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Riassunto del manuale di antropologia culturale. Mancano i capitoli otto, nove e tredici in quanto non in programma; l'ordine dei capitoli non è per tutto il riassunto quello del libro perché in parte riprende l'ordine tematico dato dal docente, ma i capitoli riassunti ci sono tutti e sono tutti completi.
Tipologia: Sintesi del corso
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L’antropologia culturale è una delle tre discipline raccolte sotto l’acronimo “ M-DEA ”, che significa “ discipline demoetnoantropologiche ” e comprende principalmente tre scienze umane, il cui oggetto sono l’ uomo e le culture umane, nelle loro articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari. Le tre discipline sono l’ Antropologia culturale , l’ Etnologia e la Demologia. La separazione fra le tre discipline non è poi così netta. La Demologia studia la cultura popolare e tradizionale della società occidentale , il termine è italiano, in generale si parla di “folklore”; l’ etnologia studia settorialmente specifici popoli da qualsiasi parte del mondo ; l’Antropologia culturale studia gli elementi dell’uomo inteso come culturale ed immerso in una società , facendo ampio uso di approcci teorici e comparativi. CULTURA Il concetto di cultura è fondamentale nella definizione di queste discipline. Se nel parlare comune per “ cultura ” si intende il complesso di arti e saperi , in antropologia il termine ha un significato differente. Anche se nel corso della storia sono state proposte diverse definizioni, è l’insieme di tutti gli elementi non strettamente biologici attraverso cui i gruppi umani si organizzano e vivono socialmente. Ne fanno parte, per esempio, le tecniche e i modi di lavoro , l’alimentazione , le istituzioni sociali, il linguaggio e le pratiche quotidiane … il primo a definire “ Cultura ” è stato il britannico Edward Taylor , nel 1871. Il concetto di cultura dipende solo parzialmente dalle basi biologiche della vita umana: la sfera culturale si intreccia con esse e le modifica , acquisendo la parvenza di una seconda natura. L’ antropologia culturale è differenziata dall’ antropologia fisica. Se La prima studia la cultura dell’uomo sociale, mentre la seconda studia la natura biologica dell’uomo, la sua evoluzione fisica e naturale. L’ANTROPOLOGIA CULTURALE
L’ antropologia culturale si fa autonoma nel secondo ottocento. In generale, si fa combaciare la sua nascita con la pubblicazione, nel 1871 , di “ Primitive Culture ” di Edward Tylor , testo che definisce la cultura , il campo di studi di questa nuova scienza. Tuttavia, l’origine di studi di questo tipo è rintracciabile già nei poemi omerici , che descrivono svariate ritualità culturali , o nei testi dello storico Erodoto , interessato alla diversità culturale. Anche il filosofo Montaigne espresse opinioni relativistiche vicine all’antropologia culturale. I primi segni di un’antropologia autosufficiente si hanno in Francia con la società di osservazione dell’uomo (1800), e soprattutto nell’ Inghilterra Vittoriana , in seguito alle tre grandi trasformazioni sociali che l’avevano interessata: rivoluzione industriale , il colonialismo e il nazionalismo (che, se esasperato, è grande causa di conflitti).
È un periodo, l’ottocento , visto come secolo riformista : di trasformazioni in cui tutto viene visto in modo ottimista ; il secolo del trionfo dei nazionalismi, del colonialismo e del positivismo. Gli antropologi di questo periodo pensavano, infatti, che le popolazioni civili nascessero solo nell’Europa moderna, rintracciando nelle società un passaggio dal semplice al complesso : era l’ evoluzionismo. LA VISIONE POSITIVISTA Nel clima positivista , l’antropologia si configura come scienza di ciò che l’Europa si è lasciata alle spalle. Lo studio dei primitivi , popolazioni oggetto anche del dominio coloniale. Il libro di Tylor circoscrive , quindi, il campo della scienza alle culture considerate come non toccate dalla modernità ; gli studi etnografici , infatti, si sviluppano parallelamente a quelli del folklore perché le classi dominanti europee rintracciano elementi di arretratezza nei ceti subalterni , come i contadini. Questa attenzione ai dislivelli di cultura è all’origine di una tensione intellettuale che dominerà sempre la disciplina: la narrazione evoluzionista risulta barbara, ma in realtà ci fa capire come l’antropologia si fosse sempre messa dalla parte dei “primitivi” , considerandoli come esseri umani : se il razzismo biologico affermava l’ inferiorità congenita delle popolazioni considerate inferiori, viste comunemente come “senza cultura”, l’antropologia è ciò che ha contribuito, fin dall’inizio, alla rivendicazione di una comune umanità. D’altronde, è naturale che si parlasse di selvaggi : si tratta di un periodo particolarmente violento , caratterizzato dal dominio. Sarebbe stato impossibile che il contesto non influenzasse le stesse categorie epistemologiche : si parla, infatti di violenza epistemologica , insita nelle forme di classificazione degli “ altri ”. C’è quindi una tensione , tra il pensiero colonialista e la svolta umana dell’antropologia, e sarà motore del suo sviluppo.
In un mondo globalizzato come quello attuale, non ha più senso fare di queste distinzioni. Oggi non è più così semplice capire chi siamo “ noi ” e chi sono “ altri ”. Oggi non si può parlare di culture come di entità compatte , dai confini territoriali ben definiti, viviamo in un mondo profondamente cambiato. Ciò non significa che la diversità è scomparsa. Le differenze , oggetto cruciale dell’antropologia culturale, con la globalizzazione si sono moltiplicate , all’interno di contesti frammentati e meno definiti. Quantunque sia lontano l’oggetto dello studio specifico, ogni antropologo deve fare i conti con le diversità culturali. Claude Lévi-Strauss ha usato il concetto di sguardo lontano , di chi si pone come estraneo in uno studio critico ; Kluckhohn paragona il metodo antropologico a un “ giro lungo ”, opposto ai giri brevi delle scienze speculative. Francesco Remotti pone una differenza tra il metodo di alcuni filosofi , da Platone a Cartesio e Kant, che ricercano una razionalità oggettiva nel nostro modo di pensare, e il metodo di altri come Montaigne e Wittgenstein, che pensano la razionalità sia definibile solo passando attraverso la molteplicità empirica del mondo culturale. Importantissimo il metodo comparativo , nato come comparazione tra culture diversissime per tracciare linee universali nell’evoluzione dell’ umanità culturale , tuttavia superato da una comparazione critica delle diversità, che ci costringe a modificarci , a mettere in discussione ciò che diamo per scontato, comprendendo che i nostri modi di vivere non sono gli unici né i migliori. De Martino chiama “ scandalo etnografico ” questo scontro col diverso.
Il primo paradigma teorico assunto dall’antropologia è l’ evoluzionismo. Di ispirazione darwinista , voleva studiare i processi evolutivi dell’ uomo culturale , fuori del campo biologico. L’obiettivo di andare indietro nel tempo era complesso , l’unico strumento così era il metodo comparativo : tracciare un grande disegno evolutivo, utilizzando dati provenienti da contesti differenti. Questa soluzione implica il principio “ uniformista ” , l’idea che l’ evoluzione culturale segua degli stadi universali , che il frutto di leggi immutabili che procedono dal semplice al complesso. La ricerca delle origini dei fatti culturali mettendo al centro la psicologia individuale, il comparativismo e la ricostruzione , totalmente ipotetica , di stadi di sviluppo. Questi, i tratti principali della prima antropologia. Una visione quasi ossessiva , che rintraccia lo stadio finale dell’evoluzione nella cultura della società borghese , fatta di dominanza maschile, proprietà privata, monoteismo e monogamia; una visione da contestualizzare al positivismo e alla lettura biblica dogmatica, che spiega l’esistenza di “selvaggi” come popoli non in grado di innalzarsi da soli a Dio. Gli evoluzionisti partono dal paradigma della poligenesi : la nascita parallela di fatti culturali simili in aree diverse. LE SOPRAVVIVENZE La teoria darwiniana si basava anche sull’ osservazione nel presente di specie che conservavano tratti arcaici ; così pensavano di fare i primi antropologi. Non solo esistono quei “ primitivi di oggi ”, ma anche nella società occidentale sono presenti tanti elementi provenienti da retaggi culturali arcaici. Parliamo, in tal proposito, di sopravvivenze. Il buon uso di coprirsi la bocca con la mano quando sbadigliamo, per esempio, che è inspiegabile con gli elementi della cultura moderna: potrebbe allora essere legato alla credenza che l’anima potesse scappare dagli orifizi del corpo! La caccia alle sopravvivenze dell’evoluzionismo risemantizza la società borghese moderna , rintracciando origini violente e superstiziose anche all’interno dei giochi dei bambini o dei cerimoniali più vari. Non a caso Freud si ispira proprio a questa antropologia nella scoperta della sfera sessuale dietro i simboli più innocenti. EDWARD BURNETT TYLOR Edward Tylor , scrittore di “ Cultura primitiva ”, mette in evidenza come la cultura non si eredita , ma si acquisisce , si sviluppa e si trasforma in base alla vita dell’individuo; così come che la cultura sia di tutti, che non esistano popoli senza cultura. Tylor fu il primo ad introdurre il concetto di “ sopravvivenze ”, il metodo comparativo e una nuova visione della religione , che mostra il modo di vedere dell’evoluzionismo. Lo studio sulla religione di Tylor si basa sul fatto che in ogni cultura umana ne sia presente una. Il processo di ricerca della sua origine , però, necessita di basarsi su un’osservazione logica , dato che quanto manca una reale documentazione storica: è necessario ordinare tutte le religioni, dalle più semplici alle più complesse, alla ricerca di forme elementari che tutte hanno in comune. Tylor introduce così il concetto di Animismo. Non tutte le religioni prevedono la presenza di
divinità , di sacerdoti o di sacrifici , ma tutte hanno in comune la credenza nell’anima. Anche le religioni considerate più primitive , come le religioni totemiche australiane. Dalla fase animista , secondo Tylor, si sviluppano le successive religioni. Secondo Tylor, la credenza nell’anima nasce dal pensiero del “filosofo selvaggio”, che indagando sul mondo, sulla morte e sui sogni, sente l’esigenza dell’esistenza di un ente spirituale e vitale, separabile dal corpo. Una visione “ intellettualista ”, che vede i tratti culturali come frutto del singolo individuo. SMITH, FRAZER, MORGAN Altro importante esponente è William Smith , scrittore di “ Lettura delle religioni semitiche ”, nonché uno dei primi ad andare sul campo. È colui che introduce il concetto di “ fatto sociale ”: la religione non è un fatto individuale , ma un carattere dell’individuo come membro di una società. Frazer è un altro ricercatore rivoluzionario: scrittore de “ Il ramo d’oro ”, testo ancora oggi utilizzato per lo studio delle ritualità ; introduce la tripartizione evoluzionistica della società, a cui si ispireranno studiosi successivi: le società si evolvano secondo le fasi di magia , religione e poi scienza , che appartiene alle società complesse. Vent’anni prima della nascita dell’antropologia, in America , con Morgan , avvocato, c’è uno studio antropologico delle culture native americane. Morgan anticipa gli inglesi, e ci fa capire cos’è l’evoluzionismo attraverso i suoi periodi etnici : selvaggio , barbaro , civilizzato ; ogni periodo ha le sue scoperte , come la scoperta del fuoco. Morgan individua anche il problema della parentela : fa una classificazione tra sistemi parentali, ne parleremo dopo.
L’approccio evoluzionista, come abbiamo visto, è di paragonare culturale differenti per trovare punti in comune. Questo approccio venne sovvertito dal diffusionismo che, sempre alla ricerca delle origini dei fatti culturali, si arma di prove documentarie e cerca di superare il modo ipotetico evoluzionista. I diffusionisti partono dall’assunto della monogenesi , ossia della necessità di risalire , a partire dalla presenza di un tratto culturale presente in aree anche distanti , al punto unico di nascita di quel tratto, ricostruendo scambi e spostamenti di popoli. La ricerca è, quindi, dei grandi centri di irradiazione culturale : nell’ottocento, per esempio, è diffusa la convinzione che i tratti culturali delle grandi civiltà storiche abbiano nascita nella zona indoeuropea. FRANZ BOAS Franz Boas , il fondatore dell’antropologia moderna americana , critica l’evoluzionismo ed introduce il particolarismo storico , ossia il paradigma che, per comprendere una cultura essa vada studiata in un determinato periodo storico. Boas , critico dell’approccio generalizzante dell’evoluzionismo, sostituisce così al metodo nomotetico , volto alla ricerca di leggi universali (una sorta di metodo scientifico nudo e formale), il metodo idiografico : concentrato su casi specifici e storico , volto a ricostruire i fatti culturali seguendo il loro processo di formazione. Tuttavia, continua a trattarsi di una visione filologica , teorica esattamente come l’evoluzionismo, e anche se nella scuola americana prevale l’idea dell’indipendenza tra cultura e biologia , manca ancora uno degli elementi fondamentali che nascerà con l’antropologia novecentesca: la teoria sociale , in realtà anticipata da Tylor , nel suo definire la cultura come le capacità e abitudini acquisite dall’uomo in società.
Van Gennep era un folklorista, scrittore di opere, come il “ Manuale del folklore francese contemporaneo ”, che sono rimasti come pilastri della disciplina. Come studioso delle tradizioni popolari , studia tutti i riti legati alla vita. Nel 1909 scrive “ I riti di passaggio ”, saggio che indaga la ritualità sulla base di tre momenti di rituale: preliminare, liminare e post-liminare. Anche oggi interpretiamo gli eventi come riti di passaggio: un esempio è la laurea, ma anche gli eventi naturali che diventano fatti sociali.
I primi antropologi erano degli studiosi “da biblioteca”, che studiavano utilizzando fonti di viaggiatori e naturalisti; poggiavano le loro conoscenze su dati incerti e per questo, dagli studiosi successivi, vennero chiamati “antropologi da tavolino”. La combinazione invece tra ricerca sul campo e l’influenza dell’approccio sociologico di Durkheim, daranno il via alla stagione del funzionalismo : il paradigma che studia la società come un sistema complesso di elementi, ciascuno dei quali è in funzione rispetto al tutto. MALINOWSKI E IL FUNZIONALISMO Malinowski è il fondatore del funzionalismo. “ Argonauti del Pacifico occidentale ” inaugura la monografia etnografica, studiando fondamentalmente il rituale kula , e ci mostra, in pratica, la cultura come insieme organico. Gli studi etnografici dopo Malinowski non si chiedono più l’origine dei tratti sociali, ma che funzione hanno all’interno di un disegno più grande : la cultura. Ci si chiede, quindi, a cosa servono in funzione a tutti gli altri. Malinowski sviluppa questa “ teoria scientifica della cultura ” a partire dal 1936 , e lega la cultura ad una teoria dei bisogni umani : cioè, di fronte a qualsiasi tratto culturale bisogna chiedersi a quali bisogni (materiali, psicologici, morali) corrisponda. La magia e la religione, per esempio, sono interpretate come risposta a un bisogno di rassicurazione e ansia , utilizzate da società con un basso controllo tecnologico sull’ambiente. I trobriandesi hanno tecniche sviluppate per coltivare, ma quando techne non basta arriva la magia, che aiuta a procedere come se il rischio di perdere il raccolto per un temporale non esistesse. ALFRED RADCLIFFE-BROWN Dopo Malinowski, prevarrà in UK un diverso modo di intendere il funzionalismo , ispirato a Durkheim. Radcliffe-Brown sostiene che l’antropologia non si occupa di individui astratti definiti dai propri bisogni , ma di persone reali al centro di una rete di relazioni sociali. Riprendendo Durkheim, vede la società come una totalità organica , i cui membri sono connessi da una rete di relazioni : la struttura sociale. Il concetto di funzione ha senso solo se relazionato a questa struttura. Pensa che la funzione di ogni pratica culturale sia il ruolo che essa svolge ai fini del mantenimento della struttura della società. In questa visione, il rituale è interpretato come un meccanismo di trasmissione e perpetuazione di sentimenti che hanno lo scopo morale di regolare la condotta , e per questo la società ne dipende. Il rito fa in modo che questi sentimenti morali e sociali rimangano vivi in ogni membro della società. GLI ANNI D’ORO DELL’ANTROPOLOGIA SOCIALE ANGLOFONA: EVANS-PRITCHARD Gli anni 30-60 , sono quelli d’ oro dell’ antropologia sociale inglese, il connubio vincente è stato quello tra metodo di Malinowski e teoria di Radcliffe-Brown. In questo periodo, una gran parte di studiosi si è impegnata nella produzione di monografie di ricerca interessate all ’analisi della struttura sociale di culture caratterizzate dalla mancanza di uno stato (istituzioni centralizzate volte a regolare i conflitti interni). La domanda che si pongono è come
sia possibile una coesione sociale senza uno stato. Fondamentalmente, ogni istituzione culturale ha la stessa funzione dello stato , perfino quelle più lontane dalla politica , come la religione , e anche quando gli individui ne sono incoscienti. È la cultura ad avere questa funzione celata , e il compito degli antropologi è mostrarla. E. Evans-Pritchard è lo studioso più rappresentativo di questi anni. È un africanista , autore di studi importanti su una popolazione nilotica di agricoltori , gli Azande , e su una di pastori seminomadi, i Nuer. Nella sua prima opera analizza la stregoneria , in maniera però diversa rispetto agli evoluzionisti che la consideravano una peculiarità del “ pensiero primitivo ”. Gli Azande vedono ogni disgrazia come il frutto della stregoneria , forza malvagia che un individuo , spesso involontariamente, rivolge verso un altro. La stregoneria viene rivelata attraverso azioni divinatorie che vengono accettate anche dagli accusati , disposti a compiere azioni riparatorie. Con questa analisi Evans-Pritchard arriva a due conclusioni. La prima è che in ciò non c’è nulla di irrazionale : la stregoneria è un modo di spiegare l’esperienza del male legandola alla socialità. L’ evidenza empirica della stregoneria è costruita attraverso un enorme intreccio di sentimenti morali e di credenze. Così, la essa fa parte della struttura sociale degli Azande, quindi del modo di pensare della società: in ciò ha la sua realtà fattuale. Il secondo è che la stregoneria sia un modo di interpretare e affrontare il conflitto sociale : le accuse sono scambiate tra individui in presenza di una concorrenza , che sia essa in atto o solo potenziale; la stregoneria incanala questa concorrenza dentro situazioni legittime , dando a essa uno sfogo riconosciuto. Come lo stato, qui la stregoneria funge da controllore del conflitto sociale. Nello studio sui Nuer lo studioso analizza la loro “ anarchia ordinata ”. Si organizzano dividendosi in gruppi di parentela che condividono un antenato comune ; non hanno alcuna autorità centrale , eppure i loro rapporti rimangono equilibrati , e la società non si disgrega. Questo equilibrio si manterrebbe in virtù di un sistema segmentario , nel quale le contrapposizioni si scompongono e si ricompongono su diversi livelli genealogici : in una tribù ci sono due gruppi geneaologici contrapposti, i quali si uniranno se in contrapposizione con un’altra tribù; le due si uniranno sulla base dell’antenato comune se in concorrenza con un raggruppamento analogo. Più il raggruppamento è ampio, più l’antenato comune è lontano. CONCLUSIONE Il funzionalismo , durante la metà del 900 , è diventato il paradigma più potente; tuttavia, il suo punto di forza - la considerazione della società nel presente , in una sorta di immobilità storica , di quasi ignoranza verso i processi storici e i mutamenti culturali, - è anche il suo punto di debolezza. Il funzionalismo dipinge le società come organismi volti a proteggersi dal conflitto e dal cambiamento : cioè, dalla storia. Questa concezione è spontanea: gli studiosi di questo periodo studiano società colonizzate , immobilizzate dal dominio occidentale. Per questo, a partire dai ’50 , coi processi di decolonizzazione , gli studiosi iniziarono a criticare questo punto di vista, e a sentire la necessità di una dimensione storica. Lo stesso Evans-Pritchard affermerà che l’antropologia sociale è “una specie di storiografia” volta più alla ricostruzione di eventi specifici, che alla formulazione di leggi universali. Nello stesso periodo, importanti indirizzi, come quelli della scuola di Menchester , porranno i processi di mutamento e i conflitti al centro dell’attenzione. Questi iniziano ad essere considerati come fattori di sviluppo , e non come errori da eliminare.
A partire dagli anni 50 , il funzionalismo cessa di essere il paradigma dominante, sostituito dallo strutturalismo , una vera corrente filosofica. Lo strutturalismo è l’ultimo grande “ismo ”
come essi ci permettono di delineare le categoie della cultura da cui provengono – essendo poi più complessi, vivono creando analogie tra l’ordine del mondo e quello delle relazioni sociali. MARY DOUGLAS Lo strutturalismo tra i 50 - 70 diventò il paradigma più prestigioso. La scuola britannica inizialmente ne è scettica, ma poi lo ingloba. Tra gli autori britannici di rilievo ricordiamo soprattutto Mary Douglas , studiosa che ha integrato lo strutturalismo con l’analisi sociale durkheimiana, studiando un vastissimo campo di fenomeni, dai sistemi di classificazione “primitivi” a quelli contemporanei.
Secondo lo strutturalismo , il significato intrinseco degli elementi culturali non è nella consapevolezza degli attori sociali, come il poeta non è davvero in grado di interpretare profondamente la propria opera. Le soggettività sono parti di un inconscio collettivo. I modelli che stanno alla base dei fenomeni sociali possono essere colti solo dall’esterno , osservando l’unità complessiva. Questo è proprio il punto in comune tra strutturalismo e marxismo , corrente filosofica che permeerà prepotentemente l’antropologia a partire dai 60 , secondo cui bisogna andare oltre la superficie per cogliere realtà di base oggettive , che coincidono non con lo “spirito” ma nello sviluppo storico dei mezzi di produzione , e nella relazione tra classi sociali. In realtà la visione marxista che veda la cultura come una formazione che rispecchia la realtà socio- economica crea un certo disagio agli antropologi, che da Mauss sono propensi a vedere l’economia come un campo culturalmente condizionato – e non il contrario. Alcuni studiosi marxisti hanno provato a scrivere di etnologia in termini di economia politica , ottenendo risultati non di successo. La cosa ben più importante fatta dai marxisti è piuttosto un ripensamento della natura stessa del sapere antropologico. L’antropologia è stata strettamente legata ai rapporti di forza coloniali : i problemi di comprensione della diversità culturale si rivelano il frutto della disuguaglianza strutturale , e della relazione di dominio che l’occidente ha stabilito con quelli che considera “ altri ”. Il marxismo in questo senso ha messo le basi degli studi “post-coloniali”. L’APPROCCIO INTERPRETATIVO: CLIFFORD GEERTZ Negli ultimi decenni del 900 , a partire dall’americano Clifford Geertz e la sua opera “ Interpretazione di culture ”, si afferma l’approccio interpretativo , un approccio che si contrappone ai punti in comune tra marxismo e strutturalismo. Se le idee comuni a questi due pensieri erano che l’antropologia avesse come compiti la scoperta di strutture nascoste che determinano il funzionamento delle società , e che potessero essere descritte da un linguaggio oggettivo , questo approccio si pone in antitesi. Geertz riprende la tradizione del particolarismo storico di Boas , che mal vede la ricerca di leggi universalmente valide in ambito culturale. Riprende anche Malinowski , nell’obiettivo di vedere il mondo dal “ punto di vista del nativo ”, non di immedesimandosi, ma comprendendo il significato di ciò che fanno. Geertz definisce l’uomo come “ animale sospeso tra reti di significati che egli stesso ha tessuto ”. Come per Levi-Strauss, la cultura è un sistema simile al linguaggio , un complesso di segni , ma c’è una grossa differenza : lo strutturalismo pensa a un cosmo ordinato , simmetrico, Geertz vede una ragnatela imperfetta e fragile : in totale contrapposizione all’oggettività di Strauss.
Qui capire il significato non ha più il senso di disvelare un codice universale , ma piuttosto di un graduale avvicinamento , in cui la comprensione è sempre possibile ma imperfetta. L’analogia tra cultura e linguaggio ovviamente vale fino a un certo punto , dato che si tratta di dinamiche complesse e peculiari. In ultima analisi, per Lèvi - Strauss l’oggetto dell’antropologia sono i modelli oggettivi , e non l’imperfetto molteplice fenomenico empirico. Di fatto, si trova a suo agio su argomenti modellizabili, come le strutture parentali. Per Geertz sono invece le forme di vita , cioè pratiche irriducibili a un logos universale. L’antropologia deve ora essere una descrizione che non si ferma all’esteriorità delle cose o degli eventi, ma che cerca di cogliere il loro significato contestuale. Geertz per spiegare la complessità di una descrizione di questo tipo fa l’esempio dell’occhiolino : esso può avere una moltitudine di significati , tra l’essere un tic, un ammiccamento tra giocatori di carte o un segno di intesa tra amici… una descrizione “ esigua ” si accontenta di parlare di un occhiolino come la contrazione di una palpebra, ma una descrizione “densa” deve tener conto del contesto e della relazione tra gli attori sociali, cercando di comprendere il significato. L’antropologia così si distacca dalla tradizione ottocentesca di volersi dare lo statuto di “ scienza dura ”, e viene ricondotta da Geertz nell’ambito degli studi umanistici , mettendola tra scienza e letteratura. Di fatti, l’etnologo usa le risorse creative del linguaggio per fornire ai lettori un’interpretazione di ciò che vede, mettendosi su un piano simile a quello del romanziere. Questo non significa svilire il rigore epistemologico ed il ruolo della ricerca , che Geertz conduce efficientemente in Marocco e Indonesia. Il rigore, però, tiene in considerazione la complessità dei processi con cui il “ dato etnografico” viene costituito: i dati qui sono problematici. UN ENNESIMO “ISMO”? Geertz ha sempre rigettato l’uso dell’etichetta “antropologia interpretativa”, perché era posta come se si trattasse dell’ennesimo “ismo”, quando lui si pone come scettico nei confronti delle teorie totalizzanti. Secondo Geertz, piuttosto, il sapere antropologico deve procedere all’interno di un paradigma condiviso e misto, senza ricondurre tutto ad un unico modo di vedere. Questa, di fatto, è l’idea che permea gli ambienti di studio odierni. L’attuale dibattito antropologico è meno diviso in scuole differenti e opposte. LA RICERCA SUL CAMPO E L’EVOLUZIONE DEI METODI
I primi antropologi, quelli formatosi in età vittoriana , non utilizzavano fieldwork. Le loro opere, a partire da Primitive Culture di Tylor, erano dei trattati in cui il metodo comparativo veniva utilizzato confrontando svariate fonti altrui. Prendevano, ad esempio, resoconti di mercanti , funzionari coloniali e viaggiatori , in cui venivano descritti usi e costumi delle popolazioni altre che incontravano. IL RAMO D’ORO Prendiamo come esempio l’opera più celebre dell’ evoluzionismo antropologico : Il ramo d’oro di Frazer - testo in cui si tratta di pratiche magico-religiose , in particolare quelle volte alla fertilità della terra.
neutrale ; piuttosto, per cogliere gli elementi importanti di una cultura serve una specifica preparazione metodologica e teorica , per questo osservazione e interpretazione non possono essere separate : l’etnografo sul campo, senza una preparazione scientifica, non riesce a descrivere adeguatamente una cultura ; e il teorico , senza la conoscenza diretta non può essere in grado di capirla fino in fondo. Nei primi 20 anni del 900 allora, nel mondo anglosassone , si delinea un nuovo modello di antropologo, che trova luogo nella scuola di Boas (USA), con la loro indagine diretta presso i nativi americani. 1922: ARGONAUTI DEL PACIFICO OCCIDENTALE La nuova forma di ricerca però troverà la sua piena espressione nel lavoro di Brainslaw Malinowski , studioso polacco formato a Londra. Negli anni della IWW trascorse svariati periodi di studio nelle isole Trobriand in Melanesia. Qui condusse una ricerca intensiva , vivendo nei villaggi e documentandone ogni aspetto culturale e quotidiano. Nel 22 , dopo essere tornato in Europa, pubblicò Argonauti del pacifico occidentale , opera destinata a diventare manifesto e paradigma di un nuovo modo di fare ricerca. Diversi aspetti caratterizzano questo metodo, in primis è la postura che egli ha definito osservazione partecipante , ossia la combinazione tra decentramento e coinvolgimento personale , cioè l’immersione per un periodo discretamente lungo nei luoghi , nella vita quotidiana e nel modo di pensare dei soggetti sociali studiati. Dunque vivere nei loro villaggi, avendo al più come base per qualche “temporaneo ritiro” la casa di un “uomo bianco”, abbastanza lontana dal villaggio da non diventare luogo stabile di vita. L’ indagine etnografica diventa così un’esperienza che non coinvolge solo le competenze intellettuali , ma l’intera sfera esistenziale , in cui si tagliano i ponti con la propria realtà ordinaria. In questo senso, il concetto di dati e di raccolta cambia radicalmente; se prima il “ dato ” era un’ informazione oggettiva , adesso la soggettività , l’ empatia , sono una dimensione fondamentale dell’antropologia. Senza l’ osservazione partecipante , è impossibile comprendere quelli che Malinowski chiama imponderabili della vita reale , cioè i fenomeni che compongono la trama delle relazioni sociali , che sono materia prima dell’etnografia: cose come la cura del corpo , la routine lavorativa , il modo di prendere e preparare il cibo … secondo Malinowski questi fatti devono essere registrati non “ mediante un’annotazione superficiale di particolari come gli osservatori non preparati ”, ma sforzandosi di comprendere ciò che esprimono. La frecciata agli osservatori non preparati è necessaria per comprendere il modo per cui in Malinowski l’ osservazione deve coniugarsi alla consapevolezza scientifica. Gli osservatori dilettanti sono descritti come pieni di pregiudizi , abituati a trattare cose che per uno studioso sono tesori con superficialità , descrivono come puro disordine qualsiasi ordine sociale diverso da quello occidentale. Quelle figure concepite come distinte , quindi, devono riunirsi, al fine di giungere al fine ultimo dell’etnografia per Malinowski: afferrare il punto di vista dell’indigeno. CONSEGUENZE Una conseguenza di ciò è la cosiddetta natura olistica della rappresentazione etnografica , tipica del funzionalismo : la cultura deve essere considerata come un cosmos , i dati non possono essere compresi se considerati separati gli uni dagli altri ; è solo in riferimento a tutto il contesto socio-culturale che può esserne colto il significato. L’etnografo dovrebbe percorrere ogni fenomeno della cultura studiata, senza distinzioni tra ciò che sembra più importante e ciò che sembra banale ; analizzare tutto il campo della cultura in ogni suo
aspetto. La cultura è infatti un cosmos , e l’antropologo deve comprendere l’ interazione tra le varie parti. Questo principio svalorizza l’approccio comparativo evoluzionista , che accostava singoli dati di un solo campo culturale e li paragonava senza riferimento agli insiemi culturali d’ origine. Questo principio, però, tende a insistere sull’ unità culturale nel presente , dipingendo le culture in maniera asincrona , sospese in un eterno presente immune alla storia.
L’influenza di Malinowski è anche su un versante fondamentale: la scrittura. Argonauti del pacifico occidentale non è un semplice resoconto di ricerca , ma una monografia etnografica , un nuovo genere di testo che da questo momento sostituirà il trattato comparativo. La monografia è un tipo di testo in cui viene sviscerato il rapporto tra ricercatore e una specifica cultura , di cui si cerca di descrivere ogni suo singolo aspetto , nel tentativo di descriverne il modo di vita. Argonauti descrive la cultura trobriandese a partire dal cerimoniale di scambio di doni Kula. Il rituale non può essere compreso se non collocato sistematicamente nella dimensione ecologica, economica, di parentela e di forme del potere ; per questo, tutti questi aspetti sono presenti nell’opera di Malinowski. La monografia , con la sua retorica , rappresenta il culmine della ricerca etnografica , il punto d’arrivo in cui il carattere soggettivo si coniuga con quello scientifico , facendo da mediatore tra questi due elementi apparentemente inconciliabili. La dimostrazione, ennesima rivoluzione di Malinowski, sta nei suoi diari , scritti durante la ricerca in loco, senza alcuna mediazione scientifica e retorica. L’INFLUENZA E LA DIFFUSIONE DEL FIELDWORK Il modello di ricerca malinowskiano divenne così lo standard dell’ antropologia , dagli anni 20 a oltre i 70. Essere Antropologo ha necessariamente comportato il viaggio , la permanenza di almeno un anno e l’ apprendimento di un nuovo linguaggio , al fine di interagire e intervistare i nativi , per scrivere note di campo con cui documentare la vita locale e poi, a casa, produrre una monografia. Questa diffusione ha comportato la specializzazione a livello areale/etnico , nonché nello studio di una o due popolazioni: Evans - Pitchard i Nuer e gli Azande, Firth i Tikopia eccetera. Questo era dovuto a quella difficoltà nell’apprendere lingue e modi, e diede a ogni studioso il suo popolo , generando una corsa allo studio ognuno di un popolo, alla ricerca di popoli vergini ; spinta dallo stesso Malinowski , come se ci fosse (in un mondo in cangiamento) il bisogno di salvare le culture tradizionali che stavano svanendo , documentandone il più possibile; erano così considerati inutili i cosiddetti “ restudies ”. (In realtà, c’è da dire che quei rari casi di restudies sono stati utili e problematici , dato che hanno proposto qualche volta visioni decisamente opposte , facendo dubitare di un’oggettività di fondo.) Questa dimensione, comunque, ha fatto in modo che si rivalutasse il metodo comparativo. Quest’antropologia , che credeva molto nell’ oggettività del proprio lavoro, che pensa come una mappatura universale delle culture , volta a creare una banca dati. In questo modo, la comparazione può tornare in modo più adeguato , comparando i contesti culturali nella loro organicità. Ciò accade in USA negli anni 30 con il progetto di Murdock , Human relations area files , schedatura di un gran numero di culture, descritte e archiviate in modo da consentire l’analisi comparativa. Questa analisi quantitativa , tuttavia, è spesso sommaria , e non particolarmente utile. Oggi la ricerca olistica e la monografia recuperano una dimensione comparativa nell’accostamento dei case studies; oggi il format più diffuso è quello della
folklorista al massimo si decentra dalla città alla campagna, ma va e viene. Sono diversi anche gli obiettivi : il fieldwork esotico vuole costruire la rappresentazione di un’intera cultura , legandole spesso a teorie sociali forti; al contrario, il folklorismo lavora sulle fonti attraverso modelli di analisi storiografiche e filologiche, per semplice classificazione. Ci troviamo dunque davanti a tradizioni nazionali che non comunicano e influenzano poco il dibattito internazionale in cui, in una letteratura dominata dall’ inglese , non si diffondono. FOLKLORISTI CHE TROVANO SPAZIO Sono pochi i folkloristi continentali che trovano attenzione nel dibattito antropologico. Ricordiamo il belga Van Gennep e il russo R. Propp. Il primo, oltre al suo manuale del folklore francese , è famoso per aver introdotto la categoria dei Riti di passaggio , ripresa da altri antropologi mainstream. Il secondo opererà invece un’ analisi morfologica delle fiabe , che Levi- Strauss considera come anticipazione dello strutturalismo. Interessante è il caso di De Martino ; il suo studio innovativo coniugava il metodo etnologico con quello del folklore , utilizzando ricerca partecipante sul campo nelle regioni più povere del sud , insieme a metodi di rilevazione folklorica e analisi storica , in ottica anche etico -politica. La sua opera rimase a lungo sconosciuta per mancanza di traduzioni a livello internazionale.
Tra gli anni 60 e 80 il modello di ricerca sul campo entra in crisi , perché cambiano tutte quelle condizioni che lo rendevano possibile. Sono gli anni in cui molte delle classiche aree di ricerca , soprattutto in Africa, iniziano a reclamare l’ indipendenza politica e un loro posto nella storia. Sono gli anni dunque, in cui non si può più pensare a loro come primitivi inconsapevoli, muti , astorici e che hanno bisogno che li descriva qualcun altro : reclamano il diritto alla parola , e quell’ antropologia che voleva parlare per loro è vista come una disciplina occidentale portatrice del punto di vista coloniale. FANON: I DANNATI DELLA TERRA Sono anni, però, in cui gli antropologi stessi cambiano. Acquisiscono consapevolezza sia degli aspetti politici che della complessità epistemologica del loro mestiere. Un esempio è Frantz Fanon : psichiatra formato in Francia , che in Algeria aveva aderito al fronte di liberazione nazionale nella guerra di indipendenza. I suoi lavori riflettono sul modo in cui il colonialismo insinua il suo dominio nelle soggettività dei dominati , dando la colpa anche alle discipline scientifiche occidentali come la psichiatria e l’etnografia. Ne I dannati della terra , diventato riferimento per la cultura progressista, afferma che l’ ordine coloniale può essere superato solo attraverso una rottura violenta con esso , dunque anche con la cancellazione del sapere occidentale sugli altri , che hanno fatto passare per culture primitive dei modi di essere prodotti della subordinazione colonialista. Gli antropologi che si formeranno negli anni 60 infatti sono mossi da questo senso anti-coloniale ; non possono più accettare che il loro campo si consideri come lo studio di un neutrale oggetto scientifico. Cambiano così anche gli approcci al fieldwork , che diviene un rapporto con realtà mutevoli in ottica “ partecipata ” in senso umano e politico. Cambia anche il modo di scrivere etnografie , con maggiore consapevolezza retorica. Inizia ad avere un ruolo la soggettività dell’autore , assieme a quella degli informatori , non più anonimi rappresentanti di un’intera cultura ma soggetti peculiari , analizzati più come questo che per la tipicità culturale. I testi diventano così dei dialoghi che cercano di ridare complessità al rapporto tra ricercatore e interlocutore , togliendo valore alle raccolte di dati.
A questo mutamento etico -politico tra 60 - 80 , ne corrisponde uno epistemologico ; si ha una svolta riflessiva , che sottolinea la complessità del rapporto tra ricerca empirica e scrittura. In questo senso, ci torna come rivoluzionario Malinowski. Nel 1967 la vedova dello studioso, in contrarietà coi suoi allievi, fece pubblicare il suo Diario di campo. Il diario presenta l’ esperienza alle Trobrand in maniera diversa rispetto alle monografie. Sia la cultura , presentata come compatta e armonica; che Malinowski , empaticamente immerso, si presentano in modo opposto. Il Malinowski del diario vive in spaesamento culturale , soffre la solitudine , l’ ipocondria , l’ astinenza sessuale , e si presenta spesso in stati di collera , lasciandosi andare al disprezzo razziale. Questa visione fece crollare in imbarazzo gli antropologi. Scrive Geertz : i diari hanno reso pubblica l’implausibilità di questo modo di lavorare ; il mito dell’antropologo perfettamente in sintonia , empatico e paziente, venne demolito dall’uomo che più di tutti contribuì a crearlo. Allora Argonauti è una finzione? Sì. Finzione non nel senso di falsità , ma nel senso di costruzione letteraria. La scrittura non è soltanto un modo di comunicare la conoscenza raccolta , ma è proprio costitutiva della conoscenza , perché modella l’esperienza dandole coerenza ; l’antropologo è un autore , che usa la retorica e le strutture narrative. Si parla di svolta riflessiva perché gli antropologi si rendono conto che le loro rappresentazioni sono prodotte mediante gli strumenti del linguaggio , e quindi che il loro lavoro non è troppo distante da quello del romanziere ; o meglio, lo è, non nel senso che uno porta fatti e altro inventa, ma si tratta piuttosto di generi e approcci diversi. WRITING CULTURE La prospettiva riflessiva , maturata con l’ interpretativismo di Geertz , viene assunta negli anni 80 dal movimento che si riconosceva nel libro Writing Culture. Questo movimento proponeva di rileggere la rivoluzione malinowskiana come l’ affermazione di una forma di scrittura etnografica realista , simile al realismo letterario. Le caratteristiche sono la prevalenza di descrizioni visuali , l’ambientazione nel tempo astorico del presente etnografico e l’ impersonalità in cui l’autore è esterno , sa e comprende tutto (posizione dell’ occhio di Dio ). Questo tipo di scrittura realista , però, valorizza solo alcuni aspetti dell’esperienza e ne trascura altri; per questo il movimento ha proposto l’inaugurazione di una fase sperimentale , dando vita a diversi tipi di etnografie : riflessive , che tematizzano la soggettività ; dialogiche o addirittura polifoniche ; fino a testi narrativi e poetici. Iniziano ad essere anche considerati a livello accademico delle dimensioni che il “ realismo ” aveva nascosto : lo shock culturale nei contesti difficili ; gli aspetti di genere dei ricercatori , in ottica femminista; le esperienze affettive e sessuali e perfino esperienze straordinarie , come i casi di visioni vissute da studiosi in contatto con le culture magiche.
La decolonizzazione ha dunque cambiato radicalmente il modo di intendere la ricerca. Tuttavia, non è stato proposto un nuovo standard ; si è piuttosto dato spazio a diversi stili e atteggiamenti. Ora il quadro antropologico conserva ancora dei tratti comuni , ma è comunque eterogeneo e frammentato. Se la decolonizzazione è stata una rivolta dell’oggetto etnografico , con la globalizzazione esso è definitivamente scomparso. Non nel senso che le differenze culturali e le disuguaglianze sono scomparse, al contrario si sono moltiplicate , ma nel senso che adesso
Il termine razza ha una storia recente. Nasce nel sedicesimo secolo per indicare la discendenza e i gruppi di parentela , e assume l’attuale significato solo nell’ ottocento : un gruppo umano caratterizzato da specificità somatiche , cognitive e comportamentali ritenute biologiche , genetiche. Il termine acquisisce il suo significato in due rami di conoscenza : quella scientifica e quella etico - politica , rendendola il fulcro teorico dei rapporti pratici tra occidente e resto del mondo, sfociati nel colonialismo. Dunque, il termine si diffonde con le dottrine razziste elaborate in Europa e USA. La dottrina razzista più celebre è quella di Gobineau , autore del “ Saggio sull’inuguaglianza delle razze umane ” del 1856 , saggio che afferma la biologizzazione di ogni differenza culturale ; la presenza di una gerarchia tra gli esseri umani, con al vertice i “bianchi”; l’ orrore per la mescolanza di razze. La superiorità della razza bianca è provata dal progresso scientifico ma, soprattutto, dalla bellezza : proporzione dei tratti del volto. tesi è ripresa da autori precedenti, come Linneo , che un secolo prima aveva proposto una gerarchia delle sub- specie umane basata sull’estetica , dalle scimmie all’uomo europeo. Gobineau credeva che la razza bianca avesse creato una società superiore , e che fosse fortemente minacciata dagli incroci con le altre razze. Il destino di ogni individuo è segnato dalla sua razza , nulla deve essere modificato. In merito, la sua visione è estremamente pessimista : la decadenza della razza bianca va assieme al progresso e alla storia, che ne implica la mescolanza , e non può essere fermata perché deriva dalla stessa espansione imperialista , dunque è destinata a decadere, e con lei la società. L’altro filone del razzismo ottocentesco è legato alla fiducia ottimista verso il progresso. Questa visione trova espressione nelle teorie evoluzioniste , traendo ispirazione da Darwin. L’evoluzionismo metteva fine alla disputa tra teorie monogenetiche e poligenetiche delle razze. La monogenesi vuole l’umanità come avente origine comune , e le differenze sono frutto di evoluzione influenzata da fattori esterni ; la poligenesi invece il contrario, origini diverse tra le razze. L’evoluzionismo ha accreditato la prima , ma non abbatte la gerarchia tra razze, al contrario la rafforza : se hanno la stessa origine, le loro differenze sono spiegate da supremazia sul piano della legge della sopravvivenza. Una gerarchia dunque legittimata dalla scienza. IL RAZZISMO NOVECENTESCO Nel corso di buona parte dei due secoli passati, il razzismo ha accomunato le fasce di pensiero più opposte : reazionario/progressista ; religioso/scientifico … il razzismo fa parte della componente teorica reazionaria e colonialista , ma ha le sue basi nella fiducia nelle scienze naturali e sull’ideale illuminista della perfettibilità , cioè della possibilità di giungere a un punto “perfetto” dello sviluppo umano. Dunque questo razzismo si basa sulla conoscenza scientifica , e così facendo pone le gerarchie su un piano assoluto , non essendo le differenze naturali considerate modificabili , a differenza di quelle morali. Questa posizione fa la differenza nell’ antisemitismo del novecento. Esso, basandosi su una definizione “ scientifica ” di razza, reinterpreta una lunga tradizione di odio religioso , che quantomeno poneva una soluzione alla “ differenza ” con la conversione , e non parlava di patrimonio genetico. Al razzismo nazista reazionario , si affianca quello dei paesi democratici , che fonda pratiche di ingegneria biologica come l’ eugenetica. Teorizzata inizialmente da F. Galton , l’eugenetica propone d’ aiutare l’evoluzione, favorendo la riproduzione degli individui migliori , impedendo quella dei più deboli. Finalità di miglioramento sociale si mischiano al razzismo reazionario, e
danno il via all’eugenetica in paesi come USA e Svezia. Si trattò di progetti di sterilizzazione forzata di soggetti considerati portatori di geni difettosi. Anche il progetto dei campi di sterminio è una manifestazione eugenetica , ma la tendenza è stata largamente diffusa. Diciamo che il nazismo è stata la declinazione totalitaria di politiche genetiche molto diffuse in quegli anni. Le atrocità del ventesimo secolo, quindi, sono radicate anche nella tradizione progressista , nell’aspirazione di creare un uomo nuovo.
Anche il concetto di cultura si sviluppa nella seconda metà dell’ottocento , ne abbiamo già parlato. Tra le tante definizioni, possiamo descriverla come l’insieme di usi e conoscenze anche quotidiani che una comunità possiede, e attraverso cui regola le sue condotte sociali. Nonostante gli antropologi ottocenteschi fossero influenzati dalle teorie razziste , avevano come presupposto fondamentale l’ unità intellettuale del genere umano , vedendo la cultura come elemento di differenziazione. Secondo la loro prospettiva, l’evoluzione culturale è parallela a quella biologica , e si sostituisce ad essa nel determinare le caratteristiche dei gruppi. Nonostante non vedesse la cultura come legata a differenze biologiche , vedono le culture in gerarchia. L’ unità intellettuale umana non entra in contrasto con la diversità così vista , perché si pensa ad un processo di evoluzione culturale che procede a velocità differenti. Le differenze sono lette in termini di asincronia : i popoli “ primitivi ”, nonostante siano contemporanei , sono considerati come fossero situati in un tempo passato del processo evolutivo. Questa visione contrastava col razzismo più crudo , ma rimane legata alle sue funzioni ideologiche : legittima il dominio coloniale , continuando a vedere l’uomo occidentale come al vertice di una piramide. Insomma, l’altro è come noi, ma è come se fosse un bambino , in fase di crescita, che va educato , anche severamente. Questo binomio (primitivo-bambino) è centrale in quel tempo, ed è la forma culturalista del razzismo. L’ANTROPOLOGIA NOVECENTESCA E L’ETNOCENTRISMO Nel novecento questa visione viene smontata , con lo sviluppo del fieldwork e il crollo di molte certezze positiviste. In questo periodo l’antropologia si pone come strumento critico della visione etnocentrica , che vede la cultura dell’Europa centro-occidentale come metro di giudizio assoluto. Se per l’ evoluzionismo studiare la diversità culturale era un modo per affermare la superiorità occidentale , ora lo scopo dell’antropologia è contestare questa pretesa. Alla piramide gerarchica si sostituisce l’immagine di una pluralità di culture autonome di uguale dignità. Sotto quest’ottica, che vede le valutazioni negative come conseguenza di incapacità di comprensione di codici diversi , nasce il relativismo culturale : non si possono formulare giudizi morali ed estetici fuori dal proprio contesto culturale , perché è questo a determinarne i criteri: non esistono criteri neutrali. Lo sviluppo dell’antropologia moderna potrebbe essere definito una crescente critica all’ etnocentrismo , il punto di vista secondo cui il gruppo a cui si appartiene è il centro del mondo e il campione di misura a cui si fa riferimento per misurare gli altri , esercitando vanità e disprezzo rispetto gli stranieri. Questo atteggiamento naturale e utile alla coesione , porta facilmente ad accentuare i propri tratti per distinguersi da “loro”. E così si cade nella discriminazione. L’etnocentrismo sarà teorizzato dall’antropologia, da studiosi come Levi-Strauss , che vedono come segno di progresso il tenerlo sotto controllo , promuovendo il dialogo e la tolleranza.