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Riassunto del protagora per l’esame di filosofia
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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- PLATONE Il Protagora viene da Abdera, è un dialogo della giovinezza di Platone dedicato al tema dell’ insegnabilità della virtù, teso in particolare a dimostrare l’inconsistenza della prassi educativa dei sofisti.
per essere accettato, questi necessita che qualcuno lo presenti al sofista. Ovviamente, Socrate acconsente ad accompagnare il giovane, desideroso di poter discutere con il celebre maestro di virtù. È però troppo presto per recarsi alla casa di Callia, il celebre mecenate ateniese che ospita Protagora, e pertanto Socrate propone di spostarsi nel cortile, dove passerà il tempo discutendo con il giovane amico sulle aspettative che ha nei confronti del sofista. Ippocrate spera di poter ricevere una buona formazione, poiché il maestro a cui si sta per rivolgere ha fama di essere “un esperto della sapienza “; tuttavia non sa dire di quale sapienza sia esperto: anche affermando che il sofista insegna a tenere discorsi, resta aperto il problema del loro argomento. Non sapendo più cosa rispondere, Ippocrate può solo ascoltare il monito di Socrate, che lo mette in guardia dall’affidare la propria formazione a persone che, come i sofisti, non danno garanzie sulla validità o meno dei propri insegnamenti. Essi sono infatti paragonabili a dei mercanti che cercano di vendere la propria merce dandola di fronte all’acquirente; pertanto, se bisogna stare attenti a non farsi raggirare quando si acquistano beni che riguardano il corpo, a maggior ragione si dovrà stare attenti per ciò che riguarda l’anima poiché è molto facile ricavarne dei danni irreversibili. Continuando a discutere, Socrate e Ippocrate giungono infine alla meta: la casa di Callia. Tuttavia, una volta arrivati il portiere che sta di guardia all’ingresso, infastidito dall’antiviene di sofisti, si rifiuta di lasciar passare, e solo dopo molte insistenze, i due riescono a entrare. Nel cortile interno alla casa scorgono subito Protagora che passeggia discutendo con i suoi seguaci, mentre, più discosti, Socrate individua i sofisti Ippia di elide e prodigo di CEO. Inoltre, poco dopo fanno il loro ingresso Alcibiade e Crizia. E su questo sfondo che Socrate e Protagora terranno la loro discussione, una vera e propria assemblea a cui parteciperanno anche gli altri eminenti personaggi presenti. Il filosofo non perde tempo, e domanda subito al sofista quale guadagno avrà e Ippocrate dalla sua frequentazione: Protagora, infatti, si propone di insegnare ai propri allievi una condotta assennata, in modo che diventino buoni cittadini. Ma, domanda Socrate, è veramente possibile insegnare la virtù? Protagora, decide di rispondere a Socrate con un lungo discorso, a sua volta composto di due parti: un Mitos e un logos. Il Mithos racconta della creazione degli esseri umani a opera dei due titani Prometeo ed Epimeteo. I due fratelli furono incaricati di dare forma agli esseri che avrebbero popolato la terra, Epimeteo si mise all’opera per plasmare in modo armonioso i vari animali, facendo sì che nessuna specie sopraffacesse o annientasse un’altra: diede dunque velocità, zanne e artigli ai predatori, limitandone però il numero, forza, corna e zoccoli per difendersi agli erbivori, e così via. Tuttavia, quando Prometeo venne a
dicendo. Il bene è dunque qualcosa di vario e multiforme, è una stessa cosa può essere consigliabile a taluni e vietata da altri. Le parole di Protagora ottengono l’approvazione dei presenti e l’indignazione di Socrate. Socrate dice infatti di essere smemorato, e di faticare a seguire un discorso troppo lungo: meglio allora procedere adagio con domande e risposte brevi. Inoltre, giunge di doversi spiegare, per via di una commissione che non può rimandare. Protagora è però sprezzante a una simile proposta, e per calmare gli animi deve intervenire Callia, il padrone di casa, che insiste affinché Socrate non se ne vada. Intervengono così anche Alcibiade e Clizia, e quest’ultimo chiama in causa prodigo e Ippia. Unica via di soluzione è che Protagora interroghi Socrate, ponendogli delle domande. Pur controvoglia, Protagora accetta la proposta e inizia a interrogare Socrate sulla poesia. L’analisi letteraria dei Carmi più importanti e diffusi, in cui venivano trattati temi etici, era infatti una prassi educativa tipica della sofistica. Nello specifico, Protagora decide di partire dal carme a Skopas di Simone di Ceo, in cui il poeta critica un’affermazione di Pittaco secondo cui sarebbe “difficile“ mantenersi onesti: ciò sembra agli occhi di Protagora una contraddizione, poiché nello stesso Carme Simonide aveva affermato in precedenza che “difficile“era diventare buoni. Socrate, tuttavia, e di avviso contrario e, chiamando in causa Prodigo, concittadino di Simonide, ricorre alla sua dottrina della sinonimica per svelare quello che sarebbe il genuino significato del Carme. La parola “difficile”, infatti implica un riferimento al male, per cui Pittaco verrebbe criticato da Simonide per il semplice fatto che sembra ritenere un male il mantenersi buoni e onesti, tralasciando poi questo tipo di analisi e rivolgendo l’attenzione all’intero Carme, Socrate dimostra che anche Simonide era dell’idea che si compie il male non deliberatamente, non per propria volontà, ma solo per ignoranza. Pittaco aveva sbagliato nel dire che mantenersi buoni è difficile: DIFFICILE è infatti divenire buoni, ma mantenere sé stessi in tale condizione non è difficile, semmai divino! Solo chi è in piedi può cadere, e allo stesso modo, colto da sventura, potrà divenire malvagio solo chi è buono, e non chi lo è già. Il cattivo medico non è qualcuno che non conosce la medicina, piuttosto un medico che ha studiato l’arte e opera male; e così, malvagio può esserlo solo un uomo buono, divenuto cattivo per lo sciagurato evento di perderne la scienza. Simonide, conclude Socrate, sembra dunque dire che nessuno compie il male volontariamente, ma perché è costretto dà eventi contingenti-ovvero, perché sottoposto alla volontà altrui o perché ha perso la conoscenza del bene. Terminata la sua analisi del carme di Simonide, Socrate decide di tornare a discutere con Protagora sugli argomenti poc’anzi abbandonati, questa volta, però ricorrendo alla brachilogia. Dopo aver richiamato l’attenzione
sui punti lasciati in sospeso, Protagora dichiara che il coraggio è diverso dalle altre quattro virtù citate da Socrate (sapienza, temperanza, giustizia, santità), poiché capita spesso che uomini vili e malvagi abbiano in realtà coraggio da vendere. Protagora sembra intendere il coraggio nel senso di “audacia “, la quale, osserva Socrate, nel caso degli insipienti non è una virtù, ma follia: un soldato che non conosce le tecniche di lotta e si butta ugualmente nella battaglia, non è coraggioso, semmai è pazzo. Protagora è però un interlocutore attento, e smaschera la strategia di Socrate: audacia e coraggio non sono la stessa cosa anche se capita che gli audaci siano coraggiosi, poiché l’audacia è frutto sia di scienza che di follia, mentre il coraggio dipende dalla disposizione dell’animo. Il dialogo si sposta così sul rapporto bene-piacere e sull’opinione diffusa secondo cui è possibile compiere il male perché sopraffatti da piacere o dolore. Capita sovente, per Socrate e con l’approvazione di Protagora, che ciò che ha al momento provoca piacere e con l’andare del tempo sia causa di dolore, mentre altre cose che provocano dolore (come le cure mediche) in seguito diano effetti piacevoli: ora, se tutti riconoscono che i farmaci sono un bene, pur dando dolore in un primo momento, se ne deve dedurre che i beni e i mali si devono distinguere non per il loro effetto immediato, ma per l’effetto futuro. Ciò che dà effetti piacevoli è dunque un bene, mentre i mali provocano sofferenza (è la cosiddetta tesi edonistica del Protagora). Pertanto, il bene coincide con il piacere, il male con la sofferenza, e a chi obietta che il piacere immediato è da preferire a quello futuro si può rispondere che, come le grandezze lontane possono sembrare a uno spettatore più piccole di quanto non siano, allo stesso modo i piaceri futuri possono sembrare inferiori a quelli immediati, pur essendo in realtà superiori. La “salvezza della vita "sarà dunque raggiungibile con una tecnica in grado di valutare i piaceri e dolori in modo equilibrato, detta appunto “arte della misura “. Ma, deve essere insegnabile, anche perché, la sua ignoranza è causa di male- e quindi di dolore. Da tutto questo Protagora, esce di fatto confutato, poiché nello sviluppo della discussione ha negato la sua affermazione iniziale, e cioè che la virtù è una tecnica Socrate, al contrario, avendola spuntata sul sofista, può abbandonare la riunione e dedicarsi al suo improrogabile impegno-qualunque esso sia.
paragonabili a rockstar con molti seguaci. Utilizzando nomi “patronimici”. Durante il confronto tra Socrate e Protagora, Protagora cerca di collegare la sua sofistica a una tradizione culturale antica, citando poeti come Omero per dimostrare la sua competenza. Tuttavia, Socrate insiste sulla necessità di definire cosa significhi davvero l'arte sofistica, paragonandola ad altre discipline come la pittura o la musica. L'idea di "eulalia", si riferisce alla saggezza e alla capacità di prendere decisioni giuste, in relazione all'etica di Aristotele. Protagora sostiene che l'abilità di essere attento è fondamentale sia nella vita privata che pubblica. Socrate, però, si chiede se questo non sia semplicemente un aspetto dell'arte politica. Nonostante Protagora sembra esperto nell'accortezza, Socrate vuole mettere alla prova le sue affermazioni, sottolineando l'importanza del pensiero critico. Socrate diceva che se le persone più sagge potessero insegnare ai giovani come essere saggi, avremmo trovato una soluzione chiara ai nostri problemi. Anche le persone molto capaci, però, affrontano questa difficoltà. Protagora, suddivide la virtù umana in tre parti principali: santità, giustizia e saggezza. Il punto centrale del suo discorso è se la virtù, e in particolare la giustizia, possa essere insegnata. Protagora crede che la giustizia sia fondamentale per un buon cittadino, non solo per vivere in modo civile e sociale, ma anche per il benessere personale. Infatti, senza giustizia, si possono compiere atti sbagliati che portano a conseguenze gravi, come l'espulsione dalla comunità o anche punizioni severe. I genitori insegnano ai loro figli varie abilità pratiche legate ai mestieri, e queste competenze sono utili, ma non sono importanti quanto la giustizia. Protagora sottolinea che la giustizia è cruciale nella vita, e non rispettarla può avere conseguenze drammatiche, addirittura la pena di morte in alcune situazioni. Secondo Protagora, la virtù, compresa la giustizia, è qualcosa che può essere insegnato. Questo è un aspetto importante della sua filosofia: i giovani dovrebbero essere educati non solo nelle discipline tradizionali, come la geometria e la retorica, ma soprattutto nei valori come la giustizia. Quando si affida un bambino a un insegnante (un maestro), è essenziale che questo maestro possieda virtù necessarie per formare un cittadino giusto. Protagora crede anche che il maestro abbia il
diritto di essere pagato per il suo lavoro educativo poiché offre un servizio fondamentale per la società. Inoltre, Protagora non si limita a parlare solo dell'istruzione intellettuale. Sottolinea anche l'importanza della cura del corpo, richiamando frasi come "Mens Sana in Corpore Sana", che significa che una mente sana vive in un corpo sano. Avere cura del corpo è importante perché aiuta a fortificare lo spirito, preparando i giovani a essere coraggiosi in situazioni difficili, come nei conflitti o nelle battaglie. La giustizia e la virtù non sono semplicemente cose che si possono insegnare, ma dipendono anche da aspetti naturali e individuali. In altre parole, anche se una persona giusta ha un figlio, questo figlio non è automaticamente giusto; ci sono molteplici fattori, come le inclinazioni personali, che influiscono su questo. Si sottolinea il concetto di relativismo, che suggerisce che ciò che è considerato "eccellente" può variare a seconda del contesto. Ad esempio, se un maestro poco esperto insegna a qualcuno che non sa nulla, può apparire come un esperto nella sua comunità, mentre un maestro molto qualificato potrebbe sembrare meno capace se confrontato con una persona che ha più talento ma è meno preparata. Nel campo dell'etica, Protagora sostiene che la virtù può essere insegnata e che la sua valutazione dipende dal contesto. Se un uomo virtuoso commettesse un crimine, potrebbe sembrare più virtuoso in confronto a qualcuno che ha fatto qualcosa di peggio. Questo solleva domande sulla giustizia. Al contrario, Socrate e Platone ritengono che il relativismo morale sia problematico e pericoloso. Sono preoccupati per il fatto che le valutazioni morali possano diventare soggettive e che le persone possano giungere a giudizi ingannevoli. La comprensione di ciò che è giusto o virtuoso è influenzata dal contesto e dai confronti, il che può portare a una forma di giudizio etico incerta e rischiosa. Un confronto tra due diversi approcci alla filosofia e alla comunicazione: quello dei sofisti, rappresentati da Protagora, e quello di Socrate. I sofisti utilizzano la poesia e i miti per catturare l'attenzione del pubblico e convincerlo, mentre Socrate adotta un metodo più rigoroso, il cosiddetto "metodo socratico", basato sul dialogo e sull'interrogazione. Dettagli principali: 1. Protagora e Simonide: Protagora, un sofista, menziona un verso di Simonide che dice che diventare buoni è difficile. Questo spunto
che a differenza dei poeti, i filosofi seguono la verità attraverso il dialogo e le domande, cercando di approfondire la loro comprensione. La tensione sale quando Alcibiade interroga Protagora e chiede a Calia se pensa che Protagora stia agendo correttamente. Quindi si esplora il tema della virtù e l'importanza del dialogo nel chiarire concetti complessi e nella ricerca della verità.