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Riassunto dettagliato capitolo per capitolo del saggio di Frederick Cooper "Africa contemporanea. Dalla decolonizzazione a oggi". Le mie sottolineature evidenziano macro-concetti importanti, ma consiglio comunque di stampare il documento in bianco e nero.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Il 6 aprile 1994 a Kigali, in Ruanda , era iniziato quello che la stampa descrisse come un “bagno di sangue tribale” dopo l’abbattimento dell’aereo che trasportava il presidente del paese Juvénal Habyarimana, di ritorno dalle trattative di pace che si erano svolte in Tanzania. Il governo era controllato da hutu, la minoranza erano i tutsi. Questi ultimi tentarono di invadere il Ruanda dal vicino Uganda e la notte dell’abbattimento dell’aereo ci fu un’ondata di omicidi di massa a danno dei tutsi che si trasformò in uno sterminio sistematico perpetrato dall’esercito guidato dagli hutu, da milizie locali e da folle inferocite. Il massacro si estese a tutto il Ruanda. Non era una spontanea manifestazione di odio tribale, ma un tentativo pianificato di distruggere l’intera popolazione tutsi. Quando finì, diversi mesi più tardi, solo perché l’esercito a guida hutu si rivelò incapace di arrestare le forze d’invasione che occuparono Kigali (> ondata di profughi hutu che ripararono nel vicino Zaire), circa 800.000 tutsi erano morti insieme a numerosi hutu che si erano opposti al genocidio. Dal 1994 il Ruanda ha vissuto una sostanziale crescita economica, ma ha difficoltà nel ricostruire la società dopo il genocidio. Sia per gli hutu e sia per i tutsi è difficile pensare che un governo democratico sia sufficiente a proteggerli. Paul Kagame ha governato il paese dal 1994 e il governo ruandese è intervenuto a più riprese in Zaire – Congo – (affermando di difendersi contro gli attacchi delle milizie hutu in esilio, in realtà compiendo atti di violenza). Secondo alcuni ci sarebbero motivazioni economiche che portano l’Uganda e il Ruanda ad appoggiare le milizie in Congo: l’accesso alle ricchezze minerarie. La violenza del 6 aprile fu preparata da un’istituzione moderna , un governo con il suo apparato burocratico e militare, con l’uso di strumenti di comunicazione moderni (radio) e di moderne forme di propaganda. Un odio frutto di fatti storici e non un attributo naturale. In Ruanda la differenza culturale era relativamente ridotta: hutu e tutsi parlano la stessa lingua e per la maggior parte sono cristiani. All’apparenza i due gruppi non si distinguono molto (per gli occidentali i tutsi sono alti e snelli, gli hutu bassi e robusti). Più che uno scoppio di rivalità etniche, fu un genocidio organizzato da una cricca di governanti in dubbio sulla loro capacità di rimanere al potere e decisi a contrapporsi a un “diverso” etnicamente definito.
l’accesso al mondo esterno. Il tentativo di sviluppo dei regimi tardocoloniali non pose le basi di economie nazionali forti dopo l’indipendenza. Le economie africane rimasero orientate verso l’esportazione. I governi si resero conto dei benefici che potevano essere loro garantiti dalla strategia del “controllo della porta”, messa in atto dallo Stato coloniale prima della WW2 > restringono i canali per l’avanzamento nelle carriere controllate dall’amministrazione. In mancanza della capacità coercitiva del suo predecessore, lo Stato postcoloniale era vulnerabile; diversi gruppi cercarono di impadronirsi della porta. Coloro che provvisoriamente la controllano hanno un grande interesse a rimanere in carica: le élite di governo erano così inclini a usare clientelismo, violenza e calunnia contro gli oppositori e altri metodi per rafforzare la propria posizione, riducendo ancora di più gli spazi d’accesso al potere. Recessione mondiale a metà degli anni Settanta > difficoltà nell’alimentare il clientelismo. L’Africa è il continente che presenta le maggiori diversità interne. Si tente a suddividere il continente in Nord Africa e Africa subsahariana/ Africa nera. Dal XVI secolo i commercianti di schiavi europei cominciarono a frequentare diversi porti africani. Gli individui tratti in schiavitù e i loro discendenti cominciarono a pensare a sé stessi come “africani”. Avevano una loro origine e negli Stati Uniti cominciarono a chiamarsi “etiopi” (nome che evocava le storie bibliche di Salomone e della regina di Saba. “Etiopia” o “Africa” definivano il loro posto in seno a una storia universale). La mappa culturale dell’Africa è segnata da gradazioni di differenze e linee di congiunzione, enon da una serie di spazi chiusi, ciascuno con la “sua” cultura, il “suo” linguaggio e il “suo” sentimento di unicità. Il prevalere di una tendenza sull’altra era una questione di circostanze storiche, non determinata da un’ipotetica natura africana, identità razziale o peculiarità culturale. Quando nel Medio Oriente il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser sfidò la potenza britannica, francese, americana e israeliana, per molti africani divenne il simbolo del vero leader nazionale. Negli anni Cinquanta la lotta comune contro le potenze coloniali per la costruzione di economie nazionali e per la dignità nazionale fece nascere l’idea militante del “Terzo mondo” – né capitalista né comunista – unendo insieme Asia, America Latina e Africa contro le potenze del Nord o imperialiste. C’erano leader politici che stringevano alleanze con gruppi di potenze guidate da USA o URSS. In Africa la popolazione è distribuita in modo irregolare e gli spostamenti sono dispendiosi. Scambi con l’oltremare che tendevano a concentrarsi su una ristretta gamma di merci (schiavi, oro, palma, avorio). Come risultato la formazione di collegamenti specifici con le economie esterne, invece di sviluppare economie solide e diversificate.Dopo la conquista, i regimi coloniali realizzarono ferrovie e strade per esportare cacao o rame e importare manufatti europei, favorendo il movimento delle merci e delle persone verso la metropoli. Gran parte dei poteri di questi regimi si fondava sulla capacità di controllare gli snodi fondamentali, ma anche sulla creazione di ostacoli al movimento (restrizione della mobilità in base a criteri razziali, rifiuto di ammetere gli africani all’interno di istituzioni sociali o educative). Da parte loro, gli africani cercarono di stabilire con qualche successo una propria specifica rete di legami, dalle rotte di commercio all’interno del continente alle relazioni politiche con gli altri popoli colonizzati. Quando però gliimperi scomparvero, anche i leader africani furono tentati di affermare il proprio controllo su quegli stessi ristretti canali commerciali, piuttosto che allargare e approfondire nuove forme di collegamento attraverso il territorio. Divisione classica della storia dell’Africa, che ci si propone di scavalcare:
Anche le comunicazioni all’interno dell’Africa offrivano la possibilità di creare legami. Ferrovie, strade, servizio postale e radio create dai governi coloniali facilitavano il movimento di persone e idee, nonostante la censura. Gli africani istruiti potevano promuovere i valori delle proprie culture o acquisire informazioni. I popoli colonizzati erano chiamati a grandi sacrifici in nome dello sforzo bellico: soldati dell’Africa Occidentale Britannica in Birmania, i soldati dell’Africa Equatoriale Francese in Nord Africa e in Italia, e i lavoratori che in tutto il continente erano costretti a produrre materiali ritenuti utili alla guerra. Le élite africane videro nella ritrovata retorica antirazzista degli Alleati un linguaggio con cui rinvigorire la loro critica al governo coloniale. Fu un momento che i leader del panafricanismo cercarono di cogliere per formulare obiettivi e strategie nella lotta anticoloniale in tutta l’Africa e all’interno della diaspora, nonostante i problemi socio-economici gravi in corso. La fine della guerra offriva la possibilità ai movimenti sociali e politici di intervenire nei confronti di amministrazioni imperiali incerte sulla conservazione della loro autorità e consce del bisogno del contributo africano per ricostruire le economie imperiali. La religione al di là della “tribù”. Le reti create da leader o da particolari sistemi religiosi erano spesso molto ampie. Secondo Robin Horton la diffusione dell’islam e del cristianesimo nel XIX e XX secolo come una conseguenza dell’emigrazione delle divinità “locali” dai territori d’origine. Una religione monoteistica viaggia meglio e fornisce simboli condivisi, dogmi e codici morali che permettono una cooperazione tra territori anche molto distanti. Alcuni studiosi sostengono che l’adozione del cristianesimo ebbe come effetto la colonizzazione delle menti. I missionari intervenivano sull’individuo, tralasciando gruppi di parentela, consigli di anziani, classi di età e altri fattori collettivi fondamentali per la vita delle società africane, ed erano convinti di abbattere un intero complesso di credenze “da selvaggi. Sin dall’inizio molti cristiani africani rifiutarono di seguire il copione dei missionari e crearono chiese vicine a quelle che avevano lasciato; altri convertiti redassero storie delle loro genti o discorsi morali che li distinguessero come cristiani. Movimenti autonomistici in questi sensi negavano che l’agire come cristiani significasse agire come un europeo. Durante gli anni Trenta in alcune parti dell’Africa orientale si diffuse un movimento “di risveglio religioso ” che esortava le popolazioni a condividere una visione universale della comunità cristiana e a rifiutare le religioni locali e i sistemi di parentela. Come conseguenza la nascita del “ patriottismo etnico ”, con rinnovato accento sulla comunità, sul patriarcato e sui legami di parentela. Spesso i rapporti tra cristianesimo e pratiche sociali indigene risultavano delicati; tra le cause di dissenso la poligamia e i riti di iniziazione (es. clitoridectomia). Per alcuni la “religione dell’uomo bianco” poteva avere fini strumentali, come acquisire un’istruzione o altre capacità pratiche o fornire la possibilità di inserirsi nel mondo cosmopolita di una città. La diversità delle organizzazioni religiose che proliferarono in Africa e che tutt’oggi continuano a proliferare fa capire in quanti modi possono essere sintetizzati e combinati diversi sistemi religiosi. Oggi si riconoscono la flessibilità e adattabilità delle pratiche religiose. Nei tardi anni Trenta e negli anni Quaranta l’ambiente religioso era creativo e innovativo, e da qui prenderà avvio il ripensamento del ruolo dei ministri del culto e definizione dei propri codici morali. L’ambiguità delle norme collettive diventa parte delle tensioni inerenti alle relazioni sociali, tensioni spesso legate alle incertezze della vita (acuta crisi agricola degli anni Trenta ed emigrazione dirompente della forza lavoro; proliferazione di culti legati alla caccia alla stregoneria e ricerca di quegli individui che trasgredivano le norme sociali). Uomini e donne, migrazione e militanza. I minatori del rame provenivano da aree rurali fortemente impoverite e lavoravano per periodi variabili di alcuni mesi o anni, ricevendo salari miseri e vivendo in abitazioni inadeguate, sottoposti a disciplina arbitraria e senza possibilità di fare carriera. I padroni che li assoldavano non li consideravano come lavoratori ma come abitanti dei villaggi che venivano temporaneamente a lavorare per guadagnare qualche soldo. Molte donne si trasferivano nelle città minerarie per raggiungere i mariti, altre trovavano in città la libertà che le loro famiglie d’origine non avrebbero mai permesso. Si riduce lo spostamento delle donne con una “legge consuetudinaria” più patriarcale e restrittiva di quanto non fosse la pratica precedente. Tra il 1935 e il 1950 si verificarono numerosi scioperi nei porti, nelle miniere, nelle ferrovie e nei centri di commercio. Lo sciopero del 1935 in Rhodesia del Nord vide i lavoratori delle città lottare accanto ai minatori e una forte presenza femminile alle manifestazioni, prima di essere represso. Ondata di scioperi in Kenya, Nigeria, Costa d’Oro, nelle Rhodesie e in Sudafrica (anche durante la WW2). Era un problema che riguardava tutto l’impero britannico e che poteva essere evitato se le popolazioni colonizzate di Africa e Indie occidentali avessero goduto di servizi decenti e di migliori prospettive di lavoro. Soltanto dopo gli scioperi il Colonial Office considera l’idea che un governo coloniale intraprendesse sistematici programmi di “sviluppo economico” per creare infrastrutture che permettano una produzione maggiore e più efficiente da parte di una forza lavoro che non viveva più in miseria. Il Colonial Development and Welfare Act del 1940 è il primo provvedimento britannico che prevedesse l’impiego di risorse metropolitane per programmi destinati a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni colonizzate (fornitura d’acqua, edilizia abitativa, scuole e altri progetti sociali); lavoratori salariati e infrastrutture. Si applica un rimpatrio più rigoroso di quei minatori il cui contratto era scaduto. Migliori servizi avrebbero prodotto una forza lavoro più efficiente ma soprattutto prevedibile e meno combattiva. Durante la guerra c’erano forte domanda di lavoro africano, una penuria di prodotti di consumo che generava inflazione, sovraffollamento urbano, scarsità di servizi: un sistema che trattava gli africani come unità intercambiabili. Questo genera altri scioperi generali (intere città o regioni), che si trasformavano in manifestazioni di massa proprio perché la forza lavoro era poco differenziata > sindacati africani si accorgono che i regimi coloniali erano economicamente e politicamente vulnerabili. Nell’Africa francese, dove il settore del lavoro salariato era meno sviluppato, l’ondata di scioperi arrivò più tardi. Il governo portoghese ricorse ampiamente al lavoro forzato – versione portoghese dello “sviluppo” fu affidata ai lavoratori bianchi giunti dalla metropoli. Il Sudafrica era relativamente industrializzato, dopo la vittoria dei nazionalisti afrikaner nel 1948 il governo espelle in massa gli africani dalle città.
La maggioranza dei lavoratori salariati erano uomini = strategia del capitalismo coloniale per mantenere bassi i costi (un lavoratore la cui famiglia era rimasta in un villaggio rurale poteva essere pagato meno di quanto non fosse necessario per mantenere un’intera famiglia). La disponibilità di forza lavoro agli inizi del periodo coloniale dipendeva da un insieme di pressioni e incentivi: pressioni dei governi ai capi- villaggio per fornire lavoratori; inadeguatezza dei servizi di mercato e di trasporto nelle aree rurali; obbligo di pagare le tasse in denaro; tensioni generazionali all’interno delle società africane, per cui molti giovani andavano alla ricerca di autonomia attraverso un salario (allontanarsi da un contesto incapace di fornirgli stabilità). Sistema del lavoro migrante richiedeva un alto livello di coercizione (controllo rigoroso degli spostamenti), ma nonostante ciò si rivelò impossibile imbrigliare del tutto la vita degli africani negli spazi urbani. I funzionari coloniali dovevano anche affrontare casi di lavoratori “occasionali” che entravano e uscivano da periodi di lavoro a breve termini. Quando gli scioperi partiti dal Copperbelt giunsero ad Accra e Mombasa i funzionari coloniali iniziarono a chiedersi se il sistema del lavoro migrante fosse realmente nell’interesse delle economie coloniali e se la presenza di una massa di popolazione che si muoveva dentro e fuori dalle città senza essere pienamente integrata nella costruzione di una società urbana fosse nell’interesse delle società coloniali. Un tipo di reazione coloniale, derivato dalla percezione dell’impatto della qualità della vita di lavoratori e famiglie sull’efficienza della produzione e del loro grado di prevedibilità, fu quello della “ stabilizzazione ”, ovvero della separazione , tramite la creazione di una classe lavoratrice urbanizzata capace di vivere nella città indipendentemente dalle campagne “arretrate” e il pagare di più gli africani per “spese di famiglia” o “assegni di famiglia”. Durante l’epoca del dopoguerra le città diventano un crogiuolo di mutamenti sociali, culturali e politici come conseguenza della loro densità abitativa. La mescolanza in città di individui rispettabili formati nelle scuole delle missioni con giovani lavoratori salariati/lavoratori emigrati/ famiglie di mercanti e donne alla ricerca di autonomia determina un aumento della popolazione e una vita associativa più ricca. Uomini e donne neri in una guerra dell’uomo bianco. 1935-48 = periodo degli scioperi generali. La guerra mondiale indebolì le potenze europee sia dal punto di vista militare che economico, demolendo i presupposti su cui si basava la fragile coerenza delle ideologie coloniali. Le potenze in guerra utilizzarono le colonie come una risorsa:
il regime di Vichy che collaborava con i nazisti, mentre l’ Africa Equatoriale Francese rifiutò. Entrambi i territori mobilitarono le loro risorse in favore della parte che avevano scelto, nonostante la Francia le avesse già sottratto molte delle sue ricchezze (Africa Equatoriale) + blocco degli Alleati all’Africa occidentale. Le truppe provenienti dall’Africa Equatoriale parteciparono ai combattimenti, mentre i lavoratori di queste regioni, costretti al lavoro forzato, fornivano agli Alleati materie prime. L’Africa Occidentale, in seguito, abbandonò Vichy e De Gaulle riconobbe il contributo delle colonie > riesame della politica coloniale francese.
manodopera africana. In Kenya e nelle Rhodesie ripristinò i lavori forzati e l’economia di guerra si rivelò vantaggiosa soprattutto per i bianchi. Per gli abitanti delle città era dura: le importazioni erano scarse e le aziende locali si improntarono all’esportazione piuttosto che al consumo in loco. Nuova teoria dello “sviluppo” e imperialismo della pianificazione. Il colonialismo dello sviluppo fu in parte una reazione alla crescente debolezza delle argomentazioni che si potevano sostenere per giustificare l’esercizio del potere di uno Stato su popoli “differenti”. Le ideologie dello sviluppo implicavano che col tempo ogni differenza sarebbe stata superata; ma quando sarebbe giunto il momento di dichiarare che i popoli arretrati si erano sufficientemente sviluppati da aprirsi la strada da soli? Gli africani cominciarono a chiedersi come mai la Carta atlantica , il patto angloamericano che affermava la fede nell’”autodeterminazione” degli Alleati contro le guerre di conquista nazifasciste, non poteva essere applicato anche a loro. Le rivendicazioni non riguardavano per forza la conquista dello Stato, ma ciò che lo Stato metteva effettivamente in atto: l’ istruzione , le tasse , gli investimenti , il sistema giudiziario, chi doveva partecipare al processo decisionale ai livelli più alti.
Negli anni del dopoguerra l’orizzonte di possibilità era vastissimo, è errato leggere tutti gli avvenimenti come tasselli che portano verso l’unico e inevitabile traguardo dell’indipendenza nazionale. Nel 1945 i governanti degli imperi coloniali si rendevano conto che avrebbero dovuto pensare in maniera diversa ai loro possedimenti. La loro illusione fu di pensare di poterne controllare l’evoluzione politica. Nei fatti, gli imperi più flessibili e riformisti, Francia e Gran Bretagna, furono i primi a crolalre, mentre il più rigido, quello del Portogallo, sopravvisse più a lungo. Ciò che i movimenti politici e sindacali africani vedevano nel 1945 come un obiettivo non era quello che raggiunsero vent’anni più tardi. Tre casi esemplari che illustrano l’aprirsi e il chiudersi delle prospettive dopo la guerra. Ciascuno mostra in modo diverso come le organizzazioni della società si posero alla testa di diverse forme di aggregazione e di mobilitazione collettiva, non soltanto di “nazionalismo”.
preservato l’unità dell’impero > i movimenti sociali africani usarono il linguaggio della legittimità imperiale per reclamare gli stessi diritti dei cittadini della metropoli.
territori “autogovernati” all’interno del Commonwealth. Ma la gioventù urbana e una parte dei sindacati si unirono all’intellighenzia radicale per mettere l’autogoverno centrale di ogni colonia al primo posto, prediligendo dimostrazioni di piazza, scioperi generali e boicottaggio dei consumi al più ordinato sistema di petizioni. Quella che nel 1945 sembrava essere la colonia-modello britannica divenne il luogo a partire dal quale sarebbe esplosa la rapida cessione dei poteri in tutte le colonie.
milioni di africani dalla città, sopprimendo le attività politiche e sindacali , rafforzando la segregazione residenziale e l’allontanamento degli africani dalle terre agricole. Dagli anni Cinquanta i governanti coloniali parlavano di “sviluppo separato”.
Partito comunista. Il RDA divenne in Guinea e in Costa d’Avorio il partito dominante, ma non poté competere con la macchina messa insieme da Senghor. L’RDA portava avanti le richieste di uguaglianza con gli altri cittadini francesi e un certo grado di autonomia per gli organi esecutivi e legislativi elettivi in tutta l’Africa francese, ma quello che non chiedeva era l’indipendenza (non confondere una progressiva ma rapida autonomia con il separatismo). Nel 1947 in Francia il governo si sposta a destra e l’amministrazione coloniale comincia a ostacolare e perseguitare l’azione del RDA in Costa d’Avorio. Nel 1950 François Mitterand (ministro dell’Oltremare) negoziò con Houphouët-Boigny la fine della cooperazione parlamentare del RDA con il Partito comunista offendo in cambio di cessare la repressione. Houphouët si guadagnò un posto nel governo francese. Gli sforzi di questi due leader ebbero un tale successo da far temere ai leader francesi che le pressioni per l’uguaglianza sociale ed economica, oltre che politica, sarebbero aumentate sempre di più, costringendo così la Francia ad affrontare il costo elevato del mantenimento di una versione dell’impero più inclusiva ed egualitaria. L’organizzazione partitica non nasceva automaticamente da una particolare categoria sociale o dal comune malcontento dei colonizzati. Alcune aspirazioni derivavano dal paragone con la situazione francese , altre dalla ricerca degli elementi di coesione tra gli africani. Il RDA era in fondo una coalizione di diversi partiti, ma dal momento che agiva in tutta l’Africa francese si concentrò sulla disuguaglianza delle relazioni dell’Africa con la Francia. I sostenitori di Houphouët-Boigny che appartenevano alla classe dei proprietari espropriatori si scontravano con la visione populista di sinistra dei loro compagni del RDA, che si opponevano a qualsiasi compromesso con il governo francese. La guida dei movimenti politici era riservata agli uomini, ma l’attivismo non era esclusivamente maschile. Nel 1944, quando le donne francesi ottennero finalmente il diritto di suffragio, le donne di Dakar e Saint-Louis protestarono con successo quando il governo cercò di escluderle dall’estensione del diritto di voto. L’Unione delle donne camerunesi (UFC) si batteva per l’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, per una più equa legislazione elettorale, per un migliore accesso all’istruzione per i servizi sociali alla maternità, e inviò petizioni alle Nazioni Unite. L’UFC collaborava con le organizzazioni politiche camerunesi più progressiste, nonostante dovesse battersi contro il paternalismo dei dirigenti maschi. In Costa d’Avorio le donne erano il nerbo delle manifestazioni organizzate dal RDA nel periodo del suo scontro con l’amministrazione francese. Essendo meno istruite e avendo ruoli meno importanti nei sindacati erano in svantaggio per la conquista dei seggi e al livello più alto della dirigenza politica erano viste come utili ausiliarie piuttosto che come militanti di pieno diritto, e la loro causa passava in secondo piano di fronte alla lotta per la liberazione e per il potere. La situazione politica era molto diversa nell’ Africa Equatoriale Francese , un territorio scarsamente popolato, con una classe operaia ridotta, una minoranza istruita e comunità di agricoltori tra loro distanti. Le poche persone in grado di candidarsi più che mobilitare gli elettori li creavano. La gioventù urbana era disponibile e debolmente legata ad altre istituzioni urbane, faceva il lavoro di una politica porta a porta. A partire dagli anni Cinquanta la Federazione degli studenti dell’Africa nera in Francia sviluppò una critica radicale al colonialismo francese. Solamente nei tardi anni Cinquanta i leader emersi da questo movimento si fecero conoscere e parteciparono alla politica elettorale. L’istruzione coloniale francese e l’accresciuto bisogno di lavoratori salariati dette ad alcuni africani la possibilità di sfuggire all’autorità patriarcale dei loro villaggi, ma la città poteva essere tanto un’umiliazione quanto una liberazione. Molti africani lavoravano e avanzavano rivendicazioni all’interno delle istituzioni e delle forme retoriche francesi ma vivevano l’alienazione dei sudditi coloniali. I Senghor e i Houphouët-Boigny cercarono di trasformare la cittadinanza francese in qualcosa di significativo e di utile per i loro elettori, invece di chiedere una sovranità di altro genere. Lo statuto dei lavoratori del 1952 segnò il parziale successo di questo tipo di azione politica. Libero autogoverno: la Costa d’Oro, 1947-51. Nell’Africa britannica la narrativa dominante era quella dell’” autogoverno ”: ogni territorio avrebbe seguito la sua strada. Diversamente dal caso francese, non ci sarebbero stati africani al parlamento di Londra. Dopo la guerra, la Gran Bretagna introdusse una politica elettorale territorio per territorio. Evitava così di mettere sullo stesso piano il diritto di voto o i benefici sociali ed economici degli abitanti con quelli dei cittadini britannici. Il ministero delle Colonie nel 1947 pensava che la Costa d’Oro fosse “il territorio in cui gli africani erano più politicamente avanzati” e vi nutriva grandiprogetti. Il governo passò dalla vecchia politica del “governo indiretto” a quella del “ governo locale ”, in cui i consigli regionali e gli individui istruiti di ogni territorio avrebbero svolto un ruolo importante. Gli alti funzionari britannici vedevano gli agricoltori africani come arretrati coltivatori di prodotti di sussistenza e i leader politici come demagoghi che manipolavano masse incapaci di riflettere. Nel 1948 la Gran Bretagna era molto lontana dall’avere un piano per il passaggio dei poteri. Dalla fine del XIX secolo gli africani della Costa d’Oro avevano iniziato a discutere con piena coscienza quale tipo di istituzioni politiche sarebbe stato più adatto per la loro società unica e complessa, all’incrocio tra le culture dell’Africa e quelle dell’Europa. Joseph Ephraim Casely Hayford, avvocato e giornalista, aveva proposto una federazione delle popolazioni costiere che si autogovernassero all’interno dell’impero britannico. I contadini della Costa d’Oro avevano decenni di esperienza nella coltivazione e nella commercializzazione del cacao. I sindacati erano cosa familiare. Fra il 1939 e il 1947 la popolazione delle città aumento del 55%. Circa 45.000 soldati africani avevano svolto il loro servizio nel periodo bellico unendosi ad altri sudditi dell’impero britannico in una guerra per la libertà che non era veramente la loro; al loro ritorno molti cercarono di stabilirsi nelle città, ma dovettero affrontare la mancanza di beni di consumo e l’inflazione. Nella seconda metà del 1947 il paese fu colpito da un’ondata di scioperi , più duri tra minatori e ferrovieri. I contadini reagirono contro i tentativi autoritari del governo di abbattere le piante di cacao che giudicavano ammalate. Il boicottaggio dei commerci urbani , organizzato da Nii Kwabena Bonne II, un capo di Accra, si concentrava sul punto più dolente di tutti: la grave mancanza di generi di consumo e l’ inflazione. Il boicottaggio terminò nel febbraio del 1948, quando ad Accra un gruppo di veterani, sostenuti dalla Convenzione della Costa d’Oro unita (UGCC) , organizza una marcia di protesta > la polizia apre il fuoco, uccidendo molti manifestanti > rivolta. Il vicecapo della UGCC era Kwame Nkrumah e il suo capo Joseph Boakye Danquah, membro dell’élite tradizionale della regione costiera. La UGCC si offrì di formare un governo ad interim della Costa d’Oro, proponendosi come una forza di governo capace di ristabilire l’ordine. L’offerta non è gradita e l’UGCC si serve delle tensioni sociali per arrivare all’autogoverno. Le questioni coloniali stavano generando un dibattito internazionale, l’amministrazione britannica dichiara lo stato d’emergenza. L’amministrazione accusò degli avvenimenti un’”influenza comunista” e sei dirigenti della UGCC, compresi Danquah e Nkrumah vennero imprigionati. Un dualismo su cui si sarebbe battuto e ribattuto: da una parte gli africani detribalizzati e turbolenti, dall’altra i leader responsabili e la popolazione rispettabile. I responsabili della politica coloniale creano un comitato incaricato di proporre una nuova azione politica, il Comitato Coussey , comprendente l’ampio spettro dell’opinione africana moderata e istruita e cinque dei sei leader della UGCC, con l’eccezione di Nkrumah. Le proposte si concentravano su riforma costituzionale ed elezioni come fonte di legittimità. Nkrumah pone le basi del suo sostegno tra i lavoratori urbani, giovani mediamente
istruiti e altre classi popolari. Alla fine Nkrumah e i suoi seguaci ruppero con la UGCC per fondare il Partito dell’assemblea del popolo (CPP). Dopo l’ondata di scioperi del 1949 Nkrumah viene arrestato dal governo per aver fomentato una manifestazione illegale. Ciò non impedì al CPP di vincere le elezioni legislative del 1951 con circa il 30% delle preferenze. Nkrumah passò dalla prigione a essere capo degli Affari di governo. La burocrazia britannica decise di scommettere sui moderati piuttosto che bloccare qualsiasi attività politica. Si trovò così costretta ad accettare Nkrumah come il politico più rappresentativo e credibile a disposizione. Divenne così il capo di un gabinetto a maggioranza africana che operava sotto il controllo di un governatore britannico. L’amministrazione coloniale si trovò così intrappolata all’interno della sua stessa strategia di cambiamento politico in una serie di passaggi obbligati e per la necessità di legittimare il proprio ruolo come insegnante di democrazia. Il Sudafrica: nazionalismo per i bianchi e lotta per i neri. I sudafricani bianchi erano cittadini nella loro patria e non individui che vivevano “altrove”. Facevano rimontare le proprie origini agli immigrati olandesi del XVII secolo. Molti lavoravano nelle miniere d’oro o nell’industria e si facevano chiamare “ afrikaner ”. Altri immigrati erano giunti dalla Gran Bretagna e dall’Europa continentale. I sudafricani bianchi votavano e l’87% dei territori era destinato alla loro proprietà. La presenza simultanea di uno Stato forte, di potenti compagnie minerarie con un controllo draconiano sui compounds, di padroni bianchi con funzione di sorveglianza diretta del lavoro dei neri, di un sistema di “riserve” organizzate su base razziale in cui i capi designati dal governo esercitavano un’autorità arbitraria, costituivano un apparato di controllo della popolazione africana che andava molto al di là di qualunque altra situazione si potesse incontrare nel continente. Dagli anni Quaranta questo sistema favoriva industrializzazione e urbanizzazione, ma non senza contraddizioni e conflitti. Nel quartiere urbano di Sophiatown a Johannesburg gli africani divennero residenti permanenti e potevano accedere alla proprietà. Si svilupparono culture urbane che a causa del continuo viavai delle migrazioni influenzarono sempre più gli africani delle campagne. L’istruzione delle missioni (es. Università di Fort Hare, nel Transkei) produsse un segmento di popolazione cosciente dei progressi del pensiero politico in tutto il mondo. Questa complessità sociale contribuì alla formazione di diverse correnti politiche: una corrente politica liberale (riforma costituzionale), una visione cristiana di giustizia sociale, una tendenza militante dei lavoratoti urbani e diverse forme di nazionalismo africano. I lavoratori bianchi temevano la competizione con quelli neri. I bianchi sudafricani erano divisi da un conflitto intellettuale e culturale. Da un lato gli ideologi afrikaner e la Chiesa riformata olandese uniti nell’ordine del Broederbond , che temevano che gli afrikaner stessero perdendo la loro visione morale. Dall’altro il National Party (NP) , che difendeva senza nessuna esitazione il dominio politico dei bianchi e cercava pragmaticamente il modo per affermarlo (alcuni afrikaner avevano accolto con simpatia le teorie razziali del nazismo). Alle elezioni del 1948 lo United Party, guidato dall’afrikaner Ian Smuts, era favorevole a una politica più flessibile sulla migrazione urbana e sulla residenza (atteggiamento paternalistico e pragmatico verso gli “indigeni”). Invece il NP promuoveva una difesa strenua della cultura afrikaner con una visione ristretta della partecipazione degli africani all’economia del paese. I nazionalisti e i loro alleati vinsero le elezioni di stretta misura e successivamente strinsero ancor più la loro morsa intorno alla popolazione africana. Adesso le misure dell’ apartheid (“separazione”) vennero usate in misura più rigorosa > limitazione dei movimenti migratori; espulsioni massicce dalle aree urbane (molti africani si muovevano illegalmente tra riserve e lavori urbani); controllo delle donne ed espulsione di queste dalle città, rendendole vulnerabili nelle aree rurali impoverite. L’azione repressiva dello Stato criminalizzò gran parte della vita familiare urbana. All’interno delle città si formò una cultura giovanile violenta e bande organizzate. Gli scioperi degli anni Quaranta furono particolarmente potenti in Sudafrica > “invasioni degli squatters ”, che occupavano abusivamente gli stabili e i terreni > si forma una cultura politica combattiva nelle baraccopoli. Risposta alle azioni collettive degli africani e grande progetto di apartheid furono le costruzioni di sobborghi recintati per gli africani a una certa distanza dalle città (es. Soweto, fuori da Johannesburg). Dal 1950 al 1980 lo Stato rimosse senza pietà le persone soprattutto dalle città trasferendole in altri, specialmente in sobborghi controllati dallo Stato o in miseri insediamenti nelel cosiddette “patrie” (homelands) rurali. Dopo che il Partito comunista sudafricano (CPSA) fu soppresso nel 1950, molti dei suoi attivisti confluirono nell’ ANC , che dal 1912 rimaneva fedele alla costruzione di un Sudafrica multirazziale e senza discriminazioni. Intanto l’azione politica si spostava dalle petizioni e richieste costituzionali a scioperi, boicottaggi, astensioni coordinate (stay-aways) e altre forme di azione collettiva. Rivolta del Sekhukhuneland del 1958. Negli anni Quaranta l’ africanismo di Anton Lembede ebbe una grande influenza sull’organizzazione giovanile dell’ANC, la Youth League. Le tendenze comuniste e africaniste si diffusero e contribuirono a creare una cultura urbana sempre più politicizzata. Nel 1949 il programma d’azione dell’ANC mise l’accento sulle manifestazioni e sulla disobbedienza civile, una strategia che fu spinta ancora più lontano durante la “campagna di sfida” degli anni 1950-52 , quando i sostenitori dell’ANC violarono in massa le leggi di segregazione e finirono in carcere. Furono organizzati boicottaggi, astensioni e azione della lega femminile dell’ANC. Agli inizi degli anni Cinquanta i membri dell’ANC erano 100.000. Il partito insisteva sulla partecipazione democratica, sullo stato di diritto, sulla società multirazziale, sugli ideali socialisti di giustizia sociale ed economica e di uguaglianza (Carta della libertà, 1955). Nel 1956 il governo reagì mettendo sotto accusa di tradimento 156 membri dell’ANC. Nel 1958 l’ANC visse un momento di rottura interna, con la fondazione del Congresso panafricano da parte di Robert Sobukwe, che rimproverava all’ANC di collaborare con i non africani. La differenza più evidente tra il Sudafrica e gli imperi coloniali più a nord era la narrativa dominante. Dalla fine degli anni Quaranta Gran Bretagna e Francia sostenevano che gli africani sarebbero stati trasformati in “moderni” uomini e donne. Invece il governo sudafricano dopo il 1948 portò alle estreme conseguenze l’idea che gli africani appartenessero alle loro peculiari culture, che queste differenze fossero fondamentali e non andassero distrutte. Il Sudafrica escludeva i neri dalla cittadinanza e pretendeva che la loro vita dovesse svolgersi nelle loro patrie tribali, e non nello spazio della nazione che stavano arricchendo con il loro lavoro. Versioni differenti dell’impegno politico: i panafricanisti e i profeti. La lotta contro il razzismo nazista rendeva possibile una critica dell’imperialismo basato sui principi degli stessi imperi coloniali. Ma il panafricanismo non divenne la principale ideologia di mobilitazione nella politica del dopoguerra. Infatti il panafricanismo aveva aperto un dibattito molto più approfondito sul significato di razza e oppressione, di liberazione e solidarietà, ma non aveva sviluppato una visione chiara del tipo di istituzioni che avrebbero sostituito lo Stato coloniale. Nel 1945 George Padmore organizzò il congresso panafricano di Manchester e mise all’ordine del giorno l’abolizione dell’imperialismo e la ricostruzione dell’Africa. Si condannava l’oppressione delle istituzioni coloniali, affermavano i principi delle Quattro libertà della Carta atlantica e chiedevano la fine della discriminazione razziale, riforme dell’istruzione e dell’economia ed elezioni a suffragio universale, ma non precisavano quali fossero le unità politiche che avrebbero raggiunto l’autogoverno, quale fosse il ruolo dei governanti “naturali” nel quadro di un processo elettorale, in che modo gli africani avrebbero potuto realizzare tale transazione. Altri edifici, meno visionari, più legati a compromessi e che offrivano ai
sviluppo significava disporre delle risorse per costituire basi elettorali e trasformare lo Stato. Nella Costa d’Oro e in Nigeria la politica dello sviluppo iniziò con la costruzione di uffici per il controllo delle vendite, in particolare nel settore del cacao. Il CCP in Costa d’Oro e il Gruppo d’Azione in Nigeria occidentale individuarono l’avanzo netto accumulato da questi uffici a partire dai tardi anni Quaranta come una fonte di finanziamento per lo sviluppo.
eccedenti ricavati dalle vendite (il governo usò questi soldi per strade, scuole e per la diga sul fiume Volta). La centralità della nazione nel pensiero di Nkrumah portò a un serio conflitto politico con quegli africani della Costa d’Oro che erano favorevoli all’autonomia regionale e a uno Stato federale meno centralizzato. Le popolazioni dell’Asante erano i principali coltivatori di cacao e per questo erano tra i più colpiti dalla confisca della ricchezza dei loro profitti. Il nazionalismo asante, organizzato in partito politico con il Movimento di liberazione nazionale (NLM) , era diviso al suo interno tra un’élite conservatrice – vicina ai principali capi che avevano avuto ruoli amministrativi nel sistema britannico del governo indiretto – e una classe più giovane, nazionalista, che identificava “la nazione” con lo stesso popolo asante. Il CPP vinse le elezioni nel 1954 e nel 1956 e Nkrumah in tutto il paese tolse ai capi ogni ruolo effettivo sostituendoli con persone leali al CPP. Gli esponenti dei sindacati vennero inquadrati in una federazione unitaria controllata dal CPP. E tuttavia Nkrumah aveva capito il disgusto degli africani per il dominio coloniale e la loro fiducia in un nuovo Stato che migliorasse le loro condizioni di vita. Nel 1957 la Costa d’Oro diventa indipendente e venne ribattezzata Ghana , dal nome di un antico impero africano. Uno dei primi provvedimenti di Nkrumah fu lo scioglimento di tutti i partiti organizzati su base regionale, compreso il NLM.
futuro un governo federale e tre governi regionali. Questa tripartizione ebbe l’effetto di alimentare la competizione tra le regioni per il controllo del potere federale. L’amministrazione fu regionalizzata nel 1953 : ogni regione avrebbe avuto la sua burocrazia (con le proprie risorse da iniettare nel sistema clientelare), ma le tre non erano equivalenti. Quella settentrionale era la più popolosa ma aveva il sistema educativo più debole ed era strettamente governata da un’élite tradizionalista musulmana. Quella occidentale, grazie al cacao, era la più ricca e al suo interno si trovava la capitale Lagos. La regione orientale e quella occidentale avevano la popolazione più istruita. In ogni regione un partito dominato dai membri del gruppo etnico maggioritario otteneva gli incarichi pubblici: a nord il Congresso del popolo settentrionale (dirigenza hausa-fulani ); a ovest il Gruppo d’azione (dirigenza yoruba ); a est il Consiglio nazionale della Nigeria e dei Camerun (dirigenza igbo ). Entrano in competizione per dimostrare la loro capacità di offrire di più agli elettori (specialmente sull’educazione elementare universale). In ogni regione si svilupparono le opposizioni, costituite soprattutto da minoranze. Ogni maggioranza aveva il suo sistema clientelare e occasionalmente si serviva della malavita per mantenere il controllo. Il NPC, dominato da una gerarchia discendente dai governatori musulmani del XIX secolo, era corrotto e conservatore. Il sistema federale concentrò il potere nelle tre regioni, ciascuna governata da un partito dominato da un solo gruppo etnico e dotato di mezzi finanziari che gli permettevano di consolidare l’elettorato regionale. Questa struttura generò una malsana combinazione di etnicismo e clientelismo regionale. Molti settentrionali temevano che i meridionali usassero il loro vantaggio educativo per controllare l’amministrazione attraverso la federazione, o che si alleassero con le minoranze non musulmane. Nell’Africa francese leader come Houphouet-Boigny e Senghor costituirono delle solide macchine politiche in Costa d’Avorio e in Sengal, pur continuando a promuovere efficaci rivendicazioni nei confronti del governo francese. All’inizio degli anni Cinquanta tendenze più radicali si manifestarono nel movimento degli studenti originatori a Parigi e diffusosi poi in Africa. All’interno della Federazione degli studenti dell’Africa nera in Francia si erano formati attivisti-intellettuali di grande rilievo come Abdoulaye Ly e Check Anta Diop. Solo nel 1957 questo forte movimento anticoloniale venne trasformato da Ly nel Partito africano dell’indipendenza , partito politico che rivendicava l’indipendenza.
delle popolazioni del Camerun (UPC). Esso era vicino al movimento sindacale di sinistra e cercava di articolare un programma chiaro di riforme sociali e di rivendicazioni di livello nazionale, pur avendo difficoltà a uscire dalla sua dimensione regionale interna al Camerun. Il governo francese detestò l’UPC e tramò ai suoi danni, ricorrendo anche a brogli elettorali per assicurarsi che non avesse successo. Ciò che non tollerava del partito era il suo appello all’indipendenza del Camerun. Nel 1955 l’UPC organizzò una serie di scioperi e rivolte urbane. In quell’occasione venne sciolto ed entrò in clandestinità sotto la guida di Ruben Um Nyobè , iniziando una guerriglia nel Camerun meridionale (durante la quale Um Nyobè fu ucciso). La repressione dell’UPC lasciò spazio a partiti politici di carattere più ordinario. In Camerun predominava il partito di Ahmadou Ahidjo , che promuoveva una politica conservatrice di collaborazione con la Francia.
della politica francoafricana. All’interno del movimento sindacale fin dal 1957, Sekou Tourè aveva ripudiato l’alleanza con la sinistra francese, affermando che i sindacati africani dovessero essere puramente africani. Intendeva battersi perché gli operai mettessero da parte le loro rivendicazioni personali e combattessero insieme ai contadini e a tutti gli altri per il bene dell’Africa nel suo insieme. Touré non desiderava rompere con la Francia, invocando una “comunità franco africana” fondata sull’uguaglianza. La reinvenzione del Selvaggio e i confini della decolonizzazione. In Kenya il governo britannico si rifiutava di lasciare il potere al governo territoriale. I funzionari britannici si opponevano al movimento Mau Mau (o Kenya Land and Freedom Army , KLFA ), giudicato come una ribellione primitiva e violenta contro l’ordine e il progresso. Secondo gli inglesi, dal momento che il movimento rifiutava il colonialismo dello sviluppo offendeva la “modernità”. A partire dagli anni Trenta in Kenya molti missionari tentano di convincere i kikuyu ad abbandonare certe pratiche della loro società, incontrando forti resistenze da parte degli anziani portatori della cultura tradizionale. Al conflitto culturale si somma un conflitto economico: i coltivatori bianchi si appropriano di terre una volta lavorate da kikuyu, costringendo molti ad abbandonare gli altipiani del Kenya centrale per diventare squatters , occupanti di terre di proprietà dei bianchi. Agli squatters era permesso coltivare piante alimentari e di tenere il bestiame in cambio del lavoro svolto nelle aziende dei coloni bianchi. Era a rischio il loro stesso modo di vivere. Jomo Kenyatta assunse il ruolo di difensore dell’integrità culturale e del diritto alla terra dei kikuyu. Nel secondo dopoguerra una parte della popolazione kikuyu abbracciò il rigetto totale del dominio coloniale. Causa della rabbia crescente era l’ingabbiamento dei kikuyu nelle iniziative per lo sviluppo dello Stato coloniale del dopoguerra. Con il boom del mercato mondiale e dei prodotti agricoli i coloni
adottarono una coltivazione più intensiva, la meccanizzazione e l’uso di una maggiore quantità di terre per la produzione di generi di esportazione, espellendo sempre più squatters impiegando il lavoro salariato. Gli ex squatters furono colpiti da diverse forme di esclusione e marginalizzazione, sia nelle città che nelle campagne. L’impossibilità di accedere alle risorse rendeva impossibile il matrimonio, quindi il pieno accesso allo status di adulti. Il partito di Kenyatta, l’Unione africana del Kenya (KAU), non appoggiava le rivendicazioni della classe operaia marginale di Nairobi e dei dirigenti sindacalisti sempre più radicali. Fra gli esclusi iniziò un’ondata di agitazioni nei sobborghi popolari di Nairobi guidata dal “ Gruppo dei quarantenni ” (giovani kikuyu che non disponevano delle risorse per formarsi una famiglia e dunque vedevano negato il loro status di maschi adulti). Nel 1950 iniziarono i disordini urbani, con l’assassinio di uomini politici africani moderati. Nel 1952 la violenza dilagò nelle zone rurali, con attacchi sempre più frequenti contro le aziende agricole dei bianchi e degli uffici governativi. Il governo adottò lo stato di emergenza: ritenendo Kenyatta responsabile della situazione lo incarcerò e proibì tutte le attività politiche. La rivolta Mau Mau costò la vita a migliaia di persone. Decine di kikuyu furono arrestati o catturati, molti furono rinchiusi in campi di detenzione, passando attraverso processi di psicologizzazione prima di essere reinseriti in società. L’eccesso della repressione governativa si spiega tenendo conto della serietà con cui i governi britannici del dopoguerra definivano la loro posizione come progressista, opposta all’arretratezza africana e alle politiche passate del Colonial Office. I coloni bianchi videro nella ribellione la prova che gli africani potevano essere domati solamente con l’uso continuo della forza. Nei vertici coloniali si rafforza la convinzione che la crisi di transizione si potesse risolvere solo spingendo i kikuyu nel mondo moderno. Negli anni Cinquanta il governo coloniale collabora con gli uomini politici che considerava moderni e moderati. Tom Mboya divenne dirigente del partito mentre Kenyatta era in prigione e i kikuyu erano esclusi dalla politica: agitò abilmente lo spettro del disordine di fronte ai funzionari coloniali chiedendo un’azione più attiva per il miglioramento economico e sociale e una più forte partecipazione degli africani al governo. I costi di gestione di un impero che promuovesse una politica di sviluppo erano divenuti chiari. In Costa d’Oro e in Nigeria una combinazione di paura del disordine e di speranza nella capacità degli africani “moderni” di evitare i conflitti nella loro società in cambiamento condusse il governo coloniale a permettere un’ accelerazione nel passaggio all’autogoverno. In Kenya la difesa del colonialismo progressista significava l’abbandono del regime coloniale per trasferire il potere a un’elitè africana che, si sperava, avrebbe condiviso i valori dello sviluppo e l’importanza del rispetto della proprietà. Nel 1953 il governo britannico proclamò la nascita della Federazione centrafricana , unendo le sue tre colonie di Rhodesia del Sud , Rhodesia del Nord e del Nyasaland ). La strategia economica regionale andò principalmente a vantaggio della Rhodesia del Sud, dove si trovava la maggior parte delle industrie. In Rhodesia del Nord e nel Nyasaland le istituzioni federali erano governate da bianchi. La politica dei coloni bianchi prendeva un indirizzo sempre più razzista. I partiti africani dei tre territori cominciarono a proporre la rottura della federazione. Nel 1959 fu dichiarato lo stato d’emergenza con lo scioglimento dei partiti africani e l’arresto dei loro dirigenti. Uno sviluppo regionale favorevole a tutte le etnie era un’illusione e conservare la federazione con la forza sarebbe stato troppo costoso. Londra accettò la fine del suo sogno centrafricano: Nyasaland e Rhodesia del Nord accedettero all’indipendenza nel 1964 con il nome di Malawi e Zambia. In Rhodesia del Sud i coloni bianchi, nell’impossibilità di difendere ancora i loro privilegi razziali, dichiararono l’indipendenza nel 1965. In Camerun e in Kenya il governo coloniale dimostrò che i movimenti troppo radicali o troppo antimoderni potevano essere distrutti. Kenyatta, identificato con le forze dell’oscurità, e Nkrumah, trattato da demagogo, costrinsero i regimi coloniali a spostare i limiti di ciò che era accettabile. Anch’essi contribuirono a definire un certo tipo di decolonizzazione. La fine dell’impero e il rifiuto della responsabilità. Dagli anni Cinquanta in Nigeria i governi regionali cercarono di mettere in atto il programma di istituzione elementare per tutti i bambini ( Universal Primary Education ) finanziata dal governo. Ma già da allora il governo coloniale era convinto che i ministri regionali fossero corrotti e che il programma superasse le capacità di finanziamento delle regioni. Il pensiero britannico all’alba della decolonizzazione era quello di definire le modalità di passaggio all’autogoverno preparandosi a caricare sulle spalle degli africani tutta la colpa dei fallimenti del processo. La speranza più favorevole per il governo era che le ex colonie diventassero delle nazioni al modo occidentale. Ma le analisi paese per paese non erano incoraggianti. Per Londra l’autogoverno rappresentava una via d’uscita, anche se i funzionari si rendevano conto di quanto poco fosse stata africanizzata la burocrazia e di quanto frettolosamente fossero stati messi in atto i programmi. In Ghana nel 1957 l’arrivo al potere di Nkrumah segnò per tutti i popoli colonizzati un evento di grande importanza simbolica. Nel 1958 riunì la Conferenza di tutti i popoli africani ad Accra e proclamò il diritto all’autogoverno e alla sovranità per tutte le nazioni africane. Nkrumah lanciò un appello a tutti gli Stati che si avviavano all’indipendenza per la formazione degli Stati Uniti d’Africa, cercando in questo modo di far rivivere un panafricanismo di Stati che cooperavano tra loro. Ma anche questo si dimostrò un obiettivo sfuggente. In ogni caso l’indipendenza del Ghana dimostrava che la devoluzione del potere imperiale era ormai avviata e in maniera irreversibile. Le eccezioni furono l’Africa portoghese, la Rhodesia (già Rhodesia del Sud) e il Sudafrica. In Francia si dibatteva più apertamente del problema africano. Le richieste africane di autogoverno stavano crescendo e non potevano essere bloccate. Era dunque necessario trasferire il più velocemente possibile quante più responsabilità agli africani, a loro rischio e pericolo. I funzionari coloniali stavano valutando i rischi di un decennio di iniziative per lo sviluppo, trovando che il costo del lavoro era schizzato in alto, che l’inadeguatezza di attrezzature portuali e ferroviarie aveva bloccato l’arrivo dei nuovi materiali e che il settore privato non aveva investito sulla scia della strada aperta dal settore pubblico. Gli investimenti degli anni dello sviluppo non sarebbero stati ripagati rapidamente e i costi sociali erano in forte aumento. L’Africa che i funzionari coloniali avevano fantasticato di creare non ci sarebbe stata. Non era chiaro come la Francia avrebbe potuto cedere il potere senza abbandonare la struttura centralizzatrice dell’Union française. Anche dopo aver concesso ai suoi sudditi africani lo status di cittadini, la suprema autorità legislativa era rimasta all’Assemblea nazionale di Parigi. Il governo esitava a concedere un ruolo politico alle sue due federazioni amministrative, l’Africa Occidentale Francese e l’Africa Equatoriale Francese. Con la loi-cadre del 1956 l’amministrazione francese elaborò il nuovo concetto di “ territorializzazione ”, secondo cui ciascun territorio avrebbe avuto il potere di definire il suo bilancio, sotto la supervisione francese, e di gestire gran parte degli affari interni e dell’amministrazione civile. La Francia avrebbe mantenuto la responsabilità della difesa degli affari esteri. Se i dirigenti africani volevano ancora far ricorso alla logica dell’equivalenza per ciò che riguardava i salari dell’amministrazione o dei servizi sanitari, i costi sarebbero ricaduti non sulla Francia ma sui contribuenti di ciascun territorio. Questa legge fu in parte una vittoria per i movimenti africani: prevedeva il suffragio universale e autonomia dei governi interni.
Senghor invece voleva trasformare le unità amministrative dell’Africa Occidentale Francese e dell’Africa Equatoriale Francese in una federazione africana con autorità legislativa ed esecutiva, dotata quindi di più peso rispetto ai singoli dodici territori. La
Dalla fine anni Sessanta noti intellettuali africani cominciarono a denunciare la corruzione morale e la passività politica che avevano fatto seguito alle speranze del periodo precedente. Alcuni cominciarono a considerare l’indipendenza come un’illusione: i nuovi stati africani erano “ neocoloniali ”, politicamente sovrani ma economicamente dipendenti e mancanti di autostima sul piano culturale. Mentre l’interpretazione neocoloniale attribuiva il potere e la colpa all’Occidente, altri argomentavano circa una debolezza dell’Africa stessa. Cronologia del cambiamento economico. L’epoca dello sviluppo iniziò sotto gli auspici coloniali durante la Seconda guerra mondiale e durò fino alla metà degli anni Settanta. La crescita economica e le iniziative di sviluppo riemersero all’inizio degli anni Duemila. Negli ultimi decenni della colonizzazione le spese dei governi coloniali nelle colonie francesi e britanniche dell’Africa occidentale si moltiplicarono per quattro. L’incremento delle spese governative fu diretto allo sviluppo delle infrastrutture (30%), all’amministrazione e all’istruzione. L’iniziativa era nata quando i regimi coloniali avevano cercato di rendere produttive le loro colonie , piagate dai conflitti interni, e al contempo dare legittimità al proprio dominio. Le versioni coloniale e nazionalista di questo concetto avevano in comune la fiducia che la pianificazione governativa e gli investimenti del governo avrebbero aiutato le economie africane a uscire dall’arretratezza. Una versione nazionalista dello sviluppo dette forma alle politiche dei governi africani e ricevette appoggi dall’esterno. I ritmi di crescita furono diseguali ma in larga parte positivi nei primi anni successivi alle indipendenze (crescita delle esportazioni, del grado d’istruzione e della speranza di vita, crollo della mortalità infantile). Ma i nuovi governi africani dovevano cavarsela da soli. Dovevano misurarsi con le aumentate aspettative dei loro concittadini, ma disponevano di mezzi più ridotti delle vecchie potenze coloniali. Nel 1973 il prezzo del petrolio salì alle stelle: da un lato aumentarono le spese per i carburanti in un periodo in cui i trasporti, i macchinari agricoli e le industrie erano sempre più dipendenti dall’energia; dall’altro ciò determinò una recessione nei paesi industrializzati d’Europa e dell’America settentrionale, diminuendo la domanda e i prezzi dei prodotti agricoli e minerari africani. L’indebitamento dei governi africani, impreparati a parare questi colpi, aumentò fortemente. Il pagamento dei debiti esaurì il capitale necessario per migliorare la situazione economica. I sistemi scolastici peggiorarono, ci fu una crescente mancanza di forniture e di servizi sanitari. Molti governi africani si risolsero alle istituzioni finanziarie internazionali , che come condizione per ottenere aiuti imponevano ai paesi l’” aggiustamento strutturale ”. Segnali di ripresa ci furono all’inizio degli anni Duemila grazie alla Cina , il cui boom di cui boom delle esportazioni alimentava una sempre crescente domanda di materie prime. La Cina era anche disposta a investire nelle infrastrutture per favorire l’estrazione mineraria e facilitare i commerci. Secondo Morten Jerven le economie africane hanno dei ritmi di crescita ciclici : sul lungo periodo si reiterano growth spurts , “ scatti di crescita ”. I punti di rottura vanno posti in relazione con la crescita dello Stato promotore dello sviluppo tra il 1940 e il 1975; con l’inversione della crescita e il ripudio dello sviluppo fra il 1975 e il 2000; con la ripresa della crescita economica e dei progetti di sviluppo dopo il 2000. Gli effetti sociali di questa sequenza sono stati forti, incanalando uomini e donne verso le città e verso la produzione di beni di esportazione e dando loro accesso a nuove forme di relazioni sociali. La ripresa della crescita dopo il 2000 non ha prodotto il ritorno degli effetti sociali che si erano avuti nei decenni del secondo dopoguerra per due motivi tra loro correlati. Il primo riguarda il mutamento del discorso internazionale: l’idea che l’intervento dello Stato crei le condizioni capaci di produrre una forza lavoro sana, istruita e stabile ha perduto parte della sua influenza. Ci si aspetta ora che gli Stati africani si adeguino o vadano a fondo nei mercati mondiali. In secondo luogo, la popolazione africana è cresciuta con un ritmo elevato, con conseguenti maggiori pressioni per accedere alla terra e conflitti per ottenerne il possesso e una maggiore ricerca di lavori salariati, incoraggiando forme d’impiego che comportano una responsabilità minima da parte del datore di lavoro per il benessere del lavoratore. Cronologia del cambiamento politico. Nell’Africa degli anni Cinquanta si aprivano diversi orizzonti dell’azione politica (rivendicazioni di cittadinanza, nazionalismo, risveglio di forme di governo africano e dell’autorità dei capi tradizionali, panafricanismo, federalismo, guarigione della terra, mobilitazione etnica, formazione di partiti politici, movimenti studenteschi, sindacalismo di livello locale, territoriale, continentale e globale, movimenti religiosi, solidarietà terzomondista, comunismo di tipo sovietico o maoista). Questa è l’epoca dello Stato attivo, pronto ad acquisire informazioni su tutte le dimensioni della vita all’interno dei suoi territori. Il funzionario coloniale modello era un tecnico qualificato che si occupava delle necessità più varie. All’inizio degli anni Sessanta il repertorio politico si concentra unicamente sul governo di uno Stato territoriale. Gli Stati africani cercano di impadronirsi e di intensificare l’aspetto interventista dello Stato coloniale. Ma già negli anni Settanta molti Stati interventisti cessarono di essere tali. Importante anche la questione di quanta voce in capitolo abbiano avuto le popolazioni che abitavano quegli Stati nella scelta dei loro leader. Nel caso dell’Africa francese e inglese si possono notare diverse fasi nel grado e nella forma della partecipazione politica. Dal 1945 al 1960 competizioni elettorali limitate e controllate dall’esterno. Poi i regimi ostacolarono le possibilità di affermazione di alcuni movimenti politici e impararono a convivere con altri. Dopo l’indipendenza non c’era più nessun potere esterno che obbligasse a organizzare le elezioni. I regimi africani persero fiducia nel processo politico che li aveva portati al potere. Questa chiusura dello spazio politico fu una tendenza generale in Africa, ma il grado di chiusura fu variabile. Gli anni Sessanta furono il periodo dello sviluppo autoritario , mentre negli anni Settanta e Ottanta l’autoritarismo si diffuse in gran parte del continente. Con la crisi del debito e delle esportazioni vennero a mancare ai governanti le risorse con cui compensare i loro sostenitori , cosicché anche il sistema clientelare si indebolì. Si creò una situazione altamente instabile che dette il via a numerosi colpi di Stato e conflitti regionali. Dagli anni Novanta molti governanti africani furono incapaci di resistere alle richieste di apertura democratica e provenienti dal basso e tentarono di spostarsi verso una democrazia pilotata. Dagli anni Duemila queste iniziative presero direzioni differenti: in Ghana si passa da Jerry Rawlings a una democrazia sostanziale (così come in Senegal – manifestazioni giovanili del 2000 e del 2012); in Burkina Faso i 27 anni di regno di un dittatore finirono nel 2014 in seguito a manifestazioni. Cronologia del cambiamento culturale e religioso. Negli anni Cinquanta e Sessanta la tendenza era quella a orientare popoli di tutte le razze ad accettare l’idea europea di ordine sociale. I primi governanti dell’Africa indipendente spesso avevano studiato in Europa, erano cresciuti in un periodo in cui i missionari e gli insegnanti proponevano ai giovani ambiziosi un preciso modello culturale. L’élite politica era particolarmente impressionata dalla possibilità di usare lo Stato per indirizzare verso la “ modernizzazione ” una società che ai loro occhi appariva arretrata. Dagli anni Sessanta l’atteggiamento politico che le élite nazionali affiancarono alle loro tendenze modernizzatrici fu quello di dare alla cultura un carattere nazionale , farla diventare “senegalese” o “keniota”. Ciò comportò un mescolamento di simboli e una separazione di questi ultimi dalla loro logica locale. Negli anni Ottanta emersero forme indisciplinate di espressione particolaristica. Molti scrittori spingevano verso l’autonomia culturale. Nei primi anni dell’indipendenza Ngugi wa Thiong’o in Kenya sollecitavano i mezzi di comunicazione governativi a “decolonizzarsi”. Col tempo, di fronte a uno stato autoritario e debole le reti e le istituzioni alternative divennero più visibili. Alcune di esse erano di carattere religioso (confraternite musulmane, chiese evangeliche protestanti, la musica africana). Potevano assumere la forma espressiva di una nuova cultura popolare, specie presso i giovani e le donne
delle città, che spesso manifestavano ostilità verso qualunque forma di potere e a volte elaboravano particolari forme di espressione musicale, artistica o religiosa. Col passare del tempo Internet rese meno controllabile la libertà d’espressione e contribuì a diffondere la fama di artisti africani anche al di là del continente.
Il concetto di sviluppo permise una internazionalizzazione del colonialismo , dal momento che la relazione diretta di ciascuna colonia e la metropoli fu trasformata in una più generale subordinazione economica del Sud al Nord , dell’Africa all’Europa e all’America settentrionale. Nuovi attori entrarono in campo nei rapporti commerciali e fornirono capitali e aiuti esterni: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Cina, la Germania, i paesi scandinavi, le istituzioni internazionali (ONU, il Fondo monetario internazionale, Banca mondiale). Una volta affermata la sovranità degli Stati africani, lo sviluppo si internazionalizzò, divenendo un processo negoziale tra Stati-nazione sovrani , uguali da un punto di vista giuridico ma nei fatti divisi tra Stati che donavano e Stati che ricevevano. Studiosi di “economia dello sviluppo” affermavano che la mondializzazione, lungi dall’essere una fonte di progresso per tutti quelli che vi partecipavano, rendeva i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Sulla scia di questi ragionamenti un gruppo di governi latinoamericani, africani e asiatici nel corso degli anni Settanta proposero il Nuovo ordine economico internazionale (NOEI) per riformare istituzioni e trattati che governavano il commercio mondiale e per rendere l’economia mondiale più favorevole alle economie in via di sviluppo. Volevano usare le risorse per costruire economie nazionali e volevano protezione contro la competizione estera. A questa iniziativa reagirono i governanti delle nazioni ricche rifiutando le proposte del NOEI e rafforzando il “libero commercio”. I governi africani avrebbero potuto appellarsi alle nazioni ricche e alle organizzazioni internazionali per ottenere aiuti in forma di stanziamenti e prestiti a tasso di interesse ridotto. Lo Stato promotore dello sviluppo promuoveva lo spirito di iniziativa, ma talvolta lo sopprimeva anche; e soprattutto incoraggiava i cittadini a pensare che lo Stato fosse il principale artefice del miglioramento degli standard di vita. L’ironia che caratterizza il periodo tra il 1960 e il 1975 è che molti regimi postcoloniali intenti a consolidare l’autonomia della nazione dettero nuova forza alle economie dell’epoca coloniale, dipendenti dall’esterno , e spesso non favorivano gli elementi più dinamici all’interno dei loro territori. Crescita? Sviluppo? Nell’opinione corrente del resto del mondo, durante gli anni Settanta l’Africa passò da continente di colonie a continente di “paesi in via di sviluppo”. Ma gli scettici iniziarono a interrogarsi sul rapporto tra la crescita in termini di PIL e l’obiettivo più complesso dello sviluppo: crescita non significa necessariamente cambiamento strutturale , e i suoi frutti possono non arrivare alla maggioranza della popolazione. La maggior parte degli introiti derivava dall’ esportazione di minerali (petrolio, rame, oro) e ciò non implicava che le economie si stessero diversificando maggiormente. Si trattava di un fenomeno di lock-in , di “intrappolamento” , con la concentrazione di capitale e lavoro in settori che producevano una ristretta gamma di beni di scarso uso interno e con una sempre maggiore dipendenza dell’Africa da mercati su cui gli africani non avevano nessun controllo. Agli inizi degli anni Duemila la domanda generata dal boom economico della Cina aveva fatto impennare le statistiche delle economie africane. Nel caso del petrolio, molti dei profitti di paesi come Nigeria, Angola, Gabon, Guinea Equatoriale finivano nelle tasche di ristretti gruppi di persone : non contribuivano granché a costruire economie sostenibili o ad alleviare la povertà della maggioranza della popolazione. Oggi gli africani in povertà sono diminuiti, ma i tassi di crescita notevolmente alti per più di un decennio non hanno ancora avuto ricadute su una parte significativa della popolazione: circa un africano su due continua a vivere in povertà estrema e la disuguaglianza della ricchezza rimane una delle più alte del mondo. Dal momento che la popolazione africana è andata aumentando rapidamente, la crescita assoluta del PIL avrebbe dovuto essere estremamente alta per permette al PIL pro capite di tenere il passo. Ma l’interpretazione delle cifre rimane controversa: in molti paesi i censimenti sono rari, in alcuni casi manipolati per motivi politici; le cifre a livello nazionale ignorano la concentrazione della ricchezza in mano alle élite nazionali e alle grandi società straniere e ci dicono poco di come la gente povera sopravviva (molto di quello che consuma è prodotto scambiato fuori dalle transazioni di mercato visibili). Dal 1960 al 1975 e dal 2000 al 2015 i periodi di crescita non sono stati uniformi e complessivamente i dati concordano con il modello di Morten Jerven degli “scatti di crescita” seguiti da periodi di stagnazione e declino. È un modello che non sorprende, se si considera la natura delle economie africane : esse sono rivolte verso l’esterno , e da ciò deriva la carenza di domanda interna che potrebbe invece proteggerle da fluttuazioni nella ristretta gamma di materie prime da cui dipendono le loro esportazioni. Negli anni Settanta l’impennata dei prezzi del petrolio nel 1973 e nel 1976, la recessione mondiale, la caduta della domanda dei prodotti tropicali e l’aumento dei tassi d’interesse mondiali spinsero l’Africa in una spirale depressiva. Il boom statistico degli anni Duemila ha interessato in maniera disomogenea i diversi paesi e le loro zone interne. Ha toccato il picco in Nigeria, dove la ricchezza petrolifera ha prodotto un’élite favolosamente ricca e lasciato milioni di persone nella povertà. Una riduzione significativa della povertà è avvenuta in Etiopia, Liberia, Zimbabwe e in Ruanda. L’interrogativo a cui è difficile rispondere è cosa accadrà in futuro all’Africa, con i suoi legami con un’economia mondiale fluttuante, le possibilità offerte dalla diversificazione e pericolo di rimanere intrappolata in una struttura dominata dall’esportazione di materie prime. Le promesse e i limiti della produzione contadina. Molti dei risultati economici positivi dell’Africa dopo la Seconda guerra mondiale furono il frutto dello sforzo dei piccoli contadini. In Kenya l’annullamento delle misure che vietavano agli africani di coltivare il caffè portò a un livello di crescita che mutò la natura dell’economia coloniale: l’esportazione dei piccoli proprietari crebbe a una media del 7,3% annuo (1954-64). In Costa d’Avorio nei settori del cacao e del caffè i piantatori africani presero nello stesso modo il posto dei coloni bianchi. I prezzi favorevoli degli anni del dopoguerra cominciarono a diminuire nei tardi anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta, danneggiando gravemente l’economia di diversi paesi. Uno dei valori positivi dell’agricoltura contadina è la sua flessibilità: con lo sfruttamento del lavoro familiare i produttori possono aumentare o diminuire la produzione di raccolto destinato all’esportazione e allo stesso tempo assicurare il proprio rifornimento alimentare. I contadini africani furono capaci di sopravvivere in periodi di prezzi mondiali bassi perché ricorsero all’“autosfruttamento”, ovvero all’uso del lavoro non pagato di donne e bambini , per mantenere la produzione. Dunque si può dire che in Africa i rapporti agricoli hanno spesso comportato uno “ sfruttamento senza espropriazione ”. Non c’era una linea di separazione netta tra una classe di proprietari di piantagioni e una classe di lavoratori agricoli. I membri più giovani della famiglia o lavoratori immigrati divenuti fidati sostenitori dei proprietari di piantagioni potevano diventare essi stessi piantatori. Si poteva rivendicare la terra soltanto con l’appoggio della comunità. La difficoltà conseguente di disciplinare il lavoro rese difficile l’uso di strumenti utili ad aumentare la produzione, cosa che determinò l’assenza di quell’accumulo continuo di capitali e di pressioni per migliorare la produttività che erano caratteristiche dell’agricoltura capitalistica in Europa, America e Asia. I dirigenti politici africani volevano un settore agricolo che fosse economicamente forte e politicamente debole , e temevano di ottenere il contrario: i produttori di caffè o di caco, già ben organizzati tra di loro, avrebbero costituito una forza politica
Gli Stati produttori di petrolio erano diventati la caricatura dello sviluppo centrato sull’intervento statale. I maggiori sono Nigeria sudorientale, Gabon, Angola, Camerun e Sudan. Le loro economie sono economie-rubinetto : richiedono notevoli investimenti da parte di compagnie internazionali e una manodopera altamente specializzata per sviluppare i pozzi e aprire le valvole e un numero ridotto di lavoratori – molti dei quali provenienti dall’estero – che gestisce i pozzi e i governi incamerano enormi rendite. La produzione petrolifera si differenza dalla quella degli altri minerali perché coinvolge un numero molto minore di lavoratori e ha minori legami con le economie regionali. Essa è la massima espressione di una situazione economica in cui il rapporto fondamentale è quello tra uno Stato che afferma il controllo sovrano di una risorsa e multinazionali straniere che hanno la capacità di sfruttarla. Anziché essere utilizzata per diversificare le risorse produttive la rendita petrolifera venne sfruttata per arricchire un’élite di approfittatori e per progetti simbolicamente importanti (costruzione di strade/scuole nei villaggi natali dei governatori o edifici prestigiosi nelle capitali). Le conseguenze estreme di questa situazione (poche abitazioni di lusso da un lato, moltissimi quartieri di baracche dall’altro) ha fatto sì che gli investimenti , anziché in una vasta gamma di attività economiche, si concentrassero in una ristretta fascia, spesso ad alto costo, di attività di servizio , compresa la sicurezza privata e la fornitura privata di elettricità per i quartieri separati dei ricchi. Gli investimenti cinesi in Africa non sono nuovi e non sono volti solo ad alimentare il motore industriale del tardo XX secolo. Negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta la Cina di Mao era una fonte d’ispirazione alternativa e offriva una modesta quantità di aiuti materiali ai paesi africani che proclamavano di seguire la strada socialista. Le aziende cinesi interessate a investire in Africa si sono costruite da sole le proprie infrastrutture. Nel 1968 la Cina diede il via al progetto ferroviario TAZARA, una linea di oltre 1000 miglia che congiunge il porto di Dar es Salaam in Tanzania alle miniere di rame della Zambia. Un progetto che voleva superare la stretta morale che Portogallo e Rhodesia esercitavano sui collegamenti dello Zambia con l’economia mondiale e che serviva ad esportare le materie prime di cui la Cina aveva bisogno. Il coinvolgimento della Cina in Africa ebbe un’impennata dopo la morte di Mao nel 1976. La Cina ha avuto un ruolo fondamentale nel ritrovato dinamismo dell’Africa, ma d’altra parte l’Africa deve molto ai capricci della domanda cinese per l’aumento delle sue esportazioni. La debolezza dell’industrializzazione è stata la ragione per cui non si realizzò l’espansione della forza lavoro salariata che molti si aspettavano. Alcuni sostennero che una parte della responsabilità sia stata delle politiche di stabilizzazione di quegli anni che incoraggiarono i datori di lavoro a contare su una manodopera poco numerosa ma relativamente ben pagata invece che su una forza lavoro di dimensioni numeriche più ampie e con salari inferiori. Una delle conseguenze per coloro che cercavano lavoro fu quella di guardare più lontano, soprattutto all’Europa. Francia e Gran Bretagna furono relativamente aperte all’immigrazione fino agli anni Sessanta. L’emigrazione da allora ha continuato, seguendo rotte clandestine o in altro modo. In Africa l’ondata migratoria aveva molto a che vedere con la solidarietà familiare, con l’aiuto che un emigrante in Europa o in Nord America avrebbe potuto dare ai parenti rimasti a casa, ed era il riflesso del malfunzionamento profondo dell’economia mondiale che costringeva i giovani a guardare fuori dal continente per mantenere sé stessi e le loro famiglie. Il risultato della presenza all’estero di un gran numero di Africani, dagli spazzini ai professori, è stato un elevato volume di rimesse rispedite in Africa. Nel 2014 i paesi africani ricevevano quasi 35 miliardi di dollari in rimesse dai loro cittadini all’estero. Le rimesse sono superiori agli aiuti esteri e in alcuni paesi la dipendenza da esse è estremamente elevata. Le rimesse sono anche uno dei motivi dell’emigrazione interna. Che l’emigrazione, all’esterno o all’interno del continente, appaia a così tanti individui l’unica strada per uscire dalla povertà mette in evidenza le profonde conseguenze della disuguaglianza sia all’interno degli Stati che degli Stati tra di loro. La speranza degli anni Sessanta che la liberazione politica avrebbe permesso ai paesi poveri di progredire insieme si è realizzata solo in parte e le profezie degli economisti degli anni Ottanta e Novanta (secondo cui le politiche economiche di apertura ai mercati avrebbero offerto all’Africa nuove opportunità) non si sono avverate. Gli economisti hanno osservato divari che vanno approfondendosi: tra “Primo” e “Terzo” mondo; all’interno di ciascuno di questi mondi; all’interno dei paesi africani. Di fronte al deludente processo di sviluppo industriale in Africa, altri modi di intervento che hanno dimostrato di avere successo sono quelli parcellizzabili, compatibili con piccoli investimenti individuali e con la domanda di prodotti a basso costo unitario. L’economia al di là delle frontiere. Un altro rimedio ai mali dell’economia africana che è stato spesso proposto è l’ unificazione , cioè l’ aumento della dimensione dei mercati. Un ambizioso esperimento fu la Comunità dell’Africa orientale , un accordo per mercato e servizi in comune tra Kenya, Tanzania e Uganda, iniziato sotto il governo britannico e continuato fino al 1977. Esso non riuscì a vincere la rigidità del sistema statuale e le rivalità tra dirigenti e le differenze ideologiche e si sciolse. Le organizzazioni della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) , che ha sviluppato un’azione comune nel settore bancario, e della Conferenza di coordinamento per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADCC) , nata come alternativa alla cooperazione con il Sudafrica dell’apartheid, hanno incontrato problemi nati dal ruolo dominante delle potenze regionali delle due zone, la Nigeria e il Sudafrica. L’Organizzazione dell’unità africana, fondata nel 1963 e che fu fin dagli inizi ostacolata dalla volontà degli Stati membri di difendere la sovranità appena raggiunta, si è trasformata nel 2001 nell’ Unione Africana. La Commissione economica per l’Africa e la Banca africana di sviluppo si sono occupate di condividere l’informazione economica e indebolire le barriere commerciali/rendere il capitale disponibile in tutto il continente. Dal 2001 la Nuova associazione per lo sviluppo dell’Africa si preoccupa di coordinare i piani di sviluppo e incoraggiare le energie sostenibili. Ma nella pratica i negoziati con l’Europa o con il Nord America sui regolamenti di commercio assumono una forma bilaterale – paese per paese – senza passare attraverso le istituzioni transnazionali o regionali. Come aveva predetto Senghor negli anni Cinquanta, la forma di decolonizzazione che si era affermata (con il trasferimento del potere a ciascuno dei territori e con l’indebolimento delle federazioni) lasciò ogni territorio con le sue risorse limitate favorendo l’interesse delle élite politiche a mantenere i confini così com’erano. Gli accordi tra Stati sono solo uno dei modi in cui si cerca di affrontare il problema delle frontiere. Le reti di commercio transfrontaliero sommerse (il contrabbando) posson avere effetti molto più importanti per le relazioni di commercio regionali di quanto non facciano le politiche ufficiali, anche se con alti costi di transazione dovuti ai profitti degli intermediari e alla corruzione dei funzionari. Il traffico di droga attraverso il Sahara serve a finanziare i gruppi guerriglieri del Sahel, compresi gli islamisti che hanno causato il caos in Mali e nei paesi vicini. La chiusura è l’altra faccia delle connessioni transfrontaliere: sono state numerose le chiusure delle frontiere e le espulsioni degli stranieri (es. in Costa d’Avorio la crociata dell’ ivoirité in seguito alla morte di Félix Houphouët-Boigny nel 1993 fino al suo culmine nella guerra civile tra Nord e Sud nel 2011). I conflitti interni di alcuni Stati hanno a volte scavalcato i confini: sono molti di più i rifugiati che hanno trovato asilo nelle nazioni africane di quelli che hanno attraversato il Mediterraneo fino all’Europa. Negli anni Novanta l’aiuto estero si è ridotto a un minuscolo 0,23% del PIL dei paesi donatori, ma ciò rappresenta ancora in Africa più del
13% del PIL. Le interconnessioni dell’Africa con il resto del mondo non sono né così intense né così equilibrate come quelle delle altre regioni, ma sono essenziali per il benessere dei suoi popoli e per le prospettive del suo futuro. Uscire dalla trappola del sottosviluppo. Gli sforzi degli Stati africani per uscire dalla situazione in cui si trovarono al momento dell’indipendenza hanno visto un progresso modesto ma irregolare fino a dopo il 1975, con un rovescio di fortuna che ha impedito in molte parti del continente ulteriori progressi in campo economico e sociale per un quarto di secolo. Gli interventi più importanti per un’economia di sviluppo nel lungo periodo sono stati annullati dalle misure di austerità, decise dai governi o imposte loro dalle istituzioni finanziarie internazionali. Dopo il 1975 la maggior parte dei regimi africani cercò di ridurre le uscite, pur continuando a spendere per le necessità politiche (fornire denaro alle clientele e servizi tangibili agli elettorati). Dagli anni Ottanta molti paesi si indebitarono sempre più con le banche internazionali e con il FMI e furono costretti a usare una sempre più alta percentuale delle entrate da esportazione per ripagare il debito. Sull’orlo della bancarotta, fecero appello al FMI per nuovi prestiti che li mettessero in grado di continuare i pagamenti. Il FMI impose dure condizioni in nome della politica dell’aggiustamento strutturale. I suoi economisti attribuirono la crisi alle politiche sbagliate dei governi africani e ritennero che il rimedio a tutto fosse il mercato: ridurre l’intervento del governo, rimuovere i regolamenti, abbassare le barriere commerciali e lasciare che il mercato operasse. Negli anni Ottanta trentasei paesi africani ottennero prestiti dal FMI, assoggettandosi alle sue condizioni. Le ricette del FMI fecero molto di più per la restituzione del debito dovuto alla parte più ricca dell’economia mondiale che per la ricostruzione delel strutture economiche fondamentali del continente. I fautori dell’aggiustamento strutturale affermavano che la privatizzazione delle società statali e la deregolamentazione lasciavano meno spazio ai politici corrotti per accumulare rendite. I critici affermavano che di fronte alla contrazione delle risorse i politici avrebbero tagliato prima i servizi essenziali e gli investimenti utili e per ultime le rendite politicamente vantaggiose, cosicché la politica condotta dal FMI avrebbe diminuito il numero e i salari degli insegnanti e dei lavoratori della sanità e arrestato lo sviluppo di una forza lavoro capace di migliorare la propria specializzazione nel corso di una vita, ma non avrebbe fermato la corruzione. Nei tardi anni Novanta si cominciò ad adottare una visione maggiormente autocritica degli effetti dell’aggiustamento strutturale e si volle tornare a qualcosa di simile al principio della promozione dello sviluppo degli anni Settanta. Nel periodo attuale l’UE intende sostenere lo sviluppo per un’altra ragione: scoraggiare l’emigrazione dall’Africa all’Europa con sforzi mirati ad aumentare le possibilità di lavoro in paesi africani. Ma gli stanziamenti disponibili sono del tutto irrisori se confrontati alla dimensione del problema. Nel frattempo, la causa della povertà, della cattiva salute e dei mali sociali africani è stata assunta da una quantità di organizzazioni non governative ( ONG ) che operano in diversi campi e che spesso riempiono un vuoto nella fornitura di servizi. Cambiamenti sociali dell’Africa indipendente: la sanità. A partire dal periodo tardo-coloniale la speranza di vita è aumentata , la mortalità infantile è in diminuzione , la popolazione è in crescita , l’accesso all’istruzione è maggiore. Nei decenni successivi alla Prima guerra mondiale vennero debellate le malattie epidemiche, si migliorarono le attrezzature sanitarie, il continente si urbanizzò velocemente. Come risultato degli alti tassi di nascita la popolazione africana è più giovane di quella di altri continenti (per 2/3 è sotto i 25 anni , circa il doppio della percentuale europea). La crisi economica degli anni Settanta e Ottanta ha avuto gravi ripercussioni sul tenore di vita della popolazione. Gli sforzi per costruire strutture sanitarie e igieniche hanno perso d’intensità: in diversi paesi ci sono meno medici pro-capite degli anni Settanta. Con il miglioramento economico degli anni Duemila, alcuni paesi hanno potenziato il loro sistema sanitario. Negli anni Novanta si nota una caduta importante dei dati sulla speranza di vita, che ha spazzato via la maggior parte dei miglioramenti ottenuti dal 1960 prima di riprendere a salire negli anni Duemila. La causa principale dell’inversione è stata l’ epidemia di AIDS. L’Africa fu colpita dall’AIDS più di qualsiasi altra parte del mondo ( 14 milioni di vittime ). Le donne sono state la maggioranza tra gli africani colpiti dall’infezione. Le migrazioni furono importanti per la trasmissione del virus tra lavoratori maschi. L’andamento della malattia ha molto a che fare con la disuguaglianza di genere, dal momento che molte donne, in mancanza di risorse proprie, dipendono da un minatore maschio, da un autista di camion o anche da un insegnante di scuola superiore, che possono permettersi più di un partner. L’infezione da HIV è resa più facile da una salute debole a causa di un nutrimento inadeguato, di malattie endemiche e di mancanza di cure. Ma una parte delle cause di quest’infezione di trova a monte, nei fallimenti e nella diminuzione degli sforzi per creare normali condizioni sanitarie e alimentari, così come nelle condizioni sociali che facilitano la trasmissione del virus. La mortalità da AIDS è diminuita dagli anni Novanta, con l’introduzione di medicinali retrovirali efficaci e con campagne di igiene sessuale. I problemi a monte rimangono: la mancanza delle comuni terapie mediche in gran parte del continente e la tendenza delle agenzie straniere a concentrarsi su qualunque malattia che le riguarda o che temono in un momento particolare. La creazione di efficaci strutture sanitarie per una popolazione che non può affrontare le spese private è fondamentalmente un compito dello Stato, e alcuni Stati non hanno i mezzi (o la volontà) per assumerselo. Al momento mancano le strutture internazionali capaci di affrontare il problema a un livello globale. Cambiamenti sociali dell’Africa indipendente: la scuola. Per i nuovi governi africani la scuola rappresentava una priorità maggiore rispetto alla sanità. Nella maggior parte dei paesi africani lo sforzo in questa direzione è stato impressionante. L’istruzione è stata spesso la voce più importante del bilancio dello Stato , fino al 20%. L’iscrizione alle scuole elementari è passata dal 43% della classe di età relativa nel 1960 al 77% nel 1997, quella alle scuole secondarie dal 3 al 26%, quella all’università da 0 al 4%. L’alfabetizzazione degli adulti è cresciuta dal 27% nel 1970 al 45% nel 1990, al 63% nel 2015. Ciò che emerge però è la disparità dei livelli di istruzione all’interno del continente. Malgrado i considerevoli progressi, un terzo della popolazione africana – in maggioranza donne – è analfabeta. Con l’indipendenza le università divennero un progetto nazionale. Molti paesi africani ne hanno almeno una. Malgrado la generale debolezza dell’istruzione universitaria si può ancora parlare di una “fuga di cervelli” dal continente africano, segno che la disuguaglianza nel mondo tende a perpetuarsi. Le misure di austerità degli anni Ottanta hanno colpito anche le scuole: negli anni dell’aggiustamento strutturale i salari degli insegnanti caddero a picco, le dimensioni delle classi aumentarono e le attrezzature cominciarono a scarseggiare, le iscrizioni a scuola diminuirono (segno che le famiglie avevano perso fiducia nell’istruzione). Verso la fine del dominio coloniale vi furono tardivi tentativi di “africanizzare” l’amministrazione civile nei paesi africani, e una generazione di studenti trovò aperta una serie di opportunità di carriera. Avendo ottenuto il posto di lavoro in giovane età, questa
le donne erano importanti nella “spettacolarizzazione del nazionalismo” : le donne attiviste assumevano un ruolo pubblico nelle manifestazioni e nell’organizzazione delle piazze ma, quando si trattava di governare, venivano marginalizzate perché meno istruite e le loro organizzazioni subordinate al partito nazionale. Più tardi, con l’accesso di un maggior numero di donne all’istruzione e alle professioni, i movimenti apertamente femministi si svilupparono e imposero un dibattito pubblico su temi importanti per le donne. Dopo la Conferenza di Nairobi del 1985 le attiviste africane vennero integrate nel quadro della mobilitazione femminista mondiale. Le organizzazioni femminili trattano di questioni quali la poligamia , la clitoridectomia , la custodia e il mantenimento dei figli , i diritti di proprietà , l’eredità e la gravità dello stupro. Questi temi sono alla base della mobilitazione politica all’interno dell’Africa. Tali organizzazioni hanno spesso ingaggiato battaglie difficili affrontando reazioni maschili estreme e violente. In tutta l’Africa il diritto delle donne alla proprietà della terra si è scontrato con le argomentazioni favorevoli al potere dei capi nella concessione dei terreni e con la posizione incontrovertibile del maschio come capo della famiglia. Le battaglie legali per limitare la poligamia o per far assumere all’uomo la responsabilità per i figli avuti con le “mogli esterne” hanno incontrato il rifiuto del legislatore maschio di rinunciare alle prerogative del big man. Le donne sono state maggiormente presenti nella competizione per gli incarichi politici a partire dagli anni Novanta , quando le elezioni divenivano più frequenti e l’attività politica più impegnativa. La prima donna a divenire capo di Stato in Africa fu Ellen Johnson Sirleaf in Liberia. Le femministe hanno avuto grandi problemi da affrontare, in particolare alla luce di affermazioni secondo cui la “tradizione” africana è favorevole al patriarcato e la critica ai privilegi maschili è un’importazione “occidentale”. Uomo con un reddito modesto è spesso in grado di mantenere le donne in una situazione di dipendenza. Nel corso della storia lo Stato ha più volte tentato di controllare le nascite. Prima della Seconda guerra mondiale gli Stati coloniali “ritradizionalizzare” il matrimonio al fine di dare più forza alle élite e ai tribunali indigeni per regolare la vita familiare. Dagli anni Cinquanta hanno iniziato a propagandare il matrimonio “moderno” basato sulla legge dello Stato nella speranza di produrre il tipo di famiglia monogama. Ma spesso i big man si sono battuti contro qualsiasi imposizione legale che possa impedire agli uomini di afre quello che vogliono, non desiderando essere necessariamente ingabbiati nell’enfasi mononucleare del matrimonio “moderno”. La religione in tempo di progresso e di crisi. In Africa la complessità della vita religiosa e spirituale (cristianesimo, islam, mondo della stregoneria) è indicativa di una situazione in cui i bisogni delle persone sono grandi, i loro mezzi inadeguati e le soluzioni da prendere difficili. In una varietà di modi diversi le comunità religiose e le fedi hanno svolto la funzione di bussola morale nel rapporto degli individui con l’ordine sociale , a volte criticandolo direttamente, a volte per difendersi da esso e a volte per aumentare il proprio potere al suo interno. Intorno al 1950 molti africani erano praticanti nelle chiese cristiane ufficiali e cercavano di trasformare l’universalismo cristiano in un’ideologia di liberazione e di progresso. Nkrumah trasformò l’immaginario messianico cristiano nel culto del leader e della sua missione modernizzatrice. Spesso i profeti e i capi religiosi riunivano intorno a sé seguaci strettamente legati alla loro persona e nemici dell’autorità secolare, sia europea che africana. Ad esempio nel 1953 nella Rhodesia del Nord Alice Lenshina fondò la Chiesa Lumpa , propagatrice di una religione che si allontanò dalla dottrina cristiana per predicare un prossimo avvento millenaristico in terra e che si separava da tutte le altre istituzioni, condannando la poligamia e la stregoneria. Con circa 65.000 fedeli, la Chiesa Lumpa si scontrò con il principale movimento nazionalista, il Partito nazionale unito per l’indipendenza di Kenneth Kauda. Come prima di loro i regimi coloniali, altri Stati recentemente indipendenti, in questo caso la Rhodesia, si scatenarono contro culti che consideravano pericolosamente autonomi. Dagli anni Ottanta agli anni Duemila proliferarono le chiese evangeliche protestanti. In Kenya le chiese cristiane più ortodosse sfidarono il regime di Daniel arap Moi, mentre quelle evangeliche parlavano di salvezza e avevano poco da dire sulle iniquità del regime (segno della disillusione crescente nei confronti del progetto nazionale). Altrove chiese evangeliche erano entrate direttamente in politica (appoggio alla candidatura di Frederick Chiluba in Zambia nel 1991), mentre in altri paesi assunsero una presenza pubblica visibile alla radio, alla televisione, al cinema, nella stampa. Il cristianesimo pentecostale viene frequentemente associato con il “Vangelo della prosperità” : gli individui che hanno raggiunto un certo grado di ricchezza cercano un quadro etico all’interno del quale porre il loro successo, mentre i fedeli che ancora non l’hanno ottenuta vedono un futuro di speranza nella partecipazione a una comunità cristiana universale in cui successo e salvezza vanno insieme. I predicatori evangelici sono diventati celebrità mediatiche e il loro sfoggio di ricchezza è visto comunemente come un segno della loro integrità spirituale. Il discorso religioso ha spesso giustificato il patriarcato, ma alcuni dei movimenti dell’Africa del dopoguerra riconducibili al cristianesimo sono stati guidati da donne profeta. In molte chiese tradizionali la comunità parrocchiale è costituita in maniera preponderante da donne. I culti basati sulla possessione degli spiriti permettono a una dona “posseduta” di avanzare pretese che altrimenti sarebbero considerate offensive secondo le norme di genere. Nel tardo XVIII secolo e nel XIX secolo nell’Africa occidentale saheliana una serie di movimenti militanti proclamarono la jihad cercando di imporre una forma di islamismo più rigorosa. Il movimento si costituì a partire da una base di collegamenti particolaristici, specialmente tra persone appartenenti al gruppo etnico dei fulani. Nella Nigeria settentrionale , in cui la struttura gerarchica vedeva i nobili fulani alla sommità, gli inglesi collaborarono con i governanti locali (emiri) e incoraggiarono un sub imperialismo hausa-fulani , aiutando le élite del nord a stabilire un controllo sulle popolazioni vicine all’interno della Nigeria. Queste élite servirono strumentalmente alla decolonizzazione conservatrice della Nigeria e mantennero nella regione una struttura sociale gerarchica, esercitando al contempo una forte influenza sull’insieme della federazione nigeriana. In Nigeria la fascia mediana tra Nord e il Sud del paese è caratterizzato da una mescolanza di cristiani, musulmani e praticanti delle religioni locali. Le tensioni fra queste comunità negli ultimi due decenni sono diventate acute. Si sono formate delle frange islamiste radicali che si sentono separate dal contesto sociale della loro regione, non hanno speranze per il futuro e cercano di imporre la loro versione dell’islam all’interno di una società multiconfessionale. Il più violento di questi gruppi, Boko Haram , ha distrutto scuole, ha rapito giovani donne per trasformarle in schiave sessuali e ha terrorizzato interi villaggi. Nel Mali questi movimenti jihadisti si sono sovrapposti a vecchie reti di trafficanti di droga e di armi, riuscendo a conservare un notevole livello di efficienza militare anche se la loro tattica tende più ad allontanare e a intimidire che a incorporare le popolazioni della regione. In altre zone l’islam ha sviluppato radici locali e la forza dei suoi legami assicura una certa impermeabilità di fronte a versioni dell’islam con maggiori pretese universali. In Senegal la confraternita muride inserisce i suoi membri in una gerarchia e in una rete di relazioni strettamente legate alle élite economiche e politiche e controllo i mercati di Dakar a partire dal 1945. Le critiche pubbliche del comportamento violento die governanti possono anche prendere la forma di accuse di stregoneria o di pratiche occultistiche. D’altra parte i leader possono approfittare di questo discorso affermando di avere contatti con le potenze maligne. Il ricorso alle pratiche magiche per influenzare i potenti o per affermare il proprio potere sui sottoposti fa parte delle strategie che ruotano intorno ai sistemi clientelari. Nel periodo tardo-coloniale abbondavano le accuse di vampirismo , spesso contro i vigili del fuoco che
attiravano le loro vittime all’interno di veicoli per prendere loro il sangue. Il vampirismo appare come il segno di una tensione che si crea con la partecipazione a processi economici non localizzati, a nuove forme di conoscenza non accessibili alla maggior parte degli africani e a nuovi generi di oggetti il cui potere non può essere compreso in termini locali. Conclusione: la colpa e il debito, il credito e il commercio. Sia i governanti tardo-coloniali che quelli africani portarono a un reale miglioramento di alcune situazioni per una certa parte della loro popolazione: ci furono progressi nella costruzione di scuole, strade, ospedali e servizi portuali, con l’assunzione di africani negli uffici della pubblica amministrazione e in impieghi privati. E nonostante ciò i problemi rimangono: un prolungato stato di povertà, un elevato indebitamento, infrastrutture inadeguate, l’assenza di una strategia coerente per migliorare il tenore di vita. Le accuse per ciò che è andato storto vanno rivolte a un’ economia mondiale decisamente ostile all’Africa negli anni Settanta e alle politiche del FMI e delle istituzioni internazionali che hanno reso impossibile che l’Africa “sviluppasse” la sua strada oltre i propri limiti. Gli africani non ebbero mai la scelta di entrare semplicemente “nel mercato”: dovettero confrontarsi con i mercati reali, alcuni dei quali controllati da gigantesche società straniere che concentravano nelle loro mani il capitale e il potere, e che non necessariamente avevano interesse ad allargare lo stretto canale delle economie africane o ad edificare le istituzioni funzionali ad una società diversa e autosufficiente.
Negli anni Cinquanta/Sessanta con l’abbandono del potere imperiale le resistenze più importanti furono quelle delle colonie con maggiori insediamenti bianchi.
rivendicarono lo stesso diritto all’autodeterminazione esercitato dagli altri paesi africani. Nel 1965 la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza mantenne al proprio posto le istituzioni coloniali (proprietà della terra ai bianchi e segregazione razziale) ma le tagliò fuori dal potere imperiale. Quando i movimenti politici africani organizzarono la guerriglia lo Stato si trovò di fronte a un problema regionale – i gruppi armati si rifugiavano nei territori vicini da poco liberi – e uno globale – il boicottaggio economico e l’isolamento. Alla fine dei conti il colonialismo non poteva mantenersi senza l’imperialismo.
fin dal 1926. Le guerre rivoluzionarie iniziate nei primi anni Sessanta in Mozambico, Angola e Guinea-Bissau ebbero un tale effetto negativo sul morale dei soldati e dei civili portoghesi che una fazione interna all’esercito rovesciò la dittatura nel 1974 e si ritirò dal continente africano.
boicottaggio internazionale significava che i suoi cittadini bianchi non potevano più far parte del mondo occidentale di cui si sentivano membri privilegiati. Le rivoluzioni in Rhodesia/Zimbabwe, in Angola e in Mozambico infransero la strategia del governo sudafricano di conservare un’Africa meridionale “bianca” come un cuscinetto contro l’Africa “nera” più a nord. Gli Stati uniti ebbero un ruolo importante in Africa. Dai tardi anni Quaranta contribuirono a internazionalizzare le relazioni Nord-Sud partecipando allo sforzo dello sviluppo e puntando su un graduale processo di trasferimento dei poteri politici invece che sulla rottura violenta (che avrebbe potuto avvantaggiare la parte sbagliata nella Guerra fredda). Intervennero quando l’instabilità o le politiche di sinistra minacciavano i loro interessi (coinvolgimento nella crisi del Congo e nell’assassinio di Patrice Lumumba nel 1961). La loro riluttanza a espellere dalla comunità delle nazioni democratiche gli Stati che praticavano l’esclusione razziale permise alle decolonizzazioni tardive di protrarsi. L’amministrazione Reagan, in ragione dell’appoggio dei paesi comunisti all’Angola, si unì al Sudafrica per fornire un appoggio militare dichiarato o segreto alla guerriglia antigovernativa angolana, schierandosi accanto allo Stato dell’apartheid. Gli USA furono solleciti nell’esortare i governi dell’Africa a sostenere il mercato libero e i diritti umani, ma non dimostrarono altrettanta solerzia nell’opporsi attivamente ai tiranni locali (come Mobutu o Abacha) che controllavano risorse importanti. Il destino dei coloni bianchi, nonostante i loro sforzi per mantenere il potere, fu determinato dal lento processo politico regionale e mondiale che rendeva gli imperi indifendibili. Ufficialmente le Nazioni Unite riconobbero soltanto nel dicembre del 1960 che l’opinione mondiale era cambiata e che il dominio coloniale era diventato moralmente inaccettabile. La Rhodesia, le colonie portoghesi e il Sudafrica divennero Stati paria nel contesto internazionale. Ma ci vollero ancora più di trent’anni perché cadesse l’ultimo bastione del dominio bianco in Africa. I percorsi seguiti dai movimenti di liberazione nazionale dopo la vittoria sono stati diversi, ma nessuno ha dimostrato che la lotta armata produca società democratiche e socialmente giuste. Dalla Rhodesia allo Zimbabwe. Negli anni Cinquanta in Rhodesia del Sud le politiche urbane e rurali dei governi coloniali condividevano una forma di approccio capitalistico allo sviluppo che sottraeva la terra ai contadini africani e teneva gli africani urbanizzati sotto il controllo della polizia, oltre a un alto livello di repressione statale. Lo Stato cercò di mantenere la segregazione razziale e di formare una classe lavoratrice africana ammaestrabile e addomesticata all’interno di quartieri accuratamente tenuti sotto controllo. Si crearono tuttavia delle comunità guidate da leader carismatici con una diversa concezione della vita urbana. Nelle zone rurali il governo coloniale lasciò poco spazio ai piccoli coltivatori africani nei suoi piani agricoli: gli africani dovevano costituire una forza lavoro salariata nell’agricoltura e nell’industria. La Rhodesia sembrò seguire la strada di una versione razzialmente repressiva dello sviluppo capitalista. Nel frattempo la creazione da parte della Gran Bretagna della Federazione Centrafricana (formata dalle due Rhodesie e dal Nyasaland) accentuò l’influenza dei coloni bianchi della Rhodesia del Sud, concentrando lo sviluppo industriale e agricolo in questo territorio, provocando poderose ondate di mobilitazione negli altri due paesi della Federazione. L’agitazione costrinse il governo britannico ad abbandonare la Federazione e a permettere alle due colonie dissidenti di diventare indipendenti nel 1964 con i nomi di Malawi e Zambia. Il panorama politico della Rhodesia cambiò nel 1963 con la formazione dell’ Unione del popolo africano dello Zimbabwe (ZAPU) di Joshua Nkomo. La ZAPU non poteva combattere efficacemente l’azione repressiva del governo dominato dai coloni bianchi. L’opposizione al dominio bianco era lungi dall’essere unita. Dalla ZAPU si staccò l’ Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU) del reverendo Ndabaningi Sithole e più tardi di Robert Mugabe. Tra i due gruppi vi furono scontri di considerevole violenza. Entrambi si stavano preparando alla lotta armata ed entrambi furono messi al bando nel 1964. Nel 1965 il Fronte rhodesiano , partito estremista bianco di Ian Smith che guidava il governo, rese pubblica la dichiarazione unilaterale di indipendenza : la Rhodesia avrebbe difeso i privilegi razziali in termini nazionali e non più imperiali. Per quasi quindici anni lo Stato rhodesiano dimostrò che il governo di una minoranza con il pieno controllo di esercito e burocrazia poteva mantenere la sicurezza nelle aree urbane, gestire la repressione in quelle rurali, rafforzare la produttività dell’industria e l’autosufficienza di un’economia che usava il lavoro