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Il Ruolo dell'Educatore Professionale: Competenze, Sfide e Prospettive, Sintesi del corso di Pedagogia

Il profilo dell'educatore. Formazione e ambiti di intervento, Francesca Oggionni

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

Caricato il 15/10/2018

ilenia_amelotti
ilenia_amelotti 🇮🇹

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Il profilo dell’educatore
La figura dell’educatore è incerta e non ha una definizione stabile. E’ una figura in via di definizione.
Ha molteplici compiti:
È in grado di pensare l’educazione per assolvere con competenza i compiti di progettazione.
Presa in carico dell’utenza.
Coordinamento e organizzazione dei progetti.
È poliedrico e deve predisporre condizioni favorevoli allo sviluppo di processi di cambiamento.
Analizza e raccoglie le contraddizioni, progettando e proponendo esperienze educative tese al potenziamento
funzionale delle risorse individuali e alla ridefinizione collettiva delle identità.
Opera a partire da un mandato sociale che assegna loro un compito politico (nell’interesse della polis).
È investito di una responsabilità pubblica che deve essere assunta in modo condiviso a più livelli: personale,
d’équipe, delle organizzazioni, della rete dei servizi alla persona, delle università, delle politiche sociali.
Il lavoro educativo è un lavoro sociale che svolge una funzione cruciale di mediazione politica tra cittadini e
istituzioni, promuovendo azioni volte alla “ripresa della partecipazione democratica”.
E’ necessaria una triangolazione progettuale tra università, servizi e politiche sociali che rifondi il senso del lavoro
educativo.
Gli scenari storico-sociali.
Le professioni educative si evolvono da sempre seguendo le trasformazioni storiche, sociali e culturali da cui emerge
la percezione del grado di problematicità delle storie individuali. (Cambia in base al contesto storico)
Il significato del lavoro educativo è la presa in carico di problematiche sociali.
E’ una figura professionale che vede costantemente messi in discussione il valore dei proprio saperi e la solidità delle
proprie competenze.
Evoluzione storica della figura professionale:
I tratti distintivi della professionalità dell’educatore.
La focalizzazione deve mantenersi duplice:
Centrata sulla figura professionale
Complesso di vincoli e possibilità
I processi di modernizzazione hanno dato avvio alla ricerca di una figura professionale, inizialmente con funzioni di
controllo, custodia e assistenza, ma che si è poi orientata verso la promozione de benessere collettivo.
Prima dell’avvento del capitalismo, la sicurezza della sopravvivenza non era garantita da istituzioni specifiche perché
era possibile contare su modalità di gestione delle funzioni educative e di auto interpersonale interne al gruppo di
appartenenza.
1. Il capitalismo:
Introdotto un distanziamento tra il lavoro e la proprietà privata dei mezzi di produzione e distribuzione.
Creò disuguaglianze sociali che acuirono espressioni manifeste di povertà.
La rivoluzione industriale:
Accentuò la separazione tra le attività lavorative e di scambio e le altre attività sociali
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Il profilo dell’educatore

La figura dell’educatore è incerta e non ha una definizione stabile. E’ una figura in via di definizione.

Ha molteplici compiti:

  • È in grado di pensare l’educazione per assolvere con competenza i compiti di progettazione.
  • Presa in carico dell’utenza.
  • Coordinamento e organizzazione dei progetti.
  • È poliedrico e deve predisporre condizioni favorevoli allo sviluppo di processi di cambiamento.
  • Analizza e raccoglie le contraddizioni, progettando e proponendo esperienze educative tese al potenziamento funzionale delle risorse individuali e alla ridefinizione collettiva delle identità.
  • Opera a partire da un mandato sociale che assegna loro un compito politico (nell’interesse della polis).
  • È investito di una responsabilità pubblica che deve essere assunta in modo condiviso a più livelli: personale, d’équipe, delle organizzazioni, della rete dei servizi alla persona, delle università, delle politiche sociali.

Il lavoro educativo è un lavoro sociale che svolge una funzione cruciale di mediazione politica tra cittadini e istituzioni, promuovendo azioni volte alla “ripresa della partecipazione democratica”.

E’ necessaria una triangolazione progettuale tra università, servizi e politiche sociali che rifondi il senso del lavoro educativo.

Gli scenari storico-sociali. Le professioni educative si evolvono da sempre seguendo le trasformazioni storiche, sociali e culturali da cui emerge la percezione del grado di problematicità delle storie individuali. (Cambia in base al contesto storico)

Il significato del lavoro educativo è la presa in carico di problematiche sociali. E’ una figura professionale che vede costantemente messi in discussione il valore dei proprio saperi e la solidità delle proprie competenze.

Evoluzione storica della figura professionale: I tratti distintivi della professionalità dell’educatore. La focalizzazione deve mantenersi duplice:

  • Centrata sulla figura professionale
  • Complesso di vincoli e possibilità

I processi di modernizzazione hanno dato avvio alla ricerca di una figura professionale, inizialmente con funzioni di controllo , custodia e assistenza, ma che si è poi orientata verso la promozione de benessere collettivo.

Prima dell’avvento del capitalismo, la sicurezza della sopravvivenza non era garantita da istituzioni specifiche perché era possibile contare su modalità di gestione delle funzioni educative e di auto interpersonale interne al gruppo di appartenenza.

  1. Il capitalismo:
  • Introdotto un distanziamento tra il lavoro e la proprietà privata dei mezzi di produzione e distribuzione.
  • Creò disuguaglianze sociali che acuirono espressioni manifeste di povertà.

La rivoluzione industriale:

  • Accentuò la separazione tra le attività lavorative e di scambio e le altre attività sociali
  • Minando la struttura solidaristica del tessuto sociale.
  • Formulazione di domande di controllo e sicurezza che richiedevano forme organizzate di assistenza.

Il concetto di educazione come professione ha avuto bisogno di molto tempo per emergere dalla lunga tradizione dell’assistenza prestata prevalentemente da organizzazioni caritative afferenti a ordini o congregazioni religiose oppure tramite iniziative private con fini benefici.

Assistenza come opera di carità e aiuto nei confronti dei giovani o dei più deboli, tesa alla restituzione di una dignità personale ed esistenziale svilita da condizioni di degrado e marginalità.

La funzione della chiesa poneva accanto al principio dell’assistenza e dei bisogni materiali il principio educativo come preminente verso una condotta morale e religiosa fondata sull’amore verso il prossimo verso Dio.

Il modello educativo tendeva anche a raggiungere conoscenza e abilità ma soprattutto poneva come fine l’onestà morale e la devozione religiosa.

La presa in carico come “missione” e la tensione di ogni azione verso il “bene” del soggetto, riducono gli spazi di una progettualità soggettiva. All’educatore è richiesto anche di saper gestire e rielaborare le proprie frustrazioni per non scivolare verso l’accanimento educativo.

Il lavoro educativo può certamente attingere a valori di matrice religiosa ma richiede un approccio laico ai problemi, nell’incontro con soggetti che possono esser e portatori di rappresentazioni e appartenenze differenti.

Tra il 19-20 secolo inizia ad affermarsi lo stato sociale per rispondere ai nuovi bisogni dettati dalla modernizzazione: il WELFARE STATE. Lo stato si fa carico di riassumere, sostituire e sistematizzare gli interventi di protezione sociale. L’assistenza diviene una funzione pubblica e si configura come diritto, riconosciuto in modo universalistico anziché particolaristico.

Il benessere non si misura solo sul possesso di beni e servizi, ma sulla possibilità di disporne e fruirne attraverso esperienze in grado di mantenere un equilibrio molteplici dimensioni di vita, materiali e immateriali, individuali e relazionali.

  1. Fino agli anni 70 : educazione, socializzazione, controllo sociale sono stati pensati come strettamente correlati.
  • Il problema dell’infanzia e della gioventù disadattata, avvertito nel dopoguerra, assegna all’educatore il ruolo normativo di secondino all’interno delle strutture carcerarie oppure di “ monitore ” all’interno di istituti minorili svolgendo azioni orientate all’adattamento alle norme morali e sociali diffuse.
  • I movimenti del ’68 stimolano nell’educatore la consapevolezza della portata delle sue azioni, che non riguardano solo i singoli soggetti ma percuotono sull’intero sistema sociale.
  • La finalità non è solo quella di protezione della società ma di un cambiamento possibile ed auspicabile di quest’ultima.
  • Inizia a delinearsi l’educatore come agente di cambiamento.
  • Critica alle istituzioni totalizzanti (dalle case di rieducazione agli istituti, dai carceri minorili alle carceri giudiziarie, agli stessi manicomi).
  • Chiusura degli istituti psichiatrici e delle scuole speciali per disabili.

Riflessioni pedagogiche che hanno contribuito a fondare la cultura professionale: La professionalità dell’educatore si fonda sull’interconnessione si saperi molteplici di matrice pedagogica, sociologica, psicologica, antropologica, storica.

Lo sguardo educativo deve essere necessariamente sistemico e interdisciplinare per saper cogliere e gestire la complessità, a partire dal confronto con linguaggi e approcci interpretativi.

Gli inizi degli anni Novanta sono stati interessati da una spinta all’identificazione degli elementi che hanno maggiormente influenzato il pensiero pedagogico.

La pedagogia teoretica e pratica è stata influenzata da correnti di pensiero psicosociale , riconoscibili negli approcci comportamentista, cognitivista, fenomenologico, psicoanalitico e sistemico-relazionale.

  1. L’educazione osserva in chiave comportamentista. Secondo modalità stimolo-risposta L’educazione è un processo molto complesso, le cui variabili non sono sempre controllabili e gli esisti spesso sono inattesi.
  2. L’approccio cognitivista: Distoglie l’attenzione dall’ambiente e la pone sulle attività mentali e sui processi neurofisiologici che stanno alla base dei diversi stili cognitivi attraverso cui i soggetti percepiscono, ricordano, analizzano esperienze e sintetizzano concetti, costruiscono rappresentazioni e organizzano la realtà. L’educazione consiste nello stimolare i soggetti a essere ricercatori attivi di nuovi significati del loro essere al mondo.
  3. L’approccio fenomenologico: Sottolinea la centralità della soggettività.

I fenomeni educativi vengono letti in riferimento alla loro significatività e all’intenzionalità del soggetto; non è dunque, possibile avvalersi di interpretazioni statiche e univoche, a è piuttosto necessario aprirsi alla molteplicità dei significati, spesso temporanei, quasi mai definitivi, difficilmente predeterminabili e generalizzati in modo assoluto.

  1. L’approccio psicoanalitico: si concentra sull’analisi delle dinamiche inconsce, sui processi di simbolizzazione, sull’attribuzione di significati che avviene anche in base ai meccanismi di difesa da “fantasmi originari”.

La psicoanalisi si occupa perciò dei cambiamenti mancati e che torturano i soggetti attraverso l’arresto emozionale e comportamentale di cui sono responsabili.

Non si ha cambiamento educativo se non si rielabora il proprio passato.

  1. L’approccio sistemico-relazionale: ricolloca la soggettività all’interno di un sistema complesso di relazioni interpersonali da cui il singolo non può sottrarsi e astrarsi.

La scelta del professionista a cui si affida il ruolo di supervisore, può risultarne influenzata, sapendo che l’approccio, il modello o la logica con cui si accosta ai fenomeni educativi orienteranno le modalità di rilettura degli interventi e forniranno stimoli e indicazioni in merito alla valutazione dei processi e alla (ri)progettazione degli interventi.

  1. L’approccio terapeutico: Si qualifica come modalità di “prendersi cura”, rispondendo a bisogni di accudimento, adattamento, realizzazione personale e inclusione sociale.

Attivismo (pag.29 a 34)

Profilo professionale nazionale emergente a livello formativo: L’evoluzione della figura professionale dell’educatore è strettamente interconnessa ai cambiamenti legislativi che hanno interessato il welfare e le politiche sociali.

VILLA : sintetizza e rilegge l’analisi dei modelli di welfare compiuti da Titmuss, mettendo in evidenza le questioni relative a limiti e alla competenze degli interventi sociali a carattere pubblico.

Titmuss descrive due modelli principali di welfare: residuale e istituzionale.

Residuale : prevede che gli interventi sociali pubblici vengano attivati solo laddove il soggetto e le sue rete sociali di sostegno abbiano fallito, dimostrando di non essere in grado di provvedere alla soddisfazione dei suoi bisogni essenziali. Gli interventi sociali assumono un carattere riparativo e discrezionale, venendo attivati solo in presenza di una condizione di bisogno.

Istituzionale: individua nei processi di crescita economica il persistere e l’accentuarsi di situazioni di disuguaglianza e di povertà e riconosce all’intervento pubblico una fondamentale funzione regolatrice e ridistributiva. I servizi sono a base universalistica.

La riconoscibilità degli ambiti d’intervento degli educatori, le cui funzioni e garanzie contrattuali sono state regolamentate a livello legislativo settoriale, ampliando la partecipazione delle organizzazioni del terzo settore alla progettazione ed erogazione dei servizi.

La strutturazione delle politiche e dei servizi è avvenuta inizialmente in riferimento a cinque aree problematiche: famiglia e minori, handicap, tossicodipendenze, salute mentale e anziani.

  1. La famiglia. Il modello tradizionale di famiglia è stato messo in discussione e gli anni settanta hanno rappresentato il periodo di maggior fermento: l’introduzione del divorzio.
  2. I bambini. Agli asili nido non venivano assegnate funzioni educative ma di custodia temporanea dei bambini, come forma di assistenza alle madri lavoratrici. In ogni caso la famiglia e l’infanzia non disagiate cominciavano a essere oggetto di attenzione da parte dello stato.
  • Il rafforzamento delle risorse personali, familiari e sociali.
  • Sostegno nei momenti critici nel corso del naturale ciclo di vita familiare

La rete dei servizi rivolti alla famiglia e ai minori, è stata costruita e modificata nel tempo ponendosi molteplici obiettivi:

▲ Tutela e controllo

▲ Sostengo, mediazione e terapia

▲ Socializzazione e crescita

  1. L’handicap le difficoltà psicofisiche e sociali degli individuali, ma i valori socioculturali. nel 1980 l’OMS pubblicò il documento International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps , operando una differenza tra menomazione e disabilità.

Le politiche per le tossicodipendenze sono state a lungo focalizzate sul consumo che genera uno stato patologico, quindi orientate al trattamento sanitario.

Tale approccio si dimostra sostanzialmente reattivo al problema e non proattivo, perché agisce solo nei confronti del disagio conclamato, anziché ricercare la comprensione delle cause e delle dinamiche.

Non comprende, la complessità del problema: non considera, ad esempio, i tossicodipendenti non patologici, i consumatori occasionai o coloro che assumono droghe non patologizzanti (come cocaina), a cui però corrisponde il maggior numero di decessi.

L’approccio è diventato socio-educativo : tra legalità e illegalità

Il welfare state viene a realizzarsi secondo le logiche della sussidiarietà. La promozione del benessere individuale e collettivo diviene il fine ultimo degli interventi.

Si evidenzia la diminuzione delle possibilità d’investimento, sia in termine di temo sia di modalità. Lo spostamento degli interventi sull’asse sanitario mette costantemente in discussione gli ambiti d’azione degli educatori professionali che si vedono precluse possibilità occupazionali a causa dell’esistenza di aree di sovrapposizione di compiti e funzioni con altre figure professionali.

Non sembrano chiare le prospettive che si stanno prefigurando; non si comprende quali siano le direttrici e i possibili margini di negoziazione e cambiamento, sia da parte degli operatori che degli utenti e dei servizi. A questo si aggiunge la debolezza del riconoscimento formale della professionalità dell’educatore , una debolezza socioculturale e strutturale ma non immutabile.

L’educatore professionale è un operatore sociale che in base a una specifica formazione professionale di carattere teorico, tecnico-pratico, rivolge la propria attività a vantaggio di persone di diverse età, mediante la formulazione e l’attuazione di progetti educativi caratterizzati da intenzionalità e continuità.

E’ dunque un operatore che basa la propria professionalità sull’integrazione di competenze tecnico-pratiche, acquisite sul campo attraverso l’esperienza, con una formazione concettuale che permette di riorganizzare secondo coordinate teoriche un sapere prassico articolato.

Egli è un operatore tra i tanti che lavorano in ambito sociale.

L’aggettivo professionale denota il distanziamento da una dimensione educativa generale e naturale, caritativa, qualificandosi come attività di ordine intellettuale e operativo, esercitata in modo intenzionale, competete e responsabile.

In Europa si delinea la figura del: social educator.

La differenza tra educatore professionale ed educatore sociale:

Educatore professionale: l’accento viene posto sulla professionalità.

Educatore sociale: l’accento viene posto sul legame tra il lavoro educativo e il sistema sociale di riferimento. Ha una prospettiva molto più ampia, ricavandone una maggiore solidarietà identitaria e di ruolo. E’ soggetto attivo nei processi conoscitivi e interpretativi, progettuali e decisionali.

Le politiche sociali italiane hanno sempre dimostrato di osservare le questioni educative con uno sguardo focalizzato sull’emergenza anziché sul senso del lavoro educativo e sulla portata delle sue ricadute trasformative a livello territoriale e sociale.

La figura educativa negli anni ’80 subisce una riqualificazione a causa di 3 crisi insanabili:

  1. Crisi della centralità tempo-spazio scuola
  1. Crisi concettuale di chi ha riflettuto sui significati dell’educazione avendo come termine di paragone soltanto la scuola.
  2. Crisi di chi quotidianamente è chiamato professionalmente ad insegnare, ad intrattenere e a socializzare con gli altri.

Attualmente la crisi del welfare. Richiedono risposte integrate a partire da nuove ipotesi interpretative dei fenomeni socio-economici.

La crisi attuale interpella la figura dell’educatore. L’educazione stimola e introduce apprendimenti nei corsi di vita dei soggetti, in termini di alfabeti, necessari a vivere, valori e norme dei gruppi sociali di appartenenza, ma soprattutto attiva processi di pensiero che aiutano ad apprendere una possibilità altra rispetto a se stessi, immaginando modi alternativi di essere al mondo.

Educazione permanente: qualsiasi attività intrapresa dalla persona in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva di crescita personale, civica, sociale ed occupazionale.

Ogni soggetto apprende nel corso della sua esistenza attraverso esperienze che producono apprendimenti singoli, specifici e situati, ma che si intrecciano in quanto parte di un processo continuo di acquisizione di saperi e competenze.

  • Apprendimenti formali : sono situati all’interno del sistema formale di istruzione e formazione. Si concludono con il conseguimento di un titolo di studio, con valore legale, che consente l’approccio alle professioni.
  • Apprendimenti non formali: apprendimento caratterizzato da una scelta intenzionale della persona, che si realizza al di fuori dei sistemi scolastici.

In ambito non formale si rafforza la dimensione della “scelta intenzionale della persona”, che cerca di acquisire competenze specifiche, coerenti con i propri interessi personali e professionali, che possano quindi risultare spendibili.

  • Apprendimenti informali: si realizza nello svolgimento, da parte di ogni persona, di attività nelle situazioni di vita quotidiana e nelle interazioni che in essa hanno luogo, nell’ambito del contesto di lavoro, familiare e del tempo ibero.

Da visibilità ad apprendimenti non certificati, quindi “invisibili” e riconosce il senso e il valore delle azioni educative volte a promuovere e sostenere esperienze informali, non riconducibili tanto a specifici luoghi e tempi quanto a dimensioni di significato esistenziali, individuali e collettivi.

I PERCORSI DI FORMAZIONE:

Dalle scuole regionali all’università:

Le prime attività formative rivolte agli educatori risalgono negli anni ’50.

Anni ’50: Il primo congresso internazionale dell’AIEJL , quello del 1952, coincide con la creazione di scuole per la formazione di educatori. Il congresso di Bruxelles , nel 1954, getta le basi di una metodologia della rieducazione. Ci si rende conto che non basta insegnare ad un educatore in quale modo può utilizzare i propri doni naturali: bisogna anche aiutarlo ad integrare la teoria nella pratica professionale e nella sua personalità.

Anni ’ I primi centri di formazione per educatori con l’’istituzione del Centro studi della FIRAS a Torino e della Fondazione dell’ESAE a Milano.

VISALBERGHI: a lui va riconosciuto il tentativo di conciliare l’esigenza epistemologica d’individuazione dei fondamenti scientifici della pedagogia con l’esigenza pragmatica di rintracciare in essi gli elementi concorrenti alla definizione della competenza pedagogica.

Un’ enciclopedia pedagogia delle scienze dell’educazione. Il sapere pedagogico: le discipline le scienze formalizzate erano suddivise nei quattro settori principali in cui si articolava la riflessione sui processi formativi (settore sociologico, dei contenuti, metodologico-didattico, psicologico).

L’esclusione della pedagogia non certo considerata estranea, proprio perché riconosciuta come struttura regolativa.

BERTOLINI: afferma che le scienze “altre” rispetto alla pedagogia non possono proporsi come scienze capaci di affrontare e risolvere il problema educativo in quanto tale.

Egli propone una distinzione tra scienze umane e discipline pedagogiche.

Le Scienze Umane indagano i processi educativi secondo diversi approcci disciplinari. Le discipline pedagogiche declinano l’attività scientifica pedagogica all’interno di diversi ambiti e prospettive.

La teoria della complessità ammette il pluralismo e riflette nelle scienze dell’educazione l’espressione di un scienza multi vocale che necessità della moltiplicazione di approcci.

L’educazione è infatti un oggetto talmente complesso e moltiforme da dover essere indagato. La matrice filosofica della pedagogia ha un ruolo di coordinamento e controllo riflessivo su un sapere che si è pluralizzato.

Riportare la conoscenza dei fenomeni umani all’interno di una trattazione scientifica ha comportato l’apertura di nuovi spazi di ricerca e la focalizzazione sui problemi educativi generati dalla prassi, rifacendosi alla prospettiva deweyana : le pratiche dell’educazione forniscono i dati, gli argomenti, che costituiscono i problemi dell’indagine.

La natura dei fenomeni educativi deve essere indagata in modo scientifico, avvalendosi di un metodo rigoroso.

L’ impianto formativo universitario predispone le condizioni perché questo processo si realizzi:

▲ i sapere teorici interdisciplinari, confrontandosi con le pratiche educative osservate e sperimentate durante il tirocinio, forniscono chiavi diletterà efficaci all’analisi e alla comprensione dei fenomeni educativi.

Orientamenti teorici e metodologici attuali: La formazione universitaria attuale prevede due profili strutturali paralleli:

  1. Carattere pedagogico-umanistico (corso di laurea educazione-formazione) l’attenzione è centrata sulle discipline pedagogiche, antropologiche, sociologiche e psicologiche.
  2. Taglio scientifico-sanitario (corso di laurea medicina) E’ rilevante la presenza di discipline scientifico-sanitarie.

Si basano su differenti percorsi teorici e disciplinari. Le diverse proposte formative nascono dalle differenti storie di formazioni dei soggetti convolti nel processo di definizione, l’evidente divario riversato alle attività di tirocinio mostra un diverso bilanciamento tra contenuti teorici da affrontare in modo riflessivo e/o apprendimenti pratici maturati in situazione.

Diverse anche le modalità con cui i due corsi di laurea hanno messo in atto un distanziamento dall0oroginario modello formativo delle scuole regionali.

Modello educativo e modello sanitario: possibili contaminazioni? Educatori laureati in Medicina sono riconosciuti come figure sanitari e hanno accesso ai concorsi pubblici banditi dalle ASL, al contrario dei colleghi omologhi che ne rimangono esclusi perché la laurea in scienze dell’educazione non sempre è prevista tra i criteri di selezione.

I due modelli sono innegabilmente diversi:

  • Rispetto alle modalità digestione del rapporto paziente/utente
  • Rispetto alla durata e alla finalità degli interventi.

Le differenza derivano dalla focalizzazione dello sguardo.

  • Area Sanitaria : Un aspetto carente o danneggiato da curare come una malattia o un sintomo da eliminare con un intervento mirato.
  • Area educativa : prende cura della persona nella sua globalità, sostiene nella presa di consapevolezza dei propri limiti. Gli interventi educativi non seguono tempi e protocolli standardizzati. La relazione educativa ha bisogno di tempo per instaurarsi e diventare strumento di conduzione del processo educativo. Ha bisogno di continuità ed empatia.

Le scienze mediche hanno il dovere etico di confrontarsi e lasciarsi contaminare dalle discipline umanistiche. Occuparsi della malattia esclusivamente dal punto di vista medico è riduttivo perché non tiene in considerazione le implicazioni emotive, psicologiche e antropologiche.

E’ possibile il rischio di una netta separazione tra i due profili professionali. Sarebbe auspicabile la ricerca di punti di contatto.

Criticità del sistema formativo attuale: Negli anni ’90 quando si dibatteva dell’effettiva opportunità di innalzare a livello universitario la formazione degli educatori, venivano espresse alcune perplessità :

▲ Rispetto alla mancanza di una correlazione tra titolo di studio e ruolo ricoperto all’interno dei servizi.

▲ Sembrava difficilmente giustificabile un accesso alla carriera direttiva senza “essere passati” dall’esperienza di base.

Tutt’ora tutti questi nomi permangono.

Permane uno scetticismo riguardo alle università e alla sua capacità di fornire saperi e competenza adeguati agli educatori la cui tradizione formativa è più vicina a un’educazione artigiana , in cui i saperi vengono tramandati e le competenze acquisite con la pratica, in affiancamento e sotto supervisione di occhi esperti.

  • Occasioni di scambio e di confronto sulle metodologie.
  • Azioni professionali aiutano a riappropriarsi continuamente della titolarità, dell’intenzionalità e della responsabilità educativa.

Il lavoro educativo ha bisogno di approfondimento e aggiornamento professionale per farsi carico di situazioni complesse e di bisogni in continua evoluzione.

Prospettive di formazione permanente:

I soggetti coinvolti nella formazione dell’identità e del profilo professionale degli educatori sono invitati a ricercare nuove modalità di dialogo, riflessione, progettazione e programmazione al fine di promuovere interventi educativi coerenti e proposte formative aderenti alla realtà socioeducativa del territorio.

E’ necessaria la creazione di un circolo virtuoso basatosi un processo comunicativo progettualmente orientato tra il mondo delle politiche sociali e dei servizi, gli studenti e gli educatori in sevizio che conoscono la realtà del mondo del lavoro educativo.

I soggetti da coinvolgere sono diversi, come pure le attuali distanze che intercorrono tra loro.

Dall’ osservatorio nazionale studenti e laureati in servizio sociale: rilevamento delle principali difficoltà incontrare nell’inserimento nel mercato del lavoro, permette infatti i cogliere gli elementi di coerenza e incoerenza tra il sistema formativo e la realtà professionale, così da poter formulare ipotesi in grado di ridurne la distanza.

  1. Il lavoro per l’utenza: che identifica attività e interventi che riguardano l’utenza in quanto fulcro della rete di contatti istituzionali e non.
  2. Il lavoro per il servizio/progetto: comprende attività di programmazione, organizzazione, verifica e documentazione del lavoro, aggiornamento e supervisione.
  3. Il lavoro di sensibilizzazione: prevede interventi di promozione pensati a livello sociale, con l’intento di incidere sul contesto.
  4. Il lavoro per la formazione.

La ricorrente sovrapposizione tra le categorie, dovuta alla loro stretta interconnessione e alla trasversalità e complessità di alcune azioni. In particolare, in riferimento con l’utenza.

Gli interventi di normalizzazione e risignificazione del quotidiano contengono l’aspetto educativo più difficile da spiegare e comprendere: come se si trattasse semplicemente di dare un nuovo ordine al susseguirsi degli eventi.

L’incontro interpersonale diventa ascolto e accoglienza di storie di vita, che spesso appaiono ingarbugliate e prive di coerenza, in cui non sono chiari valori e priorità, norme assunte in modo consapevole e autonomo. L’assunzione di comportamenti conformi a un modello sociale condiviso, conseguente ad azioni educative volte all’inclusione, contribuisce alla costruzione di tratti d’identità personali che, attraverso processi di valoririzzazione dei ruoli sociali tendono al rinforzo positivo dell’immagine che i soggetti hanno di sé , permettendogli di sentirsi parte di un contesto sociale e stimolandoli a ricercare le modalità adeguate attraverso cui costruire legami e senso d’appartenenza.

L’educazione ha il delicatissimo compito di proporre agli altri una o più alternative rappresentazionali sul piano materiale, mentale, relazione, pratico, esistenziale.

Viene a modificarsi la dimensione percettiva soggettiva attraverso processi esplorativi e narrativi, che aprono nuove possibilità di negoziazione e progettualità.

Ogni atto educativo contribuisce alla costruzione di nuove forme di soggettività:

  • Modifica i soggetti.
  • Modifica le loro relazioni con il mondo.
  • Cambia per sempre l’essere nel mondo delle persone.

Ogni atto educativo è IRREVERSIBILE.

La soggettività è un concetto chiave dell’educazione, tanto quanto l’intersoggettività. La dimensione interpersonale è uno degli snodi principali del lavoro educativo: la presa in carico di storie di vita non può compiersi se non attraverso la mediazione di una relazione educativa , che si caratterizza per:

Frequenza: genera cambiamenti

Contenuto contestuale: sancisce la motivazione, lo scopo e a ragion d’essere dello scambio medesimo

La posizione : rappresenta la collocazione di prossimità o lontananza rispetto al destinatario.

Questi tre elementi concorrono a determinare un’asimmetria di ruoli, relazione e responsabilità.

La reazione educativa non è il fine ultimo del lavoro educativo, ma è lo strumento principale attorno al quale esso si compie. Le variabili sono molteplici e comprendono:

  • Elementi verbali e non verbali.
  • Aspettative e pregiudizi reciproci
  • Immagini di ruolo
  • Dinamiche di potere
  • Implicazioni emotive : sono considerabili una risorsa su cui far leva, creando legami di vicinanza empatica, sono invece spesso considerate un elemento di disturbo, compromettenti nel momento in cui non sia in grado di stabilire un equilibrio nel riconoscimento dei confini reciproci e nell’assunzione della responsabilità di custodire gli spazi della libertà soggettiva progettuale e decisionale.
  • Affettività.

La ricerca della “ giusta distanza ” rischia di appesantirsi di un carico d’ansia tale da riportare a ritirarsi, riducendo il coinvolgimento emotivo e perdendo la capacità di analizzare con la sufficiente dose di serenità la natura delle dinamiche relazionali che si instaurano tra/con gli utenti.

Questi elementi di criticità vengono talvolta considerati limiti personali dei singoli operatori.

La competenza è quell’insieme di orientamenti operativi di vere e proprie capacità conoscitive e pratiche che un professionista deve possedere nell’impostare e condurre il proprio lavoro, distinguendosi da altri professionisti, all’educatore è richiesta la competenza pedagogica: si fonda su prospettive di

  • Globalità
  • Operatività
  • Relazionalità
  • Integrazione tra individuo e società.

Propria della competenza pedagogica è l’assunzione di consapevole orientamento verso il futuro, anche se questo non deve essere considerato in astratto, ma sempre concretamente collegato al presente.

L’ autoeducazione: rispetto delle caratteristiche e delle potenzialità dell’educando.

Principio di realtà: necessaria presa di coscienza e accettazione sia pure critica, da parte dell’educando, delle caratteristiche e delle esigenze della società.

Le competenze vengo acquisite tramite: teorie, pratiche, studi ed esperienze maturate sul campo, il confronto e lo scambio tra colleghi e professionisti.

E’ fondamentale il lavoro in equipe:

Interna : gruppo di colleghi che lavorano all’interno di una stessa organizzazione d’appartenenza

Aperta : ai rapporti di collaborazione che si creano nel momento in cui i sistemi di welfare mix moltiplicano e diversificano il numero delle organizzazioni che erogano prestazioni nei confronti dello stesso utente, così da richiedere un coordinamento tra operatori afferenti a servizi diversi.

La problematicità delle relazioni educative sta proprio nella loro ambivalenza: alla debolezza dei legami organizzativi si contrappone il fatto che la vicinanza fisica nella condivisione della quotidianità, il coinvolgimento e la significatività delle esperienze vissute con gli utenti creano legami forti e intensi.

E’ importante che l’educatore sappia mantenere uno sguardo ampio e una visione d’insieme, che gli permetta di individuare gli interlocutori opportuni con cui avviare, mantenere o potenziare un lavoro di rete efficace.

Egli deve sviluppare un pensiero complesso: una continua articolazione tra osservazione e auto- osservazione, tra conoscenza e autoconoscenza, interrogarsi sulle proprie certezze.

La riflessività è competenza necessaria dell’educatore.

Il pensiero critico e complesso, l’esercizio del dubbio rendono la professionalità educativa estremamente dinamica e lontana dalle logiche di un pensiero unicamente computante che procede secondo sequenze ordinate.

Competenze specifiche : L’educatore può lavorare con soggetti di ogni età, in ogni contesto territoriale. (Pag113)

E’ un professionista che lavora nel pubblico e nel privato, in ambito sociosanitario, sociale, formativo e della protezione giuridica, svolgendo molteplici attività finalizzate alla tutela dei diritti di cittadinanza.

SAFET ha pubblicato una sintesi delle attività principali praticate dagli educatori:

  1. Attività per garantire il diritto al rispetto della persona.
  2. Garantire il diritto alla qualità della vita quotidiana.
  3. Attività in risposta al diritto alla salute psicofisica.
  4. Attività finalizzate a promuovere relazioni umane.
  5. Promuovere la partecipazione sociale.
  6. Promuovere apprendimento e formazione.
  7. Destinate a coinvolgere il contesto locale.
  8. Attività per il funzionamento del servizio.

Gli interventi educativi si pongono l’obiettivo primario di rendere i soggetti attivi e protagonisti della propria storia di vita.

Il lavoro educativo si compie attraverso una “contrattualità” che dalla presa in carica formale diviene definizione condivisa di una progettualità che può declinarsi su diversi piani:

  • Organizzativo: stabilire un ordine delle priorità.
  • Relazionale: i bisogno di socializzazione e integrazione sociale di alcuni soggetti necessitano di interventi di mediazione.
  • Economico: percepire un reddito e saper gestire le proprie risorse.

L’articolazione dell’intenzionalità e della progettualità relazionale educativa, avviene in relazione a due “destinatari” principali: l’utenza e il sistema dei servizi.

La relazione educativa con l’utenza è indubbiamente “lo strumento principe” di lavoro dell’educatore, finalizzato al sostegno di sviluppi di crescita individuali autonomi, tendenti a una condizione adulta auspicata.

Le competenze vengono innanzitutto intese come il “potenziale di azione”. Non può esserci educazione intenzionale e progettuale senza un pensiero che derivi da una cultura professionale in grado di analizzare:

▲ Questioni nodali che riguardano l’utente.

▲ Contesti e ambiti di intervento.

▲ Problematiche sociali.

▲ Risorse da potenziare.

Il centro del lavoro educativo è il soggetto individuale e/o collettivo con i suoi bisogni e le risorse da (ri)attivare, ma non può considerarsi marginale la gestione di compiti amministrativi e di rapporti istituzionali con gli altri soggetti.

Uno sguardo sistemico permette di osservare a complessità delle dinamiche educative e di gestirle.

La centralità delle competenze riflessive e progettuali in ambito educativo non può prescindere dalla capacità di analizzare e valutare i processi, proprio per poter riprogettare, ricalibrando e implementando gli obiettivi, adottando diverse modalità d’intervento.

Essenziali sono le capacità di osservazione: Si può osservare per:

  • Definire l’altro: lo sguardo si fa valutativo e diagnostico, in risposta a un bisogno di categorizzazione e normalizzazione.
  • Riconoscere l’altro: uno sguardo aperto, che indaga le modalità con cui si relazionano con il mondo e comunicano con gli altri.
  • Riconoscersi nel rapporto con l’altro.

L’osservazione è allo stesso tempo un modo di fare e un modo di stare all’interno della relazione educativa.

Un sevizio residenziale , richiede un forte investimento di pensiero nella strutturazione e cura di un luogo che è contenitore e sfondo di un clima affettivo condiviso con altri. La comunità diviene casa nel momento in cui viene riconosciuta come luogo in cui frammenti di vite individuali e di attività sociali possono intrecciarsi. Richiede il rispetto di nuove regole e modalità di stare con sé stessi e con gli altri.

La quotidianità infatti, si incrocia con la dimensione della domesticità come vincolo/dispositivo privilegiato per tentare una reintegrazione/integrazione con se stessi e con il mondo.

Anche i servizi domiciliari rimarcano la centralità della salvaguardia dello spazio-territoriale relazionale dei soggetti, come contenitore del “senso della propria storia”; Rispetto ai residenziali, però, mostrano con maggiore evidenza il ruolo d’ affiancamento assunto dall’educatore, che si pone come osservatore discreto in un contesto che non gli appartiene e possiede già un’impronta educativa naturale.

Un servizio domiciliare richiede sensibilità nell’evitare l’invadenza e l’intrusività. La sospensione del giudizio e l’ empatia facilitano l’ingresso in un mondo di significati che ammette un alto rischio di rifiuto dell’intervento educativo.

L’elaborazione di un progetto educativo, specie se avviene in ambito domiciliare, richiede la capacità di ascolto e di coinvolgimento di più soggetti, nella promozione di una partecipazione attiva e condivisa. Un’educazione domiciliare non si sostituisce a loro, ma con loro ricerca, riconosce e tutela le risorse latenti o residuali cercando di potenziarle.

Residenziale leggera : dove la dimensione educativa individuale degli interventi domiciliari si coniuga, con una residenzialità territoriale che sostiene i processi di inclusione e reinserimento sociale. L’abitare diviene strumento educativo anche nei confronti del territorio, coinvolgendo i diversi soggetti che lo abitano.

Il lavoro educativo sembra qualificarsi prioritamente come lavoro di mediazione, tra i soggetti e la loro storia, tra i soggetti e il territorio di vita, tra i soggetti e le aspettative sociali e il contesto abitativo.

Le competenze di mediazione caratterizzano anche i servizi territoriali a matrice:

  • Promozionale e/o preventiva
  • Riparativa e/o riabilitativa

Un educatore che svolge un lavoro di rete deve possedere competenze comunicative e organizzative, promotore e facilitatore di legami come mediatore di conflitti e tensioni.

La promozione del benessere si affianca alle azioni rivolte alla prevenzione di forme di disagio o devianza che richiedono un intervento riparativo-riabilitativo. La prevenzione educativa individua le manifestazioni di disagio nei ritmi della quotidianità e nei suoi confronti attiva una relazione. Un educatore che propone interventi a carattere preventivo, dunque, nell’agire in vista della riduzione dei rischi di