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Riassunto discorsivo del manuale, tutti i capitoli.
Tipologia: Dispense
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Con “Relazioni Internazionali” si intendono quelle relazioni politiche, economiche, sociali e culturali tra due o più paesi. In questa definizione possiamo includere le relazioni che i governi stringono con attori importanti quali multinazionali e organizzazioni internazionali. Le “Relazioni Internazionali” risalgono a 2500 anni fa. Città-Stato come Atene e Sparta mantenevano rapporti commerciali l’una con l’altra, partecipavano con altre città a competizioni sportive, instauravano rapporti diplomatici, stringevano alleanze e combattevano guerre sia come nemiche sia come alleate. Il primo modo per iniziare a costruire una conoscenza solida sull’argomento è quello di apprendere i termini e i concetti basilari ed essere in grado di utilizzare la struttura dei livelli di analisi per poter organizzare e capire concetti e idee sulle Relazioni Internazionali. Il passo successivo è l’esplorazione di quelle che definiamo “domande fondamentali”. Queste non sono altro che domande importanti e impegnative che sono sopravvissute alla sfida del tempo. In ultimo, crediamo che sia di importanza cruciale la capacità di collegare concetti riguardanti le Relazioni Internazionali attraverso diverse dimensioni, il passato e il presente, la teoria e la pratica, le aspettative e le realtà storiche, oltre a quella di essere in grado di vedere e analizzare il mondo da diverse prospettive.
Nonostante l’iPhone sia stato progettato da Apple in California, i vari componenti sono prodotti in tutto il mondo. Un’azienda sudcoreana, Samsung, ne produce il processore, il modulo dello schermo e la tecnologia dietro il touch screen vengono dal Giappone, mentre una compagnia con sede in Germania fabbrica il modulo della fotocamera. I vari componenti sono quindi spediti in Cina per assemblaggio e della spedizione degli iPhone in tutto il mondo. In questo caso, le varie aziende europee, americane e dell’Asia orientale condividono i benefici di questi scambi. I frutti di queste Relazioni Internazionali non sono costituiti unicamente da scambi e vantaggi commerciali, talvolta può succedere che dalle interazioni tra Stati nascano guerre e conflitti. L’1l settembre 2001 alcuni membri appartenenti all’organizzazione terroristica Al Qaeda dirottarono due aerei di linea facendoli schiantare contro le Torri Gemelle del World Trade Center, a New York. Altri membri dell’organizzazione dirottarono un terzo aeroplano contro il Pentagono a Washington, un quarto era anch’esso diretto verso la capitale ma i terroristi non riuscirono a mantenere il controllo del mezzo. Questi attacchi provocarono l’invasione americana dell’Afghanistan, il cui governo offrì rifugio ad Al Qaeda, e giustificarono anche la guerra contro l’Iraq nel 2003. Oltre a questi conflitti, gli attacchi motivarono varie operazioni di spionaggio e incursioni da parte delle forze speciali americane in diversi paesi del mondo, tra le quali quella in Pakistan che nel maggio del 2011 portò all’uccisione di Osama bin Laden. Il conflitto tra Stati Uniti e Al Qaeda continuò, e nel maggio del 2012 l’organizzazione terroristica sferrò un attacco contro il consolato statunitense a Bengasi, in Libia, durante il quale morirono l’ambasciatore statunitense e altri tre concittadini. La guerra al terrorismo costituisce una parte importante della storia moderna, caratterizzata da una forte ingerenza statunitense nelle Relazioni Internazionali. Adottando una visione più ad ampio spettro, bisogna anche considerare che – in termini relativi – gli Stati Uniti sono il paese storicamente meno influenzato dalle guerre avvenute oltre i propri confini. Consideriamo ora altri due paesi, Francia e Germania, la cui inimicizia è stata parte integrante della storia europea per più di un secolo. I due paesi si scontrarono aspramente nel 1870 e furono tra i protagonisti principali delle due guerre mondiali. Dal 1951 però, i governi di Francia e Germania hanno collaborato sia in ambito politico che economico all’interno dell’odierna Unione Europea (UE) e in ambito militare nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), la quale prevede che tutti i membri siano tenuti a intervenire collettivamente in difesa di uno Stato dell’alleanza atlantica, nel caso di attacco. Oggi un conflitto tra Francia e Germania è praticamente impensabile. Oggi tra i membri dell’UE non vi è il timore di un conflitto interno ai confini europei quanto invece è presente la preoccupazione per la crescente instabilità economica e la difficoltà di trovare misure per risolvere la crisi finanziaria. È necessario sottolineare che le Relazioni Internazionali non si limitano a conflitti e al movimento di beni e valute, ma riguardano anche la libertà degli individui di attraversare i confini nazionali. Al mondo oggi vi sono 196 paesi (includendo Taiwan) che interagiscono l’uno con l’altro in ambito politico, economico, sociale, culturale e scientifico. Non solo, gli Stati intrattengono relazioni anche con le organizzazioni governative internazionali (IGO), ovvero organizzazioni alle quali gli Stati vogliono prendere parte per favorire i propri interessi economici e politici, come le Nazioni Unite (ONU), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). I governi hanno anche interazioni continue con gli attori privati il cui operato è di natura transnazionale, come General Electric (GE), Lenovo, “Médecins Sans Frontières” (Medici Senza Frontiere) e movimenti politici e sociali di natura transnazionale come i Fratelli Musulmani e il Forum Sociale Mondiale.
Il primo passo è identificare gli attori fondamentali delle Relazioni Internazionali. Per prima cosa siamo interessati ai leader nazionali in quanto individui. Con leader nazionali si intendono figure come il presidente degli Stati Uniti o il cancelliere tedesco, che detengono il potere esecutivo e che quindi sono autorizzati a prendere decisioni in ambito militare e di politica estera a nome del loro paese. In questa categoria vengono inclusi anche, ad esempio, il ministro della Difesa russo, o il ministro brasiliano dell’Agricoltura, in quanto il ruolo che ricoprono permette loro sia di fare proposte di legge che di implementare determinate decisioni dei loro rispettivi leader nazionali. Secondariamente siamo interessati agli Stati. Uno Stato è un’entità politica che possiede due caratteristiche fondamentali: un territorio con dei confini ben definiti e un’autorità politica per esercitarne la sovranità, ovvero la capacità effettiva e riconosciuta di governare sui cittadini che risiedono all’interno del territorio, e la capacità di stabilire relazioni con i governi che amministrano altri Stati. Lo Stato deve essere distinto da un altro attore fondamentale nelle Relazioni Internazionali, ovvero la nazione. Gli Stati sono unità politiche, mentre le nazioni sono costituite da gruppi di persone che condividono una cultura, storia, o lingua comune. Il termine Stato-nazione si riferisce, quindi, a una particolare unità politica abitata da persone che condividono una cultura, storia o lingua comune. Trovare Stati-nazione puri è molto raro. Possibili esempi sono l’Albania, dove più del 95% della popolazione è di etnia albanese, o l’Islanda, la quale possiede una lingua e una cultura esclusiva di quell’isola. Le nazioni solitamente trascendono i confini dei singoli Stati. Persone di nazionalità cinese possono essere trovate sia in Cina che a Taiwan, a Singapore, in Malesia e in altre parti del Sud-est asiatico. In modo analogo, alcuni Stati contengono più di una nazione, ad esempio l’ex Unione Sovietica includeva non solo persone di nazionalità russa, ma anche armena, ucraina, georgiana, lettone e lituana. L’ultimo attore chiave è costituito dagli attori non statali. Sono attori diversi dallo Stato i quali operano sia all’esterno che all’interno dei confini statali, con importanti implicazioni per le Relazioni Internazionali. Multinazionali come la Coca-Cola, la Philips e il conglomerato giapponese Mitsubishi, sono attori non statali che svolgono operazioni commerciali in tutto il mondo. La Chiesa cattolica e il National Council of the Churches degli Stati Uniti sono entrambi importanti attori attivi globalmente e rientrano nella categoria di attori non statali. Anche le organizzazioni criminali e terroristiche, come le mafie e Al Qaeda, sono considerate attori non statali. Quando si afferma che uno Stato (o uno Stato-nazione) ha un particolare interesse si intende che quello Stato desidera mantenere o raggiungere una particolare condizione a livello globale così importante da volerne sostenere i costi. Per esempio, recentemente il governo cinese ha rivelato che, tra i suoi interessi, c’è quello di ottenere la completa sovranità del Mar Cinese Meridionale, molto probabilmente a causa del petrolio e del gas naturale nell’area. Con questa dichiarazione, è naturale supporre che il governo cinese si sia inimicato i vicini, come Indonesia, Malesia, Filippine, Vietnam, dato che anche questi rivendicano la sovranità su alcune parti. Non deve stupire quindi che il Mar Cinese Meridionale sia diventato un punto di interesse per la politica mondiale. In che modo gli Stati promuovono o difendono un particolare interesse? Ebbene, gli Stati perseguono questo obiettivo tramite lo sviluppo e l’implementazione di una particolare strategia, che è ciò che unisce i mezzi ai fini. Se l’obiettivo ultimo della Cina è quello di riuscire a imporre la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale, parte della sua strategia consisterà nell’indurre paesi come il Vietnam e le Filippine a rinunciare alle proprie rivendicazioni e riconoscere la Cina come unico sovrano dell’area. Per raggiungere il proprio obiettivo, il governo cinese farà quindi uso di particolari strumenti di policy, di vario tipo, ad esempio azioni diplomatiche, di propaganda e anche militari, seppur di bassa intensità.
Come si vedrà nei capitoli successivi, esistono molte teorie delle Relazioni Internazionali e, parallelamente, molti dibattiti sull’effettiva utilità e validità di alcune teorie in particolare. Come si può riuscire a tenere traccia di tutti questi diversi concetti, idee e teorie? Per poter avere una classificazione dei vari concetti attorno ai quali ruotano le Relazioni Internazionali, ci serviamo di un particolare strumento analitico ovvero la struttura dei livelli di analisi. Questo strumento nasce dalle opere di due studiosi, Kenneth Walts e J. David Singer, e si basa sul concetto secondo il quale un autore che si pone come obiettivo quello di proporre una teoria nell’ambito delle Relazioni Internazionali deve scegliere quali attori e quali processi causali enfatizzare. In altre parole, deve decide esattamente dove andare alla ricerca di una spiegazione. Solitamente questa ricerca si concentra sugli attori e sui processi situati in una delle tre categorie che compongono i livelli di analisi. La prima categoria consiste nel livello di analisi individuale. Lavorare a questo livello significa concentrarsi sull’impatto che decisori individuali, come capi di Stato o di governo, hanno sulle Relazioni Internazionali e sulla politica estera. I Capitoli 3, 4 e 5 analizzeranno le varie teorie che si basano sul questo livello di analisi applicate alla politica estera e alle cause di guerre e conflitti. Ad esempio, alcuni studiosi affermano che per capire le cause della Seconda guerra mondiale sia necessario analizzare le esperienze e le ambizioni personali di Adolf Hitler. Altri studi, invece, si sono soffermati più sulla psicologia e sulla personale capacità di giudizio di alcuni leader nazionali, in particolar modo su come alcune limitazioni influiscano sul processo decisionale e possano condurre a errori di valutazione in situazioni di crisi.
Le teorie ci aiutano nella descrizione del mondo e nella spiegazione del suo funzionamento. Esse costituiscono importanti strumenti analitici per fare ipotesi, per proporre processi causali e per cercare di predire il futuro svolgimento di eventi caratteristici dell’arena internazionale. Le teorie non sono mai completamente giuste o sbagliate; sono più o meno utili. Alcune possono essere valide solo all’interno di un particolare momento storico, fino a quanto non vengono confutate da nuove prove empiriche o interamente sostituite da teorie più soddisfacenti. Nel XVI secolo, Copernico riuscì a consegnare al mondo una nuova e migliore teoria sull’astronomia. Usando osservazioni e calcoli matematici, teorizzò che il Sole fosse situato al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno ad esso, in opposizione allo standard in vigore allora, ovvero la teoria geocentrica che vedeva la Terra al centro dell’universo. La creazione e la verifica di nuove teorie è una parte integrante e fondamentale di ogni impresa scientifica. Le teorie che cercano di spiegare il funzionamento della politica mondiale solitamente fanno riferimento a grandi scuole di pensiero, come quella realista, liberale, marxista e costruttivista. Gli studiosi che appartengono a ciascuna di queste scuole di pensiero propongono diversi assunti su cosa sia veramente importante e fondamentale nelle Relazioni Internazionali. I realisti, ad esempio, tendono a enfatizzare la figura dello Stato come unità isolata e l’utilizzo del potere da parte di quest’ultimo come strumento per perseguire i propri interessi all’interno di un contesto completamente anarchico, caratterizzato dall’assenza di un governo mondiale atto alla risoluzione di dispute e alla ridistribuzione di risorse dagli Stati ricchi a quelli più poveri. La scuola liberale considera alcuni tipi di Stati come più pronti al conflitto ed enfatizza il fatto che l’interdipendenza economica internazionale porti ad un’armonizzazione internazionale caratterizzata da pace e cooperazione. I pensatori marxisti vedono il sistema economico statale come l’unica forza trainante per la politica estera considerando, ad esempio, il comportamento di uno Stato capitalista mosso unicamente dai bisogni economici degli attori al suo interno. In ultimo, gli appartenenti alla scuola costruttivista sottolineano come il funzionamento del sistema internazionale influenzi la costruzione della politica internazionale tanto quanto il capitale e gli eserciti. Nessuno di questi approcci può essere considerato come quello migliore nella spiegazione del funzionamento delle Relazioni Internazionali. Ogni approccio ha i propri punti di forza e debolezza. Nonostante quello realista sia divenuto il paradigma dominante dopo la Seconda guerra mondiale, oggi molti studiosi trovano le teorie realiste non più utili a spiegare il sistema internazionale moderno. Uno degli elementi che rende lo studio delle Relazioni Internazionali così stimolante è la partecipazione a questo dibattito imperituro tra concetti e teorie, all’interno del quale tutti cercano di dare un senso al mondo che ci circonda. Un ottimo esempio di teoria delle Relazioni Internazionali è la teoria di Lenin sull’imperialismo e la guerra. Solitamente Lenin non viene considerato uno scienziato politico, ma, come Tucidide, analizzò le Relazioni Internazionali in modo sistematico, e a tal proposito scrisse un libro, L’imperialismo, la fase suprema del capitalismo. Lenin era interessato a capire l’imperialismo e sosteneva che nell’Europa e negli Stati Uniti di fine Novecento le grandi banche e le corporazioni avrebbero avuto bisogno di espandersi in nuovi mercati per mantenere stabili i propri profitti economici. Dopo qualche tempo, i profitti derivanti dalle attività europee e statunitensi calarono e quindi si iniziò a guardare al di là dei confini nazionali, dove i capitali erano scarsi e gli investimenti sarebbero stati più proficui. Per poter espandere il proprio mercato in aree come l’Africa, i capitalisti tedeschi spinsero il proprio governo a conquistare alcuni paesi africani, imponendo così una sovranità esclusiva sugli individui e sulle risorse. L’ esempio tedesco venne seguito dalle banche e dalle corporazioni britanniche, americane, francesi e di altri governi capitalisti. Lenin spiega così la spartizione dell’Africa, come funzione del bisogno simultaneo di questi paesi capitalisti di espandersi. Quando tutto il territorio a disposizione venne occupato, a queste potenze non rimase che farsi la guerra tra di loro per ridistribuire il territorio: è così che Lenin spiegò lo scoppio della Prima guerra mondiale. Inoltre, Lenin affermava che i paesi capitalisti si sarebbero fatti guerra fino all’esaurimento delle proprie risorse e a quel punto sarebbe stato compito delle economie meno guidate dal profitto, quelle socialiste, prendere il potere. La teoria di Lenin è importante perché cerca di spiegare due risultati nelle Relazioni Internazionali, ovvero l’imperialismo e la guerra tra grandi potenze. Ovviamente, l’utilità delle teorie aumenta quando sono connesse all’evidenza empirica e quando contribuiscono effettivamente a spiegare avvenimenti o concetti altrimenti poco chiari. Dunque, quanto è utile la teoria stipulata da Lenin? Col passare del tempo, le prove empiriche ne hanno mostrato i punti di forza e quelli di debolezza. Nel periodo in considerazione, molti degli investimenti provenienti dalle potenze capitaliste andavano verso altre potenze capitaliste, non verso aree prive di capitali come l’Africa. In più, nuovi studi hanno individuato numerose ragioni di natura non economica per spiegare l’imperialismo novecentesco, ad esempio l’elemento di prestigio portato dal possedimento di colonie all’interno della competizione tra grandi potenze o un elemento di obbligo morale da parte di alcuni Stati che si sentivano in dovere di controllare e modernizzare quelle parti del mondo considerate arretrate. Nonostante tutto, le idee di Lenin furono molto importanti e sicuramente influenzarono lo studio delle Relazioni Internazionali. Diedero lo spunto agli studiosi per esplorare ad esempio le cause dello sviluppo ineguale degli Stati. Hanno fatto nascere dibattiti sull’influenza delle grandi corporations, poi sostituite dalle multinazionali, sulla politica estera degli Stati capitalisti. In ultimo, ci ricordano come il capitalismo globale sia il motore principale per la crescita e lo sviluppo e al contempo il suo peggior nemico, in quanto crea crisi cicliche che minacciano la pace e la prosperità internazionale.
La storia è veramente così importante? Una piena comprensione del passato influisce fortemente su come i policy makers pensino e agiscano all’interno della politica internazionale. Ad esempio, nel 1930, negli Stati Uniti passò una legge sul commercio internazionale conosciuta come Smoot-Hawley Tariff Act, la quale aumentava tariffe doganali e tasse su circa 20.000 beni importati da Stati esteri. Questa legge indignò i governi esportatori, i quali aumentarono tariffe e tasse. Per di più, tutto ciò avvenne all’alba della crisi del ‘ 29 , e molti economisti sostengono che la Smoot-Hawley fu uno degli elementi principali che contribuirono ad aggravare la depressione degli anni Trenta e le sue conseguenze sull’economia globale. Dopo la Prima guerra mondiale, i policy maker negli Stati Uniti e nell’Europa Occidentale dimostrarono di avere imparato la lezione e dato che cercavano di migliorare il sistema di libero scambio, abbassarono i dazi sulle merci in entrata. Negli Stati Uniti, lo spauracchio della Smoot-Hawley e della Grande Depressione viene utilizzato nei dibattiti politici come monito per resistere a questa tentazione di stampo protezionista, perché all’interno di un’economia globale ogni tentativo da parte di uno Stato di proteggere il proprio mercato stimola gli altri governi ad attuare la stessa misura, creando un effetto a cascata che porta gli Stati in una situazione ben peggiore di quella di partenza. In breve, comprendere le esperienze passate sulle politiche di scambio e la loro interpretazione da parte dei leader nazionali nel corso dei decenni aiuta a creare un contesto di riferimento per capirei dibattiti contemporanei che vertono sulle politiche economiche. Popoli diversi traggono lezioni diverse dagli eventi storici più importanti. Ad esempio, per alcuni europei, la lezione principale da trarre dalla nascita del fascismo e del nazismo durante gli anni Trenta è che dittatori come Adolf Hitler o Benito Mussoli vadano affrontati con l’ausilio della forza militare, piuttosto che attraverso la diplomazia. Per altri studiosi europei invece, la lezione è che le crisi economiche sono fucine per gli estremismi: infatti i partiti di estrema destra e di estrema sinistra acquistano più consenso quando la cooperazione economica fallisce e aumenta il tasso di disoccupazione. Il punto qui non è discutere su quale sia la lezione migliore, ma capire che diverse letture di esperienze storiche ci aiutano a comprendere il perché del comportamento degli Stati oggi. L’esperienza storica però non influisce unicamente sul comportamento dello Stato, ma anche sulla natura e sull’evoluzione dell’intero sistema internazionale. Capire il passato ci aiuta a capire quali elementi del sistema internazionale odierno costituiscano una novità, e quindi un elemento evolutivo, e quali elementi possano essere considerati continuativi nonostante i profondi cambiamenti che il sistema internazionale si sia trovato ad affrontare.
La tragedia che ebbe luogo a Srebrenica è un monito che ci ricorda quanto siano grandi le differenze tra il mondo reale e il mondo come dovrebbe essere o come vorremmo che fosse. È normale affacciarsi alla politica internazionale con determinato bagaglio di valori e aspettative e per questo motivo è difficile identificare un set di valori universali che possano andare bene per tutti, indipendentemente da momento storico, luogo o cultura di riferimento. Nonostante ciò, è altresì normale credere che una situazione di pace sia preferibile a una di guerra e che nessuno abbia nulla da obiettare all’eliminazione della povertà nel mondo. L’uguaglianza tra i popoli del mondo e il fatto che i paesi più benestanti e potenti abbiano un obbligo morale sia verso i propri cittadini che nei confronti dei cittadini di altri paesi sono concetti tanto diffusi tra le persone quanto esasperati all’interno della politica mondiale. Situazioni di guerra e di povertà sono troppo comuni nel mondo e le stesse Relazioni Internazionali sono caratterizzate da rapporti di profonda disuguaglianza in termini di potere e ricchezza. Al mondo vi sono popoli che hanno grandi aspettative di vita, mentre altri sono virtualmente imprigionati dalle difficoltà poste dalle circostanze in cui nascono e crescono. I governi dei paesi più benestanti dichiarano le loro ottime intenzioni di voler condividere la propria ricchezza e nel voler contrastare la povertà nei paesi fuori dai loro confini. Molte volte riescono a perseguire questi obiettivi, ma troppo spesso non riescono a rispettare questi impegni nei confronti dei paesi più poveri. La tarda e lenta reazione della comunità internazionale nei confronti di tragedie umanitarie come quella della Bosnia e del Ruanda negli anni Novanta, nel Darfur all’inizio degli anni Duemila o in Siria nel 2013 riflette uno scarso interesse nei confronti della sofferenza umana in altri paesi. Le Relazioni Internazionali devono, per prima cosa, studiare il mondo non come dovrebbe essere ma come effettivamente si presenta, tenendo a mente che nemmeno in questo caso ci può essere una visione unanime. L’obiettivo principale è descrivere come e perché gli Stati si comportino in un determinato modo, anche se un comportamento è lontano dal nostro modo di pensare, o dai nostri valori politici e morali. Spiegazione e prescrizione sono due processi completamente differenti, e tali devono rimanere, ma sono altresì connessi tra di loro: capire le ragioni di uno specifico comportamento da parte di un governo è il primo passo per studiare un modo per cambiarlo o evitare che si ripresenti in futuro. In questa sezione abbiamo evidenziato tre diversi collegamenti: teoria e pratica, passato e presente e aspettative e realtà. Questo manuale cercherà di spingere a creare anche altri due tipi di collegamenti. Il primo è tra la politica internazionale e l’economia internazionale. Nonostante l’economia sia una disciplina accademica separata dalla scienza politica, avere una piena conoscenza delle Relazioni Internazionali richiede anche familiarità con basilari concetti economici e con i principali problemi di economia internazionale. Il secondo collegamento è quello tra politica interna e politica estera. Le politiche estere degli Stati sono fortemente influenzate dalla loro controparte interna e, viceversa, le politiche domestiche sono a loro volta influenzate da ciò che succede all’interno dell’arena internazionale.
Adottare prospettive diverse aiuta altresì a riconoscere la presenza costante di elementi di divisione e di differenza all’interno di qualsiasi sistema internazionale. In quello corrente, ad esempio, le divisioni intercorrono tra situazioni ricchezza e povertà, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. C’è una differenza sostanziale tra la prospettiva dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo per quanto riguarda le problematiche economiche a livello internazionale. Nei paesi sviluppati, dove gli standard di vita sono più alti, i cittadini t mono che il crescente tasso di disoccupazione sia da imputare al commercio internazionale, a causa dei costi di manodopera più bassi nei paesi in via di sviluppo. I lavoratori americani sono preoccupati a causa della competizione cinese, mentre i lavoratori in Francia e Germania sono preoccupati per il lavoro più a basso costo in Grecia o in Turchia. Inoltre, i paesi dell’emisfero Nord credono che mano a mano che i paesi dell’area Sud si sviluppino, questi ultimi dovrebbero fare la loro parte per mandare avanti la cooperazione economica internazionale attraverso l’apertura dei loro mercati ai prodotti provenienti dai paesi sviluppati. Il punto di vista dei paesi del Sud è molto diverso. Essi sottolineano come sia difficile svilupparsi in un mondo in cui gli Stati più ricchi dominano stabilmente l’economia mondiale. Alcune economie in via di sviluppo vorrebbero delle esenzioni speciali per partecipare al commercio internazionale e vorrebbero avere accesso ai mercati del Nord, come quello agricolo. Si possono trovare prospettive differenti anche all’interno dei vari paesi, siano essi sviluppati o in via di sviluppo. Negli Stati Uniti, i cittadini sono dell’opinione che il governo dovrebbe allentare la propria influenza sull’economia sia internazionale che domestica, a differenza di ciò che accade in molti paesi europei o in Giappone. Nelle parti meno sviluppate del mondo, i paesi esportatori in campo agricolo percepiscono l’economia mondiale in modo diverso da chi estrae ed esporta petrolio. Una prospettiva ancora differente si può trovare all’interno di quei paesi sostenuti da un’economia manifatturiera, come la Corea del Sud o Taiwan. Una politica estera adeguata dipende quindi anche da un’adeguata comprensione della prospettiva del paese che si vuole prendere in considerazione. 2. La nascita di un sistema globale di Stati, dal 1500 a oggi Domanda fondamentale: come si è passati da un mondo frammentato a un sistema di Stati globale e integrato per il quale l’ordine è una problematica costante? Come si è arrivati alla formazione di un sistema di Stati? Evidenzieremo i problemi che minano l’ordine internazionale, termine che descrive un periodo continuo di pace e cooperazione tra gli Stati, una condizione molto fragile in quanto la guerra, per quanto rara, è una minaccia costante.
Si consideri il mondo nell’anno 1500. Ad eccezione del sistema di Stati nascente in Europa, la maggior parte dell’emisfero orientale non era composto da Stati, ma da imperi. Un impero è un’entità politica che include uno spazio geografico esteso, molte popolazioni diverse e l’accentramento dei poteri nelle mani di una sola persona. Ad esempio: La Cina nel 1500 aveva una popolazione di circa 300 milioni di persone e la più grande e più avanzata economia del mondo. Era un impero abbastanza coeso e governato da un succedersi di dinastie imperiali, ovvero un ordine per il quale membri di una determinata famiglia e i loro associati, mantengono il potere all’interno di un impero per intere generazioni; La popolazione del Giappone nel 1500 ammontava a circa 15 milioni di persone e, sebbene fosse sotto la guida di un unico imperatore, il paese era frammentato in molteplici entità politiche minori governate da leader militari. Questa situazione cambiò all’inizio del XVII secolo: un signore della guerra, Tokugawa Ieyasu, riuscì ad acquisire il controllo sulla maggior parte del paese e la dinastia familiare alla quale diede origine, lo shogunato Tokugawa, governò sul Giappone fino al 1868; L’India nel 1500 ospitava una popolazione culturalmente ed economicamente avanzata di circa 110 milioni di persone. Durante la prima metà del secolo, i membri della dinastia Mughalm, discendenti musulmani di Genghis Khan, conquistarono e unirono politicamente la maggior parte dell’India e continuarono a governare su gran parte del continente indiano fino all’inizio del 1700; Nel 1500 la popolazione presente in Europa ammontava a circa 82 milioni di persone distribuite in Europa occidentale, orientale e quella che oggi è la Russia occidentale. Dinastie come quella dei Valois in Francia, dei Tudor in Inghilterra, gli Asburgo nel territorio che comprendeva Austria, Belgio e anche la Spagna governavano questi primi Stati europei, detti Stati dinastici. Questi non si svilupparono tutti in quel periodo e nemmeno in tutta l’Europa occidentale. Ad esempio le città-Stato italiane rimasero indipendenti e separate, così come i 300 ducati, i territori sotto il controllo ecclesiastico, e le varie città libere, di lingua tedesca, che occupavano l’Europa centrale.
Gli Stati europei diedero il via al processo che portò alla formazione dell’ordine internazionale in cui viviamo. Per capire questo cambiamento, è necessario esaminare il modo in cui un sistema di Stati nacque in Europa tra il 1500 e il 1815.
Dal XV al XVII secolo, un gruppo di Stati in competizione tra di loro, fa la sua comparsa in Europa. Gli elementi principali di questa comparsa sono essenzialmente due: il primo fu il feudalesimo europeo, il secondo la presenza di quella grande, quanto simbolica, unione di attori chiamata Sacro Romano Impero, collocata nelle aree germanofone del centro Europa e controllata dalla dinastia Asburgo all’inizio del XVI secolo. La formazione del sistema di Stati europeo fu anche la conseguenza involontaria di una serie di fallimenti, da parte dei leader europei, nell’utilizzo della guerra per ottenere il controllo totale sul continente. Questi leader tentarono continuamente di creare un impero in Europa, e queste ambizioni imperiali catalizzarono il processo storico attraverso il quale nacquero Stati indipendenti, interconnessi e molte volte in competizione tra di loro. Queste nuove unità politiche, e il sistema che formarono, divennero il nucleo del sistema mondiale di Stati odierno. Questa serie di continui tentativi di costituire un impero europeo ebbero origine con l’imperatore asburgico Carlo V tra il 1519 e il 1556 e continuarono con suo figlio, Filippo II. Vennero poi perseguiti dagli Asburgo austriaci e spagnoli durante la Guerra dei trent’anni tra il 1618 e il 1648: dal re di Francia Luigi XIV tra il l667 e il 1715; di nuovo dalla Francia tra il 1789 e il 1815, fase che ebbe il suo apice nella presa di potere di Napoleone Bonaparte, con un colpo di Stato militare nel 1799, e nell’investitura a imperatore nel 1804; infine dalla Germania sotto Adolf Hitler tra il 1933 e il 1945. I leader degli altri Stati europei strinsero delle alleanze le quali riuscirono a respingere con successo ogni tentativo di dominio imperiale. Un esempio storico si può trovare tra il 1520 e il 1550. Il fulcro era costituito dalla Francia, la quale, per impedire agli Asburgo di ottenere l’egemonia militare e politica in Europa, si alleò da una parte con un gruppo di piccoli principati tedeschi, dall’altra con i turchi ottomani. Un’alleanza cosi eterogenea può stimolare degli interrogativi interessanti sull’importanza dell’identità (religiosa) in politica estera. Nonostante ciò, la Francia cattolica, determinata a non essere dominata politicamente dagli Asburgo (con i quali condivideva la medesima religione) stipulò un’alleanza militare con i turchi ottomani musulmani e insieme operarono contro il nemico comune. Allo stesso modo, la paura che l’imperatore Carlo V sottomettesse l’Europa al controllo asburgico spinse la Francia cattolica a sostenere i principati tedeschi, protestanti, nella loro ribellione contro gli Asburgo nella prima metà del Cinquecento. Più tardi, durante la Guerra dei trent’anni, sempre la Francia intervenne a favore dei protestanti contro gli Asburgo austriaci e spagnoli. La Guerra dei trent’anni si concluse nel 1648 con una serie di trattati di Pace e di accordi poi conosciuti col nome di Pace di Vestfalia. Ogni firmatario dei trattati, inclusi gli Stati tedeschi che fino a prima della guerra erano sottoposti a un regime di deferenza nei confronti del Sacro Romano Impero degli Asburgo, era ora un’entità libera, indipendente, soprattutto sulle questioni religiose all’interno della loro giurisdizione e sulla formazione di alleanze e altre forme di accordi con altri Stati. Viviamo in un sistema di Stati sovrani all’interno del quale non esiste un’autorità superiore e per descrivere questo sistema si usa il termine “sistema vestfaliano di Stati”. La sovranità implica che ogni Stato abbia piena autorità politica all’interno del proprio territorio e sia libero di gestire la propria politica estera con gli altri Stati. La Pace di Vestfalia includeva proprio queste due clausole, le quali andarono a riconoscere e formalizzare l’esistenza di quello che era già un sistema interstatale in Europa. Un sistema che si espanse gradualmente, per poi includere il mondo intero. La Pace di Vestfalia fu sicuramente un punto di svolta all’interno della storia degli Stati sovrani, ma non fermò la pretesa di alcuni Stati di voler formare un impero in Europa. Ad esempio, Napoleone (che aveva intenti egemonici) fu sconfitto nel 1814 e nel 1815 da un’alleanza formata da un’Inghilterra in via di democratizzazione, da una Prussia fermamente autocratica, dalla Russia e dall’Austria. Dopo i conflitti, i membri di questa alleanza (la Prussia diventò Germania e l’Austria si trasformò in Austria- Ungheria) insieme alla monarchia restaurata in Francia, diedero vita al cosiddetto Concerto europeo. Queste grandi potenze e altri Stati minori si sarebbero riuniti in congresso per discutere dei problemi politici che avrebbero potuto minacciare la pace in Europa. L’obiettivo era quello di creare un ordine internazionale, ovvero un periodo di pace e cooperazione continua tra le grandi potenze. Il Concerto giocò un ruolo essenziale nel contribuire a questa stabilità europea – seppure, venne poi minacciata da eventi come il Congresso di Berlino del 1878 – ma fallì nel trovare un sentiero sicuro verso una pace permanente in Europa.
Il mercantilismo e l’imperialismo europeo La “corsa alle colonie” trova le sue radici nel mercantilismo. Questa dottrina può essere scomposta in tre paradigmi collegati tra loro: il potere militare è l’obiettivo primario degli Stati; questo potere a sua volta dipende dal benessere economico; quest’ultimo è presente in una quantità fissa nel mondo. Si evince quindi che uno Stato può diventare più ricco, e quindi più potente, unicamente a spese del benessere e del potere degli altri Stati. Il miglior modo per accrescere ricchezza e potenza è attraverso l’imperialismo, una strategia statale che prevede la conquista di Stati terzi e la creazione di colonie, in modo da poterne sfruttare le risorse e la popolazione.
un’alleanza militare con l’Austria-Ungheria, alla quale l’Italia si unì nel 1882 facendo nascere la Triplice Alleanza. Inoltre, nel 1887, Bismarck firmò un trattato segreto con la Russia, il Trattato di contro-assicurazione, il quale prevedeva che le due potenze non si sarebbero lasciate trascinare in un conflitto l’una contro l’altra dai rispettivi alleati, Austria e Francia. Nel 1888 salì al potere il nuovo imperatore tedesco Guglielmo II il quale, nel 1890, rimosse Bismarck dal suo ruolo e decise di non rinnovare il Trattato di contro-assicurazione. Di conseguenza, Francia e Russia iniziarono a intavolare una serie di relazioni che culminarono nel 1894 con una formale alleanza militare. Nel 1898, Guglielmo II decise di costruire una flotta di prima classe e questa decisione creò un forte senso di insicurezza all’Inghilterra. Dopo aver cercato invano di stipulare un accordo diplomatico con la Germania, nel 1904 i leader britannici volsero il proprio sguardo alla Francia. Il 1907 vide quindi l’Europa divisa in due blocchi contrapposti, la Triplice Alleanza, formata da Germania, Austria-Ungheria e Italia, e la Triplice Intesa, composta da Francia, Inghilterra e Russia. Il secondo passo verso la guerra fu causato da un’illusione. All’inizio del XX secolo diversi leader analizzarono le recenti guerre e arrivarono alla conclusione che le guerre future sarebbero state altrettanto veloci e remunerative. In particolare, i leader militari tedeschi erano convinti di avere tra le mani il piano perfetto per una vittoria lampo, il piano Schlieffen. Nel 1914, i principali leader europei persero il controllo di quella che iniziò come una crisi locale e limitata ai Balcani. Riuscirono a intervenire per evitare una guerra su larga scala quando gli Stati nei Balcani entrarono in guerra 1912 e nel 1913, ma nel 1914 la situazione fu completamente diversa. Il 28 giugno 1914, un terrorista bosniaco, probabilmente legato al governo serbo, assassinò l’erede al trono degli Asburgo austriaci, l’arciduca Francesco Ferdinando. Il 6 luglio la Germania comunicò l’appoggio incondizionato all’Austria, portando all’ultimatum presentato il 23 luglio dagli austriaci al governo serbo. Quest’ultimo rifiutò alcune condizioni e il 28 luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia dando inizio alle operazioni militari. Inglesi, tedeschi e italiani spinsero per un negoziato, ma il 30 luglio la Russia mobilitò il proprio esercito. Il giorno successivo la Germania fece richiesta al governo russo di fermare questa mobilitazione e a quello francese di rimanere neutrale nel caso di guerra tra Germania e Russia. Entrambe le richieste furono respinte. Il primo giorno di agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, il terzo alla Francia; quello stesso giorno l’Italia si dichiarò neutrale; il quarto giorno gli inglesi dichiararono guerra alla Germania. La Germania sconfisse sul fronte orientale la Russia, al cui interno, nel 1917, scoppiò la rivoluzione che vide l’abdicazione dello zar, la salita al potere del partito bolscevico guidato da Lenin, il ritiro dal conflitto mondiale nel 1918 e lo scoppio di una guerra civile che terminò con la vittoria dei bolscevichi e la creazione dell’Unione Sovietica nel 1922. A ovest, le forze tedesche riuscirono a penetrare in Belgio nell’agosto del 1914 fino ad arrivare nel cuore della Francia ad inizio settembre, fallendo però nell’aggirare gli eserciti francesi e inglesi. Alla fine dell’anno, Inghilterra e Francia riuscirono a respingere i tedeschi alle porte di Parigi e a stabilire un fronte che correva lungo il sud del Belgio e il nord della Francia. Le battaglie principali del conflitto furono combattute su questo fronte, ma non bisogna dimenticare che altre battaglie cruciali furono combattute lungo il confine italo-austriaco, nello stretto dei Dardanelli nella Turchia ottomana e in Medio Oriente. Gli Stati Uniti dopo aver subito importanti attacchi sottomarini da parte dei tedeschi, dichiararono guerra alla Germania nell’aprile del 1917. Le truppe statunitensi permisero agli alleati di respingere le ultime offensive tedesche sul fronte occidentale nel 1918. A novembre, Guglielmo II abdicò e fuggì nei Paesi Bassi, l’Austria-Ungheria si arrese e abdicò anche Carlo II. I rappresentanti tedeschi fecero richiesta di un armistizio, il quale entrò in vigore l’11 novembre.
Essenzialmente, furono Francia, Inghilterra e Stati uniti a dettare i termini di pace agli Imperi centrali, imponendo delle condizioni molto dure per la Germania, la quale firmò la pace a Versailles, in Francia, il 18 giugno 1919. In virtù del trattato, i tedeschi avrebbero dovuto restituire Alsazia e Lorena alla Francia, cedere alcuni territori alla Polonia e tutti i possedimenti coloniali d’oltreoceano, a Francia e Gran Bretagna. Inoltre, alla Germania fu proibito di possedere una flotta aerea e un esercito con più di 100.000 uomini, e dovette acconsentire all’occupazione della Renania. Fu anche obbligata a pagare i costi di riparazione ai vincitori europei. Gli accordi presi a Versailles fecero nascere sette nuovi Stati: la Finlandia a nord, Estonia, Lettonia e Lituania sul Baltico, Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia nell’est e sud. Gli imperi vennero smembrati. L’Austria-Ungheria cedette territori a Polonia, Jugoslavia, Italia e Romania, parte dell’ex impero si trasformò in Cecoslovacchia e, per finire, Austria e Ungheria vennero divise in due Stati indipendenti. Per quanto riguarda l’Impero ottomano, la Siria e il Libano andarono alla Francia, mentre la Gran Bretagna ricevette 1’Iraq, la Transgiordania e la Palestina. Gli alleati si accordarono a Versailles e fecero nascere la Società delle Nazioni. L’obiettivo principale era quello di dare agli Stati un quadro legale e istituzionale a livello internazionale per risolvere le dispute ed evitare ulteriori conflitti. Inoltre avrebbe dovuto essere garante della sicurezza collettiva: nella misura in cui uno Stato membro fosse stato minacciato o fosse stato vittima della forza militare di uno Stato terzo, gli altri membri avrebbero dovuto formare un’alleanza difensiva per sconfiggere l’aggressore. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna firmarono un trattato di difesa con la Francia, come ulteriore assicurazione contro una possibile aggressione tedesca. Nonostante ciò, il senato statunitense non ratificò né il Trattato di Versailles né l’alleanza con Francia e Gran Bretagna.
Versailles e la nuova Germania Nel luglio del 1919, i delegati tedeschi democraticamente eletti si incontrarono a Weimar e, dopo aver redatto una costituzione democratica, istituirono la Repubblica di Weimar. Nonostante ciò, la Francia continuava ad avere riserve nei confronti della Germania e insistette continuamente per un’applicazione rigorosa del Trattato di Versailles, soprattutto sulla riscossione dei costi di riparazione. Quando la Germania non riuscì a pagare la tranche nel 1923, i francesi diedero inizio alla crisi della Ruhr: occuparono la regione più industrializzata del territorio tedesco per ovviare al mancato pagamento. I tedeschi risposero organizzando scioperi, mentre il governo era costretto a pagare i lavoratori stampando cartamoneta priva di effettivo valore: per questo motivo l’economia tedesca si ritrovò in una situazione di iperinflazione. In vista di un imminente collasso dell’economia tedesca, gli Stati Uniti nel 1924 mediarono un accordo internazionale, il Piano Dawes grazie al quale la Francia abbandonò la Ruhr, gli obblighi di riparazione tedeschi vennero ridotti e diverse banche internazionali private prestarono fondi alla Germania affinché potesse adempiere ai pagamenti. Altri passi verso una riconciliazione politica europea vennero intrapresi nel 1925, con gli Accordi di Locarno, in base ai quali la Germania accettò la disposizione dei confini con Francia e Belgio, Inghilterra e Italia si promossero garanti della conformità tedesca con i termini dell’accordo e la Germania accettò di risolvere la disputa riguardante i confini con Polonia e Cecoslovacchia senza l’uso della forza militare. Nel 1926 la Germania entrò a far parte della Società delle Nazioni. Nel 1928 fu stipulato il Patto Kellog-Briand che dichiarava illegale la guerra. 62 paesi firmarono il Patto, inclusi Germania, Italia e Giappone. La Grande Depressione e l’ascesa dei dittatori, 1929 - 1939 A fine anni Venti, l’Europa sembrava essere sulla strada della ripresa economica e della riconciliazione internazionale, la sensazione era che le nazioni fossero sull’orlo di stabilire un ordine internazionale pacifico. Nell’ottobre 1929, la borsa statunitense subì un crollo vertiginoso, al quale seguì il collasso delle banche e dell’economia: era l’inizio della Grande Depressione. Molte nazioni adottarono politiche del rubamazzo, attraverso le quali i governi cercavano di riversare sugli Stati vicini gli effetti negativi della crisi economica. Il congresso degli Stati Uniti approvò la tariffa Smoot-Hawley, poi firmata dal presidente Hoover, la quale aumentò le tariffe doganali statunitensi più del 40%. Altri paesi reagirono, la finanza e il commercio globale collassarono e l’adozione di queste politiche aggravò ancora di più la situazione di crisi. Nonostante la Grande Depressione, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri rimasero democratici, ma ciò non avvenne ad esempio in Germania. Hitler divenne cancelliere nel gennaio 1933. Prima della crisi del ‘29, nel 1922, Mussolini, a capo dei fascisti, prese il potere in Italia; in Giappone, i militari presero controllo del paese alla fine degli anni Venti; e nell’Unione Sovietica, Stalin riuscì ad ottenere il controllo totale all’inizio degli anni Trenta. Fu chiaro che la Società delle Nazioni non era in grado di provvedere alla sicurezza collettiva dei propri membri. Nel 1931 il Giappone attaccò e occupò la parte settentrionale della Cina, senza risposta da parte della Società. Nel 1935 l’Italia occupò l’Etiopia: la Società dichiarò illegale l’attacco, ma impose solo modeste sanzioni. Nel 1936 Italia e Germania intervennero in Spagna a sostegno del generale fascista Franco: l’Unione Sovietica accettò il nuovo governo a Madrid, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti non fecero nulla e Franco conquistò il controllo del paese nel 1939. Questi sviluppi erano allarmanti, ma la vera minaccia per la pace mondiale negli anni Trenta era la Germania. Nell’ottobre 1933 Hitler fece uscire la Germania dalla Società delle Nazioni; a marzo del 1935 annunciò che la Germania non sarebbe più sottostata alle restrizioni sugli armamenti imposti dal Trattato di Versailles. Nell’aprile 1935 Francia, Gran Bretagna e Italia si accordarono tra loro per opporsi all’espansionismo tedesco e il mese successivo la Francia firmò un accordo di sicurezza con l’Unione Sovietica. Non vi era però una strategia unitaria contro la Germania. Nel giugno 1935, la Gran Bretagna annunciò che si era riusciti a raggiungere un accordo bilaterale con la Germania, per limitare il numero delle rispettive flotte navali. Nel 1936 l’Italia
che avrebbe accettato unicamente un governo comunista. non un governo eletto tramite elezioni democratiche. Gli Stati Uniti erano incerti sulla risposta da dare a questo tentativo espansionistico dell’Unione Sovietica. Poi, nel febbraio 1946, George Kennan, all’ambasciata USA a Mosca, inviò in patria il “Lungo telegramma” dove affermava che l’Unione Sovietica non poteva essere considerata un partner affidabile. Gli Stati Uniti, influenzati dal documento di Kennan, iniziarono ad applicare la strategia del containment, ovvero l’utilizzo di strumenti diplomatici e di assistenza economica e militari per contenere gli sforzi percepiti come espansionistici, dal punto di vista territoriale e di influenza globale. In risposta alle potenziali mire sovietiche in Grecia e Turchia, il presidente Truman nel febbraio 1947 si impegnò a portare l’aiuto statunitense a «tutti i popoli liberi, ovunque nel mondo, che si dovessero trovare di fronte a un’aggressione esterna o ad una rivoluzione interna», conosciuta poi come dottrina Truman. Il colpo di Stato del 1948 in Cecoslovacchia fu il segnale del fatto che tutti i paesi dell’Est Europa, ad eccezione della Jugoslavia, erano sotto il controllo sovietico. Gli Stati Uniti risposero col piano Marshall, il cui obiettivo era fornire un prestito a fondo perduto ai paesi dell’Europa occidentale in modo da poter resistere alla pressione sovietica. Nel 1949 Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Stati europei costituirono un patto difensivo, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, la NATO. Contemporaneamente, il partito comunista guidato da Mao Zedong prese il potere in Cina e si alleò con l’Unione Sovietica. Questi ultimi appoggiarono, nel 1950, l’attacco della Corea del Nord, comunista, contro la Corea del Sud, non comunista: gli Stati Uniti organizzarono una coalizione internazionale per difendere la Corea del Sud. Le responsabilità degli Stati Uniti Molti storici sono d’accordo nel dire che furono gli Stati Uniti a dare il via alla Guerra fredda. I sostenitori di quest’idea argomentano che gli Stati Uniti, insieme ad altri Stati capitalisti, sarebbero stati ostili all’Unione Sovietica sin dai suoi albori e quest’ostilità includeva gli interventi armati da parte di Stati Uniti, Inghilterra e Giappone tra il 1918 e il 1920, per impedire il consolidamento del potere bolscevico in Russia. Nonostante l’Unione Sovietica avesse svolto il ruolo principale nella sconfitta della Germania nazista, si ritrovò, a fine conflitto, in una posizione inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti. A causa di questa situazione di vulnerabilità, e di un perdurante timore nei confronti della Germania, gli obiettivi principali della politica estera sovietica nel dopoguerra puntavano a mantenere il nemico storico in uno stato di debolezza e frammentazione, e a creare una “zona cuscinetto” di Stati amici in Europa orientale. L’Unione Sovietica voleva, in via del tutto prudenziale, una sfera di influenza in Europa orientale e centrale, ovvero uno spazio geografico e politico, costituito da paesi le cui politiche interne ed estere fossero facilmente influenzabili da una potenza esterna. Gli Stati Uniti rifiutarono la richiesta dell’Unione Sovietica di questa sfera di influenza in Europa. Usando il diritto di autodeterminazione come motivazione principale, misero a dura prova il diritto dei sovietici di instaurare dei regimi amici nella regione. Lo fecero nonostante gli Stati Uniti stessi si riservassero il diritto di instaurare governi democratici alleati in Giappone, Italia, e Germania Ovest, oltre al mantenimento della sfera di influenza in America latina. Riassumendo, gli Stati Uniti cercarono di creare un mondo sicuro per la democrazia statunitense e per il capitalismo. Preoccupati per la propria sicurezza, la risposta naturale dell’Unione Sovietica fu di aumentare il controllo interno, consolidarlo in Europa centrale e orientale e ricercare nuovi alleati, insieme al mantenimento e al potenziamento della propria forza militare. Un tragico errore o uno scontro inevitabile? Una terza prospettiva sostiene che la Guerra fredda fu un evento tragico ed evitabile. Entrambe le parti prevedevano gli scenari peggiori, e interpretavano le azioni della controparte come aggressive invece che difensive. In altre parole, l’inizio della Guerra fredda fu dovuto al problema della sicurezza: ogni tentativo di aumentare la propria sicurezza finì con il diminuirla drasticamente, a causa della reazione che provocava nell’altra. Stalin fece un famoso discorso all’inizio del 1946, sottolineando il fatto che, nonostante la guerra fosse finita, l’Unione Sovietica doveva affrontare diversi nemici, e sarebbe dovuta rimanere vigile. I leader occidentali interpretarono questo discorso come un segnale di aggressività nei confronti di Stati terzi, senza pensare che Stalin avrebbe potuto dipingere una realtà peggiore di quella effettiva per giustificare un continuo controllo centrale a livello interno. Allo stesso tempo, la dottrina Truman e il piano Marshall erano sintomi di un’insicurezza statunitense causata dal timore che i movimenti comunisti avrebbero potuto sfruttare l’instabilità del dopoguerra per prendere il potere. In ultimo, secondo una quarta visione, la guerra Fredda fu uno scontro inevitabile tra due potenze continentali. La logica del bipolarismo incentivò ciascun paese a provare ad aumentare il numero dei propri alleati, per isolare la controparte nella speranza che la sua influenza globale e la capacità di minaccia potessero essere contenute. Da questa prospettiva, una guerra fredda, o un conflitto simile, sarebbe emersa unicamente a causa della presenza di due superpotenze che ne definivano la struttura. Sostenere che i sistemi comunisti o quelli capitalisti siano più pronti a politiche estere aggressive o espansionistiche porta a concentrarsi sul livello di analisi statale, e sulla relazione tra politica interna e politica estera. Il dibattito sulle cause strutturali della Guerra fredda, e in particolare il dilemma della sicurezza, si inquadrano all’interno del livello di analisi internazionale. Va inoltre considerato il fatto che una particolare percezione di un potenziale avversario può portare alla creazione di una spirale di conflitti e sottolinea l’importanza del livello di analisi individuale.
Il periodo della Guerra fredda fu caratterizzato da un alto livello di tensione e dal persistente rischio di conflitto tra le due superpotenze. Nonostante ciò fu anche un periodo in cui vigeva un ordine che possedeva tre caratteristiche principali. La prima era l’esistenza di solide alleanze. Ogni superpotenza intratteneva un certo numero di relazioni di lungo periodo con importanti potenze di medio livello. Le due alleanze contrapposte, NATO e Patto di Varsavia, si affrontavano l’un l’altra lungo la linea che divideva l’Europa in due, quella che Churchill chiamò “cortina di ferro”. Le rivolte popolari in Germania Est nel 1953, in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968 nacquero per tentare di liberare i paesi dal giogo sovietico, ma l’URSS riuscì a reprimerle intervenendo con la forza. A loro volta, gli Stati Uniti e alleati tacitamente riconoscevano la sfera di influenza sovietica, rifiutandosi di intervenire a sostegno delle ribellioni. Allo stesso modo, sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica temevano che se anche solo uno degli Stati nella loro sfera avesse cambiato fazione avrebbe portato a una reazione a catena portando alla vittoria di una delle due parti. Per questo motivo gli Stati Uniti si impegnarono a mantenere una continua solidarietà nei confronti del Primo mondo, mentre l’Unione Sovietica cercava di mantenere l’obbedienza nei propri confronti tra i paesi comunisti del Secondo mondo. Questa situazione portò la competizione a spostarsi nel Terzo Mondo. Negli Stati Uniti, la metafora delle “tessere del domino” era molto sentita e servì come giustificazione per l’intervento in Vietnam. Fu anche utilizzata per giustificare il sostegno americano a governi non democratici ma anticomunisti, tra cui quello di Ferdinand Marcos nelle Filippine e quello dello scià in Iran. Il secondo elemento caratterizzante la Guerra fredda fu un equilibrio del terrore che riuscì a frenare lo scoppio di un conflitto diretto tra le due superpotenze. Una volta che USA e URSS ebbero un arsenale tale da potere distruggere territorio e popolazione avversaria, si trovarono in una situazione di mutua distruzione assicurata, MAD. Questa situazione portò le due superpotenze ad essere molto caute, non solo a non iniziare un conflitto nucleare, ma anche a non iniziare alcun conflitto l’una contro l’altra. La MAD portò anche all’inizio dei negoziati sul controllo delle armi nucleari, all’interno dei quali Stati Uniti e Unione Sovietica cercarono prima di stabilizzare e poi di ridurre il numero delle testate nei loro arsenali. Comunque sia, il periodo delle Guerra fredda non fu un periodo di pace. USA e URSS combattevano tra di loro continuamente attraverso guerre per procura. Durante la guerra di Corea, gli americani combatterono contro le truppe cinesi, ma non contro i sovietici. L’Unione Sovietica appoggiava il Vietnam del Nord nella sua guerra contro gli Stati Uniti. Successivamente questi appoggiarono le forze ribelli che sconfissero l’Unione Sovietica in Afghanistan. Entrambe le superpotenze fornivano armi e assistenza economica ai loro rispettivi Stati satellite in Medio Oriente durante il conflitto arabo-israeliano, nel 1967 e nel 1973, e alle fazioni e agli Stati rivali durante la guerra civile in Angola. Le principali perdite umane durante la Guerra fredda furono sostenute dalle popolazioni di Asia, Africa e Medio Oriente. In aggiunta, le superpotenze molte volte adottarono la politica del rischio calcolato, ovvero spingersi sull’orlo di una guerra, dimostrando all’avversario di essere pronti al conflitto, benché in realtà si preferisca non combattere. Ad esempio nel 1948, e poi nel 1958-61, I’Unione Sovietica minacciò di bloccare l’accesso a Berlino, fino a che le potenze occidentali non l’avessero demilitarizzata. Gli Stati Uniti rifiutarono l’ultimatum, ma accettarono la costruzione del Muro di Berlino nel 1961. Altre simili prove di forza ebbero luogo durante la disputa sulle isole cinesi di Quemoy e Matsu negli anni Cinquanta, durante la guerra arabo-israeliana del 1973 e con la crisi del Golfo nel 1979, dopo l’invasione da parte dell’Unione Sovietica dell’Afghanistan e il collasso del regime filostatunitense dello scià in Iran. L’episodio più grave rimane la crisi dei missili di Cuba del 1962, durante la quale Stati Uniti e Unione Sovietica portarono loro stesse e il mondo intero sull’orlo della distruzione nucleare, fino a quando riuscirono a trovare una soluzione diplomatica. Alleanze stabili ed equilibrio del terrore: queste le prime due caratteristiche principali dell’ordine stabilito dalla Guerra fredda. La terza caratteristica era la paralisi che questo conflitto causò nelle Nazioni Unite. Ognuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza aveva il potere di veto sulle risoluzioni e, durante la Guerra fredda, i membri di uno dei due blocchi solitamente ponevano il veto sulle proposte delle controparti. Il Consiglio di Sicurezza riuscì ad approvare l’appoggio alla Corea del Sud nel 1950, ma solo perché il seggio dell’Unione Sovietica era vuoto per protesta sulla futura occupazione del posto cinese. In generale, comunque, la capacità del Consiglio di Sicurezza di giocare un ruolo di rilievo a livello internazionale era limitata dallo stallo della Guerra fredda.
Uno degli sviluppi più importanti dopo il 1945 fu la creazione di nuovi Stati attraverso il processo di decolonizzazione. La decolonizzazione iniziò prima della Seconda guerra mondiale. Nel 1776 gli Stati Uniti, durante il XIX secolo il Brasile riuscì a staccarsi dal controllo portoghese, e tutte le colonie spagnole del Nuovo Mondo, a parte Cuba e Porto Rico, conquistarono l’indipendenza. Il processo si rianimò dopo la Prima guerra mondiale, quando la comunità internazionale iniziò un processo per preparare le ex colonie all’autogoverno. Si accelerò significativamente durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Ad esempio il Libano ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1943 e la Corea dal Giappone nel 1945. Gli Stati Uniti garantirono l’indipendenza delle Filippine nel 1946 e, poco dopo la guerra, Giordania, India, Pakistan,
Secondo questa prima visione, la fine pacifica della Guerra si dovette a diversi processi politici i quali scaturirono dal fallimento economico dell’Unione Sovietica. All’inizio degli anni Ottanta, la crescita dell’economia sovietica si era arrestata, così come i processi di innovazione. Gli alti prezzi dei rifornimenti energetici durante gli anni Settanta avevano nascosto la debolezza economica dell’URSS, dato che era una dei maggiori produttori di petrolio e gas naturale, ma il collasso dei prezzi all’inizio degli anni Ottanta rese chiaro che l’economia sovietica avrebbe dovuto essere riformata. Nel 1985 Gorbaciov salì al potere convinto che il sistema avrebbe dovuto essere riformato se l’Unione Sovietica avesse voluto rimanere una superpotenza nel lungo periodo. Gorbaciov mise al centro del suo programma due concetti ben precisi: il primo, perestrojka, “ricostruzione”, stava a indicare una ristrutturazione economia, il secondo, glasnost, “trasparenza”, indicava un’apertura politica. Questa riforma poteva essere attuata sia in Unione Sovietica che nei paesi alleati dell’Europa orientale e centrale. Una volta avviate, la riforma economica e l’apertura politica si diffusero molto più rapidamente e profondamente. In Polonia, Solidarność, il partito autonomo dei lavoratori, e la Chiesa cattolica nel 1989 fecero pressioni sul governo comunista affinché fossero indette libere elezioni, le quali portarono alla vittoria del Solidarność. Il parlamento ungherese autorizzò la formazione di partiti d’opposizione e, nel 1990, la maggioranza anticomunista chiese all’Unione Sovietica di rimuovere le proprie forze militari dal territorio. Una volta chiaro che la repressione sovietica non era più cosa certa, i leader comunisti in Europa centrale e orientale cominciarono a cadere uno dopo l’altro, chi rovesciato, chi giustiziato e chi fu costretto a fuggire. L’elemento finale in questa miscela instabile era lo scontento nazionalista all’interno dell’Unione Sovietica stessa. L’apertura politica diede modo agli “occidentali” in Estonia, Lettonia e Lituania, ai musulmani dell’Asia centrale, ai cristiani in Armenia e ai nazionalisti in Ucraina di esprimere il proprio risentimenti nei confronti dell’élite russa che li opprimeva. Alla fine del 1988 l’Estonia si dichiarò uno Stato sovrano pur rimanendo all’interno dell’Unione Sovietica, con il diritto di rilasciare passaporti e di innalzare la propria bandiera. Lettonia e Lituania seguirono questo esempio dichiarando la secessione. Gorbaciov cercò di bloccare questi movimenti minacciando l’uso della forza. La sua posizione politica però si inseriva all’interno due fazioni: quella che voleva un ritorno al vecchio ordine e quella che voleva una riforma più audace. Le forze che spingevano per le riforme radicali ebbero la meglio, portando le repubbliche che costituivano l’Unione Sovietica, e la Russia stessa (con a capo Yeltsin), a dichiarare la propria indipendenza, fino allo scioglimento dell’URSS alla fine del 1991.
La seconda interpretazione enfatizza il ruolo degli Stati Uniti come facilitatori del collasso sovietico. Il presidente Reagan, nel 1983, descrisse l’Unione Sovietica come l’«impero del male». L’amministrazione Reagan investì 1,6 trilioni di dollari in un programma di difesa lungo un periodo di cinque anni, il quale includeva anche un sistema di difesa antimissilistica, l’iniziativa di Difesa Strategica (SDI da Strategic Defense Initiative) o «Guerre Stellari». Molti esperti erano scettici sull’effettiva fattibilità di tale progetto, ma la sfrontatezza dell’iniziativa rifletteva la superiorità tecnologica sull’Unione Sovietica. L’amministrazione Reagan riuscì a fare pressioni sull’Unione Sovietica anche in altri modi, ad esempio abbandonando qualsiasi tentativo di imporre un controllo sugli armamenti e mandando aiuti alle forze ribelli in quei paesi dove l’influenza sovietica stava vacillando, come in Angola, Cambogia, Nicaragua e in Afghanistan. Queste mosse così aggressive obbligarono i leader sovietici a fare i conti con la debolezza del loro sistema e della loro posizione geopolitica. Sarebbe stato molto difficile, con un’economia in calo, riuscire a soddisfare le esigenze di difesa, di consumo e di gestione dell’impero. Gli Stati Uniti resero il tutto ancora più difficile mettendo in luce la bancarotta in cui si trovava il sistema, spingendo l’élite sovietica a portare avanti gli elementi più rischiosi della riforma, i quali portarono il sistema alla rovina. Altri esperti sostengono che gli Stati Uniti abbiano sì giocato un ruolo determinante nella fine della Guerra fredda ma sono scettici riguardo l’interpretazione appena descritta. Questi ritengono che Gorbaciov avrebbe dovuto poter contare su un sistema internazionale stabile e favorevole per poter portare avanti le riforme. Davanti alla pressione ideologica e militare degli Stai Uniti, la classe dirigente militare sovietica avrebbe rifiutato la prosecuzione rischiosa della riforma. L’amministrazione Reagan si comportò effettivamente così, in un primo periodo, poi iniziò a essere più accomodante. I deficit nel budget statunitense rallentarono la spesa per la difesa e gli alleati della NATO rifiutarono di partecipare agli embarghi economici volti a stringere la morsa attorno all’Unione Sovietica. Il popolo americano, vedendo l’intensificarsi della competizione, obbligò l’amministrazione Reagan a tornare al controllo degli armamenti. Questo era in corso mentre Gorbaciov prendeva il potere nel 1985; lui e Reagan instaurarono un rapporto personale e furono d’accordo sul fatto che entrambi condividessero la responsabilità di ridurre al minimo il rischio di una guerra nucleare. Si accordarono per rimuovere gli armamenti nucleari di medio raggio dal territorio europeo e, nel 1986, sfiorarono l’accordo per l’abolizione di tutti i missili balistici. Reagan fece anche l’inattuabile proposta di condividere i dettagli dell’SDI con l’Unione Sovietica, così che entrambi i paesi potessero avere lo stesso grado di difesa nucleare. Nel 1986 sembrò che gli Stati Uniti si fossero uniti all’Europa Occidentale nell’enfatizzare l’importanza della comunicazione e dell’avere ottimi rapporti con l’Unione Sovietica e, di fronte a tale accomodamento, Gorbaciov riuscì a convincere la parte più restia del suo governo che il sistema internazionale era sufficientemente favorevole per intraprendere i passi più rischiosi della riforma, glasnost e perestrojka.
Secondo un’ultima prospettiva, nonostante personaggi come Gorbaciov e Reagan abbiano giocato un ruolo chiave nella fine delle Guerra fredda, l’elemento principe del cambiamento a livello internazionale sarebbe da ricercarsi nelle società di Stati Uniti, Europa e Unione Sovietica. Secondo questa visione, Gorbaciov e Reagan sarebbero stati unicamente dei veicoli attraverso i quali il cambiamento sociale avrebbe potuto prendere forma. Negli anni Settanta, una situazione di interdipendenza economica prese forma tra Oriente e Occidente. Durante questo periodo di distensione, molte aziende occidentali iniziarono a fare profitti attraverso la vendita di apparecchiature, beni di consumo e grano a Unione Sovietica ed Europa dell’Est. I popoli del mondo comunista entrarono in contatto con i benefici del consumismo occidentale, e iniziarono a mettere in dubbio la nozione secondo la quale l’Occidente stesse cercando di conquistare le loro terre. L’interazione economica e sociale rinforzò gli interessi in comune tra i due blocchi. All’inizio degli anni Ottanta, con l’acuirsi del confitto tra USA e URSS, la paura di una guerra nucleare si diffuse globalmente. Un massiccio movimento pacifista emerse in Europa occidentale, preoccupato che l’amministrazione Reagan, enfatizzando il riarmo, avrebbe potuto trascinare l’Europa in un conflitto atomico. Negli Stati Uniti il movimento per il disarmo nucleare si sviluppò contemporaneamente a quello europeo, chiedendo ai governi di Stati Uniti e Unione Sovietica di cessare la produzione di armi nucleari di qualsiasi tipo. La manifestazione più grande ebbe luogo a New York nel 1982. Questi movimenti mobilitarono anche scienziati in entrambi i blocchi, e rappresentanti religiosi. Il partenariato costituito da Reagan e Gorbaciov non fu sordo alle richieste delle forze sociali: i due leader presero in mano la causa del disarmo nucleare.
Il mondo in cui viviamo oggi è costituito da un sistema di Stati. Questo sistema è caratterizzato sia da elementi di conflittualità che di cooperazione e i vari problemi che circondano pace, guerra e ordine rimangono onnipresenti. Alcuni analisti dicono che lo scioglimento dell’Unione Sovietica creò, almeno per un momento, un sistema unipolare. Secondo questa visione, nei due decenni dopo il ‘91, gli Stati Uniti cercarono di mantenere la propria posizione al vertice della gerarchia internazionale e di consolidare e rafforzare quegli elementi dell’ordine internazionale che riflettevano al meglio i valori e gli interessi statunitensi. Gli USA cercarono anche di rafforzare la propria influenza in Europa mantenendo e allargando la NATO, che arrivò a includere anche alcuni paesi del Patto di Varsavia e tre nuovi Stati nati, Estonia, Lettonia e Lituania. Gli Stati Uniti riuscirono a mantenere una presenza di sicurezza in Asia attraverso un continuo rafforzamento della propria alleanza bilaterale col Giappone. L’amministrazione Clinton, le due Bush e la prima Obama cercarono, con risultati diversi, di convincere Russia e Cina a far parte di un ordine internazionale con al centro gli Stati Uniti. Tentarono di diffondere i valori americani e le istituzioni sia economiche che politiche, a loro affini, come privatizzazione, libero commercio, liberalizzazione economica, democrazia e diritti civili. Questa diffusione di valori occidentali è stata messa in atto anche con metodi più drammatici, come l’invasione dell’Iraq e il rovesciamento di Saddam Hussein da parte dell’amministrazione Bush. L’amministrazione Obama, per contro, ha messo in atto un approccio meno diretto per quanto riguarda la diffusione della democrazia in Iraq e in Afghanistan, portando a termine l’intervento americano nei due paesi. In più, è stata adottata molta cautela nei confronti dei movimenti della Primavera araba, dal 2010 al 2014. La momentanea supremazia degli Stati Uniti in termini di potere relativo però non si è mai trasformata in un’onnipotenza globale. Ad esempio non è riuscita a impedire lo sviluppo dell’arma nucleare in Pakistan e Corea del Nord. Gli Stati Uniti rimasero arenati nei conflitti in Iraq e Afghanistan e dovettero ammettere che non avrebbero goduto di una vittoria in nessuno dei due conflitti. Nonostante la grande capacità economica, nel 2007 negli USA iniziò una crisi finanziaria con ripercussioni in tutto il mondo, specialmente a partire dal 2008 in Europa dove gli Stati Uniti non sono intervenuti economicamente. Dopo la Guerra fredda quindi, gli Stati Uniti sono oggi un paese caratterizzato da una predominanza di capacità materiali e da una capacità limitata di ingerenza negli affari internazionali. Nello stesso arco di tempo, gli Stati europei si sono uniti per formare l’Unione Europea (UE). Il Giappone dopo la Guerra fredda attraversò inizialmente un periodo di crescita economica lenta e debole, ma riuscì a lanciarsi nel settore industriale e tecnologico e, viste le rinnovate tensioni con la Cina alla fine del 2010, sembrava anche pronto ad un ruolo più attivo nella difesa militare, in collaborazione con gli Stati Uniti. Molti paesi (Brasile, India e Cina) dopo la Guerra fredda sembravano sulla strada per diventare grandi potenze economiche e militari. Dopo un breve periodo di buone relazioni con l’Occidente, la Russia è diventata meno democratica ma leggermente più ricca, esercitando la propria influenza sui deboli Stati confinanti (ex membri URSS) e traendo vantaggio dall’ingente domanda globale di petrolio e gas naturale. Nel marzo 2014, con l’occupazione della Crimea, la Russia ha dimostrato di essere pronta a usare la forza militare per difendere ciò che considera i propri interessi nazionali all’interno del vicinato, nonostante l’azione degli Stati Uniti, contrari all’appropriazione russa della penisola. Alla luce di questi avvenimenti, è diventato chiaro che l’unipolarismo come termine di analisi non aiuta. Gli scambi politici tra nazioni stanno acquisendo una sempre più forte caratterizzazione regionale. L’Asia orientale è una zona più problematica: Cina e Giappone sono rivali a livello regionale; Cina e Taiwan continuano ad avere tensioni non risolte; la Cina ha dispute territoriali con Vietnam, Filippine e Giappone; la perdurante divisione delle due Coree è motivo di rischio di conflitto perenne tra le due. Il Medio Oriente e la regione del Golfo sono oppressi da conflitti sia militari che politici: Israele contro diversi Stati vicini; gli Stati Uniti contro l’Iran; guerra civile in Siria; conflitti civili di alta intensità come in Iraq e Libia.
Il secondo assunto realista è che gli Stati sono gli attori principali delle Relazioni Internazionali. Poiché l’anarchia crea insicurezza, gli uomini si sono sempre divisi in gruppi predisposti al conflitto. Oggi, la forma più comune assunta da tali gruppi confliggenti è lo Stato. I governi offrono protezione dalle ripercussioni del sistema internazionale insicuro. Essi estraggono, consumano e impiegano potenza. I cittadini sono legati allo Stato e si affidano ad esso per conseguire il proprio benessere. Altri attori delle Relazioni Internazionali, quali le organizzazioni internazionali, le chiese e le imprese private, possono fiorire all’interno del sistema, ma sono secondari rispetto ai modi e ai mezzi della politica mondiale. Gli Stati occupano una posizione centrale in quanto controllori della potenza e sono in competizione gli uni con gli altri. Terzo, i realisti presuppongono che gli Stati siano attori ragionevolmente razionali, in grado di riconoscere le condizioni circostanti, i rischi e le opportunità della sfera internazionale. Quando gli Stati intraprendono determinate azioni, sono capaci di cogliere i vantaggi e le perdite future e di adeguare il loro comportamento quando i costi superano i benefici. Ipotizzare che gli Stati in generale agiscano razionalmente non equivale a dire che ciascun singolo Stato si comporti in tal modo. A volte gli Stati persistono per lunghi periodi nell’avere comportamenti per cui i costi superano i guadagni. Una delle sfide del quadro teorico realista consiste proprio nel rendere conto di tali condotte apparentemente irrazionali. Quarto: la sicurezza è il problema centrale dalla politica internazionale. Questa asserzione è conseguenza dell’anarchia, che fa sì che gli Stati si muovano in un sistema internazionale in cui guerra e violenza sono sempre in agguato. La politica estera è innanzitutto un esercizio di sicurezza nazionale. I leader statali devono scrutare costantemente l’orizzonte alla ricerca di minacce e pericoli. Gli Stati possono aspirare a propagare nel mondo valori elevati e creare sistemi commerciali aperti, ma in ultima analisi essi devono comunque preoccuparsi della possibilità di essere sfruttati o attaccati da altri Stati. In alcune epoche storiche (come durante le due guerre mondiali) ogni simulazione di civiltà è rimossa e gli Stati lottano per la propria sopravvivenza. In tali periodi viene alla luce il contenuto minimo essenziale delle Relazioni Internazionali, che si rivela essere una questione di potenza e sopravvivenza. Infine, i realisti sostengono che la ricerca di sicurezza sia un’impresa concorrenziale, motivo per cui rivalità e conflitto sono ritenuti aspetti intrinseci alla politica mondiale. Nelle Relazioni Internazionali vi sono vincitori e perdenti. Di conseguenza, il potere ha una qualità relazionale: se uno Stato si rafforza, gli altri necessariamente si indeboliscono. Alcuni Stati sono più ricchi di altri e, poiché potenza e benessere vanno di pari passo, essere più ricchi significa essere più sicuri e più prosperi. In base a questa logica, i realisti ritengono che la competizione sia un aspetto naturale e duraturo del sistema internazionale. La pace e la cooperazione possono essere raggiunte, perlomeno temporaneamente e in determinati modi, ma questa non è una condizione permanente. Gli Stati badano sempre a se stessi, perciò mirano a sfruttare le opportunità che si presentano loro per ottenere un vantaggio sugli altri.
Basandosi su questi assunti, anarchia e competizione per la sicurezza, i realisti presentano una varietà di asserzioni o concetti fondamentali. Per i realisti, un’asserzione primaria è quella secondo cui l’equilibrio di potenza è una dinamica basilare che gli Stati hanno perseguito per secoli. L’equilibrio di potenza è una strategia impiegata dagli Stati per proteggersi in un contesto mondiale anarchico e pericoloso. Di fronte all’ascesa di nuove potenze e alle minacce di altri Stati, uno Stato può tentare di difendersi generando potenza di contro-bilanciamento. Se ad esempio uno Stato ammassa potenza militare producendo carri armati e aerei da guerra che minacciano uno Stato vicino, quest’ultimo può rispondere accumulando a sua volta potenza militare per potersi difendere. Se lo Stato minacciato genera sufficienti capacità militari, ci sono meno probabilità che lo Stato da quale proviene la minaccia attacchi. Lo Stato minacciato può anche neutralizzare o bilanciare la potenza avversaria formando una coalizione dotata di potenza militare sufficiente a contro-bilanciare lo Stato che pone la minaccia. Il fatto che gli Stati esistano all’interno di un sistema anarchico significa che essi non possono mai essere sicuri delle reciproche intenzioni. Tale condizione può condurre al dilemma della sicurezza. Si ha un dilemma della sicurezza fra Stati quando uno di questi cerca di assicurare la propria sopravvivenza nel sistema internazionale acquisendo potenza militare ma, nel fare ciò, provoca insicurezza in un altro Stato, portandolo a cercare di proteggersi procurandosi a sua volta potenza militare, finendo così col rendere entrambi gli Stati meno sicuri di quando non fossero al punto di partenza. L’accumulo di potenza a fini difensivi innesca una controreazione che, a sua volta, attiva una contro-controreazione. È opportuno notare che si tratta di una dinamica mossa dalle iniziative difensive prese fa entrambi gli Stati. In verità, ciascuna parte vuole semplicemente proteggersi, ma ciò che sembra protezione o difesa a uno Stato può apparire un mezzo di aggressione o d’attacco agli occhi del vicino. I dilemmi della sicurezza sono dunque il risultato dell’interazione delle differenze che possono esistere fra i modi di intendere le motivazioni e le azioni di ciascuno Stato, come pure dell’assenza di un governo internazionale centrale al quale rivolgersi per ottenere protezione. Un’asserzione complementare a quella dell’equilibrio di potenza è che gli Stati reagiranno a situazioni di minaccia formando alleanze. Le alleanze sono coalizioni di Stati create al fine di garantire protezione reciproca. La più famosa e duratura alleanza è l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), che lega gli Stati Uniti e i loro partner europei. Istituita nel 1949, come un’organizzazione finalizzata alla difesa contro l’Unione Sovietica, è sopravvissuta alla fine della Guerra fredda e rimane un’organizzazione che combina le capacità militari americane ed europee. Per i realisti
le alleanze costituiscono la principale forma di cooperazione fra Stati – associazioni temporanee che mettono in comune la potenza militare dei membri al fine di proteggersi da un nemico comune o esercitare deterrenza contro di esso. La principale difficoltà degli Stati che operano in un mondo anarchico è alla base di un’altra asserzione realista: gli Stati danno molta importanza ai guadagni relativi o alla posizione relativa. I realisti credono che siano le capacità materiali di uno Stato a permettergli di perseguire i propri interessi e difendersi. Maggiore è la forza di uno Stato, maggiori sono le probabilità che riesca a realizzare i propri intenti e tutelarsi contro i nemici. Tuttavia, il punto cruciale della questione è che la potenza così intesa è relativa: affinché uno Stato possa ottenerne di più, gli altri devono necessariamente perderne. Conseguentemente, i realisti sostengono che gli Stati si trovino in un continuo, perenne gioco competitivo per aumentare la propria potenza. In un mondo anarchico gli Stati devono continuamente prendere decisioni relative alla possibilità che le loro azioni aumentino o meno la propria potenza. In altre parole, gli Stati sono interessati più ai guadagni relativi che a quelli assoluti. Questi ultimi sarebbero la somma di tutti i vantaggi prodotti da un particolare accordo o azione. II libero commercio, ad esempio, può produrre guadagni assoluti consistenti per il sistema degli Stati. D’altro canto, considerazioni legate alla potenza portano gli Stati a valutare i benefici in termini relativi. Se il libero commercio genera guadagni assoluti consistenti, ma avvantaggia in misura relativamente maggiore altri Stati potenzialmente minacciosi, uno Stato sarà restio ad avviare rapporti di libero scambio. La questione del contrasto fra guadagni assoluti e guadagni relativi è molto rilevante nei dibattiti attuali sulla politica statunitense nei confronti della Cina. I realisti temono che, aumentando gli scambi commerciali con la Cina, gli Stati Uniti stiano aiutando quest’ultima a incrementare la propria potenza relativa. In generale, il timore realista per uno Stato è che altri Stati guadagnino in misura maggiore e che, col tempo, ciò dia loro vantaggi di potenza. Dunque i realisti sostengono che gli Stati manifestino una tendenza a prendere decisioni basate sui vantaggi relativi ottenuti dalle diverse parti in gioco. I realisti concentrano la propria attenzione anche sul problema delle transizioni di potere. Oggi la Cina sperimenta un’ascesa che la mette in competizione con le grandi potenze occidentali. Il mutamento internazionale avviene quando innovazioni tecnologiche e una crescita economica squilibrata comportano un’alterazione delle posizioni in termini di potenza relativa degli Stati. Secondo l’asserzione realista, i momenti di transizione di potere (situazione in cui uno Stato in ascesa raggiunge o sorpassa una “vecchia” potenza) sono irti di pericoli. E.H. Carr ha denominato quello appena descritto il problema del mutamento pacifico, ovvero il problema di come il sistema internazionale faccia fronte alla transizione di un ordine basato sul dominio di uno Stato su un altro. In questi momenti è possibile che ci sia conflitto perché, con l’aumento della propria potenza, lo Stato in ascesa troverà insoddisfacente l’ordine internazionale vigente, retto da un paese ancora predominante ma in declino. Esso vorrà che il sistema internazionale si adatti ai suoi interessi e gli riconosca lo status e i diritti propri di una potenza in ascesa. D’altra parte, lo Stato ora in declino sarà minacciato dallo Stato in ascesa e dunque cercherà di preservare la propria supremazia in diminuzione. Le transizioni di potere si risolvono inevitabilmente in una guerra. Se, in periodi di transizione di potere, le guerre e la competizione per la sicurezza distruggono l’ordine globale o meno, dipende da come gli Stati in ascesa e in declino definiscono i rispettivi interessi e dal modo in cui decidono di difendere, sovvertire o adattarsi all’ordine internazionale. Infine, i realisti sostengono che il nazionalismo sia una forza dinamica che motiva gli Stati sulla scena internazionale. Nazionalismo descrive l’identità politica condivisa da un popolo o un senso di destino collettivo in quanto comunità politica. Essere parte di una nazione consiste nell’appartenere a un popolo con una storia e un’identità comuni. Il nazionalismo è la sensazione condivisa da un gruppo di essere legati l’uno all’altro in quanto parte di un’entità politica naturale. La nazione è una comunità di persone che vivono in un mondo abitato da tanti popoli, ciascuno con il proprio senso d’identità condivisa. Questo senso d’identità comune attribuisce un significato speciale al concetto di Stato-nazione. Esso è anche ciò su cui fa affidamento lo Stato quando richiede sacrifici al proprio popolo per conto della nazione. I realisti enfatizzano come siano il nazionalismo e la lealtà verso lo Stato-nazione a fornire il fondamento per il predominio dello Stato-nazione e il sistema competitivo degli Stati. Il nazionalismo è anche una potente fonte di conflitto, poiché incoraggia i gruppi umani ad accentuare le differenze fra sé e gli altri. Diritto, idealismo e moralità sono aspirazioni umane che compaiono nelle relazioni inter-statali, ma per i realisti potere e perseguimento della sicurezza sono realtà più fondamentali, che non cederanno né scompariranno nonostante i tentativi.
La scuola inglese costituisce un corpus di teoria legato alla tradizione realista. Emersa in Gran Bretagna nel dopoguerra, questa tradizione conviene con l’idea realista per cui gli Stati operino all’interno di un contesto anarchico. Tuttavia, gli esponenti della Scuola inglese enfatizzano anche come gli Stati si siano organizzati in una “società internazionale”. Gli stati hanno elaborato regole, norme e istituzioni per gestire il sistema internazionale e la sua natura anarchica. L’enunciazione classica della visione propria della Scuola inglese è offerta da La società anarchica: l’ordine nella politica mondiale di Hedley Bull. Bull parte dalla concezione realista per cui gli Stati sono attori indipendenti e in competizione reciproca all’interno di un mondo dominato dalla politica di potenza. Tuttavia, l’autore procede sostenendo che gli Stati hanno interessi condivisi nella gestione della loro condizione anarchica. Gli Stati sono egoisti, ma nutrono un comune interesse in un ambiente stabile e basato su regole. In particolare, Bull sostiene che gli Stati condividano un interesse a