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relazione per esame di sociologia della devianza sul testo Foucault, M. (1999) Gli anormali. Corso al College de France (1974), trad. it. Milano, Feltrinelli, 2000
Tipologia: Prove d'esame
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Non possiamo non citare Franco Basaglia se parliamo di devianza. È stato una figura molto influente degli anni sessanta, settanta e ottanta. Franco Basaglia è strettamente connesso alla legge 180, la quale che sancì la chiusura dei manicomi in Italia, visti come luoghi per l’internamento degli individui considerati devianti e come forme di controllo sociale delle classi, per così dire, pericolose. Le sue teorie vanno in collisione con la, fin a quel tempo, affermata tesi di Lombroso. Cesare Lombroso condannava i figli degli emarginati a rimanere tali. Con questa ideologia viene fornito un pensiero secondo cui il diverso è visto come pericolo per la normalità. Basaglia fece superare questa ideologia per cui si discriminava i malati mentali. Il suo pensiero verterà ad analizzare il controllo della devianza attraverso il monopolio burocratico del modello penale, sociale, medico e morale. Le sue idee era tese a modificare i sistemi di controllo e le teorie in nome di una cultura del diverso; inoltre voleva rimuovere gli effetti dannosi dell’etichettamento.
La devianza è un argomento che desta molto interesse ed è stato studiato da tutte le scienze sociali con ognuna un punto di vista diverso. Le definizioni che sono state date della devianza hanno tutte un concetto in comune: la devianza non è una qualità intrinseca, ma un interpretazione che si da su
Queste nozioni erano i modelli elaborati da C. Bernard agli inizi del XIX secolo, secondo cui si doveva partire dalla patologia per comprende la fisiologia dell’essere umano. Lo stesso pensiero era quello di S. Freud, per cui per capire l’uomo nella sua totalità si doveva indagare e capire prima la malattia. Ma, coloro che hanno contribuito di più a delineare la questione sono stati M. Foucault e G. Canguilhem. Essi hanno cercato di definire la devianza cimentandosi in uno scontro animato da molto diverbi. Le definizioni di norma e di devianza usate per inserire comportamenti nell’ordine sociale non sono sempre le stesse.
I limiti in cui definire un comportamento deviante oppure no, non sono stati sempre identificati dalle norme giuridiche o dai valori della società. In un corso tenuto al Collège de France, è M. Foucault a mettere in luce la questione sugli anormali. Per mettere in evidenza alcuni meccanismi della perizia medico legale, elabora quello che lui chiamò il principio della porta girevole per spiegare il rapporto tra malattia e responsabilità. (Foucault, 1999). Facendo riferimento all’Art. 64 del codice penale del 1810, non sussiste il crimine se al momento dell’atto l’individuo è in stato di demenza. Quello che Foucault voleva far emergere era che, al momento che entrava in scena il patologico doveva uscirne la criminalità, cioè la giustizia diventava inutile di fronte al folle. Quindi, dove la giustizia non può muoversi, entra in gioco la perizia, che toglie un criminale e attesta un nuovo folle.
Il rispetto delle norme e la conformazione delle aspettative di ruolo è fattibile solo con un adeguato controllo sociale. Questo controllo è il mezzo con il quale l’autorità verifica che tutti rispettino le norme e se venisse rilevata un infrazione, applicare la sanzione prevista. Questo porta a un collegamento diretto con la devianza. La devianza infatti è strettamente legata all’idea di organizzazione sociale, in quanto un’organizzazione non può essere senza regole, e di conseguenza non ci possono essere regole se non c’è la possibilità di infrangerle. Vista così, la devianza assume un nuovo senso, molto diverso anche dalla visione di Basaglia. Il non rispetto delle norme non è sempre un voler celebrare la libertà o l’anarchia, ma può anche essere un sottolineare i limiti. Per sottolineare di nuovo il concetto, il sistema sociale è basato su una logica che non soddisfa tutti: l’inefficiente, il diverso, il fragile vengono emarginati ed eliminati perché non utili allo sviluppo. Questo sul piano economico, sul piano sociale invece questa intolleranza sottolinea l’insicurezza dell’uomo nel suo rapporto con l’altro. Ciò che non viene visto nella norma, deve essere allontanato ed eliminato per la sicurezza di tutti. La prostituta, per esempio, vista per strada desta scandalo, cosa che non succede se chiusa in un manicomio. (Goussot, 2011). Il corpo deviante giustifica una funzione duplice: è sia motivo di scandalo, sia esercizio per le logiche repressive rivolte a
ricondurre alla necessità i corpi docili. Il sorgere di un discorso più moderno sulla devianza risale a tre grandi trasformazioni che si verificano intorno al XVIII secolo:
Ai giorni d’oggi, quando riconosciamo un comportamento deviante, lo facciamo secondo tre schemi di regolazione-repressione: lo schema legale/giuridico che richiama la logica della punizione come carceri, riformatori e comunità. Lo schema assistenziale che segue la logica di medicalizzazione come case di cura, in passato manicomi ad oggi istituti speciali e centri di salute mentale. Quello che cambia, in definitiva, è il sistema di controllo in base al contesto socio- culturale. Non necessariamente intenzionale ma effetto dell’apparati di controllo, l’etichettamento veniva definito come un processo in cui alla fine il deviante, indipendentemente dalle sue reazioni era il prodotto finale di un sistema di fabbricazione della realtà. (Dal Lago, 2000). Un giusto esempio di quello scritto sopra è un intervista psichiatrica, dove si vede benissimo il meccanismo tra malattia e controllo sociale.
INTERVISTA PSICHIATRICA
DOTTORESSA (al pubblico): Un intervista psichiatrica efficace è il primo passo per la comprensione dei problemi del malato e soprattutto della malattia. È fondamentale avere un buon metodo. Osservate… Prego, Antonello: accomodati.
ANTONELLO: Sono qui, dottoressa.
DOTTORESSA: (al pubblico) Come vedete, il paziente ha necessità di affermare la sua presenza nel mondo. (ad Antonello) Ti vedo, Antonello, ti vedo. Allora, cominciamo.
ANTONELLO: Davanti a tutti? Devono ascoltare tutti i fatti miei?
DOTTORESSA: (al pubblico) Il paziente manifesta subito i segni della paranoia. (Ad Antonello) E sentiamo, Antonello, perché pensi che tutti dovrebbero ascoltare proprio i fatti tuoi?
[…]
ANTONELLO: No, è solo che, sono cose private.
DOTTORESSA: Allora, senti: facciamo come se non ci fossero. Va bene?
ANTONELLO: Ma ci sono.
DOTTORESSA: Ancora le solite allucinazioni?
ANTONELLO: Ma che allucinazioni, dottoressa? Sono li. Eccoli.
DOTTORESSA: Appunto. Ma prima cosa ti ho detto? Ti ho detto facciamo come se non ci fossero.
DOTTORESSA: Ma caro, lo sanno tutti che è stata lei.
[…] E’ lei che ti fa dire le cose brutte.
ANTONELLO: Guardi che io non ho detto nessuna cosa brutta. Vuole un bicchier d’acqua?
DOTTORESSA: No, grazie: devo restare lucida. Altrimenti non posso scovarla, colpirla, annientarla.
ANTONELLO: Ma annientare chi?
DOTTORESSA: La malattia, no?
ANTONELLO: Ancora con questa storia della malattia? Sono dieci anni che mi tiene chiuso con questa malattia. Io, questa malattia non la conosco! Lo vuole capire? Non so chi è, non so cos’è! Si tocca? Si mangia?
[…]
ANTONELLO: A parte tutto, dottoressa, io una cosa sola voglio sapere: mi fa uscire da qui, questo mese, si o no?
DOTTORESSA: (al pubblico) Disturbi d’ansia. (ad Antonello) Antonello, quanta fretta!
ANTONELLO: Come quanta fretta? Sono qui da dieci anni!
DOTTORESSA: Bisogna prima vedere se la malattia è andata via da te.
ANTONELLO: E come si fa a vedere?
DOTTORESSA: Con un metodo scientifico infallibile.
[…]
DOTTORESSA: Interpretare queste macchie, che sembrano messe a caso ma che hanno una logica inoppugnabile. Allora, cosa vedi?
[…]
ANTONELLO: Il colore.
DOTTORESSA: (al pubblico) Il paziente ha freni inibitori molto sviluppati. (ad Antonello) Sforzati, entra dentro alle macchie. Immagina. Lascia galoppare il tuo inconscio e trova le parole più adatte ad esprimere le tue emozioni interiori.
ANTONELLO: Quella mi sembra un pipistrello, un gabbiano… Una farfalla? Una alce? Un topo?
ANTONELLO: Sono andato bene?
[…]
DOTTORESSA: Beh, insomma, quel riferimento all’alce… Con quelle corna contorte come i pensieri che si diramano dalla testa. Per quanto anche il topo e il gabbiano sono indice di
schizofrenia e la farfalla allude a un universo irraggiungibile ed è quindi molto vicina alla depressione. […]
ANTONELLO: Non è che conosco tutti gli animali, ho detto quelli che mi ricordavo. Adesso se non mi ricordo tutti gli animali sono matto? Chiediamolo a loro quanti animali si ricordano! Chiediamolo a loro cosa vedono!
DOTTORESSA: Loro?
ANTONELLO: Ah già, loro
DOTTORESSA: Non ci sono.
ANTONELLO: Si dicevo per dire.
DOTTORESSA: (al pubblico): Confusione mentale. Frequente.
ANTONELLO: Dottoressa, io da qui voglio uscire: non c’è una domanda di riserva?
[…]
DOTTORESSA: Definiscimi un equazione di secondo grado.
ANTONELLO: Ma che? Non scherzi, dottoressa.
DOTTORESSA: (al pubblico) Atteggiamenti di scherno nei confronti dell’autorità. (ad Antonello). Antonello, io non sto affatto scherzando. Definiscimi un equazione di secondo grado.
[…]
ANTONELLO: Io un equazione di secondo grado non la so definire. Però non sono matto dottoressa, non sono malato.
DOTTORESSA: Questo lo decido io.
ANTONELLO: Certo, certo! Decide tutto lei! Tutto voi! Uno sta li a misurare, l’altro ad essere misurato. Ma glielo dico io chi misura e viene misurato e deve essere misurato. Come ti chiami? Guarda! Cosa chiude? Chiude gli occhi. Cosa sente? Non capisce! Come? Chi? Dove? Quando?
DOTTORESSA: Perché.
ANTONELLO: Come perché?
DOTTORESSA: Chi, dove, come, quando, perché. Hai dimenticato perché. Era un passaggio logico importante, Antonello.
ANTONELLO: Ho dimenticato perché! No che non l’ho dimenticato! Lo so io, perché. Lo so io. Sono loro che non lo sanno. Adesso, come la sto guardando dottoressa? Giusto o sbagliato? Guardo su o guardo giù? Qual è la direzione giusta? È lo stesso, tanto non cambia niente. Guardo giù: depresso. Guardo su: manie di grandezza. Perché non rispondo? Ah, ora rispondo e sono sfacciato. Cosa c’è? Che succede? Attento! Sto troppo attento. Non sto attento per niente. Non so neanche le equazioni di secondo grado. Però le tabelline le so! Le vuole sentire? Sei per sei? Trentasei. Sette
Una terza soluzione, la più drastica, è il licenziamento immediato, dimissioni imposte o mancato rinnovo della nomina. Ancora più grave è quando si organizza una procedura per cui l’individuo è messo in licenza di malattia o è costretto a sottoporsi a una cura psichiatrica. Goffman descrive questo processo come il vortice degli inganni che porta il soggetto ad entrare in ospedale. (Goffman, 1959). Per concludere, si capisce che adesso il problema da risolvere è il contenimento delle minacce per l’equilibro del sistema. Le modalità di controllo assumono la caratteristiche di prevenzione e non di repressione. (Dal Lago, 2000).
Già nella primissima generazione di sociologi americani, la questione delle devianza era un argomento centrale. I fenomeni che erano considerati devianti, come il crimine e la delinquenza, erano visti come minacce alla moralità e alle concenzioni dell’ordine sociale. In quei periodi, le istituzioni sociali non solo detenevano il potere del controllo sociale, ma creavano la devianza anche per necessità preventive dell’intero sistema. Durante gli anni venti e trenta si creò un nuovo filone di pensiero, un modo meno moralistico di affrontare la devianza, creato dalla Scuola di Chicago. In questi anni, la crescita esponenziale e rapida delle città diventa il nodo politico e sociale degli Stati Uniti d’America. Le grandi città formatesi sono il punto di arrivo di un enorme flusso di migranti provenienti sia dall’Europa sia dalle piccole realtà dell’America del tempo. Chicago diventa il luogo di ricerca per i fenomeni urbani. Nella Scuola di Chicago i ricercatori, dal 1916 al 1939, partivo dall’interesse comune per i gli effetti dell’urbanizzazione, per poi specializzarsi, creando i rami della sociologia contemporanea. Gli ecologi urbani creano il termine disorganizzazione sociale perché, secondo le loro teorie, la devianza si crea grazie a un processo di disgregazione sociale. I seguaci di questa scuola furono i primi a usare metodi etnografici: l’osservazione diretta, ricostruire storie individuali e lo studio di singoli casi. I loro metodi di descrizione della devianza creano una metodologia duratura. (Cohen, 1995). Per le teoria elaborate all’interno di questa scuola, per capire bene la devianza è essenziale la teoria dell’interazionismo. Il comportamento umano viene catalogato come relativo, perché prodotto degli scambi simbolici. La devianza, quindi, è definita come la percezione che le persone hanno le une delle altre. L’attribuzione di un comportamento deviante avviene nell’assetto sociale complessivo, non nel contesto singolo dell’azione. Negli anni sessanta, grazie al contributo della Scuola di Chicago, si elaborerà la teoria dell’etichettamento. Un limite, però, di questa scuola, è che non considera i fattori storico-politici che possono influire nel comportamento. Ma nonostante questo, va riconosciuto il merito di un uso rigoroso dell’aspetto scientifico. Questa idea di devianza, che possiede sue regole e suoi codici, sarebbe stata sviluppata successivamente da Sutherland ed è il punto di partenza per la sociologia della devianza dagli anni sessanta in poi. (Dal Lago, 2000).
CONCLUSIONE
Le prime idee di sociologia vertevano sull’idea che la devianza porti al controllo sociale. Questo percorso sulla sociologia antica ci fa capire l’opposizione di Basaglia, secondo cui è il controllo sociale che porta la devianza. Se il concetto di devianza come produttrice di realtà ha un minimo di valore, una teoria che affronti questo fenomeno, sotto ogni punto di vista, è nel migliore dei casi molto limitata. (Dal Lago, 2000). La Scuola di Chicago, in altri termini, ha fornito una prospettiva innovativa della reazione sociale, che può essere definita a livello di classificazione, di definizione e degli effetti che produce. La problematicità che mette in luce Basaglia è che un’organizzazione
sociale custodialistica non fornisce una qualificazione precisa in cui inquadrare il deviante. Analizzando la società attuale, cioè una società che mira troppo alla realizzazione personale e al raggiungimento di traguardi comuni, crea una tensione permanente. Per questo, la risposta più comune è il conformismo. Anziché dare per scontato e per normale ciò che tutti vogliono, o almeno così si presume, si dovrebbe capire che il pensiero deviante è normalissimo, in quanto la maggior parte degli individui ha infranto regole e continuerà a farlo. Questo perché siamo esseri umani liberi.