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Fuori controllo - Eriksen, Appunti di Antropologia Sociale

Fuori controllo: antropologia di un cambiamento accellerato

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 09/04/2019

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matteo-de-vincenti 🇮🇹

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FUORI CONTROLLO ERIKSEN
Il nostro è un mondo di modernità ad alta velocità, nel quale il fatto che le cose cambiano non ha più bisogno
di essere spiegato; a risultare straordinari o sorprendenti sono i tratti di continuità che a volte emergono. È
la modernità stessa a includere il cambiamento ma esso è stato sinonimo per decenni di progresso, e la storia
aveva una direzione, ma negli ultimi decenni, l’entusiasmo per lo sviluppo di è smorzato.
Il libro si basa sull’assunto che i rapidi cambiamenti che caratterizzano la nostra epoca abbiano enormi
conseguenze impreviste. Tra i capitoli che seguono, cinque sono di carattere empirico e dedicati a dei settori
chiave energia, mobilità, città, rifiuti e informazione e mostrano come i cambiamenti possano prendere
direzioni inattese. I temi affrontati saranno molto rilevanti per il genere umano in quanto tale.
Nei vari capitoli mi dedicherò a contraddizioni ma mostrerò anche come la crisi della globalizzazione non
sono causate da intenzioni malvagie né da cospirazioni spietate, piuttosto si tratta di una serie di conflitti di
scale che ancora sono poco analizzati.
Per cogliere l’autenticità delle vite delle persone, la visione d’insieme è utile ma insufficiente; è necessario
invece avvicinarsi ed entrare nel personale. I mondi di vita vengono analizzati dagli antropologi per così dire
a carponi, con la lente di ingrandimento, nei dettagli più minimi ma è raro che si tenti un’analisi globale.
Quindi tenterò di fare entrambe le cose e di porle a confronto.
Le risposte sono enormi quanto le domande, eppure questo è un libro di piccole dimensioni, una delle ragioni
è che esso pone semplicemente un punto di partenza. Fuori controllo è il risultato di una serie di progetti
etnografici collegati tra loro e ambisce a fornire dati comparabili e compatibili sulla percezione, sull’impatto
e sulla gestione locali delle crisi globali. In questo senso, vengono trascesi sia la miopia dell’antropologia, sia
l’approccio dall’alto delle altre scienze sociali. Non è un tipico libro accademico, è scritto con un linguaggio
non tecnico, è eclettico nelle teorie e universalistico nel ricorso delle fonti, che spaziano dall’articolo di
giornale al saggio storico. La conoscenza ha molte vie e spesso, invece di essere contradditorie, sono
complementari. La prospettiva etnografica che privilegia il mondo di vita locale è importante, ma deve essere
contestualizzata sia storicamente sia rispetto prospettive di ampia scala. I concetti chiave del libro sono scala,
doppio legame, processi fuori controllo, competizione da tapis roulant, flessibilità e riproduzione. Il maggior
risalto analitico è dedicato ai conflitti di scala in una situazione di crescita fuori controllo, in cui un numero
crescente di persone cominci a comprendere l’impossibilità della crescita infinita e la gravità degli effetti
collaterali provocati dalla crescita stessa.
I grafici, le cifre e le statistiche inseriti nel testo sono da intendere quali indicatori di una tendenza e non
vanno valutati dettagliatamente. Saranno superati in fretta per via della natura stessa dei cambiamenti di cui
siamo testimoni ogni giorno.
Capitolo 1 Le monde est trop plein
Il libro più importante di Lévi-Strauss ovvero “Le strutture elementari della parentela”, rivoluzionò il pensiero
antropologico della parentela, mutando il fulcro della disciplina e riconcettualizzando il più universale fra
tutti i modi sociali. Secondo egli la questione fondamentale della parentela non era la discendenza da un
antenato comune ma le alleanze tra gruppi instaurate tramite matrimoni.
Levi-Strauss durante un colloquio con il presidente Sarkozy dichiarò che ormai non considerava se stesso tra
i vivi e che il mondo cui aveva dedicato il lavoro di tutta la vita era pressoché scomparso; inoltre disse che il
mondo era troppo pieno: “le monde est trop plein”. Si riferiva al fatto che il mondo era pieno di persone, dei
loro progetti e dei prodotti materiali delle loro attività. Il mondo era surriscaldato. Se alla nascita
dell’antropologo francese la popolazione mondiale era di due miliardi ormai raggiungeva i sette miliardi di
persone. Levi-Strauss aveva lamentato il disincanto del mondo fin dall’inizio della propria carriera; già nelle
memorie di viaggio “Tristi Tropici” del 1955.
Il desiderio di un mondo perduto è evidente ma gli antropologi sono stati anche più nostalgici; il libro che
avrebbe mutato il corso dell’antropologia sociale moderna portava lo stesso messaggio di perdita e nostalgia
“Argonauti del Pacifico occidentale”, opera di Malinowski (l’etnologia…nel momento in cui comincia a
riordinare il suo laboratorio… il materiale del suo studio svanisce).
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FUORI CONTROLLO – ERIKSEN

Il nostro è un mondo di modernità ad alta velocità, nel quale il fatto che le cose cambiano non ha più bisogno di essere spiegato; a risultare straordinari o sorprendenti sono i tratti di continuità che a volte emergono. È la modernità stessa a includere il cambiamento ma esso è stato sinonimo per decenni di progresso, e la storia aveva una direzione, ma negli ultimi decenni, l’entusiasmo per lo sviluppo di è smorzato. Il libro si basa sull’assunto che i rapidi cambiamenti che caratterizzano la nostra epoca abbiano enormi conseguenze impreviste. Tra i capitoli che seguono, cinque sono di carattere empirico e dedicati a dei settori chiave – energia, mobilità, città, rifiuti e informazione – e mostrano come i cambiamenti possano prendere direzioni inattese. I temi affrontati saranno molto rilevanti per il genere umano in quanto tale. Nei vari capitoli mi dedicherò a contraddizioni ma mostrerò anche come la crisi della globalizzazione non sono causate da intenzioni malvagie né da cospirazioni spietate, piuttosto si tratta di una serie di conflitti di scale che ancora sono poco analizzati. Per cogliere l’autenticità delle vite delle persone, la visione d’insieme è utile ma insufficiente; è necessario invece avvicinarsi ed entrare nel personale. I mondi di vita vengono analizzati dagli antropologi per così dire a carponi, con la lente di ingrandimento, nei dettagli più minimi ma è raro che si tenti un’analisi globale. Quindi tenterò di fare entrambe le cose e di porle a confronto. Le risposte sono enormi quanto le domande, eppure questo è un libro di piccole dimensioni, una delle ragioni è che esso pone semplicemente un punto di partenza. Fuori controllo è il risultato di una serie di progetti etnografici collegati tra loro e ambisce a fornire dati comparabili e compatibili sulla percezione, sull’impatto e sulla gestione locali delle crisi globali. In questo senso, vengono trascesi sia la miopia dell’antropologia, sia l’approccio dall’alto delle altre scienze sociali. Non è un tipico libro accademico, è scritto con un linguaggio non tecnico, è eclettico nelle teorie e universalistico nel ricorso delle fonti, che spaziano dall’articolo di giornale al saggio storico. La conoscenza ha molte vie e spesso, invece di essere contradditorie, sono complementari. La prospettiva etnografica che privilegia il mondo di vita locale è importante, ma deve essere contestualizzata sia storicamente sia rispetto prospettive di ampia scala. I concetti chiave del libro sono scala, doppio legame, processi fuori controllo, competizione da tapis roulant, flessibilità e riproduzione. Il maggior risalto analitico è dedicato ai conflitti di scala in una situazione di crescita fuori controllo, in cui un numero crescente di persone cominci a comprendere l’impossibilità della crescita infinita e la gravità degli effetti collaterali provocati dalla crescita stessa. I grafici, le cifre e le statistiche inseriti nel testo sono da intendere quali indicatori di una tendenza e non vanno valutati dettagliatamente. Saranno superati in fretta per via della natura stessa dei cambiamenti di cui siamo testimoni ogni giorno. Capitolo 1 – Le monde est trop plein Il libro più importante di Lévi-Strauss ovvero “Le strutture elementari della parentela”, rivoluzionò il pensiero antropologico della parentela, mutando il fulcro della disciplina e riconcettualizzando il più universale fra tutti i modi sociali. Secondo egli la questione fondamentale della parentela non era la discendenza da un antenato comune ma le alleanze tra gruppi instaurate tramite matrimoni. Levi-Strauss durante un colloquio con il presidente Sarkozy dichiarò che ormai non considerava se stesso tra i vivi e che il mondo cui aveva dedicato il lavoro di tutta la vita era pressoché scomparso; inoltre disse che il mondo era troppo pieno: “le monde est trop plein”. Si riferiva al fatto che il mondo era pieno di persone, dei loro progetti e dei prodotti materiali delle loro attività. Il mondo era surriscaldato. Se alla nascita dell’antropologo francese la popolazione mondiale era di due miliardi ormai raggiungeva i sette miliardi di persone. Levi-Strauss aveva lamentato il disincanto del mondo fin dall’inizio della propria carriera; già nelle memorie di viaggio “Tristi Tropici” del 1955. Il desiderio di un mondo perduto è evidente ma gli antropologi sono stati anche più nostalgici; il libro che avrebbe mutato il corso dell’antropologia sociale moderna portava lo stesso messaggio di perdita e nostalgia “Argonauti del Pacifico occidentale”, opera di Malinowski (l’etnologia…nel momento in cui comincia a riordinare il suo laboratorio… il materiale del suo studio svanisce).

Per un secolo il disincanto e la disillusione causati della presunta perdita della profonda diversità culturale hanno rappresentato un tema dell’antropologia. Quando ci si confronta con il diffondersi della modernità, è necessario riconoscere che il mescolamento e il cambiamento accelerato, la connessione e la diffusione della modernità sono l’aria che respiriamo nel mondo di oggi. Inoltre, per via del fatto che il mondo è troppo pieno, si tratta di un luogo interessante da studiare. Le persone sono consapevoli degli altri in modi che sarebbero stati difficili anche solo da concepire un secolo fa; sviluppano praticamente ovunque una sorta di consapevolezza e spesso di coscienza globale. Tuttavia la loro prospettiva globale rimane saldamente ancorata ai mondi d’esperienza e ciò a sua volta implica che esistono molti mondi globali diversi. Oggi le persone costruiscono relazioni internazionali o locali, e siamo tutti connessi tramite un’economia globale, la minaccia planetaria del cambiamento climatico, le speranze e le paure di una politica fortemente identitaria, il consumismo, il turismo e la fruizione dei media. Sicuramente la nostra non è una società mondiale omologata (tutto uguale) eppure, nonostante le diversità e le diseguaglianze proprio all’inizio del XXI secolo, stiamo lentamente imparando a partecipare ad un dialogo comune. Però l’antropologia stenta a fare i conti con il suo mondo attuale, ha bisogno dell’aiuto di storici e sociologi. La mancanza di profondità storica e di ampiezza sociale dell’antropologia è già stata menzionata; ma sorge un altro problema, che riguarda la normatività e il relativismo. Per generazioni l’antropologia non ha mai espresso giudizi morali e le popolazioni che studiavano erano lontane; per poter essere applicato, il metodo del relativismo culturale (modalità di confronto con la variabilità e la molteplicità di costumi, culture, lingue e società) richiede una sospensione di giudizio. Ma quando, nei decenni seguenti alla guerra, il mondo ha cominciato a restringersi in seguito a cambiamenti accelerati, è diventato più difficile, sia da un punto di vista epistemologico (branco della filosofia che si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere conoscenza scientifica e i metodi per raggiungere tale conoscenza) sia morale, porre gli “altri” su una scala morale differente dalla propria. Anche le diversità culturali si sono ristrette da quando le persone hanno cominciato a partecipare a una conversazione globale. Le popolazioni tribali continuano a resistere ad alcuni degli aspetti chiave della modernità, in particolare il capitalismo e lo Stato. Pretendere che in un mondo come il nostro l’antropologia si limiti a studiare culture remote non sarebbe solo fuorviante ma anche in cattiva fede. La popolarità che il termine globalizzazione ha velocemente raggiunto, ha coinciso con la caduta del Muro di Berlino, la fine dell’apartheid, l’avvento di Internet e dei primi smartphone. Il mondo del 1991 cominciò rapidamente a creare una sorta di comunità morale globale mai esistita prima, perlomeno dal punto di vista antropologico. Il grande cambiamento è stato che il mondo, di fatto nella sua interezza, si è trasformato in un unico spazio morale. In un mondo sempre più interconnesso, il relativismo culturale non può più rappresentare una scusante per non supportare le vittime delle violenze, la lotta per i diritti umani, le minoranze che chiedono di essere rappresentate… in questo mondo, c’è una frizione di sistemi di valori e le moralità. Non si può battere in ritirata nell’atmosfera rarefatta della diversità culturale quando alcune delle persone “culturalmente diverse” vogliono avere un lavoro. Gli antropologi possono studiare il confine tra il vecchio e il nuovo, ma esso dovrà essere discusso da coloro che si trovano alla frontiera. In questo mondo l’antropologo non potrà ritirarsi appellandosi all’immunità professionale: il mondo in cui vive il più remoto dei nativi è ormai lo stesso in cui vive lui. La letteratura contemporanea sulla globalizzazione ha i suoi limiti, in particolare la maggior parte degli studi tendono ad appianare ciò che è unico e particolare di ciascun luogo, o parlando del mondo intero come se stesse per diventare un unico enorme luogo di lavoro, e/o trattando le particolarità locali in modo sprezzante e superficiale. È necessario trascendere queste limitazioni. Per giungere a una prospettiva del mondo convincente ed esauriente occorre avere sia una visione generale (macro) sia una visione particolare (micro). Nessuna analisi della globalizzazione può dirsi completa senza che sia ancorata al mondo della vita locale, tenendo però presente che nemmeno la vita locale è adeguata, visto che la realtà di un luogo non dice tutto del sistema di cui è parte.

mondo contemporaneo e gravi per le loro conseguenze future: crescita della popolazione e il consumo di energia (distribuzione di energia non è omogeneo). La storia del progresso ha perso autorevolezza ed oggi non esiste una storia che racconti da dove veniamo e dove stiamo andando. Può essere che i cambiamenti stiano avvenendo troppo velocemente o gli effetti collaterali del progresso sono diventati troppo evidenti. Abbiamo storie chiare della nostra transazione da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori ma non esiste una storia che riguardi la società dell’informazione globale e dove si stia dirigendo. 1991 → data di transizione dalla modernità alla postmodernità Capitolo 2 - Termini necessari per comprendere il libro. Il contatto accelerato e intensificato è una delle caratteristiche della globalizzazione. Causa conflitti e ha modificato le opportunità di ciascuno, influenzando in tutto il mondo sia la vita quotidiana sia i processi su larga scala. Il cambiamento avviene in modo disomogeneo ed è spesso il risultato di una combinazione di processi locali e internazionali, dove eventi su larga scala causano imprevedibili conseguenze su piccola scala. Queste forme di cambiamento causano in tutto il mondo effetti di accelerazione nei contesti locali: un cambiamento disomogeneo in cui fattori esogeni ed endogeni si intersecano e conducono a instabilità, incertezza e conseguenze non previste in un’ampia gamma di istituzioni e di pratiche, contribuendo a un sentimento largamente condiviso di impotenza e alienazione. Le persone percepiscono, comprendono e reagiscono ai cambiamenti in modi molto differenti, a seconda della posizione che ricoprono all’interno di una comunità, delle caratteristiche del luogo in cui vivono e della posizione di quest’ultimo a livello regionale, nazionale e internazionale. Per capire la globalizzazione è necessario esplorare come vengono affrontate le sue crisi ai vari livelli locali e quali strategie di sopravvivenza, autonomia e resistenza vengono sviluppate. Da un punto di vista locale, si possono intendere meglio le trasformazioni come sfide alla riproduzione studiando e analizzando la globalizzazione surriscaldata, ho trovato utili alcuni termini. Antropocene : termine per chiamare la nostra era geologica attuale, basandosi sulla conclusione che le tracce umane sono ormai dappertutto. È un termine utilizzato da Stoermer nel 2000 per la prima volta. Anche nelle foreste pluviali e nei deserti si trovano tracce dell’uomo sotto forma di effetti locali del cambiamento climatico. Nel mondo attuale, la natura è in un certo senso collassata nella cultura. Invece di presentare la natura come ciò che mette a rischio tutto il resto, spesso si rappresenta la natura come qualcosa di fragile che richiede la protezione degli esseri umani; tuttavia allo stesso tempo, la natura sembra fare rappresaglie con eventi legati al cambiamento climatico, violenti e imprevedibili come siccità e inondazioni che, a lungo termine, minacciano di rendere la Terra un luogo inadatto alla vita umana. Anche se la “natura” non è un soggetto e non prende decisioni, è rilevante prendere atto che il dominio umano sul pianeta ha molte conseguenze impreviste, di cui diverse a lungo termine e su larga scala. Questa nozione di Antropocene rappresenta la concettualizzazione su larga scala di un insieme di conseguenze di accelerazione. Sulla Terra, noi umani eccelliamo: abbiamo un incredibile successo nel proliferare e nel modificare l’ambiente al fine di soddisfare i nostri bisogni e desideri. Questa è la ragione per cui è raro che il termine “Antropocene” venga usato in senso celebrativo: è un segnale di allarme. Neoliberismo : nonostante abbia nette connotazioni ideologiche, può essere definito come un mezzo per spiegare quel cambiamento dell’economia globale tale da aver portato alla diffusione degli effetti di accelerazione. Quindi esso si riferisce a un particolare tipo di ideologia e pratica economica basate sul mercato e caratteristiche del periodo tra il XX e il XI secolo, secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da diritti di proprietà privata, liberi scambi e liberi mercati. Dagli anni

Ottanta le politiche neoliberiste sono state attuate, a intensità variabile, dalla maggioranza dei governi in tutto il mondo, che hanno privatizzato del tutto o in parte le imprese pubbliche e incoraggiato un’economia di mercato deregolamentata. In genere, le origini del pensiero neoliberista vengono fatte risalire a Friedrich Hayek e ai suoi successori. L’ordine neoliberista mondiale è caratterizzato dalla portata globale della comunicazione, ma anche dalla mancanza di un’alternativa unica, efficace e ideologica. La disillusione rispetto al fatto che i sistemi su larga scala possano migliorare il destino dell’umanità è totale. Eppure le alternative esistono, ma sono estese, varie e integrate a livello locale. Processi fuori controllo : Gregory Bateson, antropologo e studioso di teoria dei sistemi, era un pensatore profondamente ecologico e concepiva il mondo come costituito da collegamenti e processi; tentò di mostrare che sistemi molto diversi tra loro potevano esprimere alcune caratteristiche identiche. Con il termine “schismogenesi”, per esempio, indicava i processi fuori controllo, ossia processi di crescita che si rafforzano vicendevolmente fino a che, in ultima istanza, tendono al collasso, a meno che una “terza istanza” non entri nel processo e ne muti il rapporto. Esempio: il riscaldamento globale è la conseguenza di processi fuori controllo. Sindrome da tapis roulant : se i concorrenti migliorano o l’ambiente cambia, è necessario migliorare e adattarsi solo per mantenere il proprio posto nell’ecosistema, nel mercato… Nel nostro mondo c’è una intensificazione di questo tipo di competizione ma non la associamo al cambiamento globale surriscaldato o accelerato. Invece la competizione è il risultato dei processi incontrollati che creano il mondo surriscaldato. Doppio legame : il secondo concetto di Bateson è quello di doppio legame. All’inizio lo sviluppò con dei colleghi nell’ambito di una teoria della schizofrenia che sottolineava le relazioni famigliari patologiche e la comunicazione rispetto ai fattori fisiologici. Il doppio legame è un tipo di comunicazione auto-confutante, come dire nello stesso momento due cose incoerenti tra loro. Oggi, il doppio legame è tra CRESCITA e SOSTENIBILITÀ’ perché è una contraddizione fondamentale; sembra impossibile avere entrambe le cose. Flessibilità : il terzo concetto di Bateson è la flessibilità. In “Ecologia e flessibilità nella civiltà urbana”, Bateson definiva la flessibilità come “potenziale di cambiamento non impegnato”. Il contesto a cui si riferiva era il crescente degrado ambientale che cominciò a suscitare attenzione all’inizio degli anni Settanta. Bateson sostenne che l’aumento dell’uso dell’energia implicava una perdita di flessibilità, nel senso che limitava lo spazio delle possibilità. In una società costruita attorno all’uso quotidiano dell’auto, è difficile riconvertirsi a mezzi di trasporto più lenti e a minor dispendio energetico. Sostanzialmente la visione di Bateson era che la flessibilità utilizzata ed esaurita dalle popolazioni in crescita, che per i propri scopi sfruttavano molta dell’energia a disposizione, riduceva la flessibilità dell’ambiente (analisi rilevante). Mantenere la flessibilità del sistema dipende dal mantenimento di molte delle sue variabili entro limiti tollerabili. In un sistema flessibile, molte cose possono andare diversamente da come vanno, ossia, esso non è vincolato a un unico sviluppo. La standardizzazione e la specializzazione riducono la flessibilità. Allo stesso tempo, spesso un aumento di flessibilità in una certa area porta alla riduzione delle flessibilità in altre aree. Per esempio, con la tecnologia dell’informazione mobile il lavoro diventa più flessibile, nel senso che si può lavorare ovunque, ma la flessibilità aumenta solo per ciò che riguarda il luogo. Si diventa, invece, meno flessibili rispetto al tempo dato che se ne consuma molto per via della reperibilità costante. Anzitutto, a un livello di scala planetario, l’aumento della flessibilità causato dalla rivoluzione dei combustibili fossili ha ridotto la flessibilità del sistema globale. Riproduzione : stretto sinonimo di sostenibilità, la riproduzione si riferisce alla capacità di una persona, di un sistema o di un campo sociale di continuare il proprio percorso senza doversi continuamente adattare a mutamenti esogeni. Parecchia dell’opposizione ai processi fuori controllo del surriscaldamento globalizzato può essere intesa come crisi della riproduzione, cioè rottura del sistema o del mondo della vita causata da un cambiamento accelerato, imposto, in uno/più ambiti essenziali. La globalizzazione non crea persone globali e i cambiamenti standardizzati su larga scala imposti dall’economia neoliberista e dal cambiamento

mondo surriscaldato, può essere difficile conciliare la sostenibilità globale con le aspirazioni e le concezioni diffuse circa una vita buona. Trawick e Hornborg sostengono che il costo di un uso crescente dell’energia è necessariamente il deperimento ambientale. La loro conclusione è che, da un punto di vista fisico, la crescita economica sia un processo non creativo ma distruttivo, basato sul consumo di risorse naturali limitate che ogni giorno vengono rapidamente consumate fino a scarseggiare. Riprendiamo la visione di “The Limits to Growth” (1972) la cui tesi principale era che la popolazione mondiale in crescita e legata all’industrializzazione avrebbe, nel tempo, necessariamente esaurito le risorse. Le previsioni degli autori sono confermate da studi successivi se si pensa che sono state formulate prima che il riscaldamento globale fosse all’ordine del giorno per la scienza e a un tempo in cui la popolazione era circa la metà di quella odierna. Pianeta a carbone – esempio Gladstone (città fatta di carbone) Il carbone e la modernità sono due facce della stessa medaglia; il carbone e il cambiamento accelerato post- napoleonico sono gemelli. Senza carbone, la rivoluzione industriale inglese si sarebbe fermata in pochi anni. È stato l’enorme ottimismo suscitato dalla rivoluzione scientifica in Europa e dall’Illuminismo a creare la tecnologia che ha reso possibile estrarre il carbone più in profondità e utilizzarlo per scopi sempre più numerosi. L’esatta data di inizio dell’Antropocene rimane oggetto di dibattito, ma un punto di partenza significativo è stato attorno all’anno 1800, ossia l’inizio dell’epoca dei combustibili fossili. Se per millenni la religione aveva dato speranze e conforto alle persone, ora a dare speranza era la storia del progresso, dello sviluppo e la promessa di una vita migliore. La storia della speranza nel progresso è intimamente connessa all’aumento del consumo di energia, e non è un caso che stia perdendo presa proprio ora, quando le persone cominciano a realizzare gli effetti collaterali imprevisti del carbone e dei suoi derivati. Dal 1800 la popolazione è aumentata di sette volte mentre il consumo di energia di ventotto. Il carbone è una straordinaria fonte di energia. Abbinato alla tecnologia appropriata, il carbone aumenta la propria produttività, affrancando milioni di persone del lavoro fisico e rendendo possibile nutrire concentrazioni demografiche urbane sempre più numerose. Al pianeta sono voluti trecento milioni di anni per comporre i giacimenti che adesso stiamo bruciando nel giro di poche generazioni, causando la destabilizzazione del pianeta. I ricercatori sostengono che non si potrà continuare così però è difficile smettere, come altre forme di dipendenza, la situazione è quella di un doppio legame. Alcuni potrebbero avere l’impressione che il tempo del carbone sia più meno alla fine e che sia stato superato da altri combustibili fossili; è evidente che petrolio e gas hanno dei vantaggi, soprattutto nella produzione e nella distribuzione. Carbon Democracy – il potere politico non è legato solo alla capacità di produrre, controllare e distribuire energia, ma anche nella capacità di interrompere il flusso, per questa ragione le miniere di carbone sono più democratiche delle piattaforme prolifere. Nelle comunità delle estrazioni le persone hanno la concreta possibilità di quantificare il proprio potere mentre nelle società del petrolio il potere tende a essere concentrato e centralizzato. In breve, i diritti dei lavoratori acquisiti durante il primo secolo di industrializzazione in Occidente, e di cui ora molti rilevano la spartizione all’interno di un’economia dell’informazione frammentata, erano in gran parte l’effetto di un controllo de facto dei lavoratori sui flussi di energia. Le èlite politiche sono sempre state consapevoli del potenziale di mobilitazione dei produttori di energia. La svolta dal carbone al petrolio assottiglia il potere di negoziazione della classe lavoratrice. È interessante notare che oggi le miniere di carbone sono state riconcepite e riconfigurate per avere una struttura simile a quella delle trivellazioni petrolifere e con questa tecnica nell’estrazione del carbone richiede di conseguenza un’intensità del lavoro minore e un’intensità di capitale superiore rispetto al passato. Il carbone rimane una fonte di energia diffusa e il suo consumo continua ad aumentare nonostante la rapida crescita di altri combustibili fossili.

Quando tra crescita e sostenibilità si instaura un doppio legame si sostiene sovente che le industrie estrattive siano miopi e operino su una scala temporale breve, mentre, al contrario, gli ambientalisti ragionano in termini di sostenibilità di lungo periodo. Non è necessariamente così. L’industria del carbone presuppone una pianificazione a lungo termine e raramente genera immediati profitti. È diventato più probabile che in questo secolo il pianeta si trovi ad affrontare una catastrofe climatica più che la fine dei combustibili fossili. Nell’economia globale neoliberista odierna, il tema delle conseguenze ambientali a lungo termine è sul tavolo, ma non per coloro che dettano le condizioni dell’estrazione continua. Il mercato dell’energia opera su scala globale, ma non è connesso alle riflessioni sulle conseguenze impreviste a lungo termine e nonostante i problemi di sostenibilità ecologica siano ben noti, il sistema energetico mondiale non ha la flessibilità per cambiare rotta. A dispetto di un interesse considerevole per le energie rinnovabili, il sistema economico globale è inchiodato alla propria dipendenza storica del petrolio, gas e carbone. Non c’è alcun segno che l’umanità sarà in grado di sopravvivere in modo dignitoso e pacifico in assenza di una fornitura costante e affidabile di energia, ugualmente andare avanti così nel prossimo futuro non è probabile ma nemmeno giustificabile dato che sappiamo degli effetti distruttivi su scala planetaria del consumo di combustibili fossili. Analizzare il clima e l’ambiente da una prospettiva di surriscaldamento implica anche focalizzarsi sul rapporto tra espansione capitalistica e degrado ambientale, sui conflitti di scala in cui la crescita economica locale causa l’indebolimento delle condizioni di vita su scala più grande, e su come la mancanza di un meccanismo di controllo permetta che il processo del cambiamento climatico irreversibile di intensifichi. Il cambiamento climatico va considerato in rapporto alle industrie estrattive. La ricerca etnografica sulle attività di estrazione permette di capire l’integrazione economica globale e le diseguaglianze globali, il conflitto di scala che emerge quando un’impresa globale trae profitti da un’area particolare e poi prosegue, producendo, proporzionalmente alla propria rilevanza, ricchezza e povertà, violenza e diseguaglianze. Gli scienziati sociali si concentravano sulle estrazioni, ma non sul significato ampio che riveste l’energia nelle vite umane. L’effetto dei combustibili fossili sul cambiamento climatico è noto e ben documentato, ma il rapporto tra energia e condizione umana rimane poco studiato. In antropologia, sta nascendo un interesse in questo campo. Un numero della rivista “Anthropological Quarterly” di Boyer ha preso in esame l’”energopower” e nel 2008 la rivista “Focaal” ha pubblicato un numero speciale su petrolio e potere; in queste pubblicazioni veniva analizzato soprattutto il potere politico, in modo analogo all’analisi condotta da Mitchell sulla politica del petrolio. L’approccio all’energia incentrato sul surriscaldamento sottolinea il ruolo dell’energia in quanto forza motrice del cambiamento accelerato in ambiti essenziali della società umana, in particolare i processi economici e quelli ambientali, che incidono sull’identità e sull’appartenenza. Io vedo l’energia nell’ottica delle crisi della riproduzione e dei conflitti di scala. Leslie White aveva sostenuto che c’era una correlazione diretta tra uso di energia ed evoluzione sociale; per sviluppo culturale intende aumento di popolazione, alla divisione del lavoro e all’avanzamento tecnologico. La sua intuizione principale è importante ancora adesso per un’analisi della situazione contemporanea: l’accesso all’energia è profondamente legato alla forma e alla vita sociale, anche se deve essere messa in discussione l’equiparazione tra alto consumo energetico e progresso culturale. White riassume la sua visione in una “legge dello sviluppo culturale: la cultura avanza o con l’aumento della quantità annua di energia pro capitale, o con l’aumento dell’efficienza e dell’economia dei mezzi di controllo dell’energia, o con entrambi”. Nel suo articolo del 1943, White circa una ricerca che stimava la fine del petrolio nel 1955 ma con le nuove tecnologie e le scoperte hanno aumentato la produzione del petrolio e per ora non sembra esserci nessuna fine di esso, del gas e del carbone, nonostante l’accelerazione delle estrazioni. Gli effetti collaterali sull’ambiente sono tra le principali preoccupazione riguardanti l’energia della ricerca e della politica, soprattutto per quanto riguarda i paesi ricchi. Le fonti di energia alternative vengono analizzate e sperimentate in tutto il mondo. Un grave problema per i poveri del mondo è l’accesso limitato all’energia,

via) sarebbe praticabile se la popolazione mondiale non superasse alcune centinaia di milioni di individui. Si potrebbe percorrere una via di mezzo. l’umanità, in aumento, ha bisogno di un accesso al cibo – e energia – in modo regolare e pianificabile. L’era dei carnivori, così come quella dei combustibili fossili, sta giungendo alla fine ma, al momento attuale, non sembra un’eventualità prossima. La transizione a una classe media globale, che si verifica su larga scala nei paesi in rapida evoluzione viene espressa di frequente con il passaggio a una dieta meno erbivora. Gli esserci umani hanno bisogno di energia, così come gli altri esseri viventi. In un mondo surriscaldato, la competizione per l’energia non è solo intraspecie e infraspecie; è l’attuale consumo di energia a essere insostenibile. Pensatore australiano introduce il termine “solastalgia” riferito allo stress indotto da fattori ambientali: “esso è il disagio prodotto dai cambiamenti ambientali che incidono sulle persone mentre esse sono direttamente legate al loro ambiente quotidiano”; potrebbe essere descritto come una forma di nostalgia per la propria casa quando ne si è allontanati, dunque relativa a un basso livello di scala. Allo stesso tempo, la solastalgia unisce il livello individuale al livello planetario. Quando il livello del mondo della vita entra in conflitto con quello dell’economia globale, le persone si chiedono a chi possono dare la colpa e cosa possono fare. Nonostante i grandi discorsi sul passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, il carbone è ancora la modernità. Capitolo 4 – Mobilità Paul Virilio affermò che eravamo entrati in un’era “senza ritardi”, si riferiva alla comunicazione istantanea. Il traffico su una strada a più corsie si manifesta in tre forme principali, che possono essere una metafora per alcune delle implicazioni dei processi di surriscaldamento: la ibera circolazione, il traffico sincronizzato e l’ingorgo stradale. Il traffico può viaggiare regolare e, un attimo dopo, essere completamente fermo: esattamente come un distacco programmato, con la differenza, però, che a interrompere il flusso non è un intervento umano. Il contatto accelerato e intensificato tra parti del mondo fino a quel momento separate facilita la comunicazione, ma pure malintesi e conflitti. Si deve tenere presente che il cambiamento accelerato non implica che tutto debba andare più veloce. I processi di surriscaldamento tendono a raffreddare luoghi, attività e ambiti. Anzitutto il cambiamento non dura per sempre. In secondo luogo, a volte vi è un rapporto diretto tra surriscaldamento e raffreddamento: anche se il sole splende, alcuni posti sono lasciati in ombra, superati e dimenticati. Infine, “elementi differenti del cambiamento culturale mutano a velocità differenti”. È all’interstizio tra questi processi che si producono i cultural lags, gli scarti culturali. Le diversità di velocità sono anche il contesto per frizioni e conflitti. Una delle caratteristiche più essenziali del mondo surriscaldato è l’aumento della MOBILITA’; la maggior parte delle persone è colpita, direttamente o indirettamente, dal cambiamento accelerato. La maggioranza delle persone trascorre la propria vita vicino al luogo in cui è nata. Intesa proporzionalmente alla popolazione mondiale, oggi la percentuale di emigranti internazionali è più bassa di quanto fosse alla vigilia della prima guerra mondiale. Eppure diverse forme di mobilità sono notevolmente aumentate negli ultimi decenni. Forme di mobilità aumentate: traffico aereo globale e numero di macchine in circolazione. Con mobilità ci si concentra su due aspetti:

  1. turismo - nel 1960 si avevano 25 milioni di turisti; nel 2012 si registrano 1 miliardo di turisti; la crescita del turismo ha comportato una diminuzione delle peculiarità locali e una omologazione culturale. Quando un luogo oltrepassa il punto di non ritorno oltre il quale smette di essere una località in cui i turisti vanno e si trasforma, invece, in una meta turistica, allora non c’è più autonomia e non definisce più sé stesso ma si vede assegnato un ruolo in una dinamica internazionale il cui sviluppo viene deciso altrove. Si riduce così la FLESSIBILITÀ’. Non sono più in grado di convertirsi a una condizione pre-turistica (aumenta la vulnerabilità).
  1. Profughi - nel 2013 si registrano 60 milioni di sfollati. Cause: guerre civili, guerre di intervento, crisi. Se sei in grado di produrre sarai accolto meglio, se hai bisogno di protezione e non sei produttivo sarai respinto o emarginato. Le persone che fuggono dai propri paesi, quindi, partono da una situazione surriscaldata ma che porta a periodi di raffreddamento, cioè di inattività e attesa (attesa per andare via dal paese, per essere accettato dal paese, per ottenere i documenti, un lavoro ecc.…). Questo “raffreddamento” involontario al confine, mostra che i profughi sono esclusi dalla partecipazione ai processi di surriscaldamento. Contribuiscono ben poco ai processi fuori controllo della crescita economica o al doppio legame tra sviluppo e sostenibilità. I profughi sono il surplus, superflui, non necessari e inerti. Capitolo 5 – città In un mondo surriscaldato, anche da investimenti su larga scala, dalle estrazioni, dalla crescita demografica, dalla mobilità, dall’industria agroalimentare e dagli sviluppi infrastrutturali, lo spazio è poco. Se è vero che il “mondo è in movimento”, la maggior parte dei suoi abitanti non si sta spostando verso i campi di detenzione per i profughi, ma verso i centri abitati e le città. Questo è fuori discussione. Pensiamo agli ingorghi stradali: sono immagini del surriscaldamento che mostra chiaramente un effetto collaterale paradossale dell’accelerazione: una tecnologia della velocità e della modernità quale l’automobile aiuta le persone ad accelerare fino a che non si raggiunge un punto in cui si trasforma nel suo contrario, ossia in uno strumento che rallenta. L’ingorgo inoltre indica una crescita accelerata che pochi avevano previsto e che sottrae FLESSIBILITÀ’. Mentre la ricchezza privata cresce in alcuni segmenti della società, permettendo a persone di comprarsi auto, la povertà pubblica impedisce alle autorità locali di costruire nuove strade. Dall’inizio della rivoluzione industriale, la popolazione mondiale, l’utilizzo di energia e la mobilità sono enormemente aumentati, ma l’urbanizzazione è andata avanti a un passo ancora più spedito. Come altre tendenze è passata a una marcia superiore dall’inizio degli anni Novanta. Tuttavia, la città in quanto tale è antica ed essenziale per la storia culturale che ci ha portati fino all’Antropocene; è più recente dell’agricoltura ma più antica dello Stato. La città ha sempre causato una crescita della complessità sociale e della creatività culturale. Di tutti i processi di surriscaldamento, l’urbanizzazione è uno dei più impressionanti ed è probabilmente lo sviluppo contemporaneo con le maggiori implicazioni sull’organizzazione sociale. La città offre ancora grandi opportunità per la realizzazione dei sogni e di progetti e, grazie alla differenziazione occupazionale, rappresenta un significativo aumento di flessibilità a livello individuale. Eppure le città sono congestionate. La maggior parte dei 6,4 miliardi di persone che si prevede vivranno nel 2050 non avranno accesso a molte delle risorse che rendevano attraente la vita cittadina solo fino a una/due generazioni prima. Gigantesche aree di insediamento non autorizzati compaiono incessantemente e senza nemmeno essere nelle vicinanze di un centro urbano a cui fare riferimento. Non sono semplici baraccopoli, né baraccopoli sorte vicino a una città prospera. È probabile che gli abitanti di queste aree debbano aspettare molto tempo, prima che il Comune decida di fornirli di una linea metropolitana, di biblioteche o piscina pubbliche. Questa crescita ha luogo senza che avvenga un adeguamento parallelo delle infrastrutture. A spingere la gente dalla periferia alla capitale non erano i sogni di libertà e di benessere, bensì una lunga e devastante siccità o le insurrezioni armate dal deserto. In molti continuano a vivere come nomadi anche in città, nelle tende, anche se senza bestiame e senza guadagni. Le cause della urbanizzazione: neoliberismo, pressione demografica, impoverimento dei suoli e la sottrazione dei terreni da parte di compagnie minerarie e di multinazionali. La crescita urbana fa sì che aumenti la flessibilità a livello individuale ma riduca la flessibilità a livello sociale. Infatti a livello sociale siamo dipendenti dal consumo. Economia informale del sud globale → Attività economica che, senza essere ufficialmente registrate, includono transazioni in natura o denaro. Nelle città del Sud, il numero di occupati nel settore informale supera quello del settore formale.

I trasferimenti su ampia scala dei rifiuti dai paesi ricchi verso i paesi poveri sono diventati pratica comune. Si possono anche spostare i rifiuti tra i continenti, ma non è possibile farli scomparire. Il problema cronico di sbarazzarsi del materiale in eccesso non scompare su scala globale solo perché gli americani convincono i cinesi a occuparsi dello stoccaggio dei rifiuti per loro. Lo studio scientifico dello smantellamento dei rifiuti ha una storia lunga, dato che essi sono sempre stati una fonte di informazione importante, e spesso essenziale, per l’archeologia. La spazzatura ha catturato l’interesse delle altre scienze sociali solo più recentemente. Con gli anni Dieci del Duemila, però, un buon numero di antropologi si è messo studiare i rifiuti, dalla ricerca di Joshua Reno sulle discariche, all’etnografia di Tommy Ose sugli scarti alimentari. Più si è ricchi più si producono rifiuti. Gli americani nel XX secolo hanno prodotto più rifiuti di chiunque altro, ancora oggi ne producono pro capite duecento volte di più degli indiani. Spesso, coloro il cui ambiente viene danneggiato da cumoli di scorie dell’industria mineraria o dal puzzo delle acque reflue non trattate contribuiscono non poco o affatto al problema dei rifiuti che intacca i loro mondi di vita. Il dilemma dei rifiuti è un fenomeno in rapida crescita in tutto il mondo, distribuito in modo diseguale e con implicazioni differenti per luoghi e persone in situazioni differenti, ma ormai impossibile da ignorare. Il problema dei rifiuti è un tema globale, che opera in una miriade di modi, si esprime a vari livelli di scala e, non ultimo, nello scontro tra questi. Negli ultimi decenni, in alcuni paesi del Nord, l’industria dello smaltimento dei rifiuti ha cominciato a incontrare il doppio legame fondamentale – crescita vs sostenibilità. Lo smaltimento è passato dall’essere un problema pratico, a rappresentare un problema igienico e sanitario, fino a diventare un fiore all’occhiello della politica ambientale comunale. Il riciclaggio di un numero crescente di “frazioni” di rifiuti è diventato comune e il risultato è che le discariche in molti paesi sono diventate obsolete. L’obiettivo finale della nuova ideologia del riciclaggio nel Nord globale è che potenzialmente tutti i tipi di rifiuti possano tornare da dove sono venuti. C’è tuttavia una dimensione gerarchica: il valore dei rifiuti viene spesso ricavato in paesi in cui il costo della manodopera è basso e fa ritorno verso paesi ricchi sotto forma di prodotti privi di qualsiasi traccia della storia dei loro componenti. In paesi caratterizzati da forti diseguaglianze la discarica è ancora un luogo di abbondanza in grado di dare sostentamento a migliaia di persone. Esempio: persone che vivono nelle discariche come il popolo Warao. Anche le persone possono essere gettate via o ignorati per mantenere i confini chiari e le frontiere nette. Le persone che, ad alti livelli della scala, non servono a causa del fatto che nei loro mondi di vita sono produttori e consumatori non efficaci, possono diventare immigrati falliti, mendicanti, vagabondi. Le città del Sud sono costrette a contenere molte più persone di quelle per cui erano state progettate, regimi di immigrazione sempre più severi tengono “i rifiuti umani” fuori dai confini dei paesi ricchi. A causa del neoliberismo, coloro le cui attività non sono classificate come economicamente utili hanno meno valore di coloro che offrono validi contributi. Capitolo 7 – sovraccarico di informazioni Il cambiamento accelerato è il protagonista in due sensi. In primo luogo, perché queste tecnologie e infrastrutture che permettono a individui di comunicare istantaneamente con l’estero; in secondo luogo, poiché esse sono, per loro stessa natura, strumenti di comunicazione accelerata. In altre parole, la comunicazione internazionale ad alta velocità si è sviluppata ad altissima velocità. Non esiste altro ambito che abbia goduto di una crescita esponenziale tanto evidente e tangibile quanto quella che ha interessato la sfera dell’informazione. I cambiamenti sono stati interpretati in molte maniere. Alcuni parlano di “inquinamento dei cervelli, alcuni individuano mutazioni nella società provocate dalle nuove tecnologie; alcuni diffidano del potenziale della rete in ambito di sorveglianza e controllo; altri ritengono che internet sia uno strumento di libertà capace di affrancare l’informazione e facilitare la condivisione, spianando inoltre la strada a conversazioni globali che aumentano il potenziale umano in termini di solidarietà e tolleranza culturale, ma anche al manifestarsi di una consapevolezza globale nei riguardi di contraddizioni di larga scala come la disuguaglianza, la guerra e il cambiamento climatico. Dipendere da reti elettroniche per lo

svolgimento delle attività quotidiane rende vulnerabili. La velocità del recente cambiamento tecnologico e la sua penetrazione nelle società di tutto il mondo sono state straordinarie. Nel libro Tyranny of the Moment l’autore scrisse che l’avvento di queste tecnologie e di come questi salva- tempo non avessero fatto altro che rendere le persone più stressate di prima, oltre a ridurne la flessibilità, e a come l’accesso illimitato a un’informazione prevalentemente gratuita ci avesse reso ben meno informati di prima. 2010 il 10% della popolazione mondiale aveva accesso a Intenet. Un altro importante cambiamento iniziato con i social media ovvero una rete globale creata per fini di comunicazione, più che di mera informazione. Una rete per la conversazione, la condivisione di contenuti e la pubblicazione di commenti, il web della democrazia, nel quale tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione ma anche dove l’eccesso di informazione disponibili ci ostacola nel raggiungere posizioni convergenti e omogenee sulla vita, l’universo e quant’altro. Conseguenze: intensificazione di internet e il suo utilizzo rispetto al passato e la frammentazione dei contenuti dell’informazione in pacchetti sempre più piccoli e riduzione della soglia d’attenzione, e con essa della capacità di assorbire le informazioni, assimilarle e trasformarle in conoscenza. Anche la rivoluzione dell’informazione riflette, rafforza e trasforma le diseguaglianze globali. In linea generale, più un paese è povero in termini di Pil, meno diffuso sarà l’utilizzo di internet. Tuttavia, la proliferazione di telefoni cellulari a basso costo ha reso il divario tecnologico meno netto di quanto ci si potrebbe aspettare; poiché i cellulari estendono le reti operative di chi li utilizza. I cellulari hanno avvicinato le persone socialmente. La mobilità virtuale offerta dalla comunicazione senza fili estende le mobilità fisica delle persone e la crescita incontrollata registrata nell’utilizzo di internet dagli anni ’90 a oggi potrebbe accompagnarsi a un’intensificazione altrettanto sfrenata della mobilità umana. Tra i tentativi di colmare il divario tecnologico su scala più alta di quella propria dell’uso domestico e della socialità personale, troviamo alcuni progetti di sviluppo per aiutare gli abitanti del Sud globale a trarre vantaggio da queste tecnologie: iniziativa Ong Norvegese al fine di donare computer ad alcune scuole della Tanzania; l’unico computer visto dai ricercatori era chiuso in un armadietto. La tecnologia è aperta e non si presta, in sé, a nessun semplice determinismo al di là della sua capacità intrinseca di permettere la comunicazione e il recupero di informazioni. Per quanto siamo certi che tali dispositivi siano stati utilizzati per il coordinamento delle attività, non esistono prove del fatto che la tecnologia in quanto tale abbia giocato un ruolo centrale nella produzione di quella situazione politica surriscaldata. L’accelerazione delle attività non ha interessato tutte le regioni del mondo in pari misura, i suoi effetti sono avvertibili praticamente ovunque. La transazione da un supporto di archiviazione fisico e relativamente sostenibile (carta) al formato digitale ha reso la quantificazione difficile e una crescita esponenziale inevitabile. Per coloro che vi sono esposti questa situazione prova una serie di criticità ben note: il declino dell’approfondimento in favore della quantità, il primato della frammentazione a scapito della coerenza, difficoltà di orientamento intellettuale e una saltuaria sensazione di fatica dovuta al sovraccarico di informazioni. Effetto del surriscaldamento l’eccesso di informazioni può essere visto come analogo alle ampie problematiche descritte nel capitolo precedente o come parte integrante. La disponibilità crescente di informazione libera, produce un sovraccarico, ovvero informazioni indesiderate o superflue. L’eccesso di informazioni può essere analizzato alla luce del concetto di flessibilità di Bateson: un individuo con accesso a una serie in informazioni vive il proprio rapporto con l’informazione in maniera flessibile rispetto a qualcuno che si accontenta dei vecchi media, poiché dispone di un’ampia possibilità di scelta; nella pratica le cose non stanno così. Nel mondo accademico, l’enorme proliferazione delle pubblicazioni fa sì che anche negli ambiti più specifici sia ormai difficile tenersi aggiornati. Eppure, si potrebbe obiettare che ci serve solo la capacità di selezionare e filtrare le informazioni, ma non è così facile. Quindi per sfruttare a meglio questa flessibilità sono necessari criteri di selezione. La quantità di informazioni disponibili, ma anche la velocità del loro ricambio, sono nemiche della profondità di pensiero e della produ zione intellettuale di qualità. In un mondo surriscaldato, la conoscenza e i mezzi utilizzati per archiviarla e diffonderla, diventano rapidamente obsoleti. Per quanto si tenti di arginare l’inquinamento dello spazio digitale attraverso filtri virtuali contro i contenuti indesiderati (situazione simile alla classe media globale), restare disconnessi per più di un giorno non è considerato opportuno. La sensazione di annegare in un mare di informazioni superflue può talvolta superare

Tuttavia l’esempio più chiaro di neoliberismo impazzito ci è dato dalla finanziarizzazione, la cui natura di commercio di beni fittizi (denaro), unito all’irregolare scoppio di bolle, assicura la costante instabilità del sistema a livello globale. La competizione da tapis roulant, che si verifica a diversi livelli di scala, alimenta la degenerazione dei processi e dimostra come questi manchino di limiti e di obiettivi.

  • Il principale doppio legame della nostra epoca è conciliare la crescita economica e sostenibilità ecologica. L’una preclude l’altra, eppure i politici e le organizzazioni mondiali affermano di sostenerle entrambe.
  • La spinta verso livelli di scala superiore è intrinseca alla globalizzazione, i cui detrattori propendono invece in larga parte per la direzione opposta. Per quanto la “globalizzazione dal basso”, ovvero l’economia informale e il piccolo commercio internazionale informale, sia un fenomeno molto diffuso, i processi su larga scala, o su scala estesa, provocano cambiamenti di ben maggiore portata e incisività. La nozione di “scala” può essere concettualizzata in termini di spazio, di organizzazione sociale, di universi cognitivi e orizzonti temporali, e in tutti questi contesti lo stato surriscaldato del mondo in cui viviamo provocano conflitti di scala più potenti ed evidenti che mai. Salire di livello “scontro di civiltà” enunciata da Huntington considera le differenze culturali profonde come forza scatenante e causa primaria di conflitti che esploderanno lungo le “linee di faglia” che separano le civiltà. La controtesi dell’autore è che il concetto di scontro tra ordini di grandezza risulta più chiaro, versatile e utile nel decifrare le frizioni e le tensioni provocate dal neoliberismo globale, dall’egemonia dei combustibili fossili e dai danni ambientali che ne conseguono. Passare a una scala più alta significa espandere qualcosa per trarne una qualche forma di beneficio. In politica, la versione moderna di questo concetto, è il nazionalismo. Salire di scala crea economie di scala. Le conseguenze dell’aumento di scala sono riscontrabili nell’economia e nelle politiche ambientali.
  1. nell’economia: dove gli attori minori vengono sbaragliati dalle grandi multinazionali. Più le attività commerciali minori si trovano schiacciate nella competizione e più si produce un effetto di riduzione della flessibilità. Esempio: nelle monocolture, la produttività aumenta, ma il singolo contadino diventa un lavoratore dipendente e così trae vantaggio pecuniario ma perde autonomia e flessibilità in quanto il suo sostentamento dipende interamente dalla piantagione. Anche la piantagione riduce la biodiversità e di conseguenza la flessibilità ecologica. Logica omologante e semplificatrice: il mondo del commercio ha stabilito uno standard industriale e i concorrenti incapaci di reggere la competizione sono condannati all’oblio. I conflitti di scala nell’economia possono essere positivi per l’economia mondiale ma non per quelli che ne subiscono direttamente gli effetti. L’aumento di scala produce un trasferimento delle responsabilità a livello di scala più alti, il che rende difficoltoso esercitare influenza a livello locale.
  2. Nelle politiche ambientali: sensazione di prevaricazione da parte di forze economiche di ampia scala, o di essere ignorati da istituzioni e ONG è una fonte di risentimento e conduce spesso a proporre alternative a livello locale. Scala e colpa (fiducia, colpa, responsabilità) Molti mettono in discussione la stabilità e la legittimità delle strutture e dei tipi di rapporti sociali che in passato erano in grado di creare fiducia. Difficilmente i sistemi su ampia scala possono godere di fiducia se mancano alle promesse fatte e non sono in grado di produrre una conoscenza che si presenti vera e rilevante; gli individui scelgono di dare, allora, la propria fiducia a un altro regime di conoscenza su vasta scala, oppure di fare un passo indietro e fidarsi di persone che conoscono e della esperienza diretta, attribuendo contemporaneamente la colpa di ogni problema a processi su scala più elevata. Accusare il “sistema” (a livello regionale, nazionale o globale) è una delle reazioni locali più comuni agli effetti del surriscaldamento.

Ho scelto di aprire il mio libro con una riflessione sul rimpianto di Lévi-Strauss nei confronti di un mondo ormai perduto e le angosce suscitate dalla globalizzazione della modernità, sostenendo come il mondo surriscaldato del cambiamento accelerato dovrebbe essere al centro dell’indagine accademica sulla contemporaneità. Piuttosto che struggerci alla ricerca di purezza, dobbiamo accettare le impurità, la presenza di mondi culturali in conflitto, che cambiano a velocità diverse, e che riescono raramente a sincronizzarsi, anche solo con sé stessi. Ciò che giova a livello locale può rivelarsi catastrofico se proiettato a livello globale, e ciò che ha senso globalmente potrebbe rivelarsi disastroso localmente. Una delle premesse principali di una conversazione globale è un processo continuo di ibridazione o creolizzazione culturale. Le culture non stanno diventando identiche ovunque, ma stanno sviluppando nodi di contatto condivise con il mondo. Questa è una delle principali modalità di espansione dei mondi cognitivi. Lasciarsi alle spalle il mondo di Lévi-Strauss. Tre decenni fa le culture erano scarsamente in contatto le une con le altre, nonostante vi fossero comunque sporadici momenti di scambio e di influenza reciproca. Il contatto tra culture, sviluppatosi attraverso l’imperialismo e la crescita del capitalismo globale, ha fatto scaturire una serie di problematiche legate all’incontro tra culture diverse tra loro, ognuna dotata di una propria logica interna. Non si è ottenuto altro che incomprensioni e conflitti e la prevaricazione della cultura economicamente e culturalmente più debole da parte di quella più forte (termine: imperialismo culturale). Questa comprensione della cultura e della differenza culturale pare antiquata poiché il mondo è cambiato. Per quanto le culture non siano mai state isolate dalle altre culture, le possibilità di ritrovarsi culturalmente isolati si sono ridotte a un ritmo accelerato dalla fine del XX secolo. L’economia e la politica sono globali o internazionali. I progressi delle tecnologie delle comunicazioni permettono a denaro, beni… di poter circolare nel mondo a velocità sempre maggiore. I cambiamenti di questo magnitudo alterano i mondi di vita delle persone, rendendo necessarie nuove forme di comunicazione tra culture differenti. Oggi è comune pensare che i processi della globalizzazione porteranno all’annichilimento delle differenze culturali. Prospettiva diversa degli intellettuali del Sud globale, si concentrano sugli aspetti neo-coloniali della globalizzazione, insistendo sulla persistenza dei divari e sul fatto che le possibilità offerte dalla globalizzazione sono riservate ai privilegiati. Terzo approccio riguarda le nuove forme di variazione culturale, che si stanno evolvendo nel contesto della modernità globale, dato che modernità non significa omogeneità globale. La globalizzazione genera “creoli culturali” persone che vivono alle intersezioni tra diverse tradizioni culturali, costantemente bombardate da impulsi, aspettative… da angolazioni diverse e svolgono un continuo lavoro di creazione di sé stessi sulla base di una fibra culturale propria. Le popolazioni vivono secondo mobilità uniche, seguendo le proprie tradizioni e così via. La concezione di identità nazionale si dota di nuove sfumature e di nuove diversità. In questo tipo di mondo, irriducibilmente vario e cronicamente surriscaldato, siamo tutti stranieri in terra straniera. Allo stesso tempo, ci troviamo tutti sulla stessa barca, divisi da un unico destino.