpresa sostituisce l’attesa. In quasi tutte le tragedie le parti corali, la parodo e gli stasimi, sono meno legate all’azione che non in Eschilo e Sofocle e tendono verso la forma dell’intermezzo lirico. L’autonomia delle parti corali, già rimproverata ad Euripide da Aristotele, deriva da una esigenza di razionalità e di realismo. Sono inoltre inserite negli episodi delle monodie cantate dall’attore sulla scena. La tragedia di Euripide è più realistica di quella di Eschilo e di Sofocle. La trama è più articolata, l’azione è più spettacolare e ricca di colpi di scena, di peripezie e di agnizioni. Euripide voleva convincere ed educare gli spettatori e anche per questo utilizza uno stile più piano, una lingua più vicina al parlato ed una musica più moderna.

Ione 418-417 a.c.

Nello Ione vi sono tre macchinazioni. La più importante è quella di Apollo. Il dio aveva avuto ad Atene un figlio dalla principessa Creusa e, dopo che la madre ancora nubile lo aveva esposto, lo aveva fatto allevare a Delfi come servo del suo tempio. Creusa era poi andata sposa ad uno straniero, Xuto, e non aveva più avuto figli. I due coniugi si recano a Delfi per interrogare l’oracolo e Apollo rivela a Xuto che il primo che incontrerà è suo figlio. Xuto esce dal tempio e incontra Ione. Lo abbraccia felice e lo festeggia con un grande banchetto. Gelosa di Ione, Creusa proclama davanti al vecchio pedagogo che da Apollo essa aveva avuto un figlio. Il vecchio la spinge alla vendetta: Creusa macchina di avvelenare il vino di Ione. È la seconda macchinazione, ma viene svelata da Ione, ispirato da Apollo. Creusa scoperta, rischia di essere lapidata. L’apparenza non corrisponde alla realtà: madre e figlio si cercando e appena si trovano tentano di uccidersi a vicenda, perché agiscono secondo l’apparenza. A rivelare il loro legame è la Pizia, che porta la cesta in cui giaceva il neonato Ione. Creusa la riconobbe immediatamente e abbraccia il figlio ritrovato. Ma Ione ha un dubbio: chi è suo padre? È Apollo o un ignoto? Il dubbio è sciolto da Atena, apparsa ex machina. Ione è figlio di Apollo e sarà capostipite delle quattro tribù attiche e delle genti ioniche. Avrà inoltre due fratelli, Doro e Acheo, rispettivamente capostipiti delle genti doriche e achee. E qui interviene la terza macchinazione: Creusa e Ione si accordano per non far sapere nulla a