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Storia del Paesaggio Agrario Italiano: Dall'Antichità al Periodo Illuminista, Schemi e mappe concettuali di Geotecnica

Una panoramica dettagliata della storia del paesaggio agrario italiano, analizzando le trasformazioni che hanno caratterizzato il territorio dalla roma antica fino all'epoca dell'assolutismo illuminato. L'evoluzione delle tecniche agricole, i sistemi di coltivazione, le forme del paesaggio e l'influenza di fattori sociali, economici e politici sulle trasformazioni del territorio.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

Pre 2010

Caricato il 20/01/2025

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maddalena-de-lorenzi 🇮🇹

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Storia del paesaggio agrario italiano
L’ITALIA ANTICA
1. Piano geometrico dei lotti e dei campi nel sistema del maggese > colonie greche
2. Poligonale irregolarità di contorni del giardino mediterraneo
3. Squadratura dei filari nelle piantate dell’Italia centro-settentrionale
Ma solo la conquista e la colonizzazione romana hanno dato alla forma di questo paesaggio una validità
universale. La forma del paesaggio agrario diviene il segno della condizione giuridica delle popolazioni vinte
e delle terre conquistate. Per forma si intende la mappa catastale nella quale questo piano di colonizzazione
sistematicamente si concreta. Si tratta di una forma universale del suolo agrario:
- Decumano (est – ovest)
- Cardo (nord – sud)
- Altre linee ad esse parallele
Ne risulta una regolare quadrettatura del suolo agrario, più spesso nella forma di centuriae (quadrati con
710 m di lato, con una superficie di circa 50 ha). Non tutto il territorio veniva assegnato e diviso, una parte
restava generalmente adibita ad uso comune di pascolo, di legnatico, ecc.
Il decumano, il cardo e quelli minori ad essi paralleli segnano i rigorosi e stabili confini dei lotti a cultura e i
percorsi di una viabilità pubblica e vicinale. Questi percorsi divengono la via decisiva per la diffusione e per
la penetrazione capillare del suo sistema agrario, economico, sociale, giuridico...
Il paesaggio agrario di Roma antica si presenta come un paesaggio a campi chiusi, dai quali il rigore del
diritto di proprietà esclude ogni promiscuità di usi. Ma ciò comporta l’integrazione della base foraggera
dell’azienda agraria con il pascolo promiscuo sulle terre pubbliche che entrano a far parte del paesaggio
agrario italiano.
Le piantagioni, nate in Grecia e in Sicilia, il cui impianto e la cui coltivazione sono affidati a una abbondante
manodopera servile, a Roma dopo le guerre puniche e sannitiche diventano sempre più importanti fino ad
incidere sulle forme del paesaggio agrario. Catone scrive, nella prima metà del II sec a.C., che il vigneto e
l’uliveto non sono più dei piccoli arboreti familiari ma delle vere e proprie piantagioni che impegnano una
sempre più numerosa manodopera servile. Si sviluppa così la villa rustica con i suoi locali adibiti ad uso di
abitazione e di lavoro degli schiavi con i depositi per i prodotti (villa fructuaria) ed eventualmente con
l’abitazione di piacere padronale (villa urbana).
In Varrone a differenza di Catone, è chiara la coscienza di una specifica forma del paesaggio agrario,
condizionata dalle necessità della cultura: forma che egli contrappone a quella del paesaggio naturale, dato
appunto dalla natura stessa. Si inizia a considerare anche la forma del paesaggio agrario come estetica oltre
che tecnica ed economica. Il bel paesaggio non solo accresce la produttività per l’ordine dei campi e delle
piantagioni, ma soprattutto diventa un’attrattiva per gli acquirenti del fondo e ne accresce il valore venale.
La nuova cultura ellenistica risponde a uno sviluppo urbanistico che porta a ricercare nel paesaggio rurale
una alternativa alla tensione della vita cittadina.
Il bel paesaggio della villa urbana resta il prodotto di un’enorme concentrazione di ricchezza nelle mani di
gruppi privilegiati che vedono affluire al loro erario privato la maggior parte delle risorse di tutta l’Italia.
L’economia pastorale, fondata essenzialmente sull’usurpazione delle terre pubbliche e su di un largo
impiego di manodopera servile ha avuto una parte decisiva nella concentrazione delle ricchezze e nella
formazione dei grandi patrimoni delle nuove classi dominanti. A questa ripresa dell’economia pastorale
risponde una notevole estensione del paesaggio del saltus (= paesaggio informe di selve e pascoli) solo
interrotto da qualche piccolo appezzamento a coltura. Si assiste nei secoli del basso impero al predominio
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Storia del paesaggio agrario italiano L’ITALIA ANTICA

  1. Piano geometrico dei lotti e dei campi nel sistema del maggese > colonie greche
  2. Poligonale irregolarità di contorni del giardino mediterraneo
  3. Squadratura dei filari nelle piantate dell’Italia centro-settentrionale Ma solo la conquista e la colonizzazione romana hanno dato alla forma di questo paesaggio una validità universale. La forma del paesaggio agrario diviene il segno della condizione giuridica delle popolazioni vinte e delle terre conquistate. Per forma si intende la mappa catastale nella quale questo piano di colonizzazione sistematicamente si concreta. Si tratta di una forma universale del suolo agrario:
  • Decumano (est – ovest)
  • Cardo (nord – sud)
  • Altre linee ad esse parallele Ne risulta una regolare quadrettatura del suolo agrario, più spesso nella forma di centuriae (quadrati con 710 m di lato, con una superficie di circa 50 ha). Non tutto il territorio veniva assegnato e diviso, una parte restava generalmente adibita ad uso comune di pascolo, di legnatico, ecc. Il decumano, il cardo e quelli minori ad essi paralleli segnano i rigorosi e stabili confini dei lotti a cultura e i percorsi di una viabilità pubblica e vicinale. Questi percorsi divengono la via decisiva per la diffusione e per la penetrazione capillare del suo sistema agrario, economico, sociale, giuridico... Il paesaggio agrario di Roma antica si presenta come un paesaggio a campi chiusi, dai quali il rigore del diritto di proprietà esclude ogni promiscuità di usi. Ma ciò comporta l’integrazione della base foraggera dell’azienda agraria con il pascolo promiscuo sulle terre pubbliche che entrano a far parte del paesaggio agrario italiano. Le piantagioni, nate in Grecia e in Sicilia, il cui impianto e la cui coltivazione sono affidati a una abbondante manodopera servile, a Roma dopo le guerre puniche e sannitiche diventano sempre più importanti fino ad incidere sulle forme del paesaggio agrario. Catone scrive, nella prima metà del II sec a.C., che il vigneto e l’uliveto non sono più dei piccoli arboreti familiari ma delle vere e proprie piantagioni che impegnano una sempre più numerosa manodopera servile. Si sviluppa così la villa rustica con i suoi locali adibiti ad uso di abitazione e di lavoro degli schiavi con i depositi per i prodotti ( villa fructuari a) ed eventualmente con l’abitazione di piacere padronale ( villa urbana ). In Varrone a differenza di Catone, è chiara la coscienza di una specifica forma del paesaggio agrario, condizionata dalle necessità della cultura: forma che egli contrappone a quella del paesaggio naturale, dato appunto dalla natura stessa. Si inizia a considerare anche la forma del paesaggio agrario come estetica oltre che tecnica ed economica. Il bel paesaggio non solo accresce la produttività per l’ordine dei campi e delle piantagioni, ma soprattutto diventa un’attrattiva per gli acquirenti del fondo e ne accresce il valore venale. La nuova cultura ellenistica risponde a uno sviluppo urbanistico che porta a ricercare nel paesaggio rurale una alternativa alla tensione della vita cittadina. Il bel paesaggio della villa urbana resta il prodotto di un’enorme concentrazione di ricchezza nelle mani di gruppi privilegiati che vedono affluire al loro erario privato la maggior parte delle risorse di tutta l’Italia. L’economia pastorale, fondata essenzialmente sull’usurpazione delle terre pubbliche e su di un largo impiego di manodopera servile ha avuto una parte decisiva nella concentrazione delle ricchezze e nella formazione dei grandi patrimoni delle nuove classi dominanti. A questa ripresa dell’economia pastorale risponde una notevole estensione del paesaggio del saltus (= paesaggio informe di selve e pascoli) solo interrotto da qualche piccolo appezzamento a coltura. Si assiste nei secoli del basso impero al predominio

dell’economia pastorale su quella cerealicola; con la crisi della manodopera servile e con il conseguente prolungamento del riposo pascolativo, il tradizionale sistema agrario dell’alternanza biennale maggese- grano viene sempre più frequentemente degradando. Si tratta di una disgregazione delle forme più precise del paesaggio agrario. Lo ius pascendi (=riconoscimento del diritto di pascolo dei coloni su tutte le terre del saltus stesso) diviene un’esigenza produttiva, così come un’esigenza produttiva diviene il riconoscimento del loro diritto di semina sulle terre salde = ius serendi. Le invasioni dai primi anni del V sec d.C. fino a quelle nei IX e X sec d.C. sono agenti di una disgregazione e di una degradazione del paesaggio agrario italiano. Si delinea un paesaggio di campi aperti alla caccia e al pascolo senza forma definite, senza confini certi, senza rilievo di una regolare alberatura. L’ALTO MEDIOEVO E L’ETÀ FEUDALE Nell’Italia bizantina il nesso tra paesaggio reale e pittorico si manifesta con particolare evidenza; infatti, il paesaggio pastorale assume grande importanza nell’arte bizantina. Anche nella pittura si nota quanto le forme del paesaggio reale stiano cambiando, l’unità della composizione si disgrega, si dissolve e si dispiega nella ripetizione dei suoi elementi costitutivi. Durante le invasioni, per le città, oltre agli effetti dei saccheggi e delle devastazioni, si aggiungono quelli di una vera e propria asfissia economica e amministrativa, conseguente alla perdita dell’egemonia sul territorio circostante. È dalle villae che parte l’iniziativa di nuove forme di organizzazione dell’economia, dell’amministrazione della vita nelle campagne. In una società ridotta con un’economia seminaturale, l’antico centro di organizzazione del latifondo appare come il luogo designato per questa ripresa. Questi luoghi chiamati curtes , domuscultae o massae diventano centri d’organizzazione della vita delle campagne, per la varietà di rapporti personali, giuridici, economici, amministrativi, politici, religiosi, militari che in essi si intrecciano. In questo paesaggio, in questa economia, in questa società disgregata, la necessità comune della difesa introduce un primo elemento di unità e di coesione. Durante l’alto medioevo restano predominanti le terre abbandonate a bosco, incolti e acquitrinosi. Prevale quindi un paesaggio di boschi e foreste teatro di attività di pastorali e dell’allevamento brado di suini che assicura alle popolazioni le risorse essenziali di grasso che la decaduta cultura dell’ulivo non può più fornire. Anche se alcuni settori risultano meno inospitali nel complesso la selva è piena di minacce e impervi. In queste condizioni, dove la caccia e l’allevamento brado prevalgono sulle attività agricole, si sta sviluppando in maniera lenta e incerta un processo di rielaborazione del paesaggio agrario. Ciò che predomina tra le selve o nell’aperta campagna sono i sistemi agrari del debbio e quelli a campi ed erba, in cui si fa ricorso alla cultura di cereali inferiori, meno esigenti e più rustici del frumento (miglio, sorgo, …). Questi cereali hanno una parte decisiva nell’agricoltura come nell’alimentazione delle plebi rustiche. Queste caratteristiche evidenziano per tutto il medioevo la generale preminenza di un regime di campi aperti. Dopo il raccolto si esercitavano i diritti di pascolo promiscuo delle greggi e degli armenti. La mancanza di chiusura o protezione dei campi lasciava esposta la cultura ai danni e soprattutto al cinghiale. In questo periodo si formano per via della riorganizzazione del paesaggio agro silvo pastorale dei borghi posizionati sui pendii o sui cocuzzoli montani (ritorno ad un tipo di insediamento pre-romano). In questa età le curtis regie, quelle laiche ed ecclesiastiche hanno in città il loro centro economico, amministrativo e anche dei poderi destinati alle più ricche culture arboree, arbustive, orticole. In questo processo il paesaggio cittadino viene mutando i suoi aspetti prendendo i lineamenti di un paesaggio agrario a campi chiusi di vigneti, frutteti, orti, seminativi e di pascoli.

pianura si sviluppa il paesaggio della piantata di alberi vitati nel quale la vite in coltura promiscua si viene allargando ben oltre i limiti dei piccoli appezzamenti chiusi. In collina l’iniziativa individuale viene assumendo una parte decisiva nello sviluppo dei dissodamenti e delle piantagioni. Il bisogno maggiore di legname da ardere per chi abita in città rende le colline limitrofe prive di alberi, rendendo così i terreni più appetibili per la costruzione di ville e per l’utilizzo della terra, in particolare per le culture arboree e arbustive. Queste piantagioni hanno però bisogno di una qualche sistemazione volta a difendere i terreni più declivi dall’erosione delle acque a mezzo di sostegni e ripari. Il quadro del buon governo di Lorenzetti offre un vero panorama agrario dell’Italia comunale. È interessante sottolineare come l’iniziativa dei singoli, ormai moltiplicata dalla securitas, sia arrivata ad improntare di nuove forme regolari il paesaggio collinare dominato dalla città. Nel contrasto tra la perfezione del piano individuale e la deficienza di un piano collettivo si esprime l’intera dialettica e il limite nell’elaborazione di questo paesaggio. La securitas di questo buon governo garantisce con un vero corpo di polizia campestre la difesa dei campi chiusi contro i danni del bestiame e dei ladruncoli, consente un habitat che non è più solo ristretto nell'ambito delle mura cittadine ma può disperdersi per fattorie e case sparse. Le piantagioni arboree con quelle arbustive, una viabilità vicinale e poderale, completano questo significativo panorama suburbano dell'Italia comunale. Le forme complesse ma ben definite del paesaggio del paesaggio agrario non si allargano oltre i limiti del territorio suburbano: alle culture arboree arbustive costrette entro appezzamenti chiusi subentrano i campi informi dei seminativi nudi appena delimitati da una vicinale o da una roggia. Ma anche in questo informe paesaggio del contado nel buon governo si notano i segni dei tempi nuovi: il nuovo grado di sviluppo delle forze produttive e il nuovo tipo di rapporti di produzione cominciano a segnare la loro impronta. No man mano che ci si allontana dalla città, dalla quale le forme di questa impronta promanano, esse appaiono con minor rilievo, meno precise e più sfumate. Anche sul paesaggio pastorale si notano le influenze che promanano dalle città: il paesaggio riacquista un suo autonomo in rilievo e una sua unità. Nell’Italia comunale appare un piccolo e medio allevamento domestico o semibrado, ma il paesaggio pastorale conserva la sua prevalenza sul paesaggio agrario; infatti, dopo il raccolto continua ad esercitarsi il diritto promiscuo di pascolo. I processi di disboscamento continuano anche durante l'epoca comunale ma in maniera più localizzata; ad esempio a Venezia i pubblici poteri hanno sviluppato una politica di difesa forestale, dal momento che era stato fatto grande ricorso al disboscamento per la costruzione di navi già nei secoli precedenti. E proprio l'iniziativa privata però che procede a inconsulti disboscamenti minacciando il patrimonio forestale locale e rischiando di mettere in pericolo le pendici collinari e montane stesse. Il disboscamento appare più concentrato nelle vicinanze dei centri cittadini, mentre tra una città e l'altra si allargano ancora vaste distese di selve. La caccia resta così nell'età comunale una risorsa importante per l'alimentazione delle popolazioni anche se viene assumendo il carattere di un privilegio e di uno svago preferito per le classi dominanti. Il bosco conserva comunque molta importanza ai fini delle attività pastorali. In età comunale con lo sviluppo delle piantagioni arboree ed arbustive e col diffondersi della pratica delle prime sistemazioni in pianura e in collina si assiste alla ripresa del sistema del maggese e all'importanza della cultura del frumento. Con il progresso dei dissodamenti, la progressiva diminuzione delle superfici a bosco e a pascolo nei territori più vicini ai centri abitati e l'estensione progressiva di un paesaggio a campi chiusi anche sui seminativi priva il bestiame delle risorse che prima gli erano assicurate. Si deve ricorrere dunque alla raccolta delle frasche di alberi e arbusti per assicurargli una base foraggera.

L’ETÀ DEL RINASCIMENTO

Nell’età del rinascimento si afferma sul paesaggio agrario il campo a pigola legato per lo più all’impulso delle piantagioni individuali in collina per mezzo delle proprietà borghesi e del sistema mezzadrile. Durante il 400 si inizia a ragionare anche in termini di profitto e non solo delle proprie esigenze di uso familiare. Lavorazione a ritocchino = secondo la linea del massimo pendio Il mangolato, cioè la sistemazione a porche , si afferma nelle regioni dell’Italia centrale. Questa sistemazione lascia delle strisce di terreno di 60-80 cm, e variamente baulate, interposte tra due solchi acquai. Il mangolato ha introdotto un elemento di regolarità geometrica. In questi anni tutto il paesaggio agrario cambia e matura un nuovo gusto per il bel paesaggio , più raffinato e preciso. Il limite riscontrato però è quello della chiusura dei campi con la conseguente esclusione di più larghe superfici dal diritto promiscuo di pascolo. Già nel primo Rinascimento in varie parti d'Italia sono proprio i feudatari che tendono ad estendere nel feudo l'allevamento ovino sottraendo abusivamente agli usi promiscui di pascolo delle popolazioni una parte delle terre feudali che si chiudono riducendoli a difese. Il moto verso la chiusura dei pascoli ( enclosures ) incide sulle forme del paesaggio soprattutto nel mezzogiorno. In quest'età dunque subentrano sempre più spesso le chiusure permanenti di prati e pascoli a mezzo di siepi, di alberi, di stecconati, di fossi, secondo linee che assumono un andamento sinuoso per adattarsi alle curve del rilievo collinare. Tra la fine del XV e la prima metà del XVI sec si portano avanti opere di bonifica e irrigazione ad opera dei Comuni e delle nuove signorie. I maggiori scienziati e tecnici del tempo collaborano alla progettazione ed esecuzioni delle opere fondate su principi della tecnica idraulica, primo fra tutti Leonardo da Vinci. Lo sforzo di trasformazione del paesaggio agrario si sviluppa in modi e condizioni assai diverse e varie da una parte all’altra dell’Italia. Nei terreni pianeggianti della pianura padana risulta essere più facile e veloce anche grazie alla costruzione di due grandi domini unitari e relativamente centralizzati. Inoltre, in Lombardia la progettazione e l’esecuzione delle opere irrigue potevano appoggiarsi su di un’esperienza e una tradizione mai interrotta. Già nel XII sec si parla del perfezionato sistema irriguo della marcita : che con lo scorrimento sul prato di un leggero velo d’acqua durante l’inverno impedisce il congelamento e l’arresto di ogni attività vegetativa, favorendo così tagli d’erba supplementari nella stagione del più difficile equilibrio foraggero. In questa età, dunque, la Lombardia grazie alle nuove grandi opere di bonifica e di irrigazione, diventa in Italia la terra d’elezione del prato irriguo, i cui limiti sono segnati dalle piantate di gelso, cominciando ad improntare caratteristicamente il paesaggio. Nel 500 si inizia a sviluppare il paesaggio della piantata padana , la cui importanza è decisiva dal momento che le sistemazioni sono a carattere permanente ed intensivo. La piantata padana è costituita dalla divisione della superficie in campi di forma regolare con limiti segnati da cavedagne e da fossati lungo le cui ripe corrono i filari di alberi vitati. Questa sistemazione permanente è integrata da quella periodica del terreno diviso in prese alla cui ampia misura corrisponde anche una larghezza dei campi. Il nuovo gusto per il bel paesaggio si caratterizza per il senso di regolarità dei campi, dei canali, dei filari alienati per le pianure padane. Nel rinascimento si sviluppa una piena autonomia del paesaggio pittorico e nei dipinti si rispecchiano le tecniche, le pratiche, le realtà sociali e culturali che caratterizzano il paesaggio agrario reale. L’elaborazione del bel paesaggio presuppone uno sviluppo delle forze produttive sociali già di molto superiore a quello dell’antichità classica e rivela anch e soprattutto nuovi rapporti tra gli uomini, un apporto creativo che viene da ogni colono, livellario e mezzadro. Questa spontanea congruenza dà il suo fascino al paesaggio agrario del rinascimento toscano. Siamo al limite storico ed estetico dell’individuale spontaneità nell’elaborazione del paesaggio.

semicircolare fatto di sassi o di sterpi. Dove il rilievo lo consente la lunetta può essere costruita attorno a 2 3 piante. Si passa alla sistemazione a grado ni = ripiani di forma irregolare elevati in corrispondenza dei tratti meno rocciosi delle pendici laddove lo spessore del terreno può consentire la cultura agraria. Secondo la natura del suolo questi ripiani irregolari possono essere sostenuti a valle dal loro stesso ciglione erboso, da ripari o da muriccioli a secco costruiti con sassi ottenuti dallo spietramento del terreno. Fra le sistemazioni collinari intensive nel Rinascimento si sviluppa e si diffonde la sistemazione a terrazze. Le terrazze digradano regolarmente a valle in una successione di ripiani che modellano in una serie di anelli concentrici tutto il rilievo collinare. Il terrazzamento ha suo ambiente di elezione nella collina strutturale a sottosuolo roccioso e pietroso. La sistemazione a terrazze si sviluppa in vere e proprie costruzioni che diventano un elemento costitutivo caratteristico del paesaggio agrario italiano. Nel rinascimento lo sviluppo della viabilità collinare assume un crescente rilievo nell’elaborazione delle nuove forme del paesaggio. La sistemazione a cavalcapoggio si adatta all’andamento del suolo senza movimenti di terra cospicui, ma questa sistemazione non consentiva un buon governo delle acque. C’è da dire però che quando le vie d'accesso ai campi, le fossi di scolo e i filari ricalcano le linee di livello dell'appendice stessa, il governo delle acque resta sensibilmente migliorato; e i più grandi fenomeni di erosione del suolo agrario vengono ad essere evitati grazie all'azione di frenamento che il giro per i fossi tortuosi esercita sulle acque piovane in quest'altra sistemazione detta a girapoggio. L'elaborazione del paesaggio dei campi a pigola si sviluppa ulteriormente nel Rinascimento senza sostanziali mutamenti di indirizzo ma solo allargando ancora la sua incidenza sul complesso del rilievo collinare suburbano. È sempre un'iniziativa individuale e finisce per confluire con altre non meno casuali iniziative individuali fino a delineare l'irregolare reticolo dei campi. Anche nel Mezzogiorno si possono rilevare nel paesaggio gli effetti di un'iniziativa individuale grazie alla quale contadini vengono moltiplicando gli acquisti di terre, i dissodamenti e le piantagioni nel territorio suburbano. L'iniziativa è anche quella dei signori feudali ed ecclesiastici nei cui possedimenti raramente mancano giardini e starze = piantagioni chiuse e ben difese per il diletto dei padroni e per l'accrescimento delle loro rendite. Queste starze di viti, di ulivi e di agrumi sono molto grandi e segnano nel paesaggio un'impronta caratteristica. Le grandi scoperte geografiche inducono nell'economia e nel paesaggio agrario italiano importanti trasformazioni. Si diffondono in Europa i semi di essenze vegetali sconosciuti al vecchio continente, tra cui il mais, la patata, il pomodoro, il tabacco, il fagiolo. Il cavalcapoggio è una sistemazione agraria (sistemazioni di colle) che si attua su pendii non troppo inclinati né eccessivamente irregolari che si pone come forma intermedia tra il girapoggio e il rittochino. Nel giropoggio le lavorazioni seguono le curve di livello, nel rittochino sono perpendicolari ad esse e seguono le linee di massima pendenza. Il cavalcapoggio viene realizzato invece scavando fosse camperecce che cavalcano i dossi (o poggi) e scendono sul fondo delle vallecole e s'immettono in un collettore posto nei punti di depressione. I campi sono disposti in direzione normale alle linee di massima pendenza. Essi nella rappresentazione cartografica hanno una forma rettangolare, tuttavia, presentano un andamento sul terreno in relazione al fianco della collina. In terreni troppo accidentati il cavalcapoggio non riesce ad eliminare i difetti del rittochino.

L’ETÀ DELLA CONTRORIFORMA E DEL PREDOMINIO STRANIERO

Verso metà del 500 le bonifiche fatte in precedenza non tengono più e si sviluppano sempre più paesaggi paludosi su ampi settori della penisola. Nelle province centro settentrionali si diffonde la cultura del riso che prima era limitata alle aree del sud Italia non solo in terreni acquitrinosi, ma anche in terre artificialmente allagate. Attorno ai centri abitati, maggiori energie umane e di mezzi finanziari consentono nuovi dissodamenti e nuove piantagioni; il paesaggio agrario si specializza sempre di più nei campi a pigola, nel giardino mediterraneo, ma soprattutto nella piantata padana con la trasformazione di seminativi nudi in seminativi alberati, con i progressi del prato artificiale e irriguo e con quelle dei sistemi agrari a rotazione continua. In questo paesaggio agrario una delle forme più elaborate è la villa. Per tutta Italia la produzione agricola a partire dal XVI sec comincia ad essere condizionata dall’andamento dei mercati e dei prezzi. Questi cambiamenti operano una convenienza nelle attività produttive come quelle dell’allevamento rispetto che a quelle del grano. Principalmente in Inghilterra, ma un po’ in tutta Europa si assiste all’estensione dei pascoli a scapito della cultura dei cereali (enclosures). I baroni del mezzogiorno moltiplicano abusivamente sui demani comunali e feudali per adibire al pascolo le terre sottratte agli usi di semina delle popolazioni. Dal rinascimento all’età della controriforma il pullulare di ville all’italiana risponde al dilagare della nuova feudalità. Lo stile della dimora signorile è moderno e civile a differenza dei castelli dell’alto medioevo. Il paesaggio della villa nasce dall’evoluzione delle nuove tecniche e dei nuovi rapporti agrari. In questa età la villa è destinata però quasi esclusivamente agli ozi e agli svaghi di classi possidenti. Il processo di rifeudalizzazione favorisce il regresso verso un regime a campi aperti. In questa degradazione dei sistemi e del paesaggio agrario nell’economia rurale italiana tornano ad assumere rilievo le terre comuni e quelle sulle quali si esercitano gli usi civici di semina, pascolo e legnatico. Tra il XVII e il XVIII sec il paesaggio del giardino mediterraneo continua lentamente ad allargarsi e assume forme simili a quelle odierne: piccoli appezzamenti, muretti tra i quali corre l’intrico delle viuzze suburbane. Nel settore tosco-umbro-marchigiano, l’agente che contrasta le tendenze alla disgregazione è rappresentato dalla diffusione delle piantagioni arboree e arbustive. In mancanza di prato e base foraggera per gli animali si cerca di ovviare allargando la cultura della vite maritata che consente di accrescere le magre risorse foraggere con quelle della frasca. A questa diffusine del paesaggio della piantata concorre anche l’importanza sempre maggiore della coltura del gelso per l’allevamento dei bachi da seta. I filari del gelso maritati alla vite diventano uno dei tratti caratteristici del paesaggio tosco-umbro-marchigiano. La superficie destinata alla coltura promiscua tende a suddividersi in campi stretti e non troppo allungate nei quali le piantagioni si distribuiscono in filari ravvicinati. L’ETÀ DELL’ASSOLUTISMO ILLUMINATO E DELLE RIFORME La villa veneta in particolare tra 600 e 700 assume un rilievo non più solo artistico, ma economico e produttivo e ha una profonda incidenza sui sistemi e sulle forme del paesaggio agrario. Diventa una vera e propria azienda signorile nella quale gli investimenti di capitale vanno a opere di trasformazione e di colonizzazione agraria. In questo periodo viene assumendo una crescente importanza un ceto di grandi e medi affittuari; l’azienda signorile restava divisa in tanti poderi che erano di una superficie corrispondente alla capacità lavorativa di

Nella pianura padana l'entità degli investimenti capitalistici nell'economia terriera, la crisi dell'economia mezzadrile, e le conseguenze della rivoluzione agronomica, hanno impresso allo sviluppo del capitalismo nelle campagne un ritmo ed uno slancio ben più possente di quello che si può rivelare in Toscana. In questo periodo si sviluppa la cascina , ovvero il nuovo centro aziendale della grande affittanza capitalistica che diviene il centro di riorganizzazione di tutto il paesaggio agrario della pianura padana. Per tutta la pianura padana il rinnovato slancio nello sviluppo capitalistico dell'agricoltura dopo le riforme del periodo rivoluzionario e di quello napoleonico incide sempre più profondamente sulla struttura macroscopica del paesaggio agrario e sulla dislocazione stessa dell’habitat rurale. In Toscana invece i casi della cascina restano pochi e isolati, e è anche nella prima metà dell'Ottocento predomina il sistema mezzadrile, la grande proprietà di origine feudale e l'antica azienda signorile. La diffusione delle foraggiere, del granoturco, della patata favorisce un progresso dei sistemi agrari a rotazione continua, ma non come nelle province della pianura padana. A sud invece la situazione è diversa, la stragrande maggioranza delle terre appare costituita da demani feudali o comunali o da proprietà ecclesiastiche sulla quale predomina la concessione precaria di singoli appezzamenti a una folla di terraticanti che li lavorano coi rudimentali mezzi di produzione. Questa precarietà delle concessioni è in stretto rapporto con la prevalenza dei sistemi agrari a campi d'erba o a maggese e con la scarsa diffusione delle colture foraggiere. Nell'ottocento si stipula la legislazione eversiva della feudalità, questa legislazione comporta per quanto riguarda il regime delle proprietà terriere la ripartizione in massa > con la quale i diritti promiscui che le popolazioni e i baroni vantavano sui demani feudali venivano sciolti attribuendo alle comunità una parte dei demani stessi e il resto all'ex feudatario in piena proprietà. In realtà piuttosto che di una ripartizione si tratta di una vera e propria espropriazione in massa dei diretti coltivatori dei feudi. Gli antichi feudatari e la nuova borghesia terriera ne approfittano per usurpare le migliori terre assegnate alle comunità con la ripartizione in massa. Il paesaggio agrario del Mezzogiorno resta sostanzialmente informe o privo almeno di forme ben definite. L’UNITÀ ITALIANA In particolare, nella seconda metà dell'Ottocento si sviluppano in Italia alcune linee ferroviarie , e l'invenzione della ferrovia ha contribuito allo sviluppo delle forze produttive e alla trasformazione del paesaggio agrario italiano. Questa efficacia indiretta delle costruzioni ferroviarie si fa sentire per il termine dell'influenza decisiva che esse esercitano sulla penetrazione dei rapporti mercantili e capitalistici nell'agricoltura italiana. Inoltre, incide anche sulla specializzazione regionale delle culture. Nel corso dell'Ottocento il paesaggio caratteristico della piantata padana di alberi vitati si allarga rapidamente nell’Emilia, nel Veneto e in Lombardia fino a divenire caratteristico per questo settore della padana asciutta; mentre la cultura della vita alberata e con essa il paesaggio tradizionale della piantata decade e restringe il suo dominio nella padana irrigua dove perde gran parte del suo rilievo. In questa epoca si affermano sistemi agrari a rotazione continua soprattutto in buona parte della pianura padana, i principali sono il Prato irriguo e la risaia. Dopo l'unità lo sviluppo delle opere irrigue e la crescente specializzazione regionale delle culture condizionano una rapida estensione della risaia nel vercellese. Con l’unità d’Italia le Marche l’Umbria assistono a un notevole slancio nell’estensione delle terre a coltura. Diversa invece è la situazione per l’Italia meridionale, la questione meridionale esplode in contrasti evidenti: radicata nelle ultime involuzioni della feudalità meridionale si complica con le sopraffazioni dello stato accentratore, asservito agli interessi di una nuova feudalità delle banche e dei monopoli. La stessa politica comprime le possibilità di sviluppo industriale ed inoltre diventa un ostacolo decisivo ai progressi della rivoluzione agronomica.