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gioco azzardo antichità, Appunti di Storia

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Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 07/11/2025

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IL GIOCO D’AZZARDO NELL’ANTICHITÀ
Il gioco è un aspetto
basilare nella vita
dell’uomo di tutte le età
ed è palese che le diverse
civiltà se li passarono
l’una con l’altra. A poco a
poco anche i Romani li
ereditarono tutti dalle
civiltà precedenti e a
Roma si giocò molto.
Giocarono i piccoli
scommettendo le noci,
giocarono molto meno
ingenuamente gli adulti e
quando il gioco diventava meno innocente e più rischioso, si giocava per
denaro riuscendo spesso a perdere vere e proprie fortune. Ovidio in una sua
opera ( Ars amatoria) scrive: Sic, ne perdiderit, non cessat perdere lusor (Così
ai dadi il giocator perdente per non restare in perdita continua a perdere).
Naturalmente, per tutelare tutti i cittadini dai rischi che derivavano dal gioco
d’azzardo, fin dall’epoca repubblicana si era anche cercato di promulgare delle
apposite leggi, una fra queste era la Lex Alearia. Questa legge stabiliva, infatti,
quali fossero i giochi proibiti e li elencava in una lista:
. Capita aut navia (testa o croce)
. Tali (astragali)
. Tesserae (dadi)
. Digitus micare (morra)
. Parva tabella lapillis
. Ludus Latruncolorum (speciale tipo di dama che richiedeva l’uso di una tabula
lusoria (scacchiera) e pedine)
. Duodecim Scripta (dodici righe, richiedeva anch’esso l’uso di una tabula
lusoria e pedine)
Alcuni di questi giochi sono, ancora oggi, considerati giochi d’azzardo; è
possibile che anticamente venivano vietati perché si pensava che forti puntate
e scommesse ne potessero alterare il carattere . Del resto era evidente che per
vincere o perdere grosse somme non c’era bisogno di giocare ai dadi bastava
scommettere sulle cose più varie.
Ne è d’esempio un gioco praticato nell’antica Roma, che non aveva bisogno né
di scacchiere di dadi, parliamo precisamente di Navia aut capita che vuol
dire “Testa o Nave” perchè la moneta più adatta a questo gioco aveva incisa,
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IL GIOCO D’AZZARDO NELL’ANTICHITÀ

Il gioco è un aspetto basilare nella vita dell’uomo di tutte le età ed è palese che le diverse civiltà se li passarono l’una con l’altra. A poco a poco anche i Romani li ereditarono tutti dalle civiltà precedenti e a Roma si giocò molto. Giocarono i piccoli scommettendo le noci, giocarono molto meno ingenuamente gli adulti e quando il gioco diventava meno innocente e più rischioso, si giocava per denaro riuscendo spesso a perdere vere e proprie fortune. Ovidio in una sua opera ( Ars amatoria) scrive: Sic, ne perdiderit, non cessat perdere lusor (Così ai dadi il giocator perdente per non restare in perdita continua a perdere). Naturalmente, per tutelare tutti i cittadini dai rischi che derivavano dal gioco d’azzardo, fin dall’epoca repubblicana si era anche cercato di promulgare delle apposite leggi, una fra queste era la Lex Alearia. Questa legge stabiliva, infatti, quali fossero i giochi proibiti e li elencava in una lista:

. Capita aut navia (testa o croce) . Tali (astragali) . Tesserae (dadi) . Digitus micare (morra) . Parva tabella lapillis . Ludus Latruncolorum (speciale tipo di dama che richiedeva l’uso di una tabula lusoria (scacchiera) e pedine) . Duodecim Scripta (dodici righe, richiedeva anch’esso l’uso di una tabula lusoria e pedine) Alcuni di questi giochi sono, ancora oggi, considerati giochi d’azzardo; è possibile che anticamente venivano vietati perché si pensava che forti puntate e scommesse ne potessero alterare il carattere. Del resto era evidente che per vincere o perdere grosse somme non c’era bisogno di giocare ai dadi bastava scommettere sulle cose più varie. Ne è d’esempio un gioco praticato nell’antica Roma, che non aveva bisogno né di scacchiere né di dadi, parliamo precisamente di Navia aut capita che vuol dire “Testa o Nave” perchè la moneta più adatta a questo gioco aveva incisa,

da una parte la prua di una nave e dall’altra la testa di Giano. Indovinare quale faccia sarebbe uscita non bastava, perciò si scommetteva su una delle due facce a quel punto il gioco da divertimento diventava un gioco d’azzardo completamente a sé stante. Ai giorni nostri questo gioco è ancora praticato ed è conosciuto come Testa o Croce perché la prima moneta del Regno d’Italia aveva questi due simboli impressi uno nel “recto” e l’altro nel “verso”. Per chiarire poi le regole di questi giochi abbiamo le informazioni che troviamo nelle varie fonti letterarie; sappiamo infatti che sul gioco furono composti addirittura interi volumi e sicuramente sui giochi d’azzardo nacquero vari trattati, uno di questi venne scritto perfino dall’imperatore Claudio, accanito giocatore. Oggi di tutte queste opere resta soltanto l’Onomasticon, un trattato in dieci libri scritti da Giulio Polluce. La parte che riguarda i giochi è il libro IX. Fra tutti i giochi d’azzardo, sicuramente, il preferito fu l’astragalo, vi si giocava con le ossa brevi ricavate dalle zampe posteriori delle pecore, montoni ed altri animali, più precisamente dalle ossa articolate poste tra la tibia e il perone. Con gli astragali giocavano tutti: ragazzini, uomini e addirittura fanciulle; erano uno strumento di gioco così diffuso che vennero ricopiati in vari materiali: dall’economica terracotta al piombo, dal marmo ai più preziosi realizzati in avorio, argento e addirittura in oro. In alcune partite venivano usati pregiati astragali e sfarzosissime tabulae lusoriae (scacchiere) in cui si perdevano o vincevano cifre astronomiche. I giovanissimi giocavano nientemeno che sul pavimento. Questo è quanto vediamo in una copia romana di una statua ellenistica, (II secolo a. C.), proveniente da uno scavo al Celio e oggi conservata a Berlino, nel Museo Pergamon: la ragazza pettinata con i capelli tirati e un leggero abito, sta accovacciata per terra e guarda pensierosa gli astragali che ha appena lanciato davanti a se. Un altro esempio è la lastra marmorea dipinta con tratto leggero (I secolo d.C.) proveniente da Ercolano e attualmente esposta al Museo Archeologico di Napoli, reca una scena firmata dal pittore Alexandros Athenaios, dove appaiono, in primo piano, due fanciulle che giocano con gli astragali. Il pittore ha indicato anche il loro nome: Agalaia e Ilaria, mentre, le donne in secondo piano sono Phoibe, Latona e Niobe. Articolo di Samantha Lombardi pubblicato su Quotidiano di storia e archeologia

nell’aria con lo scopo di raccoglierne più possibili con il dorso della mano, ottenendo un punteggio favorevole. Il giocatore più fortunato era “il colpo di Venere”, il più sfigato “il colpo di cane”. C’erano anche gli antenati degli scacchi, Latrunculi , un gioco che comprendeva l’uso di pedine bianche e nere e della “tabula fusoria”, ovvero la tavola fatta in legno più o meno pregiato, marmo o vetro decorato. Ci voleva abilità logica e strategica, ognuno aveva un esercito guidato da un comandante che doveva conquistare l’avversario opposto. E non mancava l’antesignano del Backgammon, il Duodecim scriptorum, non altro che sorpassare le pedine avversarie per portarle alla parte opposta della tavola. Insomma, nell’antica Roma come nella Roma moderna tutti giocavano, anche se spesso fuorilegge. Molti erano costretti a pagare multe. Non erano invece vietate le scommesse con il denaro, tanto è vero che anche gli imperatori erano grandi giocatori. Nerone giocava sempre, Augusto perse 20 mila sesterzi in un giorno, Claudio aveva un carro adattato a sala da gioco. Oggi come allora il banco vince sempre. Cosa dovrebbero fare ora i bookmakers di diverso da quello che facevano nell’ Antica Roma? Con le tecnologie moderne le opzioni sono tante. E’ più difficile immaginare cosa farebbero i bookmaker e come faremmo tutti noi se improvvisamente ci trovassimo nell’Antica Roma. Sicuramente aspetteremmo impazienti le feste come la Saturnalia, in cui anche gli schiavi potevano giocare con i patrizi. Roma era anche questa, immaginiamo le scene di giubilo e confusione i giorni in cui tutti potevano giocare con tutti. Perché infondo il “fare casino” e il giocare sono sempre state due grandi passioni per i romani, fin dall’antichità. Le prime testimonianze sul del gioco d’azzardo risalgono all’antica Roma, quando gli abitanti dell’Impero erano soliti trascorrere le proprie serate intrattenendosi con questo genere di attività ludiche. Il gioco attirava molto i cittadini dell'antica Roma, in particolar modo quando poteva essere ricondotto ad un compenso, per quanto piccolo. Le tematiche sulle quali erano soliti scommettere erano legati ai gladiatori, alle corse dei carri e ad altre attività analoghe. Inizialmente si giocava in semplici taverne, le cui insegne recitavano " Panem et circenses " (ovvero pane e giochi), poi ci si divertiva nelle tabernae lusoriae : l’evoluzione è stata graduale, ma di grande impatto. I luoghi, protagonisti della scena, erano i retrobottega delle locande e delle osterie, aperti appositamente per permettere ai giocatori di ritrovarsi e scommettere. Spesso però, i giochi d’azzardo divennero soggetti a delle limitazioni : ad esempio in uno degli affreschi di Pompei sono raffigurati due giocatori che stanno discutendo animatamente circa i risultati di una partita e finiscono per essere allontanati dallo stesso oste. Non era previsto, quindi, che il gioco alterasse gli animi e in molti luoghi veniva di conseguenza proibito per non incorrere in questo tipo di rischi. Per ovviare a questo problema, molti romani giocavano di nascosto , prendendosi la responsabilità di rispondere a delle multe nel caso fossero stati scoperti durante il piazzamento delle scommesse. Agli schiavi o alle donne che venivano invitati a partecipare al gioco, era invece concesso di giocare solo in determinate situazioni e circostanze.

Tutte queste informazioni sono state rinvenute grazie alla lex tabularia di età repubblicana, legge che descriveva le regole e vietava diversi giochi. Alcuni dei giochi di cui conosciamo i nomi sono:

  1. Navia aut capita ;
  2. Tali;
  3. Latrunculi;
  4. Tesserae. Giochi praticati nell’antica Roma Nell’antica Roma venivano praticati numerosi giochi: tra questi Navia aut capita , che assomiglia molto all’attuale “testa o croce”. I romani si intrattenevano con questo gioco nel loro tempo libero, sfidandosi tra loro. Utilizzavano il lancio di una moneta e decretavano il vincitore della scommessa in base alla faccia mostrata da essa dopo il tiro in aria. Da un lato della moneta, infatti, era incisa una nave (Navia), mentre dall’altro era raffigurata la testa bifronte del Dio Giano (Capita). Un altro singolare gioco che appassionava i romani era il gioco Tali , il cui nome deriva dall'osso astragalo (collocato nel piede), e prevedeva il lancio in aria di piccoli pezzi di diverso materiale. Quest’ultimo cambiava a seconda delle possibilità del proprietario e spesso venivano utilizzate le ossa delle zampe bovine (chiamate anch’esse astragali). Il vincitore di questo gioco era colui che, con il dorso della mano, riusciva a prendere più astragali, ottenendo poi il titolo di "Colpo di venere". Si giocava poi a Ludus Latrunculorum o Latrunculi , uno fra i giochi preferiti dagli antichi romani che può ricordare, per molti aspetti, il gioco da tavolo dei moderni scacchi o della dama. Le regole di Latrunculi sono poco note, l’unica cosa certa è che si tentava di riprodurre su una scacchiera di legno, marmo o vetro colorato, le strategie militari di due eserciti che dovevano catturare gli avversari opposti guidati da un comandante. Sulla tabula fusoria , nome utilizzato per indicare la scacchiera, venivano poste pedine bianche e nere. Tra i tanti giochi che vengono considerati d’azzardo, quello dei dadi è quello più conosciuto. Nell’antica Roma i dadi venivano chiamati tesserae e la loro origine è molto antica, probabilmente risalente all’antica Grecia. La tabula aleatoria era la superficie sulla quale i giocatori lanciavano i dadi, che già in antichità avevano una forma cubica come quella attuale. I dadi erano fatti perlopiù in osso, ma se ne trovano anche altri fatti in bronzo, avorio, cristallo e ambra.

all’interno di un contesto sociale, si trovano nelle civiltà greca e romana. Una delle prime testimonianze letterarie è rappresentata da un passo dell’Odissea in cui viene narrato l’episodio dei Proci intenti a giocare con delle pedine nell’atrio esterno del palazzo di Ulisse. Il gioco è trattato anche in un altro poema epico, l’Iliade, nel quale Omero attraverso la voce di Patroclo racconta che Achille uccise il figlio di Anfidamonte per una disputa dovuta al gioco degli astragali. Gli astragali sono degli ossicini del tarso di bovini e ovini ed erano composti da quattro facce a cui era attribuito un valore specifico. Inizialmente gli astragali venivano usati come oggetti magico-apotropaici nei riti divinatori e nelle previsioni astrologiche. Con la perdita del valore sacrale, diventarono poi strumenti nei giochi di abilità e di azzardo. Tra i giochi più comuni con gli astragali si ricorda il “Pari e Dispari” che consisteva nell’estrarre gli ossicini da una borsa indovinando, appunto, se il numero estratto fosse pari o dispari. Questa attività ludica era popolare sia tra i fanciulli che tra gli adulti e quest’ultimi vi rischiavano ingenti somme di denaro.

Un altro gioco molto popolare tra gli antichi greci era il gioco dei dadi. I dadi erano noti in tutto l’oriente da tempo immemore, come provato da numerosi ritrovamenti presso antiche civiltà. In origine si lanciavano i dadi per conoscere la volontà divina. Si ricavavano da ossa di animali ed erano molto in voga tra le antiche popolazioni come i babilonesi, i sumeri, gli assiri e gli egizi. La parola azzardo infatti deriva dall’arabo az-zhar che significa proprio dado. Come gli astragali anche i dadi persero nel corso del tempo il proprio valore sacro trasformandosi in un vero e proprio strumento di intrattenimento. Generalmente si giocava con tre dadi di terracotta le cui sei facce erano contrassegnate da una lettera. Il colpo di Afrodite era il tiro migliore in assoluto (3 volte 6), mentre il peggiore era il colpo del cane (3 volte 1). I dadi erano costituiti da materiali eterogenei quali terracotta, piombo, bronzo, osso, quarzo, argento e persino oro. Esistevano anche dei dadi poliedrici tagliati da un dado cubico in otto angoli. Platone attribuì l’invenzione dei dadi al dio Thet, mentre il geografo greco Pausiana l’attribuisce a Palamede, valoroso guerriero famoso per la sua intelligenza. Il primo storico che inserì i giochi e la sfera ludica in un contesto sociale più ampio e delineato fu Erodoto. Il pater historiae, come lo definisce Cicerone, all’interno della sua opera “Le Storie”, attribuisce l’origine dei principali giochi ellenici al popolo dei Lidi, popolazione indoeuropea che dal VII sec. a.C. abitò la terra di Lidia.

Alcune persone inoltre svilupparono un rapporto problematico col gioco e addirittura Diogene, il filosofo greco, riferisce che Socrate fosse un vero e proprio giocatore. Le numerose testimonianze scritte e i reperti archeologici pervenuti fino a noi attestano quanto il gioco avesse una valenza culturale e sociale di primo piano nell’Antica Grecia, un aspetto integrato profondamente negli usi e costumi di quelle popolazioni, che ha posto le fondamenta per le evoluzioni che lo hanno portato fino ai giorni nostri, epoca dopo epoca.