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IL BAROCCO, CARRACCI, CARAVAGGIO E BERNINI, Appunti di Elementi di storia dell'arte ed espressioni grafiche

Il Barocco e le opere principali di Carracci, Caravaggio e Bernini

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 02/07/2021

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IL BAROCCO
Il seicento fu il secolo della controriforma cattolica, esso doveva dare una risposta dottrinale e figurativa al
cinquecento. Il seicento contrappone le nuove certezze spirituali della chiesa per contrastare il protestantesimo, ma
finisce per irrigidirsi sui propri dogmi. Per la diffusione e la propaganda delle idee controriformiste venne usata
l’arte, per far arrivare a tutti i dogmi della chiesa cattolica.
Gli artisti diventarono il tramite per arrivare a toccare l’animo dei fedeli. L’arte del seicento assume un carattere
persuasivo, poiché per volere della chiesa il suo compito era quello di persuadere eretici e dubbiosi e ricondurli alla
dottrina cattolica. L’arte non era basata su personaggi statici, composti e inespressivi ma essi dovevano sedurre e
commuovere, per conquistare il gusto attraverso la capacità di suscitare emozioni e sentimenti.
Il Concilio di Trento aveva dettato come dovevano essere rappresentati i personaggi per rispettare i canoni della
chiesa cattolica: Cristo, doveva essere sempre rappresentato sofferente per trasmettere pietà nei fedeli, i Santi
devono essere rappresentati con l’espressione in base al martirio subito.
L’arte del seicento barocca è quella dei sentimenti e delle passioni che possono arrivare a volte all’esagerazione. In
architettura barocca il seicento si esprime con la monumentalità delle costruzioni, le chiese si prediligono a aula
unica, con pianta centrale, copertura a cupola ellittica e volte a botte. Negli interni si sovrappongono motivi
architettonici e scultorei, nelle facciate la presenza di statue, fregi, cornici, false finestre ed altri elementi decorativi
diventa più importante della struttura architettonica stessa. La forma ha il sopravvento sulla funzione, cosicché la
facciata perde la sua importanza architettonica e ne acquista una scenografica. A Roma si sviluppa l’arte urbanistica
nel 600’, si demoliscono interi quartieri, si tracciano nuove strade, si costruiscono nuovi palazzi, chiese, fontane e
giardini pensando all’effetto visivo e non all’utilità reale.
Con il termine barocco si intende lo spirito stesso dei seicento. Barocco deriva forse da un tipo di perla di forma
irregolare, non perfettamente sferica e particolare, il termine aveva un significato metaforico di strano e tortuoso, a
partire dal XVIII secolo in capo artistico ebbe un significato dispregiativo, ma la critica moderna ha tolto qualsiasi
valore negativo al termine che viene usato per indicare il periodi compreso tra la fine del XVI secolo e gli inizi del
XVIII. Il gusto barocco si diffonde partendo da Roma con forme artistiche varie e differenti per poi diffondersi anche
nei paesi protestanti, divenendo internazionale. Si può dunque parlare di “barocchi”.
L’ACCADEMIA DEGLI INCAMMINATI
Nel 1582 i fratelli pittori bolognesi Agostino e Annibale Carracci insieme al cugino Ludovico Carracci fondano la prima
scuola di pittura moderna privata. Inizialmente chiamata Accademia del naturale poiché la sua finalità era lo studio
dal vero, l’arte come imitazione della realtà, successivamente chiamata Accademia dei desiderosi poiché il loro
obbiettivo era avere gloria e successo. Infine fu chiamata Accademia degli incamminati con lo scopo di sottolineare
il cammino che porta al compimento della maturazione artistica di ogni allievo. Nell’accademia si studiava ciò che
deriva dalla formazione dei Carracci, ossia i classicisti come Raffaello e Michelangelo, ma anche influssi di pittura
veneta e artisti emiliani lombardi come il Correggio. Oltre che alla parte pratica il loro insegnamento prevedeva
anche la parte teorica riguardante filosofia, matematica, geometria e scienze anatomica, maturando cosi conoscenze
culturali ampie approfondite ed eterogenee. la corrente barocca voleva l’unità delle arti per cui l’artista deve
crescere nella teoria. Sulla falsa riga dell’Accademia degli incamminati nacquero numerose accademie prototipi con
la meta di promuovere lo studio dei campi del sapere.
Agostino Carracci era il più colto, infatti il suo contributo è prettamente teorico.
Ludovico Carracci era il meno intellettuale, infatti il suo contributo è tecnico-pratico.
ANNIBALE CARRACCI
Annibale Carracci ha una forte personalità e grandi capacità pittoriche che lo collocano al vertice della sua
Accademia alla quale si dedica con la pratica di un disegno di perfezione raffaellesca, con una tecnica pittorica volta e
raffinata maturata sui modelli del rinascimento fiorentino/romano, del colore Veneto e della grazia correggiesca. È
un disegnatore eccellente e instancante con un tratto morbido e deciso, dall’armoniosa fusione fra il vigore delle
forze michelangiolesche e la serenità classica di Raffaello. Egli matura uno stile nuovo e personale da cui nasce un
nuovo tipo di soggetto, la scena di genere, ossia un genere minore che non appartiene alla storia o alla mitologia ma
alla quotidianità più povera e umile.
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IL BAROCCO

Il seicento fu il secolo della controriforma cattolica, esso doveva dare una risposta dottrinale e figurativa al cinquecento. Il seicento contrappone le nuove certezze spirituali della chiesa per contrastare il protestantesimo, ma finisce per irrigidirsi sui propri dogmi. Per la diffusione e la propaganda delle idee controriformiste venne usata l’arte, per far arrivare a tutti i dogmi della chiesa cattolica. Gli artisti diventarono il tramite per arrivare a toccare l’animo dei fedeli. L’arte del seicento assume un carattere persuasivo, poiché per volere della chiesa il suo compito era quello di persuadere eretici e dubbiosi e ricondurli alla dottrina cattolica. L’arte non era basata su personaggi statici, composti e inespressivi ma essi dovevano sedurre e commuovere, per conquistare il gusto attraverso la capacità di suscitare emozioni e sentimenti. Il Concilio di Trento aveva dettato come dovevano essere rappresentati i personaggi per rispettare i canoni della chiesa cattolica: Cristo, doveva essere sempre rappresentato sofferente per trasmettere pietà nei fedeli, i Santi devono essere rappresentati con l’espressione in base al martirio subito. L’arte del seicento barocca è quella dei sentimenti e delle passioni che possono arrivare a volte all’esagerazione. In architettura barocca il seicento si esprime con la monumentalità delle costruzioni, le chiese si prediligono a aula unica, con pianta centrale, copertura a cupola ellittica e volte a botte. Negli interni si sovrappongono motivi architettonici e scultorei, nelle facciate la presenza di statue, fregi, cornici, false finestre ed altri elementi decorativi diventa più importante della struttura architettonica stessa. La forma ha il sopravvento sulla funzione, cosicché la facciata perde la sua importanza architettonica e ne acquista una scenografica. A Roma si sviluppa l’arte urbanistica nel 600’, si demoliscono interi quartieri, si tracciano nuove strade, si costruiscono nuovi palazzi, chiese, fontane e giardini pensando all’effetto visivo e non all’utilità reale. Con il termine barocco si intende lo spirito stesso dei seicento. Barocco deriva forse da un tipo di perla di forma irregolare, non perfettamente sferica e particolare, il termine aveva un significato metaforico di strano e tortuoso, a partire dal XVIII secolo in capo artistico ebbe un significato dispregiativo, ma la critica moderna ha tolto qualsiasi valore negativo al termine che viene usato per indicare il periodi compreso tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVIII. Il gusto barocco si diffonde partendo da Roma con forme artistiche varie e differenti per poi diffondersi anche nei paesi protestanti, divenendo internazionale. Si può dunque parlare di “barocchi”.

L’ACCADEMIA DEGLI INCAMMINATI

Nel 1582 i fratelli pittori bolognesi Agostino e Annibale Carracci insieme al cugino Ludovico Carracci fondano la prima scuola di pittura moderna privata. Inizialmente chiamata Accademia del naturale poiché la sua finalità era lo studio dal vero, l’arte come imitazione della realtà, successivamente chiamata Accademia dei desiderosi poiché il loro obbiettivo era avere gloria e successo. Infine fu chiamata Accademia degli incamminati con lo scopo di sottolineare il cammino che porta al compimento della maturazione artistica di ogni allievo. Nell’accademia si studiava ciò che deriva dalla formazione dei Carracci, ossia i classicisti come Raffaello e Michelangelo, ma anche influssi di pittura veneta e artisti emiliani lombardi come il Correggio. Oltre che alla parte pratica il loro insegnamento prevedeva anche la parte teorica riguardante filosofia, matematica, geometria e scienze anatomica, maturando cosi conoscenze culturali ampie approfondite ed eterogenee. la corrente barocca voleva l’unità delle arti per cui l’artista deve crescere nella teoria. Sulla falsa riga dell’Accademia degli incamminati nacquero numerose accademie prototipi con la meta di promuovere lo studio dei campi del sapere. Agostino Carracci era il più colto, infatti il suo contributo è prettamente teorico. Ludovico Carracci era il meno intellettuale, infatti il suo contributo è tecnico-pratico.

ANNIBALE CARRACCI

Annibale Carracci ha una forte personalità e grandi capacità pittoriche che lo collocano al vertice della sua Accademia alla quale si dedica con la pratica di un disegno di perfezione raffaellesca, con una tecnica pittorica volta e raffinata maturata sui modelli del rinascimento fiorentino/romano, del colore Veneto e della grazia correggiesca. È un disegnatore eccellente e instancante con un tratto morbido e deciso, dall’armoniosa fusione fra il vigore delle forze michelangiolesche e la serenità classica di Raffaello. Egli matura uno stile nuovo e personale da cui nasce un nuovo tipo di soggetto, la scena di genere, ossia un genere minore che non appartiene alla storia o alla mitologia ma alla quotidianità più povera e umile.

IL MANGIAFAGIOLI

1583/1584 Olio su tela Roma, Galleria Colonna Una scena di genere che rappresenta un contadino durante la sua pausa pranzo posto davanti a noi come se lo osservassimo, il soggetto risponde guardando l’osservatore con uno sguardo non rilassato. Veste con un abito umile ma dignitoso, una camicia, una giubba è un cappello che riconduce alla sua umile condizione. Il soggetto è intento a mangiare una zuppa di fagioli ed è rappresentato con la bocca aperta e la brodaglia che gocciola dal cucchiaio, l’altra mano invece ghermisce il pane rimandando a un realismo crudo e evocatore di miseria. Il mangiafagioli è rappresentato con il viso arrossato come segno di una persona che lavora all’aperto, anche le unghie non pulite sono segno che svolge lavori manuali. Sul tavolo troviamo altro pane, tre porri, una torta verde, una brocca con vino o acqua su una tovaglia. L’ambiente è spoglio, la parete scura mette in risalto il soggetto attraverso la luce proveniente dalla finestra. I colori appaiono spenti e terrosi e contribuiscono ad accrescere il senso di quotidinità.

VOLTA DELLA GALLERIA DI PALAZZO FARNESE

1598/1600 Affresco Roma, Palazzo Farnese Voluto da papà Paolo III Farnese il palazzo fu eseguito da Michelangelo e Antonio Sangallo il giovane. L’incarico per la volta della galleria del palazzo Farnese e il camerino furono un incarico dato da Odoardo Farnese. La galleria presenta una volta a botte con tante scene che simulano dipinti incastonati in cornici dorati che riprendono la volta della cappella Sistina.

CARAVAGGIO

Michelangelo Merisi nasce nel 1571 a Milano da una famiglia di Caravaggio, si forma nella bottega di Simone Peterzano (allievo di Tiziano Vecellio) da cui ha modo di approfondire la pittura veneta. Nel 1592 va a Roma dove è in contatto con Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino) per cui lavora nella sua bottega dove sviluppa la sua bravura nel dipingere nature morte e l’osservazione a 360º della realtà, attraverso le scene di genere. Entrerà poi nel 1595 in una cerchia di personaggi potenti attorno al cardinale Francesco Maria del Monte, uomo di cultura e collezionista d’arte. A Roma abitava a Palazzo Madama che apparteneva alla famiglia Medici. Caravaggio ha un carattere rissoso e collerico e per questo, arriva ad uccidere un uomo, da qui inizia la sua avventurosa e tragica fuga. Da Roma si sposterà a Napoli, poi a Malta dove lavora per i Cavalieri dell’Ordine, per poi tornare a Napoli nel 1609 e morirà a Porto Ercole in Sicilia dove muore nel 1610 stroncato dalla malaria.

CANESTRA DI FRUTTA

1597/1601 Olio su tela Pinacoteca Ambrosiana di Milano Commissionata dal Cardinale del Monte e poi acquistata dal cardinale Federico Borromeo. Rappresenta una canestra di frutta e foglie in un cestino di vimini simboleggiando un memento mori. Lo sfondo è neutro e Caravaggio per non far risultare piatto il cestino lo fa sporgere dal tavolo così da poter riprodurre la sua ombra e vedere la convessità della canestra. La composizione non è complessa ma è calcolata. Nel cestino troviamo alcune foglie, mele, uva bianca, uva nera, mele cotogne, pesche, fichi verdi e pere. La contrapposizione uva nera e uva bianca simboleggia la morte e la vita, per far scaturire un momento di riflessione.

BACCO DEGLI UFFIZI

1596/1597 Olio su tela Firenze, Galleria degli Uffizi Caravaggio produceva molti ragazzi vestiti all’antica l, con un lenzuolo a modo di “toga senatoriale”, essi erano fanciulli di bottega contornati spesso da nature morte. Il soggetto è semi appoggiato su un triclinio antico con un cuscino, ha capelli scuri e ricci avvolti da pampini e una nera, il volto è di tre quarti inclinato è parzialmente arrossato. In mano tiene una coppa trasparente con vino rosso, accanto vi è una ampolla di vino è un contenitore con frutta e foglie. Il Bacco si può interpretare anche in chiave cristiana, il soggetto rappresenterebbe cristo, il lenzuolo bianco il tele funebre per la sepoltura, il vino rosso, la melagrana rossa e l’uva rappresentano la passione di cristo, il nastro di stoffa nera il lutto e la morte, il viso rosso rappresenta l’ubriachezza spirituale raccontata dai padri della chiesa nel Cantico dei Cantici dove racconta di due sposi, lo sposo è Cristo e la sposa è la chiesa. La presenza di alcune foglie secche, non rigogliose e alcuni frutti troppo maturi o ammaccati rappresentano un memento mori, ricordarsi che la vita delle persone finirà e sopraggiungerà la morte, simboleggia la transitorietà della vita. Lo sfondo è neutro per far risaltare i soggetti. Grazie alla pittura a olio Caravaggio riesce a realizzare gli scarti tra luce e ombra molto marcati.

L’opera non è stata accettata per la posizione non consona dei personaggi, fu distrutto a Berlino durante la seconda guerra mondiale.

CROCIFISSIONE DI SAN PIETRO

1600/1601 Olio su tela Roma, Chiesa di Santa Maria del Popolo, Cappella Cerasi Rappresenta il martirio di San Pietro che è stato crocifisso a testa in giù, inchiodato con lunghi chiodi. Un uomo fa forza da sotto spingendo con la schiena la croce, un altro issa la parte alta della croce, uno la issa con una fune, i tre aguzzini non sono visibili nel volto perché rappresentano il male e quindi non sono distinti. Caravaggio non lascia spazio per ciò che non è necessario. Nell’opera è presente una pala usata per scavare nel punto per mettere la croce nel terreno, dei sassi con dei ciottoli accumulati è in basso a destra troviamo il manto bluastro stracciato che indossava San Pietro.

DEPOSIZIONE DI CRISTO

1602/1604 Olio su tela Pinacoteca del Vaticano La Deposizione di Cristo di Caravaggio insieme alla Pietà Vaticana di Michelangelo e la Deposizione di Raffaello sono le rappresentazioni più ricordate. Ispirerà la pittura durante della rivoluzione Francese come il David e la Morte di Marà che riprende il telo bianco sudario e il braccio abbandonato che simboleggia la morte. Nella scena troviamo Giuseppe D’Arimatea con grossi piedi nudi, Nicodemo che alcuni pensano dai tratti distintivi che sia San Giovanni Evangelista, Maria, Maddalena con le braccia alzate e il capo velato e Maria sorella di Lazzaro che piange insieme a Maria. Il movimento fa da padrone all’opera poiché il barocco punta sul gesto dei personaggi per trasmettere determinati contenuti. Caravaggio copia dal vero personaggi in posa per realizzare quest’opera, compiendo uno studio anatomico, sulla fisionomia dei volti e sugli abiti del tempo.

MORTE DELLA VERGINE

1605/1606 Olio su tela Parigi, Museo del Louvre Commissionato da un signore per la tomba di famiglia nella chiesa carmelitana. Criticato perché viene dipinta una veglia funebre qualunque, la vergine morta è rappresentata con il ventre gonfio perché Caravaggio si ispirò a il ritrovamento di una prostituta affogata nel Tevere. La Maddalena in primo piano con gli apostoli che vegliano sul corpo della Vergine, ogni personaggio è chiuso nel proprio dolore. L’ambiente è forse un’abitazione, è presente uno strano fascio di luce che colpisce anche le parti basse come se prendesse la mira per colpire la sommità dei capi dei personaggi simboleggiando la Pentecoste, la fiamma dello spirito santo sui volti di Maria e degli apostoli. È presente un tendaggio rosso fissato al soffitto ricco di pieghe e panneggio che rimanda al sipario del teatro, alzato per mostrare la scena tratta dai vangeli apocrifi all’osservatore, collegando l’arte alla rappresentazione teatrale come era consuetò fare nell’arte barocca.

MADONNA DEI PALAFRENIERI

1606 Olio su tela Quest’opera ritrae Sant’Anna, la Madonna, il Bambino. La Madonna è rappresentata prosperosa ed è ritratta da una cortigiana, che insieme al figlio rappresentato più grande rispetto al solito è nudo, schiacciano con i piedi il capo di un serpente, simbolo del male.

DECOLLAZIONE DI SAN GIOVANNI BATTISTA

1608 Olio su tela La Valletta, Concattedrale di San Giovanni, Oratorio di San Giovanni Battista dei Cavalieri Rappresenta il boia che mozza la testa a San Giovanni nella prigione sotterranea del castello di Erode. Nel sangue colata è visibile la firma di Caravaggio. È presente una finestra con una grata che fa capire l’ambiente della prigione, una corda per legare le mani e i piedi dei condannati è una palizzata in legno. È presente anche un servitore e due donne, una regge piatto di ottone per posare la testa di San Giovanni per presentarla al banchetto di Erode.

RIPOSO DURANTE LA FUGA IN EGITTO

1596 circa Olio su tela Roma, Galleria Doria Pamphilj Rappresenta la scena del riposo durante la fuga in Egitto della sacra famiglia per timore per le persecuzioni dopo la strage degli innocenti di Erode. È un dipinto da camera con una funzione privata, la scena ha un’impostazione dolce e lirica con cui Caravaggio esce dagli schemi rappresentando la fuga e la stanchezza estrema proponendo spunti non caravaggeschi. Il tema non è noto, poiché è noto il tema della fuga in Egitto ma non quello del riposo durante la fuga. A sinistra troviamo Giuseppe seduto che si strofina i piedi per provare sollievo dall’estenuante cammino, a destra

Maria abbandonata al sonno col il Bambino che entrambi stravolti sono emblema della tenerezza. Giuseppe e Maria sono divisi da un angelo di spalle che suona un violino leggendo lo spartito che regge Giuseppe. La dimensione è quotidiana, i personaggi non hanno aureola e l’unica presenza soprannaturale è l’angelo con ali simili a colombe o rondini, è realistico, un po’ stanco scarica il peso sulla gamba sinistra per alzare la destra, il modello che utilizzò Caravaggio per l’angelo è lo stesso del baro, mescolando così sacro e profano. La sacra famiglia simboleggia l’emblema della stanchezza. Ai raggi X si può vedere come l’angelo era stato rappresentato nudo e poi fu coperto da un drappo bianco che non lo copre interamente. Vicino a Giuseppe è presente un asino, un fiasco impagliato e un fagotto. Non di da con certezza se la scena sia rappresentata all’alba o al tramonto, il contesto è naturalistico con un paesaggio in sfondo, la resa della natura è data dalla conoscenza della pittura veneta, le piante raffigurate hanno riferimenti ai testi sacri, come il rovo e il tardo. La luce non è reale ma divina, la quale riesce a cogliere i particolari. Nel 1983 venne decifrato lo spartito che regge Giuseppe, si tratta di un mottetto, un componimento poetico sacro di un artista fiammingo pubblicato nel 1519.

GIAN LORENZO BERNINI

Gian Lorenzo Bernini nasce a Napoli nel 1598, figlio di uno scultore toscano. La sua formazione avviene a Roma dove si traferisce con la famiglia nel 1605. La sua carriera si svolge all’interno della corte papale, della quale diventerà il principale rappresentante artistico e portavoce ideologico. L’arte berniniana forma un tutt’uno con le teorie controriformiste della Chiesa di Roma. Bernini sapeva relazionarsi e fu un rappresentante delle classe degli artisti di potere. Fu chiamato “Michelangelo del 600” poiché unisce la semplicità e la plasticità del 500 con la gestualità tipica barocca del 600. Fu invitato nel 1665 alla corte di Luigi XIV grazie alla sua fama. Bernini porta alla massima fioritura il linguaggio barocco unendo pittura, scultura e architettura come idea tipica barocca a cui aggiunge effetti scenografici/teatrali e richiami alla letteratura, infatti egli non è solo scultore ma anche architetto, pittore, scenografo, commediografo e disegnatore. Studia l’antico per andare oltre attraverso tecniche, materiali e strumenti. Egli partiva dal disegno, portato avanti con vari strumenti e diversi modi di tracciare il disegno, è fantasioso e con libertà espressiva. Gian Lorenzo Bernini morirà nel 1680 a Roma.

APOLLO E DAFNE

1622/1625 Marmo di Carrara Roma, Galleria Borghese Commissionata dal cardinale Scipione Borghese. Rappresenta Dafne, figlia di Peneo, di cui si innamora Apollo e la rincorre per unirsi a lei, che lo respinge. Dafne per sfuggirgli prega che il padre la tramuti in una pianta di alloro. Bernini raffigura l’atto della metamorfosi mentre nella parte destra del corpo di Dafne sorge sulla sua pelle della corteccia, le sue braccia si tramutano in rami, le sue mani in foglie, le sue gambe in tronco e i suoi piedi in radici. Dafne ha i capelli che scendono verso la spalla, il volto sofferente a causa della sua metamorfosi. Apollo ha un’espressione incerta e perplessa mentre con la mano si accorge di non afferrare la ragazza ma la corteccia, il suo slancio è accentuato dalla gamba e il braccio portato indietro e il drappeggio che svolazza. Riprende l’Apollo del Belvedere. In quest’opera gli spunti ellenistici sono attualizzati dalla gestualità barocca, l’opera è simmetrica e rappresenta la bellezza classica in chiave dinamica. La rifinitura fu eseguita con sabbia e pietra pomice, nella realizzazione Bernini usò il trapano a corda per la mano di Dafne, la subbia per il piede di Dafne, la raspa per la rifinizione del sandalo di Apollo, la gradina per la mano di Apollo. Un restauro venne effettuato da Bernini per riparare due dita spezzate.

ESTASI DI SANTA TERESA

1646/1651 Marmo di Carrara e bronzo dorato Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria, Cappella Cornaro Bernini spinto dalla lettera che Santa Teresa d’Avila (riformatrice dell’ordine carmelitano) scrisse al suo confessore dove racconta la sua esperienza mistica con un angelo, decise di realizzarne un opera. Santa Teresa è raffigurata su una nube mentre sviene all’indietro, di fronte a lei l’angelo con una freccia in bronzo dorato nell’atto di lanciarla come un dardo infuocato di amore divino. L’amore divino è astratto ma anche fisico, riguarda lo spirito e il corpo, così Bernini rappresenta l’effetto dell’amore divino attraverso un estasi fisica. Il marmo di Carrara è estremamente levigato tranne che nella nube che viene lasciata un po’ grezza per rappresentare l’incorporeità. L’angelo è fatto di spirito ma è ben levigato perché visto da Santa Teresa in forma antropomorfa, le ali invece sono meno levigate per far rendere il piumaggio. Sopra le due figure ci sono raggi di bronzo dorato che simboleggiano la presenza di Dio, sfruttano la finestra con il vetro giallo dietro la cornice che emana luce calda. Guardando la parete di fondo sembra una scena teatrale, si presenta con una doppia coppia di colonne, un frontone curvilineo (la linea curva era apprezzata nell’architettura barocca), marmi policromi che fanno una valenza pittorica, facendo così risaltare l’opera

alcuni esempi del carattere giocoso del Bernini: il 12 giugno 1651, giorno dell'inaugurazione della fontana, alla presenza di papa Innocenzo X, dopo aver scoperto il suo lavoro tutti rimasero folgorati dalla bellezza delle statue e dalle decorazioni in vernice dorata, ma la fontana era priva di acqua. Bernini raccolse le congratulazioni di tutti, compreso il papa, il quale non fece cenno della mancanza per non umiliarlo e, solo quando il pontefice stava facendo girare il corteo per andarsene (un po' a malincuore), ad un cenno del Bernini venne finalmente aperta la leva che fece sgorgare le acque, con grande ammirazione e soddisfazione di tutti. Ci sono tramandate anche le parole del papa che disse «Cavalier Bernini, con questa vostra piacevolezza ci avete accresciuto di 10 anni di vita!».

MONUMENTO FUNEBRE DI URBANO VIII

Il Monumento funebre di Urbano VIII fu commissionato a Bernini dallo stesso pontefice. Urbano VIII è rappresentato seduto sul trono in atto benedicente. Sotto di lui, ai lati del sarcofago, scolpite nel muro, vi sono le figure allegoriche della Carità a sinistra, attorniata da due putti e con atteggiamento sereno e materno, e della Giustizia a destra, con gli occhi rivolti al cielo e lo sguardo malinconico, accentuato dal viso appoggiato alla mano. La Giustizia inoltre ha l'elsa decorata della spada col tipico morivo delle api laboriose, presenti nello stemma araldico della famiglia Barberini; mentre la Carità tiene in braccio un bambino, e in lei si riconosce il ritratto di Costanza Bonarelli amante di Bernini. Sopra la tomba lo scheletro della Morte scrive a lettere d’oro l’epitaffio del pontefice. Di grande effetto è il contrasto cromatico tra i materiali: gli elementi che hanno a che fare con i defunto sono scolpiti in bronzo scuro - il sarcofago, la Morte, la statua di Urbano VIII - mentre i due gruppi allegorici sono in candido marmo. Pur mantenendo lo schema piramidale proprio dei monumenti sepolcrali rinascimentali, Bernini ne superò il classicismo infondendo alla composizione una vitalità scenografica ottenuta attraverso le variazioni cromatiche e luministiche e grazie all’esibita teatralità dei gesti.

COLONNATO DI PIAZZA SAN PIETRO

Venne realizzato sin dal 1656 su commissione di Papa Alessandro VII Chigi (appartenente alla celebre e influente famiglia dei banchieri Chigi). Dopo diversi progetti Gian Lorenzo Bernini diede al colonnato la forma di un ellisse formato da 284 colonne di ordine tuscanico e 88 pilastri in travertino. Il colonnato è disposto su quattro file e in alto si conclude con una grande balaustra alla cui sommità vi sono 162 statue di santi; le colonne convergono verso la piazza senza chiuderla e rendendo così, sotto il profilo della prospettiva, visibile e percepibile la Cupola. La forma ellittica si adatta bene all’architettura barocca: avendo due centri, essa dà origine a composizioni complesse e impone un continuo movimento dell’occhio, facendo percepire uno spazio dinamico, non stabile. In più, egli ha voluto utilizzare questa forma ellittica dei portici per rappresentare le braccia con le quali la Chiesa abbraccia tutti i suoi fedeli all'interno della piazza, mentre le statue posizionate nella parte alta del colonnato fungono da mediatori fra l'unione dei fedeli e il cielo.