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Analisi del "Il Fu Mattia Pascal" di Pirandello
Tipologia: Appunti
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Luigi Pirandello nacque nel 1867 a Girgenti da una famiglia agiata. Studiò al liceo classico di Palermo, poi si iscrisse alla facoltà di Lettere, ma si conseguì la laurea a Bonn. Al suo ritorno, volendo dedicarsi alla letteratura, si stabilì nella capitale dove cominciò a collaborare, (con poesie e scritti critici) a riviste come la " Nuova Antologia " e il " Marzocco ". Nel 1894 sposò Antonietta Portulano dalla quale avrà tre figli. Nel '97 gli venne conferita la cattedra di stilistica e poi di letteratura italiana, che terrà fino al 1925. Durante un periodo di crisi, pubblicò poesie, saggi, romanzi e novelle, ma la fama arrivò soltanto come autore drammatico. A partire dal 1922 diede vita ad una raccolta completa delle sue novelle sotto il titolo " Novelle per un anno ", che allude al progetto rimasto incompiuto, di scrivere una novella per ogni giorno dell'anno. Nel '34 gli fu conferito il Nobel per la letteratura. Morì a Roma nel 1936.
Il fu Mattia Pascal è un romanzo che venne pubblicato in diversi momenti tra l’aprile e il giugno del 1904 sulla Nuova Antologia ; fu scritto a seguito della grave crisi familiare che nel 1903 pose l’autore in cattive condizioni economiche, scatenò la malattia mentale della moglie e provocò il crac della famiglia.
Il romanzo può essere suddiviso in tre parti , corrispondenti a tre diversi moduli narrativi.
Il ritratto fisico del protagonista è ben chiaro: egli ha una “faccia placida e stizzosa” , il "mento piccolo" , un "barbone rossastro" , un naso "troppo piccolo" e una fronte “spaziosa e greve” ; ma soprattutto un occhio “che tendeva a guardare per conto suo” , elemento più caratterizzante della fisionomia di Mattia. Nella sua giovinezza emerge una grande vitalità , che sfuma fino a svanire ed a tramutarsi in depressione quando è costretto al matrimonio con una donna che non lo ama più ed al misero impiego come bibliotecario nella più completa solitudine di una chiesina sconsacrata. È proprio in questo luogo che Mattia interiorizza una sua maturazione: inizia a riflettere sulla propria inettitudine, sulla sua misera esistenza e sull'impotenza di mutarla e di renderla migliore. La maturazione spinge il protagonista a ricercare le cause della sua attuale situazione; Mattia non subisce però un reale mutamento psicologico, egli dimostrerà insofferenza per le convenzioni sociali, il suo senso di estraneità alla vita che conduce, la sua pro- fonda solitudine e tenterà di lottare contro ciò che ha determinato questa sua situazione, ma pur- troppo egli è un "inetto" e come tale non riuscirà a mutare la propria vita, non uscirà dalla forma di cui è prigioniero, anzi ne diventerà sempre più schiavo. Mattia, dunque, vuol dimenticare il passato , inteso come fardello, veste gravosa. Dopo la vincita a Montecarlo e dopo aver appreso della “sua morte”, egli si sente finalmente libero, giovane e felice, vuole far di sé un altro uomo e l'idea del cambiamento lo fa sentire più leggero, immaginandosi un futuro di ameni luoghi tranquilli: prova l'ebbrezza di recidere il suo squallido passato per cominciare una nuova vita. Ma Adriano non vuole liberarsi solo della sua precedente esistenza, ma anche di Mattia Pascal. Egli infatti si sbarba, cambia occhiali, si fa allungare i capelli (e successivamente si fa operare all’occhio strabico) ed il suo intento sarebbe quello di cambiare il proprio carattere per non incorrere nel pericolo di essere sottoposto a quelle che lui ritiene ingiustizie. La sua figura non è perciò quella di un uomo vero, e anche il cambiamento di nome non comporta una nuova identità; la storia del suo passato è frutto della fantasia, e la sua libertà è fittizia. Adriano però non raggiungerà mai i fini che si è proposto in quanto egli non sarà capace, prigioniero di se stesso , di indossare un'altra forma e si troverà nuovamente al centro di situazioni grottesche e patetiche nelle quali saprà dimostrare soltanto la sua inettitudine. Adriano come Mattia non potrà raggiungere la vita, che viene considerata come una sorta di flusso dinamico, ma sarà costretto a restare prigioniero di quella parte fissa che è la forma la quale in fondo rappresenta per il protagonista l'unico modo di esistere; molto presto, infatti, si renderà conto di essere soltanto un’ombra, arrivando a chiedersi se è più ombra lui o l’ombra stessa. Si accorge che la primitiva sensazione di leggerezza e di libertà da lui provate nel momento della sua prima morte non era altro che un'illusione, solitudine e noia; infatti adesso il protagonista si rende conto che Adriano può lasciarsi vivere come uno straniero nel mondo a condizione di non lavorare, né possedere, né amare. La nuova identità è una costruzione fittizia , esattamente come la precedente, ma ben peggiore: è costretto a indossare una maschera e a mentire difronte agli altri, non avendo però la possibilità (al contrario di quella normale) di poter stabilire “le fila de!a vita” , legami con gli altri. E sarà appunto il dolore per il non poter continuare l’amore con Adriana che lo porteranno alla seconda morte: Profondamente amareggiato, cercando una via d'uscita e trovandosi solo davanti ad un ponte, decide di simulare il suicidio, illudendosi, così, di poter recuperare la vita di Mattia e di vendicare coloro che lo hanno costretto a vivere in tale condizione, la moglie e la suocera. Nel momento della sua " reincarnazione " Mattia prova le medesime sensazioni che hanno caratterizzato la nascita di Adriano Meis. Anche questo episodio si svolge in un treno, il quale però questa volta invece di allontanarsi dal paesino natale del protagonista, vi si avvicina. Man mano che esso procede, Mattia si sente sempre più vivo e pensa a quanto sia stato stupido anche solo a pensare di poter vivere come "un'ombra con una cappa di piombo addosso". Fisicamente torna ad avere le caratteristiche di Mattia, a parte l’occhio operato, segno visibile della incombente presenza di Adriano, ed in questo momento si sente sia Adriano che Mattia, le due forme si assomigliano così tanto da sembrare la stessa. Con il ritorno a Miragno, Mattia scopre di non poter rientrare più nella sua vecchia forma : Romilda, la moglie, si è risposata con l’amico Pomino, e ne ha avuto una figlia e comprende di essere morto nella coscienza degli altri. Ora l’eroe non può avere alcuna identità. Assume così quella condizione di estraniamento dalla vita, di “forestiero”, egli si trasforma nel fu Mattia Pascal, un osservatore della vita, senza più alcuna identità. L’errore dell’eroe consiste proprio nel non essere stato capace di vivere davvero la propria libertà, rifiutando definitivamente ogni identità individuale, e nell’essersi costruito una nuova forma , per di più falsa, che lo ha costretto alla compagnia di se stesso. Egli però diviene un eroe perché ha saputo comprendere come l’identità non esista , sia solo una costruzione illusoria , ma si limita solo a rendersi conto di non sapere più chi è; egli pone “fu” prima del nome, a modo di indicare l’ avvenuta negazione dell’identità. Nell'esordio del romanzo, il protagonista afferma più volte: «Io mi chiamo Mattia Pascal». Questa frase serve al protagonista ad affermare se stesso e la sua identità, ma quando egli si rende conto che la certezza del suo nome non gli basta e tenta di andare alla ricerca del Mattia al di là della "forma" il protagonista si accorge di non essere nessuno. In questa conclusione si scorge il relativismo pirandelliano : come non si può dare un'interpretazione univoca della realtà, in quanto essa cambia da soggetto a soggetto , anche l'uomo si trasforma, ciascuno è "uno, nessuno e centomila". Ma essere centomila è come essere indeterminati e quindi nessuno. Il grottesco finale dunque è l'opposto dell'esordio.