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riassunto in sintesi del libro di testo il profilo dell'educatore di Francesca Oggionni
Tipologia: Sintesi del corso
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Capitolo 1 La professione dell’educatore subisce da sempre i condizionamenti delle continue trasformazioni storiche, sociali e culturali che a loro volta influiscono sulle storie individuali e collettive dei cittadini del cui benessere si occupa lo Stato che, traccia le linee guida sulle quali egli orienta il suo operato. Dal secondo Dopo Guerra in poi, in seguito ai processi di modernizzazione della società italiana, e la costituzione dello Stato Sociale, si avverte la necessità di una figura professionale orientata verso la promozione e il benessere collettivo. Con l’avvento del Capitalismo, sono emerse disuguaglianze sociali e situazioni di povertà evidenti, che con la Rivoluzione Industriale, e quindi separazione tra attività lavorative ed altre attività sociali, hanno indebolito la tenuta solidaristica del tessuto sociale e reso necessario l’intervento di forme organizzate di assistenza. Per molto tempo, l’educazione è stata delegata a figure caritative che, già dal Medioevo, provenivano da ordini religiosi o da iniziative private con fini benefici. Gli interventi educativi erano particolarmente influenzati dalle concezioni filosofiche e religiose sulla persona umana, e seguendo una logica di onestà morale, amore verso il prossimo e devozione religiosa, si concretizzavano in opere di aiuto rivolte ai più giovani o deboli, al fine di restituire loro una dignità personale svilita da condizioni di degrado e marginalità. L’educazione si compiva attraverso l’esempio e la testimonianza di persone poste come modelli di riferimento, i “buoni a priori”. La cura dell’altro era considerata una vocazione e le caratteristiche personali dell’operatore esaltate, senza puntare su una formazione professionale. Per avviare un processo ampio e carico di senso esistenziale però, la prossimità come vicinanza al prossimo, pur ponendo il soggetto al centro, non può attingere esclusivamente dalla matrice religiosa, ma necessita di un approccio laico e competente dei problemi, ed è per questo che, sia Stato moderno che Sociale, hanno assegnato gli interventi educativi, ai servizi assistenziale ed educativi, mediante mandati. Il “Welfare State” o Stato del benessere, si fa carico di riassumere, sostituire e sistematizzare gli interventi di protezione sociale, l’assistenza diviene funzione pubblica di tutela e benessere della collettività, attraverso previdenza, politiche sanitarie e socioassistenziali in grado di mantenere in equilibrio le molteplici dimensioni della vita, in continua evoluzione. Fin dagli anni ‘70, l’integrazione dei soggetti nel contesto sociale di appartenenza, era un obiettivo primario, e il problema dell’infanzia e della gioventù disadattata, poneva l’educatore come una sorta di secondino che, all’interno di istituti minorili, svolgeva azioni di adattamento alle norme morali e sociali diffuse. Durante i
punta sulla soggettività della persona, sul suo vissuto, e implica apertura a più significati. L'educatore è coinvolto in un rapporto dialogico e ricorsivo continuo, con soggetto e contesto, e deve creare, predisporre, incontri relazionali pregni di significato, consapevole di dover accogliere le resistenze del soggetto, lasciando spazio a nuove esperienze, fonti di cambiamento. Anche l’approccio psicoanalitico si muove sul piano dei vissuti personali, analizzandone le dinamiche inconsce, come l'attribuzione dei significati che si danno in base a meccanismi di difesa e che impediscono la possibilità di nuove esperienze, occupandosi dei cambiamenti mancati, che hanno provocato arresti di tipo emozionale e comportamentale. Partendo dal presupposto che non ci sia cambiamento educativo se non si rielabora il proprio passato, si interviene in funzione di una nuova esperienza, da sperimentare in modo concreto, pratico. La scelta di ognuno di questi approcci consente maggiore consapevolezza del ruolo educativo. Altre dimensioni metodologiche che hanno influenzato la pedagogia sono: approccio terapeutico, metodologia attivistica e metodologia cooperativista. Ognuno dei tre stili riflette l'intento trasformativo dell’azione educativa, contribuendo a definire l'identità professionale dell'educatore. Le teorie dei pedagogisti che rappresentavano le linee guida dei metodi educativi invece, fanno capo a:
ogni ambito di esperienza, che, partendo dalla sperimentazione del metodo scientifico, e passando alle ipotesi ed infine alla verifica, conduce l'uomo con la sua “intelligenza creativa” verso lo sviluppo e il controllo dell’esperienza. Per Dewey, la scuola è il luogo in cui formare alla responsabilità individuale e collettiva, educando alla democrazia, con una didattica basata sui laboratori, che impegni il singolo e che sviluppi la collaborazione della vita sociale.
difficile da definire sul piano legislativo, a causa dell’eccessiva e contraddittoria presenza di norme emanate da organi diversi che la rendono confusa e contraddittoria. Nel 1983 viene inserita, ad opera del Ministero dell’Interno, la prima definizione di educatore professionale che è un operatore sociale che, con una specifica formazione, rivolge la propria attività a vantaggio di persone di diverse età, attuando progetti educativi con l'intento di promuovere e contribuire allo sviluppo delle potenzialità di crescita personale, inserimento e partecipazione sociale, agendo su relazioni interpersonale e ambiente. La nota significativa di questa definizione è l'aggettivo professionale che lo qualifica come attività intenzionale, competente, responsabile e che, a differenza dell'educatore sociale, si colloca in una prospettiva molto più ampia e lo eleva a soggetto attivo nei processi conoscitivi e progettuali che rivolge i suoi interventi a categorie di soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, a precise espressioni di disagio sociale, assegnando però così ai suoi compiti, la funzioni di prestazioni. La figura professionale dell'educatore nasce negli anni '80 in seguito a tre crisi insanabili:
L'attuale richiesta nelle procedure di accreditamento dei servizi della presenza di figure educative anche maschili però, insieme all’ intreccio dei piani materiali con quelli simbolici, mentale e corporeo, emotivo e identitario, riconosce la pluralità e la valorizzazione delle differenze e riflette la reale complessità dell’educazione. Con la legge 205 / 2017 si definiscono profili e ambiti di intervento dell'educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista che sono: professionisti che operano in ambito educativo, formativo e pedagogico in rapporto a qualsiasi attività svolta in modo formale, non formale e informale nelle varie fasi della vita, in una prospettiva di crescita personale e sociale, secondo le definizioni contenute nell’art. del D.Lgs. 16/1/2013 e seguendo gli obiettivi della legge 205/2017 art. I, comma 594°, integrata dalla legge 24 del 4/3/2016 che indica i servizi ed i presidi pubblici e privati, nei quali è esercitata la professione dell'educatore professionale, che nell'art. 6 elenca le attività educative e formative, e dalla legge 145/2018 in merito agli ambiti di intervento. L'esercizio di una professione così complessa rende necessaria una formazione universitaria, il lavoro educativo è difficilmente classificabile in un numero dato di competenze, funzioni e ambiti di intervento. Sembra che negli ultimi anni, lo Stato abbia riconosciuto il senso del lavoro educativo mostrando la criticità del sommerso e permettendo all’ educatore di contribuire a pieno titolo a migliorare la qualità dei servizi educativi con le politiche sociali, osservando le questioni educative, e concentrandosi sull’ emergenza. Le difficoltà che incontra nell’individuare i mediatori più efficaci tra sé e la politica e le resistenze nel darsi regole deontologiche e sindacali a tutela delle qualità del lavoro, però, ha contribuito a rallentarne il riconoscimento, ma per fortuna, la situazione attuale, sembra cambiata ed egli può vantare una dignità giuridica ed un ruolo politico.
università. Nacquero corsi di riqualificazione per educatori in servizio e richieste di riconoscimento di titoli pregressi che portarono gradualmente verso una formazione accademica. Tra riflessioni e perplessità, che hanno portato all’approdo di questa figura all’ università, nel 2005 il decreto Mussi, consente con il titolo accademico, di equiparare l’educatore agli altri operatori sociali, riconoscendolo a livello sociale. Il consolidamento della figura professionale dell’educatore, sembra però entrare in contraddizione con la possibilità di accedere all’esercizio della professione. Con la legge 205/2017, la laurea L/SNT2, attribuisce il titolo abilitante di educatore professionale sociosanitario, mentre la laurea L-19, il titolo di educatore socio-pedagogico, nel rispetto delle disposizioni del D.Lgs n° 65 / 2017 .Emergono così due profili del lavoro educativo: sociosanitario e socioeducativo, più la richiesta di una specializzazione per svolgere attività educative per l’infanzia. Una professione dunque complessa ed in continua evoluzione che richiede una formazione permanente in cui, acquisizione di saperi teorici e pratici e il tirocinio, necessitano di essere pensati, concettualizzati ,con progettazioni e sperimentazioni in grado di costruire un sapere professionale trasmesso e condiviso tra colleghi. La necessità, per legge, del possesso della laurea per svolgere la professione di educatore, non ha avuto però carattere retroattivo, riuscendo a garantire continuità lavorativa anche agli operatori senza titolo. Negli anni '50, Debartolomeis sollecitava l'adozione di un atteggiamento che liberasse il sapere dell’educazione dal dominio della filosofia, ritenendo le scienze pedagogiche un complesso di dispositivi disciplinari che, da diverse angolazioni, mostra letture rilevanti dell'esperienza educativa. Dottrens e Mialeret, basandosi su criteri funzionalistici che valorizzavano dimensioni riflessive e metodologiche, teorizzarono un corpus disciplinare composto da: filosofia dell'educazione, pedagogia comparata e sperimentale, storia della pedagogia, discipline biologiche, sociologiche e psicologiche. Mialeret, nel suo testo le scienze dell'educazione, elenca il sistema classificatorio dividendo le scienze pedagogiche in tre aree principali: scienze che studiano le condizioni generali e locali dell’istituzione scolastica, scienze che studiano la relazione pedagogica e il lato educativo stesso, scienze della riflessione dell’evoluzione. Visalberghi, nel 1978 tentò di coniugare esigenza epistemologica e pragmatica, organizzando un’enciclopedia pedagogica delle scienze dell'educazione basata sul concetto di circolarità del sapere pedagogico. Le discipline e le scienze formalizzate erano divise in quattro settori sui quali articolava la riflessione sui processi formativi, secondo criteri di contiguità epistemologica e affinità strutturali: settore psicologico, sociologico, metodologico didattico, e dei contenuti. Egli escluse la pedagogia, non perché è estranea ai processi formativi, ma al contrario “struttura regolativa” a cui spetta
coordinare le diverse articolazioni disciplinari. Filosofia dell’educazione e pedagogia sono viste come momenti meta riflessivi che sostengono la lettura interdisciplinare dei fenomeni educativi regolandola secondo coordinate pedagogiche. Un modello che, descrivendo le scienze in modo oggettivistico e strumentale, trascura però l'aspetto soggettivo che invece ne determina il significato. Bertolini propone di riferirsi a un modello di scientifica che vada oltre i contenuti disciplinari specifici e che si qualifichi nella capacità di dare un senso alla realtà per poi modificarla, senza pretese di esaustività, aperta al confronto ed alla cooperazione. Appare necessario distinguere le scienze umane dalle discipline pedagogiche, le prime indagano i processi educativi secondo diversi approcci disciplinari, le seconde declinano l'attività scientifica pedagogica all’interno di diversi ambiti e prospettive definendo così le scienze dell’educazione l'espressione di una scelta multi-vocale che necessita di più approcci che evitano di ridurre o semplificare l'oggetto di indagine, che va indagato, per la sua complessità, da più prospettive. Riportare la conoscenza dei fenomeni umani all’interno di una trattazione scientifica ha comportato l'apertura di nuovi spazi di ricerca, rifacendosi alla prospettiva di Dewey, secondo la quale le pratiche dell'educazione forniscono i dati, cioè i problemi da indagare. La natura dei fenomeni educativi necessita di un sapere dinamico che segue una logica a spirale aperta a varie direzioni; per cui la laurea triennale non può essere intesa come corso professionalizzante che offre sapere immediatamente spendibili ma, definisce la cornice di senso di una professione, in continuo divenire, che ha bisogno di formazione permanente. L'attuale formazione universitaria prevede due profili strutturali paralleli che si basano su diversi presupposti teorici e disciplinari: uno a carattere pedagogico-umanistico che approfondisce le discipline pedagogiche, antropologiche, sociologiche e psicologiche e uno a carattere scientifico- sanitario che prevede lo studio di discipline scientifico sanitarie. Dal confronto emergono oltre a differenti finalità formative, un diverso bilanciamento tra contenuti teorici e pratici ed evidente divario riservato al tirocinio. Il ruolo primario associato alla pratica è indice di concezioni diverse rispetto alla funzione formativa dell’università, e diverse sono anche le modalità che i due corsi hanno messo in atto per distanziarsi dal modello formativo originario delle scuole regionali. La separazione giuridica dei due profili si è protratta fino al 2018 mostrando aspetti problematici anche a livello occupazionale. Gli educatori laureati in medicina sono riconosciuti come figure sanitarie ed hanno avuto accesso esclusivo a concorsi pubblici banditi dalle Asl, escludendo spesso gli educatori con laurea in scienze dell’educazione. Il riconoscimento legislativo lascia comunque aperte questioni riguardo alle differenze fra le due professionalità che derivano dal fatto che, nel primo caso, l’ambito è la
coordinatore o da un collega senior che in realtà dovrebbe essere formalizzata in quanto non si limita a facilitare l'inserimento del neoassunto, ma si qualifica come dimostrazione di un’assunzione di responsabilità, L’istituzione di gruppi di formazione risulta una modalità efficace di organizzazione di un'esperienza riflessiva e rielaborativa che privilegia la dimensione dialogica e trasmissiva. La collaborazione attiva e creativa tra i docenti universitari, coordinatori ed educatori in servizio, si rivela sempre in grado di attivare processi di nutrimento teorico e concettuale caratterizzati dalla condivisione. Si tratta di un’ipotesi formativa che tende alla costruzione di una forma mentis aperta. L'articolazione di attività di supporto formativo rivolti ai neolaureati e neoassunti è una sorta di aggiornamento mirato, anello di congiunzione tra formazione universitaria e formazione permanente che non finisce mai, riducendo così le componenti di ansia e aumentando la ricerca del significato di azioni pensate e compiute. Il bisogno di formazione specifica e aggiornamento è costante, e talvolta anche definire le modalità di lavoro in equipe, o potenziare il ruolo di coordinamento crea nuovi equilibri. Il rapporto di collaborazione tra università e servizi non può però limitarsi al tirocinio, dovrebbe prevedere collaborazioni più stabili per rispondere alla necessità di individuare modalità efficaci per la costruzione e il consolidamento dell'identità culturale e sociale di questa professione. L'accessibilità o meno agli ambiti disciplinari, da parte di queste figure, è dovuta a disequilibri nel riconoscimento sociale. Gli educatori in particolare faticano a sganciarsi da una rappresentazione che li vuole legati alla pratica e all’esperienza, depositari di un sapere denso che non ha bisogno di ricorrere ad altri saperi per fondare la propria professionalità. Il confronto con le altre discipline invece è produttivo e generativo se avviene alla pari; la ripartizione di compiti e responsabilità tra pedagogisti ed educatori può rappresentare un punto di convergenza e ancoraggio, efficace nel supportare i processi di costruzione dell’identità professionale degli educatori. Creare degli spazi di riflessione in cui è possibile analizzare procedure, esperienze, pensieri individuali e condividerne le interpretazioni, contribuisce a definire obiettivi e metodologie e la supervisione poi, influisce ad aumentare la qualità degli interventi educativi e diviene un metodo di analisi che stimola la ricerca. La trasmissione della cultura professionale passa anche dalla scrittura che rende riconoscibili e trasmissibili i processi di umanità e di pensiero. Il mantenimento di una tensione cognitiva sulle pratiche di lavoro rende possibile la produzione di teorie locali che permettono agli educatori di interfacciarsi alle istituzioni competenti, come mediatori informativi e professionisti dell’educazione intenzionale, progettuale e pedagogicamente pensata.
Capitolo 3 La costruzione dell'identità del ruolo professionale dell'educatore non può dirsi conclusa anzi, per il suo carattere dinamico, ha costante bisogno di essere ripresa. Le analisi di taglio storico e normativo, ne hanno sottolineato incertezze e frammentarietà, mostrandone una debolezza strutturale che è, paradossalmente, anche la sua forza, intesa come costante apertura al possibile. Le ricerche condotte negli anni '80/'90 mostrano la compresenza in ambito sociale, di varie figure professionali. Un primo tentativo di riorganizzazione, si deve alla Regione Lombardia che alla fine degli anni '70 avvia una ricostruzione storico critica delle professioni sociali intermedie extra scolastiche, per comprendere il clima che ha favorito l'inserimento di figure con mansioni socioeducative. La professionalità educativa è stata declinata secondo figure con funzioni simili, ma diverse per compiti e contesti. Difficile scoprire altre opportunità educative oltre la famiglia e la scuola, ritenuti gli unici fattori di educabilità. La scolarizzazione di massa ha portato a rivedere le funzioni socioeducative della scuola, e la ricerca psicopedagogica sulle deprivazioni, svantaggi culturali, istituzioni educative e territorio, hanno aperto nuovi spazi di riflessione e contribuito a vere e proprie conquiste di legittimità dei bisogni educativi anche in età adulta. In quegli anni, l'esigenza di operatori socio educativi sembrava essere determinata dalla crescita, qualitativa e quantitativa della domanda di servizi con finalità formative, e dalla richiesta sul territorio, di mediazioni tra atto educativo e tessuto culturale circostante. L'operatore socioeducativo trova posto nelle diverse agenzie di pianificazione e programmazione territoriale di promozione orientamento. Nel 1993 la Regione Lombardia identifica nell' educatore, il professionista che si pone come riferimento stabile da affiancare ai soggetti nei processi di acquisizione di apprendimenti strumentali essenziali per vivere nel contesto sociale, con il ruolo di coordinamento di progetti educativi integrati mediante reti di partecipazione, collaborazione e condivisione di informazioni, saperi e risorse. La professionalità educativa viene definita di processo e di risultati, che conosce e padroneggia strumenti di regolazione di processi di apprendimento dinamici che inducono cambiamenti ed in cui opera, collocando le singole azioni all’interno in un quadro complessivo di cui si assume anche la responsabilità dei risultati urbani, avendoli perseguiti con una logica operativa e riflessiva per il benessere sociale. L’ origine non professionale e la matrice caritativa e volontaristica del lavoro educativo ha colluso con la tendenza diffusa a considerare il sapere educativo generalista, adattabile ad ogni contesto e problematica ed ha portato verso una
reciproci. Particolarmente complessa risulta la gestione di relazioni educative dinamiche legate all’ affettività, alla corporeità e alla sessualità. Molti educatori si confrontano con la gestione della cronicità di alcune problematiche che costringe a ripiegare gli obiettivi educativi ad una di sostenibilità del disagio, e da ciò possono derivare sentimenti di impotenza, delusione, e difficoltà di gestire un rifiuto che, non necessariamente consiste in un fallimento. La ricerca della giusta distanza rischia a volte, di appesantirsi di un carico di ansia tale da portare a ritrarsi, perdendo la capacità di analizzare con serenità la natura delle dinamiche relazionali. Tutti questi elementi di criticità alcune volte vengono considerati dei limiti personali dei singoli operatori che rischiano di concentrarsi più sulle metodologie di lavoro che sui presupposti che le determinano. La professionalità dell'educatore anche se è ancorata a propensioni personali, si costruisce sviluppando competenze esperte, padronanza interpretativa e uso cognitivo dei linguaggi educativi, così da porsi come interlocutori credibili, anche nel dialogo con le amministrazioni locali. All’ educatore è richiesta una competenza pedagogica che si fonda su prospettive di globalità, operatività, relazionalità e integrazione tra individuo e società. Ogni evento educativo si realizza sempre come un tutto organico e complesso e la competenza pedagogica consiste nell’ assunzione di un orientamento consapevole verso il futuro, non in astratto ma sempre, concretamente, collegato a presente e passato. L'acquisizione di competenze avviene intrecciando teorie e pratiche, studi ed esperienze senza limitarsi a un processo cumulativo individuale, ma con il confronto e lo scambio tra colleghi e non. Uno strumento efficace risulta il lavoro d'equipe, uno spazio meta riflessivo che favorisce un confronto critico e tratta gli aspetti espliciti e latenti in maniera che non compromettano il lavoro educativo. Nel 1984 l’analisi svolta da De Sandre, considera l’’educazione una complessa costruzione culturale fatta di fattori ideologici, religiosi valoriali e normativi che si intrecciano e condizionano e che si mostra funzionale alla riproduzione sociale, e introduce nuovi significati e prospettive, specie quando tende all’ innalzamento dei livelli di consapevolezza e criticità individuali ed alla promozione della partecipazione sociale. Intenzionalità e iper-progettualità, rendono il lavoro educativo un’attività pedagogica pensata, che si sviluppa con azioni precise secondo scopi trasformativi in cui, capacità di analisi e pensiero critico sappiano cogliere le fragilità sociali. Ne consegue la necessità di potenziare il lavoro di rete e la collaborazione tra enti che erogano i servizi cercando nuove strategie condivise. La formulazione di risposte coerenti dipende dal livello di competenza gli attori sociali che devono assumersi la responsabilità di comprendere i problemi ed i bisogni e di conoscere in modo approfondito le caratteristiche del territorio. Alcuni interventi infatti si rivelano fallimentari perché non
contestualizzati al territorio, trascurano la reale complessità dei fenomeni. Spesso le modalità di presa in carico seguono la logica del filtro e non funzionano, perché i soggetti non hanno gli strumenti per formulare una domanda né per riconoscere l’interlocutore istituzionale a cui rivolgersi. Il privato sociale, rispetto al pubblico, ha avuto maggiore autonomia, riuscendo a conferire intenzionalità educativa anche ad esperienze vissute nei luoghi dell’informalità. Il lavoro educativo si basa sul patto di reciprocità stabilito all’interno di relazioni d'aiuto e cerca di valorizzare le competenze dei singoli e dei gruppi, ma anche di riscrivere nuovi copioni. Un aspetto da potenziare perciò è la capacità di dialogo e mediazione, sensibilizzazione e promozione. Alle volte la percezione di rischio e insicurezza avvertita dal contesto, produce distorsioni che portano a spostare l'attenzione dai soggetti ai fenomeni percepiti devianti per la collettività. L’ apparente evanescenza del lavoro educativo non riesce a far emergere il carico di responsabilità implicite che lo vedono promotore di azione permanenti, fondate e orientate alla tutela dei diritti umani, dei quali gli educatori si assumono piena responsabilità. Il codice deontologico dell’ANEP raccoglie i principi e valori etici della professione di educatore professionale articolandoli in base alle responsabilità che egli è tenuto ad assumere nei confronti della professione, dei soggetti, delle famiglie, dell'equipe, del datore di lavoro e della società. La Fondazione Zancan, che opera nell'ambito delle politiche sociali ed educative, specifica la responsabilità delle professioni che operano nel sistema dei servizi alla persona, in relazione a: la persona in carico, la professione educativa, le altre figure professionali, le organizzazioni e le istituzioni. La centralità della persona e il bene comune sono i nuclei principali del lavoro educativo che rischiano però di essere assoggettate da logiche economiche. Sono necessari quindi, un approccio multidisciplinare e la collaborazione tra figure professionali differenti che concorrono per obiettivi comuni. La professionalità educativa è profondamente etica e deve mantenere perciò sempre alto il livello della riflessione e della ricerca, dove le linee deontologiche, siano le coordinate di riferimento di una professionalità dinamica.
intenzionalità impliciti, per esplicitarne le dimensioni nascoste e gestirle senza subirne gli effetti. Il confronto iniziale favorisce la comprensione dell'influenza esercitata dalle esperienze pregresse e permette di tracciare una mappa dei vincoli e possibilità e fissare gli obiettivi di una progettazione educativa condivisa con i destinatari degli interventi, delimitare con chiarezza il campo, e far uscire dall'ombra i fantasmi che aleggiano nei contesti affichè non influiscano, rischiando di falsare interpretazione e narrazione degli eventi. Compiere tutto ciò, non offre comunque garanzia di fronte all’imprevisto, tipico di una relazione educativa. L'educatore non può proprio fare a meno di pensare in termini relazionali, deve avere uno sguardo ampio e una visione di insieme, deve possedere e sviluppare un pensiero che si articoli tra osservazione, auto osservazione, conoscenza e autoconoscenza. La Regione Lombardia nel 1993 ha svolto un'analisi della professionalità dell’educatore professionale, dell’animatore e dell’educatore della prima infanzia, presentando una sintesi delle principali attività praticate dagli educatori suddividendole in otto macro-categorie. Gli interventi educativi si pongono come obiettivo primario di rendere i soggetti attivi e protagonisti. Il lavoro educativo ha carattere emancipatorio e si compie attraverso una contrattualità dove, la presa in carico formale, diviene definizione condivisa di una progettualità che può declinarsi su diversi piani: organizzativo, relazionale, economico. L'articolazione dell’intenzionalità e progettualità educativa avviene in relazione a due destinatari principali: utenze e sistema dei servizi. La relazione con l'utenza è lo strumento principale del lavoro dell'educatore, finalizzato a sostenere sviluppo e crescita individuali. Gli effetti degli interventi ricadono sull’intera collettività, sul territorio e sulle politiche locali. Nella piattaforma comune per gli educatori sociali in Europa, le competenze sono definite il potenziale di azione di cui egli può disporre e comprendono: attitudini, motivazione, molteplicità di conoscenze, abilità espressive sociali, doti intellettuali e manuali per analizzare le situazioni e strutturare interventi contestualizzati prefigurando prospettive di sviluppo per il lavoro socioeducativo, dove competenze di intervento e valutazione sono fondamentali. Intuizioni e buon senso non bastano, non può esserci educazione intenzionale e progettuale senza un pensiero che derivi da una cultura professionale. La gestione dei compiti amministrativi e i rapporti istituzionali con i servizi territoriali, non possono considerarsi marginali. La dimensione interpersonale del lavoro educativo si declina a diversi livelli e con modalità diverse, in base agli interlocutori ed ai contesti, e solo uno sguardo sistemico gli permette di osservare la complessità delle dinamiche educative e gestirle stando all’ interno del sistema di condizioni e vincoli che definiscono i compiti ed i margini di intervento dell’educatore, senza subire le incoerenze in modo passivo. Lo
sviluppo delle competenze educative presuppone la capacità di apprendere dall' esperienza degli altri, e di essere autocorrettivi, avendo modalità di comportamento coerenti con il sistema condiviso, di regole, valori, linguaggi e pratiche. La documentazione è una delle pratiche utili per l'esercizio del pensiero, della sistematizzazione e dell'analisi delle prassi e dei contesti operativi. La scrittura costringe a fermarsi e pensare, per nominare le esperienze e tenere traccia delle modalità di evoluzione dei processi educativi. Una documentazione che sa essere una competenza connessa alla valutazione e che suscita domande di senso e stimola processi riflessivi e dialogici. La centralità delle competenze riflessive progettuali nell'ambito educativo non può fare a meno della capacità di analizzare e valutare i processi, per poter riprogettare gli obiettivi. Essenziali sono le capacità di osservazione, si può osservare per: definire l'altro, riconoscere l'altro, riconoscersi nel rapporto con l'altro. L’osservazione è sia un modo di fare, che di stare, all’interno della relazione educativa, osserviamo per conoscere, progettare, documentare, costruire. Il livello di strutturazione dei servizi in cui compiere le azioni educative richiede competenze specifiche a seconda che si tratti di servizi residenziali, domiciliari, o residenzialità leggera. La conoscenza approfondita del territorio è uno strumento di analisi della realtà sociale utile al lavoro di rete che permette di individuare e attivare risorse latenti in cui il soggetto in carico diventa il nodo centrale di una rete di scambi. L'educatore che svolge un lavoro di rete, deve possedere competenze comunicative e organizzative e farsi promotore e facilitatore di legami, mediatore di conflitti e tensioni, sostenitore di processi di collaborazione e mantenere un atteggiamento partecipativo verso tutti i soggetti coinvolti. Gli orientamenti stabiliti a livello politico e normativo sono quelli che in ultima analisi definiscono i compiti e le competenze degli educatori ed hanno carattere promozionale, preventivo o riabilitativo e sono rivolti alla tutela prioritaria di alcuni diritti di cittadinanza. Gli interventi educativi promozionali consistono nell’ individuare e rafforzare i fattori di protezione che favoriscono il benessere dei cittadini, con attività culturali informative e formative rivolte a più destinatari possibili, contrastando i processi di emarginazione e migliorando i contesti sociali e culturali. La prevenzione educativa di forme di disagio o devianza invece, richiede intervento riparativi riabilitativi, attivando relazioni in grado di inserire eventi significativi nuovi e cercando di ridurre i rischi di espressione di un disagio, intervenendo sui processi di interpretazione della realtà. Le azioni rivolte ai soggetti che vivono situazioni di difficoltà, assumono carattere riabilitativo e riparativo attraverso pratiche volte alla cura ed al ripristino di condizioni psicofisiche, relazionali e sociali adeguate al contesto di appartenenza. Dal riconoscimento di uno scarto tra il lavoro che l'educatore