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Gli Etruschi e le città, Dispense di Storia

Libro di etruscologia e antichità italiche del Prof.Bruni

Tipologia: Dispense

2018/2019
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Caricato il 09/10/2019

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beatrice-toselli 🇮🇹

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a cura di
Stefano Bruni
testi di
Gabriella Barbieri
Gilda Bartoloni
Marisa Bonamici
Stefano Bruni
Giovannangelo Camporeale
Luca Cappuccini
Mariolina Cataldi Dini
Luca Cerchiai
Giovanni Colonna
Luigi Donati
Giulio Paolucci
Paola Rendini
Antonella Romualdi
Giuseppe Sassatelli
Anna Maria Sgubini Moretti
Simonetta Stopponi
Mario Torelli
SilvanaEditoriale
ETRUSCHI
Gli
delle
CITTÀ
Fonti,
ricerche
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Scarica Gli Etruschi e le città e più Dispense in PDF di Storia solo su Docsity!

a cura di

Stefano Bruni

testi di

Gabriella Barbieri

Gilda Bartoloni

Marisa Bonamici

Stefano Bruni

Giovannangelo Camporeale

Luca Cappuccini

Mariolina Cataldi Dini

Luca Cerchiai

Giovanni Colonna

Luigi Donati

Giulio Paolucci

Paola Rendini

Antonella Romualdi

Giuseppe Sassatelli

Anna Maria Sgubini Moretti

Simonetta Stopponi

Mario Torelli

SilvanaEditoriale

ETRUSCHI

Gli

delle

CITTÀ

Fonti,

ricerche

e scavi

4 Gli Etruschi delle città. Per una definizione del rapporto città e territorio Stefano Bruni

45 Le grandi realtà

46 Pisa e l’estremo distretto nord-occidentale dell’Etruria Stefano Bruni

54 Fiesole e la media valle dell’Arno Stefano Bruni

62 Volterra Marisa Bonamici

72 Arezzo Stefano Bruni

78 Cortona Mario Torelli

84 Perugia Mario Torelli

92 Chiusi Luca Cappuccini

104 Il territorio chiusino Giulio Paolucci

112 Populonia e il distretto minerario dell’Elba e del Campigliese Antonella Romualdi

124 Vetulonia Giovannangelo Camporeale

132 Roselle Luigi Donati

138 Orvieto Simonetta Stopponi

148 Saturnia e i centri della valle dell’Albegna Paola Rendini

154 Sovana Gabriella Barbieri

160 Vulci Anna Maria Sgubini Moretti

168 Tuscania Anna Maria Sgubini Moretti

174 Tarquinia Mariolina Cataldi Dini

182 Cerveteri Giovanni Colonna

194 Veio Gilda Bartoloni

204 Le città dell’Etruria padana Giuseppe Sassatelli

216 Gli Etruschi in Campania Luca Cerchiai

229 Bibliografia

SOMMARIO

Questa teoria ebbe in Luigi Pigorini, uno dei padri della paletnologia italiana ed europea, uno dei prin- cipali teorizzatori: gli “Italici” – che come si è detto non hanno corrispondenza in una realtà storica de- finita, trattandosi piuttosto di un’etichetta di como- do utilizzata per indicare una congerie di culture dif- ferenti – sarebbero massicciamente discesi in Italia dall’Europa centrale attraverso le Alpi, introducendo la cultura del bronzo delle terramare o palafitte argi- nate e il rito funebre dell’incinerazione, diffonden- dosi fino nella parte più meridionale della penisola. Dal differenziarsi del loro comune ceppo linguistico indoeuropeo deriverebbero le diverse lingue dei po- poli di età storica; unica eccezione il popolo parlan- te etrusco, che costituirebbe un relitto delle popola- zioni precedentemente stanziate in Italia. Il progresso compiuto, a partire dagli anni trenta del Novecento, dalle ricerche nel campo della protosto- ria italiana, mediterranea ed europea, da un lato, e nel settore degli studi linguistici, dall’altro, sia più generalmente nella valutazione e nella comparazio- ne delle diverse fonti di reintegrazione storica, han- no ampliato gli orizzonti delle nostre conoscenze e da decenni le formule ricostruttive prima ricordate risultano ingenue e superate. Sul piano del metodo, se, da un lato, sono state pro- gressivamente abbandonate posizioni che fondava- no ipotesi di così grande portata su una documenta- zione di necessità lacunosa e frammentaria, evitan- do, altresì, di operare meccanicistiche corrispon- denze tra aspetti etnici e fenomeni culturali, dedu- cendo, in altre parole, la presenza, l’estensione, i movimenti di un popolo o di una stirpe dall’indivi- duazione e dalla diffusione o dai cambiamenti di cul- tura attestati sul piano archeologico, si è venuta così affermando, dall’altro, per merito soprattutto di Mas- simo Pallottino, la necessità di affrontare lo studio dei vari popoli italici considerandoli non più come entità predeterminate nel tempo e nello spazio, cala- te nella storia attraverso un “momento di provenien- za”, bensì piuttosto come il punto di arrivo di una complessa e lunga “vicenda di formazione”, che ov- viamente non esclude apporti esterni anche cospicui, ma di varia natura e non puntualizzati nel tempo.

2. I L PROBLEMA DELL’ORIGINE DEGLI ETRUSCHI

L’importanza che il mondo etrusco ha avuto nel qua- dro dell’Italia preromana e il rilievo che il tema del- l’”origine” degli Etruschi ha assunto negli studi su questa civiltà, tanto da divenire una sorta di argo- mento di conversazioni erudite all’interno di salotti e financo su articoli di rotocalchi e giornali a larga diffusione popolare, oltreché di costituire uno dei

principali capitoli del mito etrusco della cultura mo- derna, impongono una trattazione particolare di questo argomento. Gli Antichi avevano già affrontato il problema e ave- vano elaborato due teorie. La più conosciuta e diffusa è quella dell’origine orientale e ha come garante il “padre degli storici”, Erodoto, che nel capitolo 94 del primo libro delle sue Storie , ricorda come in tempi antichi i Lidii, pres- sati da una carestia, avessero deciso di far emigrare una parte della loro popolazione sotto la guida di Tyrrhenos, il figlio del re Atys. Gli Etruschi (ovvero secondo il loro nome greco i Tyrrheni) sarebbero i discendenti di questi Lidii emigrati, che avrebbero preso il loro nome dal comandante che li avrebbe guidati in Italia. L’autorità di Erodoto e l’importanza della sua opera nella stessa formazione della storiografia greca ha provocato che questa teoria dell’origine lidia abbia offuscato un’altra tradizione, elaborata precedente- mente e a noi nota attraverso un passo di un con- temporaneo di Erodoto, Ellanico di Lesbo, riportato da Dionigi di Alicarnasso, uno storico di età augu- stea, nel capitolo 28 del primo libro delle sue Anti- chità Romane. Secondo questa teoria gli Etruschi sa- rebbero i discendenti dei Pelasgi partiti dalla Tessa- glia verso l’Italia, ovvero gli Etruschi sarebbero stati per i Greci la progenie di questo popolo misterioso, che i Greci conoscevano ancora nel VI secolo a.C. in diverse zone dell’Egeo – nell’isola di Lemno in particolare – ma che soprattutto consideravano co- me quello che li aveva preceduti nei siti che essi stes- si occupavano in età storica. A queste teorie se ne oppone un’altra, ricordata da Dionigi di Alicarnasso, secondo cui gli Etruschi sa- rebbero da ritenere un popolo autoctono, cioè ori- ginario della regione dove ha acquistato una sua fi- sionomia in epoca storica. Tuttavia queste teorie devono essere inquadrate nel contesto in cui sorsero. Per i Greci il problema del- l’origine degli Etruschi non costituiva l’argomento di speculazioni erudite, ma rappresentava un tema squisitamente politico: prendere posizione sull’ori- gine degli Etruschi significava prendere posizione rispetto agli Etruschi stessi, in un tempo nel quale questi erano il popolo più importante dell’Italia cen- trale. Gli Etruschi avevano buoni rapporti con certi Greci, come gli Ateniesi, che erano i loro grandi partners commerciali e con i quali furono alleati du- rante la spedizione in Sicilia del 413-412 a.C., nel corso della guerra del Peloponneso; gli Etruschi ave- vano, però, rapporti di ostilità con altri Greci, come i Siracusani, con i quali erano in conflitto per il do- minio del Tirreno e che non a caso alla metà del V secolo a.C. organizzarono spedizioni lungo le coste

6 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 7

Nessuno di questi popoli, a eccezione dei Romani, ha lasciato una sua tradizione letteraria originale. Laddove questa doveva sicuramente esistere, come in Etruria e in Campania, questa tradizione è andata, per vari motivi, ma principalmente per l’omologa- zione culturale romana, perduta con la scomparsa della lingua, sostituita dal latino. Le sole fonti sto- riografiche a disposizione sono quelle greche e lati- ne, in gran parte indirette e tardive. I documenti scritti diretti e contemporanei sono limitati a un ma- nipolo di iscrizioni, generalmente molto brevi, di contenuto funerario o votivo – salvo rare eccezioni – e il cui significato non è sempre perspicuo, ma che tuttavia costituiscono una testimonianza preziosa per la conoscenza e la classificazione delle lingue. Il nostro processo ricostruttivo si fonda, quindi, es- senzialmente sui dati della cultura materiale restituita da abitati, luoghi di culto, necropoli; circostanza que- sta che contribuisce a rendere particolarmente fram- mentato e disperso il quadro dei dati oggettivi, peral- tro suscettibile di letture da angolazioni metodologi- che differenti. Da qui discende la situazione degli studi sull’Italia preromana, che solo in questi ultimi decenni hanno avviato un’opportuna opera di sintesi e di interpretazione storica complessiva, affiancando le indagini analitiche e di prevalente interesse etno- grafico e antiquario che fin dal primo Ottocento hanno caratterizzato i lavori su questa regione.

1. IL PROCESSO FORMATIVO

Fin dall’antichità l’origine dei popoli italici ha costi- tuito un argomento di vivo interesse tra gli storici.

Tuttavia la materia resta ancor oggi largamente con- getturale e oggetto di dibattito, condizionata co- m’è dal continuo progresso della documentazione a disposizione e dal maturare degli orientamenti cri- tici, nonché dall’estrema difficoltà di far luce su una realtà giammai unitaria, ma anzi caratterizzata da una notevole varietà di unità etniche e, conseguen- temente, delle strutture sociali e culturali che com- pongono il quadro dell’Italia preromana. I Greci – ma anche gli autori romani la cui cultura ebbe comunque una matrice sostanzialmente elleni- ca – concepivano il concetto di “origine” come un “punto di partenza”, individuato in genere in un fat- to puntuale e determinante, visto come l’arrivo dal mare di un eroe straniero e la fondazione di città sul modello della colonizzazione greca di età storica: si pensi al caso dell’arcade Evandro a Roma e nell’Italia meridionale, o a quello del troiano Enea nel Lazio, ovvero a quello del lidio Tirreno in Etruria. Anche la scienza storica moderna, pur riconoscendo nelle varie tradizioni antiche nient’altro che miti e leggende prive di una reale consistenza storica, ha tendenzialmente riproposto nella sostanza lo schema sostituendo ai vari eroi degli antichi l’arrivo di popo- lazioni con propri caratteri etnici e linguistici già co- stituiti, alle cui immigrazioni si riporterebbe il mo- mento iniziale della configurazione storica dell’Italia antica. Sotto l’influenza delle idee correnti nell’am- biente accademico dell’Ottocento sulla diffusione delle lingue e delle stirpi indoeuropee da una matrice continentale, si ipotizzarono penetrazioni di popola- zioni per via terrestre secondo l’esempio di fatti storici altrimenti noti, come l’espansione celtica di età tardo- classica o le invasioni barbariche della tarda antichità.

  1. Popolazioni dell’Italia antica prima della romanizzazione
  2. Le undici Regiones della divisione agustea

A pagina 2: Cerveteri, tumulo di San Paolo, tomba 2 olpe di bucchero seconda metà VII secolo a.C. Cerveteri, Museo Nazionale, inv. 110976

Alle pagine 4-5: Cerveteri, necropoli della Banditaccia, tombe a tumulo, VII secolo a.C.

Gli Etruschi quali noi li conosciamo sono il risultato di un processo formativo a partire da elementi diver- si che si è prodotto con una sua specificità assoluta sul suolo italiano avanti il 700 a.C. L’aver spostato l’attenzione dal concetto di “origine” a quello di “formazione”, se oggi può apparire di primo acchito un bizantinismo da disputa accademica, ha tuttavia rappresentato un cambiamento metodologi- co di straordinaria importanza, aprendo la strada a percorsi di indagine fino ad allora inimmaginati, co- me per esempio tutta la serie di ricerche che cercano di chiarire aspetti fondamentali del mondo etrusco at- traverso la lente dell’antropologia culturale o della let- tura iconologica del repertorio di immagini che le va- rie realtà dell’Etruria antica ci hanno lasciato.

3. A NCORA SUI PROCESSI FORMATIVI,

IN ETRURIA E ALTROVE

Momento cruciale dei vari processi formativi delle realtà dell’Italia preromana è rappresentato dal pas- saggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro. È infatti solo a partire dall’inizio dell’età del Ferro (IX secolo a.C.) che il processo di formazione – cioè di differenziazione, stabilizzazione, qualificazione – delle grandi unità etniche dell’Italia storica può con- siderarsi attuato. La documentazione archeologica appare al riguardo particolarmente significativa. È infatti da questo momento che è possibile assistere all’evoluzione di fenomeni, ben distinti regional- mente, di culture del Ferro locali destinate a conso- lidarsi in ulteriori sviluppi autonomi e caratteristici. In altre parole non è azzardato pensare che queste differenziazioni lascino trasparire il costituirsi di particolari gruppi etnici, la cui identificazione con i popoli conosciuti storicamente è in taluni casi evi- dente, come per i Veneti nella continuità della cul- tura nota come atestina (da Este sui colli Euganei do- ve apparvero i primi segni di questa realtà) o per i Latini in rapporto alla cultura protolaziale dei mon- ti Albani e di Roma o per gli Etruschi in rapporto al- la cultura nota come villanoviana (dal centro di Vil- lanova nel bolognese dove nell’Ottocento furono ef- fettuati i primi ritrovamenti). Non a caso il prospetto delle diverse zone culturali dell’età del Ferro italiana è, nella sostanza e con le inevitabili zone d’ombra provocate dalle lacune del- la documentazione disponibile, il quadro distributi- vo dei popoli storici quale risulta dalle loro lingue. Un punto di osservazione privilegiato per compren- dere questi processi è offerto dalle vicende dei pro- cessi insediativi. Al passaggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro il territorio dell’Italia continentale appare disaggrega-

to in due zone, in cui le vicende dell’insediamento si differenziano nettamente. Da una lato la gran parte dell’Italia settentrionale, il versante adriatico dell’Italia centrale, ma anche quel comparto del versante tirrenico che include la parte del Lazio a sud del Tevere e tutta l’Italia meridionale a eccezione della Campania. In queste regioni non si assiste a significative cesure nella continuità di oc- cupazione dei siti, anche se sotto altri aspetti lo svi- luppo dell’insediamento varia, e soprattutto ha esiti diversi, da regione a regione. Dall’altro un territorio che coincide con quello dell’antica Etruria, e cioè il Lazio a nord del Tevere, la Toscana, parte dell’Um- bria (almeno quella a occidente dell’asse costituito dagli attuali centri di Perugia e Orvieto), nonché ol- tre Appennino l’area modenese e bolognese. A que- sta area “etrusca” si affianca la maggior parte dell’a- rea campana, in particolare la zona capuana e nel Sa- lernitano, il distretto di Pontecagnano e l’area del Vallo di Diano. In questo territorio, pur con alcune differenze significative, si verifica una brusca frattu- ra nella continuità del sistema del popolamento, a cui sembra accompagnarsi un diverso rapporto tra centri abitative territorio. Il fenomeno non investe, tuttavia, le sole forme del popolamento, ma, come la moderna ricerca storica ha da tempo sottolineato, i processi culturali che porteranno alla nascita del mondo etrusco iniziano già a partire dal XII secolo a.C., nel momento in cui il territorio che sarà poi la sede storica dell’Etruria sembra subire un radicale mutamento, il cui svilup- po si concluderà negli anni attorno alla fine del X se- colo a.C. con la concentrazione dell’insediamento sui siti delle future città. L’intera regione presenta una sostanziale omogenei- tà culturale, in cui, a fianco di alcuni aspetti che ap- paiono collegarsi con manifestazioni del periodo precedente, se ne segnalano non pochi altri che tro- veranno larga eco nei secoli successivi, tanto che è entrato nell’uso degli archeologi comprendere sotto la dizione di “protovillanoviano” il fenomeno dell’e- tà del Bronzo finale della Toscana e del Lazio set- tentrionale a nord del Tevere, sottolineandone così implicitamente i caratteri prodromici della civiltà etrusca. Se già fin dalla metà del II millennio in alcune loca- lità sia dell’area meridionale (Luni sul Mignone, Norchia) che in quella settentrionale (Pisa) è docu- mentata una continuità di forme insediative stabili, fra XII e X secolo a.C., nella cosiddetta età del Bron- zo finale, si assiste a una diffusa occupazione del ter- ritorio, con lo sviluppo di forme di popolamento ar- ticolate in piccole comunità, tra le quali sembrano emergere, tanto per dimensioni maggiori che per la presenza di imponenti opere artificiali, alcuni centri

8 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 9

tirreniche, saccheggiando campagne e santuari del- l’Etruria meridionale e arrivando a occupare – seppur per brevissimo tempo – l’isola d’Elba. Le due teorie dell’origine lidia o dell’origine pelagica, da un lato, e dell’autoctonia, dall’altro, rispondono a questo du- plice atteggiamento: per i loro nemici gli Etruschi sono autoctoni, e dunque barbari; per i loro amici, gli Etruschi sono Lidii oppure Pelasgi, cioè forse bar- bari (e infatti parlano una lingua non greca), ma dei barbari che erano il più vicino possibile al mondo el- lenico, in altre parole dei quasi-Greci. L’autorità della tradizione antica ha condizionato gli stessi studi moderni, facendo abbracciare dai vari studiosi che fino agli anni del secondo conflitto mondiale si sono occupati del mondo etrusco ora l’u- na ora l’altra delle teorie degli autori antichi, ovvero elaborando una nuova teoria che, comunque, vede- va negli Etruschi i discendenti di immigrati. In base a quest’ultima teoria, elaborata nel XVIII se- colo dal francese Nicolas Fréret e ripresa, conferen- dogli il sigillo della propria autorità, all’inizio del- l’Ottocento dal grande classicista tedesco G.B. Nie- buhr, gli Etruschi sarebbero discesi dal Nord, dalla zona alpina, come attesterebbe in primo luogo la pretesa analogia tra il nome dei Retii (in latino Rae- ti ), una delle popolazioni della zona alpina orienta- le, e quello di Rasenna, che stando alla testimonianza di Dionigi di Alicarnasso (I, 30) gli Etruschi si sa- rebbero dati nella propria lingua. In seguito questa ipotesi è stata ulteriormente articolata chiamando in causa ora la coincidenza del rituale funerario dell’in- cinerazione, ora la parentela della lingua dei Retii, quale ci appare attraverso le iscrizioni, con l’etrusco. Allo stesso modo, alcuni studiosi, suggestionati dal- la tradizione antica di una migrazione dall’Oriente, hanno voluto vedere nell’origine orientale degli Etruschi un fenomeno tardo, parallelo e in certa mi- sura concomitante con la colonizzazione greca del- la Sicilia e dell’Italia meridionale, ovvero con la co- lonizzazione fenicia dell’Occidente mediterraneo iniziata con la fondazione di Cartagine, adducendo come prova il fatto che allo scorcio dell’VIII secolo a.C. si assiste in Etruria a un radicale mutamento: la civiltà protostorica nota come “villanoviana” è allora trasformata, arricchita e penetrata da apporti orien- tali (per esempio oggetti di bronzo, d’argento, d’oro, d’avorio giunti dal bacino orientale del Mediterra- neo), che danno luogo nella regione all’emergere di un artigianato il cui repertorio si ispira ai motivi orientali (leoni, sfingi, pantere, grifoni ecc.). Si trat- ta di una cultura che si può convenzionalmente de- finire etrusca. Ma ci sarebbe di più: negli stessi con- testi che hanno restituito questi oggetti, all’incirca allo scorcio dell’VIII secolo a.C., si trovano, incise su quegli stessi oggetti delle iscrizioni redatte in etru-

sco. È quindi parso seducente e del tutto logico met- tere in relazione questi due fenomeni: la comparsa di iscrizioni in etrusco nel momento in cui si sviluppa una cultura di tipo orientalizzante sta a significare che gli Etruschi sono venuti allora dall’Oriente por- tando nell’Italia tirrenica sia un certo tipo di cultura che la loro lingua. Tuttavia il fenomeno dell’orientalizzante non è esclusivo dell’Etruria, ma caratterizza allo stesso li- vello cronologico anche la Grecia e altre regioni del Mediterraneo e la presenza di oggetti orientali, o di ispirazione orientale, testimonia dell’esistenza di scambi e traffici, non l’apparizione di un elemento etnico allogeno. Posto in questi termini il problema è, infatti, basato su presupposti errati e anche l’ap- porto offerto dalle iscrizioni non tiene conto della documentazione disponibile, che attesta la cono- scenza delle litterae in Etruria almeno dalla prima me- tà dell’VIII secolo a.C. Fondandosi essenzialmente sugli aspetti linguistici e sul sostanziale isolamento dell’etrusco nel quadro delle lingue dell’Italia antica e più in generale del Mediterraneo, altri studiosi hanno fatto propria la teoria dell’autoctonia, ribadendo come l’origine del- l’ ethnos etrusco non debba essere ricercata al di fuori della zona ove gli Etruschi sono storicamente docu- mentati, in particolare la regione compresa tra il cor- so del Tevere e quello dell’Arno. Si deve a Massimo Pallottino, fin dalla prima edizio- ne del suo Etruscologia del 1942 e soprattutto con la pubblicazione del volume L’origine degli Etruschi del 1947, aver impresso un nuovo corso agli studi del pro- blema, tanto che nelle opere più recenti questo non è stato più affrontato come argomento ineludibile e prodromico a qualsiasi riflessione sul mondo etrusco. Tutte le varie teorie, constata Pallottino, hanno in comune il fatto di voler spiegare il fatto storico etru- sco quale noi lo percepiamo attraverso un processo di derivazione, tentando di rendere conto dell’ ethnos etrusco e della sua civiltà ricercandone un preceden- te – sia in Italia sia al di fuori della penisola – che per- metta di spiegarne le caratteristiche essenziali, come la lingua o altri aspetti della cultura. In altre parole gli Etruschi di età storica non sarebbero niente altro che la riproduzione in Italia di un modello esterno, tra- sferito attraverso un processo migratorio dall’Orien- te o dal Nord, ovvero il prolungamento, solo crono- logicamente distinto, delle culture attestate prece- dentemente in questa regione. Ebbene, sottolinea Pallottino, questa visione tradizionale non tiene as- solutamente conto della complessità che caratterizza la formazione di un popolo e di come il problema dell’origine di un popolo, così come era stato posto per gli Etruschi, sia in realtà un falso problema. Non dobbiamo chiederci quale sia l’origine degli Etruschi.

schili e tombe femminili, che riflette una differenza di funzioni, marcate nel caso delle sepolture femmi- nili dalla deposizione di strumenti legati alle attività della filatura, come rocchetti e fuseruole, mentre nei corredi maschili compare talora un rasoio, strumento connesso con il taglio della carne, attività riservata, anche in ambito greco, all’uomo. Eccezionalmente l’ossuario è costituito da un’urna a capanna e in alcu- ne tombe maschili il coperchio del biconico assume la forma di un elmo, sottolineando la funzione guer- riera del personaggio a cui la sepoltura si riferisce. Con la seconda metà del IX secolo a.C. il quadro ap- pare più articolato e complesso. Emergono adesso alcune tombe in cui l’ideologia connessa con la guer- ra risulta ulteriormente enfatizzata dalla deposizio- ne di lance e spade, con una differenziazione tra cor- redi con lancia e corredi con lancia, spada ed elmo come copertura, che verosimilmente riflette un’or- ganizzazione gerarchizzata, forse legata a classici età; nelle tombe femminili si accresce il numero del- le fibule e degli oggetti personali. Compaiono ades- so anche corredi vascolari di accompagno, seppur composti da un numero ridotto di vasi. Il passaggio all’VIII secolo a.C. coincide con un pro- fondo mutamento dell’assetto socio-economico del-

la regione, che diverrà vieppiù evidente nel corso del secolo. Se per quanto riguarda le tombe femminili alcuni corredi si segnalano per il moltiplicarsi degli ogget- ti di ornamento personale, che comprendono ades- so anche esemplari in metallo prezioso, nel quadro delle sepolture maschili alcune figure di guerriero assumono un rilievo eccezionale, con corredi che enfatizzano, da un lato, l’ideologia della guerra con articolate panoplie bronzee composte da monumen- tali elmi da parata, lance e spade istoriate e, dall’al- tro, la funzione rituale. Anche il numero dei vasi ten- de progressivamente ad aumentare venendo a com- porre servizi sempre più articolati. Se la presenza di oggetti di produzione allotria ca- ratterizza alcuni corredi fin dalla metà del IX seco- lo a.C., costituendo, sul piano materiale, la testimo- nianza di scambi e traffici non solo tra le varie co- munità villanoviane, ma anche con ambienti lonta- ni, come la Sardegna, la Sicilia o il mondo enotrio dell’area meridionale della penisola, fin dagli inizi dell’VIII secolo a.C. è possibile cogliere tracce di rapporti con il mondo greco, grazie alla presenza di ceramiche di tipo mediogeometrico presenti in al- cune tombe del distretto tirrenico meridionale, area

  1. Vetulonia, necropoli di Poggio alle Birbe, tomba a pozzetto n. 1 (scavo 1889), ossuario e corredo, metà IX - inizi VIII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 6424-

12 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 13

litorale meridionale di Tarquinia, a Tarquinia stessa, al Gran Carro sul lago di Bolsena, a Chiusi e nell’a- rea senese evidenziano una notevole varietà di solu- zioni per i tipi delle strutture abitative, con capanne a pianta prevalentemente curviforme, ma anche qua- drangolare, senza che sia possibile registrare una dif- ferenziazione cronologica tra le varie tipologie, in non casuale analogia con la forma delle urne a ca- panna usate per alcune sepolture del IX e dell’VIII secolo di Veio, Cerveteri, Tarquinia, Bisenzio, Vulci, Vetulonia e, forse, Populonia. I sepolcreti sono realizzati in zone nettamente di- stinte e separate situate in prossimità delle naturali direttrici di traffico che dall’area dell’insediamento si irradiano sul territorio e presentano, nei casi in cui la documentazione consente di coglierne lo sviluppo, il quadro di una coerente utilizzazione dello spazio necropolare con le sepolture più antiche poste sulla sommità dei dossi collinari e le altre a occupare con regolare progressione l’area, come si evidenzia nel caso della necropoli di Quattro Fontanili a Veio, o in quello dei poggi orientali di Tarquinia. Le attività agricole costituiscono la principale base dell’economia di queste comunità, a cui taluni cen- tri, in specie nella zona settentrionale tirrenica, uni-

vano lo sfruttamento delle risorse minerarie locali, attività che ha favorito l’inserimento dell’intera area in una vasta rete di traffici e scambi che superava di gran lunga l’ambito regionale e che avrebbe costitui- to nel volgere dei decenni uno dei fattori che deter- minarono lo sviluppo non solo economico del mon- do villanoviano. Dati di rilievo per lo studio delle strutture che stan- no alle spalle e sostanziano questa realtà vengono dall’analisi dei sepolcreti e dei corredi delle tombe, la cui costituzione è il risultato di una intenzionale selezione operata dai membri della comunità tesa a sottolineare nette distinzione di immagine e di fun- zioni dei suoi membri. I grandi centri dell’area tirre- nica, Veio e Tarquinia nella zona meridionale, Vetu- lonia e Populonia in quella settentrionale, sono quelli che offrono la documentazione più ampia e omogenea che consente di cogliere, per quanto a grandi tratti, tendenziali linee di sviluppo culturale e sociale di queste comunità. I corredi della prima metà del IX secolo a.C. sono scarni e sostanzialmente uniformi, presentando, oltre all’ossuario chiuso di norma con una scodella rove- sciata, pochi oggetti di uso personale legati al costu- me. Netta e marcata è la distinzione tra tombe ma-

  1. Vetulonia, necropoli di Poggio alla Guardia, ossuario e corredo, IX secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 6424-

che sembra svolgere un ruolo di mediazione tra il mondo esterno e il resto dell’Etruria. Ruolo che si consolida e si accentua attorno alla metà del secolo, quando, dopo il primo stanziamento nell’isola d’I- schia negli anni attorno al 770 a.C., la presenza gre- ca nel Tirreno si stabilizza con la fondazione di una colonia a Cuma, non casualmente la più settentrio- nale delle fondazioni della prima colonizzazione greca, attratta dai ricchi giacimenti minerari del comprensorio della Tolfa e del distretto minerario di Vetulonia e di Populonia. Il contatto sempre più intenso con l’elemento gre- co, che venne ad affiancarsi ai traffici che fin dalla seconda metà del IX secolo il mondo fenicio ave- va con il mondo villanoviano, se in alcune zone della Campania contribuì a provocare una com- pleta destrutturazione delle comunità villanovia- ne, nell’Etruria tirrenica portò, al contrario, alla maturazione di processi di strutturazione gerarchi- ca delle compagini sociali delle varie comunità e allo sviluppo dell’economia e delle tecnologie di questi centri. Su quest’ultimo piano il contatto con il mondo gre- co e il trasferimento di maestranze specializzate nei centri dell’Etruria meridionale comportò l’introdu- zione nel mondo artigianale locale di strumenti e tecniche più sviluppati, come quelli legati alla lavo- razione dei metalli preziosi ispirata da orefici delle colonie del golfo di Napoli, o nel campo della pro- duzione ceramica, la comparsa del tornio veloce e conseguentemente di vasi in argilla ben depurata di tipo greco, che vengono ad affiancarsi alle importa- zioni e alla tradizionale produzione di vasi di impa- sto più o meno depurato. Tuttavia è sul piano ideo- logico che i rapporti con l’elemento greco incidono più profondamente, con l’adozione di costumi, co- me quello del consumo “alla greca” del vino, utiliz-

zati per marcare il prepotente emergere di singoli in- dividui all’interno della comunità. A partire dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. si fanno più netti i segni della strutturazione di una società di tipo gentilizio, quale si manifesterà con ben altra evidenza nel periodo successivo, stretta- mente legata alle forme di proprietà della terra. Documenti di assoluto rilievo per comprendere l’i- deologia di queste nascenti aristocrazie sono il cine- rario della tomba XXII della necropoli dell’Olmo Bel- lo di Bisenzio e il carrello cerimoniale della tomba II dello stesso sepolcreto, oggetti entrambi di prestigio e di forte carattere evocativo, che nella rappresenta- zione plastica di una ritualità collettiva, l’uno, e nel- l’esaltazione delle virtù della casata gentilizia, l’altro, sottolineano il pieno dominio dei singoli individui su una realtà socio-economica in forte crescita.

  1. Tarquinia, necropoli di Poggio dell’Impiccato, tomba, I ossuario e corredo, primo quarto VIII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 83379

GLI ETRUSCHI 15

  1. Tarquinia, necropoli di Poggio Selciatello di Sopra, tomba 174, skyphos euboico, secondo quarto VIII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 21332
  2. Tarquinia, necropoli dei Poggi orientali, sporadico, brocchetta fenicio-cipriota, metà VIII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 21394

6.1). A fianco di personaggi di origine greca, come quelli ora ricordati, compaiono altre figure di origi- ne italica, come il Thihvarie Ecisie documentato nella prima metà del VII secolo a Cerveteri ( ET Cr. 2.7), o più tardi Ate Peticina sepolto nella tomba 255 della necropoli di Monte Abatone ( ET Cr. 2.30), o allo scorcio del secolo Kalatur Phapena(s) (ET Cr. 2.31) , un Calator Fabius, ovvero un membro di una delle gentes più antiche e importanti di Roma, testimoniato da un’iscrizione su una coppa ionica dalla tomba 142 della Banditaccia. Il fenomeno non riguarda, come gli esempi ora ricordati potrebbero indurre a credere, solo il coté maschile, ma investe anche quello femminile, elemento centrale nella so- cietà gentilizia etrusca, sia quale depositaria dei le- gami di sangue e veicolo di trasmissione del rango gentilizio, sia quale potente strumento di alleanze tra clan grazie allo scambio matrimoniale. Così se a Vulci, già all’inizio del VII secolo, è nota una Hu- stilei ( ET Vc. 2.1), il cui nome evoca quel Tullus Hostilius che negli stessi anni regna a Roma, a Cer- veteri è attestata negli ultimi decenni del secolo una Ramutha Vestiricina ( ET Cr. 2.7), il cui gentilizio ne evidenzia l’origine italica. A fianco di personaggi di origine allotria integrati nelle compagini gentilizie, fenomeno da intraveder- si nelle forme indicate dalle fonti per il caso dei Claudii, la gens di origine sabina accolta a Roma nel 495 a.C., e che hanno raggiunto posizioni di rilievo nelle comunità che li hanno accolti (cfr. Strabo,VIII,

6, 20), si muovono anche altre figure. Se Strabone (V, 2, 2) menziona i numerosi demiourgoi giunti in Etruria al seguito di Demarato, altre fonti ricordano il trasferimento in Etruria, nello stesso momento del- l’episodio del Bacchiade, di altri artigiani dalla Gre- cia, come Ekphantos (Plin., N.H., XXXV, 16) o i tre fictores Eucheir, Eugrammos e Diopos (Plin., N.H., XXXV, 152), responsabili della trasmissione in Etru- ria dell’arte della formatura in argilla. Ai casi ricor- dati dalle fonti letterarie corrispondono sul piano dell’evidenza archeologica, non pochi aspetti elle- nizzanti che caratterizzano le produzioni artigiana- li, primo fra tutti l’adozione di più aggiornati sistemi

  1. Marsiliana d’Albegna, necropoli di Banditella, Circolo degli Avori, tavola scrittoria in avorio, secondo quarto VII secolo a.C. Grosseto, Museo Archeologico e d’Arte della Maremma, inv. 93480

12b. Alfabeto etrusco

  1. Tarquinia, tumulo della Doganaccia, noto come “tumulo del Re”, fondo di brocca con iscrizione di Rutile Hipucrates, seconda metà VII secolo a.C. Tarquinia, Museo Nazionale

18 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 19

5. LA NASCITA DEGLI STATI TERRITORIALI

Con l’VIII secolo a.C. il mondo etrusco, pur con al- cune significative differenze tra zona e zona, si cri- stallizza, concentrandosi in una serie di centri di di- mensioni considerevoli con vasti territori a essi subordinati sul piano economico, politico e cultu- rale e indirizzando la società etrusca verso forme ideali urbane, che giungeranno a compimento solo con la piena età arcaica. Lo sviluppo economico e sociale dell’VIII secolo, a cui è conseguente la rottura del precedente sistema di comunità vicaniche, è legato indissolubilmente alla nascita della proprietà privata della terra, che le vicende, meglio note sia sul piano letterario che ar-

cheologico, della storia più arcaica di Roma confer- mano grazie all’istituto dell’ heredium attribuito a Ro- molo (cfr. Varr., r.r. I, 10, 2) e alla dottrina dei termini , che la tradizione attribuiva, non a caso, all’età di Nu- ma. Un indizio indiretto della diversa gestione della terra può essere visto nella comparsa di colture spe- cializzate, quali quelle della vite e dell’olivo, en- trambe documentate in Etruria dai dati archeologici, la prima dai primi decenni dell’VIII secolo, la secon- da più tardi, ma comunque almeno dal primo quarto del VII secolo a.C. Intimamente intrecciato con questo fenomeno è, a partire dalla metà dell’VIII secolo a.C., lo sviluppo di profonde divisioni sociali e il nascere di forti gruppi aristocratici, che la documentazione epigrafica atte- sta già allo scorcio dell’VIII secolo attraverso formu- le onomastiche bimembri, dove al nome individuale ( praenomen ) si unisce un secondo termine, non più il nome del padre, bensì quello della famiglia ( nomen gentilicium ), trasmesso per via ereditaria e che designa l’appartenza a pieno titolo alla struttura gentilizia. Questa è costituita in ogni centro da un certo nume- ro di clan, ciascuno dei quali composto da un consi- stente gruppo di clientes , persone dotate di uno statu- to intermedio tra i liberi e i servi, annesso alla familia allargata dei consanguinei e dipendente da vincoli di solidarietà personale con il capo della gens, il princeps gentis, che detiene la proprietà dell’ampio ager indivisus delle proprietà del clan_._ Ciascuna gens, coesa attorno al culto dei propri antenati, gestisce e controlla il va- sto territorio entro cui ha i propri possedimenti, in- trattiene rapporti con le altre gentes dell’insediamento e degli altri centri, cooptando, talora, al suo interno stranieri attraverso l’istituto dell’adozione. A differenza del mondo greco, che privilegiava il mantenimento di una sorta di uniformità etnica, la società etrusca pare caratterizzarsi per una vivace mobilità orizzontale. Il caso del corinzio Demarato, membro della famiglia regale dei Bacchiadi e padre del futuro re di Roma, il primo Tarquinio, che alla metà del VII secolo a.C., a causa dell’inizio in patria della tirannide di Cipselo nel 657 a.C., si trasferisce con il proprio oichos a Tarquinia, dove viene inte- grato nel corpo dell’aristocrazia locale, come se- gnala il connubio con una nobile tarquiniese, Tana- quil, è il solo ricordato dalle fonti (cfr. Dion. Hal., III, 46; e anche Cic., De re publ. II, 19-20; Tusc. V, 37, 109; Strabo, V, 2, 2; VIII, 6, 20; Val. Max. III, 4, 2; Plin., NH XXXV, 16), ma certamente non fu l’unico. La documentazione epigrafica etrusca lascia intra- vedere la portata del fenomeno. Negli stessi anni a Cerveteri, forse, è noto un Larth Telicles (ET OA 2.2) , mentre qualche decennio dopo a Tarquinia è documentato un Rutile Hipucrates, verosimilmente sepolto in uno dei tumuli della Doganaccia ( ET Ta.

11a-b. Ceri, Tomba delle Statue, 680 a.C.

20 LE CIVILTÀ ANTICHE

messi in opera per la copertura degli edifici, ora provvisti di un articolato sistema di tegole e coppi. Ma si pensi anche al caso di Aristonothos, il maestro greco, forse di origine cicladica, che firma un crate- re restituito da Cerveteri, la cui decorazione accosta all’episodio dell’accecamento di Polifemo tratto dal- l’ epos greco una scena di scontro navale, evocazione di una delle attività praticate dai principes , ovvero la pratica guerresca e la pirateria. Le notizie relative a Demarato, da un lato, e la firma di artefice apposta sul piede di un incensiere da Artimino, che ricorda un Larthuza Kuleniie ( ET, Fs. 6.1), segnalano che l’attività di questi artigiani si realizza non come atti- vità autonoma, ma all’interno del sistema gentilizio, essendo i demiourgoi clientes di Demarato e il “piccolo” Larth cliens del clan dei Kuleniie. Oltre che con forme di mobilità orizzontale, la so- cietà gentilizia si consolida anche attraverso allean- ze e rapporti tra i gruppi delle élites, documentati da numerose iscrizioni di dono e da una serie di mate- riali, come, per esempio, l’elmo piceno dalla Tomba dei Flabelli di Populonia, che poco dopo la metà del VII secolo a.C. sembra confermare lo scambio di do- ni tra un princeps populoniese e un regulo dell’area adriatica secondo uno statuto di marca eroica (cfr. Hom., Iliad. VII, 299-305). L’evoluzione delle varie comunità verso una società gentilizia si accompagna, recuperando antiche affi-

nità tribali ed etniche, al rafforzamento delle capa- cità di coesione dei centri protourbani. Il fenomeno è particolarmente evidente nei casi di Veio e di Tar- quinia, ovvero in quello di Pontecagnano nel Saler- nitano. A Tarquinia, per esempio, si abbandonano gli insediamenti sorti fin dal IX secolo nell’area dei Monterozzi e de Le Rose, assorbendone la popola- zione nel centro primario sulla Civita e destinando la zona dei Monterozzi a principale sepolcreto del- la comunità. Se già questo è segno di un disegno uni- tario di pianificazione e controllo politico, non sem- bra un caso che negli stessi anni si assista, sulla Civi- ta, all’emergere di strutture monumentali di caratte- re pubblico connesse con la sfera del sacro, quali quelle riportate in luce a partire dagli anni ottanta del Novecento dagli scavi dell’Università di Milano e che, non senza aver conosciuto numerose trasfor- mazioni, conservano la propria funzionalità almeno fino allo scorcio del VI secolo a.C. La nuova classe aristocratica si rappresenta con se- gni del potere e di fasto vieppiù attinti dal patrimo- nio ideologico e materiale della regalità orientale, che l’Etruria reinterpreta adattandolo alle proprie esigenze, dando vita a quella cultura orientalizzante che impronta di sé la cultura delle élites etrusche dalla fine dell’VIII fino a tutto il VII secolo a.C. Se sul piano materiale il fenomeno si segnala per l’af- flusso di moltissimi oggetti di lusso e per il trasferi- mento di maestranze specializzate dal Vicino Oriente, dalla Fenicia e dalla Grecia, per il rinnova- mento delle produzioni artigianali locali, sul piano ideologico e culturale si assiste a una profonda ri- proposizione dei modelli che la circolazione di ma- teriali e maestranze presuppone, trasformandoli sul- la base della diversa struttura etrusca, che in arcaiche forme di credenza religiosa, quali l’auspicio e l’augu- rio, nonché il culto degli antenati, pone il fonda- mento del proprio potere.

  1. Marsiliana d’Albegna, necropoli di Banditella, Circolo della Fibula, fibula a drago in oro e argento, secondo quarto VII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 20982
  2. Cerveteri, necropoli della Banditaccia, lituo bronzeo, attorno al 580 a.C. Roma, Museo Nazionale di Villa Giulia, inv. 60254
  3. Populonia, necropoli del Poggio della Porcareccia, tomba dei Flabelli, flabello bronzeo, seconda metà VII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 89325

All’interno del processo di consolidamento delle strutture gentilizie non tutto appare lineare e sem- bra di poter intravedere le tracce di storie distinte e molteplici, non sempre facili da saldare. Non a caso il comparto dell’Etruria settentrionale interna sem- bra conoscere un più lento sviluppo sociale e urba- no e le differenze prima evidenziate tra le regiae di Murlo e di Acquarossa, la prima sostanzialmente isolata nel territorio, l’altra inserita all’interno di un più vasto insediamento, non paiono dipendere solo da ragioni di ordine cronologico, ma andranno va- lutate sullo sfondo indispensabile delle diverse po- tenzialità dei rispettivi distretti, che offrono condi- zioni differenziate per la messa in atto delle varie attività economiche, non ultime le colture a resa elevata.

6. L’ETRURIA DELLE CITTÀ

Il caso di Acquarossa prima ricordato rappresenta certamente il riverbero su un centro minore del ter- ritorio di un fenomeno che deve aver avuto ben al- tra evidenza negli insediamenti maggiori, che dallo scorcio del VII-inizi del VI secolo a.C., con modali- tà e tempi diversi nei vari comparti, si polarizzano su forme urbane, facendo del mondo etrusco la prima realtà delle penisola, assieme alle colonie greche del- lo scacchiere meridionale, che vede nella città il ruo- lo politico fondamentale della comunità, “principio ideale delle istorie italiane” come, sulla scia delle idee del Sismondi, ebbe a dire, pur riferendosi a tutt’altro momento storico, Carlo Cattaneo alla metà dell’Ot- tocento. E non a caso Giovanni Colonna ha afferma-

24 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 25

dofoni all’interno dei corredi funerari, testimoniati dal recupero di alcuni plettri, come quelli in avorio dalla I camera del tumulo di Poggio Gallinaro a Tar- quinia, o quelli in osso ricoperto in lamina d’oro dal- la prima camera del tumulo di Montetosto a Cerve- teri e dalla cosiddetta tomba d’Iside di Vulci. Alla pratica musicale, e conseguentemente alla poesia che all’arte di Euterpe è intimamente unita, si deve il progressivo diffondersi nella cultura dei principes del- l’Etruria di miti e saghe elleniche, che, a fianco della tradizione encorica, per lo più avvolta in una fitta nebbia assai difficile da diradare, sustanziavano, con i loro racconti, l’argomento dei vari canti, ai quali andrà riconosciuta, ancor più che alla mediazione di apparati iconografici, la responsabilità della cono- scenza del patrimonio mitipoietico greco da parte del mondo tirrenico, che ne farà, trascegliendo tra i vari temi, uno degli elementi non secondari della propria ideologia. Per quanto riguarda l’ambito funerario l’affermarsi della struttura gentilizia si appalesa con un’articola- ta serie di segni, che vanno dalla mutata concezione architettonica delle tombe, alla più complessa e raf- finata ritualità dei seppellimenti, a cui si accompa- gna, in genere, ma non necessariamente, una insisti- ta ostentazione di ricchezza che caratterizza i corre- di delle tombe dei principes. Tuttavia se le modalità di conduzione delle ricerche sul campo, volte, fino a pochi decenni fa, più al recupero dei vari materiali, che non al contesto generale, non consentono, se non a grande fatica, il recupero dei dati sui rituali, gli oggetti dei corredi testimoniano, nella loro selezio- ne, la volontà di accompagnare il morto con i simbo- li arcaici del potere, quali, per esempio, il trono, lo scettro, la bipenne o il carro, unitamente allo stru-

mentario necessario per i momenti elitari del consu- mo del vino, del sacrificio e del consumo delle carni. Anche l’aspetto della sepolcro riflette il ruolo del princeps, dotandosi di un monumentale tumulo di ter- ra, il cui diametro può raggiungere anche sessanta metri, realizzato sopra la tomba, che a partire dagli anni attorno al 700 a.C., con tempi e modi differen- ziati nelle varie zone, tende a divenire da tomba in- dividuale sepolcro collettivo destinato ad accogliere i membri consanguinei della famiglia per più gene- razioni. Incavate nel banco roccioso, nel comparto meridionale dell’Etruria, ovvero interamente co- struite, nel distretto settentrionale, le tombe a came- ra accoglievano al loro interno spazi specificata- mente dedicati al culto degli antenati, centrale, co- me si è visto, nell’ideologia gentilizia, mentre all’e- sterno trovavano posto, talora sul tumulo stesso, ap- prestamenti, in alcuni casi monumentalizzati, desti- nati alle cerimonie e al culto funerario, momento fondamentale per rinsaldare l’aggregazione del gruppo gentilizio. Segno “forte” sul territorio, anche da un punto più ba- nalmente fisico, tombe a tumulo oltre che nei sepol- creti urbani, si ritrovano anche nel territorio, in corri- spondenza di importanti assi viari, a marcare il pos- sesso della terra da parte dei vari clan aristocratici. Emblematico, in questa prospettiva, il caso dei grandi tumuli tarquiniesi, innalzati sia ai margini della necro- poli dei Monterozzi all’inizio di vie naturali in dire- zione della costa e degli insediamenti che là si trova- vano, sia sui poggi orientali e settentrionali, in aree occupate nel corso della prima età del Ferro da estese aree sepolcrali, quasi a recuperare, anche a livello di paesaggio, ancestrali affinità tribali con gli antichi in- sediamenti cui quelle necropoli si riferivano.

21.Cerveteri, necropoli della Banditaccia, tombe a tumulo, VII secolo a.C.

  1. Marsiliana d’Albegna, Circolo di Perazzeta, elementi di bardatura in bronzo, secondo quarto VII secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 33918-

tri, dove si assiste al diffondersi, con particolare evi- denza a Cerveteri e Orvieto, di tipologie tombali di dimensione modulare destinate al nucleo familiare, ovvero nei mutamenti delle forme del combattimen- to bellico, ora orientato verso i modi dell’oplitismo, quale è possibile intravedere dal repertorio icono- grafico etrusco dell’epoca e dallo strumentario mili- tare restituito dalle tombe. Il forte impulso che conobbero le attività imprendi- toriali e mercantili contribuì al consolidarsi di quel forte ceto intermedio e di un’aristocrazia di caratte- re timocratico, che fonda il proprio prestigio non più sul possesso della terra, bensì su forme di ric- chezza mobile. Questa situazione costituisce lo sfondo indispensa- bile da cui, a partire dalla metà del VI secolo a.C., emerge compiutamente il quadro della città, che a li- vello di forma urbana si cristallizza nella definizione delle strutture pubbliche destinate alla ritualità reli- giosa. Questi complessi vengono a marcare i punti focali dello spazio cittadino, come la principale area centrale, ovvero le zone in diretta prossimità con l’avvio delle principali vie che si diramavano dall’in- sediamento, o ancora le necropoli, nonché contri- buiscono a definire la proiezione del centro sul va- sto areale del suo territorio con una serie di templi e sacelli realizzati in siti strategicamente forti, come conferma, tra gli altri, il cippo di Tragliatella, che ai

confini del territorio ceretano, in un’area di rilievo nei confronti delle comunicazioni tra Cerveteri e Veio, da una parte, e Roma, dall’altra, segnala, con il marone ricordato in una delle due iscrizioni che lo ri- coprono, l’intervento della città nella ristrutturazio- ne dell’area sacra, a cui il monumento è pertinente. Intenso e continuo fu il contatto e il confronto con l’elemento greco; e ai naukleroi si deve in gran parte l’afflusso di merci di lusso, che trova nell’Etruria un ambiente particolarmente ricettivo, dove, anche a seguito della mutata situazione dell’area microasiati- ca dopo la conquista persiana, arriveranno mae- stranze specializzate che daranno vita a un sempre più dilagante ionismo nelle forme dell’artigianato ar- tistico. Si deve, tra l’altro, a questo contatto se le stesse concezioni religiose etrusche conoscono a partire dal pieno VI secolo radicali trasformazioni con l’antropomorfizzazione delle figure divine e l’in- troduzione di nuove divinità, quali Aplu, o l’inter- pretazione in chiave greca di entità divine locali, quale traspare dall’iconografia di una serie di imma- gini di pregnante significato, come quelle della pic- cola plastica bronzea a destinazione votiva. Se i rapporti – economici e di scambio, ma soprat- tutto politici – con il mondo greco informano il mondo etrusco e la sua cultura, pur tuttavia il muta- to quadro internazionale, provocato, da un lato, dal- l’assoggettamento persiano dei centri della grecità

  1. Modello di tempio tuscanico (realizzazione F. Gilzdulich). Peccioli, Museo Archeologico

26 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 27

to, con forza, che “il tratto che forse meglio di ogni altro distingue gli Etruschi, e non solo rispetto agli altri popoli dell’Italia antica, è lo sviluppo assunto presso di loro del fenomeno urbano. L’Etruria è es- senzialmente un paese di città, piccole, medie o gran- di, ma tutte sostanzialmente simili, con la sostanziale differenza che le grandi erano sedi di organismi poli- tici di livello statale” (Colonna 2000, p. 30). Le conflittualità e le tensioni tra i vari gruppi genti- lizi rompono l’equilibrio interno delle singole comu- nità, che vedono, a partire dalla fine del VII secolo a.C., l’emergere del ruolo nodale di singoli principes , veri e propri reguli, che, analogamente a quanto si re- gistra in vari ambiti greci, da Samos a Corinto, da Colofone ad Atene, da Mileto a Leontinoi, da Miti- lene a Selinunte, da Sicione ad Agrigento, nonché a Roma con la monarchia etrusca, hanno connotati ti- rannici. Il caso di Mezenzio a Cerveteri ricordato dalla tradizione letteraria (cfr. Verg., Aen. VII, 647 sgg.; VIII, 481 sgg.), a cui l’iscrizione di pieno VII secolo incisa su un calice d’impasto, che ricorda un Laucie Mezentie ( REE 1989-1990, n. 73), conferisce piena consistenza storica, non dovette, certamente, essere unico. Per consolidare il proprio potere questi personaggi, che impongono il loro dominio in contrapposizione con gli altri gruppi dominanti, favoriscono, anche con una serie di relazioni private che connotano, an- che in modo perverso, il tessuto politico, l’emergere di un nuovo ceto benestante, fondato sull’esercizio delle attività agricole, mercantili, artigianali. Se sul piano del paesaggio si assiste, così, al consoli-

darsi delle colture specializzate quali la vite e l’olivo, sul piano delle produzioni artigianali si registra l’af- fermarsi di manifatture assai vitali, che, favorite dal- la nuova congiuntura politica, fanno arrivare i loro prodotti anche in aree lontane dalla sede delle offi- cine, in una dimensione internazionale. A questi si accompagna l’esportazione, in specie verso la regio- ne del Golfo del Leone e l’area centroeuropea, di vi- no etrusco, prodotto nei distretti di Cerveteri, Vulci e Pisa, come segnalano i numerosissimi ritrovamen- ti di anfore da trasporto, unitamente alla sempre più numerosa serie di relitti che l’archeologia subacquea viene discoprendo e segnalando. Sullo sfondo di questi fenomeni si inserisce anche la compartecipa- zione etrusca, in primo luogo di Cerveteri, ma an- che, verosimilmente, di altri centri (Tarquinia e Pisa con ogni probabilità), nella fondazione attorno al 600 a.C. della città di Massalia, alle foci del Rodano, e di altri centri lungo le coste del mar Ligure, come Genova o Saint Blaise. All’interno dei centri urbani, a partire dallo scorcio del VII secolo e in maniera sempre più evidente nel corso del VI secolo a.C., si segnala la monumenta- lizzazione di alcuni elementi distintivi della città, quali gli edifici pubblici e sacri. Questi ultimi, sede privilegiata del consumo del sacro, divengono ora una categoria autonoma, sviluppando in forme pro- prie, derivate in prima istanza dalle strutture tripar- tite fondamentali delle regiae di età orientalizzante, specifiche caratteristiche architettoniche. Queste, canonizzate dalla trattatistica di età posteriore nella tipologia del tempio tuscanico, che tuttavia non esaurisce la varietà delle soluzioni adottate, rispon- dono alle necessità della peculiare concezione reli- giosa etrusca e dei riti che la innervano e che ne co- stituiscono parte integrante e sostanziale, dei quali gli stessi antichi avevano piena coscienza, come conferma un celebre passo delle Naturales Quaestiones di Seneca (II, 32, 2). Contestualmente la nuova struttura sociale sembra conoscere una sorta di chiusura. Esemplare in questa prospettiva è il caso di Tarquinia, dove un mutato quadro della politica interna traspare dalle note vi- cende del figlio di Demarato, che, emarginato in quello stesso ambiente che aveva visto il padre assu- mere posizioni di primo piano, si trasferisce a Roma. Più in generale si assiste a un mutato atteggiamento nei confronti dell’elemento straniero, relegato ades- so nella dimensione dell’ emporos e confinato in un ap- posito emporion , costituito dalla fine del VII secolo a.C. nell’area portuale di Gravisca. La nuova struttura sociale che si è venuta creando, e che i termini della riforma serviana a Roma possono aiutarci a illuminare, traspare con una certa chiarez- za dall’organizzazione delle necropoli dei vari cen-

  1. Cerveteri, calice di impasto con iscrizione di Leucie Mezentie, secondo quarto VII secolo a.C. Parigi, Musée du Louvre, inv. Cp. 3414

Alle pagine seguenti:

  1. Cerveteri, necropoli della Banditaccia, tombe a dado, VI secolo a.C.
  2. Cerveteri, anello aureo, ultimi decenni VI secolo a.C. Roma, Museo Nazionale di Villa Giulia, inv. 54529
  3. Statuetta di Menerva, da Fermo, prima metà V secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 70793

zioni politico-ammistrative ben determinato. Allo zilath/zilach , magistratura suprema, che la documen- tazione epigrafica, per lo più di età più recente, pre- senta con una serie di specificazioni, verosimilmen- te legate a una pluralità di funzioni, si affiancano il purth , magistratura di una certa importanza il cui rag- gio di azione tuttavia sfugge, e il maru , che opera al- l’interno di un collegio a cui è affidata un’ampia gam- ma di competenze. Di questo ordinamento si ha ri- flesso – né poteva essere altrimenti – nelle stesse for- me di autorappresentazione del ceto dirigente, il cui repertorio presenta sempre più frequenemente temi e immagini che pongono l’accento sulla collegialità dell’azione e la sodalitas aristocratica, come le scene in cui una coppia di guerrieri è colta nell’atto di “dex- tras inter se iungere”, o quelle di colloquio tra figure di rango sedute su diphroi e affiancante da assistenti, o ancora quelle dove i personaggi sono intenti a gio- care a dama, ovvero secondo un linguaggio metafo- rico, valorizzato in particolare da Jean-Paul Vernant e dalla sua scuola, che vede nella scacchiera la polis e nei pessoi i politai e che, conseguentemene connote- rebbe i giocatori come i rifondatori della città. Sul piano del paesaggio urbano la strutturazione oli- garchica della società, e il ridimensionamento nell’e- sibizione della ricchezza, definitivamente sostituita da forme di “tesaurizzazione nascosta”, intimamente connessa alla nuova geografia del potere, porta a ra- dicali trasformazioni: se finora tempio e palazzo presentano decorazioni analoghe, adesso nuove norme, sostanzialmente simili a quelle introdotte a Roma dall’ordinamento repubblicano, attribuiscono solo agli edifici sacri le ricche decorazioni dei tetti con fregi fittili e sculture, che sono verosimilmente sentiti, come ha sottolineato Mario Torelli, “gravidi di allusioni a statuti divini o eroici e perciò stesso ri- servati ai templi”, il santuario, al cui interno si rac- colgono tesori collettivi, viene a costituirsi come il luogo ove si coagula la stessa identità dello spura, la civitas romana, divenendo, così, il tempio l’immagine stessa della città. Su questo sfondo va visto lo straor- dinario fiorire di imprese architetturali che tutti i grandi centri etruschi conoscono in quest’epoca con l’erezione di nuovi edifici e la rifondazione e/o la ri- strutturazione di luoghi di culto preesistenti. Se negli anni attorno al 480 a.C. la proiezione etru- sca sul mare conosce momenti di particolare vigore, arrivando a occupare Lipari e a farsi più massiccia nei controlli delle rotte tirreniche, il mutato quadro storico internazionale della prima metà del V secolo

  • scandito dalla più forte presenza persiana nell’area orientale del Mediterraneo, dalla battuta d’arresto dell’espansionismo cartaginese in Sicilia con la bat- taglia di Himera del 480 a.C., dall’affacciarsi nello scacchiere tirrenico di Siracusa, che nel 474 a.C. in-

fligge agli Etruschi una cocente sconfitta al largo di Cuma e nel 453 a.C. giunge a occupare l’Elba – ve- de le società delle città dell’Etruria merionale e della Campania in un momento di forte recessione, come documenta, tra l’altro, il brusco calo delle importa- zioni di ceramica attica, figurata e no, che si registra da poco prima la metà del secolo. Il fenomeno non sembra investire i centri dell’Etru- ria settentrionale costiera, come Roselle, Populonia, Pisa o Volterra, e dell’area padana. Se, per un verso, questa situazione può trovare una sua giustificazio- ne nelle diverse forme e modalità, conviventi e in- trecciantesi tra loro, che segnarono l’inclusione del- l’area etrusca nelle vicende che portarono alla crea- zione della lega delio-attica e alla formazione del- l’impero ateniese a partire dal 475 a.C. – vicende che compresero, com’è noto, nel loro orizzonte anche l’I- talia e lo scacchiere tirrenico –, le cause andranno co- munque ricercate nella situazione interna alle varie città, con la crisi che l’affermarsi del sistema oligar- chico, sempre più indirizzato verso una chiusura del- le forme politiche e sociali e fautore della trasforma- zione delle modalità dello scambio, che dal modello emporico, caratteristico del periodo precedente, pas- sano ora a quello agoraico, aveva provocato nei ceti intermedi e nella base sociale etrusca, nonché nelle tensioni sociali e nello scontro di classi che, come a Roma, dovette segnare, con sviluppi particolari di- stretto per distretto, le varie realtà etrusche. La proiezione internazionale degli Etruschi vede an- cora, allo scorcio del V secolo, nell’estate del 414- 413 a.C., la partecipazione di un contigente di tre pentecontere allestite da diverse poleis dell’Etruria che raggiunsero gli Ateniesi nell’assedio di Siracusa (Thucid., VI, 103, 34). Se un’iscrizione latina che commemora le imprese di un nobile tarquiniese, Velthur Spurinna, il primo etrusco che avrebbe at- traversato il mare con un esercito raggiungendo la Sicilia, forse fornisce, non senza incertezze, il nome del comandante del contingente etrusco, quello del- le città che dettero vita alla spedizione resta incerto e altamente congetturale; pur tuttavia alla richiesta di aiuto fatta da Atene nel 413 a.C. risposero centri sia del comparto meridionale (Tarquinia, forse Vul- ci) che di quello settentrionale (forse Pisa).

7. L A SOCIETÀ RINNOVATA DEL IV SECOLO

Se la conquista di Capua da parte dei Campani nel 423 a.C. e lo stanziamento dei Sanniti nell’area no- lana e nell’Agro Picentino segna la fine dell’etruscità campana, gli effetti dirompenti dell’arrivo dei Galli nell’area padana e la conseguente frantumazione del sistema di popolamento chiudono il momento etru-

  1. Norchia,tombe rupestri

30 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 31

faries Velianas indicano che anche in Etruria, come in Grecia, vi furono forme storiche ed esiti storici di- versi di tirannidi in dipendenza dalle diverse situa- zioni e dei diversi contesti storici che marcano i va- ri distretti della regione. Come a Roma nel 509 a.C., quando cacciato il Su- perbo prende corpo la repubblica promossa e garan- tita dai gruppi gentilizi, anche in Etruria all’inizio del V secolo a.C. il sistema tirannico cede il passo a for- me diverse di gestione del potere. Testimonianza eloquente di questa trasformazione è, a Cerveteri, la situazione riportata in luce nell’area della cosiddetta Vigna Parrocchiale, dove negli anni attorno al 490- 480 a.C. un intero quartiere aristocratico viene smantellato e al suo posto viene eretto un imponen- te tempio, forse dedicato a Tinia, la divinità suprema del pantheon etrusco, a cui si affianca nei pressi una struttura teatriforme a pianta ellittica, in cui è stato proposto, non senza ragioni, di riconoscere un edi- ficio per assemblee pubbliche, sul tipo dei bouleuteria

greci o del comizio romano. Questo processo di ri- strutturazione dell’ordinamento urbano giunge a pieno compimento una decina d’anni dopo, quando, attorno al 470 a.C., a Pyrgi il tempio di Thefaries Velianas viene affiancato da un nuovo tempio, anco- ra più imponente, dedicato a Thesan, assimilata alla greca Leucothea, la cui decorazione esibisce una te- matica in netta opposizione con l’ideologia tirannica, come sottolinea l’episodio di Tideo e Melanippo del- la saga dei Sette a Tebe con la sua condanna dell’ar- roganza violenta ed empia, esibito in una delle plac- che degli altorilievi frontonali del lato posteriore. Se a Roma, con la nascita della repubblica, la figura del rex viene relegata nella regia ad assolvere funzio- ni esclusivamente religiose, la geometria politica del mondo etrusco si struttura nelle forme di un’oligar- chia di ristretti gruppi aristocratici, che gestiscono il potere e l’ordinamento della città, strutturato su una serie di cariche magistraturali con scadenza tempo- rale, distinte e complementari, in un quadro di fun-

sco di quella regione, che vede d’ora in poi gli Etru- schi relegati nei soli cantoni di Mantova e di Spina. Ridimensionato entro i confini che marcheranno l’E- truria nella divisione amministrativa delle regiones au- gustee, il mondo etrusco, a cui Roma nel 396 a.C. sottrarrà Veio, vede nei primi decenni del IV secolo minacciosa la presenza siracusana sia nell’area tirre- nica, dove nel 384 a.C. Dionigi saccheggia il san- tuario di Pyrgi, sia in quella adriatica, dove Siracusa fonda una serie di colonie e phrouria lungo la costa da Adria ad Ancona. Entro la cornice delineata da queste vicende, la struttura politica del mondo etrusco elabora una profonda trasformazione della geografia e della geo- metria sociale, che ha modalità e tempistiche diverse nei vari distretti della regione. Se a Cerveteri si giun-

ge alla riproposizione di forme tiranniche, come conferma la figura di Orgonius, che verrà spodestato da una spedizione guidata dal tarquiniese Aulus Spu- rinna, altre città conservano saldo il proprio gruppo oligarchico, ridesegnando le forme politiche in un nuovo e differente rapporto tra città e territorio. Per quanto la documentazione nota non appaia omogenea e coerente per tutta l’Etruria, non sembra un caso che il fenomeno mostri caratteri di una cer- ta compiutezza nel caso di Tarquinia, città che tra lo scorcio del V secolo e la metà del successivo sembra avere un ruolo di leadership all’interno della nazione etrusca, come testimoniano le iscrizioni degli elogia che nel I secolo d.C. i discendenti della famiglia de- gli Spurinna hanno trascritto su marmo e posto pres- so il tempio dell’Ara della Regina. La città organizza

32 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 33

  1. Statuetta di Menerva, inizi IV secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 6
    1. Cratere a figure rosse, Pittore degli Argonauti, fine V - inizi IV secolo a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 4026

36 LE CIVILTÀ ANTICHE

e in quella volsiniese, e conosce particolare fortuna nell’ambiente latino in stretta aderenza con la colo- nizzazione romano-latina di IV e III secolo a.C. Se si escludono i rari esempi del cantone settentrionale, dove, forse non a caso, ex voto anatomici fittili sono documentati solo a Populonia, la cui complessa strut- tura sociale può in certa misura spiegarne la presen- za, la diffusione di questo fenomeno segna i limiti della trasformazione sociale dell’Etruria meridionale. Nel distretto settentrionale il conservatorismo so- ciale si riflette anche nel panorama delle offerte vo- tive, che privilegiano la tradizione di età arcaica di deporre nei luoghi di culto piccoli bronzetti di offe- renti e divinità a imitazione della consuetudine gen- tilizia dei donari in metallo prezioso.

8. C RISI, TRASFORMAZIONI E RIASSETTO

DELLE DINAMICHE DEL POPOLAMENTO

La fine dell’egemonia dell’aristocrazia etrusca è len- ta e inesorabile e, se nell’area campana l’ammissione di genti sannitiche nella societas urbis agrorumque di Ca- pua nel 424 a.C. segna l’inizio del rapido tracollo etrusco e dell’affermazione della realtà sannita in questa regione, nel distretto padano la prepotente presenza siracusana nell’area dell’alto Adriatico, che porterà nei primi decenni del IV secolo a.C. alla fon- dazione di colonie e fortezze lungo la costa da Adria ad Ancona, e la progressiva espansione delle popo- lazioni celtiche – che alla metà del IV secolo a.C. occupano l’intera regione a nord degli Appennini, spingendosi nel 388 a.C. fino a Roma e nel 225 a.C. saccheggiando il territorio chiusino – hanno provo- cato una complessa destrutturazione delle società etrusche della Padania. Nel frattempo nell’Etruria propria cominciano a sen- tirsi le drammatiche conseguenze del confronto con la nascente egemonia di Roma in Italia. Infatti se nel 388 a.C., durante l’assedio di Brenno a Roma, Cer- veteri dà asilo ai sacerdoti, alle vestali e ai simboli sa- cri dell’Urbe, già nel 396 a.C. Veio viene espugnata dai Romani, che annettono il territorio di questa cit- tà e vi trasferiscono coloni plebei, ai quali si devono gli ex voto fittili e le dediche restituite dai santuari veienti, che nella scelta di alcuni tipi fortemente evocativi, come il gruppo di Enea che trasporta sul- le spalle il padre Anchise nella notte fatale dell’in- cendio di Troia, si inseriscono compiutamente nelle scelte politiche di Roma, nel quadro della ricostru- zione dell’Urbe dopo l’incendio gallico. Nel 358 a.C. si assiste a un tentativo di riproposi- zione dell’egemonia etrusca nell’area mediotirrenica con la guerra mossa contro Roma da Tarquinia, ap- poggiata dai suoi alleati falisci e dai Ceretani. Stan-

do alle notizie non sempre chiare delle fonti roma- ne, le operazioni impegnarono dapprima il territorio falisco, dove furono tolte ai Romani le roccaforti di Sutri e di Nepi, spingendosi poi nel 356 a.C. fino al- le Saline alla foce del Tevere. Quindi nel 354 a.C. la controffensiva romana indusse Cerveteri ad abban- donare il campo e nel 351 a.C. la guerra, trascinata- si stancamente senza episodi di rilievo, si concluse con la stipula di una tregua quarantennale. I risultati per la parte etrusca furono, tuttavia, piuttosto palli- di, se si esclude il verosimile riflesso a Roma degli esiti di questo conflitto nell’assunzione di cariche consolari da parte di personaggi plebei e patrizi di famiglie con forti connessioni con l’Etruria, come i Fabii e i Manlii. Nel mutato quadro della penisola, che vede negli anni della tregua sempre più incisiva la presenza di Roma nell’Italia centro-meridionale con la dissoluzione della Lega Latina prima e quindi l’inizio dell’espansione in Campania e in Apulia, nonché la stipula di un importante trattato tra Roma e Cartagine, il confronto con Roma appare centrale nello stesso mondo ideologico delle aristocrazie etrusche, come illustrano esemplarmente le pitture della cosiddetta tomba François di Vulci, il grande ipogeo della gens dei Saties, in cui la versione etrusca della saga di Servio Tullio e degli eroi nazionali, i fratelli Vibenna, viene presentata in forme simmetri- che e analogiche all’uccisione dei prigionieri troiani sul rogo di Patroclo da parte di Achille, nel quadro di una concezione fortemente allusiva alla realtà contemporanea. Nel 311 a.C. un’altra guerra è portata dagli Etruschi contro Roma. L’iniziativa è questa volta delle città dell’area interna centro-settentrionale, oggetto di offensive romane giunte a minacciare Perugia. La guerra si conclude nel 307 a.C. con una tregua sepa- rata con Tarquinia e con la sostanziale sconfitta etru- sca, a cui non sembrano estranee le disunioni della realtà etrusca, confermata appunto dagli accordi se- parati con Tarquinia e dall’iniziale astensione dalle attività belliche di Arezzo. I contraccolpi in Etruria degli esiti della guerra dovettero essere pesanti, an- che sul piano delle tensioni interne, come evidenzia l’episodio di M. Valerio Corvo, che nel 302 a.C. in- terviene a sedare il ceto servile di Arezzo. La ripresa delle ostilità tra Sanniti e Romani è l’oc- casione per un rinnovato tentativo etrusco di oppor- si a Roma, partecipando alla coalizione antiromana che vede uniti Sanniti, Sabini, Umbri, Galli ed Etru- schi, da riconoscere in quelli delle città dell’area in- terna del distretto centro-settentrionale. La vittoria di Roma a Sentino nel 295 a.C. segna il definitivo inizio della fine per gli Etruschi. Tra il 294 a.C., an- no della presa di Roselle, e il 273 a.C., quando i Ro- mani assoggettano definitivamente Cerveteri, gran

  1. Torre San Severo (Orvieto), sarcofago, particolare, seconda metà IV secolo a.C. Orvieto, Museo Civico Archeologico

del 196 a.C. e i tumulti dei Baccanali del 186 a.C. e ancora, all’epoca delle riforme agrarie di M. Lucio Druso del 91 a.C., il testo della cosiddetta “profezia di Vegoia” con la descrizione dell’avvento di scenari apocalittici qualora venissero sconvolte le strutture tradizionali delle proprietà. Non è facile cogliere dal punto di vista archeologico questo ceto servile. Nella seconda metà del IV seco- lo a.C. nel comparto centro-meridionale dell’Etruria compaiono personaggi individuati da una formula onomastica che al nome individuale aggiunge quello del padrone, che se da un lato sottolinea ancora il rapporto di dipendenza del servo dal dominus, dall’al- tro sottintende processi di adozione nell’ambito del- la gens e il conseguimento dello statuto di liberto. La sollevazione di schiavi che nel 196 a.C. mette a ferro e fuoco l’Etruria e che viene sedata nel sangue dall’intervento della legione romana comandata dal pretore Acilio Glabrione, unitamente al successivo tentativo eversivo legato a particolari riti dionisiaci a carattere interclassista finito nel 186 a.C. col noto episodio dei Baccanali, rappresentano verosimil- mente le cause che hanno portato all’affrancamento di numerosi servi e al conseguente emergere di un esteso ceto medio-basso agrario nell’area di Chiusi e di Perugia, a cui corrisponde sul territorio la diffu- sione di un massiccio popolamento realizzato attra- verso piccole fattorie capillarmente distribuite. L’e- strazione servile di questa compagine è evidente da- gli stessi dati dell’onomastica personale, in cui i no- mi familiari appaiono identici agli antichi nomi indi- viduali o simili ai prenomi. Poco o nulla sappiamo

dei ceti servili urbani e della loro ideologia: i pochi indizi che provengono dai santuari evidenziano co- me gli ex lautni dell’Etruria meridionale tendano a omologarsi al ceto intermedio dei benestanti, men- tre il differente grado di affrancamento e le diverse strutture della società dell’area settentrionale interna favoriscono aspirazioni maggiori, come traspare esemplarmente dalla sepoltura di Arnth Cae Cutu Celusa di Perugia, la cui urna è uscita dallo stesso atelier che ha prodotto i cinerari dei Volumnii, ossia della più nobile famiglia della città. Analogamente nella campagna il nuovo ceto degli ex servi tende a uniformarsi all’ideologia del ceto medio, con tombe a carattere familiare, in cui le va- rie deposizioni, realizzate in modeste urne di terra- cotta, sono accompagnate da corredi di livello me- dio-basso con un ridottissimo numero di oggetti, ra- ramente di metallo. Assai significativi delle forme ideali di questi personaggi, in particolare per quanto riguarda l’area chiusina, sono i rilievi che decorano la fronte delle urne, standardizzati nell’adozione di due temi mitologici, uno tratto dal repertorio ellenico, la reciproca uccisione di Eteocle e Polinice, l’altro at- tinto dal patrimonio locale, la battaglia dell’eroe con l’aratro, ma entrambi fortemente evocativi delle preoccupazioni di questi piccoli benestanti, riman- dando al timore di torbidi e guerre intestine, l’uno, e alla difesa della terra e della sua proprietà, l’altro. Le tensioni sociali che caratterizzano le compagini etrusche a partire dallo scorcio del IV secolo a.C. si riflettono anche sulle forme mentali relative all’Al- dilà e, più in generale, al mondo funerario delle ari-

  1. Specchio con Tarchon, da Tuscania, contrada San Lazzaro, tomba a camera (scavo 1897), attorno al 300 a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 77759
  2. Specchio con adozione di Hercle, da Volterra, attorno al 300 a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. 72740

38 LE CIVILTÀ ANTICHE GLI ETRUSCHI 39

parte delle principali realtà dell’Etruria viene inglo- bata di fatto nell’orbita di Roma. La conseguente politica romana verso l’Etruria non è omogenea, ma presenta aspetti differenziati, che ve- rosimilmente riflettono la diversità della struttura economico-sociale dell’area meridionale e di quella centro-settentrionale. Infatti se nel nord la vittoria romana è stata compensata con denaro sonante im- posto dalla tregua del 307 a.C. a Volsinii , Perugia e Arezzo, contribuendo al rafforzamento delle oligar- chie dominanti, come conferma l’episodio aretino di M. Valerio Corvo, nell’area meridionale e in quella costiera Roma impone cessioni di consistenti por- zioni del territorio, dove il vincitore fonda colonie: nel 273 a.C. Cosa nel territorio vulcente e tra il 264 e il 245 a.C. le quattro colonie marittime di Pyrgi, Castrum Novum, Alsium e Fregenae in quello di Cerveteri. La definitiva cancellazione dell’Etruria dal quadro politico e storico dell’Italia coincide con l’assedio di Volsinii nel 265 a.C. e la conseguente distruzione della città, con l’ evocatio a Roma di Vertum- na/Vertumnus, la grande divinità posta a tutela della confederazione dei popoli dell’Etruria, che viene co- sì definitivamente sciolta per risorgere poi, in tutt’al- tro contesto e con altro significato, nel quadro delle restituzioni antiquarie dell’età della dinastia giulio- claudia. I contraccolpi di questa situazione sulle realtà inter- ne ai singoli centri non tardano a farsi evidenti an- che sul piano della documentazione archeologica. Se le aristocrazie stringono alleanze con Roma, la recessione conseguente alla sconfitta provoca il ra- pido e progressivo depauperamento dei ceti inter- medi, che trovano adesso forme alternative di so- stentamento, prima fra tutte l’attività professionale di combattente, conosciuta già allo scorcio del IV secolo a.C. con la forte presenza di mercenari etru- schi negli eserciti di Agatocle e dei Cartaginesi e confermata per gli anni della seconda guerra punica da un oscuro testo funerario tarquiniese relativo a un personaggio del ceto medio morto alla rispetta- bile età di centosei anni in cui si menzionano Capua e Annibale ( TLE^2 n. 890; ET Ta.1.107). La crisi di questo ceto intermedio determina, verosimilmente, anche vere e proprie migrazioni in terre lontane al- la ricerca di un migliore avvenire, come testimo- niano i tardi cippi etruschi della Tunisia, o il caso del Liber Linteus di Zagrabia finito, per oscure vicen- de, in Egitto e colà utilizzato per avvolgere una mummia. L’integrazione nel mondo romano delle aristocrazie etrusche, continua e progressiva fino al trascolorare delle forme repubblicane in quelle dell’impero, quando è emblaticamente rappresentata da figure di

primo piano del circolo augusteo come Mecenate dell’aretina gens dei Cilnii, o P. Virgilio Marone e Se- sto Properzio, se sul piano delle strutture economi- che ha comportato la definitiva introduzione di for- me monetali, con la coniazione di serie nummarie bronzee a Tarquinia, Volterra, Populonia, Vetulonia e nell’area interna (serie della ruota: Chiusi o Arez- zo?), sul piano più strettamente ideologico vede l’a- dozione di forme proprie del mondo medioitalico, largamente operanti a Roma, quali l’uso di statue vo- tive o celebrative – ma i due aspetti sono difficil- mente scindibili – di aspetto “romano”, come con- fermano l’ Arringatore del museo di Firenze e la testa da Fiesole del Louvre. La ripresa delle grandi com- missioni pubbliche vede negli anni della fine del III- prima metà del II secolo a.C. il fiorire, specialmente nei centri settentrionali, di una vivace tradizione co- roplastica, impegnata a realizzare gli altorilievi fron- tonali e gli altri apparati dei tetti di santuari. I temi raffigurati, per quanto la maggior parte della docu- mentazione consenta di intravedere solo in forme altamente ipotetiche e congetturali, appaiono allusi- vi ai valori universali della concordia ordinum, condi- zione indispensabile per la prosperità della regione, come, per esempio, nel caso di quello sul poggio del Talamonaccio. La destrutturazione del sistema produttivo gentili- zio, fondato in gran parte sulla presenza di un este- so ceto sociale che le fonti antiche qualificano con il nome di “servi” e gli Etruschi con il termine di lautni, composto da persone aventi uno statuto intermedio tra lo schiavo e il libero, porta all’acuirsi di tensioni latenti all’interno delle varie comunità fin dal IV se- colo a.C. Se le fonti appaiono piuttosto laconiche sulla rivol- ta sedata nel 302 a.C. ad Arezzo dall’intervento di M. Valerio Corvo e sussistono incertezze sulla stes- sa cronologia del tentativo di rivoluzione servile no- to per Volterra, i moti eversivi che interessarono la società di Volsinii nei primi decenni del III secolo a.C. mostrano come il processo di affrancamento e di integrazione nel corpo civico dei servi avvenne per gradi, passando dall’accesso alla proprietà terrie- ra e al conseguente affidamento del servizio milita- re, al diritto di connubio con membri del ceto più elevato, alla conquista dello ius honorum e all’ingresso in senato, per giungere alla conquista delle magi- strature e ai tentativi eversivi dell’ordine civico del 265 a.C., finiti nel sangue grazie all’intervento di Roma, che nel 264 a.C. espugna Volsinii , distruggen- do la città e riedificandola poi in altro luogo, presso l’odierna Bolsena, dopo aver ucciso o restituito ai vecchi padroni i servi ribelli. Nonostante l’interven- to romano, le tensioni furono solo sopite, ma non placate del tutto, come confermano la rivolta servile