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Questa lezione analizza il romanzo 'il fu mattia pascal' di luigi pirandello, esplorando i temi centrali dell'identità, dell'assurdità e della natura della realtà. Attraverso l'analisi del protagonista, mattia pascal, la lezione evidenzia come pirandello mette in discussione la stabilità dell'identità personale e la fragilità della percezione della realtà.
Tipologia: Appunti
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Dopo aver riflettuto molto a lungo su Verga e aver fatto un po’ di presentazione sull’inizio del ‘900, arriviamo nel cuore del 900 con Pirandello e il suo romanzo “Il fu Mattia Pascal” (celebre romanzo che apparve dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia nel 1904 e che fu pubblicato in volume nello stesso anno). Pirandello nasce ad Agrigento nel 1867 e muore a Roma nel 1936. È fondamentale il fatto che lui sia siciliano, perché sarebbe stato impensabile per un siciliano mettersi a scrivere romanzi senza tener presente quello che aveva fatto Verga e il Verismo. La sua è una vita particolare, nasce in Sicilia ma trascorre gran parte della sua vita fuori, inizia a studiare lettere a Palermo per poi laurearsi in linguistica a Bonn, Germania. Inizia a scrivere subito, da giovane si impegna nella realizzazione di saggi, romanzi, opere teatrali… I temi principali delle sue opere, che si vedono benissimo nel Mattia Pascal, sono le stranezze del mondo, tutto ciò che è considerabile come discordante, dissonante nella realtà. Racconta la realtà ma lo fa con stile ironico, umoristico riflettendo su quanto siano particolari e a volte incomprensibili i comportamenti delle persone. Pirandello è famoso anche per le opere teatrali, racconta di personaggi che sono molto simili a quelli di Verga, dei vinti, persone sconfitte, appartenenti alla piccola borghesia, che vivono situazioni strane in cui si arrovellano e sono combattuti solitamente tra quello che sono e quel che appaiono, ciò che credono di essere e come il mondo li vede. In opere teatrali come “Così è se vi pare”, “Il berretto a sonagli” ci sono temi come la il rapporto tra quel che si è e quello che appare (tema dunque principale di questa parte del Novecento) e come gli scrittori e autori raccontano questo passaggio, questo cambiamento, questa difficoltà di relazionarsi con la modernità. Uno dei temi a cui Pirandello tiene maggiormente è quello della maschera: ci sono una serie di maschere, apparenze che la gente impone a sé stessa o vengono imposte dal meccanismo della società, l’identità individuale si perde completamente, le persone indossano la maschera, fanno ciò che la società richiede, e questo, porta alla perdita di tutto quel che c’è di reale. Il modo in cui Pirandello racconta questi cambiamenti sociali è pessimista, atteggiamento che eredita da Verga e dal Verismo e, i temi principali di questa maschera, si trovano soprattutto nella famiglia, il luogo per eccellenza nel quale, nonostante ogni individuo dovrebbe mantenere il suo io visibile, è in realtà il luogo in cui le persone sono più costrette a mantenere la loro maschera. Di poco successivo al “Il fu Mattia Pascal” è l’opera “Uno, Nessuno e Centomila” (1909), intitolata così perché il protagonista Vitangelo Moscarda si rende conto che la sua identità è
scissa: da una parte c’è l’uno, quel che si sente di essere, dall’altra ci sono i centomila ovvero i centomila modi in cui gli altri lo vedono e poi alla fine c’è il nessuno, quel che diventa, distrugge completamente la sua identità perché si rende conto che in tutti questi centomila Vitangelo Moscarda che gli altri vedono non resta nulla della sua vera identità. Il fu Mattia Pascal ha tutti i temi all’interno, egli è uno sconfitto, un vinto che cerca in qualche modo la sua strada, il modo di sopravvivere alla situazione assurda in cui si trova a vivere. Pirandello, nella premessa, spiega di come il nome è una parte dell’identità che di solito si tende a dare per scontato ma che in realtà andrebbe presa di più in considerazione, è una questione che sta molto a cuore all’autore perché ha a che fare con quello che si è e come le persone vengono viste dagli altri. Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: — Io mi chiamo Mattia Pascal. — Grazie, caro. Questo lo so. — E ti par poco? Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza: — Io mi chiamo Mattia Pascal Perché è così importante il fatto che lui SI CHIAMI Mattia Pascal? In questo testo del 1904, pubblicato prima in rivista e poi in volume (pratica abbastanza diffusa al tempo), il protagonista si trova a vivere una vita che a lui non interessa, una vita familiare dalla quale vorrebbe scappare, sposa una donna che non vorrebbe sposare (con un tranello) e si trova in un matrimonio in cui lui non è felice, con una moglie che a lui non piace ed una suocera molto ingombrante. Ad un certo punto scappa, si allontana per cercare fortuna in qualche modo e, mentre si trova in treno, legge sul giornale la notizia della sua morte. QUI NOTIAMO LA PRIMA SCISSIONE: tra il fatto che lui esiste, è vivo, è Mattia Pascal e il fatto che nel suo paese lo danno per morto.
Lui dice che qualcuno potrebbe compiangermi, che io sia solo ed il mio sia un caso triste ma non è questo il caso, io la famiglia ce l’ho, potrei predisporre difatti in un albero genealogico l’origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare che io conosco perfettamente le storie, non tutte particolarmente degne di lode ma conosco tutto, ho una storia, ho una famiglia. Il fu Mattia Pascal ci mette davanti alla coscienza del singolo, di quanto la coscienza individuale sia fragile e come si possa spezzare da un momento all’altro quando si trova in una situazione fuori dal comune. E allora? Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo La sua storia vale la pena di essere narrata, talmente è particolare e fuori dall’ordinario. Questo Pirandello lo specifica perché lui si trova in un’epoca in cui la letteratura iniziavano a farla molte più persone, tanti quelli che scrivevano e altrettanto quelli che leggevano. Racconta poi come è arrivato alla sua storia e soprattutto giustifica la sua storia, come a dire: “Ci sono tanti romanzi in giro perché leggere proprio il mio?” la risposta ovviamente è perché la storia è straordinaria. Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. Mattia Pascal, quindi, fu per molto tempo un bibliotecario, un guardiano di una biblioteca poco frequentata, lo capiamo perché si definisce cacciatore di topi, una biblioteca frequentata più da topi che da persone. Ci spiega poi com’è la storia di questa biblioteca e del signor Boccamazza che nel 1803 la lascia al nostro Comune. Inizia il racconto e, come tutto il tono del romanzo scritto da Pirandello, è molto ironico, prende in giro i suoi cittadini a partire dal signor Boccamazza che, un secolo prima, aveva lasciato questa biblioteca. È ben chiaro che questo Monsignore dovette conoscer poco l’indole e le abitudini de’ suoi concittadini; o forse sperò che
il suo lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro animo l’amore per lo studio. È ben chiaro che questo signore Boccamazza non conoscesse affatto i suoi concittadini perché pensava che a un certo punto si sarebbero interessati alla lettura, allo studio, avrebbeo insomma cominciato a frequentare la biblioteca. Finora, ne posso rendere testimonianza, non si è acceso: e questo dico in lode de’ miei concittadini. Ovvero dice che questa passione per lo studio e questo amore per i libri non ha attecchito nel animo dei suoi concittadini. Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco grato al Boccamazza, che non volle neppure erigergli un mezzo busto pur che fosse, e i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umido magazzino, donde poi li trasse, pensate voi in quale stato, per allogarli nella chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale, non so per qual ragione sconsacrata. Quindi questa donazione fatta dal signor Boccamazza al comune, già il fatto che si chiami così mette in evidenza un tratto di ironia, una presa in giro di queste donazioni fatte da persone più o meno colte spesso ecclesiastici a città che non sono sicuramente interessate a questo. Quindi il comune, poco interessato a questa donazione ricevuta, non gli fa nemmeno mezzo busto per ringraziarlo non gli fa nemmeno una statua, una sala in biblioteca non fa niente semplicemente prende questi libri, li butta in un magazino umido da dove poi li prende e, il fatto che lui dica “pensate voi in quale stato”, gli serve d’aggancio per quello che ci racconterà dopo. Lo fa per spostarli in una chiesa, una chiesa sconsacrata di cui lui non sa nulla, non sa nemmeno per quale motivo sia stata sconsacrata fuorviano, ovvero in una posizione non centrale, non importante in cui ci sono questi libri accatastati che fino a poco tempo prima erano stati in un magazzino. Qua (sempre il comune) li affidò, senz’alcun discernimento, a titolo di beneficio, e come sinecura, a qualche sfaccendato ben protetto il quale, per dure lire al giorno, stando a guardarli, o anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune ore il tanfo delle muffa e del vecchiume. Qua ci dice quello che dovrebbe fare un bibliotecario ovvero mettere in ordine i libri, occuparsi di plastificarli per fare in modo che siano consultabili dalla popolazione diventa nel caso del lascito del buon signor Boccamazza semplicemente un guardare libri anzi a volte anche non guardarli e mettono a farlo, come nella buona tradizione dei comuni italiani, qualcuno che ha qualche parente al comune o comunque nelle altre sfere della città mettono qualcuno che non ha voglia di fare niente e per due lire al giorno sta a guardare, ma neanche. L’unica cosa da fare in questo lavoro sarebbe quella di sopportare il tanfo ovvero la puzza della muffa e del vecchiume, perchè questi libri, manoscritti che erano stati a lungo in un magazzino umido avevano come tutti i libri vecchi e mal conservati una puzza insopportabile. Questo sarebbe il lavoro che fa Mattia Pascal.
riflettere su tutte le identità della coscienza, per questo inizia con una frase semplice (io mi chiamo Mattia Pascal) perché nel momento in cui lo danno per morto lui non potrà più dire quella frase e quando quando cambia identità non potrà neanche dire che si chiama Adriano Meis. Pirandello ci racconta questo dissidio della società dell’inizio 900 tra quello che una persona sente di essere e il modo in cui questa persona viene vista dall’esterno, questo ci sarà moltissimo anche nel teatro (sei personaggi in cerca d’autore). Dopo questa prima premessa dove Mattia Pascal ci spiega il perché di scrivere tutto questo abbiamo questa seconda premessa filosofica, a mo di scusa, perché Mattia Pascal è come se si volesse scusare perché ci sta facendo leggere un libro uguale a tutti gli altri, per far si di raccontare questa sua storia dovremmo aspettare cinquant’anni dopo la sua morte. La sua terza morte sarebbe quella del fu Mattia Pascal, perché prima abbiamo Mattia Pascal poi Adriano Meis e infine il fu Mattia Pascal che dopo aver finto il suicido di Adriano Meis ritorna nel suo paese si presenta alla famiglia dicendo “io sono qua, non sono morto” la sua posizione ora è assurda in quanto la moglie si e risposata quindi ormai non hanno più posto per lui nella vita della sua famiglia, quindi si trova per tutta l’ultima parte della sua vita come Mattia Pascal ma anche come il fu Mattia Pascal perché e come se fosse morto. Lui va ogni tanto al cimitero a visitare la sua tomba che in qualche modo ha dato una svolta alla sua vita. Per questo terza morte, quando morirò per la terza volta quindi quando perfino il fu Mattia Pascal sarà morto cinquant’anni dopo potrete leggere la mia storia. Ora ci racconta come è la sua vita da guardiano dei libri. L’idea o piuttosto, il consiglio di scrivere mi è venuto dal mio reverendo amico don Eligio Pellegrinotto, che al presente ha in custodia i libri della Boccamazza, e al quale io affido il manoscritto appena sarà terminato, se mai sarà. Con lui, quindi, c'è l'amico con cui lavora ovvero il bibliotecario o guardiano di topi, colui al quale affida questo manoscritto con la promessa di non pubblicarlo se non 50 anni dopo la sua morte. Vuole che noi immaginiamo in che modo lui sta scrivendo questo testo, in che modo lui ha deciso di raccontare questa storia. Lo scrivo qua, nella chiesetta sconsacrata, al lume che mi viene dalla lanterna lassù, della cupola; qua, nell'abside riservata al bibliotecario e chiusa da una bassa cancellata di legno a pilastrini, mentre Don Eligio, sbuffa sotto l'incarico che si è eroicamente assunto di mettere un po' d'ordine in questa vera babilonia di libri. Quindi noi dobbiamo immaginare questa scena: il protagonista nell'abside, la parte dietro l'altare delle chiese, c'è lui che sta seduto a scrivere e a raccontarci questa storia straordinaria mentre osserva Don Eligio, l'altro bibliotecario che si è assunto eroicamente questo incarico di mettere in ordine questi libri. Perché dice eroicamente? Perché in realtà al
comune non interessa, a nessuno interessa che questi libri siano o non siano in ordine, semplicemente lo fa perché probabilmente si scoccia a passare tutte le giornate a guardare i topi che passano tra i libri. E la cosa assurda, dice Mattia Pasqual, è che nessuno, prima di Don Eligio e Pellegrinotto, si è mai preoccupato di capire che libri c'erano. Cioè questo Monsignor Boccamazza ha fatto una donazione al 1804 al comune e nessuno si è mai preoccupato di vedere in che cosa constasse questa donazione. Non so se avete idea di come funziona una donazione, qui all'università per esempio se muore a volte qualche vecchio professore o persona che per un motivo o per un altro possiede tanti libri, la persona o i suoi eredi donano questo fondo alla biblioteca. Quando viene donato un fondo a una biblioteca si prevede che qualcuno venga pagato per mettere ordine tra i volumi e inserirli adeguatamente nella biblioteca. Per esempio noi abbiamo a Palazzo Giusso il fondo di un filologo romanzo famosissimo, morto dieci anni fa, che si chiamava Alberto Barbaro. La famiglia Barbaro ha deciso di donare questi libri alll'Orientale che quindi ha pagato delle persone per mettere ordine, per fare il catalogo di questi libri e mettere ordine. Questo è come funziona normalmente. Come funziona nel romanzo di “Fu Mattia Pascal": i libri di Monsignor Boccamazza stanno all'asta ma nessuno li prende in considerazione. Tranne questo povero Pellegrinotto che per passare il tempo ha deciso di metterli in ordine, di capire un pochino che c'è, di cosa parlano questi libri, cosa ha donato questo Boccamazza. Temo che non ne verrà mai a capo. Nessuno prima di lui si era curato di sapere, almeno all'ingrosso dando di sfuggita un'occhiata ai dorsi, che razza di libri quel Monsignore avesse donato al Comune. Si riteneva che tutti o quasi dovessero trattare di materie religiose. Quindi il Comune sposta questi libri nella chiesetta sconsacrata dando per scontato che essendo opere appartenute a un Monsignore si trattassero soprattutto di robe di chiesa, temi che hanno a che fare con la religione. In realtà, mettendo in ordine i libri, Pellegrinotto scopre che i temi sono molto più vari. Quindi Mattia Pascal ci racconta tutto questo. E per raccontarci tutto questo lo fa con grande ironia, aspetto che caratterizza Pirandello, mettendo così in luce l'assurdità della storia raccontata da Mattia Pascal e anche il modo in
di più questa accoppiata curiosa tra i due manoscritti che vengono trovati in un caso di umidità accoppiati. Soprattutto perché uno parla della vita di un beato e l'altro di avventure licenziose, tra cui anche avventure di suore, che era un tema diffusissimo nelle opere, soprattutto del Medioevo e dell'età moderna, come dimostra anche il decano che ne parla spesso. E quindi Don Eligio Pellegrinotto si trova, dice Mattia Pascal, a cercare di separare con fatica questi libri che sono fraternamente uniti. Il paradosso quindi è che la storia in cui si prendono in giro, anche i monaci, si raccontano storie licenziose sulla vita sentimentale dei monasteri, non riuscisse a separarsi poi dal serissimo trattato della biografia del Benedettino Beato. Molti libri curiosi e piacevolissimi, Don Eligio Pellegrinotto, arrampicato tutto il giorno su una scala da lampionajo, ha pescato negli scaffali della biblioteca. Ogni qual volta ne trova uno, lo lancia dall'alto, con garbo, sul tavolone che sta in mezzo; La chiesetta ne rintrona. Un nugolo di polvere si leva, da cui due o tre ragni scappano via spaventati: io accorro dall'abside, scavalcando la cancellata; do prima col libro stesso la caccia ai ragni su pe'l tavolone polveroso; poi apro il libro e mi metto a leggiucchiarlo L'ambientazione in cui Mattia Pascal prova a scrive, come ho già detto all'inizio, è l'abside, Don Eligio Pellegrinotto sta aggrappato a leggere, a cercare, da tutti questi scaffali della biblioteca.. Ogni volta che trova qualcosa di interessante, lo lancia dall'alto. Il libro lanciato finisce sul tavolo al centro della chiesa, e si sente questo tonfo del libro che cade sul tavolo, la polvere che si alza e i ragni che hanno la loro casa tra la polvere e i libri che scappano via. Questo ci fa capire che non ci abitano solo i topi, che non sono solo guardiani di topi ma sono anche guardiani di ragni, e quello che fa Mattia Pascal quando succede questo è, con il libro stesso, cercare di colpire i ragni che sono usciti dalla nuvola di polvere, dopo aver fatto questo, si ferma e comincia a leggere. Questo indica che vi è ormai una certa abitudine a leggere queste storie, sia le storie licenziose, sia le storie dei Beati e delle biografie. Così, poco a poco, ho fatto il gusto e siffatte letture. Ora Don Eligio mi dice che il mio libro dovrebbe essere condotto sul modello di questi ch’egli va a scovando nella biblioteca, aver cioè il loro particolare sapore. Io scrollo le spalle e gli rispondo che non è fatica per me. E poi altro mi trattiene.
Cioè lui, mentre sta scrivendo questo testo, questa è una riflessione metanarrativa, cioè lui ci racconta le sue riflessioni su come dovrebbe essere scritto il suo libro, quindi immaginiamo anche Pascal il narratore, Pirandello vuole che immaginiamo il narratore, e si confronta con il suo collega bibliotecario, guardiano di topi e cacciatore di ragni, che riflettono su come raccontare la storia assurda di Mattia Pascal. Tutto sudato e impolverato, Don Eligio scende dalla scala e viene a prendere una boccata d'aria nell'orticello, che ha trovato modo di far sorgere qui dietro l'abside, riparato giro giro da stecchi e spuntoni. Quindi oltre ad avere la gestione della biblioteca, Don Eligio è riuscito a ricavarsi alle spalle della chiesa, dietro l'abside, un piccolo orticello, quindi il lavoro del bibliotecario non gli occupa tanto tempo, ma gli lascia abbastanza occasione di curare anche un piccolo orticello di cui si occupa, e soprattutto un posto dove vanno a prendere aria dopo essere stati a lungo, in un posto polveroso, come una biblioteca piena di volumi libri. E in questo orticello spesso avvengono le loro conversazioni più interessanti. «Eh, mio reverendo amico - gli dico io seduto sul muretto col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr’egli attende alle sue lattughe, - non mi par più tempo questo di scriver libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: maledetto sia Copernico». In questi ultimi tre righi sono un passaggio importante. Mattia Pascal, il narratore di cui Pirandello ci racconta la storia, crede che non sia più l'epoca di scrivere libri, neppure per scherzo. Cioè le narrazioni, il raccontare le storie, viene percepito come qualcosa di totalmente inutile, sia per la letteratura che per tutto il resto. E, per riassumere il suo punto di vista, Matteo Pascal dice «maledetto sia, Copernico». Cosa vuol dire «maledetto sia, Copernico»? Perché deve essere maledetto? Copernico è quello che ha spiegato che la Terra non gira, cioè ha confutato la centralità della Terra, ha fatto capire, ha provato a far capire faticosamente agli uomini che essi non sono il centro dell'universo. Quindi Copernico è quello che ha messo gli uomini davanti al loro essere piccoli. Ha messo gli uomini davanti al fatto che gli uomini non sono nient'altro che una parte minuscola di un ingranaggio molto più grande, e quindi tutto quello che ha a che fare con gli uomini non è così grande, non è così centrale, non è così fondamentale. Questa è la stessa cosa che ci raccontava Leopardi, quando dice che gli uomini devono accettare il loro essere un piccolo ingranaggio insignificante e non possono avere la pretesa di
Il punto invece è che una volta che l'uomo ha scoperto che la Terra gira, quindi che la Terra non è il centro del mondo, non è il centro dell'universo, ovviamente cambia tutta la prospettiva che l'uomo ha nei suoi confronti, cioè che l'uomo ha nei confronti di sé stesso. E qua torna il discorso dell'identità. Il fatto che l'uomo che già fa fatica di suo come singolo a collocarsi nel mondo, a trovare il suo posto, a trovare una corrispondenza che non riesce a trovare tra quello che sente di essere e quello che appare all'esterno e quello che gli altri vedono di lui. Nel momento in cui si rende conto che non solo lui come singolo ha problemi a collocarsi. Tutta l'umanità ha problemi a collocarsi, ma tutta l'umanità ha problemi a collocarsi nell'universo perché non è poi così importante. Questo ovviamente fa crollare tutte le certezze e crea il clima di insicurezza che caratterizza il romanzo della prima parte del ‘900. “Del resto, anche voi, scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la terra non girava, e l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d’ oziosi particolari. Si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’ avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare? “ Cioè lui dice: quando si raccontavano le storie nell'antichità, quando si raccontavano le storie dei greci, dei romani, le storie antiche (per questo dice l'uomo vestito da greco o da romano), “l'uomo così altamente sentiva di sé”. Cioè l’uomo, inteso come genere umano, aveva una grande opinione di sé stesso e si compiace di sé stesso come genere umano, e a questo punto ha senso e riesce a sopportare e a tollerare anche una narrazione minuta, precisa, piena di particolari che invece per noi adesso possono essere considerati inutili. E se si vanno a leggere tutti i libri antichi, ci si trovano narrazioni molto precise, molto puntuali che invece non si trovano nella letteratura più moderna, più vicina a Pirandello appunto, perché le persone non sono più interessate a piccole cose dell'uomo. Hanno capito che l'uomo non è nient'altro che un granello dell'universo. “— Non nego, — risponde don Eligio, — ma è vero altresì che non si sono mai scritti libri così minuti, anzi minuziosi in tutti i più riposti particolari, come dacché, a vostro dire, la Terra s’è messa a girare.” Don Eligio dice sì, questo è vero, però in realtà i libri così precisi, così minuziosi, in realtà li hanno cominciati a scrivere dopo che Copernico ci ha spiegato che la terra continuava a girare.
Loro stanno sempre discutendo, ce li dobbiamo sempre immaginare, nell'orto, dietro alla chiesa sconsacrata di una biblioteca, che fanno questa conversazione mentre Don Eligio sta “attendendo alle sue insalate”, cioè si sta occupando delle sue insalate. Attendere vuol dire anche questo: occuparsi di. “— E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise… La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola… Teresina si moriva di fame… Lucrezia spasimavad’amore…”. Sono tutti esempi di storie molto puntuali, con minuziose descrizioni delle giornate dei protagonisti generici di storia. “Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi? Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente”. Cioè lui dice, l'uomo adesso ormai ha capito che è solo sulla terra, che è descritta come un piccolo granello di sabbia impazzito, che gira senza sapere perché, l'unica cosa che vedono gli uomini di questo muoversi della terra è il fatto di sentire ora un po’ più caldo e ora un po’ più freddo, ovviamente girando la terra dà origine alle stagioni e al giorno alla notte, e l'unica cosa che rimane agli uomini è sapere di essere su un piccolo granello di sabbia impazzito, di fare una serie di sciocchezze, cioè fondamentalmente di buttare la propria vita e di morire dopo 50 o 60 giri, cioè dopo 50 o 60 anni, che corrispondono almeno a un giro della terra, l'uomo muore. E Mattia Pascal dice a Don Eligio Pellegrinotto: “Copernico ha rovinato l'umanità irrimedialmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni; e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità?” Cioè lui dice: Tutte le storie che hanno a che fare con gli uomini, non solo le nostre piccole, ma tutte, cioè tutte le storie degli uomini, anche delle tragedie, delle eruzioni, dei terremoti, dei maremoti, tutto questo sono solo piccole cose, non hanno nessun interesse nel computo totale dell'universo.
Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.” La riflessione è che nel momento in cui di sera, per esempio, il comune spegne i lampioni per risparmio, per motivi vari, e si trovano a camminare per strada solo alla luce della luna, gli uomini, che sanno benissimo che la luna non sta là per loro, comunque sono naturalmente portati a pensare che la luna stia là per illuminarli, per aiutare gli uomini nella loro vita, che il sole stia là per tenerli caldi e la luna stia là per fargli la luce di notte come il sole del giorno. E questo, nonostante gli uomini sappiano di essere solo atomi infinitesimali, non gli si riesce a sradicare questa convinzione e continuano ad azzuffarsi per un pezzettino di terra e a litigare per cose che sono piccole, minime, minute, e lo fanno per rispettarci e ammirarci a vicenda. Cioè, nonostante tutta questa consapevolezza, nonostante tutto questo, gli uomini continuano ad avere eccessiva stima di loro stessi, continuano a prendersi troppo in serio, che è proprio il tema che stava molto a cuore a Leopardi e che ovviamente Pirandello riprende da là, cioè il credere che gli uomini siano più importanti di quello che sono effettivamente, nonostante l’evidenza non gli dia ragione. E il fatto che gli uomini si prendano troppo in serio, il fatto che gli uomini facilmente si distraggano, il fatto che gli uomini spesso dimentichino di essere poco più di niente, questa nostra capacità di distrarci, è grazie a questa distrazione che Matteo Pascal potrà raccontare la propria storia. Cioè lui dice, io vi racconto la mia storia, sia perché è un caso eccezionale, perché spero che potrebbe essere di insegnamento per alcuni, ma sia perché, dato che gli uomini si distraggono e dimenticano spesso la loro miseria, in questa distrazione io mi andrò a inserire per raccontarvi il mio caso. “Ebbene, in grazia di questa distrazione provvidenziale, oltre che per la stranezza del mio caso, io parlerò di me, ma quanto più brevemente mi sarà possibile, dando cioè soltanto quelle notizie che stimerò necessarie.” Cioè vi racconterò questa storia, cercherò di farla bene, perché è una storia veramente straordinaria, ma cercherò di farla, nonostante tutto, senza annoiarvi, cercherò di raccontarvela senza mettere le notizie che non sono necessarie, vi racconterò solo quello che è indispensabile per capire la storia, senza tutte quelle minuzie che ci aveva detto prima con il signor Conte che si è alzato alle 8 e mezza, la signora Contessa che c'ha l'abito Lilla, eccetera. Tutte queste minuzie non servono per capire la mia storia, e di tutte queste minuzie non ci sarà traccia. E tutto questo è invece quello che c'era nei romanzi, che in questo caso Pirandello sta, in maniera implicita, ma nemmeno troppo, criticando. Pirandello di solito scrive testi abbastanza brevi, sia nei suoi preterrani che nei suoi romanzi, sono, rispetto a molti testi sui contemporanei non lunghissimi, perché lui punta alla sostanza,
lui vuole mettere in evidenza la sostanza e i paradossi della situazione, e per farlo non avrebbe senso focalizzarsi troppo sulle minuzie o su ad esempio a che ora, Zio Pascal, si è svegliato per andare a guardare i libri della Biblioteca o che ora comincia a scrivere, o che luce c'era quando lui e Don Eligio Pellegrinotto hanno cominciato a chiacchierare guardando le insalate. Semplicemente ci dà tutte le informazioni che ci servono. A noi serve un'informazione per capire la sua storia, per capire il testo, e lui ce la dà, non ci dà nient'altro. E lo fa appunto perché è una storia fuori dal comune. Adesso parlando delle notizie che lui stimerà necessarie, cioè quelle indispensabili per capire la sua storia, conclude: “Alcune di esse, certo, non mi faranno molto onore; ma io mi trovo ora in una condizione così eccezionale, che posso considerarmi come già fuori della vita, e dunque senza obblighi e senza scrupoli di sorta.” Dice: alcune delle cose che vi racconterò, quali sono le cose che mi sono successe, non mi faranno onore. io non sono una persona speciale, non sono un eroe, non sono una persona che ha avuto una vita fantastica, non mi faccio riconoscere per grandi onori, per grande intelligenza, per grandi meriti. Non tutto quello che ho fatto mi fa onore, ma la situazione in cui mi trovo, mio malgrado, cioè per un caso della vita, è talmente eccezionale, e essendo lui già morto due volte, come ci ha detto, è come se si considerasse già fuori della vita, come se tutte quelle attenzioni che bisogna avere per raccontare la propria vita quando si è in vita, anche per rispetto dei vivi, non ha nessun tipo di scrupolo, perché lui dice io sono già fuori dalla vita, è come se io fossi già fuori dai giochi, e quindi non ho nessun scrupolo, e vi posso raccontare la mia storia anche senza timore del giudizio degli altri. Il giudizio degli altri, che invece, di solito interessa alle persone, e interessa soprattutto le persone nelle storie raccontate da Pirandello, che si basano moltissimo su quello che gli altri pensano, cioè sul fatto che la realtà non è quella che è davvero, ma è quello che sembra; quello che le persone sembrano supera quello che è davvero, cioè quello che la comunità pensa di qualcuno, quello che il paese pensa di qualcuno, diventa più importante dal punto di vista di piccole comunità, che sono pure raccontate da Pirandello, molto più importante di quello che c'è effettivamente. E questo l'abbiamo visto anche nei Malavoglia, abbiamo visto la storia di ‘Ntoni e di Lia, che hanno una storia sfortunata, il fatto che loro facciano o non facciano determinate cose per cui sono accusate, a un certo punto diventa ininfluente. Nel momento in cui la comunità ti condanna per aver fatto qualcosa, che tu abbia fatto o non fatto quella cosa, è ininfluente. Verga ce lo da come un fatto assodato, in verga è normale, è così. Tutti pensano che Lia abbia perso l'onore, a quel punto Lia può fare solo la prostituta. Piratello va oltre questo, scoperchia tutto questo e ci mette davanti all'identità dell'uomo borghese che si trova scisso, mentre Verga, che era in un periodo precedente della storia, non mette in discussione tutto questo, semplicemente, in quanto verista, ce lo racconta. Pirandello invece ce lo racconta in modo da scoperchiare, in modo da mettere in luce il paradosso e farci riflettere sulla modernità.