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Tipologia: Dispense
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Un monello che fa piangere chi gli strappa i capelli e un principe acido, cattivo e poco furbo sono i due antagonisti di questo memorabile romanzo del 1952. La posta in gioco dello scontro fra Cipollino e Limone è nientemeno che la libertà di un popolo intero, composto di pomodori, ciliegie, fagiolini e vecchie talpe. Incantate come una fiaba, lunghe come un romanzo, divertenti come un cartone animato, "Le avventure di Cipollino" sono un libro unico, nato nell'atmosfera di entusiasmo e di speranza del secondo dopoguerra. La trama è lineare: i buoni, vessati dal tiranno e oppressi da regole insensate, guidati dal giovane Cipollino riusciranno a sconfiggere i cattivi a colpi di scherzi, beffe e piani geniali, senza mai ricorrere alla violenza. Ma l'intento di Gianni Rodari, non è mettere in scena una lotta tra il male e il bene: è quello di dimostrare che una società giusta sia possibile, auspicabile e anche più divertente per tutti. Età di lettura: da 8 anni.
Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli: Cipolletto, Cipollotto, Cipolluccio e così di seguito, tutti nomi adatti ad una famiglia di cipolle. Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata. Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa. Cipollone ed i suoi figli abitavano in una baracca di legno, poco più grande di una cassetta di quelle che si vedono dall'ortolano. I ricchi che capitavano da quelle parti torcevano il naso disgustati.
— Mamma mia, che puzzo di cipolla, — dicevano, e ordinavano al cocchiere di frustare i cavalli. Una volta doveva passare di là anche il Governatore, il Principe Limone. I dignitari di corte erano molto preoccupati. — Che cosa dirà Sua Altezza quanto sentirà questo odor di poveri? — Si potrebbe profumarli, — suggerì il Gran Ciambellano. Una dozzina di Limoncini furono subito spediti laggiù a profumare i poveri. Per l'occasione avevano lasciato a casa le spade e i fucili e si erano caricati sulle spalle grossi bidoni pieni di acqua di Colonia, di profumo alla violetta, e di essenza di rose di Bulgaria, la più fina che ci sia. Cipollone, i suoi figli e i suoi parenti furono fatti uscire dalle baracche, allineati contro i muri e spruzzati dalla testa ai piedi fin che furono fradici, tanto che Cipollino si prese un raffreddore. A un tratto si udì suonare la tromba e arrivò il Governatore in persona, con i Limoni e Limoncini del seguito. Il Principe Limone era tutto vestito di giallo, compreso il berretto, e in cima al berretto aveva un campanello d'oro. I Limoni di corte avevano il campanello d'argento, e i Limoncini di bassa forza un campanello di bronzo. Tutti insieme facevano un magnifico concerto e la gente correva a vedere gridando: — Arriva la banda! Ma non era la banda musicale. Cipollone e Cipollino si erano messi proprio in prima fila, così si pigliavano nella schiena e negli stinchi gli spintoni e i calci di quelli che stavano dietro. Il povero vecchio cominciò a protestare: — Indietro! Indietro! Il Principe Limone lo sentì e pigliò cappello. Si fermò davanti a lui, piantandosi per bene sulle gambette storte e lo redarguì severamente: — Che avete da gridare «indietro, indietro?» Vi dispiace forse che i miei fedeli sudditi si facciano avanti per applaudirmi? — Altezza, — gli bisbigliò nell'orecchio il Gran Ciambellano, — quest'uomo mi sembra un pericoloso sovversivo, sarà bene tenerlo d'occhio. Subito una guardia cominciò a tener d'occhio Cipollone con un cannocchiale speciale che si adoperava per sorvegliare i sovversivi, e ogni guardia ne aveva uno. Il povero Cipollone diventò tutto verde dalla tremarella. — Maestà, — si provò a dire, — mi spingono! — E fanno bene! — tuonò il Principe Limone. — Fanno benissimo! Il Gran Ciambellano, allora, si rivolse alla folla e fece questo discorso: — Amatissimi sudditi, Sua Altezza vi ringrazia per il vostro affetto e per le vostre spinte. Spingete, cittadini, spingete più forte! — Ma vi cascheranno addosso! — si provò a dire Cipollino. Subito una guardia cominciò a tener d'occhio anche lui col suo cannocchiale, ragion per cui Cipollino pensò bene di svignarsela, infilandosi tra le gambe dei presenti. I quali, sulle prime, non spingevano tanto, per non farsi male ma il Gran Ciambellano distribuì certe occhiatacce che la folla cominciò a ondeggiare peggio dell'acqua in un mastello. E spinsero tanto che Cipollone andò a finire dritto dritto sui piedi del Principe Limone. Sua Altezza vide in pieno giorno tutte le stelle del firmamento, senza l'aiuto dell'astronomo di corte. Dieci Limoncini di bassa forza balzarono come un solo Limoncino addosso al malcapitato Cipollone e gli misero le manette. — Cipollino! Cipollino! — gridava il vecchio mentre lo portavano via. Cipollino in quel momento era lontano, ma la folla attorno a lui sapeva già tutto; anzi, come succede in questi casi, ne sapeva anche di più. — Per fortuna che l'hanno arrestato: voleva pugnalare Sua Altezza! — Ma cosa dite, aveva una mitragliatrice nel taschino! — Nel taschino? Suvvia, questo non è possibile. — E non avete sentito i colpi?
— Quell'uomo, — domandò Cipollino, — che cosa vi è saltato in testa di rinchiudervi là dentro? Io, poi, vorrei sapere come farete a uscire. — Oh, buongiorno, — rispose gentilmente il vecchietto — io vi inviterei volentieri, giovanotto, e vi offrirei un bicchiere di birra. Ma qui dentro in due non ci si sta, e poi a pensarci bene non ho nemmeno il bicchiere di birra. — Per me fa lo stesso, — disse Cipollino, — non ho sete. La vostra casa è tutta qui? — Sì, — rispose il vecchietto, che si chiamava sor Zucchina, — è un po' piccola, ma fin che non tira vento va abbastanza bene. Il sor Zucchina aveva appena finito il giorno prima di costruirsi la sua casetta. Dovete sapere che fin da ragazzo egli si era fissato in testa di avere una casa di sua proprietà, e ogni anno metteva da parte un mattone. Però c'era un guaio, e cioè che il sor Zucchina non sapeva l'aritmetica, e così ogni tanto pregava Mastro Uvetta, il ciabattino, di fargli il conto dei mattoni. — Vediamo un po' — diceva Mastro Uvetta, grattandosi la testa con la lesina, — sei per sette quarantadue… abbasso il nove… insomma, sono diciassette. — E bastano per fare una casa? — Io direi di no. — E allora? — E allora che vuoi da me? Se non bastano per fare una casa, farai una panchina. — Ma io non ho bisogno di una panchina. Ci sono già quelle dei giardini pubblici, e quando sono occupate posso benissimo stare in piedi. Mastro Uvetta si diede una grattatina alla testa con la lesina, prima dietro l'orecchio destro, poi dietro l'orecchio sinistro, infine rientrò nella sua bottega. Il sor Zucchina decise di lavorare di più e di mangiare di meno, così che risparmiava tre mattoni all'anno, e qualche anno perfino cinque in una volta. Diventò secco come uno zolfanello, ma la pila dei mattoni cresceva. La gente diceva: — Guardate Zucchina, sembra che i suoi mattoni se li tiri fuori dalla pancia. Ogni volta che il mucchio cresce di un mattone, Zucchina diminuisce di un chilo. Quando Zucchina si sentì vecchio, andò a chiamare di nuovo Mastro Uvetta e gli disse così: — Per favore, venite a farmi il conto dei mattoni. Mastro Uvetta prese la lesina per grattarsi la testa, diede una occhiata al mucchio e sentenziò: — Sei per sette quarantadue… abbasso il nove… insomma, sono centodiciotto. — Basteranno per fare la casa? — Io dico di no. — E allora? — Che vuoi da me? Farai un pollaio. — Ma io non ho galline da metterci. — Mettici un gatto: i gatti sono utili perché pigliano i topi. — E' vero, ma io non ho un gatto, e a pensarci bene mi mancano anche i topi. — Non so cosa dirti, — sbuffò Mastro Uvetta, grattandosi furiosamente la testa con la lesina, — centodiciotto sono centodiciotto, è giusto? — Se lo dite voi che avete studiato l'aritmetica, sarà certamente così. Il sor Zucchina sospirò, poi sospirò ancora una volta; infine, visto che a sospirare i mattoni non aumentavano di numero, decise di cominciare senz'altro la costruzione. — Farò una casa piccola piccola, — pensava lavorando, — non ho mica bisogno di un palazzo, tanto sono piccolo anch'io. E se i mattoni sono pochi, adopererò qualche foglio di carta. Il sor Zucchina lavorava adagio adagio, per paura di consumare troppo presto i mattoni. Li metteva uno sull'altro con delicatezza, come se fossero stati di vetro. Li conosceva tanto bene, i suoi mattoni!
— Ecco, — diceva prendendone uno e accarezzandolo affettuosamente, — questo è il mattone che risparmiai dieci anni fa per Natale. Lo andai a comperare al mercato con il soldi del cappone: il cappone lo mangerò quando sarà finita la casa. A ogni mattone tirava un sospiro lungo lungo. Ma quando ebbe consumato tutti i mattoni, gli restavano ancora molti sospiri, e la casa era venuta uguale a una colombaia. — Se io fossi un colombo, — pensava il povero Zucchina, — ci starei comodissimo. Invece quando fece per entrare, battè un ginocchio sul tetto e minacciò di far crollare tutta la baracca. — Invecchiando divento sbadato: devo fare più attenzione. Si inginocchiò davanti alla porta e così carponi e ginocchioni, strisciando e sospirando, entrò nella sua casina. Una volta dentro, ricominciarono i guai: se si alzava faceva crollare il tetto; lungo disteso non si poteva mettere, perché la casa era troppo corta; di traverso non si poteva sdraiare perché la casa era troppo stretta. E i piedi? Bisognava tirare dentro anche i piedi, altrimenti in caso di pioggia si sarebbero bagnati. — A quel che vedo, — concluse Zucchina, — non mi resta che mettermi seduto. E così fece. Si mise seduto e sospirò. Se ne stava lì in mezzo alla casetta, sospirando con circospezione, e la sua faccia, nel finestrino, sembrava il ritratto della malinconia. — Come vi sentite? — domandò Mastro Uvetta che era uscito sulla porta della bottega a curiosare. — Bene, grazie, — rispose gentilmente Zucchina. — Non vi va un po' stretta sulle spalle? — No, ho preso bene le mie misure. Mastro Uvetta si grattò la testa, secondo il solito, e borbottò qualcosa, ma non si potè capire cosa. Intanto, da tutte le parti la gente veniva a vedere la casetta di Zucchina. Venne anche una schiera di monelli e il più piccolo saltò sul tetto della Casina, e cominciò a ballare il girotondo: Nella casa del sor Zucchina la mano destra sta in cucina la mano sinistra sta in cantina, le gambe in camera da letto e la testa esce dal tetto. — Per carità, ragazzi, — si raccomandava Zucchina, — fate piano altrimenti mi crolla la casa. E' tanto delicata. Per rabbonirli si cavò di tasca tre o quattro bei confetti rossi e verdi che ci stavano chissà da quanti anni e li offerse ai ragazzi: i quali si tuffarono strillando sulla mano e si azzuffarono per spartirsi il bottino. Da quel giorno Zucchina, appena gli cresceva in tasca qualche spicciolo, comprava dei confetti e li metteva sul davanzale della finestra per i bambini, come si mettono le briciole per i passeri. Così se li fece amici. Qualche volta li lasciava entrare a turno nella casetta e lui stava fuori a guardare che non facessero disastri.
Zucchina stava appunto raccontando a Cipollino tutte queste cose, quando una nuvola di polvere si levò in fondo al villaggio e subito si sentì uno sbattere precipitoso di porte e di finestre. Si vide la moglie di Mastro Uvetta abbassare con gran furia la saracinesca. La gente si tappava in casa come se stesse per scoppiare il ciclone. Perfino le galline, i gatti ed i cani si diedero a scappare di qua e di là in cerca di un rifugio. Cipollino non fece in tempo a informarsi di quel che stava succedendo: la nuvola di polvere, con un frastuono orribile, aveva già attraversato il villaggio e si fermò proprio davanti alla casetta del sor Zucchina. Tra la polvere comparve una carrozza tirata da quattro cavalli, che poi erano piuttosto quattro cetrioli, perché in quel paese, come avrete già capito, erano tutti imparentati con qualche verdura. Dalla carrozza balzò a terra un personaggio imponente, vestito di verde, con una faccia rossa e
— Lo so, lo so, Mastro Uvetta, che nella vostra bottega si fanno discorsi proibiti contro di me e contro le nobili Contesse del Ciliegio. Non avete alcun rispetto per quelle due poverine, vedove, orfane di padre e di madre e senza neanche uno zio. Ma verrà anche la vostra volta. E allora vedremo chi riderà. — Verrà anche la tua volta, Pomodoro, e allora scoppierai, — disse di nuovo la voce. E il padrone della voce, ossia Cipollino, si avvicinò con le mani in tasca al terribile Cavaliere, il quale non sospettò nemmeno per un minuto che fosse stato quel ragazzotto a dirgli il fatto suo. — Di dove sbuchi tu? Perché non sei al lavoro? — Io non lavoro, — disse Cipollino, — io studio. — E che cosa studi? Dove sono i libri? — Studio i furfanti, Eccellenza. Giusto adesso me n'è capitato uno sotto il naso, e non voglio perdere l'occasione di studiarlo per vedere com'è fatto. — Un furfante? Qui tutti dal più al meno sono furfanti. Ma se ne hai trovato uno che non conosco, fammelo vedere. — Certo, Eccellenza, — rispose Cipollino, strizzandogli l'occhio. Affondò ancora di più la mano nella tasca sinistra e ne trasse uno specchietto che adoperava per andare a caccia di allodole. Andò a mettersi davanti al muso di Pomodoro e gli ficcò lo specchio sotto il naso. — Eccolo, Eccellenza: se lo guardi con comodo. Pomodoro guardò con curiosità nello specchio. Chissà cosa credeva di vederci! Naturalmente, invece, ci vide la sua faccia, rossa di fuoco, con gli occhietti piccoli, con la bocca cattiva. Finalmente capì che Cipollino lo stava prendendo per il naso: allora divenne addirittura furibondo. Lo afferrò per i capelli a due mani e cominciò a tirare. — Ahi! Ahi! — strillava Cipollino, senza perdere l'allegria. — Troppa forza per un furfante solo: Vostra Eccellenza vale addirittura un battaglione di furfanti. — Ti farò vedere io, — strillava Pomodoro. E tirò così forte che una ciocca di capelli gli restò in mano. E capitò quello che doveva capitare, trattandosi dei capelli di Cipollino. Che è, che non è, ad un tratto il feroce Cavaliere si sentì un tremendo pizzicore agli occhi e cominciò a piangere a ruscelli. Le lacrime gli scorrevano giù per le guance a sette a sette. La strada fu subito bagnata come se fosse passato lo spazzino con la pompa. "Questa non mi era mai capitata!" — rifletteva stralunato Pomodoro. Infatti, siccome non aveva cuore, non gli era mai capitato di piangere, e poi non aveva mai sbucciato le cipolle. Il fenomeno gli parve così strano che balzò sul calesse, frustò il cavallo e scappò via a gran velocità. Mentre fuggiva, però si voltò indietro a gridare: — Zucchina, sei avvisato… E tu, piccolo malandrino, pagherai salate queste lagrime. Cipollino si buttò per terra a ridere e il sor Zucchina si asciugava il sudore. Una dopo l'altra le porte e le finestre si spalancavano, tranne quella del sor Pisello. Mastro Uvetta rialzò la saracinesca e venne fuori grattandosi la testa con entusiasmo: — Per tutto lo spago dell'universo! — esclamava, — Ecco uno capace di far piangere il Cavalier Pomodoro. Di dove vieni, ragazzo? E Cipollino dovette raccontare a tutti la sua storia, che voi conoscete già.
Cipollino cominciò a lavorare nella bottega di Mastro Uvetta, e faceva molti progressi nell'arte del ciabattino: dava la pece allo spago, batteva le suole, piantava i chiodi negli scarponi, prendeva le misure ai clienti. Mastro Uvetta era contento e gli affari andavano bene. Molta gente veniva nella sua bottega solo per dare un'occhiata a quello straordinario ragazzetto che aveva fatto piangere il Cavalier
Pomodoro. Così Cipollino fece molte nuove conoscenze. Venne prima di tutti il professor Pero Pera, maestro di musica, con il violino sotto il braccio. Lo seguiva un codazzo di mosconi e di vespe, perché il violino di Pero Pera era una mezza pera profumata e burrosa, e si sa che i mosconi perdono facilmente la testa per le pere. Più di una volta, quando Pero Pera dava concerto, gli spettatori si alzavano e davano l'allarme: — Professore, faccia attenzione: sul violino c'è un moscone. Pero Pera interrompeva il concerto e con l'archetto dava la caccia al moscone. Qualche volta un bacherozzo riusciva a introdursi nel violino e vi scavava delle lunghe gallerie: così lo strumento era rovinato, e il professore doveva procurarsene un altro. Poi venne Pirro Porro, che faceva l'ortolano: aveva un gran ciuffo sulla fronte e un paio di baffi che non finivano mai. — Questi baffi, — raccontò Pirro Porro a Cipollino, — sono la mia disperazione. Quando mia moglie deve stendere il bucato ad asciugare, mi fa sedere sul balcone, attacca i miei baffi a due chiodi, uno a destra e uno a sinistra, e ci appende i panni. E a me tocca starmene tutto il tempo al sole, fin che siano asciutti. Guarda i segni delle mollette. Difatti sui baffi, a distanze regolari, si vedevano i segni delle mollette. Venne anche una famiglia di Millepiedi forestieri, cioè il padre e due figli, che si chiamavano Centozampine e Centogambette e non stavano mai fermi un minuto. — Sono sempre così vivaci? — domandò Cipollino. — Cosa dici mai? — fece il Millepiedi. — Adesso sono due angeli. Li dovresti vedere quando mia moglie gli fa il bagno: gli lava le gambe davanti e loro si sporcano quelle di dietro, gli lava quelle di dietro e loro si sporcano davanti. Non finisce mai e ogni volta ci vuole una cassa di sapone. Mastro Uvetta domandò: — E così, gli prendiamo la misura per le scarpe, ai piccolini? — Per l'amor del cielo: duemila paia di scarpe! Dovrei lavorare tutta la vita per pagare il debito. — Io, poi, — aggiunse Mastro Uvetta, — non avrei abbastanza cuoio in tutta la bottega. Date un'occhiata a quelle più rotte, e vedremo di cambiare almeno quelle. Centozampine e Centogambette si sforzarono volenterosanicnte di tener fermi i piedi mentre Mastro Uvetta e Cipollino esaminavano suole e tomaie. — Ecco, a questo bisognerebbe cambiare le prime due paia e il paio numero trecento. — Oh, quello può andare ancora, — si affrettò a dire babbo Millepiedi, — basterà rimettere i tacchi. — A quest'altro bisogna cambiare le dieci scarpe in fondo alla fila di destra. — Glielo dico sempre di non strisciare i piedi. I bambini camminano, forse? Macché: saltano, ballano, strisciano. Ed ecco il risultato: tutta la fila delle scarpe di destra si consuma prima della fila di sinistra. Mastro Uvetta sospirava: — Eh, avere due piedi o mille è lo stesso, per i bambini. Sarebbero capaci di rompere mille paia di scarpe con un piede solo. Infine la famiglia Millepiedi se ne andò zampettando: Centozampine e Centogambette scivolarono via meglio che se avessero le ruote. Babbo Millepiedi invece era un po' meno veloce: infatti era un po' zoppo. Ma mica tanto, poi: era zoppo solo da centodiciassette zampe…
E la casa del sor Zucchina? Andò a finire che una brutta mattina il Cavalier Pomodoro si
E così dicendo si portò di nuovo la bottiglia alla bocca e finse di inghiottirne un paio di sorsate. — Signor Cipollino, — fece il Mastino, — com'è che la bottiglia resta sempre piena? — Dovete sapere, — rispose Cipollino, — che questo è un regalo del mio povero nonno. E' una bottiglia che non si vuota mai. — Me ne dareste una sorsatina? Tanto come un cucchiaio mi basterebbe. — Una sorsatina? Ma io ve ne dò una mezza dozzina di bottiglie! — rispose Cipollino. Figuratevi la gioia di Mastino: non la finiva più di ringraziare il ragazzo, gli leccava le ginocchia dimenando la coda come non avrebbe fatto nemmeno per le sue padrone, le Contesse del Ciliegio. Cipollino gli porse la bottiglia. Il cane se l'attaccò alle labbra e bevve, la bevve tutta fino in fondo con una sola sorsata e stava per dire: — E' già finita? Non mi avevate detto che era una bottiglia miracolosa? Ma non fece in tempo a dirlo e cadde addormentato. Cipollino lo slegò dalla catena, se lo caricò sulle spalle e si avviò verso il Castello. Si voltò indietro ancora una volta a guardare il sor Zucchina che ripigliava possesso della sua casuccia: nel finestrino, la faccia del vecchietto, con la sua barba rossiccia spelacchiata, sembrava il ritratto della felicità. — Povero cagnaccio! — pensava Cipollino camminando verso il Castello. — Te l'ho dovuta fare. Chissà se mi ringrazierai ancora per l'acqua fresca, quando ti sveglierai. Il cancello del parco era aperto. Cipollino posò il cane sull'erba, lo accarezzò dolcemente e disse: — Scusami tanto, e salutami il Cavalier Pomodoro. Il Mastino rispose con un mugolio felice: stava sognando di nuotare in un laghetto in mezzo alle montagne, un laghetto di acqua fresca e dolcissima, e nuotando beveva a sazietà, diventava d'acqua lui pure, un cane d'acqua, con due orecchie d'acqua e una coda d'acqua zampillante. — Sogna in pace, — disse Cipollino. E tornò al villaggio.
Al villaggio Cipollino trovò molta gente radunata attorno alla casa del sor Zucchina a discutere. A dire la verità, erano tutti piuttosto spaventati. — Che farà ora il Cavaliere? — si domandava il professor Pero Pera con aria preoccupata. — Io dico che questa storia finirà male. In fin dei conti, loro sono i padroni e loro comandano, — osservò la sora Zucca. La moglie di Pirro Porro le diede subito ragione, afferrò il marito per i baffi come se fossero due redini e fece: — Arrì là! Torniamo a casa, prima che succedano altri guai. Anche Mastro Uvetta crollava il capo. — Pomodoro è rimasto beffato due volte: ora si vorrà vendicare, — disse. L'unico a non preoccuparsi era il sor Zucchina: aveva cavato di tasca i più bei confetti che si fossero mai visti e ne offriva a tutti per festeggiare l'avvenimento. Cipollino prese un confetto, lo succhiò ben bene, poi disse: Sono anch'io del parere che Pomodoro non si arrenderà tanto presto. — Ma allora… — cominciò Zucchina, sospirando. Tutta la sua felicità era scomparsa come il sole quando passa una nuvola. — Allora, la mia idea è questa. Non c'è che una cosa da fare: nascondere la casa. — Nascondere la casa? — Appunto. Se fosse un gran palazzo non lo direi nemmeno, ma una casa tanto piccola non si farà fatica a nasconderla. Scommetto che ci sta tutta sul carretto del cenciaiolo. Fagiolino, che era il figlio del cenciaiolo, scappò subito a casa e tornò di lì a poco col carretto.
— Qua sopra? — domandò Zucchina, preoccupato che la sua casetta potesse andare in pezzi. — Ci starà benissimo, — sentenziò Cipollino. — E dove la portiamo? — Si potrebbe, — propose Mastro Uvetta, — si potrebbe nasconderla nella mia cantina, per intanto. Poi si starà a vedere. — E se Pomodoro lo viene a sapere? Tutti guardarono dalla parte del sor Pisello, che passava di lì fingendo di essere in un altro posto. L'avvocato arrossì e si affrettò a giurare e spergiurare: — Da me Pomodoro non saprà mai nulla. lo non sono una spia, sono un avvocato. — In cantina sarà umido: la casa potrebbe sciuparsi, — obiettò timidamente il sor Zucchina. Perché non la nascondiamo nel bosco? — E chi la custodirà? — domandò Cipollino. — Io conosco un tale, — disse Pero Pera, — che abita nel bosco, il sor Mirtillo. Si potrebbe provare ad affidargli la casa per qualche tempo. Poi si vedrà. Decisero di provare. In tre minuti la casina fu caricata sul carretto del cenciaiolo: il sor Zucchina la salutò con un ultimo sospiro e andò a riposarsi di tante emozioni a casa della sora Zucca, che era sua nipote. Cipollino, Fagiolino e il professore si diressero verso il bosco, spingendo il carretto senza nemmeno fare troppa fatica: la casetta non pesava più di una gabbia per i passeri. Il sor Mirtillo abitava in un riccio di castagna dell'anno prima: un bel riccio grosso e spinoso, dove il sor Mirtillo ci stava comodissimo, lui e le sue ricchezze, che consistevano in una mezza forbice, una lametta per la barba, un ago con una gugliata di cotone e una crosta di formaggio. Appena ebbe sentito la proposta si spaventò moltissimo: l'idea di abitare in una casa così grande gli dava i brividi. — Non accetterò mai, non è possibile. Che cosa me ne laccio di un palazzo come quello? Io sto bene nel mio riccio. Sapete come dice il proverbio? Sto nel mio riccio e non me ne impiccio. Però quando ebbe sentito che si trattava di fare un piacere al sor Zucchina, accettò di buon cuore: — Ho sempre avuto simpatia per quell'ometto. Una volta l'ho avvisato che un bruco gli camminava sulla schiena: capirete, gli ho quasi salvato la vita. La casina fu sistemata accanto al tronco di una quercia: Cipollino, Fagiolino e Pero Pera aiutarono il sor Mirtillo a trasportarvi tutte le sue ricchezze, poi se ne andarono, promettendogli di tornare presto con buone notizie. Appena rimasto solo, il sor Mirtillo cominciò ad aver paura dei ladri. — Adesso che ho una grande casa, — si diceva, — verranno certamente a derubarmi. Chissà, forse mi ammazzeranno nel sonno, sospettando che io nasconda chissà quali tesori. Pensa e pensa, decise di mettere un campanello sulla porta e sotto il campanello un cartellino sul quale scrisse, in stampatello, queste parole: I SIGNORI LADRI SONO PREGATI DI SUONARE QUESTO CAMPANELLO. SARANNO FATTI ACCOMODARE E VEDRANNO CON I LORO OCCHI CHE QUI NON C'È NIENTE DA RUBARE. Una volta scritto il cartello, si sentì più tranquillo e, essendo già il a montato il sole, andò a dormire. Verso la mezzanotte fu svegliato da una scampanellata. — Chi va là? — domandò, affacciandosi al finestrino. — Siamo i ladri, — rispose un vocione. — Vengo subito, abbiano pazienza che mi infilo la vestaglia, — fece il sor Mirtillo, premuroso. Si infilò la vestaglia, andò ad aprire la porta e li invitò a guardare in tutta la casa. I ladri erano due giganti grandi e grossi, con certe barbacce scure che facevano paura. Cacciarono la testa in casa — uno per volta, per non darsi le zuccate— e si convinsero presto che non c'era niente da portar via. — Avete visto, signori? Avete visto? — gongolava il sor Mirtillo, fregandosi le mani.
— Tu non vuoi ricevere i miei parenti. Povero baroncino, tu non gli vuoi bene. — D'accordo, — disse allora Donna Seconda— invita pure il barone. Io inviterò il duchino Mandarino, cugino del mio povero marito. — Invitalo pure, — rispose sprezzante Donna Prima, — quello non mangia nemmeno quanto un pulcino. Il tuo povero marito, pace al suo nocciolo, aveva parenti piccoli e magri, che quasi non si vedono a occhio nudo. Il mio povero marito invece, pace al suo nocciolone, aveva parenti grandi e grossi, visibili a grande distanza. Il barone Melarancia era davvero visibile a grande distanza: a distanza di un chilometro si poteva scambiarlo per una collina. Si dovette subito provvedere per un aiutante che lo aiutasse a portare la pancia, perché da solo non ce la faceva più. Pomodoro mandò a chiamare il cenciaiolo del paese, ossia Fagiolone, perché portasse il suo carretto. Fagiolone non trovò il carretto, perché lo aveva preso suo figlio Fagiolino, come sapete, e così si portò dietro una carriola a mano, di quelle che adoperano i muratori per portare la calcina. Pomodoro diede una mano al barone a sistemare la sua pancia dentro la carriola, poi gridò: — Arri, là! Fagiolone afferrò le stanghe della carriola e tirò con tutte le sue forze, ma non la spostò di un centimetro. Furono chiamati altri due servitori e tutti insieme riuscirono a far fare al barone una passeggiata nei viali del Castello. Da principio non stavano attenti ai sassi: la ruota della carriola andava a cercare i sassi più grossi e puntuti del viale, come se lo facesse apposta, e il povero barone riceveva nella pancia certi colpi che lo facevano sudare. — State attenti ai sassi! — si raccomandava giungendo le mani. Fagiolone e i due servitori stavano attenti ai sassi e la carriola andava a finire nelle buche. — State attenti alle buche, per l'amor del cielo! — supplicava il barone. Mentre lo portavano a spasso, però, non dimenticava la sua occupazione preferita e sgranocchiava un tacchino arrosto che Donna Prima gli aveva fatto preparare come antipasto. Anche il Duchino Mandarino diede un bel da fare al Castello. La povera Fragoletta — cameriera personale di Donna Seconda — non finiva mai di stirargli le camicie. Quando gliele riportava, il Duchino torceva il naso, si metteva a piangere e balzava in cima all'armadio, gridando: — Aiuto! Aiuto! Accorreva Donna Seconda con le mani nei capelli: — Mandarino, che cosa ti fanno? — Non mi stirano bene le camicie, e io voglio morire! Per convincerlo a restare in vita Donna Seconda gli regalò tutte le camicie di seta del suo povero marito. Il duchino Mandarino saltò giù dall'armadio e cominciò a provarsi le camicie. Dopo un poco lo si udì nuovamente gridare: — Aiuto! Aiuto! Donna Seconda accorse con il batticuore: — Cugino Mandarino, che cosa ti fanno? — Ho perso il bottone del colletto e non voglio più stare al mondo! Questa volta si era arrampicato in cima allo specchio e minacciava di buttarsi a capofitto sul pavimento. Per farlo chetare Donna Seconda gli regalò tutti i bottoni del suo povero marito, che erano d'oro, d'argento e di pietre preziose. Prima di sera, Donna Seconda non aveva più gioielli, il Duchino Mandarino aveva ammassato parecchi bauli di roba e si fregava le mani soddisfatto. Le Contesse cominciavano ad essere molto preoccupate per quei loro parenti così voraci, e sfogavano l'irritazione sul povero Ciliegino, il loro nipotino, orfano di padre e di madre. — Mangiapane a tradimento! — lo sgridava Donna Prima, — vai subito a fare i compiti.
— Li ho già fatti. — Fanne degli altri! — ordinava severamente Donna Seconda. Ciliegino, ubbidiente, andava a fare degli altri compiti: ogni giorno ne faceva dei quaderni intieri, in una settimana ne faceva una montagna di quaderni. Quel giorno, le Contesse non finivano mai di fargli fare dei nuovi compiti. — Che cosa fai in giro, bighellone? — Vorrei fare una passeggiata nel parco. — Nel parco ci passeggia il barone Melarancia, non c'è posto per i fannulloni come te. Va' subito a studiare la lezione. — L'ho già studiata. — Studiane un'altra. Ciliegino, ubbidiente, andò a studiare un'altra lezione: ogni giorno ne studiava centinaia e centinaia. Aveva già letto tutti i libri della biblioteca del Castello. Ma se le Contesse lo vedevano con in mano un libro subito prendevano a sgridarlo: — Posa quei libri, incosciente. Non vedi che li consumi? — Ma come posso studiare le lezioni senza toccare i libri? — Studiale a memoria. Ciliegino si chiudeva in camera sua e studiava, studiava, studiava. Sempre senza libri, si capisce. Aveva tutto nel cervello e continuava a pensare nuove cose. A pensare gli veniva il mal di testa e le Contesse lo sgridavano: — Sei sempre ammalato perché pensi troppo. Non pensare e ci farai risparmiare i soldi delle medicine. Insomma, tutto quello che faceva Ciliegino per le Contesse era malfatto. Ciliegino non sapeva da che parte voltarsi per non prendersi dei rabbuffi e si sentiva veramente infelice. In tutto il Castello aveva un solo amico, ed era Fragoletta, la servetta di Donna Seconda. Fragoletta aveva compassione di quel povero piccolo ragazzo con gli occhiali, a cui nessuno voleva bene: era gentile con lui e di sera, quando andava a letto, gli portava qualche pezzo di dolce. Ma quella sera, a tavola, il dolce se lo mangiò il barone Melarancia. Il duchino Mandarino ne voleva un pezzo anche lui. Per farselo dare saltò in cima alla credenza e cominciò a strillare: — Aiuto! Aiuto! Tenetemi, se no mi butto! Ma ebbe un bello strillare: il barone mandò giù il dolce intero senza dargli retta. Donna Seconda, in ginocchio davanti alla credenza, pregava il suo cuginetto di non ammazzarsi. Per convincerlo a scendere a terra gli doveva promettere qualcosa, ma non aveva più niente. Del resto, quando comprese che non c'era più niente da arraffare, il duchino Mandarino calò a terra da solo, sbuffando. Proprio in quel momento Pomodoro fu avvertito che la casa del sor Zucchina era scomparsa. Il Cavaliere non ci pensò su due volte: mandò un messaggio al Governatore e gli chiese in prestito una ventina di poliziotti, ossia di Limoncini.
I Limoncini arrivarono il giorno dopo e fecero piazza pulita. Questo vuoi dire che fecero il giro del paese e arrestarono tutti quelli che trovarono. Arrestarono Mastro Uvetta, naturalmente. Il ciabattino prese là lesina per grattarsi la testa e li seguì brontolando. I Limoncini gli sequestrarono la lesina. — Non potete portare armi con voi, — dissero severamente a Mastro Uvetta. — E io con che cosa mi gratto? — Quando vi volete grattare, avvisate il comandante e ci penserà lui. Così Mastro Uvetta, quando aveva bisogno di grattarsi la testa per riflettere, avvisava il comandante dei Limoncini e subito un Limoncino gli grattava la testa con la sciabola. Anche il professor Pero Pera fu arrestato: gli lasciarono prendere solo il violino e una candela.
Donna Seconda aveva ribadito: I pantaloni di un Conte del Ciliegio sul legno di un volgare banco di scuola? Non sarà mai! Così era stato affittato un maestro privato, per l'appunto don Prezzemolo, chiamato a quel modo perché saltava sempre fuori da tutte le parti. Se Ciliegino, nel fare il compito, osservava una mosca che era entrata in una macchia d'inchiostro e voleva imparare a scrivere, saltava fuori da chissà dove don Prezzemolo, si soffiava il naso in un fazzolettone a quadri rossi e azzurri e cominciava: — Guai a quei ragazzi che guardano le mosche! Si comincia sempre così. Poi una mosca tira l'altra, si comincia a guardare anche il ragno, poi il gatto, poi tutti gli altri animali e ci si dimentica di studiare la lezione. Chi non studia la lezione non può diventare un bravo bambino. Chi non diventa un bravo bambino non diventa un brav'uomo. E chi non è un brav'uomo va in prigione. Ciliegino, se non vuoi finire in prigione, smettila di guardare quella mosca. Se Ciliegino apriva il suo albo per disegnare qualche bella figura, saltava fuori chissà da dove don Prezzemolo, si soffiava il naso e cominciava: — Guai a quei ragazzi che perdono il tempo a disegnare le belle figure. Che cosa potranno diventare da grandi? Al più al più degli imbianchini, cioè persone sudice e malvestite che girano giorno e notte a insudiciare i muri e perciò finiscono in prigione come si meritano. Ciliegino, vuoi tu finire in prigione? Per paura della prigione, Ciliegino non sapeva a che santo votarsi. Per fortuna qualche volta don Prezzemolo non poteva saltar fuori da nessuna parte, perché era andato a fare un pisolino o perché indugiava a tavola a discorrere con la bottiglia. In quei pochi istanti Ciliegino era finalmente libero. Don Prezzemolo se ne rese conto, e fece mettere tutti quei cartelli di cui ho parlato: con questo sistema, poteva dormire un'oretta di più, sicuro che intanto il suo pupillo non perdeva tempo e, passeggiando per il parco, imparava utili lezioni. Ma Ciliegino, quando passava vicino ai cartelli, si toglieva gli occhiali, così non vedeva quel che c'era scritto e poteva continuare tranquillamente a pensare ai casi suoi. Mentre dunque Ciliegino passeggiava nel parco, si sentì chiamare da due voci squillanti come campanelli. — Signor Visconte! Signor Visconte! Si mise gli occhiali e vide un ragazzo della sua età, piuttosto malvestito ma dal viso chiaro e simpatico, e una ragazzina di forse dieci anni, coi capelli raccolti in un codino che le stava sempre in piedi sulla testa. Ciliegino si inchinò cerimoniosamente e disse: — Buongiorno, signori. Io non ho l'onore di conoscerli, ma farei volentieri la loro conoscenza. — Allora perché non vieni più vicino? — Non posso. Don Prezzemolo non vuole che io parli con i ragazzi del villaggio. — Ma ormai abbiamo già parlato. — Quand'è così, vengo subito. Ciliegino era timido e bene educato, ma nei momenti decisivi sapeva prendere decisioni eroiche. Entrò decisamente nell'erba, calpestandola con tutta la forza delle sue gambette e si avvicinò all'inferriata. — lo mi chiamo Ravanella, — si presentò la bambina. — E questo è Cipollino. — Molto piacere, signorina. Molto piacere, signor Cipollino. Ho già sentito parlare di lei dal Cavalier Pomodoro. — Ecco uno che mi mangerebbe senza neanche condirmi. — Proprio così. Appunto per questo mi sono figurato che lei doveva essere una simpaticissima persona. E vedo che non mi sono sbagliato. Cipollino sorrise: — Benissimo. Allora perché stai facendo tanti salamelecchi e mi dai del lei come se fossi un vecchio cortigiano in parrucca? Diamoci del tu. Ciliegino si ricordò improvvisamente di un cartello che stava sulla porta del pollaio, e dove
don Prezzemolo aveva fatto scrivere «Non si deve dar del tu a nessuno» , perché aveva sorpreso una volta Ciliegino a conversare confidenzialmente con le galline. Tuttavia decise di passar sopra anche a quel cartello, com'era passato sopra l'erba e rispose: — D'accordo. Diamoci del tu. Chissà come gli fischieranno le orecchie, a don Prezzemolo. Risero tutti e tre allegramente. Sulle prime Ciliegino rideva appena appena con un angolo della bocca, ricordandosi di un cartello di don Prezzemolo che diceva— «E' vietato ridere il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica». Ma poi, vedendo Cipollino e Ravanella che ridevano senza ritegno, si lasciò andare e rise a pieni polmoni. Una risata così lunga e così allegra, al Castello del Ciliegio non si era mai sentita. Le nobili Contesse, in quel momento, sedevano nella veranda a bere il té. Donna Prima udì la risata ed osservò: — Sento uno strano rumore. Donna Seconda accennò col capo: — Lo sento anch'io. Dev'essere la pioggia. — Ti faccio notare che non piove affatto, — disse Donna Prima, con aria sentenziosa. — Se non piove, pioverà, — ribattè Donna Seconda con decisone, alzando il capo per trovare conferma nel cielo. Il cielo però era limpido come se fosse stato scopato e lavato dalla nettezza urbana cinque minuti prima: non si vedeva una nuvola per scommessa. — Io dico che è la fontana, — ricominciò Donna Prima. — La fontana non può essere: è rotta e non da acqua. — Si vede che il giardiniere l'ha riparata. Ma il giardiniere non si era nemmeno accorto che la fontana era rocca. Anche Pomodoro aveva udito quello strano rumore, e non era per niente tranquillo. — Nelle prigioni del castello, — pensava, — ci sono molti prigionieri. Bisogna vigilare, se non vogliamo avere sorprese. Desise di fare un giretto d'ispezione nel parco e dietro il Castello, dove passava la strada del villaggio, scoprì i tre ragazzi in allegra conversazione. Se il cielo si fosse aperto, e gli angeli fossero rotolati giù l'uno sull'altro, la sorpresa di Pomodoro non sarebbe stata maggiore. Ciliegino che calpestava l'erba! Ciliegino che parlava con due straccioni! In uno di quei due straccioni, poi, Pomodoro ravvisò addirittura il monello che lo aveva fatto piangere abbondantemente. Montò in furore e diventò così rosso che se fossero passati di lì i pompieri avrebbero dato mano alle pompe per spegnerlo. — Signor Visconte! — chiamò con voce terribile. Ciliegino si volse, impallidì, si strinse all'inferriata. — Amici, — bisbigliò, — scappate, prima che Pomodoro possa farvi del male. Cipollino e Ravanella scapparono, senza smettere di ridere. — Per questa volta, — osservò Ravanella, — la nostra spedizione non è riuscita. Ma Cipollino non la pensava così: — E chi te l'ha detto? Abbiamo conquistato un amico, e questo non è poco. Il loro nuovo amico, intanto, si preparava a subire le lavate di capo di Pomodoro, di don Prezzemolo, di Donna Prima, di Donna Seconda e di tutto il parentado. Il povero ragazzo si sentiva infelice come non mai. Per la prima volta egli aveva trovato due amici, per la prima volta in vita sua aveva riso di cuore, ed ecco che doveva perdere tutto di nuovo: Cipollino e Ravanella erano scappati giù per la collina e forse non li avrebbe più rivisti. Quanto avrebbe dato per essere con loro, là fuori, dove non c'erano cartelli, dove si potevano calpestare i prati e cogliere i fiori! Per la prima volta nel cuore di Ciliegino c'era quella cosa strana e terribile che si chiama dolore. Era una cosa troppo grande per lui, e Ciliegino sentì che non l'avrebbe potuta sopportare. Si gettò a terra e cominciò a singhiozzare disperatamente. Pomodoro lo raccolse, se lo mise sotto il braccio come un fagottello, e si avviò su per il viale.
perché era arrivato senza carrozza. — Un dottore senza carrozza, — essi dicevano, — è un dottore senza medicina. Ma proprio in quel momento sbucò fuori don Prezzemolo, che come sapete si trovava sempre dappertutto e, tanto per dire il contrario degli altri, ordinò che lo lasciassero passare. Il dottor Marrone visitò il malato di sotto e di sopra, gli guardò la lingua e gli occhi, gli tastò il polso, gli fece qualche domanda a bassa voce, poi si lavò le mani e disse soltanto: — O che brutta malattia esser senza compagnia. — Che cosa volete insinuare? — domandò bruscamente il Cavalier Pomodoro. — Io non insinuo nulla, io dico la verità, se la volete sentire. Questo ragazzo non ha nulla. Ha un po' di malinconia. — Che malattia è? — domandò Donna Prima che non l'aveva mai avuta. Donna Prima, infatti, aveva un debole per le malattie: quando ne sentiva nominare una nuova se la faceva subito venire per provarla. Del resto era tanto ricca che la spesa delle medicine non le importava nulla. — Non è una malattia, signora Contessa. E' una tristezza. Il ragazzo ha bisogno di compagnia. Perché non lo mandate a giocare qualche volta con gli altri ragazzi? Non l'avesse mai detto: si levò un coro di proteste. Il povero dottore fu coperto di insulti. — Se ne vada, — ordinò Pomodoro, — se ne vada prima che lo faccia cacciare fuori dai miei servi. — E si vergogni — aggiunse Donna Seconda, — si vergogni di aver abusato della nostra fiducia. Lei si è introdotto nella nostra casa con l'inganno. Se io volessi potrei farla denunciare per violazione di domicilio: non è vero, avvocato? E si volse per chiedere il parere del sor Pisello, che quando c'era bisogno di un suo parere era sempre presente. — Certamente, signora Contessa. E tratto il suo taccuino segnò subito, nel conto delle Contesse del Ciliegio: «Parere circa la denuncia del dottor Marrone per violazione di domicilio, lire cinquantamila». Avendo così guadagnato la sua giornata, si affrettò a togliere l'incomodo.
Sarete certamente curiosi di avere notizie dei prigionieri, ossia del sor Zucchina, del professor Pero Pera, di Mastro Uvetta, della sora Zucca e degli altri abitanti del villaggio che Pomodoro aveva fatti arrestare e gettare nei sotterranei del Castello. Per fortuna Pero Pera aveva portato quel pezzetto di candela, perché i sotterranei erano scuri scuri e pieni di topi. Per tenerli lontani il professore cominciò a suonare il violino. Ma egli era di temperamento malinconico e suonava solamente canzoni tristi, che facevano venir voglia di piangere. Mastro Uvetta pregò il professore di smetterla con quella lagna. I topi, potete figurarvi, appena tornato il silenzio marciarono all'attacco su tre colonne. Il Topo-in-capo ordinò la manovra: — La prima colonna convergerà da sinistra sulla candela e se ne impadronirà. Ma guai a voi se la rovinate: i denti per il primo ce li devo mettere io che sono il generale. La seconda colonna marcerà sul violino: è fatto con una mezza pera, e dev'essere squisito. La terza colonna avanzerà frontalmente e avrà il compito di distrarre il nemico. I capitani delle tre colonne spiegarono il loro compito ai singoli topi di fanteria. Il Topo-in- capo prese posto sul carro armato, ossia su una vecchia tegola sbrecciata, adagiata sulla pancia di un topone che altri dieci topi tiravano per la coda. I trombettieri suonarono la carica e in pochi minuti la battaglia era decisa: Pero Pera riuscì a salvare il violino, sollevandolo al di sopra della mischia, ma la candela fu espugnata e i nostri amici rimasero al buio.
II sor Zucchina non si dava pace: — Tutto per colpa mia! — E perché mai sarebbe colpa vostra? — borbottò Mastro Uvetta. — Se io non mi fossi ostinato a voler quella casa, non ci troveremmo nei guai. — Ma state un po' zitto, — esclamò la sora Zucca. — Non siete mica voi che ci avete messo in prigione. — Io sono vecchio, che cosa me ne faccio di una casa— piagnucolava Zucchina. — Posso andare ad abitare sotto una panchina ai giardini pubblici, là non darò fastidio a nessuno. Amici, per favore, chiamate le guardie e dite loro che regalerò la casina a Pomodoro e gli dirò anche dove può andarla a prendere. — Tu non gli dirai un bel niente, — sbottò Mastro Uvetta. Il professor Pero Pera pizzicò tristemente una corda del suo violino: — Si metterebbe nei pasticci anche il sor Mirtillo. — Sst! — fece la sora Zucca, — niente nomi. Qui anche i muri hanno orecchie. Si guardavano in giro, spaventati, ma senza la candela era così buio che non poterono vedere se la prigione avesse davvero le orecchie. E invece le aveva. Ne aveva uno solo, per la verità: un orecchio rotondo, dal quale partiva un tubo, una specie di telefono segreto, che portava tutte le parole che si dicevano in cella dritto dritto nella camera del Cavalier Pomodoro. Per fortuna in quel momento Pomodoro non era in ascolto', perché aveva troppo da fare al capezzale di Ciliegino. Nel silenzio che seguì, si sentirono degli squilli di tromba. I topi tornavano all'attacco, più che mai decisi a conquistare il violino di Pero Pera. Per spaventarli, il professore si accinse a suonare: appoggiò lo strumento alla spalla, brandì l'archetto con aria ispirata e tutti trattennero il fiato. Lo tennero per un bel pezzo, ma poi lo lasciarono e si decisero a respirare, perché dallo strumento non usciva alcun suono. — Qualcosa che non va? — domandò Mastro Uvetta. — I topi mi hanno mangiato l'archetto, — esclamò Pero Pera con le lacrime in gola. L'avevano rosicchiato quasi tutto, lasciandone soltanto pochi centimetri. Senza archetto non si poteva far musica e l'esercito dei topi avanzava, lanciando terribili strida di guerra. — Tutto per colpa mia, — sospirava il sor Zucchina. — Smettetela di sospirare e dateci una mano, — ordinò Mastro Uvetta, — o piuttosto, dal momento che sospirate così bene, provatevi anche a miagolare. — Ho proprio voglia di miagolare, — si lamentò Zucchina. — Mi meraviglio di voi che siete una persona seria e vi mettete a scherzare in questa situazione. Mastro Uvetta non gli rispose nemmeno e accennò un miagolio così bene imitato che l'esercito dei topi si arrestò. — Miao, miao, — miagolava ii ciabattino. — Miao, miao, — gli faceva eco il professore, senza cessare di piangere per la fine ingloriosa del suo archetto. — Per la venerata memoria di mio nonno Topazzo Terzo, re di tutte le cantine e di tutte le fogne: qui c'è un gatto, — esclamò il Topo-in-capo, frenando bruscamente il carro armato. — Generale, siamo stati traditi, — gridò uno dei tre capitani giungendo di corsa. — Le mie truppe hanno avvistato una colonna di gatti soriani, armati di baffi e di artigli. Le sue truppe non avevano visto un bel niente. Avevano solamente avuto paura, ma la paura fa vedere anche quello che non c'è. — Miao, miao, — miagolavano disperatamente i nostri prigionieri. Il Topo-in-capo si lisciò la coda, come faceva sempre quando era preoccupato, tanto che la coda era tutta consumata. — Giuro sulla memoria del mio trisavolo Topazzo Primo, Imperatore di tutti i granai, che i traditori la pagheranno. Intanto, suonate la ritirata. I capitani non se lo fecero ripetere. Le trombe suonarono la ritirata e l'intero esercito si ritirò più in fretta che potè, con in testa il Topo-in-capo.