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Le questioni etiche e giuridiche legate all'eutanasia e alla pena di morte, analizzando le diverse posizioni e prospettive, sia dal punto di vista medico-legale che religioso. Si esaminano le diverse legislazioni in vigore in diversi paesi, le posizioni delle principali religioni monoteiste e le opinioni di filosofi e giuristi di spicco. Una panoramica completa e approfondita di un tema complesso e controverso, fornendo spunti di riflessione e approfondimento.
Tipologia: Appunti
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Elena Meneguzzo VB EUTANASIA E PENA DI MORTE L’eutanasia e la pena di morte sono due argomenti controversi che sollevano domande etiche e morali fondamentali: sollevano domande sul valore della vita, i diritti individuali, le convinzioni religiose e i sistemi legali in tutto il mondo. L'eutanasia, dal greco buona morte, è il processo intenzionale di fine-vita prematuro alla morte naturale tramite pratiche mediche. Su richiesta libera e consapevole della persona, l’eutanasia può essere suddivisa in: ⦁ eutanasia passiva, intesa come interruzione, ad opera di un medico, di trattamenti sanitari di sostegno vitale necessitati dal paziente; ⦁ eutanasia attiva, sempre ad opera di un medico, volta a causare o ad agevolare la morte del paziente; Parallelamente all’eutanasia troviamo il suicidio assistito nel quale la figura del medico è di sola presenza o assistenza ma non di azione. In Italia non è concessa né l’eutanasia né il suicidio assistito. Tuttavia nell’art. 32, comma II, della costituzione, si prevede che nessuno può essere tenuto a determinati trattamenti sanitari non desiderati e successivamente nell’art 13, viene sancita l’inviolabilità della libertà personale, intangibilità ed incoercibilità della propria sfera corporea. Attraverso la Legge 219/2017, il paziente capace di agire ha il diritto di rifiutare qualsiasi accertamento, parte o intero trattamento indicato dal medico per la sua patologia, nonché il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche qualora la revoca comporti l'interruzione della cura. Dunque, ogni cittadino ha diritto a rinunciare o a rifiutare le cure necessarie. Nel 1974 un gruppo di premi Nobel pubblica un manifesto per l’eutanasia riproposto nel giugno del 2017 dalla Consulta di Bioetica Onlus per far varare una legge che permetta e regoli l’eutanasia e/o il suicidio assistito: «È immorale tollerare, accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dell’individuo; ciò implica che lo si tratti con rispetto e lo si lasci libero di decidere
ragionevolmente della propria sorte […]. In altri termini bisogna fornire il mezzo di morire “dolcemente, facilmente” a quanti sono afflitti da un male incurabile o da lesioni irrimediabili, giunti all’ultimo stadio. Non può esservi eutanasia umanitaria all’infuori di quella che provoca una morte rapida e indolore ed è considerata come un beneficio dell’interessato. È crudele e barbaro esigere che una persona venga mantenuta in vita contro il suo volere e che le si rifiuti l’auspicata liberazione quando ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettiva di avvenire. La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate […]. Ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità, ha anche il diritto di morire con dignità» (The Humanist, luglio 1974). A livello estero, l’Olanda e il Belgio accettano la pratica dell’eutanasia e possiedono anche la legislazione più antica sull’argomento a differenza di stati come l’Australia e alcuni stati degli Stati Uniti, che successivamente all’approvazione della pratica ne accadrà la revocazione. È invece possibile il suicidio assistito in Svizzera e sia l’eutanasia che il suicidio assistito in Spagna. Se si compie una di queste pratiche all’estero gli accompagnatori al ritorno in Italia risulterebbero però complici di reato. A livello religioso esistono diverse visioni riguardo l’eutanasia e il suicidio assistito. Nelle religioni antiche delle Americhe veniva previsto, nel sud, oltre al sacrificio umano, anche l’autosacrificio, mentre nel nord il senicidio ossia l’abbandono volontario dell’anziano durante le migrazioni. Nelle religioni dharma quali l’Induismo, con la pratica della prayopavesca, il Giainismo, con le pratiche della sallekhana e della snathara, ed il Buddismo, con la pratica del sokushinbutsu, è concesso un suicidio di purificazione, oppure per disabilità, malattie terminali o per mancanza di responsabilità e ambizioni che tratta di una lenta morte dovuta al digiuno volontario e/o ad un’auto-mummificazione. Nelle religioni abramitiche quali l’ebraismo, l’islam, e il cristianesimo invece si trova un riscontro principalmente negativo. Alla base vi è il pensiero che la vita è un dono sacro della divinità che solo essa può revocare e va preservata fino al suo termine naturale (anche se non è considerato moralmente accettabile l’accanimento terapeutico, mentre è consentito il trattamento tramite cure palliative che rendono la morte meno dolorosa per i malati, a patto che il paziente rimanga lucido). Nell'antico testamento sono presenti alcuni passi in cui la cultura ebraica ricorda il suicidio-omicidio del giudice Sansone come un fatto positivo (Giudici 16:28-30). Nella
in più uno stato illuminato non poteva permettersi di vendicarsi sui cittadini per le loro azioni. La punizione per un reato possiede un significato solo se correttiva e con una finalità come, ad esempio, d’utilità per il bene comune. Successivamente nel 1786 nel ducato di toscana fu abolita la pena di morte. In opposizione troviamo il filosofo tedesco Nietzsche che vedeva la condanna a morte come utile per restituire la dignità al condannato e al suo gesto. L'esecuzione, dunque, assume un valore sacrificale. La sua funzione non era quella di scatenare un senso di colpa o di rieducare il criminale ma solo quella di punire. Nel credo Buddista la pena di morte è un reato gravissimo con pesanti ed inevitabili conseguenze karmiche sia sul condannato sia su chi condanna; tuttavia, non essendo religione di stato in nessun paese a maggioranza buddista, molti stati quali il Giappone, preservano la pena di morte. Stessa cosa per l’induismo, anche se questo pensiero è condiviso solo tra i più riformisti: è infatti contemplata la pena di morte da alcuni come forma di castigo per la purificazione del criminale dal peccato commesso, che presto passerà a nuova vita e subirà il giudizio divino. Le religioni abramitiche ritengono lecita la pena di morte ma differiscono in base al contesto e al motivo. L'Islam è favorevole alla pena di morte anche se in base alla gravità del reato, ai giorni d’oggi, viene preferita la condanna all’ergastolo. Sura 5, versi 32-33:"Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I Nostri Messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure, molti di loro commisero eccessi sulla terra. La ricompensa di coloro che fanno la guerra a Dio e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliati la mano e il piede da lati opposti o che siano esiliati sulla terra" Secondo la Sh’aria ossia la legge coranica, la pena di morte è prevista per tre principali reati: l’omicidio di un uomo maschio islamico, l’adulterio di una donna sposata e per la bestemmia. Anche nel corano è però prevista la legge del taglione, per omicidio o lesioni, in cui la famiglia o
la vittima stessa ha il diritto fondamentale di scelta della pena e/o della morte del colpevole, anche se come indicato nel 178esimo verso della seconda sura del Corano il perdono sarebbe la scelta migliore: “O voi che credete, in materia di omicidio vi è stato prescritto il contrappasso: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna. E colui che sarà stato perdonato da suo fratello, venga perseguito nella maniera più dolce e paghi un indennizzo: questa è una facilitazione da parte del vostro Signore, e una misericordia. Ebbene, chi di voi, dopo di ciò, trasgredisce la legge, avrà un doloroso castigo.” Nell'ebraismo la pena di morte è riconosciuta anche dalla Torah. Si basa sulla legge del taglione e sul codice di Hammurabi: l’omicidio infatti è punito con l’omicidio. Es 21:23-25 “Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.” Nei nostri giorni, i rabbini ritengono che a livello teorico la pena di morte sia una giusta conseguenza al crimine, ma a livello pratico non va utilizzata e del resto oggi giorno risulta inutilizzabile data la non corrispondenza della pena con le leggi degli stati in cui è maggiore la presenza ebraica. Infine, nel cristianesimo la pena di morte è sempre stata riconosciuta, dal momento dello sviluppo del credo, quando era in vigore la pena di morte imposta dall’Impero romano; per il resto la situazione varia in base al contesto storico in cui ci si trova ed è generalmente usata sia per casi estremi sia per la legge del taglione. Nel tempo, la pena di morte cristiana, infatti, è stata anche estesa come ad esempio nelle crociate e guerre sante. Anche se vi è sempre stata una differenza arbitraria tra l’uccisione di un prossimo (considerata omicidio e non consentita) e un’uccisione legale del colpevole (valente come pena di morte). Il Vaticano ha abolito definitivamente la pena di morte nel 1969, tolta dalla legge fondamentale da Papa Giovanni Paolo II il 12 febbraio 2001 e nel 2019 dichiarata illecita e immorale da Papa Francesco I. fonti: