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SINTESI COMPLETA DI
S. Lupo,
Il passato del nostro presente
Esame di STORIA CONTEMPORANEA
(UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TRENTO)
L’Ottocento lungo è una prima età contemporanea, affondando le sue radici nel Settecento e terminando prima della Grande Guerra. Il lungo Ottocento è il passato che più ha influenzato il nostro presente. Ha formato la gran parte delle nostre idee. Ha dato inizio alle trasformazioni che hanno plasmato il nostro mondo. Abbiamo un’economia costruita non tanto sull’industrializzazione, quanto sui commerci, sulle manifatture tradizionali, sull’agricoltura. Aristocrazie che svolgono un ruolo economico, sociale e politico. Ancora nel 1871 lo spazio europeo era organizzato in imperi e monarchie, e c’erano solo due repubbliche. L’Ottocento fu l’età in cui l’alta cultura prima, l’organizzazione sociale poi, si emanciparono da molti dei più antichi e consolidati riferimenti al divino. ➢ Fuori dall’antico regime Una rivoluzione, in due atti: prima dal 1776 in America, poi dal 1789 in Francia. Gettando le basi per la costruzione di un nuovo mondo. Fondamentale è il testo “Lo spirito delle leggi” di Montesquieu. Un uomo libero è quello che si sente sicuro facendo “tutto quello che le leggi permettono”; uno Stato libero è quello in cui il potere è sottoposto alle leggi prima che ai governanti, quello in cui i singoli non sono oggetto di giudizi arvitrari e la gravità delle pene è proporzionata a quella dei reati. In Europa si colloca il concetto di “monarchia moderata”, cioè vincolata al rispetto di norme e consuetudini. Vi è contrapposto il “dispotismo asiatico”, caratterizzato dall’arbitrio dei governanti. Il governo moderato si caratterizza per la divisione e per il reciproco equilibrio dei tre poteri. La variante preferita da Montesquieu è quella inglese, soprattutto per quanto riguarda il potere legislativo affidato a due diverse assemblee. Siamo alla recezione dei principi del contrattualismo e del giusnaturalismo, sintetizzati da John Locke: la società si crea, ponendo fine allo “stato di natura”, mediante un contratto tra popolo e sovrano, ma i diritti dei sudditi, essendo naturali, restano inviolabili anche dopo la sottoscrizione di quel contratto. Diritto alla resistenza. Su scala locale prevale il “self-government”, cioè l’amministrazione e la giustizia affidate a una classe dirigente locale. Il sistema giuridico (common law), prevedeva che il popolo, organizzato in curie, sorvegliasse l’attività dei tribunali. Il modello inglese ha anche i suoi limiti: nel sistema parlamentare era l’aristocrazia a dominare. Nella Francia di metà Settecento c’erano 13 parlamenti situati in diverse città, il più importante a Parigi. Erano corti di giustizia, il cui diritto di farne parte veniva sostanzialmente comprato per poi divenire ereditario.
- Rivoluzione in America La prima rottura rivoluzionaria settecentesca arriva in Nord America contro la corona britannica. Gli inglesi avevano colonizzato i propri possedimenti americani, insediando immigrati provenienti dall’Europa e, proprietari molto agiati, crearono piantagioni di tabacco e cotone. Tutti prodotti che andavano a alimentare fruttuosi commerci con la madrepatria. Le 13 “colonie” anglo-americane si autoamministravano attraverso proprie assemblee rappresentative, con milizie locali per la difesa. I coloni si sentivano pari agli abitanti della lontana isola d’origine e condividevano la sua cultura politica. La società anglo-americana era ben più egualitaria di quella della madrepatria. Più della metà della popolazione maschile era composta da agricoltori proprietari. Però ci sono stridenti contraddizioni, dovute alla grande presenza di schiavi nelle colonie meridionali: i grandi proprietari di piantagioni e di schiavi della Virginia rappresentavano quanto di più dissimile potesse aversi nel Nuovo Mondo all’aristocrazia della vecchia Europa.
In tutta la parte d’Europa sotto controllo francese, diretto o indiretto, venne posto fine all’Antico regime.
- Restaurazione, compromesso, ripartenza Ma Napoleone non fu in grado di incrinare lo strapotere marittimo britannico, la resistenza spagnola, l’insuccesso in Russia e la Colaizioni, che dopo il 1815 lo sconfissero definitivamente. Le potenze vincitrici, riunite al Congresso di Vienna nel 1815, decisero che la Francia dovesse rientare nei suoi confini anteriori al 1789. Volevano realizzare un’equilibrio duraturo. Per quanto riguardal’Italia, il Piemonte tornà sotto la casata dei Savoia insieme alla Sardegna. La Toscana fu affidata a un “granduca”. Il Papa tornò a governare lo Stato della Chiesa. A Sud venne rimessa sul trono la casata dei Borbone. La Lombardia tornò all’impero asburgico. Ma, al di là della propaganda, nessuno dei vincitori puntava davvero al ritorno all’Antico regime, cercando piuttosto un compromesso tra restaurazione ed eredità della rivoluzione. A Parigi, nel luglio 1830, si ebbe un ritorno in scena della rivoluzione, ma alla fine prevalse una soluzione monarchica con Filippo d’Orleans, che venne proclamato “re di francesi per volontà della nazione”.
- Il potere della rendita Chiamiamo rendita la remunerazione spettante al proprietario che concede in uso un suo bene ad altri soggetti. Nel primo Ottocento e negli anni successivi, sia la nobiltà che la borghesia dei possidenti vivevano soprattutto di rendita fondiaria. In questo periodo la produzione agricola crebbe enormemente, grazie all’introduzione di nuovi sistemi basati sull’integrazione tra coltivazione e allevamento razionale. Si ebbe un grande incremento della produzione, scomparve lo spettro della carestia, migliorarono le condizioni di vita. Molte persone trovarono impiego nella proto-industriail sistema consentiva alle classi superiori di arricchrisi senza fornire alla produzione contributi in ingegno imprenditoriale o in capitale. La società tradizionale in un certo senso resisteva, in un altro si adattava manipolando le nuove norme. Il termine “rivoluzione industriale” è alle origini della modernità. Col lavoro e con l’igegno erano possibili ascese da strati sociali medio-bassi fino ai ranghi della borghesia. Fu il percorso degli artefici delle prime innovazioni tecniche nell’industria tessile inglese della seconda metà del Settecento. Ciò fu possibile grazie all’introduzione di nuove macchine, concentrate all’interno di impianti (fabbriche), dove lavoravano operai in ritmi massacranti di dodici ore giornaliere. Chiunque poteva imparare in breve tempo il lavoro alle macchine. Si chiama industrializzazione il processo di allargamento e generalizzazione del sistema di fabbrica. Ne deriva uno straordinario aumento della produttività. L’Inghilterra conservò a lungo una supremazia schiacciante nel settore tessile e ancor più in quello siderurgico. Anche se, nella stessa Inghilterra, in grande maggioranza i lavoratori erano impiegati come domestici, o nell’agricoltura, o nelle manifatture tradizionali. Nella gran parte dell’Europa centro-occidentale della metà del XIX secolo, gli impianti restavano in maggioranza di piccole dimensioni, utilizzando acqua piuttosto che vapore e legna invece che carbone. Prevalevano ancora i mercati locali, si commerciava soprattutto via d’acqua. Alla metà del secolo le città europee stavano ovunque crescendo per numero, dimensione e importanza. C’erano le città-fabbriche come Manchester, con sobborghi popolati in maniera compatta da operari, un proletariato poverissimo. Anche dopo la metà dell’Ottocento, tra spinte all’unificazione del mercato e albori dell’industrializzazione, l’agricoltura rimase nel suo posto centrale per al vita e il lavoro della gran parte della popolazione anche nella parte più avanzata dell’Europa, quello centro-occidentale. ➢ La nuova politica Quattro sono le grandi correnti ideali della nuova politica della prima metà dell’Ottocento: il liberalismo, la democrazia, il socialismo e il nazionalismo. Le correnti si scontrano ma si mischiano
anche tra di loro e con idee più o meno dichiaratamente conservatrici. Influenzano in profondità il loro tempo.
- Liberalismo – libertà senza eccessi Con il termine liberalismo si identifica una corrente politica che sosteneva appunto la monarchia costituzionale e la divisione dei poteri, basandosi sui principi del 1789. Ma, per evitare il ripetersi di derive come quella francese, si faceva appunto leva sulla divisione dei poteri, la dialetttica tra una Camera alta conservatrice perché non elettiva e una Camera bassa elettiva ma temperata dal suffragio ristretto, cioè eletta solo dalla parte della popolazione maschile più ricc e istruita, cioè la borghesia, la classe media. Andavano invece escluse dal voto le donne, dipendenti dal padre o dal marito, così come i salariati che dipendevano dal loro padrone e i poveri che dipendevano dalla pubblica assistenza. Quello che caratterizza il liberalismo è la conguenza tra la sua teoria e il nuovo universo sociale che si va creando nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti al passaggio tra Sette e Ottocento. Siamo nell’era in cui si consolida la dimensione della discussione pubblica, tra pari, nella società prima ancora che nelle assemblee rappresentative. L’opinione pubblica prende forma negli organi di informazione, in circuiti editoriali, associazioni, club e salotti. A situazioni di questo genere si riferivano i teorici liberali parlando del cittadino attivo, indipendente, colto, capace di orientarsi autonomamente e razionalmente per poi - solo in seguito- spendere questa capacità nel campo politico. Venne elaborato allora il concetto di società civile, che adoperiamo ancora oggi per definire i molti ambiti in cui i singoli si incontrano, cooperano, perseguono finalità comuni di loro libera scelta, indipendentemente dall’azione dello Stato. I conservatori non prendevano sul serio la presa di distanza dei liberali nei confronti dei giacobini. Rifiutavano i principi del 1793, ma anche quelli del 1789, e ogni conseguenza che si potesse trarre da essi. Ne deriva, alla fine, che non solo al cittadinanza deve partecipare al governo, ma che esistono sfere della vita sociale, e della vita privata degli individui, in cui non possono ingerirsi né lo Stato, né altre gerarchie o autorità superiori. Grazie a principi moderni ancora oggi distinguiamo e tuteliamo i diritti civili accanto ai diritti politici. Non tutti i liberali europei di primo Ottocento erano convinti che fosse giusto privare dei diritti politici la maggioranza della popolazione. Ricardo è l’economista che rielabora le teorie settecentesche di Adam Smith. Parliamo di liberismo, ovvero quella parte della teoria liberale stando alla quale le attività economiche sono parte integrante della sfera individuale, o della società civile, nella quale lo Stato non deve ingerirsi. Smith, Ricaro e gli altri liberisti fanno derivare la ricchezza reale dall’incremento della produttività e formulano una teoria del mercato. Il termine indica originariamente un luogo fisico in cui artigiani e commercianti si incontrano con i consumatori, e gli imprenditori con i lavoratori. Qui i prezzi delle merci o del lavoro (salario) finiscono livellati verso il basso dalla concorrenza. La teoria liberista passa dal concreto all’astratto e parla di mercato non più come luogo fisico, ma come area concettuale in cui collocare le contrattazioni di merci, denaro, servizi, e quindi anche forza-lavoro. Il liberismo individua nel mercato il luogo in cui i fattori della produzione si dispongono nel modo più razionale possibile: di conseguenza qualsiasi intervento statale sarà visto non solo come una violazione di diritti individuali, ma come un veicolo di irrazionalità e spreco. L’abolizione degli antichi diritti collettivi sulla terra ha come effetto il lasciare il lavoro contadino indifeso come mai in passato, almeno da punto di vista giuridico, nei confronti della rendita fondiaria. Importante è anche al “teoria dei costi comparati” formulata da Ricardo: se il mercato è libero, ogni parte del mondo può specializzarsi nelle merci in cui eccelle per abilità dei suoi operai e dei suoi imprenditori, o per cause naturali come clima e disponibilità di materie prime. In un mercato pienamente concorrenziale, queste merci sono vendute e acquistate al prezzo più basso. Se invece i governi maggiorano con tariffe doganali il prezzo delle merci importate, al fine di “proteggere” la
all’Islam e al cristianesimo, fedeli che si sentono figli dello stesso padre, solitamente fratelli. Sono due, e opposti, i principi aggreganti: comunità (Gemeinschaft) e società (Gesellschaft). La comunità originaria, la famiglia, è fatta di relazioni “calde”, il villaggio e la tribù ne rappresentano la prosecuzioni ideale. La società si nutre della modernità, si basa su regole razionali, relazioni strumentali, “fredde”, implica evoluzione materiale ma anche rischio di decadenza spirituale. Una nazione è composta da decine di milioni di persone che mai possono trovarsi fisicamente a contatto tra loro. Eppure i nazionalisti hanno l’ambizione di immaginare se stessi come membri di una comunità. Le nazioni, stanto ai nazionalisti, si identificano per un insieme complesso formato dalla lingua, cultura, storia, collaborazione territoriale e discendenza genetica o razza. I nazionalisti tedeschi e italiani devono “immaginare” non solo un popolo, ma anche un territorio da attribuirgli in regime di monopolio, destinato a costituire lo Stato-nazione che non c’è. Non sempre si può attribuire alla lingua una funzione fondante dell’identità nazionale. Nazioni senza Stato: Italia. In Italia, la politica moderna nacque nell’età napoleonica. La grande potenza asburgica, direttamente insediata nel Lombardo-Veneto, era la garante degli equilibri italiani. I patrioti italiani invece traevano il senso di una comune identità da un grande retaggio culturale. Si parla di “Risorgimento”, per indicare il movimento con cui la “stirpe” si sarebbe rimessa all’altezza del suo passato. Ma il senso comune di identità viene spesso messo in dubbio: grandi infatti erano le differenze tra le varie parti d’Italia. Il Sud era più povero, mentre il Nord lo era un po’ meno ma comunque nulla conosceva dell’industria moderna. La parte centrale aveva perduto i primati economici e civili medievali o rinascimentali. I tassi di analfabetismo erano spaventosi, soprattutto nel Sud, e ovunque prevalevano i dialetti nel parlato. Se l’italianità era da ricercarsi nella lingua e nella cultura, si può ipotizzare che la gran maggioranza degli abitanti della penisola non pensasse nemmeno di essere italiana. Ma era di orientamento patriottico la maggioranza dello strato sociale medio-alto, primo embrione di società civile o di opinione pubblica. In questi ambienti, l’età della restaurazione vede crscere il desiderio di riforme liberali, magari realizzabili in ciascuno deli Stati in cui l’Italia era divisa. Funzionari pubblici, ufficiali, nobili e borghesi si organizzarono nella “Carboneria”, insieme di società segrete di dimensione locale e modello massonico. Le due maggiori dinastie italiene, invece, al Sud i Borbone e al Nord i Savoia, nel 1820 - 21 si dimostrarono opportuniste, ostili alle riforme, e si squalificarono plaudendo all’intervento austriaco. Ne emerser più forti posizioni come quella di Mazzini: individuò i limiti della Carboneria, sottolineando la necessità di un “partito”, di parole chiare da diffondersi mediante opuscoli, libri, giornali e azioni conseguenti. Fondò quindi la Giovine Italia, con un programma repubblicano, democratico e unitario. Un progetto più moderato invece, come quello di Gioberti, vedeva negli italiani i titolari di antichi primati “morali e civili”, accomunati dalla fede cattolica. Toccava dunque alla potenza morale del papato promuovere la formazione di una lega di Stati italiani e assumerne la guida. La linea di Gioberti, detta neo-guelfa, soffriva di una contraddizione, visto che il Papa era uno dei sovrani assoluti italiani nonché il capo assoluto di quella Chiesa cattolica che si dalla rivoluzione francese si era contrapposta ai tempi nuovi e a tutte le idee nuove. Nazioni senza Stato: la Germania. Ci sono alcune differenze con l’Italia: il discorso nazionalista coinvolse una quantità maggiore di persone; la Germania era sì divisa ma non sottoposta a controllo straniero, anzi, c’erano due grandi potenze che potevano essere definite tedesche, cioè impero asburgico e Prussia; il paese aveva una istituzione unitaria, cioè la Confederazione germanica, che però era priva di potere proprio. I patrioti volevano di più, cioè trasformarla in uno Stato-nazione, magari di struttura federale. La Prussia si era sempre impegnata nel superamento delle barriere doganali, soprattutto i Germania del Nord, così nel 1833 si giunge al Zollverein. Negli anni ’40 si ebbe anche un gran sviluppo delle ferrovie. Il paese disponeva a questo punto di molte pre-condizioni per l’industrializzazione: oltre alle vie di comunicazione, materie prime, un’amministrazione considerata molto capace e un efficientissimo sistema di istruzione. La Prussia appariva la più logica
condidata a sostenere un progetto nazionale tedesco sotto ogni profilo, fuorchè sotto quello squisitamente politico, dato che il regno era soffocato da un pesante conservatorismo.
- Democrazia L’Europa era una monarchia, l’America era repubblicana. L’America latina era governata da oligarchie agrarie, mentre negli Stati Uniti le scelte furono democratiche e si giunse presto al suffragio universale maschile. Lo studioso Tocqueville ebbe l’impressione che tutto in America tendesse verso il principio democratico, anche per il fatto che non c’era mai stato un passato feudale. Esistevano forme di autoregolamentazione della partecipazione collettiva, che rendevano l’America una società libera senza fare ricorso all’esclusione sociale. ➢ Gli Imperi Negli imperi dell’Europa orientale si sovrappongono genti diverse per cultura, lingua, religione e istituzioni, in un quadro molto disomogeneo. Ci sono imperi che hanno qualcosa dello Stato-nazione, imperi che hanno al centro Stati-nazione, persino imperi democratici.
- L’impero degli Asburgo Gli Asburgo non traevanon la propria sovranità dal popolo, ma dalla volontà divina, ovvero dalla tradizione. Non mancavano inoltre di presentarsi come difensori della fede. Avevano in effetti guidato sin da XVI secolo la Germania meridionale cattolica contro quella settentrionale protestante, si erano proposti come la prima linea di difesa della cristianità dagli “infedeli” turchi e islamici. Prima del ciclone napoleonico, gli Asburgo avevano autorità sugli Stati tedeschi. Ben maggiore era la loro presa sui possessi di famiglia di Austria, Slovenia, Boemia e Unghieria. Non esisteva nei loro domini una lingua comune e i loro atti ufficiali erano redatti in latino. A Vienna c’era un’amministrazione centrale come a Parigi. La monarchia asburgica era particolamente tenuta al rispetto della Costituzione ungherese. Tedesca era la capitale Vienna, a Praga, Bratislava e in tanti altri centri urbani della Boemia e della Moravia parlavano tedesco i membri delle classi dirigenti e urbane. Nelle campagne si parlava il ceco o lo slovacco. Chi parlava tedesco si collocava in alto, chi parlava una lingua slava in basso. Ma i tedeschi rappresentavano non più del 25% della popolazione totale dell’impero. C’era alcuni soggetti collettivi operanti nei confronti dell’idea di nazione: l’elite tedesco-austriaca non aveva interesse a mettere in discussione l’impero in cui aveva il potere; gli slavi intendevano mantenersi fedeli agli Asburgo ma nutrivano rancori; i lombardi, i veneti, gli abitanti di Trento e Trieste erano magari integrati, ma anche affascinati dal moto risorgimentale italiano; l’elite ungherese voleva restare attaccata alla propria antica costituzione e puntare su maggiore autonomia.
- L’impero dello zar L’impero russo era collocato a cavallo tra Europa e Asia. Comprendeva popolazioni di lingua slava e religione cristiano-ortodossa, così come cristiano-cattolica, ma anche popolazioni di religione islamica, di lingua turca o mongola. Vigeva l’istituto della servitù contadina, per cui il lavoratore della terra veniva conteggiato quale parte integrante dei patrimoni nobiliari. Per governare, lo zar si valeva di un’obbediente e onnipresente burocrazia civile e militare, nonché del sostegno della gerarchia della Chiesa ortodossa. I russi rappresentavano una componente quantitativamente elevata della popolazione imperiale, ma in ogni caso il loro imperatore governava comunità, gruppi linguistici e religiosi tra loro molto differenti, basandosi su di una concezione che escludeva però l’idea nazionale. Vi erano le classi dirigenti russe che non avevano interesse a sottolineare la propria identità nazionale mettendo in crisi l’impero sovra-nazionale da esse dominato. Popoli come gli ucraini, difficilmente distinguibili dai russi, se non per la loro caratterizzazione compattamente contadina, la mancanza di un’elite propria, di una tradizione letteraria scritta, dunque di un’identità politica. I polacchi, con grande spirito nazionale, orgoglio della propria cultura e tradizione cattolica. L’aristocrazia polacca rimpiangeva il ruolo dirigente svolto nel regno polacco e l’indipendenza
minoranza islamica; le divisioni sociali particolarmente rigide in caste; la disponibilità delle popolazioni locali a venire a patti con gli stranieri senza farne un problema morale. Al contrario, i britannici vedevano l’India come un tutt’uno, e furono in grado di mettere comunità e potentati indigeni gli unic ontro gli altri, facendo prevalere il proprio punto di vista “globale” sui punti di vista “particolari”. Formarono un grande esercito anglo-indiano e applicarono in seguito il principio per cui l’impero doveva finanziarsi da sé e autorganizzarsi. La celebrata perizia degli artigiani indiani non poté reggere alla concorrenza dell’industria meccanizzata inglese. Si svilupparono le coltivazioni nonché l’esportazione di cotone grezzo e di altri prodotti dell’agricoltura di piantagione. Vennero sottratte terre fertili a coltivazioni di tipo alimentare, fatto che causà un fenomeno di sottonutrizione tra la popolazione indiana. A Londra la difesa di Calcutta era considerata esigenza primaria. Nella normale logica identitaria, l’impero britannico aveva bisogno di un nemico, che trovò nell’impero zarista. Se in chiave economica è una contrapposizione senza senso, ce l’ha invece in chiave geopolitica, riguardante il controllo dei territori. La strategia brittanica era quella di prevenire eventuali minacce, dunque si andò a sostenere l’impero ottomano di fronte alle iniziative dei russi. Fino al punto che nel 1841, al massimo della paranoia, l’esercito anglo-indiano superò senza motivi le frontiere, attaccando l’Afghanistan, subendo una pesante sconfitta. La crisi si ebnne nel 1857-58, con una grande rivolta dei soldati dell’esercito anglo-indiano, che nel Nord rimisero sul trono l’ultimo discendente della dinastia Moghul. Repressa la rivolta, i britannici furono indotti a dare una forma più coerente la loro potere. Abolirono la Compagnia delle Indie, attribuirono alla regina Vittoria il titolo di regina delle Indie, misero più attenzione nel controllo dei loro soldati e presero a reclutarli nelle minoranze etniche. Ma questo imperialismo diretto fu attenuato con iniezioni di imperialismo indiretto: si evitò di spossessare i regnanti indigeni e si prestò molta attenzione nel gratificarli in modo da assicurarsene la fedeltà. Si crearono scuole, e persino un’università indiana.
- Il Celeste Impero A metà Ottocento l’impero cinese era abitato da 412milioni di abitanti. Aveva un carattere proto- nazionale, con la maggioranza della popolazione appartenente ad un unico gruppo etnico, gli han. A governare l’impero sotto la dinastia Qing erano grandi funzionari, i mandarini, selezionati mediante una serie di esami straordinariamente difficoltosi di cultura classica cinese. Era un principio meritocratico, anche se, di fatto, gran parte dei mandarini provenica da una classe di proprietari fondiari. Impersonavano un’idea di giustizia, la tradizioni giuridica e filosofica del confucianesimo. Il potere centrale era assoluto, ma si trattava di un sistema moderno, che aveva eliminato privilegi e prestazioni di natura “feudale”. La classe dirigente cinese non sentiva il bisogno di espandersi né dal punto di vista politico-militare, né da quello commerciale. Una politica non imperialista ma isolazionista. C’erano per grandi problemi, come il crescente consumo di oppio, numerose e aspre rivolte, funzionari probabilmente corrotti. Il governo cinese non era del tutto ostile ai commercianti e consentiva che i mercanti britannici lavorassero nel porto meridionale di Canton, da cui partiva il tè e in cui giungeva l’oppio indiano. Ciò finchè il governo non ne proibì il consumo e commercio. La guerra dell’oppio del 1939-42 dimostrò che la Cina non era in grado di competere con gli inglesi in operazioni militari. Il conflitto si chiuse con la stipulazione di un trattato ineguale, che obbligò i cinesi a pagare un’esorbitante somma di denaro a titolo di “riparazione”, ad aprire altri porti ai commerci occidentali e a cedere l’isola di Hong Kong. Ne derivò una crisi di credibilità dell’impero che portò alla rivolta dei Taiping tra il 1850 e il
- Gli occidentali guardarono inizialmente con simpatia ai Taiping, ma alla fine, timorosi del caos, appoggiarono le elites locali fedeli al governo che riuscirono a stroncare la ribellione. Ciò non impedì a inglesi e francesi di muovere contro l’impero nel 1860 una seconda guerra ceh ebbe come conseguenza altri trattati ineguali.
Anche il Giappone fu vittima dell’imperialismo “del libero mercato”. Per quanto il suo stato si chiamasse “impero”, si trattava più che altro di un regno basato su antiche tradizioni culturali e statali, dotato di una spiccata identità proto-nazionale. L’imperatore non aveva potere politico reale: dominava una potente aristocrazia, ma il governo era appannaggio per diritto ereditario di uno shogun della famiglia Tokugawa. Nel 1853 una flotta statunitense obbligò lo shogun ad aprire i suoi porti e a sottoscrivere trattati ineguali i cui vantaggi vennero estesi alle potenze europee. I cedimenti agli stranieri provocarono insofferenza verso le politiche governative, proteste, rivolte. C’è una contraddizione strutturale nell’imperialismo indiretto: sottomette le istituzioni locali, ma le delegittima di fronte ai loro stessi sudditi e impedisce che svolgano le tradizionali funzioni d’ordine, proprio quelle che sono necessario allo stesso imperialismo.
- L’impero americano Risulta ardua l’applicazione della nozione di Stato-nazione agli Stati Uniti della prima metà dell’Ottocento. Si pensava che la legittimità e la sovranità fossero patrimonio dei singoli Stati, che formavano l’unione, non del governo federale. C’erano poi grandi differenze tra due aree del paese: Nord-est e Sud. Nel primo gruppo c’erano Stati con società agricole ma con forte componente urbana, marittima, mercanitle e industriale. Nel secono invece contava molto di più l’agricoltura, sul modello della piantagione basata sulla schiavitù. Nel Sud degli Stati Uniti i cittadini si identificavano nella comunità, delimitata dalla “linea del colore”. I proprietari di schiavi erano una minoranza tra i bianchi (25%) e l’elite dei piantatori era una piccolissima minoranza dei proprietari di schiavi. Però, quella minoranza era assimilita alla nobiltà europea, e gran parte dei presidenti dell’Unione venivano da questo gruppo sociale. Nel Nord stavano affluendo gli immigrati provenienti dalla Germania, dalla Gran Bretagna e soprattutto dall’Irlanda. Erano destinati a mettere in discussione l’originaria identità del paese, piccolo proprietaria e protestante. Nella nuova situazione i nordisti, che pure in maggioranza non solidarizzavano coi neri, trovarono ancor più ripugnante l’idea di una società come quella sudista, basata sull’ozio e non sul lavoro, sulla gerarchia e non sull’eguaglianza. Gli Stati del Nord abolirono la schiavitù, mentre quelli del Sud ne facevano il fulcro della loro identità. Il 36° parallelo e mezzo venne identificato come confine. Intanto, il governo federale fece i conti con il colonialismo europeo, con una successione di accordi. In questo contesto di ha la “dichiarazione Monroe”, il documento con cui gli Stati Uniti, per bocca del presidente James Monroe, proclamarono la loro ferma opposizione a qualsiasi nuova conquista coloniale europea nel continente (1832). La costruzione delle ferrovie dal 1830, grazie a capitali soprattutto inglesi, diede un grande contributo all’unificazione del territorio. Ne derivò la formazione negli Stati Uniti di una terza zona, l’Ovest, abitata da pionieri, allevatori, contadini, dove lo schiavismo non esisteva. Le idee che portarono all’espansione territoriale richiamavano la convinzione di un “destino manifesto” al dominio dell’intero continente. ➢ 1848 Tra il gennaio e il marzo 1848 un’ondata rivoluzionaria sconvolge l’Europa. La prima insurrezione si realizza alla periferia del continente, mentre la seconda nel suo centro, a Parigi, a cui seguono Vienna, Berlino, Milano e Venezia. Il moto si trasmette da un luogo all’altro quasi simultaneamente. La repubblica trionfa subito in Francia insieme alla democrazia, all’idea del suffragio universale maschile. In Germania, nell’impero asburgico, in Italia, i governi placano gli insorti promettendo libertà, cioè ordinamenti costituzionali liberali. In Germania si riunisce la Dieta, dove emergono contrapposizioni: ipotesi grande-tedesca che vuole comprendere l’Austria in una costituenda federazione; ipotesi piccolo-tedesca, con l’iniziativa prussiana di costituire uno Stato nazionale che lasciasse fuori l’Austria.
Lo zar Alessandro II promosse nel 1861 l’abolizione della servitù contadina. Provò anche lui, come Napoleone III e Francesco Giuseppe, ad appoggiarsi sul tradizionalismo contadino per realizzare una stabilizzazione neo-conservatrice. La gran parte delle comunità rurali (mir) adottò un sistema di proprietà collettiva e redistribuzione priodica delle terre ai capi-famiglia. Gli oppositori giudicarono eccessiva la parte delle terre toccata ai nobili e, seguendo una linea che diciamo populista, protestarono contro la perdurante oppressione sociale. Altri invece guardarono con favore al sistema dei mir, considerato come una sorta di proto-comunismo.
- Guerra patriottica e guerra civile in Italia Cavour puntò sull’alleanza con Napoleone III in quella che i patrioti definirono una “seconda guerra d’indipedenza” scoppiata nel 1859, combattuta in Lombardia dai piemontesi. Arrivò la battaglia si Solferino che segnò il loro trionfo, ma subito dopo la improvvisa decisione francese di porre fine alla guerra con un accordo che consegnava la Lombardia ai piemontesi e lasciava il Veneto agli Austriaci. Nel 1860 avvenne dunque l’unificazione del’Italia centro-settentrionale sotto i Savoia. L’Italia era come divisa in tre Stati indipendenti: centro-settentrionale, centrale e meridionale. Il primo era monarchico costituzionale; il secondo assolutista e teocratico, un fossile storico in grado di sopravvivere solo grazie al sostegno di Napoleone; il terzo che, sotto i Borbone, rappresentava per i liberali l’idea stessa della tirannide. La sua impopolarità era massima in Sicilia, contro il detestato centralismo “napoletano”. Al diffondersi di notizie su una nuova insurrezione siciliana, mille patrioti in armi guidati da Garibaldi partirono dalla Liguria e sbarcarono nell’isola nel maggio 1860, ottenendo travolgenti successi militari. Sbarcarono poi in Calabaria, pontendo facilmente puntare verso Nord contando su un grande afflusso di nuove reclute. Garibaldi giunse a Napoli, ma Cavour decise a questo punto di non lasciargli ulteriormente spazio e ordinò all’esercito piemontese di puntare a sua volta verso Sud, travolgendo la resistenza pontificia in Umbria e nelle Marche. Nell’ex regno borbonico il potere viene assunto dai delegati del governo di Torino, che sciolsero bruscamente l’esercito “meridionale” garibaldino e liquidarono senza complimenti lo stesso Garibaldi. Nel febbraio 1861 si riunì nella nuova capitale Torino un parlamento che proclamò il regno d’Italia. Ne restavano fuori il Lazio sotto governo pontificio e il Veneto sotto governo asburgico. Subito si diffusero voci su un prossimo intervento austriaco in sostegno della caduta dinastia, e nutrite bande di guerriglieri filo-borbonici misero a ferro e fuoco le campagne dell’Abruzzo. I liberali si rifiutarono di riconoscere ai guerriglieri lo status di parte combattente, ma piuttosto di briganti. Nel 1863 viene emanta una legge “straordinaria” che inserisce la loro repressione in un contesto di legalità.
- La guerra civile americana Nel 1861 gli Usa si spaccavano. Gli Stati del Sud proclamarono la secessione e crearono una propria confederazione, quelli del Nord restarono nell’Unione. È l’esito di controversie tra i singoli Stati e il governo federale, sul protezionismo doganale del Nord e il libero-scambismo del Sud, ma soprattutto l’abolizione o il mantenimento della schiavitù. Vennero le elezioni presidenziali del 1860 e i democratici si spaccarono sulla linea Nord-Sud. I repubblicani presentarono Abraham Lincoln, contrarioro alla proibizione della schiavitù con legge federale. Ma la sua elezione provocò la fratturà: 11 stati dichiararono la secessione come Confederazione, mentre gli altri 21 rimasero nell’Unione. Enorme era la superiorità di quest’ultima nel campo economico e industriale. Eppure l’andamento della guerra fu nel primo biennio equilibrato. I sudisti di mobilitarono in armi subito e con tutte le loro forze, mentre l’opinione pubblica nordista, finchè l’obiettivo restava solo quello di sottomettere i “ribelli”, non poteva mobilitarsi con la stessa passionalità e coerenza. Lincoln si risolse nel 1863, emanando un “Proclama di emancipazione degli schiavi”. Il conflitto si risolse con la resa dei confederati nel 1865. Mentre un emendamento
costituzionale proibiva la schiavitù ovunque nel territorio degli Stati Uniti, Lincoln fu assassinato da un sudista in cerca di vendetta.
- Imperi di nuovo conio Al cancelliere prussiano Otto von Bismarck toccò un ruolo in qualche modo analogo a quello svolto in Italia da Cavour. Non era liberale, ma conservatore, che si guadagnò i consensi dei patrioti sostenendo il sovrano Guglielmo I nella guerra che nel 1866 vide l’alleanza tedesca settentrionale, guidata dalla Prussia, trionfare sull’alleanza tedesca meridionale guidata dall’impero asburgico. Accanto ai prussiani si schierarono gli italiani che riuscirono a acquisire il Veneto grazie alla mediazione di Napoleone III. Dopo questa “terza guerra d’indipendenza”, rimasero sotto sovranità asburgica le popolazioni di lingua italiana del Trentino e quelle della regione circostante Trieste e Udine e dell’Istria. L’ostilità dei francesi fornì uno stimolo alla riconcilizione tra Germania filoprussiana e antiprussiana, quindi nel 1970 la Prussia guidò una coalizione di Stati tedeschi contro la Francia, sconfiggendola. Il regime napoleonico non sopportò lo shock, e venne proclamata la repubblica. Come nel 1793, i repubblicani radicali invocarono la resistenza a oltranza contro lo straniero accusando monarchici e e repubblicani moderati di tradimento. I radicali assunsero il controllo della Comune di Parigi, ma i moderati conquistarono la maggioranza dell’Assemblea costituente. Fu dunque un governo controllato dai secondi a sottoscrivere l’armistizio coi prussiani. Nel 1871 i comunardi vengono massacrati dall’esercito. Nel 1871 nacque l’impero tedesco, come federazione in cui confluirono, insieme alla Prussia e a esclusione dell’Austria, gli Stati dell’antica Confederazione germanica. Nel Reich, i prussiani mantennero un ruolo dominante nell’alta burocrazia. Bismarck fu confermato alla guida del governo. Nacquero nuove assemblee federali: Bundesrat, Senato rappresentativo dei diversi Stati; Reichstag, Camera dei deputati eletta a suffragio universale maschile. Era un parlamento dai poteri alquanto limitati, il governo dipendeva in tutto dal monarca e non aveva bisogno per funzionare della fiducia parlamentare. La nuova Germania si conferma il paese militarmente più forte. Per quanto riguarda l’impero degli Asburgo, nel 1867un accordo con l’Ungheria andà a dividere il territorio in due Stati, austriaco e ungherese, che conservavano però esercito comune e un solo monarca di casa asburgo. Quanto all’impero zarista, si attuò un processo di russificazione, attraverso l’imposizione della lingua e della cultura russa nell’amministrazione, nei luoghi di mercato, nelle scuole inferiori e superiori. Ne derivò un peggioramento della condizione di alcuni gruppi etnici, così come un aumento delle persecuzioni contro gli ebrei. Vinta la guerra del 1870, i tdeschi pretesero di inglobare nel loro nuovo Stato l’Alsazia-Lorena, regione francese di frontiera in passato appartenuta allo spazio politico tedesco. I vincitori si guardarono però dal consentire che costoro si esprimessero con un pleibiscito: era infatti largamente previsto che in tal caso avrebbero optato per la Francia. Nella realtà storica, il legame tra popolo, lingua e territorio non è affatto così ferreo come vogliono far credere i nazionalisti. Non ogni gruppo umano può essere definito nazione, né tanto meno la popolazione di ogni Stato forma una nazione (Renan, Che cos’è una nazione ). Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, una nel passato e l’altra nel presente. Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi, l’altra il consenso attuale, il desiderio di continuare insieme. La nazione viene quindi considerata come una creatura storica complessa. ➢ L’Italia liberale
risultati ambivalenti: cattivi per le terre di scarso valore produttivo, positivi per quelle trasformabili in colture ad alto reddito. Nel 1870 si era giunti alla presa di Roma. Seguendo però il motto di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”, l’Italia rinunciò a ogni pretesa di controllo dell’organizzazione ecclesiale. Garantì totale autonomia al magistero papale già subito dopo la presa di Roma, con la legge “delle guarantigie” che riconosceva l’extraterritorialità dei palazzi vaticani nonché un congruo finanziamento annuo alla Chiesa. La riforma elettorale venne varata da Depretis nel 1882, con l’ammissione al voto di tutti i maschi che avessero compiuto 21 anni che fossero in grado di leggere e scrivere. Per combattere l’analfabetismo arrivò la legge Coppito del 1877, che prevedeva due anni di scuola pubblica, gratuita e obbligatoria per tutti. La percentuale dei votanti però non superò mai il 9%. Garibaldi morì nel 1882, a segnare simbolicamente il passaggio da un’epoca vecchia a una nuova. In quello stesso anno il leader del Partito socialista rivoluzionario di Romagna, Andrea Costa, si fece eleggere alla Camera grazie ai voti di radicali e repubblicani. Erano le prime votazioni fatte col sistema a suffragio allargato, che portarono al primo deputato a dirsi socialista. ➢ Internazionalismo e nazionalismo Il mondo di fine Ottocento vede contemporaneamente il trionfo degli imperi coloniali e degli Stati- nazione, la creazione di un sistema mondializzato di scambi ma anche di forti economie nazionali. Nella seconda metà del secolo si afferma l’industria meccanica, la siderurgica, la chimica. Crebbero le dimensioni medie delle imprese. Inoltre, la distribuzione della ricchezza e del potere mondiale si fece disuguale come non mai in precedenza. L’elettricità rese possibile il traferimento a distanza dell’energia. L’applicazione del vapore alle comunicazione determinò, via terra e via mare, giganteschi incrementi delle quantità di merci circolanti. Il telegrafo fece entrare il mondo nell’era della simultaneità. Alcuni studiosi parlano di seconda rivoluzione industriale. Essenziale la figura di Henry Ford, che nel 1910 introduce la catena di montaggio.
- Economie nazionali e nuovo imperialismo Il Congresso di Berlino del 1878 fissò la carta politica europea; si salva ancora una volta l’impero ottomano, pagando però il prezzo dei nazionalismi nei Balcani. Il resto dello spazio est-europeo rimaneva monopolio degli imperi zarista, austro-ungarico e tedesco. Bismarck impegnò la Germania in una Triplice Alleanza (1882) con Italia e Austria-Ungheria. A dare il via alla spartizione dell’Africa fu nel 1881 l’occupazione della Tunisia da parte dei francesi fino al centro-occidente, mentre gli inglesi si espansero dal meriodione fino all’Egitto. È l’età dell’imperialismo, con la spartizione dell’Africa dovuta a motivazione politiche o geopolitiche legate alla concorrenza tra Stati-nazione europei. I britannici si convinsero nel 1882 a occupare l’Egitto per controllare il Canale di Suez, attraverso il quale dal 1869 si era creata una nuova via di comunicazione con l’India. Dal 1879 una congiunturale calo dei prezzi nel settore agricolo e industriale venne detto “grande depressione”, anche se è il periodo che coincide con la seconda rivoluzione industriale. Calo dei prezzi che quindi derivò dallo stesso sviluppo, per via della maggiore concorrenza dovuta al miglioramento dei trasporti, l’aumento di produttività dovuto alla generalizzazione del sistema fabbrica. La depressione portò a un cambio di rotta nelle politiche commerciali, che dal libero scambio passano maggiormente al protezionismo.
- Migranti La dimensione di chi si sposta da un paese all’altro e transnazionale. C’è un caso particolare: il legame creato dall’emigrazione tra Italia e Stati Uniti a cavallo tra i due secoli. Tra il 1881 e il 1920 giunsero in America 23milioni circa di immigrati. L’Italia fu lasciata da 14milioni di persone, 4 dei quali
arrivarono negli Stati Uniti. Questo fenomeno si può dividere in due periodi: in seguito alla depressione (1879-1896) e in seguito all’espansione (1896-1913). Sono due i meccanismi che spingono a emigrare, infatti, cioè l’espulsivo, in quanto si parte da dove non si riesce più a vivere; l’attrattivo, cioè si parte per nuove opportunità. La decisione di spostarsi da un continente ad un altro è molto impegnativa, sotto il profilo psicologico-esistenziale e economico. Inizialmente si mossero le persone dotate di capitale. I più poveri si mossero dopo, perché avevano bisogno di un meccanismo detto “catena migratoria”. Un numero soprendente di migranti andò e tornò più volte, con ritmo anche annuale. Si creò un modello di vita transnazionale, con le famiglie che si riunirono e si divisero ciclicamente. Gli immigrati occupavano quartieri miserabili, detti Little Italy. Si moltiplicarono anche le razioni xenofope di una correte di opinione pubblica sempre più nativista. Ma la meta proposta dalla democrazia americana era diversa: un melting pot che avrebbe determinato la fusione di tutti gli immigrati in un popolo unico e nuovo. Le idee socialiste portate da molto immigrati però non presero piede nel Nuovo Mondo. Invece in Europa assistiamo, nel 1864, alla nascita della Prima Internazionale, organizzazione che vedeva la convergenza dei socialisti e degli anarchici. Questi ultimi però, in seguito ai processi di democratizzazione, si fissarono su posizioni iper-radicali, da cui si distanziarono i più moderati. A queste logiche si ispirava una Seconda Internazionale nata nel 1889.
- Nazionalismi asiatici Gli orientali risposero all’oppressione del colonialismo con l’arma del nazionalismo. In India, l’elite occidentalizzata cerca di darsi uno strumento di pressione fondando nel 1885 il Partito del Congresso, nel quale divenne presto protagonista la figura di Mohandas Karamchand Gandhi, rivendicando una sorta di autonomia a cavallo della guerra mondiale, e poi l’indipendenza. In Giappone, dal 1868, in seguito a una serie di guerre civili, lo Stato si impegnò in una formidabile operazione modernizzante. Nel 1889 viene introdotta una Costituzione che prevedeva un parlamento bicamerale. Nel 1911 l’idea di una riforma interna era anche al centro di un moto scoppiato in Cina tra gli elementi nazionalisti che avevano creato, in parte su modello giapponese, il partito del Kuomintang. Il suo governo però non seppe impedire il formarsi di una serie di entità regionali semi-indipendenti impegante a farsi la guerra le une con le altre.
- Diaspora e costruzione nazionale ebraica L’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881 fu addebitato agli ebrei, quindi ne seguirono aggressioni alla loro comunità, i pogrom. Si diffuse tra gli ebrei la convinzione che sarebbe loro toccato emanciparsi da sé, andando a cercare una patria che non poteva non essere quella dei padri, la Palestina. Piccoli gruppi andarono lì a insediarsi, arrivando a 20-30.000 persone nel 1903. Teorici come Herzl arrivarono a affermare che gli ebrei erano un popolo che doveva avere uno Stato proprio in Palestina. Si va a sviluppare il sionismo, che fa un uso estremo dell’immaginazione politica, rappresentando come nazione un popolo che non ha una propria lingua e nemmeno un proprio territorio. ➢ L’Italia tra i due secoli L’Italia passa dal liberalismo moderato-oligarchico al liberalismo democratico e da un’economia tutta agraria e commerciale a un’economia parzialmente industrializzata. Nel 1887 muore Depretis e gli succede Francesco Crispi, in un periodo in cui si torna a ragionare sull’eredità del Risorgimento. Viene riordinata l’amministrazione centrale e varata una legge comunale e provinciale che rende elettivi i sindaci dei centri maggiori e aumenta il numero di elettori. Nuovo codice penale, con l’abolizione della pena di morte. Una svolta protezionistica porta ad una
cattolico-moderati su una piattaforma moderata filo-giolittiana alle Politiche del 1913. Nel 1919 poi il sacerdote Luigi Sturzo avrebbe fondato un partito cattolico ma sottratto al controllo ecclesiale, il Partito popolare, rompendo la lunga segregazione dei cattolici nei confronti della vita politica. Si basava molto su polemiche antigiolittiane su argomenti liberisti, anche lui fautore di un self- government. In definitiva, il progetto neo-trasformista di Giolitti voleva attenuare i contrasti politici e sociali, creare un circuito di pacifica convivenza e reciproco riconoscimento. Ma ne ebbe risposte in sostanza negative: Sturzo contro il patto Gentiloni. Viene a mancare il terreno di indiscusse comunanze post- risorgimentali. Nel primo Novecento revalse la polarizzazione verso le estreme, la spinta identitaria, l’idea del nemico. Il liberismo non mostrò la capacità di autoriforma, necessaria a gestire i processi di democratizzazione, cioè l’igresso nella vita collettiva di nuovi soggetti sociali e politici.