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Euripide Supplici greco, Appunti di Greco

euripide Supplici testo greco.

Tipologia: Appunti

2024/2025

In vendita dal 25/03/2025

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nec-1 🇮🇹

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Euripide, Le supplici
ARALDO:
Il re dov'è di questa terra? A chi
di Creonte recar devo il messaggio,
che in Tebe ora ha il poter, poiché per mano
del fratel Poliníce, alle settemplici
mura di Tebe innanzi Etèocle cadde?
TESÈO:
Prima di tutto, da un error le mosse
hai prese, o forestier, quando in Atene
tu cerchi un re: qui non comanda un solo:
libera è la città: comanda il popolo,
con i suoi deputati, a turno eletti
anno per anno; e privilegio alcuno
non hanno i ricchi: ugual diritto ha il povero.
ARALDO:
Tu m'hai concesso un punto di vantaggio,
come al giuoco dei dadi. La città
dalla quale son giunto, è governata
da un uomo sol, non da la folla. alcuno
quivi non è che a ciance esalti il popolo
pel proprio lucro, e qua e là o volga.
Tutti miele, costor, tutti lusinghe
son pria, che in danno poscia si convertono.
E con calunnie nuove allor nascondono
gli antichi falli, e alla giustizia sfuggono.
D'altronde, come mai potrebbe il popolo,
che guidare non sa neppure il proprio
razïocinio, reggere uno stato?
A insegnar tal dottrina, il tempo giova,
e non la fretta; e un povero bifolco,
anche se inculto non sarà, distolto
dal suo lavoro, agl'interessi pubblici
badare non potrà. Malanno grande
è per gli onesti, quando un uomo tristo
e venuto dal nulla, acquista credito,
e con le ciance sue dòmina il popolo.
TESÈO:
è sottil questo araldo, e di parole
artefice sagace, anche se impronto.
Or, poiché tu proposta hai tale gara,
poiche m'inviti a tal disputa, ascoltami.
Nulla per un paese infesto è piú
d'un assoluto re. Qui, per primissima
cosa, leggi non son, per tutti uguali.
In propria casa un uomo sol detiene
le leggi, uno il potere; e l'uguaglianza
non c'è. Ma quando leggi scritte esistono,
ugual giustizia ottiene il ricco, il povero.
Il debole può allor, quando l'insultano,
rimbeccare il possente: allora il piccolo,
quando ha ragione, può vincere il grande.
Ecco che cosa è libertà: «Chi ha
qualche utile consiglio, e vuole offrirlo
alla città?». Chi se la sente, celebre
divien di colpo; e chi non se la sente,
se ne sta zitto. Uguaglianza piú
perfetta, esiste? E dove della terra
il popolo è sovrano, ivi si gode
d'aver nella città pronta una florida
gioventú; ma nemica invece un principe
assoluto la stima, e ipiú gagliardi
uccide, e quanti ch'abbian senno reputa,
ché pel suo regno teme. E come, allora,
può divenir gagliarda una città,
se v'ha chi tronca, quasi a Primavera
spighe dal prato, ogni baldanza, e il fiore
dei giovani discerpa? Ed a che giova
agi e ricchezze procurare ai figli,
perché piú cresca del tiranno il lusso?
A che fanciulle costumate in casa
crescere, se sollazzo esser dovranno,
quand'ei lo voglia, del signore, a che
lagrime seminare? Oh, ch'io non viva,
se alcun mai debba vïolar mia figlia!
Con questi colpi colpi tuoi rintuzzo.
Ma quale scopo a questo suol t'adduce?
Col tuo malanno qui giunto saresti,
se tu non fossi araldo: ché tu chiacchieri
piú del bisogno; e un messaggero, esporre
dovrebbe quanto gli fu imposto, e andarsene
alla piú spiccia. E d'ora in poi, Creonte
men loquaci di te ci mandi i nunzi.

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Euripide, Le supplici ARALDO: Il re dov'è di questa terra? A chi di Creonte recar devo il messaggio, che in Tebe ora ha il poter, poiché per mano del fratel Poliníce, alle settemplici mura di Tebe innanzi Etèocle cadde? TESÈO: Prima di tutto, da un error le mosse hai prese, o forestier, quando in Atene tu cerchi un re: qui non comanda un solo: libera è la città: comanda il popolo, con i suoi deputati, a turno eletti anno per anno; e privilegio alcuno non hanno i ricchi: ugual diritto ha il povero. ARALDO: Tu m'hai concesso un punto di vantaggio, come al giuoco dei dadi_._ La città dalla quale son giunto, è governata da un uomo sol, non da la folla. alcuno quivi non è che a ciance esalti il popolo pel proprio lucro, e qua e là o volga. Tutti miele, costor, tutti lusinghe son pria, che in danno poscia si convertono. E con calunnie nuove allor nascondono gli antichi falli, e alla giustizia sfuggono. D'altronde, come mai potrebbe il popolo, che guidare non sa neppure il proprio razïocinio, reggere uno stato? A insegnar tal dottrina, il tempo giova, e non la fretta; e un povero bifolco, anche se inculto non sarà, distolto dal suo lavoro, agl'interessi pubblici badare non potrà. Malanno grande è per gli onesti, quando un uomo tristo e venuto dal nulla, acquista credito, e con le ciance sue dòmina il popolo.

TESÈO:

è sottil questo araldo, e di parole artefice sagace, anche se impronto. Or, poiché tu proposta hai tale gara, poiche m'inviti a tal disputa, ascoltami. Nulla per un paese infesto è piú d'un assoluto re. Qui, per primissima cosa, leggi non son, per tutti uguali. In propria casa un uomo sol detiene le leggi, uno il potere; e l'uguaglianza non c'è. Ma quando leggi scritte esistono, ugual giustizia ottiene il ricco, il povero. Il debole può allor, quando l'insultano, rimbeccare il possente: allora il piccolo, quando ha ragione, può vincere il grande. Ecco che cosa è libertà: «Chi ha qualche utile consiglio, e vuole offrirlo alla città?». Chi se la sente, celebre divien di colpo; e chi non se la sente, se ne sta zitto. Uguaglianza piú perfetta, esiste? E dove della terra il popolo è sovrano, ivi si gode d'aver nella città pronta una florida gioventú; ma nemica invece un principe assoluto la stima, e ipiú gagliardi uccide, e quanti ch'abbian senno reputa, ché pel suo regno teme. E come, allora, può divenir gagliarda una città, se v'ha chi tronca, quasi a Primavera spighe dal prato, ogni baldanza, e il fiore dei giovani discerpa? Ed a che giova agi e ricchezze procurare ai figli, perché piú cresca del tiranno il lusso? A che fanciulle costumate in casa crescere, se sollazzo esser dovranno, quand'ei lo voglia, del signore, a che lagrime seminare? Oh, ch'io non viva, se alcun mai debba vïolar mia figlia! Con questi colpi colpi tuoi rintuzzo. Ma quale scopo a questo suol t'adduce? Col tuo malanno qui giunto saresti, se tu non fossi araldo: ché tu chiacchieri piú del bisogno; e un messaggero, esporre dovrebbe quanto gli fu imposto, e andarsene alla piú spiccia. E d'ora in poi, Creonte men loquaci di te ci mandi i nunzi.