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riassunto dei capitoli 1, 9 e 10
Tipologia: Dispense
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Capitolo 1 I Vaiseikaasutra “ Gli aforismi dei Vaisesika” è l’opera fondamentale in cui si traccia la tassonomia basilare del reale , la sua datazione risale intorno al 1/2 secolo e è una delle opere più importanti della filosofia indiana. Le componenti del reale sono elencate e raggruppate in 6 categorie fondamentali : sostanza, qualità, azione che sono concetti chiave per l’ontologia indiana. Le altre tre categorie sono l’universale, la particolarità e l’inerenza. La divisione di capitoli (detti letture) degli aforismi (sutra ) e delle sottosezioni (dette giornate) varia a seconda dei commentatori. Capitolo 9 Il commento alla Bhagavadgita attribuito a Sankara ( 7/8 sec.) articola una tesi principale in accordo con le Upanisad , cioè che solo la conoscenza è il mezzo di realizzazione assoluto , confutando quella della dominazione tra conoscenza e azione. Il problema fondamentale non è la legittimazione del valore di “conoscenza, azione e devozione” ma dimostrare il loro valore specifico in quanto portino al conseguimento della liberazione , dunque la loro funzione soteriologia. Nella lunga sezione del commento , oltre a confutare la tesi di combinazione di conoscenza e azione, si evidenzia come la sola azione sia il riflesso della nescienza (ignoranza). “Per ottenere quel fatto , compirò quell’azione” ma il sommo bene non è un effetto e non è ammissibile che l’azione possa essere la pratica che lo realizza. Una cosa eterna non può nemmeno essere a combinazione di azione e conoscenza. Ma la conoscenza in quanto tale illumina le tenebre e dunque elimina la nescienza , pertanto è il solo mezzo per la realizzazione del sommo bene. Capitolo 10 La Yuktidipika (7/8 sec.) è il più importante commento della scuola di Sankhya e che ne rappresenta la radice. La discussione sull’ahisma ( non-violenza) e sul rigetto della violenza sacrificale ingiunta dal Veda sono temi che accomunano le tradizioni sia di Sankhya che di Yoga. Si contrappongono alla scuola filosofica di Purva-Mimansa che riconosce la violenza sacrificale come unica eccezione della regola generale dell’ahimsa , cioè i riti vedici (che Sankhya reputa impuri). Sankhya non vuole dimostrare che la violenza sacrificale è illegittima e che l’autorità vedica possa essere messa in dubbio , piuttosto vuole legittimare l’astensione da essa in quanto può procurare l’impurità e quindi una sofferenza interiore. Tutto ciò per far capire che alcune scuole come la Sankhya e la Yoga si sono poste a difesa di questioni etiche e che si contrappongono a quelle della norma dharmica vedica sostenuta dalla tendenza della Mimamsa e del Vedanta. Cosa intendiamo per “ rivelazione?” È quanto , nei testi sacri, viene accettato come mezzo di conoscenza valido. Allora la violenza sacrificale è impura a causa della distruzione del corpo che è caro agli esseri viventi? In realtà, è la mente di chi compie l’atto di violenza a definirla come impura poi ciò nasce da un sentimento di compassione. In questo atto ingiunto dal Veda non viene riconosciuta l’intenzione. Ma come capisce il maestro che la sofferenza interiore, effetto della violenza, è intesa come impurità e non la violenza stessa? Poiché egli si rifà al concetto di superiorità del mezzo rivelato che non è mai in antitesi con la norma vedica del Dharma.