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Seminario - Il mosaico mediterraneo
Tipologia: Appunti
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Il MOSAICO MEDITERRANEO. CENTRALITA’ ECONOMICA E DIPENDENZA IN UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO
Premessa: il rapporto centro-periferia nella storia del Mediterraneo Il mito dell’unità del Mediterraneo è antico quanto l’Impero romano e tenace come l’eredità che tale organismo ha lasciato sulle sponde del Mare Nostrum. La realtà storica, invece, presenta fratture molteplici, che si sono via via rinnovate e approfondite. La frammentazione è dovuta alla geografia, alla cultura, alla religione, alla politica, all’economia. La vita delle popolazioni del Mediterraneo per millenni si è organizzata a breve raggio, quello dei campi, quello dei paesi insediati in cima ai monti per difendersi contro i pericoli venuti sia dal mare sia dalla terra, quello delle città e dei loro contadi, quello delle isole nello stesso tempo aperte sul mare e rinchiuse su se stesse, quello delle migrazioni del bestiame fra la montagna e la marina (Aymard, 2001, pp. 5-8). Il quadro politico medievale conferma la frantumazione dello spazio in una moltitudine di entità di 0 01 Fstinte l’una dall’altra, che si ignoravano reciprocamente; mentre lentamente si affermavano come punti di riferimento i mercati e le fiere più vicini, o gli scali marittimi dove portare i prodotti agricoli in eccedenza (grano, vino e olio, lana e seta, canapa e cotone), immessa in parte nei circuiti del commercio a lunga distanza. Infatti, il Mediterraneo è anche (soprattutto?) un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra di loro, che hanno favorito il superamento delle specificità regionali e integrato le aree economiche interne con l’esterno. Così in certi periodi, se da una parte prevaleva un livello di organizzazione sociale elementare, frutto della chiusura e della frammentazione, dall’altra si andava consolidando l’esi 0 01 Fstenza di forme di organizzazione dello spazio a più largo raggio, basate o sul controllo politico o su forme di circolazione degli uomini, delle merci e delle navi. (Ibidem). Il mar Mediterraneo ha permesso per secoli la crescita economica delle sue rive attraverso il collegamento degli spazi locali limitati, contribuendo alla strutturazione di mercati sempre più ampi, regionali e interregionali. Come ovunque, lo sviluppo economico delle regioni del Mediterraneo è proceduto a ritmi assai diversi, con divari a volte enormi. Alcuni paesi si sono collocati alla frontiera più avanzata delle possibilità tecnologiche dell’epoca, hanno saputo sfruttare più efficacemente le innovazioni a disposizione e ottenuto una maggiore produttività delle risorse naturali, dei capitali e del lavoro. Altri sono rimasti più arretrati e, spesso, hanno dovuto subire le decisioni
politiche ed economiche dei paesi avanzati. 1 Una posizione di centro o di periferia, però, non è destinata a rimanere tale immutabilmente e l’analisi dell’evoluzione storica delle regioni del Mediterraneo nell’ultimo millennio – il lasso di tempo di cui intendiamo occuparci perché vede presenti sulla scena del Mare Interno i principali protagonisti che ancora oggi lo popolano - ci offre l’opportunità di seguire lo slittamento di alcune di esse dalla posizione di centro a quella di periferia. Come pure, al contrario, aree che nello sviluppo economico un tempo fungevano da periferia, sono
(^1) Spesso si è usata l’espressione centro-periferia per caratterizzare la relazione tra i due tipi di spazio economico. La cosiddetta letteratura dello ‘sviluppo da sottosviluppo’ degli anni sessanta e settanta ci ha abituato ad usare il concetto centro-periferia per collegare la storia dello sviluppo economico del mondo occidentale con quello del sottosviluppo persistente o imposto altrove. L’idea fondamentale è che il centro cresce a scapito delle altre regioni, sottraendo loro risorse, mantenendole in uno stato di arretratezza. All’impostazione dei teorici della dipendenza, basata sulla nozione di sfruttamento unidirezionale, si contrappone quella dei liberisti, che parlano piuttosto di uno scambio, fruttuoso, nei due sensi tra le regioni: il commercio e gli scambi tra regioni con economie differenti, qualunque sia il tipo di differenza rappresentano opportunità per entrambe e le aree considerate ‘periferia’ in un dato periodo possono successivamente diventare ‘centro’. I mutamenti intervengono quando una regione fino ad allora periferica ed oggetto di relazioni economiche svantaggiose, si dota di nuovi metodi e riorganizza il suo commercio in modo da permettere ai suoi mercanti di penetrare in nuovi mercati e soppiantare i fornitori esistenti. In tal caso alla base della trasformazione vi sono più bassi costi di produzione e di distribuzione. (E. J. Jones, 1999, pp. 556). In realtà il concetto di centro-periferia, come afferma Jones, è elastico e riferibile a qualsiasi coppia di regioni in cui una sia sviluppata e l’altra meno; le sue 0 0 caratteristiche spe (^) 1 Fcifiche dipendono di volta in volta dal luogo e dal periodo. Tutto ciò che il concetto base implica è che in una regione - che definiamo centro o nucleo – si sviluppi un livello di attività economica notevolmente superiore a quello delle altre. La sua cultura, sicuramente, è più sviluppata dal punto di vista tecnologico (il termine va inteso in senso più ampio, in modo da includere le invenzioni, l’imprenditorialità e lo scambio di informazioni tecniche o commerciali). Al ‘centro’ vengono prese le decisioni 0 0 fondamentali riguardanti i muta (^) 1 Fmenti negli investimenti, nelle tecniche e nell’organizzazione che favoriscono lo sviluppo della regione e le permettono di continuare a generare crescita economica, una crescita che può anche essere estesa alle aree della ‘periferia’. Da tale concetto, quindi, non si deve necessariamente dedurre né l’impossibilità dello sviluppo per un paese sottosviluppato né l’impossibilità di un superamento generale del sottosviluppo. Certamente la tesi dei teorici della dipendenza - e di quanti sostengono che sviluppo e sottosviluppo siano processi e fenomeni tra loro connessi - trovano molteplici esemplificazioni nella storia, nella struttura e nel funzionamento del mercato mondiale, quale si è configurato fino ad oggi. Ma “che un paese coloniale e dipendente possa trasformarsi in una economia sviluppata in grado di competere sul piano mondiale e anche di raggiungere una posizione centrale nel sistema economico è provato da esempi storici che vanno da quello più antico dell’America del Nord a quelli più recenti della Corea del Sud o di Taiwan. Le possibilità, i tempi e i modi di queste trasformazioni dipendono dalla presenza di alcune condizioni favorevoli iniziali, tra le quali probabilmente le più importanti sono di carattere sociale e, tra le condizioni economiche, quelle relative alla dotazione di capitale umano” (Volpi,1998, p. 269).
islamica, che si nutrì della vitalità dei territori occupati e introdusse importanti innovazioni, avvantaggiata dalle economie di scala ottenute dall’unione in una sola fede, in una sola cultura e in una sola lingua di diversi popoli, insediati su una larga striscia di terra che dalla Spagna, attraverso l’Africa, arrivava fino all’Asia. Verso la fine del primo Millennio, le città del Mediterraneo occidentale presero il sopravvento sui rivali orientali e presto ebbero il controllo dei terminali dei traffici tra l’Asia e il Mediterraneo: sia quelli che, provenienti dall’Oceano Indiano, passavano per Hormuz e Aden, sia quelli che attraverso l’Asia Minore facevano capo a Costantinopoli o che attraverso la Mesopotamia giungevano ad Aleppo, il grande bazar di spezie della Siria. Per oltre mezzo millennio, ad Alessandria, porto medi 0 01 Fterraneo del Cairo, o a Tripoli, sbocco sul mare di Aleppo, le navi cristiane caricavano le spezie e facevano quindi rotta per le città stato del Mediterraneo occidentale, le quali da questo commercio trassero la linfa per un predominio economico e politico su ampi spazi del Mare Interno. Nella seconda parte di questo lavoro si esamina come, a partire dal XVII secolo le regioni del Mediterraneo, da centrali che erano, passarono ad occupare una posizione periferica nell’economia europea. Persero il ruolo di intermediario obbligato per i traffici commerciali tra l’Asia e l’Europa, prima a vantaggio di Portogallo e Olanda e poi di Inghilterra e Francia, le quali riuscirono a impiantare i loro scali commerciali in India e Malesia e a deviare verso la rotta del Capo di Buona Speranza un volume crescente di merci, a spese dei mercanti arabi e italiani, tradizio 0 01 Fnali intermediari di questi scambi. Proprio la Francia e la Gran Bretagna, i paesi che avevano tratto i maggiori vantaggi dalla riorganizzazione dell’economia internazionale, furono teatro della svolta storica avvenuta tra il 1780 e il 1820, quando la secolare e graduale trasformazione del mondo occidentale esplose in una duplice rivoluzione: gli enormi sconvolgimenti sociali ed economici della rivoluzione industriale in Gran Bretagna e l’abbattimento dell’ ancien régime attraverso la rivoluzione francese. Nei paesi dell’Europa occidentale, lo sviluppo dell’industria manifatturiera generò una serie di trasformazioni che mutarono radicalmente il volto dell’economia europea. L’evoluzione dei macchinari industriali e di nuove forme di organizzazione del lavoro fecero balzare verso l’alto la produttività e i paesi che avevano effettuato la rivoluzione industriale grazie ad una crescita rapida e sostenuta presero a differenziarsi da quelli rimasti indietro. Quelli che ormai erano diventati i paesi centrali dell’Occidente divennero dei moderni stati organizzati e industriali, politicamente organizzati in forma di democrazia parlamentare. Le periferie
non furono in grado di imboccare subito lo stesso cammino, restando ingabbiate nelle strutture delle società rurali tradizionali e delle istituzioni politiche d’ ancien regime. L’ultima parte del lavoro, infine, esamina la ricollocazione al centro della economia mondiale di alcune regioni del Mediterraneo. Nella seconda metà del XX secolo, infatti, l’area mediterranea è ritornata ad avere una funzione di primo piano nella storia mondiale. Il processo di integrazione europea ha dato vita a una crescita economica che ha ormai coinvolto molti paesi delle sue sponde. La costruzione europea avviata intorno al polo franco-tedesco – paesi già saldamente collocati al centro dell’economia mondiale – ha integrato i paesi europei del Sud consentendo così a un’ampia porzione dei paesi mediterranei (Italia, Spagna e Grecia) di pervenire a posizioni di preminenza nell’economia mondiale, anche se ha lasciato fuori i paesi della sponda Sud.
I. L’epoca della supremazia mondiale del mondo mediterraneo
Damietta, Tinnis formavano una forte area industriale; la Siria era anche la principale zona di produzione di cotone e di tessuti in cotone e in seta. La fabbricazione di tessuti di seta si svolgeva anche in alcuni centri delle due aree europee inserite nel X secolo nel mondo musulmano: la Spagna e la Sicilia costituivano degli avamposti dei musulmani nell’Europa occidentale, erano rivali dell’Egitto, della Siria e dell’Impero bizantino nella loro fiorente attività economica (Malanima, 1997, pp. 299-301). I mercanti del Mediterraneo orientale controllavano i traffici tra l’Asia e l’Europa, la già ricordata ‘via della seta’. Anche se la via marittima non assorbì mai tutto il traffico tra l’Europa e l’Asia, la sua importanza fu strettamente collegata alla maggiore o minore agibilità delle vie terrestri, che portavano sia attraverso il deserto, sia attraverso l’India i prodotti orientali sulle rive del Mar Nero o sulle coste dell’Asia Minore. A partire dal X secolo la supremazia navale araba si sostituì definitivamente a quella bizantina e i traffici si intensificarono ulteriormente. Le merci circolavano dall’Estremo Oriente via mare o via terra, per opera di mercanti orientali, come i persiani e gli indiani, oltre che gli ebrei; arrivavano nei porti del levante e raggiungevano tutti i mercati del mondo arabo. Oceano Indiano e Mediterraneo formavano un’unità commerciale. Nella stessa epoca la vita economica dell’Europa non mediterranea continuava a rimanere estremamente elementare. Nei radi abitati, nelle città poco numerose e poco popolate, le manifatture che vi esistevano lavoravano per una clientela locale e nel campo tessile il consumo, limitato per il largo uso di pelli che si faceva allora nel vestiario, veniva coperto quasi del tutto con la produzione domestica. Nelle città in rovina i mercati si erano diradati e i commercianti avevano perso il contatto con i distretti limitrofi. Nel Mediterraneo occidentale le città del mezzogiorno d’Italia beneficiarono ampiamente di questa situazione. Nei secoli X e XI, mentre nella maggior parte dell’Occidente lo sviluppo delle attività artigianali e commerciali era molto limitato, alcune regioni costiere del Mezzogiorno trassero ampi benefici dalla loro appartenenza politica, o dalla loro vicinanza, al mondo orientale. Esse furono interessate dalla circolazione monetaria bizantina e musulmana, che le rifornivano di moneta aurea, e mantenevano rapporti commerciali con i Balcani, la Sicilia musulmana, l’Africa del Nord (Martin, 1990, p. 333). La partecipazione degli Amalfitani nelle vicende del Mediterraneo orientale fu tale da coinvolgerli nella conquista fatimide dell’Egitto. Primi fra gli Occidentali, i mercanti campani disponevano di un quartiere a Costantinopoli ed erano presenti a Durazzo ed
Antiochia. Gli Amalfitani erano i principali intermediari del commercio fra Oriente e Occidente, frequentavano abitualmente il Cairo ed i loro rapporti con il modo musulmano erano così importanti che non parteciparono alla prima Crociata (Martin, 1990, p. 348).
genovesi e, finché i turchi nel 1453 non si impadronirono di Costantinopoli, il mar Nero fu un lago genovese. Anche Barcellona fu protagonista dell’espansione coloniale delle città del Mediterraneo occidentale. La penetrazione catalana nel Mediterraneo si configurò inizialmente come apertura al commercio di Barcellona delle più importanti rotte di questo mare, e come presenza su di esso dei mercanti e degli armatori di quella città. Ne furono artefici gli uomini d’affari che cominciavano a spingersi verso i mercati dell’Africa settentrionale e del Levante sotto l’identico impulso che animava i loro colleghi delle città linguadocchesi, provenzali e italiane, nelle quali il cosiddetto ‘risveglio dell’Occidente’ più marcato si era annunziato attraverso lo sviluppo della produzione e di una più intensa circolazione monetaria (Del Treppo, 1972, p. 264). Le città stato del Mediterraneo canalizzavano verso l’intera Europa i prodotti orientali che ottenevano attraverso il controllo del commercio del Mare Interno. Dai poli commerciali del Mediterraneo si dipartivano i flussi che attraverso le vie interne collegavano l’Europa marittima del Sud con l’interno del continente, la Germania, la Francia e i Paesi del Nord. Questi contatti diventarono tanto più saldi dopo il 1277, quando le navi genovesi prima e poi anche quelle di altre città marittime italiane raggiunsero l’Europa settentrionale attraverso lo stretto di Gibilterra, stringendo nuovi legami con la Francia, le Fiandre, l’Inghilterra. Da Venezia le spezie veni 0 01 Fvano distribuite, per via fluviale, o per mezzo di carovane di bestie da soma, nell’Italia settentrionale, e al di là dei passi alpini nella Germania meridionale (che sotto questo aspetto, come per altri, faceva parte del 0 01 Fl’hinterland di Venezia), per via marittima, a Marsiglia e su per il Rodano nella Francia centrale; oppure a Barcellona, Alicante, Malaga; o, infine, superando lo stretto di Gibilterra, fino in Inghilterra, nei Paesi Bassi e nei porti del Baltico. Il predominio nei commerci si accompagnò a quello manifatturiero. Nel XIII secolo la geografia industriale dell’Europa era diventata ormai molto diversa da quella di tre secoli prima. Ormai i poli di crescita del continente erano numerosi e vitali in tutti i settori della produzione di carattere commerciale: prima di tutto nel settore tessile, poi in quello minerario metallurgico, infine, in tanti rami della produzione di lusso. Le città divennero elementi propulsivi capaci di attrarre la sempre più numerosa popolazione che cresceva nelle campagne. Le industrie, organizzate nella forma del sistema a domicilio, cominciarono a dar origine a veri distretti industriali e nell’Italia centro- settentrionale emergeva una regione industriale che da quest’epoca fino a oggi sarebbe rimasta una delle più dinamiche di tutto il continente. Come scrive Malanima, “non si
deve pensare all’instaurazione fino da allora di un rapporto di dipendenza del Sud rispetto al Nord sul tipo di quelli caratteristici della storia coloniale. Nel basso Medioevo le relazioni commerciali erano ancora assai tenui e incapaci di strutturare lo spazio economico in economie dominanti ed economie dominate. Inoltre questa modifica degli equilibri Nord-Sud fu un fenomeno assai lento, che occupò vari secoli” (Malanima, 1997, p. 302).
Nonostante una consolidata letteratura che vede la fine del Quattrocento come l’epoca in cui si avvia la decadenza del mondo mediterraneo, nel XVI secolo il centro di gravità economico e politico dell’Europa continua ad essere situato nel Mediterraneo. Qui sono i centri di scambio più importanti, al pari della maggioranza delle città: dieci delle quindici maggiori città europee si trovavano nel bacino del Mediterraneo. Italia, Spagna e Portogallo – i tre grandi paesi del Sud che rappresentavano, secondo i confini attuali, il 10% della popolazione europea – rappresentavano ancora il 41% della popolazione urbana del continente. Non stupisce, quindi, se due di questi tre paesi abbiano avuto una funzione determinante nella storia dell’espansione e, soprattutto, delle scoperte geografiche. Gli effetti dell’allargamento del mon 0 01 Fdo, iniziato con i viaggi pionieristici di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Magellano, si erano fatti sentire solo progressivamente e il Mediter 0 01 Franeo, che aveva posto uomini e capi 0 01 Ftali nell’impresa, ne era stato inizialmente beneficiato. Lo spostamento del centro del mondo economico dell’Europa occidentale dall’Italia settentrionale prima verso Amsterdam e poi verso Londra è un fatto compiuto solo nei primi decenni del Seicento, quando i mercanti e i capitali italiani presero anch’essi la via del Nord. Uno dei fenomeni più interessanti della storia del Mediterraneo nel XVI secolo fu la costituzione delle grandi monarchie di Spagna e Francia. In questi paesi si affermò sempre di più la sovranità dello Stato e il suo diritto d’intervento come supremo regolatore e propulsore della vita economica nazionale, sostituendosi alle forme di organizzazione politica, come le città stato e le repubbliche marinare che avevano rappresentato la forma più alta dell’organizzazione economica e politica medievale. La
greci e turchi, che contrastava 0 01 Fno la penetrazione dei mercanti occidentali, ormai limitata a un nume 0 01 Fro ristretto di scali commerciali costieri. Rispetto ai successivi sviluppi della compagine ottomana, il XVI secolo ha rappresentato un periodo estremamente favorevole non solo sul piano politico e militare, ma anche su quello economico e sociale. Il cuore dell’impero, la Turchia, intorno al 1600 doveva avere una popolazione di 8 milioni, sui circa 20 milioni dell’insieme dei domini ottomani. Il primo indicatore del carattere positivo di questo secolo è rappresentato dalla rapida crescita demografica, a un tasso annuo che oscilla dal 0,23 al 0,27%, tanto che la popolazione della Turchia, intesa nelle sue frontiere attuali, passò da poco più di 6 milioni intorno al Cinquecento a, come si è detto, circa 8 milioni intorno al Seicento_._ Ma ancora più significativo è il livello di urbanizzazione raggiunto dal paese intorno nel XVII secolo_._ Non soltanto Istanbul passò da 200.000 a 700.000 abitanti, ma il tasso di urbanizzazione era dell’or 0 01 Fdine del 16/20%. La politica commerciale della Porta ottomana era condizionata dalle crescenti esigenze annonarie della capitale. Finché l’Impero si estese dal Nilo al Danubio e dall’Adriatico all’Eufrate, i Turchi si limitarono ad assorbire il superfluo delle province, per convogliarlo verso la capitale. Vale a dire grano dalle pianure danubiane e granaglie in genere dall’Egitto e dal 0 01 Fl’Anatolia; bestiame, invece, dalla Valacchia e dalla Moldavia. Questa politica di equilibrio tra i bisogni della capitale da un lato e quelli delle province dall’altro non era destinata tuttavia a lunga vita. Alla fine del XVI secolo essa lasciò il posto ad una politica di sfruttamento intensivo delle province - considerate ormai delle immense riserve di pro 0 01 Fdotti alimentari - da parte della capitale e, progressivamente, ad un rigido protezionismo, sfociante non di rado in un vero e proprio monopolio statale (Di Vittorio, 1979, p. 32).
II. Il Mediterraneo periferia dell’economia europea ( secc. XVII- Prima metà XX)
storici due celebri espressioni: l’uscita del Mediterraneo dalla grande storia (Braudel); la semiperiferizzazione del Mediterraneo europeo (Wallerstein), alla quale segue la periferizzazione del Sud-est ottomano (Anselmi, 2004, p. 22). La datazione di questo processo è controversa. In un primo momento, Fernand Braudel lo fissa a partire dal 1620, poi la posticipa ulteriormente, spostandolo al 1650. La decadenza del mondo medi 0 01 Fterranno, comunque, si profila più netta nella seconda metà del XVII secolo (Aymard, 1999, p. 351). Un passo decisivo per lo spostamento del centro dello sviluppo europeo si compie con l’affermazione sempre più decisa delle grandi monarchie. Da questo processo furono escluse le gloriose città stato italiane del Mediterraneo, che potevano certamente competere alla pari con le grandi monarchie europee, se si trattava di confrontarsi sulla pratica degli affari e sulle capacità tecnologiche, ma che dovevano necessariamente battere in ritirata di fronte ad organismi politici che ormai schieravano sul campo decine di migliaia di uomini e armavano possenti flotte militari con le quali imporre ai contendenti la loro volontà. Fu in questo contesto che si formò il nuovo centro dell’economia europea, che fu costituito dall’Olanda, l’Inghilterra e la Francia, mentre i paesi dell’Europa meridionale, centrale ed orientale passarono ad occupare il ruolo di periferia. Il Mediterraneo, escluso la Francia, partecipò a questo destino. Si mantennero o si rafforzarono le tradizionali strutture feudali e l’economia avrebbe presto preso a specializzarsi nella fornitura di prodotti agricoli, assumendo il ruolo di importatore dei manufatti industriali dell’Occidente. Con la fine del monopolio dei traffici intercontinentali il Mediterraneo cessò di essere il luogo degli scambi commerciali più intensi e proficui, poggianti su una ricca tradi 0 01 Fzione di contatti tra gli uomini, le città e le civiltà dei tre continenti che vi si affacciano. L’Atlantico l’aveva rag 0 01 Fgiunto e sorpassato, se non in volume, almeno in importanza e valore dei traffici, grazie al parallelo sfruttamento delle ricchezze del Vecchio Mondo asiatico e del Nuovo Mondo americano. Il Mediterraneo non era più il centro del mondo verso cui gli uomini si erano da tanto tempo abituati a veder convergere le risorse - beni ma 0 01 Fteriali e culturali strettamente intrecciati - delle terre occupate dalle più antiche civiltà. L’arrivo delle flotte atlantiche nel Mediterraneo contribuì a strutturare una nuova divisione internazionale del lavoro che si estese all’insieme dell’Europa occidentale: l’Olanda, l’Inghilterra, la Linguadoca impongono la vendita dei loro panni in tutto il Levante ottomano, a spese di quelli delle manifatture italiane, la cui produzione viene ridimensionata. La nuova organizzazione internazionale del lavoro emerse dai prodotti
pianura padana sembra aver ridotto di metà la popolazione urbana; Milano e Venezia, capitali dell’industria italiana, furono particolarmente provate. Per l’insieme dell’Italia, gli storici meno pessimisti valutano al 15% il regresso demografico fra il 1600 e il
necessari ai suoi scambi ormai ridotti, mentre ormai riceveva da Amsterdam o da Londra le spezie e le merci del Medi 0 01 Fterraneo orientale. Ben diversa era la posizione della Francia, che cresceva forte della sua collocazione atlantica. Ma i francesi avevano una posizione ideale, grazie a Marsiglia, anche sullo scacchiere mediterraneo. Marsiglia non aveva atteso Colbert per seguire la sua voca 0 01 Fzione marinara. Il suo commercio levantino del XVIII secolo continuava quello inaugurato nel XVI; ma c’era un aspetto nuovo: nel XVIII secolo i tessuti - drappi della Linguadoca - ebbero una parte sempre crescente nei carichi in partenza e cac 0 01 Fciavano dai mercati orientali i tessuti analoghi inglesi e olandesi. I drappi della Linguadoca erano rinomati per la delica 0 01 Ftezza, la vivacità e la screziatura armoniosa dei loro colori e una felice congiuntura di buona qualità e di prezzi bassi permise agli esportatori marsigliesi di occu 0 01 Fpare una posizione di rilievo nel Levante. La Francia, inoltre, tramite le capitolazioni, si impose sempre di più nella vita commerciale dell’Impero ottomano. Le prime capitolazioni furono quelle concesse dall’Impero ottomano alla Francia nel 1536 e andarono gradatamente assumendo la forma di veri trattati commerciali. 3 Di validità limitata, inizialmente, alla durata della vita del sultano, in seguito al sostegno ga 0 01 Frantito dalla Francia alla Turchia in difficoltà per il conflitto con Austria e Russia, le capitolazioni concesse alla Francia nel 1740 acquistarono durata indefinita; ebbero insomma carattere di perpetuità. L’importanza economica delle capitolazioni derivava dalla loro graduale trasformazione in strumenti di penetrazione commerciale. A partire dal 1740 le capitolazioni diventarono, molto concretamente, delle notevoli opportunità di commercio con l’Impero ottomano perché prevedevano diritti doganali molto bassi ed erano valide per l’Impero ottomano nella sua totalità.
b. I Balcani e il Mediterraneo orientale Il declino del Mediterraneo occidentale corrisponde a quello della sua parte settentrionale e orientale. La prosperità della Turchia nel XVI secolo era dovu 0 01 Fta contemporaneamente al suo ruolo di potenza coloniale e al secolare ruolo di
(^3) Le capitolazioni erano dei trattati stipulati o, meglio, concessi dagli Stati appartenenti alla civiltà musulmana, esse garantivano uno status di extraterritorialità a sudditi 0 0 stranieri o, più precisamente, non musulmani. Questa pratica ebbe ini (^) 1 Fzio nel IX secolo ed era segno di discriminazione più che di privilegio nei confronti di uno straniero. Discriminazione nel senso che, se è vero che gli stranieri non erano sottoposti a tutte le 0 0 regole che riguardavano i cit 0 0 (^) 1 Ftadini musulmani, è anche vero che erano esclusi dai nume (^) 1 Frosi diritti civili di cui godevano i musulmani. In ogni caso, le ca 0 01 Fpitolazioni avevano il vantaggio di consentire l’insediamento di stranieri all’interno di territori politicamente dipendenti da paesi nei quali vigeva il diritto mussulmano.
ulteriormente in seguito allo spopolamento delle limitrofe province di Tracia, Bitinia e delle regioni contermini dell’Anatolia. A ciò bisognava aggiungere le conseguenze disastrose, dal punto di vista delle attività economiche, delle guerre e delle rivolte quasi continue dei pascià, che sfruttavano ai loro fini le tendenze separa 0 01 Ftiste delle province. Non mancarono, inoltre, nel corso del ‘700, e 0 01 Fpidemie e carestie, che lasciarono i loro segni sull’agricoltura. Al tempo stesso l’acceso fiscalismo, spingendo Cipro e Chio a ribellar 0 01 Fsi all’autorità del sultano e provocando feroci ritorsioni, prostrò le vivaci economie locali, in specie quella di Chio, considerata uno dei più importanti mercati di cereali del Levante. L’Egitto, a lungo granaio dell’Impero, nel 1768 si staccò di fatto dalla Porta, dando un ulteriore colpo ai problemi annonari di Costantinopoli. Di fronte a tali difficoltà non è da meravigliarsi se i sultani del XVIII secolo, per garantire l’ordine politico e sociale nella ca 0 01 Fpitale, inasprirono ulteriormente la politica annonaria sino ad allo 0 01 Fra seguita, riservando all’Impero il monopolio esclusivo del traffico del Mar Nero, visto che l’approvvigionamento di Costantinopoli or 0 01 Fmai dipendeva soltanto dai regolari arrivi di grano ed altre derrate dei principati danubiani e delle province pontiche. Tale politica poggiava su due punti fondamentali. Da un lato il sistema di re 0 01 Fquisizioni e di forniture obbligatorie di vettovaglie da parte delle province pontiche e danubiane fu sviluppato e perfezionato; dal 0 01 Fl’altro fu migliorato l’organizzazione degli approvvigionamenti nella capitale, sia a livello di strutture statali che di sistema dei tra 0 01 Fsporti. Pur sembrando rispondere a ben determinate esigenze, tutte le misure annonarie adottate nel corso del XVIII secolo - come del precedente - produssero gravi inconvenienti alla più generale eco 0 01 Fnomia dell’Impero, in quanto scoraggiarono l’iniziativa privata e rafforzarono gli ostacoli che si frapponevano allo sviluppo della produzione agricola. Al tempo stesso la mancanza di coordina 0 01 Fmento impedì a tali provvedimenti di svolgere una funzione di meccanismi regola 0 01 Ftori e, quindi, di dare tutti quei frutti che da essi ci si attendeva (Di Vittorio, 1979, pp. 40-2).
c. L’Africa settentrionale Dall’inizio del XVI secolo al 1830, anno nel quale inizia la colonizzaz 0 01 Fione dell’Algeria, nell’Africa settentrionale non si registrano grandi cambiamenti. Le relazioni commerciali avvenivano soprattutto lungo la direttrice Est-Ovest più che lungo quella Nord-Sud, il che significa scarsità di rela 0 01 Fzioni commerciali tra Europa e Maghreb, dipendente dall’Impero ottomano. Importante era poi l’attività dei corsari e dei pirati, sia da parte europea, sia da quella dei paesi della costa meridionale del
Mediterraneo, i cosiddetti ‘barbareschi’. Il termine ‘barbaresco’ è stato probabilmente coniato nel XVI secolo dal termine geografico Barberia, che designava i territori dei Berberi e, per estensione, l’intero Maghreb. A conferire una connotazione negativa al termine contribuí indubbiamente l’ampiezza delle organizzazioni corsare e della pirateria libiche, tunisine e algerine, praticate a danno delle navi europee, e iniziata verso la fine del XV secolo se non addirittura alla fine del XIV secolo. Inoltre, quest’attività era organizzata a partire da numerosi porti controllati da corsari, che, nei periodi di allentamento del potere centrale, diventavano vere e proprie città autonome. Essi non si limitavano a saccheggiare imbarcazioni e relativi carichi, ma – dal momento che a differenza che in Europa la schiavitù nel mondo islamico non era scomparsa – vendevano come schiavi i marinai e i passeggeri catturati. Le regioni del Mezzogiorno d’Italia, in particolare la Calabria, meno protette e difese delle altre, furono pesantemente condizionate nello sviluppo demografico e urbano dalla secolare guerra di corsa che dovettero subire per secoli. Parenti e istituzioni caritative, pubbliche e private, ancora a fine Settecento si dedicavano al riscatto dei malcapitati. Occorre però dire che l’azione dei Barbareschi aveva il suo corrispettivo in Europa, dove, dalla fine del XVI secolo, la guerra di ‘corsa’ dei cristiani si organizzò a partire da porti quali La Valletta, Livorno, Valencia. Nel complesso essa, però, sembra essere stata meno attiva di quella che aveva le sue basi sull’altra sponda del Mediterraneo. Peraltro, non mancavano i cristiani al ser 0 01 Fvizio dei Barbareschi, come i musulmani al servizio dei corsari cristiani. La rea 0 01 Fzione europea, a volte, fu più veemente ed efficace in quanto favorita dalla buona qualità dei suoi cannoni.
2. L’industrializzazione dell’Europa occidentale. Si consolida la periferizzazione del Mediterraneo ( secc. XIX)
Nel corso del XIX secolo i paesi dell’Europa occidentale, a partire dall’Inghilterra e dalla Francia, furono interessati da quel fenomeno di rapida e possente crescita economica, basata sul sistema di fabbrica, ma che coinvolgeva tutti gli aspetti della vita sociale. Le nuove forme di organizzazione del lavoro fecero crescere in modo esponenziale la produttività, causando una tale produzione di beni da aver bisogno di mercati di sbocco, nonché di approvvigionamento, sempre più ampi. L’Europa industriale e urbana, forte del van 0 01 Ftaggio accumulato a partire dal Sei-Settecento, tracciava il cammi 0 01 Fno: a metà secolo XIX, è possibile parlare di Mediterraneo solamente in rapporto a un predominio europeo che an 0 01 Fdava prepotentemente