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F. Jameson, “Brecht e il metodo”, Tesine universitarie di Critica Letteraria

Recensione al testo del critico americano “Brecht e il metodo”.

Tipologia: Tesine universitarie

2017/2018

Caricato il 07/09/2018

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maura-salvatore 🇮🇹

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Frederic Jameson, “ Brecht e il metodo”
Considerato il primo e il più rappresentativo critico americano marxista, Frederic Jameson
(Cleveland 1934), nei suoi numerosi saggi, attraverso l’analisi di testi letterari e filosofici, ha
sviluppato una sua personale prospettiva teorica, caratterizzata dal tentativo di coniugare
marxismo e decostruzionismo, recuperando gli insegnamenti della Scuola di Francoforte
unitamente alle teorie di Althusser e Lacan (inconscio sociale). Jameson propone un metodo critico
decisamente eclettico dove il marxismo viene riformulato e concretizzato in un’interpretazione
politica dei testi che parte dalle categorie portanti del materialismo storico- dialettico e giunge alla
creazione di un ermeneutica marxista (ermeneutica storico- politica) da intendersi quale modalità
critica per interrogare i testi verso una problematizzazione del presente. Con il saggio “Brecht e il
metodo” attraverso l’analisi della storia delle opere critiche e letterarie di Brecht, Jameson, in
opposizione alla tradizione del “metodo scientifico” quale strumento neutro per ottenere verità
imparziali e obiettive, propone (insieme a Brecht) una pedagogia dell’emancipazione ma sopratutto
un metodo critico e autocritico pronto a mettere in discussione i propri presupposti e a diffidare dei
risultati ottenuti. L’idea di Jameson è relativamente semplice: per comprendere l’opera di Brecht è
indispensabile riconoscere sotto l’apparente eterogeneità dei suoi interessi e della sua scrittura il
moto unitario che la sostanzia: “mostrare come si trasmette e si comunica la conoscenza”. Per
Jameson, Brecht non è tanto interessato all’insegnamento di contenuti specifici quanto alla didattica
di una forma generale, di un metodo, di una Gestalt. Jameson chiama Haltung (atteggiamento) il
modo unitario, attraverso cui Brecht agisce contemporaneamente sulla ricerca teorica, sulla
narrazione, sullo stile. Per il critico, i presupposti di fondo del metodo scaturiscono dall’idea
brechtiana di ideologia, in quanto per Brecht è ideologica ogni forma di pensiero o di
rappresentazione che non favorisca il cambiamento, ogni idea priva di conseguenze reali. Ed è
proprio contro l’effetto di impotenza a cui l’ideologia incatena, che Jameson interpreta il recupero
di un’idea antica di arte come sapienza, come didattica piacevole dell’utile. “Brecht sarebbe stato
affascinato da un oggetto di discussione non tanto per la sua grandiosità quanto per la sua
utilità
Jameson cerca di evidenziare quanto il teatro Brechtiano non possa essere esemplificato in una
dottrina o in una posizione filosofica o ideologica che l’autore volesse far veicolare. Il concetto di
utilità brechtiano, ammonisce il critico, non deve essere confuso con il mero “didatticismo” in
quanto Brecht non ha mai avuto una dottrina precisa da insegnare ma le sue favole, le sue massime
anziché considerarle nel principio gnomico del loro contenuto, devono essere intese come proposte
di un “metodo” atto a superare la reificazione della metodologia in genere (una preoccupazione
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Frederic Jameson, “ Brecht e il metodo”

Considerato il primo e il più rappresentativo critico americano marxista, Frederic Jameson (Cleveland 1934), nei suoi numerosi saggi, attraverso l’analisi di testi letterari e filosofici, ha sviluppato una sua personale prospettiva teorica, caratterizzata dal tentativo di coniugare marxismo e decostruzionismo, recuperando gli insegnamenti della Scuola di Francoforte unitamente alle teorie di Althusser e Lacan (inconscio sociale). Jameson propone un metodo critico decisamente eclettico dove il marxismo viene riformulato e concretizzato in un’interpretazione politica dei testi che parte dalle categorie portanti del materialismo storico- dialettico e giunge alla creazione di un ermeneutica marxista (ermeneutica storico- politica) da intendersi quale modalità critica per interrogare i testi verso una problematizzazione del presente. Con il saggio “Brecht e il metodo” attraverso l’analisi della storia delle opere critiche e letterarie di Brecht, Jameson, in opposizione alla tradizione del “metodo scientifico” quale strumento neutro per ottenere verità imparziali e obiettive, propone (insieme a Brecht) una pedagogia dell’emancipazione ma sopratutto un metodo critico e autocritico pronto a mettere in discussione i propri presupposti e a diffidare dei risultati ottenuti. L’idea di Jameson è relativamente semplice: per comprendere l’opera di Brecht è indispensabile riconoscere sotto l’apparente eterogeneità dei suoi interessi e della sua scrittura il moto unitario che la sostanzia: “mostrare come si trasmette e si comunica la conoscenza”. Per Jameson, Brecht non è tanto interessato all’insegnamento di contenuti specifici quanto alla didattica di una forma generale, di un metodo, di una Gestalt. Jameson chiama Haltung (atteggiamento) il modo unitario, attraverso cui Brecht agisce contemporaneamente sulla ricerca teorica, sulla narrazione, sullo stile. Per il critico, i presupposti di fondo del metodo scaturiscono dall’idea brechtiana di ideologia, in quanto per Brecht è ideologica ogni forma di pensiero o di rappresentazione che non favorisca il cambiamento, ogni idea priva di conseguenze reali. Ed è proprio contro l’effetto di impotenza a cui l’ideologia incatena, che Jameson interpreta il recupero di un’idea antica di arte come sapienza, come didattica piacevole dell’utile. “Brecht sarebbe stato affascinato da un oggetto di discussione non tanto per la sua grandiosità … quanto per la sua utilità ” Jameson cerca di evidenziare quanto il teatro Brechtiano non possa essere esemplificato in una dottrina o in una posizione filosofica o ideologica che l’autore volesse far veicolare. Il concetto di utilità brechtiano, ammonisce il critico, non deve essere confuso con il mero “didatticismo” in quanto Brecht non ha mai avuto una dottrina precisa da insegnare ma le sue favole, le sue massime anziché considerarle nel principio gnomico del loro contenuto, devono essere intese come proposte di un “metodo” atto a superare la reificazione della metodologia in genere (una preoccupazione

forse maggiormente avvertita dal critico statunitense che da Brecht). Jameson pone l’accento sulla concezione brechtiana della scienza-conoscenza, intesa come fonte di piacere (imparare ad usare strumenti nuovi e inconsueti) e legata strettamente alla “pratica” quale attività contrapposta alla pura epistemologia delle idee statiche. Un’ attività concepita all’interno dell’arte dove il docere e il delectare ciceroniano vengono a riunirsi insieme e dove l’aspetto didattico recupera la sua funzione sociale confluendo nell’utile. Jameson traccia le dovute differenze tra le scene iniziali dei lavori di Brecht con i cori delle tragedie classiche. Queste ultime presentavano scene didattiche con insegnamenti morali e comportamentali che si innestavano coerentemente con il tema del dramma stesso, in modo tale che la lezione diventasse un espediente per sviluppare la tragedia. Jameson analizzando le scene di apertura del Galileo Brechtiano, sottolinea la loro gratuità nei confronti dello svolgimento del dramma in generale, in quanto essenzialmente slegato dal tema su cui si incentra l’opera. Jameson interpreta le scene didattiche di Brecht, come un allegoria del gestus stesso dell’apprendimento, la rappresentazione del modo in cui si trasmette la conoscenza nella più ampia concezione del “mostrare come insegnare”. Quindi la scena iniziale del Galileo non è solo mimesis della conoscenza scientifica, non è una lezione sul sistema solare, ma esemplifica la necessità, sentita da Brecht di rappresentare il modo in cui si apprende il “Novum” nella convinzione dell’esigenza di una rieducazione collettiva, anticipando i grandi temi della Rivoluzione Culturale. Jameson continua sottolineando che all’interno dell’opera brechtiana viene resa nota la relazione fondamentale tra il progresso concettuale della scienza e le trasformazioni all’interno dell’ordine sociale. Jameson arriva in tal modo ad evidenziare nel Galileo di Brecht, la dialettica tra sovrastruttura culturale e condizione sociale, dove nuove idee scientifiche sono possibili solo a condizione della comparsa di nuove forme e strutture nell’ordine sociale, ed in uno scambio di livelli, la comparsa di nuove possibilità sociali è data dall’entusiasmo per la conoscenza pura e semplice. L’accento viene comunque posto sul cambiamento, un nuovo mondo e nuove relazioni sociali, nella convinzione che le trasformazioni oggettive non sono mai certe se non accompagnate da una intera rieducazione collettiva che sviluppi nuove abitudini e nuove pratiche, cioè una nuova coscienza. In questo caso Jameson riprende la lezione di Karl Marx (Ideologia Tedesca) quando sostiene “ gli individui concreti che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali, trasformano, insieme con queste loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero” Entrando nel merito dell’estetica drammaturgica di Brecht, Jameson analizza l’“ Opera da tre Soldi”. La scena iniziale dell’opera, la visita guidata nella fabbrica di mendicanti di Peachum, costituisce uno dei primi numeri usati poi di frequente da Brecht per rappresentare il capitalismo e soprattutto il modo in cui funziona. Jameson sottolinea che il sermone di Peachum non è solo un sermone su come fare soldi ma viene ampliato e trasceso nella preoccupazione generale del

Jameson in pagine illuminanti, in linea con la visione teorica della critica al testo di Walter Benjamin, cerca di estrapolare dalle opere di Brecht, tutti gli elementi che possano funzionare per una problematizzazione e una riflessione sul momento attuale, evidenziando ciò che il testo possa ancora dire nell’orizzonte odierno, dove si è sviluppato quel senso di immobilismo e di rifiuto a qualsiasi tipo di trasformazione anche di tipo riformistico ed evolutiva minando lo spazio stesso dell’agire umano (si pensi alla non accettazione dello scorrere del tempo e alla rimozione della concezione della morte). L’importanza, nella ripresa della dottrina Brechtiana secondo Jameson, nasce proprio dalla rinnovata necessità di riscoprire l’attività unita alla presa di coscienza dell’antico senso precapitalistico dello scorrere del tempo (panta rei) , della caducità delle cose umane per ovviare alla concezione di uno status quo (capitalismo) naturale ed eterno. A questo può servire tanto il confronto e il riuso dell’estetica classica cinese quanto una pratica smaliziata dell’idea weberiana di razionalizzazione, la posizione della terza persona, l’oggettivarsi dei processi nella loro riduzione meccanica a moduli elementari, vale a dire tutte le pratiche estetiche utilizzate da Brecht per ottenere l’effetto di straniamento. Come è noto lo scopo di questa tecnica è quello di corrodere l’intorpidimento percettivo a cui fatalmente obbliga il rapporto consuetudinario con le cose. Jameson presentando le tecniche di straniamento quali mezzi simbolici atti ad organizzare la realtà, li interpreta nei loro diversi e possibili livelli di significato. Anzitutto come semplice strategia conoscitiva de-familiarizzante. Fare in modo che qualcosa sembri strano per poterlo guardare con occhi nuovi e finalmente comprenderlo come, fenomeno esterno all’osservatore che lo valuta, nella sua storicità e modificabilità. L’opera scenica può essere estraniata nel suo complesso mediante il prologo, l’antefatto o la proiezione di titoli. Il critico prosegue con l’analisi dell’effetto di straniamento inteso nella sua eccezione di lotta contro il processo di reificazione. Jameson, incentrandosi sugli aspetti fomali e sulla struttura dell’opera di Brecht pone la propria attenzione sulla segmentazione delle scene in episodi minori aventi loro autonomia narrativa. (come nell’epica antica). Veri e propri tableaux drammatici indipendenti, ciascuno concluso e significante, affiancati tra loro in modo ipotattico (lo stesso critico mette in nota per questa immagine il testo “Mimesis” di Erich Auerbach) che vanno a scardinare la stretta concatenazione funzionale delle scene propria dello viluppo del dramma classico. Jameson superando la prima interpretazione ovvia della segmentazione narrativa delle opere di Brecht, cioè la cifra caratteristica del suo teatro epico, riconsidera questa scelta formale servendosi del metodo Descartiano di separazione del problema sino alle sue più piccole parti, alla luce dell’ utilizzazione di tale metodo nella concezione Tayloriana dell’organizzazione scientifica del lavoro, propria dei modi di produzione del capitalismo. Il tempo che viene analizzato e scomposto nelle sue piccole unità fa si che le pratiche tradizionali, le procedure del lavoro fatte di gesti completi e significativi siano sostituite da nuove e artificiali segmentazioni, una serie di

insignificanti movimenti isolati da compiere in una successione predefinita per l’ottenimento della massima produttività. Jameson dimostra che Brecht non fa altro che trasporre nel campo dell’estetica la reificazione dell’attività umana, come metodo drammatico di rappresentazione. Infatti, continua Jameson, la reificazione è l’elemento a cui l’ opera vuole opporsi (come aveva giustamente sottolineato Adorno), ma definisce anche la logica di questa opposizione, come una sorta di rimedio omeopatico che combatte una logica generale di oggettivazione attraverso l’oggettivazione delle sue stesse forme. Quindi conclude Jameson, Brecht, utilizzando la reificazione come metodo tenta di eliminare quelle particolari forme di comportamento che è intento a straniare sul palcoscenico, mostrandole nelle loro parti costituenti e componenti minime. Sicuramente lo scopo essenziale dell’effetto di straniamento sta nello svelare ciò che viene considerato eterno e naturale (l’atto deificato, con il suo nome e il suo concetto unificanti) come un fatto storico, legato alle situazioni sociali che lo hanno prodotto e per questo motivo assolutamente modificabile. Il processo di autonomizzazione estetica, smembrando l’azione ha dunque un significato simbolico nonché epistemologico: lo smantellamento ludico dell’intera superficie reificata di un periodo che sembrava oltre la storia e oltre il cambiamento prima della sua ricostruzione collettiva e rivoluzionaria. Lo straniamento , in altre parole, tradurrebbe nel campo dell’estetica, il precetto marxiano per cui ciò che appare nei rapporti processi sociali quale dato naturale deve essere, all’opposto, sempre compreso come risultato, come prodotto storico dell’azione umana. Il critico continua la sua analisi mostrando le intenzioni di Brecht e le sue scelte in campo estetico in relazione alla rappresentazione dei modi di produzione e quindi del sistema economico e sociale. Quale operatore fondamentale dell’effetto di straniamento, Jameson individua in Brecht la capacità di mettere in rilievo nella rappresentazione teatrale non solo l’azione o un fatto ma un intero processo nel quale un atto specifico, un evento particolare, situato nel tempo e nello spazio viene in qualche modo identificato e rinominato, associato a qualcosa di più ampio.. Jameson sottolinea la natura “aperta” di tale procedimento che essenzialmente mostra la natura dell’azione svelando per esempio che l’altruismo è aggressività e che l’emozione sociale è economicamente funzionale. La vera natura di un atto viene quindi rivelata e spiegata attraverso la sua origine dalle pratiche sociali, la realtà familiare viene straniata e spiegata con cause collettive, economiche e sociali non ancora riconosciute. Il modo di produzione delle opere di Brecht viene visto come una tensione (contradditoria) verso la mega-truttura, in quanto la materia prima preesistente (si pensi ai drammi elisabettiani come Amleto e Coriolano) viene rielaborata alla luce di nuova interpretazione. Così per Jameson, il punto focale nell’Amleto brechtiano, in una tensione verso l’ attualizzazione del testo, sta nella contrapposizione tra due modelli culturali, tra i valori di un arcaico feudalesimo e quelli di nuova logica commerciale moderna che derivano a loro volta da due distinti modi di