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190 IL REALISMO NELLA LETTERATURA OCCIDENTALE" ; Dintorno mi guardò, come talento avesse di veder s'altri era meco; € poi che il sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: — Se per questo cieco catcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? perché non è ci teco? — bo E io a lui: - Da me stesso non vegno: colui ch'attende là, per qui mi mena, — forse cui Guido vestro ebbe a disdegno —. Je sue parole e ’l modo della pena ” 9 m'aveani di costui già Ietto il nome; però fu la risposta così piena. “ Di subito drizzato gridò: — Come dicesti? elli ebbe? non viv'elli ancora? non fiere li occhi suoi il dolce lome? — 6 Quando s’accorse d’alcuna dimora ° chi io facea dinanzi alla risposta supin ricadde e più non parve fora. quell'altro magnanimo a cui posta restato m'eta, non mutò aspetto, né mosse collo, né piegò sua costa; € sé continuando al primo detto, — Seli han quell’atte, — disse, — male appresa, ciò mi tormenta più che questo letto... i 5 7 5 R All'inizio di questo episodio, nel canto decimo dell’In- ferno, Virgilio e Dante camminano per uno stretto sen- tiero fra gli avelli ardenti e scoperchiati. Vanno ragio- nando; Virgilio spiega a Dante come in quelle she giacciano eretici e atei e gli promette di soddisfare il suo desiderio a mezzo accennato d’entrare in discorso con qualcuno di quei dannati. Mentre Dante gli sta rispon- dendo, si leva da uno dei sepolcri una voce che inco- mincia con i cupi suoni di «O Tosco», e Dante indie- treggia spaventato. Uno dei dannati s'è drizzato nel suo sepolcro € rivolge la parola ai due; Virgilio ne fa il no- me: è Farinata degli Uberti, morto poco innanzi la na- scita di Dante, capo dei Ghibellini di Firenze e loro co- mandante in battaglia. Dante s'accosta all’orlo di quella tomba e cost ha inizio un dialogo che è però, dopo po- chi versi (v. 52), improvvisamente interrotto. come din: zi quello fra Dante e Virgilio, dall'intervento d'un altro E PARINATA E CAVALCANTE I9I ibitante dell’avello, subito da Dante riconosciuto € dal snodo della pena e dalle parole: è Cavalcante de’ Caval- canti, padre del suo amico di gioventii, il poeta Guido Cavalcanti. La scena che adesso si svolge fra Cavalcante e Dante è breve (ventuno versi), e non appena si chiude col ricadere di Cavalcante dentro la tomba, Farinata ri- prende il dialogo interrotto. Nello stretto giro di circa settanta versi si compie dun- que una triplice mutazione di eventi; sono quattro at- ti, tutti densi e pieni di energia, strettamente addossa- ti l'uno all’altro. Nessuno di essi ha un contenuto unica- mente preparatorio, nemmeno il primo, il dialogo, calmo al paragone, fra Dante e Virgilio, che qui sopra non ab biamo riportato. Ivi, a mo” d’introduzione, viene presen- tata al lettore e allo stesso Dante la nuova regione che si schiude davanti a loro, quella del sesto cerchio dell’In- ferno, ma vi è compresa anche una scena particolare, fra i due interlocutori, di un contenuto psicologico suo pro- prio. In estremo contrasto con la placidità teorica e la spirituale delicatezza di questo prologo sta il secondo atto oltremodo drammatico, a cui introducono la voce a un tratto risonante e la repentina apparizione del corpo drizzatosi entro l’avello, lo spavento di Dante e le pa- role e i gesti incoraggianti di Virgilio. In esso sorge e prende forma, alta e scultorea come il suo corpo, la gi- gantesca figura morale di Farinata, sopravvivente al di là della morte e dei tormenti infernali che non l'hanno po- tuta intaccare; egli è sempre lo stesso, tal quale visse. L'hanno spinto a levarsi in piedi e a trattenere il vian- dante con superba e misurata cortesia gli accenti toscani sulle labbra di Dante, e quando questi gli s’avvicina, gli chiede più particolarmente della sua origine, per accer- tarsi con chi abbia a che fare, se con un uomo d’impor- tante lignaggio, se con un amico o un nemico; e quando ode che Dante è discendente d'una famiglia guelfa, di- chiara con dura soddisfazione d’aver per due volte cac- ciato dalla città questa parte a lui avversa; il destino di Firenze e della parte ghibellina è ancora il suo unico pen siero..La risposta di Dante, che la cacciata dei Guelfi alla lunga non ha portato vantaggio ai Ghibellini, che al- 192 IL REALISMO NELLA LETTERATURA OCCIDENTAL}®I la fine sono rimasti banditi, è interrotta dall’emergere di avalcante, che ha udito le parole di Dante e l’ha rico:5 nosciuto. Noi vediamo il suo capo su un corpo tanto più piccolo di quello di Farinata spiare intorno ansiosameri ha se suo figlio sia in compagnia di Dante; e poiché non ; lo vede, erompe in angosciose domande, che rivelano co- me anch egli ancora conservi ugual carattere e uguali passioni a quelle che già ebbe in vita, certamente ben ; Liverse 5 quelle di Farinata: amore della vita terrena, © le nella libera grandezza dell’animo umano, e soprat: È tutto ammirazione per suo figlio Guido. Commosso, qua. si piangendo, e cosî staccandosi nettamente dalla poten- te e sostenuta grandezza di Farinata, pone le sue domen de incalzanti, e quando (a torto) dalle parole di Dante crede di dover concludere che suo figlio non sia pit in vita, stramazza supino; e allora, impassibile, Senta or mente a quel caso, alle ultime parole a lui rivolte. da Dante, Farinata dà tal risposta che perfettamente lo di pinge: è come tu dici, ai Ghibellini non è riuscito rien- fa città, è i ki nella Ti guesto è per me tormento maggiore del ui vi è una condensazione d’avveni i i che in qualunque altro dei luoghi da pi nati, e non soltanto non ve ne sono di più gravi e dram- matici, ma neanche di pit vari in cosî breve spazio; non si tratta d'un solo avvenimento, bensi di tre diversi, di cui il secondo (la scena con Farinata) viene interrotto e diviso in due parti dal terzo. Non vi è dunque unità d’a- zione nel senso ordinario; e nemmeno accade come nella scena omerica di cui abbiamo discorso nel primo capito- lo, dove l’accenno alla cicatrice di Ulisse offre Io Spinto per una lunga, ampia digressione. Qui gli argomenti si lternano rapidamente e senza trapassi: le parole di Fa- rinata interrompono subitamente il colloquio fra Dante e Virgilio; l'’«allor surse » del verso 52 spezza senza col- legamento l'atto di Farinata, che in modo altrettanto im- mediato viene ripreso con « ma quell’altro magnanimo ». L'unità del tutto riposa sul luogo, sul paesaggio fisico: morale del cerchio degli eretici e dei miscredenti; e il rapido mutare di episodi ciascuno in sé indipendente, :* come commutazioni che come paratassi. I diversi atti non "FARINATA E CAVALCANTE 193 «quali singole scene di atti fra loro non collegati, ha la ‘sua ragione Di ‘ sta descrive îl viaggio d’un uomo singolo accompagnato dal suo duce, per un mondo i cui abitatori dimorano per ella totale struttura della Commedia; que 'eternità nei posti loro assegnati: fa eccezione solo Sta- ‘zio nel Purgatorio. Però, nonostante questo rapido mu- tare degli episodi, non si può parlare d'una connessione stilistica paratattica; ogni scena in sé mostra una grande ficchezza di legami sintattici, e dove, come qui, le scene sono contrapposte nettamente e senza legamento, “vengo no impiegate per la contrapposizione forme d’espressio ie molteplici ed efficaci, che sono da valutarsi piuttosto vengono allineati rigidamente e su un tono uguale — si pensi alla leggenda latina di Alessio e alla stessa Chanson de Roland - bensi si staccano dal fondo nell’elaborata singolarità del tono e stanno in reciproco antagonismo. A maggior chiarimento esamineremo un po' più da vici noi passi dove si banno mutamenti di scena. Farinata in- terrompe il dialogo dei due viandanti con le parole: «O Tosco, che per la città del foco vivo ten vai...» È un ap- pello, un vocativo introdotto da «0», seguito poi da una proposizione relativa di gran peso e contenuto riguardo all'appello, a cui soltanto allora segue la frase desidera- tiva ugualmente carica di solenne e misurata cortesia; non è detto: « Tosco, fermati », bensi: «O Tosco, che..., piacciati di restare in questo loco». La formula è som- mamente solenne e deriva dallo stile illustre dell’epos antico, che risuona all’orecchio di Dante come tante altre reminiscenze di Virgilio, Lucano o Stazio. To non credo che prima di lui sia già stata usata in un volgare medie- vale. Ma Dante la usa a suo modo: come forma di for tissima invocazione, quale presso gli antichi era usata al massimo nelle preghiere, e serrandola dentro la frase re- lativa concentrandone il contenuto, come solo lui è ca- pace di fare; il sentimento e la condizione di Farinata di fronte ai due passanti sono condensati în maniera co- si dinamica mediante le tre determinazioni « per la città del foco... ten vai», «vivo», «cosi parlando onesto», che il suo maestro Virgilio, se davvero avesse udito 196 parve... »; Luca, 24, 13: «et ecce duo ex illis nello stile illustre questa locuzione interruttrice e che l'abbia attinta dalla Bibbia, ma dovrebbe apparir chiaro che quel drammatico « allora » nel tempo in cui egli scri: che egli l’usò più radicalmente di chiunque altro prima di Iui nel Medioevo. È da considerare inoltre il senso e il suono del «surse» che Dante impiega anche altrove con grandissimo effetto di risonanza a proposito d’un al. tro che si drizza in piedi (Parg., vi, 72-73, «e l'ombra, tutta in sé romita, surse vér lui...») L'«allor surse» del verso 52 ha dunque un peso appena di poco minore del : i le parole di Farinata, che iniziano la prima interruzione; questo «allor» appartiene a quelle forme paratattiche che pongono i membri legati per mezzo di esse in un rapporto dinamico; il dialogo con Farinata è interrotto, e Cavalcante, dopo le ultime parole che ha udito, non può attenderne la fine, il suo ritegno l’abbandona, Il suo intervento con i gesti scrutanti, le parole di pianto e l’in- tempestiva disperazione che lo fa ricadere supino, for- mano un contrasto stridente con la gravità solenne di Farinata, il quale, col terzo cambiamento di scena (vv.73 sgg.), riprende la parola. Il terzo cambiamento: «ma quell'altro magnanimo » ecc., è molto meno drammatico dei primi, è tranquillo, superbo e grave, Farinata da solo domina la scena. Ma la contrapposizione a quanto è av- venuto prima diventa perciò tanto più forte: Dante Jo chiama magnanimo con termine aristotelico, che in lui è ritornato vivo attraverso san Tommaso o, ancor più pro- babilmente, attraverso Brunetto Latini, e con cui prece- dentemente designa Virgilio. Egli lo fa senza dubbio in voluta opposizione a Cavalcante («costui»); i tre ele menti della frase esattamente uguali, che esprimono l’in- crollabilità di Farinata («non mutò aspetto, né mosse collo, né piegò sua costa»), non debbono descrivere Fa- rinata per sé stante, ma mettere il suo contegno in con- trasto con quello di Cavalcante. Questo avverte anche l’ascoltatore udendo le tre proposizioni d’ugual costrut- to, dato che ha ancora nell'orecchio il tono disuguale e IL REALISMO NELLA LETTERATURA OCCIDENTALEÀ veva non era cosî naturale e di uso comune come oggi, e-' ») Tutta. & via non voglio affermare che sia stato Dante a introdurre”. A lativa, e finalmente una frase al futuro di si tativo con una determinazi e il loro accordarsi, creani finissime articolazioni ment: a giudizio d' ARINATA E CAVALCANTE 197 ala do lamentoso dell'altro. Per la forma di queste sendo dei versi 58-60 e 67-69, Dante ha avuto proba- "bilmente per modello l'apparizione di Andromaca (Enei- ‘de 11, 310), dunque il lamento d’una donna. «Per quanto i fatti si alternino in maniera cosî subita- sea, non si può parlare d'una connessione paratattici movi i trascorre un movimento incessante | As e! ‘Dante dispone di mezzi stilistici d'una ricchezza quale nes- stna lingua volgare europea non li impiega soltanto singo! continuo rapporto reciproco. Il Virgi cipali, senza nessun altro lega: to imperativo, per tutto l'insieme. conosceva prima di lui, e larmente,.ma li pone in un discorso incoraggiante di ro dei versi 31-33 contiene solo proposizioni prin- me di congiunzioni; un cor- una breve domanda, ancora un imperativo con comi ento oggetto € a frase esplicativa re- tto e con una frase esplic complemento ogg: one avverbiale. Ma il rapido formulazione delle singole parti 0 lo slancio d’un discorso viva ?» ecc. Accanto a ciò vi sono ali, accanto alla consueta cau- sale (« però») appare «onde» di valore oscillante ia i temporale e il causale e l’ipotetica causale « forse che», alcuni antichi commentatori, cortesemente attenuatrice; vi sono le più diverse congiunzioni tem- porali, comparative, gradualmente ipotetiche, sostenute dalla più grande elasticità nell’introduzione delle orme verbali e nella collocazione delle parole. Si osservi, » esempio, con quale agilità Dante tiene n mano sinta a ticamente la scena dell'apparizione di Cavalcante, é É corre in un sol tratto fino alla fine del suo primo discor- so (v. 60). L'unità del disegno posa su tre verbi] ilastr HI «surse », « guardò », « disse »; sul primo s appoggiano i soggetto, le determinazioni avverbiali e ani he inci ° esplicativo «credo che»; sul «guardò», le tue prime righe della seconda terzina con quel « come se "I men re la terza riga già mira al «disse» e al discorso dire n Cavalcante, in cui s’appunta tutto il movimento c A foste all’inizio, decresce poi e dal verso 57 ricomincia salire. susseguirsi, la tagliente dissimo: « Volgiti: che fai. 198 IL REALISMO NELLA LETTERATURA OCCIDENTA! confidenza con le letterature medievali nelle lingue vol. e che esalti come qualcosa di straordinario strutture sin. quasi un miracolo inconcepibile, Di fronte a tutti gli al tri scrittori precedenti, fra i quali furono tuttavia gran. di poeti, la sua espressione possiede una tale ricchezza, concretezza, forza e duttilità, egli conosce e impiega un numero talmente superiore di forme, afferra le più diver- se apparenze e sostanze con piglio tanto piri saldo e si curo, che si arriva alla convinzione che quest'uomo ab- bia con la sua lingua riscoperto il mondo. Spesso si cre. È de d’aver trovato donde egli abbia attinto questa o quel la espressione, e invece le fonti sono tante, egli le ac coglie e le impiega in un modo tanto esatto, originario, € pur cosî suo proprio, che tale ritrovamento non fa che aumentare l'ammirazione per la potenza del suo genio linguistico. In un testo come il nostro ci si può imbat: tere dovunque in qualche casa di stupefacente, in qual che cosa che nelle letterature volgari era rimasto fino al lora inesprimibile. Prendiamo una cosa da nulla come la frase: «da me stesso non vegno »; si può immaginare una veste così breve e compiuta a un tal pensiero, si può immaginare un pensiero cosf acuto e un «da» in questo senso nella poesia d’un precedente autore volga- re? Dante usa «da» in questo senso parecchie volte (Purg., 1, 52: «da me sion venni»; Pwrg., xIx, 143: «buona da sé»; Par., 11, 58: «ma dimmi quel che tu da te ne pensi»). Il significato «per forza propria », «per propria natura », «con la propria mente » potrebbe essersi svolto dal «da» con significato di provenienza: Guido Cavalcanti, nella canzone Donna wi prega, scri- ve: «(Amore) non è vertute ma da quella vene». Na- turalmente non si può affermare che Dante abbia creato il significato nuovo di questa locuzione; perché anche se non si trovasse nessuna locuzione simile nei testi prece- denti, si potrebbe pensare che fosse andata perduta, e I lettori di questa mia analisi che non abbiano molti.; gati, forse si meraviglieranno che qui io dia tanto rilieyg”4 tattiche che oggi sono usate con tutta facilità da qualun:* que scrittore di qualche talento, ma a chi parta dall’esa. me degli autori precedenti, la lingua di Dante appare 1 :ARINATA E CAVALCANTE 99 anche se non ne fossero state scritte di simili prima di ‘ui, potrebbero però essere state usate nella lingua par- ‘Iata, e quest’ultima ipotesi mi sembra anzi probabile, perché uomini di formazione dotta avrebbero più facil- © mente fatto ricorso a «ex» o «per». È certo però che Dante, quando creò 0 accettò questa breve Vocuzione, te infuse una forza e una profondità prima impeosa A cui nel nostro passo contribuisce notevolmente oppio «contrapposto (da un lato a « per altezza d' ingegno eni Faltro a « colui che attende là», ambedue perifrasi so: riche, l'una superba, l’altra tacente il nome per gi rispetto). TI « da me stesso» origina forse dal linguaggio parla 10, che anche altrove Dante mostra chiaramente d non ù disdegnare. Il « Volgiti: che fai? », per di più soll da ” bra di Virgilio e dopo la solenne formulazione e P pello di Farinata, fe l’effetto d’un discorso spontaneo non stilizzato quale s'incontra a ogni momento nei par lare quotidiano, e cosi pure la domanda nuda e cru da «chi fur li maggior tui? » o quella di Cavalcante: «Cc me dicesti? egli ebbe? » ecc. Procedendo nella ettura del canto, ci s'imbatte verso la fine nella domanda di Virgilio: «perché se’ tu sî smarrito? » (v. ali tti questi luoghi, sciolti dai loro legami, sarebi o, pense bili in una qualunque conversazione quotidiana ivell à stilistico inferiore. Accanto ad essi si trovano cspressio, ni d’altissimo pathos, anche linguisticamente su ii n 1 senso antico. In complesso la mira stilistica è rivol te sen za dubbio allo stile sublime, e ciò si avverte, His e se già non lo si sapesse dalle precise espressioni ante, immediatamente da ogni riga del poema, per quanto Da mune possa essere il linguaggio nel quale è scritto. La gravitas del tono di Dante è mantenuta con tale co 3a nuità da non potersi dubitare un solo momento a qu: i stilistico ci si trovi. x . . ire sono stati gli antichi a fornire a Dante i modello dello stile illustre, a lui per primo; g stesso parla in molti luoghi, nelle Commedia di lata pr ari tia, di quanto sia debitore a i pre della Tingua volgare. Lo dice perfino in questo 202 IL ; REALISMO NELLA LETTERATURA OCCIDENTALI! di Virgili divi glio (af xx, ta 3). Sembra dunque che non pre; porge per i nio grande poema la dignità dell’Îlustre Je tragico, e ci appare, anche dalla ragione che del no. Co iccmmedia dà ne decimo paragrafo della lettera a + Cone nde. Tr se ia e commedia, egli vi dice, si disci È Guono innanzi. tto per il corso dell’azione, che nella tragedia cond pa la un inizio calmo e nobile a una chi ; sa temibile, ci vece nella commedia da un inizio amaro ina coi felice; e poi, e questa è per noi la cosa più importante, anch per lo stile, per il modus loguendi: sa si sbme tragedia; comedia vero remisse et hu Malliter n; € DE iÒ i suo poema deve prender nome di cnr odia, a per il triste inizio e la chiusa felice, sia aa doguen li: «remissus est modus et humilis Fappnicsiaga lgaris in qua et muliercule communicant » Ri porrebb friend porta prime che cò si riferisca al neo dell ana, uanto lo stile si q esto già garebbe mile, essendo la bin DIO e non hl latino; ma non si può attribuire una gare fin dal De pi > pope dienità de gare fn da vulg ‘atia, che ha inizi;
i cui ii i casi vengono tappi diff cui stadi in molti casi ve di ff Zi ente; mai esso ci rimane del tutto celato, pan Lea ci a i lto più esattamente famo a cogliere, mol ttamente di’ ola So sia antica avesse saputo fare, il divenire imman “ell'essere senza tempo. vamente che nel l'ascoltatore anche indipendentemente da ogni interp; ch rsrico individuale, tazione. Chiunque oda il grido di Cavalcante: « non fiere li occhi suoi il dolce lome? » 0 chiunque Iegga il verso dolce e incantevolmente femmineo pronunciato da Pia; de’ Tolomei («e riposato della lunga via», Purg., wé 131), con cui prega Dante di rammentarla sulla terra; sente în sé un impulso che si volge agli uomini piutto- sto che all’ordine divino dove essi hanno trovato il loro.: compimento; e ci si rende conto della loro condizione eterna nell’ordine divino solo in quanto essa è un teatro: che con la sua irrevocabilità aumenta ancora l’effetto di questa umanità conservata in tutta la sua forza, Si per viene a un'esperienza immediata della vita, che sopraffà tutto il resto, a una rappresentazione dell’uomo tanto varia e ampia quanto profonda, a un'illuminazione dei suoi impulsi e delle sue passioni che porta a una parte cipazione calorosa e senza riserve e perfino all’ammira- zione della loro molteplicità e grandezza. E in questa immediata e ammirata partecipazione alla vita dell’uo- mo, l’indistruttibilità dell’uomo storico e individuale, stabilita dentro l’ordine divino, si dirige contro quello stesso ordine divino, lo fa suo servo e l’eclissa. L’im- magine dell’uomo si pone davanti all'immagine di Dio. L’opera di Dante ha realizzato l'essenza figurale-cristia- na dell’uomo e nel realizzarla Pha distrutta, La potente cornice s’infranse per la strapotenza delle immagini che essa incluse. I rozzi disordini, a cui condusse il buffo nesco realismo dei misteri dell'alto Medioevo, sono, per l’esistenza d’una concezione figurale-cristiana dell’acca- dere, di gran langa meno pericolosi dell'alto stile d'un d cosî grande poeta, in cui gli uomini vedono e riconosco 4: no se stessi. In questa realizzazione la figura diventa indipendente, sicché nell’Inferno ci sono ancora grandi anime, e nel Purgatorio alcune anime per la dolcezza d'una poesia, d’un’opera umana, dimenticano per alcuni istanti la via della purificazione, E in conseguenza delle speciali condizioni del compimento di sé nell'aldilà, Ja persona umana si afferma ancor pit potente, più concreta e singolare che nell’antica poesia; poiché del compimen- to di sé, che comprende tutta la vita trascorsa sia obiet-