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FILOSOFIA POLITICA (Giardini), Sintesi del corso di Filosofia Politica

Riassunto del testo "L'alleanza inquieta" della prof. Federica Giardini

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 19/11/2020

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giacomo-frisenda 🇮🇹

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Riassunto Alleanza Inquieta

L’ALLEANZA INQUIETA Di Federica Giardini La forza di tutti gli Uomini è l'essere dotati di PAROLA e dunque destinati allo scambio e alla convivenza,(ciò significa che il linguaggio è legato alla politica).C'è una stretta relazione tra politica e comunicazione, e molto spesso, nella società moderna e contemporanea questo legame viene distrutto. Il linguaggio spesso risulta difficile tra i singoli, immaginiamo in una società; equivoci effetti retorici, menzogne volontariamente costruite, ci mostrano come la nostra natura linguistica sia ben lontana dal rappresentare una garanzia per la convivenza. Per la politica il linguaggio sembra piuttosto costituire la cura e il veleno insieme. Il legame linguaggio-politica presenta un’altra difficoltà che sta nel rapporto tra verità e giustizia. La ricerca di Socrate che considera il percorso verso la verità quale condizione per conseguire un ordinamento politico giusto, gli varrà la pena di morte.. Hannah Arendt sostiene un'eterna inimicizia tra verità e politica. Tale commento ci permette un’altra precisazione sul rapporto verità/politica: la verità ricerca l’immutabile mentre la giustizia considera le diverse vicende storiche e le differenti soluzioni che si possono trovare nella convivenza umana. Per Arendt è importante non trasformare in idee fisse, e quindi in ideologie, i diversi avvenimenti della storia. Infine, se si continua a pensare al rapporto tra politica e linguaggio come una relazione in cui chi decide le regole della politica decide anche come parlare, allora questo rapporto sarà sempre disuguale. Bisognerebbe invece coltivare l’attenzione verso l’altro tenendo sempre presente che io e l’altro viviamo in un orizzonte comune. Capitolo 1 Il romanzo dell’occidente La nostra epoca è l'epoca della globalizzazione e presuppone un'infinita apertura nel tempo e nello spazio in cui la comunicazione si esprime in maniera istantanea. Raccontare una storia significa collocarsi dentro un quadro o uno spazio più ampio che non riguarda solo se stessi. “Le grandi narrazioni” occidentali hanno un rapporto di stretto legame con le nostre vite, ovvero con le istituzioni, le leggi, le pratiche sociale e politiche, gli stili di vita, i modi di pensare. La storia legittima è quella che viene riconosciuta come vera, condivisa, utilizzata e sviluppata. La Storia con cui l’Occidente si racconta è dunque come un romanzo, ha un inizio, uno svolgimento, forse non una fine, ma sicuramente un fine. Lyotard :il modo di organizzare il tempo prende forma con l’Illuminismo, anche se l’inclinazione a raccontare un grande romanzo ha un precedente, Sant’Agostino, che nella “Città di Dio” scrive il romanzo di formazione e redenzione dell’umanità cristiana. In tale romanzo ci sono 2 generi di uomini, ognuno legato rispettivamente ad una città/società: Quelli che vivono secondo Dio appartengono alla città celeste e sono destinati al paradiso.

Con il cristianesimo prende avvio quel processo di spaccatura tra politica e moralità che caratterizzerà la modernità. Nel cristianesimo la visione della storia non è più ciclica ( idea classica = secondo cui le forme di governo ritornano ciclicamente) → la politica è legata al tempo storico, lo interpreta e si adatta ad essoCambiano i criteri di legittimazione della politica:

  • Cristianesimo: politica legittimata dal tempo storico
  • Mondo classico: politica legittimata dall’eticaDiverso il pensiero di Immanuel Kant. Nell'opera del 1784, Kant affronta il problema dell'elaborazione di una storia universale caratterizzata da un filo conduttore. Dal complesso delle vicende e delle azioni umane emergono molte contraddizioni. Soltanto in pochi casi la condotta degli uomini è tale da manifestare un po' di saggezza; più in generale, essa è costituita da "un mix di stoltezza, vanità, malvagità e mania di distruzione". Considerato ciò, non si può pensare di trovare negli uomini e nelle loro azioni un fine razionale. Occorre vedere se esiste in natura un disegno che non appartiene all'insieme delle azioni degli uomini. Secondo Kant tutte le disposizioni naturali delle creature sono destinate al loro completo svolgimento. È l'osservazione esterna ed interna di quanto avviene negli animali a renderci consapevoli di ciò. Occorrono diverse generazioni che possano passarsi le loro conoscenze per arrivare a un punto in cui il grado di sviluppo sia tale da arrivare allo scopo predefinito. La natura non fa nulla di superfluo e non è prodiga nell'uso dei mezzi ai suoi fini, ha solo donato all'uomo la ragione e la libertà del volere. L'uomo ha sfruttato le sue potenzialità per sopravvivere e per crearsi quelle condizioni e quei beni superflui che gli rendono piacevole la vita. La conflittualità dell'uomo è causa di molti mali che costituiscono degli stimoli che spingono l'uomo ad affinare le proprie capacità nel tentativo di superarli.In risposta a Kant troviamo Hegel e la sua “Fenomenologia dello spirito”. Fu Hegel per primo ad individuare la scissione, propria dello stato moderno, tra individuo e divino ed individuo e stato. Elogia il modello della Polis greca in cui l’individuo si identificava nella vita dello stato. Hegel illustra il cammino della coscienza: dalla conoscenza individuale al <> (INDIVIDUALITA’ → UNIVERSALITA). Il percorso si articola in 3 stadi:
  • LA COSCIENZA→ in cui predomina l’attenzione verso l’oggetto
  • L’AUTOCOSCIENZA (coscienza di sé)→ in cui predomina l’attenzione verso il soggetto. La prima figura che si presenta in questo stadio è quella del conflitto tra 2 autocoscienze (SIGNORIA E VIRTU’) , in cui ciascuna pretende di essere riconosciuta dall’altra come superiore. Il servo sottomettendosi al padrone, esce dal suo stato per

proteggere sé stesso. il RAPPORTO SERVO/PADRONE è destinato ad una paradossale inversione dei ruoli. Questo perché ogni posizione tiene in sé la propria negazione. Infatti, il padrone che prima appariva indipendente nella misura in cui si limitava a godere passivamente del lavoro del servo, finisce per diventare dipendente dal servo e quindi schiavo, mentre il servo diviene un individuo indipendente. Hegel pone dunque l’accento sul valore formativo del lavoro e dell’esperienza della sottomissione dalla quali si generano le condizioni per la liberazione. La coscienza prima di trasformarsi in ragione attraversa il momento della “coscienza infelice” = L’uomo sente Dio lontano da sé e x questo è infelice. Dio è vissuto come termine irraggiungibile, e fa percepire alla coscienza la sua piccolezza facendola sentire quasi annichilata.

  • RAGIONE dove si arriva a riconoscere l'unità profonda fra soggetto e oggetto. La morale si dispiega all’interno degli istituti nei quali si svolge la vita degli uomini:
  • Famiglia
  • Società civile→ si riferisce alla sfera dei bisogni, il lavoro e le relazioni economiche
  • Stato politico→ Realizza la libertà degli individui e gli assicura un compito universale nella storia politica. Solo nello stato si realizza pienamente la sostanza infinita e relazionale dello spirito.Quanto alla sovranità, lo stato non la ricava dal popolo ma da se stesso. Hegel esclude pure il principio democratico della partecipazione di tutti agli affari dello stato: l’individuo tende a ritenersi componente dello stato, ma in realtà esso entra a comporre lo stato solo in quanto svolge la sua attività concreta in una cerchia determinata(classi, corporazioni) e pertanto non sussiste una sua partecipazione allo stato fuori di essa. Lo stato è strettamente collegato alla religione perché è la suprema manifestazione del divino nel mondo. differenza tra l’universalismo kantiano e la storia universale hegeliana = trasformazione del dispositivo narrativo, il punto di vista del romanziere onnisciente, passa da Dio all’Uomo. La concezione hegeliana della storia = direzione irreversibile e univoca verso un fine futuro (concezione tipicamente biblica che la storia sia diretta verso un fine ultimo e guidata dalla volontà divina). La fine determina a ritroso lo svolgimento della storia: sebbene Hegel dia al suo romanzo dell’umanità un inizio che coincide con l’antichità, il percorso del senso della storia parte dalla fine. In questa visione il progresso umano si distribuisce nel modo seguente: la storia del mondo ha inizio in Oriente (Cina India e in Persia) poi con la vittoria dei Greci sui Persiani, la storia universale si trasferisce dal Mediterraneo e si conclude con i regni Cristiano germanici dell’Occidente. L’Europa è semplicemente la “fine della storia”. L’Oriente rappresenta l’infanzia della Storia del mondo, la Grecia e Roma

declina così il significato di “ideologia” come lato oscuro delle grandi narrazioni. In effetti i campi di concentramento servono da laboratori di verifica della pretesa di dominio incondizionato che viene conseguito attraverso due strumenti principali, il terrore assoluto dei Lager e l’indottrinamento ideologico. Un’ideologia è innanzitutto un pensiero che mira al generale pretende di cogliere il complesso della realtà umana utilizzando lo storia, la geografia e soprattutto la logica. Il lieto fine si annuncia attraverso le buone notizie. La storia è finita perché si è compiuta e consiste nella forma politica della democrazia liberale così come si è realizzato negli Stati Uniti. Capitolo 2 Parlare di fatto, parlare di diritto Per Aristotele, lo “zòon politikòn” vive in una comunità politica, perché essa è il luogo in cui l’uomo può pienamente svilupparsi e aspirare alla felicità. Ma la comunità politica presuppone delle relazioni, una interdipendenza tra persone, che non sono autosufficienti di per sé stesse. Anche altri animali, oltre l’uomo, hanno la necessità di vivere in società, ma nessuno, tranne l’uomo, è dotato di “logos”, cioè di una voce, di una capacità di comunicare, di una ragione che lo aiuti a distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. L’uomo, dunque, è un vivente dotato di linguaggio ed è questo suo carattere a definire la sua necessità di associarsi e vivere in comunità. Mentre gli altri animali possono comunicare solo il dolore o il piacere, l’uomo, infatti, può valutare, giudicare, pensare, deliberare, cioè –per Aristotele- è in grado di distinguere il vero dal falso, collegando così l’etica e la conoscenza. Tuttavia, non tutti gli esseri umani possono fare ciò: sono esclusi, in effetti, bambini, folli, stranieri, schiavi, donne, divinità. Il “lògos”, dunque, in quanto capacità di deliberare non appartiene a tutti gli esseri umani allo stesso modo e nello stesso grado; le donne, ad esempio, hanno una capacità deliberativa solo parziale e questa loro caratteristica è naturale, immodificabile. Essa regola anche i rapporti di comando e obbedienza. In età moderna, si pensi a Hobbes, l’uomo non ha una spinta associativa naturale, ma all’opposto, è spinto a unirsi agli altri solo dalla ragione che gli fa comprendere la necessità di salvaguardare la propria vita. Dunque, l’accordo tra umani non è naturale, ma artificiale: è il risultato di un patto per stipulare il quale l’uomo abbandona una parte dei propri diritti per tutelare la sua vita.Tale patto, che si esprime attraverso il linguaggio, acquista vera forza solo se le parole che si usano sono concepite come vincolanti, ovvero solo se si tratta di un giuramento. Patto e giuramento fondano il potere costituito e prendono, nella seconda metà del 1700, la forma delle Dichiarazioni dei diritti.

Siéyes ritiene che la Dichiarazione debba essere vera, razionale, evidente, chiara, semplice, perché solo così potrà essere compresa da tutti e dunque sia giusta e condivisa. Tuttavia, quando parla di “tutti” è consapevole che alcuni ne sono esclusi: tra questi, i cittadini non attivi cioè i bambini, gli stranieri e gli abitanti delle colonie francesi, le donne che, “nella condizione attuale” non hanno voce, né diritti. Dietro il mancato riconoscimento della donna come cittadino attivo vi è l’accettazione di un presupposto, ovvero la superiorità maschile. Sarà una donna, Olympe de Gouges, in piena Rivoluzione francese, a redigere una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che però le costerà non solo la vita, ma anche il taglio della lingua: un simbolo che la sua voce non è degna di poter parlare. Il legame tra linguaggio e politica torna qui in modo evidente, al punto che il contratto dal quale la società si forma si deve riconoscere non solo come un contratto che include gli esseri umani, ma anche come un contratto che ne esclude una parte considerevole. Perché le donne non siano escluse sembra necessario che esse siano istruite e educate, come scrive l’inglese Mary Astell .Il passaggio dalle Dichiarazioni al potere costituito è segnato dalle Costituzioni, frutto delle decisioni di una nazione titolare del potere, ma anche testo che definisce la natura e la forma di quel potere politico. A seconda delle parole che si adottano nelle Costituzioni, esse si fanno portatrici di messaggi diversi, di inclusione o di esclusione di una parte di esseri umani. Anche in questo senso, torna il legame tra parola e politica. Si pensi alla Carta europea (2000), in cui i diritti espressi sono presentati come se fossero universali, ma in verità hanno per soggetto i soli cittadini europei; e questo si capisce solo esaminando le parole con cui la Carta stessa è stata scritta. Capitolo 3 Platone analizza il rapporto giustizia/ordine politico che può essere raggiunto grazie alla guida del filosofo, il quale ama “contemplare la verità”. Quindi sapere che cosa è giusto significa arrivare a conoscere la verità. [Platone nella Repubblica: “modello di stato ideale basato sul vero” questo stato prevedeva che al governo vi fossero i filosofi.]Per provare questa sua affermazione egli distingue tra opinione (Doxa, tipo di conoscenza che si ferma all’apparenza e quindi segue il cambiamento del mondo) e la conoscenza del vero (episteme). I filosofi ricercano la conoscenza. Secondo il punto di vista di Arendt in questo senso si crea una distinzione tra verità e politica perché cercare la verità e dire la verità spesso provocano un conflitto con la politica e con chi rappresenta il potere. Ciò è possibile vederlo nella discussione che Platone fa del concetto di giustizia a partire dall’idea del sofista Trasimaco, secondo il quale la giustizia è l’utile del più forte. Platone sostiene invece che la giustizia è vivere in armonia nella polis dove tutti devono ricoprire un ruolo specifico (governanti,

domestico, ma piuttosto nell’aprirsi al mondo. Nasce, dunque, quella che viene definita la “vita mondana”. Sono le donne ad essere padrone di questo nuovo spazio sociale, il cui criterio di appartenenza si basa sul merito, cioè sulla partecipazione alle regole della cortesia (politesse) e delle buone maniere (bienséance): si tratta di leggi non scritte che però assumono più potere di qualunque norma. Colei che conversa con capacità e amabilità incoraggia il suo interlocutore a esprimere sé stesso. In un contesto di questo genere, la donna è protagonista perché non le serve un’istruzione (cosa dalla quale, per molto tempo ancora, sarà esclusa), ma piuttosto ha bisogno della capacità di parlare “naturale”, in cui ella può esercitare sensibilità e intuito (caratteri per i quali non serve un’istruzione particolare).I salotti attuano una prima forma di legame tra estranei basato sulla socievolezza, il cui fine è il piacere dello scambio. Col passare del tempo il salotto scompare e viene soppiantato da quella sfera pubblica che esercita le funzioni educative e di dibattito. Si forma l’opinione pubblica che, come dice la parola stessa, è opinione, quindi è mutevole, non vera, e indica anche la reputazione che un soggetto ha agli occhi degli altri. Nell’opinione pubblica, gli intellettuali assumono un ruolo importante, capaci di riflettere sui fondamenti dell’ordine sociale. La conversazione nella sfera pubblica diventa dibattito che ha luogo nel parlamento di uno Stato. Tuttavia, come precisa Karl Marx la rappresentanza politica che dibatte in parlamento fa gli interessi di una parte, dunque si muove nell’ambito di una forma linguistico-comunicativa che non è neutra, ma è la forma dei vincitori (per esempio di coloro che hanno vinto le elezioni). Per risolvere questo problema, occorre indagare il rapporto linguaggio/politica a partire dall’interpretazione che ne dà Habermas in Teoria dell’agire comunicativo (1981) → essere umano = essere comunicativo e il comunicare è “un’attività linguistica orientata all’intesa”. Essa può realizzarsi, però, solo se i parlanti condividono ragioni, motivazioni, ecc., cioè se c’è una razionalità condivisa, nella quale non vi sia un soggetto unico, omogeneo e egemone, ma vi sia comunque una comunicazione che include gli uomini, senza escluderli. Questo non è il caso dei mass media, che adottano una cultura massificata la quale si esplica in una forma di controllo sociale. Rapporto Stato-società attuale: 2 tesi → 1)comunitarista: i valori di una singola comunità sono prioritari rispetto a quelli dello Stato; 2)liberale: le prerogative degli individui sono prioritarie rispetto a quelle dello Stato. Habermas : posizione intermedia: discute il

valore della deliberazione = consultarsi sull’utile e sul dannoso in un dibattito pubblico. La democrazia deliberativa è, per Rawls, basata su cittadini che si scambiano opinioni su questioni di politica pubblica e sulle ragioni che sostengono. Tuttavia, è il legislatore ad avere l’ultima parola, quindi può capitare che esso imponga come universale una norma non da tutti condivisa.Hannah Arendt la politica è l’unione di azione e discorso, ma per Habermas è uno spazio condiviso dove i presenti mostrano gli uni agli altri la loro unicità. Ma essendo ciascuna esperienza unica, nessuno riuscirà davvero a comunicarla ad altri. E, su tutti, le escluse saranno ancora una volta le donne, perché la pretesa di chiarire e confrontare le diverse posizioni non coinvolge le strutture storiche e sociali della subordinazione femminile. Capitolo 5 Parlare non è prendere parola Negli anni '70, il gruppo “Rivolta femminile” a cui apparteneva Carla Lonzi desiderava cambiare i ruoli che donne e uomini hanno nelle loro relazioni, sia pubbliche che private.La donna, infatti, è inserita da sempre, quasi per natura, in una cultura che le impone di essere madre, figlia, moglie, ecc., ovvero di essere funzionale a un ruolo che qualcun altro ha scelto per lei. Questo significa che, anche nel momento in cui la donna parla, la sua parola non ha alcuna importanza. Secondo Carla Lonzi, la femminista vuole una vera libertà e non accetta di mimetizzarsi in forme che altri scelgono per lei. Ma, anche se la donna ha capito che è necessario non solo parlare, bensì prendere la parola, questa non è cosa facile: chi prende la parola, ha bisogno di qualcuno che ascolti e questo rende necessario che un intero mondo, un’intera cultura cambi. Infatti, non solo la donna non è mai stata protagonista del nostro universo simbolico e culturale (esclusa dai libri di storia, di filosofia, di letteratura, ecc.), ma, solitamente, anche quando si parla di lei, ne parla un uomo che quindi la include in ottiche che sono quelle maschili e che dettano alla donna ruoli e valori prestabiliti. Prendere la parola per le donne significa esprimere sé stesse liberamente, ma anche come soggetti del discorso. È proprio la difficoltà di essere protagoniste del mondo al pari degli uomini che si può vedere nel difficile rapporto tra donne e politica. Se le donne sono arrivate ad essere elettrici (molto tardi, come ad es. in Italia, nel 1946), restano pochissime le donne elette (il 17% nelle elezioni del 2008), a fronte del 52% di donne che hanno diritto al voto. Ciò significa che la donna è talmente presa nel sistema maschilista, che è l’uomo a dare garanzie e certezza, e, anche se ha diritto a votare e ad essere eletta, lei stessa sceglie che sia un uomo a rappresentarla. Perciò, la mancanza di libertà della donna non è tanto data da un ostacolo esterno, ma, innanzitutto, da un ordine che invade il suo sé al punto da diventare interno a lei. Il primo passo per uscire da questo ordine sarebbe rompere tutti i legami con questo genere di cultura, creare una “discontinuità” che possa permettere di riconoscere l’esistenza di altro, oltre la tradizione maschile a cui la

singole culture.Il problema importante è posto dall’equivalenza tra Occidente = libertà, che è un nesso scontato, ma falso. L’Occidente, infatti, tende a imporre la “sua” libertà, il suo modo di concepirla e attuarla, spesso attraverso la guerra. Un gruppo di intellettuali indiani (Subalternan studies) si sono interrogati sul modo di parlare e di comunicare sé stesse delle culture non occidentali, perché spesso risulta quasi impossibile pensare la modernità politica senza usare concetti e categorie che hanno le loro radici nelle tradizioni intellettuali europee. Dipesh Chakrabarty sostiene, a tale proposito, che Europa e India sono due diverse modalità narrative: la prima fa una narrazione totalizzante e inclusiva, l’altra tenta di interrompere tale pretesa totalizzante con una serie di controstorie. Gayatry Spivak discute la possibilità che chi sia subalterno possa davvero parlare. In effetti, l’intellettuale occidentale costringe nelle proprie categorie la parola degli intellettuali non occidentali; l’intellettuale indiano considera solo la posizione anticoloniale del soggetto subalterno ed esclude la differenza sessuale (la parola della donna non occidentale è cancellata due volte: rispetto alla propria cultura, quando questa la vuole sottomessa e rispetto alla cultura altra, che decide in che cosa consista la libertà della donna). Si può concludere che non è possibile narrare il presente come un’unica storia. Parlare (talk) non è equiparabile all’avere parola (speak), che implica un legame tra chi parla e chi ascolta. Ancora diverso è proferire suoni (utter), cioè mandare segni attraverso il proprio corpo (come nel sacrificio indiano del sati). Ne “Le mille e una notte”, Shahrazad rappresenta colei che con la parola stabilisce un rapporto (kiyasa) che è relazione amorosa e negoziazione. Ma per farlo le è necessaria l’educazione; ciò viene evidenziato da Fatema Mernissi, la afferma che nei paesi islamici la cultura rientra tra le attrattive di una donna; il diritto di voto è stato concesso alle donne molto prima che in Occidente (in Turchia nel 1923; in India nel 1935) e che molte donne hanno funzioni di governo, sin dal VII secolo. Una posizione simile a quella della donna ricoprono i molti immigrati che arrivano in Europa o in Occidente, dove danno vita alla cosiddetta “società multiculturale”. Ma il convivere di queste comunità col mondo e con la cultura in cui arrivano non è affatto semplice e implica due tipi di cittadinanza: 1)la convivenza tra diverse comunità, che godono del minimo indispensabile di diritti, e che non comunicano tra loro; 2) l’assimilazione ai criteri di cittadinanza del paese ospite che permette la conservazione della propria cultura solo nel privato. Queste possibilità sono solo false soluzioni che non riescono a mascherare i conflitti sociali. Questi nuovi cittadini sono infatti privati della parola nel paese che li ospita. Sarebbe necessario realizzare un dialogo interculturale. Come Luce Irigaray sostiene rispetto al rapporto uomo-donna, anche con le culture altre bisogna basarsi su un’etica della differenza. Questo perché documenti come la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), che all’apparenza sembrerebbe tutelare i diritti dell’essere umano prima e indipendentemente dal

fatto che appartenga a una comunità politica, in realtà parlano di diritti come uno strumento nelle mani di chi ha già parola in un ordine preciso. Seyla Benhabib definisce come iterazione democratica un gesto come quello di alcune donne musulmane che si sono ribellate alla decisione dell’Assemblea nazionale francese di proibire l’uso di qualunque simbolo religioso (come il velo) nelle scuole francesi. Il sistema educativo francese è infatti regolato da un principio egualitario ed è sulla base del quale che le ragazze hanno chiesto di non vedere relegate nel privato la loro storia e la loro cultura. L’iterazione democratica, dunque, vive della costante modifica dei principi della democrazia. L’Europa non ha sperimentato vie praticate in altri paesi, come ad es. il Sud America o il Sud Africa, dove è nata la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che ha il merito di scardinare un sistema in cui la giustizia mantiene intatta la distribuzione tra vinti e vincitori. La Commissione non usa gli strumenti della legge e della sanzione, bensì crede che vi sia bisogno di “comprensione ma non di vendetta, necessità di risarcimento ma non di rappresaglia, di ubuntu, ma non di vittimismo”, quindi garantisce un’amnistia per atti, omissioni, offese passate. L’ubuntu, cioè l’essere persona solo attraverso e con le altre, è la radice su cui si riformula il significato di democrazia e giustizia, per mezzo del racconto di coloro che hanno subito un torto e di coloro che si presume lo abbiano fatto.