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Fedro: dalle favole al pensiero
Tipologia: Appunti
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Il primo autore di favole della letteratura latina è Fedro , che nell'ambito della poesia minore dell'età giulio-claudia, ha una voce isolata, ed è per molti versi un autore marginale: ha una posizione sociale modesta come individuo e, come poeta, non si può definire un virtuoso; pratica un genere letterario minore. Tuttavia, Fedro è una delle massime glorie della letteratura latina, poiché fu il primo autore, nella cultura greco-romana, che ci presentò una raccolta di testi favolistici destinata alla lettura (solo nella satira e nel romanzo la cultura romana mostra un'autonomia altrettanto spiccata). La vita: schiavo o liberto? Fedro deve essere nato in una fase non troppo avanzata del principato di Augusto (intorno al 20 a.C.); fu attivo sotto Tiberio, Caligola e Claudio, ed è uno dei pochissimi autori di nascita non libera: a quanto sappiamo, era uno schiavo di origine tracia. Nei manoscritti delle sue opere è citato come libertus Augusti , e sembra quindi che fosse stato liberato dall'imperatore. L’opera I codici ci tramandano poco più di 90 favole, divise in cinque libri, e tutte in senari giambici (il verso che era stato il più usato nella palliata di età repubblicana). È del tutto certo che il corpus originario fosse molto più ampio; tra l'altro, alcuni libri appaiono molto brevi: il secondo contiene solo otto favole, il quinto dieci, ed entrambi hanno meno di duecento versi. Fedro e i modelli greci Fedro, come narratore, è debitore della tradizione esopica: prese una per una, le sue favole sono poco originali e, quanto a elaborazione letteraria, nessuna di esse può rivaleggiare con le favole che grandi poeti o narratori (Esiodo, Callimaco, Ennio, Orazio). Il merito di Fedro sta nell'impegno costante e sistematico per dare alla favola una misura, una regola, una voce ben definita e riconoscibile. Lavorando su questi modelli greci in prosa, Fedro creò infatti una regolare forma poetica per la favola: tipico di questo genere è l'uso di animali come 'maschere', personaggi umanizzati e dotati di una psicologia fissa e ricorrente (la volpe furba, il lupo cattivo ecc.); quasi costante è la presenza di una morale, una verità di carattere universale che si vuole, a volte forzatamente, estrarre dal racconto. La voce degli emarginati Le morali di Fedro sono un tratto originale, in quanto esprimono una mentalità sociale: il tono amareggiato, con cui il poeta commenta la 'legge del più forte' che vige nella società degli animali, sembra esprimere il punto di vista delle classi subalterne della società romana. Fedro è uno dei pochissimi letterati romani che diedero voce al mondo degli emarginati: in questo, la sua opera contiene un'istanza realistica. Mentre è quasi del tutto assente un realismo descrittivo e linguistico, un linguaggio asciutto e poco caratterizzato, che pare di cogliere un'autentica adesione alla mentalità delle classi umili. La presenza della realtà contemporanea Non mancano spunti di adesione alla realtà contemporanea, anche con accentuazioni vicine alla satira. Fedro non sempre si limita alla tradizione della fiaba di animali. Sembra anzi che Fedro si sia trovato nei guai per certe sue prese di posizione, legate alla realtà contemporanea. Nelle favole che abbiamo, non è chiaro cosa potesse urtare o insospettire i potenti; ma Fedro non manca di accenni polemici verso la società, e anzi rivendica alla sua opera un certo carattere satirico, che colpisce, se non gli individui (ciò che veramente sarebbe stato pericoloso), almeno certi tipi umani e certe regole del vivere. L'autocoscienza del poeta Nei prologhi dei singoli libri, il poeta manifesta notevole consapevolezza letteraria; difende il suo tipo di poesia, ne esalta le virtù (brevità, varietà, contenuto istruttivo), e sottolinea sempre più la sua indipendenza dal modello esopico. Le sue favole vogliono essere divertenti e insieme istruttive; ai nostri occhi, non ci riescono spesso, ma hanno il grande pregio di preservare un genere popolaresco, reinterpretato alla luce di un'esperienza vissuta.
La favola è il genere più universale e più profondamente popolare che ci sia: nonostante ciò non fu subito considerata un genere letterario autonomo, con le sue leggi e il suo linguaggio. Ad essa veniva attribuita una funzione paradigmatica o dimostrativa. In Grecia la più antica attestazione di una favola si ha nelle Opere e i Giorni di Esiodo (VII sec. a.C.): è il famoso racconto dell'usignolo che, catturato da uno sparviero, tenta inutilmente di impietosirlo. La breve favola si chiude con la constatazione moralistica, cioè che non ha senso cercare di combattere contro i più forti prescindendo dal confronto con la realtà. Anche in Archiloco , poeta lirico greco vissuto nel VII secolo a. C, ritroviamo l'utilizzo della favola come esempio paradigmatico: ad esempio il racconto dell'aquila che, per aver rotto il suo patto di amicizia con la volpe e divorato i suoi cuccioli, viene punita con la morte dei propri piccoli. A partire dal V secolo il genere favolistico in Grecia viene associato a Esopo , una figura probabilmente leggendaria, sotto il cui nome ci è stato tramandato un corpus di circa 500 favole, storielle, in genere con personaggi animali, che presentavano spunti umoristici e commenti di saggezza morale. Le favole erano precedute da una premessa o seguite da una postilla, in cui veniva fissato il tema, o illustrata la morale. In Grecia il genere favolistico era un genere prosastico : le raccolte di fiabe di Esopo a cui il romano Fedro ammette di ispirarsi erano in prosa. Nella storia della letteratura occidentale quella di Fedro è la prima raccolta di favole in versi - i senari giambici, metro che in età repubblicana era stato caratteristico della palliata.