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Gianni Rodari (1920-1980) è stato un affermato giornalista, uno scrittore, un cattolico prima e un comunista poi, perfino un partigiano. Lo scrittore piemontese è stato, inoltre, un intellettuale marxista legato alla tradizione gramsciana che, nell’area marxista, interpreta il ruolo dell’intellettuale in termini profondamente nuovi. Seguendo Gramsci, ha individuato il proprio status come quello di un “ intellettuale organico ”, cioè non isolato, ma integrato all’interno di una classe storicamente in ascesa e proiettata a realizzare un incremento della ragione dentro la società per costruire l’egemonia che passa attraverso la cultura, le idee e la coscienza di classe. In questa prospettiva il ruolo stesso dell’intellettuale diventa quello di ideologo critico e di politico. Il suo marxismo si è andato così ad articolare attraverso la “filosofia della prassi” gramsciana verso territori nuovi e poco esplorati. La pedagogia di Rodari si delinea, quindi, come una pedagogia marxista, aperta a molteplici integrazioni a contatto con la cultura contemporanea ed a sviluppi in territori decentrati rispetto al corpus originario e più costante della tradizione pedagogica marxista. Rodari, soprattutto, è stato un grande maestro e pedagogista, che ha creduto fortemente che insegnare non significasse semplicemente trasmettere delle nozioni agli alunni, ma anche educarli ad essere persone migliori. Il marxismo ha guardato l’infanzia da lontano. L’infanzia ha un posto decisivo e centrale nella costruzione del socialismo, ma viene sostanzialmente risolta in infanzia sociale e immersa, così, nella storia. Il bambino viene visto come condizionato dalla società, connotato secondo determinate strutture di classe, privo di una natura propria, sfruttato dagli adulti e quindi da liberare attraverso un mutamento ab imis dei rapporti sociali. L’infanzia viene così esaltata e trascritta. L’infanzia descritta da Marx è quella sfruttata e alienata, un’infanzia ridotta a lavoro e attraverso questo, perduta interamente nella sua umanità. Contemporaneamente il filosofo tedesco progetta nuove condizioni di esistenza per i fanciulli, attraverso la lotta organizzata dagli operai e le loro richieste sindacali e politiche che devono tutelare i fanciulli stessi e offrire loro una possibilità di educazione come formazione umana. Di qui l’impegno sulla scuola e le richieste di un’istruzione per tutti. Attraverso l’educazione sarà resa possibile la restituzione dell’infanzia a se stessa sottraendola allo sfruttamento e all’ignoranza. L’atteggiamento di Rodari nei confronti dell’infanzia si colloca a metà strada tra rispetto e storicizzazione. Il bambino Rodariano non è né naturalistico né sociologo, ma materialista storico che salda insieme natura e storia, universalità di principi e valori e determinatezza storico-sociale, trovando in questa saldatura, che agisce in direzione utopica, la propria specificità e anche il proprio elemento di autonomia. L’infanzia, in quanto utopica è, in sé, decisamente “altra” ed è compito della pedagogia salvaguardare questa alterità e incrementarne lo sviluppo. Il pilastro della pedagogia rodariana è la creatività, come spiega lui stesso nella Grammatica della Fantasia , il suo unico testo teorico, che si rivolge «a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell'educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola». Secondo Rodari, un bambino troverà la forza e il coraggio di lottare per costruire un mondo migliore solo se sarà capace di immaginare cose che non esistono; il compito dell’adulto è quello di stimolare la sua fantasia, fornendogli gli strumenti adatti affinché la creatività emerga. Rodari, (….)ci pone dinanzi ad un contesto nuovo di possibilità, nel quale tanto la crescita dello stadio di coscienza individuale quanto il riconoscimento dei diritti del singolo o, ancora, il ruolo dei bambini rivestono una notevole importanza. E il bambino, (…) assume un valore filosofico. Aprirsi al dialogo, in particolare con il mondo dell’infanzia, significa parlare al bambino “possibile”; espressione di quello che Cambi definisce, a ragione, “paradigma strategico” di un rinnovamento
dalla natura antropologica. Del resto, nel bambino, in qualche maniera, si “giocano” le trasformazioni dell’intera società. In tale contesto vi è una autentica rappresentazione del dialogo madre-figlio (Cfr. Armenise, 2020, Rodari, Grammatica della fantasia, 2013, pp. 127-129) Le mamme sono solite narrare storie in cui il bambino è protagonista perché, per soddisfarne l’egocentrismo Ogni madre, nell’utilizzo di questi costrutti narrativi, ne approfitta per inculcare delle nozioni dal punto di vista educativo, spendibili anche sul piano didattico. Per Rodari «la fiaba rappresenta un’utile iniziazione all’umanità: al mondo dei destini umani, come ha scritto Italo Calvino nella prefazione alle Fiabe italiane; al mondo della storia. […] le fiabe offrono un ricco repertorio di caratteri e destini, nel quale il bambino trova indizi della realtà che ancora non conosce, del futuro a cui ancora non sa pensare. […]. costituiscono per il bambino un mondo a parte, un teatrino da cui ci separa un consistente sipario. Non sono oggetti di imitazione, ma di contemplazione» Tante storie per giocare : «raccolta di quelle “avventure letterarie” che l’intellettuale propone ad un gruppo di bambini, in occasione di un programma radiofonico. «si tratta di “storie aperte”, ovvero incompiute o con più finali a scelta» (Armenise 2020; Rodari, 2011), pubblicate sul «Corriere dei Piccoli» nel 1970-71 (poi apparse in volume nel 1971, con illustrazioni di Paola Rodari.