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Hannah Arendt: vita opere e pensiero politico/filosofico
Tipologia: Sintesi del corso
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Vita Nata nel 1906 in Germania da una famiglia ebrea, si laurea ad Heidelberg. Nel 1933 con l’ascesa di Hitler si rifugia a Parigi. Si trasferisce poi nel 1940 negli Stati Uniti dove insegna fino alla sua morte nel 1975. Cronologia delle opere
sociali. Il regime totalitario, analogamente a ogni altra forma di tirannide, deve la sua esistenza alla distruzione della vita politica democratica, ottenuta diffondendo paura e sospetto tra gli individui (non più cittadini) isolati. Ma esso, aggiunge la Arendt, distrugge anche la vita privata delle persone estraniandole dal mondo, estirpando ogni radice sociale e rendendole tra loro nemiche: è, questa, un'atroce novità del moderno totalitarismo rispetto al vecchio dispotismo. The Human condition o “Vita activa. La condizione umana” Saggio del 1958 Con l’espressione vita activa Hannah si riferisce all’insieme dei diversi modelli dell’attività umana, i quali sono modi di rapportarsi alla vita, concezioni del mondo e programmi etici. La Arendt si concentra sul tentativo di individuare la specificità dell’agire umano e la sua condizione, che è vista come uno stato transitorio, la si può analizzare e se necessario migliorarla. La Arendt distingue due momenti fondamentali: la vita attiva (tipica del cittadino della polis) in cui si privilegia l’azione rispetto al pensiero (potrebbe corrispondere all’agire politico ricordando che l’azione è imprevedibile e fragile); la vita contemplativa in cui prevale il bisogno di introspezione (l’etica è la parte più importante per questi filosofi) per trovare risposte comunque positive alla situazione in cui si trovavano. Questo momento si fa risalire al medioevo e già nel momento in cui iniziano a smantellarsi i sistemi delle polis, a mancare il confronto a causa dell’arrivo degli orientali e si afferma un potere accentrato. Arendt individua nella vita activa tre dimensioni fondamentali della condizione umana e a ciascuna fa corrispondere una specifica attività: -l’attivitá lavorativa e naturale, propria dell’animal laborans. Ciò non comporta la fabbricazione di oggetti duraturi, l’attività lavorativa infatti è energia che si sprigiona e che viene subito consumata per provvedere alle esigenze fondamentali della vita; si tratta di un’attività senza fine. -il fare o operare propria dell’homo faber, in cui l’uomo interviene sulla natura e crea qualcosa di artificiale e duraturo -un agire legato al pensiero, proprio dello zoon politikon, si mette in rapporto diretto gli uomini con ciascuno il proprio pensiero. La Arendt esalta i valori dell’interazione comunicativa tra gli uomini liberi in quanto protagonisti diretti della vita pubblica, capaci di abbandonare la violenza e affidarsi alla forza persuasiva del discorso. II modelo di azione a cui Arendt pensa è quello dell'eroe omerico che compie grandi gesta e sa pronunciare grandi parole, o, piu in generale, del cittadino della Grecia classica, che sa prendere la parola in pubblico, intervenendo nel dialogo politico. Il significato che Arendt attribuisce alla parola è che essa non è da intendere nel senso del linguaggio come strumento di informazione, ma quale possibilità degli esseri umani di esprimersi sugli affari comuni in uno spazio comune. Tale orientamento si mantenne anche presso i Romani, ma, con la crisi dell'impero e con l'affermarsi della società cristiano- medievale, la civiltà della politica decadde e l’agire politico fu sostituito dalla vita contemplativa. La Arendt ritiene pessimisticamente che nel mondo moderno l'agire politico sia divenuto impossibile e che, anzi, la stessa produzione di oggetti (il "fare") stia cedendo il posto al meschino "lavorare", ovvero darsi da fare per sopravvivere. ! Nella società di massa (totalitarismo) prevale l’homo faber che produce, la sua vita attiva è questa prevalentemente. Per Arendt bisogna uscire e smettere di fare l’homo faber ma essere zoon politikon, mettere a confronto il proprio pensiero con quello degli altri. La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963) Arendt mantiene nei confronti della religione ebraica una posizione laica e moderata. Il suo conflitto con Israele e la comunità ebraica si irrigidisce in seguito alla pubblicazione del reportage da lei stilato durante il processo contro il gerarca nazista Eichmann accusato di aver svolto un ruolo fondamentale nella deportazione e nello sterminio degli ebrei. Arendt lo descrive come un uomo ordinario, mediocre e banale e osserva che sono spesso gli individui come lui a compiere le peggiori atrocità. L’autrice constata come Eichmann si sia dichiarato innocente per tutto il processo affermando di essersi limitato a seguire gli ordini; è proprio questa cieca obbedienza ad averlo indotto ad azioni tanto malvagie. Quando individui banali e ordinari rinunciano a esercitare la facoltà del giudizio ossia a discernere il bene dal male, possono commettere i peggiori misfatti pur di obbedire a quello che considerano il loro capo. Passaggio dal male assoluto/radicale al male banale: le persone si disabituano a pensare ed entrano in un sistema prefissato. Ascoltando Eichmann si rende conto che egli non è uscito dal suo schema di ideologia (frasi fatte e affermazioni ripetitive), l’uomo ha abbudito senza capacità di pensare e senza possedere idee (non conoscenza e inconsapevolezza delle conseguenze).