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Appunti presi in classe su Hannah Arendt
Tipologia: Appunti
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La storia di Hannah Arendt fa tutt’uno con il suo pensiero .Una biografia femminile che è anche un po’ la cifra dei paradossi di un secolo. Una esistenza la sua, per vicende umane, assolutamente unica, persino esemplare. Un’esistenza che sembrava privilegiata, già tracciata e che invece viene rovesciata dal più spaventoso SRADICAMENTO che la storia abbia mai prodotto. “Esemplare” perché la sua esistenza è la testimonianza biografica degli orrori del Novecento.
Il suo è il pensiero di filosofa e un pensiero di donna. Ma anche e soprattutto è il pensiero di un’ebrea , e in questo senso rappresenta un pensiero “diverso” , altro, rispetto alla “normalità” storica. La sua vita fu caratterizzata da una interrotta ricerca della verità che trova e le offre riscatto.
BIOGREAFIA:
14 Ottobre 1906/ 4 Dicembre 1975; ricca borghese filosofa; anche se non ama definirsi così in quanto non ama le categorizzazioni sociali, rifiutando l’ etichetta di filosofa e definendosi teorica storica e politica.
Questo anche perché nel 900 la filosofia per lei non era più in aiuto all’ uomo non era più vista come una disciplina pratica; ma ormai era diventata contemplativa. Storica scrittrice tedesca, naturalizzata statunitense. Ebbe una vita molto difficile a causa delle persecuzioni ebraiche dopo le leggi di Norimberga del 15 Settembre del 1935 da parte del regime nazista.
Educazione ricevuta: Viene educata secondo gli ideali della BILDUNG tedesca, solitamente un modello educativo riservato ai soli figli maschi. Studiò, in effetti, nelle più prestigiose università tedesche. BILDUNG è un termine tedesco, che ha molte accezioni, in effetti non esiste un termine equivalente che possa tradurlo in altre lingue. Ha un significato più esteso di “educazione”, rimanda in effetti alla educazione spirituale, una sorta di paideia in senso greco.
Hanna nasce ad Hannover a Linden (da MARTHA COHN e PAUL ARENDT)appartenente a una benestante famiglia ebraica; durante la sua vita si spostò in diverse località della Germania. A Konisberg nel 1924 a soli 18 anni consegue l’ABITUR: il titolo di studio che equivale al nostro diploma. Si iscrive poi all’università di Marburg, dove in quegli anni si stava imponendo una personalità filosofica nuova. Quella di Husserl e la sua fenomenologia. Ella viene si definisce a questo punto della vita come una FENOMENOLOGA:
Il termine fenomenologia in filosofia è variamente usato. l termine è stato coniato originariamente in tedesco,” Phänomenologie ,” come titolo di una parte dell’opera ‘ Neues Organon’ del matematico e filosofo tedesco Lambert (1764) In una prima accezione, filosofica, indica una ricognizione ordinata dei fenomeni, ossia la descrizione del modo in cui si presenta e manifesta una realtà. Compare anche in Hegel e in Kant. Ma solitamente viene usato nella accezione husserliana.
In termini generali indica lo studio e la classificazione dei fenomeni, così come si manifestano all'esperienza nel tempo e nello spazio. Nel pensiero di E. Husserl (1859-1938), metodo di indagine filosofica basato sull'analisi dei fenomeni per come si presentano alla coscienza. Compito del filosofo è che egli descriva onestamente il fenomeno, invece di darne interpretazioni fantasiose, scevro cioè da ogni pregiudizio (epoché sospensione di giudizio).
Proprio a Marburg incontrò Martin Heidegger, un giovane docente destinato a diventare uno dei più grandi pensatori del ventesimo secolo. Con lui ebbe un tormentato rapporto filosofico, molto conflittuale, fatto di incontro/scontro. Da cui poi si allontanerà a causa delle sue visioni e appoggio al partito nazista. Che porteranno ARENDT a non avvicinarsi a lui fino a quando finisce la
seconda guerra mondiale. Rispetto ad Heidegger fu sempre molto in contrasto nei confronti della sua filosofia della TODE
(morte) , come pure al pensiero che pensa l’Essere. Ecco perché sporcherà continuamente il “pensiero puro”. La sua
FENOMENOLOGIA GENERATIVA la porterà lontano dallo Sein-zum-Tode (essere-per-la-morte) di Heidegger. “Sein und Zeit”
presente nell’ opera ( Essere e tempo ) titolo dell’opera di Heidegger. Nella grafia dei trattini heideggeriana, il trattino da solo
indica uno spezzettamento (un limite, una finitezza); più trattini tra parole giustapposte non dividono, ma stanno ad indicare un senso e una direzione , perciò scrivere essere nel mondo è diverso che scrivere essere-nel-mondo : là dove non ci sono dei trattini di unione, infatti, il mondo è preconfezionato e un già dato. Sein-zum-Tode essere-per-la-morte.
Nel 1925 si sposterà a Friburgo per seguire le lezioni di filosofia di Husserl ancora per un semestre, poi ad Heidelberg dove sotto la guida di Karl Jaspers, il suo vero maestro di filosofia , nel 1929 porta a termine la sua tesi di dottorato “Der Liebensbegriff bei Augustin” ( Il concetto di amore in Agostino ). Da Jaspers imparerà la “ragionevolezza”. Un rapporto quello con Jaspers intenso,
d’affetto, di grande rispetto intellettuale. Nel 1929 sposerà Gunther Stern (Gunther Anders pseudonimo), un suo vecchio compagno di studi; pensatore oggi considerato una delle voci filosofiche più originali del pensiero filosofico novecentesco.
Nel 1933 con l’avvento del nazionalsocialismo e l’inizio delle persecuzioni contro le comunità ebraiche si trasferirà in Francia, a Parigi.
ARENDT , Fu una grande intelligenza naturale che trovò nutrimento nel clima culturale e nel fermento della Germania di allora.
Nella sua formazione ebreo molto peso gli studi classici, il greco, il latino, la teologia cristiana (Agostino, Paolo di Tarso, Tommaso d’Aquino ecc.). Nella sua filosofia entreranno tutte queste coordinate, la classicità , la poesia, il gusto per la letteratura. Da qui la sua grandezza di questa pensatrice, o comunque la sua originalità di pensiero.
LA FUGURA DI AGOSTINO PER ARENDT:
Agostino uno dei massimi pensatori cristiani. Filosofo, vescovo e teologo cristiano. Nacque a Tagaste nel 354 d.C ,nell’attuale Algeria. Tra le sue opere Le confessioni e La città di Dio. Egli è un Pensatore cristiano molto amato da Arendt. In bilico tra due mondi: quello greco e quello cristiano, impegnato in uno “sforzo tremendo” di ricomposizione.
La sua filosofia della nascita le viene suggerita proprio da Agostino e dalla distinzione agostiniana tra initium e principium.
Con Heidegger concorderà la sua tesi di dottorato su Agostino. Tesi che scriverà sotto la supervisione del suo maestro Jaspers. Tema: il concetto di amore agostiniano. Motivo centrale è la temporalità in relazione al concetto agostiniano di amore. Arendt distingue in Agostino due tipi di amore : la CUPIDITAS e la CARITAS. Di fatto due tipi di amore fondati sul desiderio: con la CUPIDITAS si desiderano tutti quegli oggetti che ci sono necessari per sopravvivere nel mondo terreno, nel secondo caso si desidera come unico bene Dio. Sarà poi pubblicata nel 1929 in ambito strettamente accademico con il titolo di: Il concetto di amore in “Sant’Agostino”.
GLI SCRITTI DI ARENDT TEMI CHE AFFRONTA:
Senso di estraneità sarà poi elaborato e messo a tema filosoficamente. I nuclei tematici dell’infanzia (la dignità, il sentirsi protetti, il sentirsi “a casa”) diventeranno dei nuclei tematici della maturità. Da qui il tema del bambino che deve difendersi dalla Storia a causa della sua nascita sbagliata. Dopo il ‘29 vi è una svolta negli interessi filosofici di Arendt. Inclina la sua riflessione dal mondo cristiano – che fino ad allora era stato centrale nei suoi studi – verso il mondo ebraico.
Si dedicherà, infatti, ad una lavoro estremamente originale, dal titolo Rahel Varnhagen. Storia di una ebrea.
Da queste prime opere - scritte intorno al 1930 - all’opera che la lancerà verso il pubblico, non solo statunitense ma mondiale Le ORIGINI DEL TOTALITARISMO (1951) passeranno circa vent’anni. I primi dieci, trascorsi soprattutto a Parigi, vedono la Arendt in contatto con antinazisti, ebrei e comunisti.
Per ritornare alla biografia:
Nel 1936 conosce Heinrich Blücher , comunista tedesco, filosofo marxista, che sposerà prima di partire per l’America e col quale vivrà in rapporto di collaborazione e affinità intellettuale molto strette.
pubblicistica semiclandestina (movimento sionista), fino all’internamento a Gurs, sotto il governo di Vichy, campo dal quale fortunatamente riuscirà a fuggire, per raggiungere gli Stati Uniti nel
Dopo la fuga dal campo di lavoro insime al marito Arendt ottiene un visto per l’AMERICA ; Gli Stati Uniti furono la sua seconda
patria. Gli inizi furono difficili. Difficoltà economiche. La nuova lingua. Ma sono anche gli anni di più intensa attività intellettuale. Qui rimane apolide per ben 18 anni fino al 1951. Durante il periodo americano il cui prolifica quello che Jonas diceva parlando di lei: “il genio dell’amicizia”. Comincia a scrivere quelle che saranno le sue più grandi opere. Ha oramai 45 anni (siamo nel 1951) quando scrive “Le origini del totalitarismo”, ad oggi riconosciuta ancora come la più grande trattazione del totalitarismo.
EVENTO IMPORTANTE NELLA SUA VITA FU : In una intervista a Gunther Gauss stimato giornalista e in seguito alto funzionario nel governo guidato da Willy Brandt 28 ottobre 1964 concessa alla televisione della Repubblica federale tedesca, a proposito della sua ebraicità dice:
“Da bambina sapevo di essere diversa…ma non nel senso di sentirmi inferiore, ma che semplicemente le cose
stavano così. (…) Rifiutare l’ebraismo era fuori discussione”. “Vede, tutti i bambini hanno avuto a che fare con
della sua capacità di ideazione e di realizzazione. E che comprende sia l’attività fabbrile , sia l’attività artistica.
agiscono per garantirsi la sopravvivenza e il soddisfacimento dei bisogni materiali, né per circondarsi di oggetti fabbricati, ma INTERAGISCONO mediante il discorso e la parola. “Corrisponde al fatto che non l’Uomo, ma gli uomini vivono sulla Terra e abitano il mondo”. L’attività è quella dell’agire e mette in rapporto diretto gli uomini, senza la mediazione di cose materiali. Questa pluralità è specificamente la condizione di ogni vita politica. L’agire è per l’uomo la possibilità di iniziare qualcosa di nuovo nel tempo , ma non in senso materiale. Vale a dire che nell’agire non lasciamo dietro di noi oggetti materiali, un prodotto, un oggetto finito. L’azione diventa politica perciò quando condotta coralmente, insieme agli altri. In questo senso l’agire è una peculiarità tutta umana , che l’uomo non condivide con nessun altro essere vivente. Da qui la libertà.
A ciascuna attività fa corrispondere una condizione esistenziale dell’uomo sulla Terra. Dove per lavorare si intende appunto ciò che è legato al mero soddisfacimento dei bisogni e dunque alla stretta corporeità. Il lavoro è pensato con tutto ciò che ha a che fare con la VITA BIOLOGICA. Tutto ciò che ha a che fare con il corpo.
GLI SPAZI DELLE ATTIVIA’ UMANE: Le tre attività (Lavorare/Operare/agire) compongono la VITA ACTIVA.
Ogni attività si realizza in uno “spazio”:
a) La Terra, intesa come ambiente naturale.
b) Il mondo artificiale delle cose.
c) Lo spazio pubblico.
In realtà il focus sui tre aspetti della condizione umana ( animal laborans, homo faber, zoon politikon ) non costituisce una novità in filosofia. Già Aristotele teorizzava la gerarchizzazione della vita umana. Ma a differenza della lettura arendtiana i greci partivano da un distinguo fondamentale nella loro cultura:
Con l’età moderna entrambe le due dimensioni dell’umano perdono la loro ragion d’essere. Vengono esautorate.
ancora ai suoi strumenti (dunque ancora al pratico).
Da qui anche una sorta di spoliticizzazione del fare attivo.
Rispetto in particolare alla vita attiva, nell’era moderna si è assistito ad un definitivo rovesciamento interno dei termini : Per cui l’esito è che la vita attiva è stata ridotta pure essa ad un fare tecnico (comandi-obbedienza) Il che è un processo di riduzione antico (che risale a Platone e Aristotele), ma che nell’era moderna si accentua.
L’antica gerarchia lavorare/operare/agire viene sovvertita!
Il risultato non sono preminenti né l’attività umana della creazione di oggetti (l’attività fabbrile quella creativa), né l’agire politico in senso nobile,bensì quella del puro LAVORARE PER LA SOPRAVVIVENZA.
e di farne due momenti costitutivi della condizione umana (da non confondersi con la natura umana che per Arendt rimanda alla vita biologica). Non solo: ritiene anche necessario negare la supremazia della vita contemplativa su quella attiva. Esse stanno su un piano di sostanziale parità , hanno cioè eguale dignità.
Occorre chiarire in effetti cosa intende Arendt per politica.
Per Arendt la posta in gioco è l’agire , il cominciare qualcosa di nuovo, in un senso positivo e benefico. E la politica del resto è ciò che connota l’umano. La politica è peculiarmente umana.Finché esiste il mondo e “ finché vi sarà la possibilità di agire in questo mondo, vi sarà la possibilità di nuovi inizi”. Di quel qualcosa che eccede la previsione e la predeterminazione.
Fu una lettrice di Marx. Lo studiò. E proprio le analisi di Marx sul problema del lavoro la condussero ad interrogarsi sull’equilibrio delle attività umane:
lavoro/opera/azioneF 0 E 0LABOR / WORK/ ACTION. Da qui nascerà il volume “Vita Activa”, che la rese celebre in tutto il mondo. Un'opera bellissima, scritta nel 1958, che secondo molti rappresenta la sintesi filosofica più compiuta del suo pensiero. Nel testo riflette proprio sulla distinzione tra VITA ATTIVA e VITA CONTEMPLATIVA. Arrivando poi a ribaltare la visione della tradizione storica, che ha da sempre subordinato la seconda alla prima. Al contrario della tradizione, infatti, Arendt sostiene che la vita attiva, non solo tiene impegnata la maggior parte del tempo degli uomini, ma è una COMPONENTE della nostra vita. La critica di Arendt, si fa più intensa con quei pensatori che, nell’età moderna (a partire dalla rivoluzione industriale), hanno GLORIFICATO il ruolo del lavoro IMPASTANDO di fatto le tre dimensioni. Ignorando così le tre articolazioni della vita activa, considerandole come un unicum, Marx - dice Hannah Arendt, - ha attribuito importanza esclusivamente al lavoro produttivo.
L’errore di fondo di Marx e del marxismo :
è stato ANZITUTTO quello di ASSIMILARE in un unico concetto lavoro e opera di IMPASTARLI.
di trascurare la vita activa nelle sue tre sue componenti. Arrivando a concepire la storia come attività
umana trasformatrice del reale. Insomma nel MATERIALISMO STORICO di Marx, l’uomo lavora, opera
PRODUCE MA non agisce neanche più. E non è neanche più ARTEFICE DELLA STORIA. Si limita a SUBIRLA.
Ad Arendt pare che l’essere umano così descritto come mero lavoratore sia incapace di sorprendere, sia TERRIBILMENTE prevedibile. Per Arendt invece non è il lavoro che ci qualifica come ESSERI UMANI e che ci distingue dagli animali. Ma IL FATTO che SIAMO CAPACI DI AZIONE! Che da noi CI SI Può ATTENDERE L’INATTESO!
E questo è possibile perché SIAMO NATI. Perché quando VENIAMO AL MONDO noi siamo il NUOVO! E siamo UNICI! Non siamo MASSE LAVORATRICI. Non siamo LAVORATORI. Ma siamo anzitutto UOMINI. Nati!
E poi AD ARENDT pare che un uomo così, compreso cioè in questi termini (marxisti), rischi davvero la solitudine! Perché, dice, così come la contemplazione , anche il lavoro e la fabbricazione, sono ATTIVITA’ che possono essere svolte in solitudine. Ma gli uomini non sono nati per essere SOLI! Sono nati per STARE INSIEME! Per ENTRARE IN RELAZIONE tra loro. Quando si è soli si smette di agire! Il lavoro rischia di condannarci alla SOLITUDINE.
Quella energia che si sprigiona quando l’uomo lavora è una energia che si CONSUMA si esaurisce. Quindi IL LAVORO non dice l’UMANO. Il lavoro per Arendt NON Può ESSERE LA CIFRA dell’UMANO. Non può dirci in sostanza CHI E’ l’uomo.
semplice , in quanto non utilizza parole filosofiche, rispetto alle opere precedenti. E’ formato da 5 articoli che scrive su ADOLF EICHMAN, che fu un paramilitare, funzionario tedesco nazista , considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Egli viene processato in terra di Israele, stato nato dopo la fine della seconda guerra mondiale nel 1947. EICHMAN fu considerato da ARENDT uno degli ingranaggi della macchina del male. Viene ucciso dopo il processo con una condanna all’ impiccagione. Questo fu un’ evento importantissimo a livello storico in quanto fù la prima volta che in TERRA SANTA venne processato uno dei responsabili del genocidio ebraico. Evento che era stato preceduto dai PROCESSI DI NORIMBERGA DEL 20 novembre 1945 – 1 ottobre 1946; a cui Eichman era sfuggito in quanto non era stato riconosciuto nel momento dell’ avvio ai processi e quindi riuscì a scappare e a cambiare la propria identità in italia per poi ottenere un visto per salpare dal porto di GENOVA e arrivare sulle coste AREGENTINE per poi vivere a BUENOS AIRES, fino alla sua cattura da parte degli umoni del MOSSAD (uomini segreti israeliani). A proposito della sua cattura ci furono in tutto il mondo una serie di notizie che vennero subito trasmesse con tutti i mezzi comunicativi che vi erano a disposizione in quegli anni. Questa grande notizia fece subito scalpore e ci fu, così un rapido movimento da parte di Arendt. L a quale si dibatte fortemente per essere la corrispondente del giornale Americano “the NEWYORKER”. E proprio quel giornale nel 1961 le fece il punto di onore. Scivendo così i famosi 5 articoli; all’ interno dei quali precisamente nel 1°capitolo: scrive le paroli per le quali sarà contestatanel momento della pubblicazione “EICHMAN, NON FU UN MOSTRO” errore che si può definire brutale, e imperdonabile secondo alcuni suoi lettori. Arendt lo descrive così perché nel momento del processo , lo vede per la prima volta, rimanendone molto colpita dal suo aspetto. Perché lo vede come un’ uomo normale. Svilupperà all’ interno dell’ opera la tesi filosofica dell’ OBBEDIENZA. Secondo la scrittrice ESSA E’ STATA LA CAUSA DELL’ OLOCAUSTO. Ovvero l’ obbedienza degli ebrei che non reagirono mai e dall’ altra parte l’ obbedienza critica dei tedeschi i quali avevano seguito una legge ingiusta.
Queste 3 parti rappresentano la facoltà dello spirito. Esse sarebbero dovute essere le 3 parti dell’ opera , però ARENDT, riuscì a scivere solamente le prime due parti , ovvero solo pensare e volere.
Fu straordinariamente prolifica. Aveva il dono della scrittura. Aveva cioè il talento di unire il pensiero alla penna. Un talento non comune in effetti! Uno stile molto personale, discorsivo che sollecita continuamente il lettore. Un lettore mai passivo, ma continuamente interrogato, coinvolto in modo attivo, dialogico.
“Per me scrivere significa comprendere”. La comprensione passava per Arendt anche attraverso la scrittura.
E’ una pensatrice di fama molto tard a. Inizialmente quasi perseguitata da un disinteresse totale nei suoi confronti e poi però ricompensata , come dice Simona Forti, da un interesse spasmodico, quasi patologico nei suoi confronti. E’ uno dei pochi esempio di pensiero davvero libero. Inviso alle destre, alle sinistre. Libertà che ha ha pagato tutta e ad un prezzo salato. Nei suoi scritti si respira una forte libertà certamente dai condizionamenti ideologici , da apriori teorici. Il suo non è un pensiero teologico , per quanto talvolta sconfini nella teologia, in parte per la sua appartenenza all’ ebraismo , in parte per il suo amore per i pensatori cristiani.
Rifiuta la dicitura di “filosofa”. Piuttosto amava definirsi infatti una teorica politica e una fenomenologa: “Ma ach! Non nel senso di Hegel e nemmeno di Husserl”. Suo malgrado Arendt “è” una filosofa. E a lei è stato affidato in sorte un delicato compito, in anni in cui si parlava di FINE della filosofia e del compito del pensiero. In cui si parlava di fine della metafisica.
Non amava pensarsi come un’intellettuale. Poiché aveva visto troppi intellettuali ALLINEATI. Al tempo del nazionalsocialismo in Germania l’allineamento era una regola (lo stesso Heidegger era un “allineato”). In reazione ai tempi bui della storia rivendica disperatamente la “libertà di pensiero”, la possibilità di pensare “senza barriere” , senza rete o baluardi. Assumendosi la responsabilità del pensare. Con tutti i rischi che la libertà di pensare implica. Libertà di pensiero che non è mai “irresponsabilità” , compiacimento della mente che gioca con se stessa. Ma è una libertà che si fa continuamente fedele alla fatticità.
Possiamo anche aggiungere il tema dell’ AMBIVALENZA ; si può dire che lei è filosoficamente contraddizione nelle sue opere. Perché: è ebrea, ma difende anche la Germania; è laica , ma tratta anche di persone cristiane. e’ ebrea ma non ha amore verso di loro, questo possiamo dire che sarà il suo metodo filosofico che caratterizza , in quanto spiazza sempre il lettore. LEI E’ INNOVATIVA E FUORI CANONE.
TEMI CHE AFFRONTA: Questo senso di estraneità sarà poi elaborato e messo a tema filosoficamente. I nuclei tematici dell’ infanzia (la dignità, il sentirsi protetti, il sentirsi “a casa”) diventeranno dei nuclei tematici della maturità. Da qui il tema del bambino che deve difendersi dalla Storia a causa della sua nascita sbagliata.
CONCETTO DUL VENIRE AL MONDO: E’ sempre a partire dal termine natalità che la fenomenologa tedesca si confronta con il tema/problema:
Dire la nascita è un altro modo di dire per “Arendt” libertà.
Copernicanesimo in cui bambino che viene dal nulla inizia qualcosa di nuovo (una storia di vita, un’identità, un ‘chi’ denominato
e narrato che appare agli altri e si fa riconoscere). L’esistenza è in effetti per Arendt contenuta tra due situazioni-limite: la nascita e la morte. Nascita e morte sono due eventi che definiscono la vita umana. Tuttavia è la nascita che fa sì che l’essere umano di fronte alla morte si possa pensare come un Io presente (anche di fronte alla morte-assenza).
Il mondo è anche il luogo della possibilità di relazione degli uomini , di condivisione, di entrare in relazione gli uni con gli altri. La politica ha il compito di custodire il mondo , questo spazio di interazione (custodito). In questo senso la politica è la modalità di intervento dell’uomo sul mondo. Ed è un concetto fondamentale per comprendere cosa Arendt intenda per “prendersi cura”. Le tre attività del lavorare/operare/agire trovano significato nella natalità (“fatto decisivo”), poiché la loro FUNZIONE (attiva) che è quella di prendersi cura del mondo , di salvaguardarlo e difenderlo, per
attrezzarlo per i neoi , i nuovi, i nuovi nati, coloro che vengono al mondo come stranieri****. La facoltà dell’azione di NASCERE interferisce con la legge della mortalità. Che interrompe l’inesorabile corso della vita quotidiana. L’uomo cioè può interrompere la sua corsa naturale verso la distruzione e la morte, grazie alla facoltà di iniziare qualcosa di nuovo.
L’ azione di venire al mondo è miracolo perché salva la vita dalla ripetitività e dalla sua corsa verso la distruzione.Grazie a questa facoltà ci si può attendere attendere l’inatteso .E’ un bel capovolgimento dire che gli uomini non sono nati per morire ma per incominciare.
In Agire, conoscere, pensare il filosofo tedesco Hans Jonas scrive: “Facciamo attenzione, con natalità Hannah Arendt non ha solo coniato un nuovo termine , ma ha introdotto una nuova categoria nella teoria filosofica che tratta dell’uomo”.
Jonas le riconosce non solo un nuovo conio linguistico , ma di aver minato la tradizione della meditatio mortis****. Il
concetto di natalità diventerà con Arendt la categoria centrale del pensiero politico.
Quanto consapevole questa scelta teoretica?
Il concetto di “natality” è certamente il work conied più originale di Arendt, quanto questa operazione teoretica sia consapevole è difficile dirlo. Da qui in parte la difficoltà di ricostruire la genesi di questo termine, di fatto intraducibile nella lingua italiana, perché non trova un’immediata corrispondenza.
La tentazione di molti è quella di ricostruire la genesi linguistica del concetto di “natalità” dal termine heideggeriano Anfang (cominciamento). In effetti Heidegger comprende il concetto di esistenza tra due termini: quello di principio e quello di morte ( che fa da telos dell’esistenza ). Tuttavia il concetto d Anfang resterà un concetto primitivo; Heidegger come è noto concepirà il vissuto come vettoriale e individuerà il senso autentico del vivere nell’ essere-per-la-morte.
politica non può essere violenta. Arendt rifiuta quindi la definizione di politica di Marx come LOTTA PER IL POTERE. La
politica in senso autentico non è una lotta non è una sorta di LUPO CONTRO LUPO. Homo homini lupus diceva Hobbes.
E poi la VIOLENZA non è essenziale per costruire un UOMO AUTENTICO. La violenza costruisce solo nemici.
La filosofia della Prassi Umana è quella parte della filosofia morale che riflette sul “Chi” dell’uomo, ma in particolare sulle azioni
che lo definiscono in quanto uomo. La Filosofia della Prassi Umana è, però, altro dalla Filosofia della Prassi in senso marxista.
Da queste riflessioni anti-marxiste di Hannah Arendt siamo giunti a riflettere sull’espressione: FILOSOFIA della PRASSI UMANA Distinguendola nettamente dalla FILOSOFIA della PRASSI di stampo marxista.
Possiamo sperare in una FILOSOFIA della PRASSI: che esca dal materialismo marxista, che assegni alla persona umana e che dia un valore in sé?
LE DUE DIFFERENZE DI FILOSOFIA DAL PUNTO DI VISTA MARXISTA E ARENDTIANO: Attenzione! Arendt non ha mai rivendicato per sé di aver tenuto a battesimo una FILOSOFIA DELLA PRASSI UMANA. In VITA ACTIVA utilizza piuttosto
l’espressione TEORIA DELL’AZIONE.Tuttavia possiamo considerarla una pioniera della Filosofia della Prassi Umana. La sua è
una FILOSOFIA ATTIVA che ci offre molte suggestioni da questo punto di vista. E se anche usa sporadicamente il termine PERSONA… (predilige ESSERE UMANO) Arendt difende i DIRITTI UMANI.
i diritti umani come la democrazia PER LEI passano attraverso la LIBERTA’ DI AGIRE e la LIBERTA’ di PENSARE. Non a
caso tenterà di tenere in equilibrio queste due dimensioni. Non si può pensare senza agire non si può agire senza pensare.
L’espressione recente. L’uso nel nostro paese si deve a Labriola ANTONIO Labriola poi ripresa da ANTONIO Gramsci. LABRIOLA Un filosofo e pedagogista italiano, collocabile nella seconda metà dell’Ottocento, nonché uno storico del socialismo. Fu quindi proprio LABRIOLA a coniare il termine FILOSOFIA DELLA PRASSI quando DESCRISSE la filosofia marxista come una FILOSOFIA DELLA PRASSI.La semantizzazione di Labriola FILOSOFIA della Prassi sarà poi ripresa da GRAMSCI. Altro filosofo
italiano, un antifascista che ricorse all’espressione nei suoi QUADERNI DAL CARCERE. PRAXIS E’ un termine antico, usato da
Aristotele. Quando si parla di PRASSI nel lessico filosofico si intende l’attività pratica. Cioè una ATTIVITA’ che si contrappone all’attività teoretica o speculativa. Ossia al PENSARE.Tuttavia, in greco, il verbo Prássein, da cui il sostantivo prassi, non significa semplicemente agire o operare , ma anche compiere, viaggiare, camminare, attraversare.
Theorein Termine (a sua volta composto da Theá- spettacolo e Horân- osservare) che arcaicamente significava essere spettatori. Solitamente veniva ASSOCIATO ai RITI SACRI. QUINDI indicava l’essere SPETTATORI di una festa religiosa. Cosicché la filosofia antica – in questi quadri culturali – comincerà a sua volta mettere in contrapposizione il termine PRAXIS a THEOREIN. Questa netta distinzione tra TEORIA e PRASSI è proprio una caratteristica della filosofia antica.Come si diceva è ARISTOTELE che distingue fra TEORIA E PRASSI. Salvo poi attribuire la ricerca della verità esclusivamente all’attività teoretica. La filosofia era PURO pensiero. Alla verità si arriva mediante le teorie, o meglio – come diceva Aristotele – attraverso le argomentazioni logiche razionali.
Il punto è che poi Aristotele arriverà ad attribuire la ricerca della verità esclusivamente all’attività teoretica. Farà, cioè, del PENSARE l’attività per eccellenza. Aristotele dirà infatti che il filosofo è mosso dalla MERAVIGLIA. L’unico scopo è quello di SAPERE, ossia di ricercare la verità. Ma se alla verità si giunge per mezzo della sola attività teoretica, ne risulta che la filosofia non
ha di per sé alcun fine PRATICO. E’ il BISOGNO di SAPERE che fa dell’uomo un uomo in senso forte! In questo senso la
FILOSOFIA non è utilitaristica o strumentale. Di per sé l’affermazione di Aristotele è straordinaria.Tuttavia se si mettono in contrapposizione TEORIA e PRASSI, PENSIERO e AZIONE – secondo Hannah Arendt – c’è un problema!
Poi però a un certo punto ci si comincia a chiedere se questa IDEA della filosofia puramente contemplativa non fosse in realtà LIMITANTE se non addirittura SBAGLIATA.Il termine PRAXIS tornò così in auge, infatti, proprio nel 19° sec. con il marxismo, quando per p rassi si comincerà a intendersi una attività che trasforma la realtà. Nato in seno alla sinistra hegeliana, il tema della
PRAXIS divenne poi una sorta «filosofia dell’azione» con Marx. Il concetto di “prassi”, come agire individuale e sociale , diventa dunque centrale nella teoria di Marx. E’ infatti al centro di tutta la sua filosofia nonché del suo modo di affrontare i problemi della scienza e dell’ECONOMIA. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx scriveva che per PRASSI si deve intendere: «... come la società... produce l'uomo in quanto uomo, così essa è prodotta da lui »
Si denunciano le ingiustizie sociali la povertà viene sentita come una emergenza e il lavoro come un diritto. Il lavoro è visto da
Marx come un modo per riscattare l’uomo dalla miseria. Quindi come una QUESTIONE DI GIUSTIZIA. Si avverte dunque
l’esigenza di fondare una NUOVA FILOSOFIA che prenda atto finalmente dei problemi dell’uomo e dunque che cambi il mondo! Da qui la famosa frase di Marx<<I filosofi hanno semplicemente interpretato il mondo; ora si tratta di cambiarlo». E qui MARX e ARENDT sono teoreticamente affini La filosofia - dirà Hannah Arendt – deve farsi portatrice di un nuovo SENSO COMUNE.
Termini da tenere a mente e da non confondere :
marxiano agg. – Relativo a Karl Marx (v. marxismo), al suo pensiero e alle sue teorie: il concetto di classe sociale ; l’analisi economica marxiana.
marxista Seguace, sostenitore del marxismo: è un movimento convinto; anche, rappresentante di un partito marxista. Che è proprio del marxismo e anche della tradizione culturale sviluppatasi dal pensiero e dalle concezioni di Marx: partito.
LIMITE TEORIA MARXIANA La società comunista può realizzarsi solo per mezzo della rivoluzione proletaria e con la soppressione dello STATO. Ma il suo è UN ERRORE STORICO.Hannah Arendt che era per la DISOBBEDIENZA CIVILE denuncerà in più occasioni questo vulnus della filosofia pratica di Marx.
architettura molto articolata.
Analisi del termine TOTALITARISMO: Sistema politico autoritario, in cui tutti i poteri sono concentrati in un partito unico, nel suo
capo o in un ristretto gruppo dirigente, che tende a dominare l’intera società grazie al controllo centralizzato dell’economia, della politica, della cultura, e alla repressione poliziesca. Arendt si appropria del termine “totalitarismo”, che appartiene al lessico antifascista per indicare solo il nazismo e lo stalinismo.
Storicamente, il concetto di totalitario nasce con riferimento alle esperienze del fascismo italiano: in un articolo scritto da Giovanni Amendola (politico, giornalista e accademico italiano) per Il Mondo, nel 1923 , si parla del fascismo come «sistema totalitario» in quanto «promessa del dominio assoluto e dello spadroneggiamento completo e incontrollato nel campo politico e amministrativo» mentre l’uso del sostantivo ‘totalitarismo’ si fa risalire a Lelio Basso (avvocato antifascista) nel 1925.
Nell'articolo del ‘25 sul Mondo, Amendola denuncia - deputato del Partito Democratico italiano - lo scandalo delle elezioni amministrative in cui il partito di Mussolini si era presentato all'elettorato tanto con una lista di maggioranza, quanto con una lista di minoranza, non prima di aver ostacolato con la forza la formazione di una lista di opposizione. Amendola nel 1923 ha di fatto introdotto un termine destinato a caratterizzare l'excursus storico che segnerà il Novecento.
Il sostantivo ‘totalitarismo’ comparirà nel 1925 in un articolo pubblicato su La Rivoluzione Liberale , Lelio Basso in riferimento al fascismo scrive: «tutti gli organi statuali, la corona, il parlamento, la magistratura, che nella teoria tradizionale incarnano i tre poteri e la forza armata che ne attua la volontà, diventano strumenti di un solo partito che si fa interprete dell'unanime volere, del totalitarismo indistinto». Lo stesso Benito Mussolini, pochi mesi dopo, parlerà di «feroce volontà totalitaria» del fascismo, conferendo una cadenza apprezzativa alla parola in una minaccia neanche tanto velata rivolta all'opposizione.
Nel 1928 il filosofo ufficiale del regime, Giovanni Gentile, riprende il concetto in un suo elaborato pubblicato dalla rivista nordamericana Foreign Affairs e successivamente nel 1932 nel capitolo dal titolo "Fascismo" dell' Enciclopedia italiana : stravolgendo la visione hegeliana, l'interpretazione gentiliana del totalitarismo si fondava sulla convinzione che tutto ciò che riguardava l'individuo e la società rientrasse nell'ambito dello Stato, considerato non solo un'entità morale e spirituale capace di rappresentare la nazione, ma soprattutto una roccaforte politica in grado di assimilare totalmente le diverse ramificazioni della società civile.
ARENDT sottolinea anche l’ importanza del fatto che nella società di massa , le caratteristiche principali non erano la brutalità e la rozzezza; ma l’ isolamento e la mancanza delle relazioni sociali (società atomizzata); destino di questa nuova società è
rendere l’ uomo solo. Le masse sono un complesso amorfo di individui sradicati e pieni di odio, che si formano nelle crisi
economiche e sociali prodotte dal capitalismo. Quando la società di massa si sostituisce alla società delle classi non si trovano più progetti ideali comuni, né persone che si confrontano tra loro democraticamente.
Propaganda È un’azione che tende a influire sull’opinione pubblica e i mezzi con cui viene svolta. È un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto. Utilizza tecniche comunicative che richiedono competenze professionali, nonché l’accesso a mezzi di comunicazione di vario tipo, in particolare ai mass media, e implicano un certo grado di occultamento, manipolazione, selettività rispetto alla verità. I messaggi possono arrivare a implicare diversi gradi di coercizione o di minaccia, possono far leva sulla paura o appellarsi ad aspirazioni positive.
IDEOLOGIA Termine di matrice filosofica che compare nella Francia del Settecento ad indicare una sorta di “scienza delle idee” ha assunto di volta in volta connotazioni sia positive che negative. Nel pensiero sociologico, il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale. Nel linguaggio ordinario indica un SISTEMA di IDEE più o meno organizzato e con una sua coerenza di fondo. In senso spreg., soprattutto nella polemica politica, complesso di idee astratte, senza riscontro nella realtà, o mistificatorie e propagandistiche, cui viene opposta una visione obiettiva e pragmatica della realtà politica, economica e sociale. ( in apparenza sembra un termine positivo , ma molto rischioso perché se si pensa uguale si costruiscono poi dei nemici comuni , che devono essere eliminati.) Per ARENDT il termine RAZZA non deve essere utilizzato per gli esseri umani , ma lo si deve usare solo nell’ ambito animale.
La vera forza del movimento totalitario è, infatti, l’organizzazione, che crea un “ mondo fittizio ”. Su questa massa si esercita la propaganda la cui caratteristica è di proporsi come profezia. Come gli antichi profeti, la propaganda ha il compito di svelare il senso di marcia della storia, di scoprire le sue forze nascoste. La “ forza della logica ” che costringe a vivere sempre “ nella conseguenza ”, a cui si oppone solo la capacità umana di “ dare inizio”. La marcia della storia non è determinata dalle scelte degli individui, ma è qualcosa di necessario, dipendente da grandi cause che eliminano l’importanza delle azioni degli uomini. Una volta scoperta la necessità del corso storico, si elimina, naturalmente, l’imprevedibilità delle azioni e del comportamento umano. Non vi è nulla d’imprevedibile, tutto è necessario.
Il totalitarismo preme gli uomini gli uni con gli altri, elimina lo spazio tra di loro in modo da formare un unico uomo di dimensioni gigantesche. I singoli uomini, nascendo e morendo, entrano ed escono dal processo, diventano “figure effimere”. Nessuno di essi è un “ nuovo inizio ”. Ora c’è solo il processo.
La propaganda è da intendersi come l’arte non già “ di inculcare un’opinione nelle masse” , ma di “ricevere un’opinione dalle masse”. Nell’attività propagandistica si insiste sul malcontento della massa, sulla sua visceralità, sul suo risentimento. Il depositario di questa scienza infallibile è il capo che manifesta il disprezzo per i fatti reali.
TERRORE: La propaganda è lo strumento più importante nei rapporti con il mondo esterno, ma è solo uno strumento. Ma la vera essenza del regime totalitario è il terrore. Dove esso è portato a compimento, come nei campi di sterminio, anche la propaganda cessa. Scrive Arendt: “La differenza fondamentale tra le forme totalitarie e quelle tiranniche tradizionali è che il terrore non viene più usato principalmente come un mezzo per intimidire e liquidare gli avversari, ma come uno strumento permanente con cui governare le masse assolutamente obbedienti”.
La prima parte del libro è dedicata alla questione ebraica. L’odio delle masse si rivolge a chi ha perduto il potere, conservandone i privilegi. (Es. l’odio delle masse contro l’aristocrazia francese prima della rivoluzione). “Raramente riescono insopportabili l’oppressione e lo sfruttamento in quanto tali; molto più irritante è la ricchezza senza una funzione visibile, dato che nessuno si
spiega perché dovrebbe essere tollerata”. Il ruolo dell’antisemitismo è centrale nella formazione dell’ideologia nazista.
All’avvento di Hitler al potere il ruolo sociale degli ebrei in Germania era molto ridimensionato. Lo stesso in Francia e in Austria, nel primo dopoguerra. L’antisemitismo di massa si diffonde in concomitanza con il declino dell’influenza delle comunità ebraiche ma la perdita di potere “da sola” non è sufficiente a spiegare quanto è poi accaduto, come non lo è la teoria del “capro espiatorio” (del prendersela con il più debole). La crescita dell’antisemitismo è infatti legata alla perdita di ruolo degli ebrei sia nel campo finanziario, sia in quello delle relazioni internazionali. Con l’ascesa dell’imperialismo (l’assunzione diretta da parte dello stato degli interessi economici del capitalismo competitivo) il ruolo degli ebrei viene ridimensionato molto, sia come finanziatori degli stati sia come intermediatori europei. Cominciano così a radicare idee sbagliate riguardo alla vicenda degli ebrei:
peccati nel Tempio di Gerusalemme. Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell'espiazione (kippūr), quando il sommo sacerdote – nel Tempio di Gerusalemme - caricava tutti i peccati del popolo su un capro e poi lo mandava via nel deserto. Si individuava una persona o un animale (solitamente una capra), affinché accogliesse sopra di sé tutti i mali e le colpe di una comunità quindi veniva allontanata/o per esorcizzare il male stesso. Un vero e proprio processo di trasferimento mediante il quale una comunità era poi liberata dal gravame del male.
Il rituale dello Yom Kippur è il più importante tra quelli decretati dalla Torah. Ha luogo all’indomani del calendario ebraico, tra settembre e ottobre del nostro calendario. Risale ai tempi di Mosè e ricorda la vicenda del vitello d’oro. Non si lavora e si fa penitenza, ed è la festività più importante del calendario ebraico.
capro espiatorio [animale o, fig., persona, che deve scontare le colpe di tutti] In senso fig., la persona sulla quale si fanno ricadere colpe non sue , che sconta una colpa che non ha commesso: essere il (o fare da ) c. espiatorio.
Arendt passa poi in rassegna l’età dell’imperialismo (1884 2 0 1 0 1914) L’imperialismo nasce dall’esigenza di espansione economica che, a parere di Arendt, è una pre-condizione totalitaria. Il fatto centrale di questo periodo è l’emancipazione politica della borghesia. Cambiamento di lessico Si afferma l’idea di una “superiorità permanente, non temporanea, di differenza assoluta, fisica, fra razze superiori e inferiori”. È a causa dell’imperialismo che il razzismo diventa una IDEOLOGIA quindi un modo di pensare.
Scrive Arendt: “La razza è, da un punto di vista politico, non l’inizio dell’umanità ma la sua fine, non l’origine dei popoli ma la loro decadenza, non la naturale nascita dell’uomo ma la sua morte innaturale”. All’origine della politica imperialista è l’alleanza tra capitale e plebe (che non è una classe, ma costituita dagli scarti di tutte le classi) alleanza basata essenzialmente su visioni razziste che negano l’idea stessa di umanità.
PER ARENDT IL FASCISMO: Il vero obiettivo del fascismo era solo quello di impadronirsi del potere e insediare la sua “ élite ” come incontrastata dominatrice del paese. Il totalitarismo non si accontenta mai di dominare con mezzi esterni, cioè tramite lo stato e un apparato di violenza. “Mussolini, che tanto amava il termine “stato totalitario” non tentò di instaurare un regime totalitario in piena regola, accontentandosi della dittatura del partito unico”.
Per lei il fascismo non rientrava tra i totalitarismi; Il fascismo fece un uso minore della violenza. Mancò inoltre di un’ideologia coerente e rimase sempre viva una certa cultura liberale dello stato (si pensi ad esempio alla libertà di pensiero accordata a Benedetto Croce). Infine, secondo Arendt, il regime non eliminò i centri tradizionali del potere (coesistette di fatto con la Chiesa, la monarchia, l’esercito, la grande industria).
Arendt non considerò quindi il fascismo italiano un movimento totalitario, non solo per l’uso assai minore della violenza terroristica, quanto piuttosto per la sua natura di movimento di massa organizzato nell’ambito dello stato esistente.
«Quando il partito fascista […] si impadronì dello stato e si identificò con la massima autorità nazionale, si apprestò a fare del “popolo una parte dello stato”. Ma non si pose “al di sopra dello stato”, né i suoi capi si ritennero al di sopra della nazione. Il movimento aveva avuto fine con la conquista del potere, almeno per quanto concerneva la politica interna; esso poteva procedere nella sua marcia soltanto nel campo della politica estera […]».
In particolare, secondo Arendt, la differenza tra totalitarismo e fascismo si gioca nel rapporto verso la chiesa e l’esercito. Il fascismo separa la religione dallo stato e vuole conquistare l’esercito, mentre il nazismo e il bolscevismo vogliono eliminare la chiesa e lo stato come istituzioni indipendenti, e farne una funzione del loro movimento. Per Arendt c’è differenza tra conquista e distruzione delle istituzioni. Il fascismo – dal suo punto di vista – avrebbe solo conquistato le istituzioni, senza però distruggerle, ma dialogando con loro e restando un interlocutore grave errore di giudizio storico di Arendt.
Quindi nazismo e stalinismo avevano introdotto il metodo scientifico,come campi di sterminio per eliminare le personalità; e umiliare gli esseri umani per renderli animali. E secondo il totalitarismo questo cambiamento doveva essere rapido.
Gli ebrei venivano trasformate in cavie da laboratorio, per ARENDT anche come i cani di PABLOF ( tutto questo era fatto per arrivare a cancellare la nascita di queste persone ); in quanto arrivano a spogliare la persona dalle proprie caratteristiche. La prima cosa che veniva tolta nei lager era proprio il nome per sostituirlo con un numero.
Per ARENDT normalmente l’ uomo ha delle maschere come abbiamo detto in precedenza, però senza di essere egli rimane smarrito e può esere facilmente isolato dai contesti pubblici. Definisce ciò come NUDA VITA : senza maschere l’ uomo è portato a essere animale.
Le tre maschere fondamentali di ARENDT sono:
clandestinamente in Israele, contro la volontà dell'Argentina. In secondo luogo perché Eichmann, nonostante fosse accusato di crimini contro l'umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all'epoca dei fatti contestati. Inoltre, dal momento che i crimini contro l'umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei e che egli veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che le vittime (gli israeliani) giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo.
Il titolo originale dell'opera è "Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil". Non senza ragione, l'editore italiano (FELTRINELLI)ritenne opportuno invertire l'ordine del titolo. Dal dibattimento in aula, infatti, Arendt ricaverà l'idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili della Shoah - fosse dovuto non a un'indole maligna, ben radicata nell'anima (come sostenne nel suo Le origini del totalitarismo) quanto piuttosto a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.
La banalità del male inizia con una disamina delle condizioni sociali all'epoca del processo ad Adolf Eichmann: secondo la Arendt le esigenze politiche influenzarono la credibilità del processo (il pubblico ministero Gideon Hausner fu condizionato dal primo ministro israeliano Ben Gurion). Anziché limitarsi a giudicare esclusivamente le azioni dell'individuo Adolf Eichmann, il PM cercò di far sì che la corte (presieduta da Moshe Landau) operasse una disamina generale dell'antisemitismo nazista; un processo di caratura ben più alta, dunque, che avrebbe aumentato la popolarità di dello stato di Israele presso gli ebrei sparsi per il mondo; inoltre avrebbe permesso di mettere in cattiva luce i paesi arabi del Medio Oriente, con cui Israele era in conflitto, ricordando le loro simpatie per il nazismo. Arendt critica duramente il discorso di apertura tenuto dal pubblico ministero Gideon Hausner, ed in particolare la frase "noi non facciamo distinzioni etniche". Nell'opinione dell'autrice, il processo ad Eichmann era fondato proprio sulle distinzioni etniche e religiose: l'imputato era accusato di crimini contro il popolo ebraico e di crimini contro l'umanità commessi sul corpo del popolo ebraico, oltre ad essere strumentalizzato alla politica del giovane Stato d'Israele.
Successivamente, si passa all'esame dell'imputato. Adolf Eichmann, nato a Solingen, in Renania, nel 1906, fu studente poco brillante: si ritirò dalle scuole superiori come da quelle di avviamento professionale. Lavorò come minatore nella compagnia del padre finché questi non riuscì a trovargli un lavoro alla compagnia elettro-tranviaria austriaca; e per questo poi definito dalle SS come “ELLETTRIC MAN”. Un suo zio – sposato a un'ebrea – fu amico del presidente della compagnia petrolifera austriaca Vacuum, e riuscì a convincerlo ad assumere Eichmann come rappresentante.
Entrò nel partito nazista austriaco nel 1932 senza troppa convinzione, seguendo il consiglio del suo amico Ernst Kaltenbrunner … mi chiese “perché non entri nel partito nazista?” – e io risposi “già, perché no?” perché svogliato dal suo lavoro; non conosceva nulla del partito nazista, non aveva mai letto il Mein Kampf (come nessun altro libro), giustificava il proprio impegno politico asserendo di non accettare le condizioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles (1919) e volerle cambiare: una motivazione generica, che avrebbe potuto pronunciare per entrare in qualsiasi partito, tanto era opinione diffusa nei tedeschi che il trattato fosse stato troppo punitivo.
Quando il partito nazista austriaco divenne illegale, ritornò in Germania, dove fu spinto da un ufficiale alla carriera militare. L'autrice sottolinea come il quadro tracciato non sia quello di un efferato criminale, quanto piuttosto di un uomo semplice, la cui personalità rasentava la mediocrità. Durante il regime nazista come durante tutta la sua vita, egli visse per inerzia; guidato dal padre, dalle amicizie, dalla situazione in cui viveva. Era pericolosamente privo di iniziativa, spessore culturale e morale; quest'ultimo non andava oltre i condizionamenti che gli erano stati dati dalla società.
Nel 1948 era appena nata, a guerra finita .I sopravvissuti ai campi di sterminio vivevano in maniera sparpagliata , senza avere una loro terra; le nazioni tra cui Gran Bretagna e America acconsentirono a creare lo stato di Israele. Da qui si crearono anche
tensioni tra il popolo Palestinese e Israeliani sul fatto di chi avesse il diritto di occupare quella terra , in quanto in precedenza quel territorio era di origine Palestinese.
GERMANIA:
Dopo il conflitto mondiale era stata divisa in due parti e i responsabili dei genocidi , furono scappati; questa fu una vera ferita per il popolo ebreo. Solo dopo il processo di Norimberga furono processati alcuni colpevoli nazisti della shoah; però tra i tanti non vi fu riconosciuto EICHMAN (ex colonello ) che amministrava i trasporti degli ebrei , nei campi di sterminio. E proprio lui fu presente alla conferenza di Wannsee; essa fu una riunione in cui alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti vennero messi al corrente della "Soluzione finale della questione ebraica" e vennero sollecitati a coordinarne l'attuazione. L'incontro si tenne il 20 gennaio 1942 in una villa sulla riva del lago Wannsee a Berlino. In questa riunione viene poi steso un documento redatto e firmato da EICHMAN ( contabile del nazismo e logistico). Per lui la soluzione finale degli ebrei , doveva essere un’ operazione contenuta nei costi. Soluzione Finale” divenne poi il nome in codice dello sterminio.Eichmann stenderà il verbale del tavolo di lavoro: 15 pagine dattiloscritte. Organizzava il trasporto degli ebrei tra i vari campi, i quali accettavano senza ribellioni e pronti a collaborare, tranquillizzati dai capi delle comunità ebraiche – che avevano salva la propria vita e quella di altri ebrei illustri in cambio del silenzio. Secondo Arendt, se gli ebrei non si fossero fidati dei propri rabbini, gran parte di loro si sarebbero salvati.
Eichmann requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità dei campi di concentramento. Il suo primo incarico fu una prova di deportazione in un vecchio campo di concentramento nella Francia occupata, dove furono trasferiti circa 7000 ebrei.
Durante il dibattimento fu accertato che proprio ad Eichmann si deve l’organizzazione di Theresienstadt , un ghetto – campo di concentramento umano, dove si deportavano vecchi e personalità ebraiche in vista: Theresienstadt (ghetto di Terezin – città della Repubblica Ceca) era un paese di campagna evacuato, recintato per l’occasione, dove alle alte personalità ebraiche veniva fatto credere di vivere al confino. I loro averi erano confiscati col pretesto di pagare l’alloggio in cui vivevano, che sarebbe diventato di loro proprietà. Sempre ad Eichmann verrà ordinato di esaminare il nuovo campo di concentramento di Lublinio, più tristemente noto come Treblinka a 50 miglia da Varsavia (nella Polonia occupata).
Vi sono tante ragioni:
psicologici.
trasmesso anche con tutti i mezzi comunicativi. Lanciando anche la data del processo su tutti i giornali.
«Un momentito, Señor», disse l’agente del Mossad Peter Malkin all’uomo di mezza età che rientrava dal turno di lavoro alla Mercedes di Buenos Aires. Erano le 20.05 del 10 maggio 1960. Quell’ometto con la calvizie incipiente che si faceva chiamare Ricardo Klement ( NOME CHE AVEVA ASSUNTO DOPO AVER OTTENUTO IL VISTO IN ITALIA PER SCAPPARE DALL’ EUROPA ), in realtà era Adolf Eichmann: l’ufficiale nazista incaricato di sovrintendere alla soluzione finale durante la conferenza di Wansee (EICHAMN dovrà qui scrivere e firmare u documento che era suddiviso in 3 part: una sulla deportazione degli ebrei, sulle popolazione lager ridotte in schiavitù e l’ ultima parte che affrontava lo sterminio.)(1942). David Ben Gurion, primo ministro di Israele, intendeva processarlo in un tribunale di Gerusalemme.
Un aereo speciale della El Al, che aveva portato una delegazione ufficiale israeliana in Argentina per i festeggiamenti dei 150 anni della indipendenza, avrebbe condotto Eichmann in Israele. Camuffato in una divisa della compagnia aerea, il prigioniero era stato sedato con una dose potente di farmaci, anche se dicono i testimoni che non ce ne fosse bisogno, tanto Ricardo Klement-Adolf Eichmann era diventato collaborativo quando aveva appreso che gli agenti del Mossad non erano venuti a ucciderlo ma solo a catturarlo.
Dopo pochi giorni, il governo di Buenos Aires presentò una nota di protesta alle Nazioni Unite per un’azione condotta in violazione delle regole internazionali.E anche nella stessa intellighentia ebraica si levarono voci critiche. «Il filosofo Isaiah Berlin scrisse al sindaco di Gerusalemme sostenendo che processare Eichmann sarebbe stato politicamente avventato. Lo psicologo Erich Fromm definì la cattura di Eichmann un “atto di illegalità dello stesso genere di cui si erano resi colpevoli i nazisti”.
un sistema gerarchico al quale era difficile resistere. Obbedienza a una legge, ma una legge che imponeva di uccidere invece di salvare.
Eichmann – che si difendeva invocando l'obbedienza, la sua "non competenza" a giudicare quanto gli veniva ordinato dai superiori – era mancato. Diventa incapace di vedere l'abiezione morale delle sue azioni: in questo senso "non capace di pensiero" – per quanto dal punto di vista pratico sia dotato di “talento” e capacità d'iniziativa, e non mero esecutore.
IL PROCESSO:
Il processo di primo grado durò quattro mesi, vi furono circa 150 udienze e si svolse in ebraico, nonostante diverse volte i giudici rivolsero delle domande ad Eichmann in tedesco. Per la prima volta testimoniarono dei sopravvissuti, 112 in totale, e vi furono degli svenimenti in aula. I giudici erano tre. Per Eichmann, che era difeso da un avvocato di Colonia, scelto personalmente da lui e pagato dal governo israeliano perché la Germania si rifiutò di farlo, c’erano dei traduttori simultanei e per lui venne predisposta una gabbia di vetro a prova di proiettile nell’aula. L’intero processo venne registrato in esclusiva da una troupe americana.
Dopo quattro mesi dalla fine del processo, nel primo grado di giudizio, il 15 dicembre 1961, Eichmann venne riconosciuto colpevole di tutte le quindici imputazioni che gli erano state contestate. Il suo avvocato fece subito richiesta d’appello e il secondo processo a suo carico iniziò tre mesi dopo. Il processo d’appello davanti alla Corte Suprema durò circa una settimana, poi i giudici impiegarono altri due mesi per emanare la seconda sentenza. Il 29 maggio del 1962 i giudici confermarono il giudizio di primo grado. Il giorno stesso della lettura della sentenza il Presidente d’Israele Yitzhak Ben-Zvi ricevette la richiesta di grazia, manoscritta dallo stesso Eichmann. La richiesta fu respinta ufficialmente il 31 maggio 1962.
Eichmann Fu impiccato poche ore dopo in una prigione a Ramla, in Israele. Come stabilito dal verdetto il cadavere fu cremato e le sue ceneri vennero caricate su una motovedetta della marina israeliana e disperse nel Mar Mediterraneo al di fuori delle acque territoriali israeliane. Dopo la lettura della sentenza, «c’era chi si offrì volontario per impiccare Eichmann, animato dall’esigenza di vendicare congiunti uccisi dai nazisti». Ma c’era anche «una forte corrente di intellettuali che, per ragioni di principio, si opponeva strenuamente», che a seguito della condanna scrissero: «Noi non vogliamo che questo aguzzino ci porti al punto che dalle nostre fila esca un boia. Se lo facessimo, elargiremmo all’aguzzino una specie di vittoria, una vittoria che non vogliamo». Tra loro c’erano il filosofo Martin Buber, lo scienziato Hugo Berman, il ricercatore Gershom Sholem.
Adolf Eichmann andò alla forca. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. Rifiutò l’assistenza dei pastore protestante, reverendo William Hull, che si era offerto di leggergli la Bibbia: ormai gli restavano appena due ore di vita, e perciò non aveva “tempo da perdere”. Cominciò col dire di essere un Gottgläubiger, ( got.glo,bigar ) (credente in Dio in una entità superiore) il termine nazista per indicare chi ha rotto con la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò Percorse i cinquanta metri dalla sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé.
LA SENTENZA:
La sentenza lo riconobbe responsabile di crimini contro gli ebrei - organizzandone lo sterminio, facendoli vivere in condizioni che avrebbero portato alla morte, causando danni psicologici e impedendo ulteriori nascite - e crimini contro l’umanità. Fu accettata la tesi secondo cui egli avrebbe solo reso possibile lo sterminio, ma non lo avrebbe messo in atto personalmente. Un punto fondamentale della sentenza, secondo Arendt: nessuno era responsabile, o meglio, nessuno vi si sentiva; facevano solo il proprio lavoro. Eichmann stesso si sentì vittima di un'ingiustizia, ed era profondamente convinto di pagare anche per le colpe degli altri: dopotutto, lui era solo un burocrate che faceva il proprio lavoro, ed incidentalmente, questo coincideva con un crimine.
Dopo la sentenza, conclusasi con una condanna a morte per impiccagione, seguì un altro appello, che però si risolse con la medesima condanna. La corte d’appello anzi inasprì i toni della sentenza, in parte contraddicendo quella precedente, perché lo ritenne “solo superiore di sé stesso” e organizzatore di tutti i crimini, sebbene fosse stato un semplice burocrate.
La condanna a morte fu eseguita nello stesso giorno della sentenza. Contraddicendosi per l’ultima volta, Eichmann con le sue ultime parole affermò prima di essere un Gottgläubiger (termine nazista per indicare un credente in Dio, ma che non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte) per poi congedarsi con un “ Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti; viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria, non le dimenticherò ”.
Parole che colpirono molto Arendt, perché a suo dire, in esse c’è il più puro Adolf Eichmann: la spiegazione di come il nazismo abbia potuto perpetrare le sue barbarie; potendo contare su uomini remissivi e obbedienti. Remissione e obbedienza cieca che le parvero essere una sorta di naturale propensione della società, fatta di uomini normali – fin quasi a rasentare la mediocrità – come Adolf Eichmann, un uomo che recitò la parte di sé stesso pur di sentirsi glorificato.
" Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato - la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male. ".
Noto è il CONSENSO di Arendt alla condanna.Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, cioè alla sua base, il diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro. Sterminando le “razze” si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità.
Arendt traccia quindi il profilo di Eichmann: un uomo mediocre, che vive di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha. Un uomo di bassa estrazione sociale, estremamente zelante sul lavoro, per il desiderio di compiacere i propri comandanti e guadagnarsi riconoscimenti. Racconta Eichmann come una persona tutto sommato ordinaria. E lo fa, di fatto, in contrapposizione alla propaganda dell’accusa del processo, cioè dell’appena nato Stato di Israele, che descriveva Eichmann come «assassino di un popolo», «nemico del genere umano», «belva nella giungla» che «non merita più di essere chiamato un uomo» (per lo Stato di Israele, il processo fu anche una potente legittimazione a livello mondiale).
Arendt non disse che Eichmann era “semplicemente” un burocrate, (nonostante le sia stata attribuita questa versione che apparteneva piuttosto alla linea degli avvocati della difesa): In realtà per lei Eichmann rappresentava «l’assenza di pensiero» cioè l’assenza di una dimensione interiore etica della coscienza. Tale assenza di pensiero era anche assenza di responsabilità, ossia incapacità di elaborare il significato del proprio agire e dunque le sue conseguenze.
In un altro scritto, per spiegare meglio la sua posizione, Arendt fece riferimento alla massima socratica “meglio subire il male che farlo” per Arendt significava che, nel dialogo interiore del sé con se stesso, era meglio avere a che fare con un innocente piuttosto che con un criminale. Eichmann, come prodotto dell’ideologia totalitaria, era privo di questo specifico tipo di pensiero. Per questo era un uomo banale, perché in lui non c’era un male demoniaco, un male cioè come principio alternativo al bene. Dal processo – per Arendt – emerse pertanto un male come assenza e vuoto.
Chiunque poteva essere Eichmann, un uomo senza idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria, che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina.
Quanto poco Eichmann si rendesse conto di quel che diceva e quanto poco sapesse capire gli altri risultò dalla deposizione in cui si dichiarò “ salvatore del popolo ebraico ”, poiché a suo dire aveva fatto emigrare centinaia di migliaia di persone, altrimenti condannate a morte. La sua “cronica mancanza di memoria” lo condannerà a non poter mai controbattere seriamente alle accuse. Dal suo punto di vista le sue responsabilità erano minori di quanto sembrasse: egli era solo il capo dell’ufficio B4, in realtà una sottosezione dell’ufficio per la sicurezza nazionale delle SS. Il suo avvocato dichiarò che egli aveva agito per ragion di Stato: il che suonò come un insulto ovviamente, accettare questa tesi avrebbe significato accettare la tesi che Hitler stesse agendo “per il bene dello Stato”.
Eichmann era semplicemente un tedesco che si era adeguato alle scelte dei vertici del paese. E alla stessa maniera si comportò il resto della Germania: alla fine della guerra molti dichiararono di essere sempre stati “ internamente contrari ” alle soluzioni naziste, ma di aver messo da parte le proprie convinzioni personali. La loro morale era quella che il Führer propagandava.
Eichmann giunse a dire di essersi comportato né più e né meno che secondo l’etica kantiana, quando obbedì alle leggi di Hitler. Dichiarò poi di aver avuto una crisi di coscienza quando Heinrich Himmler(comandante della polizia dal 1936 e delle forze di sicurezza del Terzo Reich dal 1939), verso la fine del conflitto, ordinò di sospendere le deportazioni per aprire trattative con gli alleati, certo della sconfitta. Trovatosi quindi senza mezzi di trasporto, Eichmann fece marciare 50.000 ebrei a piedi verso i campi di concentramento. Himmler, a suo dire, stava venendo meno a quell’obbligazione morale di rispettare le leggi della Germania e non stava tenendo una condotta che certamente il Führer avrebbe disapprovato.
Eichmann mitiga i propri sensi di colpa scaricando la responsabilità sui governi dell’Europa: dal suo punto di vista Hitler si era trovato costretto a questa scelta poiché nessuno Stato avrebbe mai accettato quelle masse ebraiche costretti ad emigrare, anzitutto perché senza apolidi e senza alcun patrimonio.